domenica 15 marzo 2026

La competenza dell’idraulico e quella del cittadino - Francesco Coniglione

Affideresti a un letterato la riparazione del tubo della cucina che perde? Ovviamente no, si risponderebbe in coro: chiameremmo un idraulico. E per farla più sofisticata, ci rivolgeremmo a un semplice muratore per progettare una diga? No, ovviamente, a un ingegnere, e che sia specializzato in idraulica o in costruzioni consimili. Di tale tenore sono le argomentazioni che da sempre ogni reazionario/conservatore ha utilizzato per delegittimare la democrazia e affermare che devono essere solo i “competenti” a decidere.

Qualcosa di simile accade oggi ogni qualvolta si debba decidere per una specifica riforma o per delle misure di politica economica che – a dire degli “specialisti” – richiedono specifiche conoscenze e che quindi non possono essere abbandonate al mutevole orientarsi del popolo ignorante. Si rimproverano i non “competenti” di assumere posizioni ideologiche e di contro si riportano le opinioni “lucide” di “competentissimi” esponenti del diritto, della politica, dell’economia, della scienza, pensando così di poter portare l’incompetente dalla propria parte. Ma purtroppo di competenti ne esistono a bizzeffe, sia pro che contro una certa misura, come è accaduto innumerevoli volte e accade tuttora: è il caso del Covid19, del problema del riscaldamento terrestre, dell’economia green, del conflitto in Ucraina, del referendum e così via sia, sicché l’utilizzazione dell’argomento ex autoritate risulta in fin dei conti inefficace e serve solo a corroborare le convinzioni di coloro che sono già convinti e che si nutrono a una sola fonte della Verità, di solito quella del mainstream, che è diffusa da “autorevoli” mass-media e giornalisti; le altre voci nemmeno raggiungono la soglia della percezione collettiva: sono troppo flebili, seguite da nicchie limitate di “credenti” e per di più accusate di essere tutte ideologiche.

Ma c’è una considerazione più di fondo da fare; sta tutta nella risposta data da Protagora a chi gli obiettava che per fare politica ci vogliono i competenti (che per Platone erano i filosofi, in quanto possessori della visione delle Idee). Egli narra un mito secondo il quale Zeus mandò Ermete a portare agli uomini il rispetto e la giustizia, in modo da fondare legami e città. Alla domanda di Ermete sul modo in cui debba distribuire tali beni – se come fatto con le altre arti (medica ecc.) sicché un solo uomo è sufficiente a molti, oppure se debba darle a tutte – Zeus rispose: «A tutti quanti. Che tutti quanti ne partecipano, perché non potrebbero sorgere Città, se solamente pochi uomini ne partecipassero, così come avviene per le altre arti» (Platone, Protagora, 322a-d). Così – conclude Protagora – gli ateniesi non accettano che chiunque possa intervenire quando si tratti di deliberare nell’arte di costruire ecc., ma, invece, «quando si radunano in assemblea per questioni che riguardano la virtù politica, e si deve procedere quindi esclusivamente secondo giustizia e temperanza, è naturale che essi accettino il consiglio di chiunque, convinti che tutti, di necessità, partecipano di questa virtù, altrimenti non esisterebbero Città» (ib., 322e-323a).

Qui v’è uno punto centrale del pensiero democratico: la competenza può essere invocata solo quando si tratta di argomenti circoscritti. Si chiama un idraulico per riparare una perdita nel bagno; ma non ci sono “idraulici” o analoghi “competenti” quando invece si tratta di decidere su questioni generali concernenti il futuro della città o il suo ordinamento: in questo caso tutti sono chiamati ad esprimersi e ciascuno lo fa – e di conseguenza decide – in base alla propria visione del mondo, al modo in cui crede si debba convivere, a ciò che è a suo avviso più giusto o a cosa sia la virtù. Non v’è alcun “tecnico” o “competente” che sia in grado di decidere su queste questioni, perché esse riguardano “forma di vita” che gli uomini vogliono adottare e questa deriva, a sua volta, da convincimenti profondi di natura etica, religiosa, spirituale, come anche da concreti interessi da difendere. Il tecnico può, semmai, intervenire dopo, quando si tratta di trovare la strada migliore per realizzare i fini e le scelte che si è democraticamente e collettivamente deciso di perseguire; e anche in questo caso ci sono ampi margini di oscillazione perché non sempre i “competenti” sono d’accordo sulle medesime strategie: basta dare un’occhiata a cosa accade con gli economisti, con i climatologi, con i “politologi” (ammesso che questa sia una scienza e non qualcosa di più che opinioni colte) o gli “esperti in affari internazionali”.

Ammettiamo (ma non concediamo) che in astratto esista una “competenza” univoca sul modo di pervenire ad un certo risultato; il problema non è così affatto risolto, ma semplicemente si sposta: chi è abbastanza competente da scegliere il “vero” competente atto a far meglio conseguire il fine che ci si propone? È questa una decisione che spetta alla volontà popolare? O spetta alla politica? Una società ha di solito delle consolidate pratiche e percorsi per selezionare i propri “esperti”: in una società tribale, sarà lo stregone, che ha acquisito il proprio ruolo in modo indipendente e precedente al problema che gli si chiede di affrontare; in una società evoluta e complessa ci sono sistemi che selezionano a monte le persone più competenti nei vari settori, come le università, le accademie, gli istituti di ricerca; e tra esse ci sono coloro che per la loro eccellenza occupano un posto di rilevo e di prestigio; e – facendo la tara delle nomine taroccate e del nepotismo di vario genere – sono costoro a dare la maggiore affidabilità quando si tratta di affrontare un problema. Tra essi vanno scelti ovviamente coloro che risultano coerenti con i fini che la società ha deciso di porsi: se si opta per un sistema sanitario nazionale, pubblico ed egualitario, non si sceglie l’“esperto” convinto nella bontà del sistema privato, concorrenziale e basato sulle assicurazioni.

Cosa rimane allora in potestà del comune cittadino? Non certo quella di scegliere il competente (non ne sarebbe capace), ma piuttosto quella di eleggere come suoi rappresentati i politici e gli amministratori più coerenti con la visione del mondo a lui più rispondente; per poi aspettarsi (e sperare) che costoro e il partito politico di appartenenza scelgano tra gli “esperti” quelli in grado di realizzare il progetto politico di cui sono portatori e affidatari. Affinché ciò sia possibile è necessario che le persone siano consapevoli e formate, nel corso del loro processo di acquisizione della cittadinanza, sulle diverse opzioni politiche e ideali esistenti; e poi, soprattutto, che ci siano partiti politici che di tali opzioni di fondo si facciano interpreti, così come accadeva nella prima repubblica, con Democrazia Cristiana, Partito comunista, Partito liberale e così via. Oggi si dice che questi erano partiti “ideologici”, dando a questo termine un’accezione negativa, quasi fosse una sorta di pervertimento del lucido intelletto e non piuttosto quell’orientamento ideale, quell’orizzonte di senso all’interno del quale ciascuno si colloca e nel quale ciascun partito dovrebbe trovare la propria ragion d’essere (ho argomentato altrove sull’importanza di una visione positiva dell’ideologia). In caso contrario si avrebbero aggregazioni politiche prive di ogni cemento ideale, assembramenti di opportunisti dediti alla propria affermazione personale e pronti a cambiar casacca non appena ritengano più conveniente l’approdo ad altro lido. Appunto come accade oggi.

La scelta del comune cittadino, dunque, non può che essere “ideologica”: nell’impossibilità di stabilire, personalmente e con le proprie competenze e conoscenze, la sostanza tecnica di una questione, non gli resta che affidarsi a quelle forze che corrispondono meglio ai suoi ideali. È allora in gran parte inutile argomentare con minute considerazioni specialistiche a favore di una opzione o dell’altra (è questo il caso dell’attuale referendum sulla giustizia). Risultano invece decisive le domande che ciascuno deve porre a sé stesso (e di conseguenza lo stile con cui si argomenta pubblicamente): a che scopo una certa compagine politica sostiene una certa riforma da lei proposta? Quale concezione complessiva del mondo essa esprime ed è questa congruente con i miei ideali, col mio senso di umanità, con la visione della società da me posseduta, con l’orientamento spirituale da me condiviso, a loro volta frutto delle mie esperienze passate, della mia esperienza di vita, dell’acquisizione della mia cultura? Se la risposta è positiva, allora si voti pure per la riforma proposta; se invece la risposta è negativa, allora la decisione di votare contro è altrettanto e pienamente motivata.

da qui

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