Cinque dei sei principali impianti israeliani di desalinizzazione dell’acqua hanno i filtri intasati da una fioritura di microalghe che si estende per 100 chilometri, sono rimasti chiusi per giorni e da allora funzionano a regime ridotto. Le autorità israeliane invitano a usare l’acqua con parsimonia finché il sistema non sarà ripristinato, le forniture sono state ridotte nel sud del Paese e agli agricoltori è stato ordinato di sospendere l’irrigazione dei campi, cosa che secondo gli economisti farà salire i prezzi dei generi alimentari.
La crisi è
stata innescata dagli attacchi israeliani che hanno distrutto gran parte delle
infrastrutture fognarie di Gaza, da cui è seguito uno scarico di acque reflue
non trattate nel Mediterraneo e nelle falde di acqua potabile sotto la costa. Le
acque reflue contengono azoto e fosforo, e quei nutrienti alimentano microalghe
e cianobatteri, accelerandone la proliferazione.
Dall’altra
parte del confine i numeri sono questi. Dal 7 ottobre 2023 i bombardamenti
israeliani hanno distrutto il novanta per cento delle infrastrutture idriche e
fognarie di Gaza, secondo un rapporto di Médecins Sans Frontières, con attacchi
diretti contro pozzi, condotte, serbatoi e impianti di desalinizzazione. «Tutti
e cinque gli impianti di trattamento delle acque reflue del territorio sono
fuori servizio» dice Omar Shatat, vicedirettore esecutivo dell’azienda idrica
delle municipalità costiere di Gaza, e ogni giorno circa 45 mila metri cubi di
liquami non trattati finiscono nel Mediterraneo, mentre altri 15 mila si
infiltrano nelle falde dai pozzi di dispersione, soprattutto nei campi per profughi
di al Mawasi (a nord della città palestinese di Rafah, nella Striscia di Gaza).
Prima della guerra, l’80 per cento dell’approvvigionamento veniva da una
falda sotto la striscia costiera, oggi contaminata da acqua di mare e acque
reflue e inadatta al consumo umano. Il resto arrivava dai desalinizzatori e
da tre condotte controllate da un’autorità israeliana, interrotte all’inizio
della guerra e riaperte solo in parte. Con le reti di distribuzione danneggiate
o distrutte, gran parte della popolazione dipende dalle autocisterne – che per
entrare in territorio palestinese devono comunque viene permesso dall’Idf – e
per molti significa scegliere tra un bicchiere d’acqua in più e l’acqua per
lavarsi le mani, con la diarrea acuta tra le principali cause di malattia.
Raggiunta
dal Guardian, Nas
al Barawi, 34 anni, madre di cinque figli a Beit Lahia (nel nord della Striscia
di Gaza), racconta le taniche portate a mano e le ore in coda, l’acqua spesso
non potabile, i bambini con infezioni intestinali ricorrenti, diarrea ed
eruzioni cutanee, le fogne rotte e le pompe ferme che fanno scorrere i liquami
tra le tende. Shaimaa al Katari, 37 anni, sfollata ad al Mawasi, dice che
l’acqua dei piatti e del bucato finisce in strada perché non c’è altro posto
dove metterla, e intorno alle pozze stagnanti crescono alghe e zanzare, il
cattivo odore che attira mosche e topi. I ratti hanno infestato alcune zone
di Gaza da mesi, prosperando tra i liquami e i cumuli di rifiuti attorno ai
campi sovraffollati, e un’infestazione senza precedenti sta colpendo anche
le comunità israeliane vicino al confine, con i roditori dentro case e
giardini. Pat Griffiths, portavoce del Comitato Internazionale della Croce
Rossa a Gaza City, dice che i palestinesi vivono circondati dalle acque reflue,
che sono ovunque, dove mangiano, dove prendono l’acqua, dove camminano, e che
con l’inverno la situazione rischia di peggiorare.
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