Quale democrazia?
È noto che la maggioranza degli uomini vive il proprio tempo, il proprio
presente, con la testa girata all’indietro, anche quando crede di stare
avanzando nel futuro. Di fatto, nel futuro avanza realmente, almeno con i
piedi, ma osservandolo con la mente ingombra di idee morte, ammuffiti fantasmi
come la roba nella bottega del rigattiere. Vivono così, in Europa e in Italia
in primissimo luogo, non solo tantissimi giornalisti e uomini politici, ma
anche una parte difficilmente calcolabile di cittadini, i quali continuano a
credere che gli Stati Uniti siano quelli che erano nella loro giovinezza, e la
nostra alleanza con loro sia un fatto non solo vantaggioso, ma naturale, come
il colore invariabilmente bianco della neve. Non c’è da stupirsi: i miti durano
a lungo nella nostra mente, soprattutto quando essi ci hanno a lungo sedotto,
offerto punti di riferimento saldi, sono stati la stella polare per orientarci
nel grande mare in tempesta dell’età contemporanea. E almeno dai primi del
Novecento l’America è un mito fondativo della nostra identità, una componente
ineliminabile della modernità europea.
Oggi questo mito è sopravvissuto solo nella mente di qualche attardato
nostalgico, nella malafede di tanti nostri giornalisti padronali, manipolatori
quotidiani d’opinione pubblica, di politici disperati come i governanti
europei, dei tanti che vivono la loro vita senza porsi molti problemi e si
trascinano le vecchie credenze come un difetto di nascita. Non tutti,
comprensibilmente, sono come Don Chisciotte, che crede ancora nell’esistenza
della Cavalleria e salta in groppa a un qualche Ronzinante in cerca di guerre
immaginarie.
Sappiamo che il cuore di questo mito, potente veicolo di potere egemonico
degli USA sul resto del mondo, è la sua democrazia, accompagnata dal vanto di
essere la più antica del mondo moderno. Ora, al netto della demolizione
sistematica condotta già 20 anni fa da Luciano Canfora della effettiva realtà
storica di tale forma di governo, dalle supposte origini greche a oggi (La
democrazia. Storia di un’ideologia, Laterza, 2004 e varie edizioni),
sappiamo che essa è stata in realtà una forma di liberalismo, uno stato di
diritto fondato su una effettiva divisione dei poteri, che certo ha conosciuto
una forma avanzata di stato sociale negli anni del New Deal rooseveltiano. Ma è
stato pur sempre un ben contraddittorio liberalismo, che ha convissuto, sino a
metà degli anni ’60 del secolo scorso, con la segregazione razziale del popolo
nero, lunga eredità della propria economia schiavile. Domenico Losurdo ha
ricostruito una minuziosa cronaca nera di questa socialità liberale e delle sue
pratiche discriminatorie e persecutorie (Controstoria del liberalismo,
Laterza, 2005).
Ma lasciando da parte la storia, che cosa è oggi la democrazia in USA?
Intendo la democrazia formale, ovviamente, niente più che il meccanismo
liberale della rappresentanza. Osserviamo innanzi tutto che cosa è diventato
realmente il sistema politico. Chi non vede che il cosiddetto bipolarismo,
l’alternanza al governo tra Democratici e Repubblicani, è da decenni una
finzione? Non è evidente che vige il sistema del partito unico abilmente
camuffato? Il rito elettorale in quel paese è una dispendiosa fiera milionaria
dove nessun candidato ha speranza di arrivare al Congresso senza investire una
fortuna familiare, ma di norma elargita dalle varie e potenti lobbies
economiche e finanziarie. Non è il popolo, che si limita di fatto a mettere la
scheda nelle urne, a eleggere i deputati, ma sono le ristrette élites del
danaro. E come possono questi eletti rispondere agli interessi reali del vasto
“popolo delle urne” se essi debbono la loro elezione al ristretto “popolo dei
soldi”? Dunque, la politica, chiunque governi, democratici o repubblicani, si
svolge secondo un unico copione con irrilevanti variazioni, un sequel
cinematografico in cui si replicano le stesse storie.
Sarebbe sufficiente tale constatazione per non stupirsi più di tanto della
clamorosa inerzia e silenzio da parte del Partito Democratico di fronte alle
scorribande criminali del presidente Trump. Ma tale silenzio si era già
manifestato in forme più gravi, quando un presidente espresso da quel partito,
Joe Biden, ha sorretto e alimentato militarmente il governo di Israele per
compiere il genocidio a Gaza.
Lo stesso presidente e la stessa amministrazione che hanno rigettato le
risoluzioni dell’Onu su Gaza e le varie sentenze della Corte Internazionale di
Giustizia. Pratica che si perpetua da 76 anni, durante i quali gli USA hanno
posto il veto per ben 45 volte su 94 risoluzioni dell’ONU di condanna di
Israele, che è stato il modo per svuotare l’autorevolezza di quell’organismo.
(Le risoluzioni dell’Onu e i veti degli USA sono pubblicati in appendice a J.
Baud, Operazione Diluvio Al-Aqsa. La sconfitta del vincitore, Max
Milo, 2024)
Ma se il sistema formale della rappresentanza ha così poco a che fare con
la democrazia, che cosa ne è del potere esecutivo, della democraticità e
rappresentatività popolare del governo? Risparmiamo al lettore tante analisi di
cose note. Oggi su questo potere ci informa, nella forma spettacolare che è
propria della politica contemporanea, il comportamento del presidente in
carica. Nelle grottesche, ridicole contorsioni retoriche, nelle affermazioni e
smentite dello stesso giorno, delle stesse ore, dello stesso discorso, di
Donald Trump, questo istrionico, folle personaggio balzato sul proscenio del
mondo da una tragedia di Shakespeare, c’è la rappresentazione plastica,
l’incarnazione umana dell’avvenuta dissoluzione privatistica del potere
esecutivo negli USA. Quest’uomo, che forse è la persona giusta per
rappresentare l’agonia di un impero che non vuol rinunciare al proprio dominio,
mostra che lo stato americano è oggi spartito, come una preda di caccia, tra i
poteri economici che tengono in piedi la società: il complesso
militare-industriale, il variegato mondo della finanza, le lobbies ebraiche che
guidano la politica estera in Medio Oriente, le Big Tech. Le quali ultime, pur
essendo al momento forse le meno potenti nella capacità di condizionamento
politico, costituiscono tuttavia una innovazione inquietante nelle forme in cui
i poteri privati gestiscono funzioni pubbliche. Come ha da poco sottolineato
Dario Guarascio in una sistematica disamina: “Il controllo di infrastrutture,
tecnologie e dati ha gradualmente reso le Big Tech una ‘componente attiva’,
rafforzando ulteriormente la loro posizione all’interno del complesso
militare-digitale americano. In casa e all’estero, le Big Tech si trasformano
sempre più spesso negli ‘occhi’ e nelle ‘orecchie’ dei loro governi” (Imperialismo
digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza,
2026).
Sicché oggi la supposta democrazia americana non solo è capace di esprimere
presidenti che sostengono il genocidio di un popolo, apparso in questi anni
come uno spettacolo hollywoodiano agli occhi del mondo, ma elegge un uomo come
Trump, che può sentirsi un monarca planetario, il primo della storia. Un
padrone senza limiti che minaccia e aggredisce vari popoli della terra senza
che una qualche opposizione si levi dalle istituzioni americane. E ricordare
che gli USA godono ancora della libertà di parola e di stampa poco ci consola,
se pensiamo all’asfissiante potere di manipolazione dei media, con cui i
cittadini vengono quotidianamente ingannati e disinformati. Dunque un potere
così sregolato e assoluto, penetrato da sistemi di sorveglianza e controllo
sempre più efficienti, da far temere per l’avvenire della nostra libertà, di
tutti noi, americani e non americani, “amici” o “nemici”, poco importa.
Dunque noi non abbiamo più oggi ragioni di essere alleati degli USA per la
sua democrazia, per il nostro appartenere alla stessa “sfera di valori”. Dove
sono poi i valori? Può esserlo forse il governo neofascista di Giorgia Meloni,
che con la tirannia e la violenza convive bene — ed è infatti complice degli
USA del genocidio israeliano a Gaza — ma non l’Italia rappresentata dalla
Costituzione repubblicana.
Un patto di aggressione al resto del mondo
Ma noi, si obietterà, siamo legati agli USA dal Patto Atlantico. Bene, quel
patto, nato nel 1949, doveva servire a difendere il “mondo libero” dalla
minaccia sovietica, era figlio della guerra fredda e delle sue retoriche.
Benché si debba ricordare che esso nasceva, oltre che in funzione di controllo
e repressione dei movimenti comunisti, quale strumento di espansione
dell’impero in Europa e in Oriente. Nel dopoguerra, l’Unione Sovietica, che
aveva accettato la divisione del mondo in sfere di influenza, sancita a Yalta
nel 1945, non poteva nutrire alcuna velleità aggressiva fuori dalla sua sfera.
Questa minaccia era agitata ad arte dagli USA per avviare la guerra fredda.
L’URSS usciva stremata dalla guerra, con 27 milioni di morti e un numero mai
calcolato di mutilati e invalidi inetti al lavoro, con tanta parte
dell’industria e delle infrastrutture distrutte. Com’è storicamente accertato:
“I sovietici ritenevano che, sia a livello internazionale che all’interno di
ogni paese, la politica del dopoguerra dovesse svolgersi entro i confini
dell’alleanza antifascista con tutte le forze politiche. Essi si auguravano una
coesistenza di lunga durata, o piuttosto una simbiosi di sistemi capitalista e
comunista” (Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, Rizzoli,
1995). Ma gli americani avevano altri progetti.
Infatti, dopo il crollo dell’URSS, era evidente che la Nato non aveva più
ragioni di esistere. La contrapposizione di sistema tra comunismo e capitalismo
non esisteva più. Era chiaro che la sua permanenza e la sua espansione,
addirittura la sua proiezione verso l’Europa orientale, ubbidiva a un disegno
imperiale e per niente pacificatore. Del resto, analisti e dirigenti politici
americani dopo il 1991 hanno esplicitamente dichiarato, nel corso degli anni,
gli intenti di dominio unipolare del mondo a cui gli USA si sentivano destinati
dopo l’uscita di scena del Grande Nemico. Ed è ormai diventato un rito
obbligato ricordare il testo di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la
sicurezza nazionale sotto la presidenza Carter, La grande scacchiera,
pubblicato nel 1997 (ripubblicato con una postfazione, The Grand
Chessboard. American Primacy and Its Geostrategic Imperatives. Updated with a
New Epilogue, Basic Books, 2016). Oggi, d’altra parte, possiamo dire con
sicura certezza che questa alleanza non doveva proteggerci da nessuna possibile
minaccia. E anche senza il cosiddetto “ombrello americano”, tanto esaltato da
una stampa europea, non si sa se più disonesta o ignorante, non si vede davvero
chi avrebbe potuto aggredire l’Europa. Per i popoli del Continente sarebbe
stato in realtà molto più naturale e vantaggioso stabilire un nuovo rapporto,
anche di alleanza militare, con un paese europeo, come la Russia, che non ci
aveva mai aggredito (al contrario di quanto aveva fatto la Germania di Hitler e
l’Italia di Mussolini), con cui avevamo peraltro fruttuose relazioni economiche
e politiche fino al 2022. L’Alleanza atlantica invece ci ha fatto complici del
progressivo accerchiamento della Russia, sino alla guerra per procura in
Ucraina. Un magistrale colpo strategico da parte degli USA inferto all’Europa,
a partire dalla Germania, a cui ha imposto la fine dell’acquisto di energia a buon
mercato e la possibilità della formazione di una vasta area euroasiatica,
economica e commerciale, che competesse con l’America. Ma non è solo questo. La
Nato ci ha trascinato, in varia misura, in guerre di aggressione contro altri
popoli che non ci avevano portato alcuna minaccia: la Serbia, l’Afghanistan,
l’Iraq, la Libia, la Siria, ciò che ha indotto i nostri governanti, a partire
dai presidenti della Repubblica, a snaturare principi solenni della
Costituzione, sino a coinvolgerci nel sostegno economico e militare a Israele,
perché consumasse il genocidio dei palestinesi a Gaza. E ancora oggi questa
fedeltà scellerata ci spinge a sostenere l’esercito criminale di quel paese,
perché possa continuare i suoi massacri in Cisgiordania, in Libano, in Siria, nello
Yemen, in Iran e dovunque lo ritenga di suo interesse.
Ma con la guerra di aggressione all’Iran — nella quale, con leggendaria
disonestà, i governanti italiani, come tanti altri leader europei, non vedono
la violazione criminale del diritto internazionale — siamo in una fase nuova.
La situazione odierna ci mostra nitidamente a cosa ci espone “l’amicizia con
l’alleato americano”. Non sono solo i dazi commerciali, non è solo
l’imposizione ai paesi Nato della spesa del 5% del Pil in armi, comprate dalle
industrie USA, non è solo l’acquisto del petrolio a caro prezzo dal severo
padrone, non è solo la richiesta di investire i nostri risparmi nel vertiginoso
debito americano. Non è solo questo, soprattutto per l’Italia. Noi stiamo
mettendo le basi militari del nostro paese a servizio di una guerra contro
l’Iran, per un’aggressione sanguinaria in violazione di qualunque diritto. E
questo ci trascina direttamente in guerra. Così, nel Mediterraneo, il Mare
Nostrum, una potenza atlantica, che vive lontano, al riparo tra due oceani, ci
espone alla legittima rappresaglia armata di un paese ripetutamente ingannato e
aggredito. Senza mai, in nessuna circostanza, esprimere la benché minima
protesta contro un’aggressione che procurerà, con la chiusura dello Stretto di Hormuz
e i danni bellici connessi, un danno ingente all’economia mondiale, alla vita
di miliardi di cittadini.
Una conferenza internazionale per la pace
A quale punto dobbiamo dunque arrivare, in quale abisso dobbiamo
precipitare per incominciare a predisporre una rottura di questo vincolo
servile con gli USA, che da tempo non ha altra ragione di continuare se non la
corruzione, gli interessi inconfessabili, la viltà, l’inerzia imbelle, la
miseria politica e intellettuale dei nostri gruppi dirigenti? Tutto questo in
danno crescente e non più sopportabile del popolo italiano?
Rintuzzo subito la ritorsione retorica che ogni volta si attiva, anche da
parte di analisti non corrivi, di fronte a tante luminose evidenze. Essa suona:
«ma non possiamo essere nemici degli americani». Ma è il contrario. Siamo noi
gli autentici, sinceri amici del popolo americano, perché siamo gli avversari
dei loro gruppi dirigenti guerrafondai e criminali. Sciogliere la Nato,
chiudere le basi militari in Italia e dovunque possibile significa sconfiggere
i gruppi dirigenti che non vogliono rinunciare all’impero unipolare, ormai
conservabile solo a prezzo di guerre sempre più rovinose e sempre più
pericolose. Rinunciare al delirio di onnipotenza equivale per lo stato USA a
sottrarre alle spese in armi risorse ingenti, che possono essere destinate al
welfare, al benessere generale della popolazione di un grande e ricco paese,
così apertamente danneggiato, da decenni, insieme a tanti altri popoli del
pianeta, dai suoi governanti dementi.
Dunque, è il ritorno dell’Europa alla sua piena sovranità, anche
territoriale, a cominciare dall’Italia, il passo importante per incominciare a
riportare ordine e pace nello scenario internazionale. Ma non certo per
sostituirci agli USA in vista di una nuova stagione di guerre, come immaginano
con stoltezza e velleità superiore a quella americana, i governanti europei,
che oggi vorrebbero continuare la guerra contro la Russia senza gli USA. È il
lucido, delirante programma elaborato dall’UE nel Libro bianco sulla prontezza
alla difesa europea per il 2030 (si veda l’acuta disamina di Alessandro Somma, Noi,
l’America e l’atlantismo. Sull’inerzia e i guasti di una ideologia costitutiva
della costruzione europea, in «La fionda», 2025, n. 1).
Il fatto che, dopo tanta retorica sulle magnifiche sorti e progressive a
cui ci avrebbe condotto l’Europa Unita, si offra al futuro della nostra
gioventù un avvenire di riarmo e di prontezza alla guerra, è solo la
dichiarazione del fallimento di una intera generazione di ceto politico
continentale. Non siamo più nel ‘900. Nessuna egemonia e dunque nessun potere
durevole si può fondare su un progetto simile — che per molti versi è
pericolosamente ridicolo di fronte alla grandezza e potenza dei nemici
dichiarati, Russia, Cina, Iran, ecc. — perché le guerre i governi le possono
dichiarare e provocare, ma a combatterle sono i popoli, che debbono possedere
la forza e la volontà di farle.
È invece l’inerzia servile nei confronti degli USA che non ci ha fatto
intravedere la strada maestra che poteva evitare la tragedia della guerra in
Ucraina e forse un diverso corso della storia degli ultimi 26 anni. Noi avremmo
dovuto raccogliere l’invocazione solennemente espressa da Vladimir Putin alla
Conferenza di Monaco del 2007, vanamente ripetuta negli anni successivi:
rinunciare all’ordine unipolare americano e stabilire un assetto di “sicurezza
indivisibile”, nel quale tutti i paesi partecipassero con pari diritti di
tutela e certezza giuridica. Esattamente il tema che oggi le forze progressiste
italiane ed europee dovrebbero riprendere, senza rimanere nella scia della
retorica della “difesa all’Ucraina”. Quella difesa è contro gli interessi del
popolo ucraino (come di quello russo), perché la Russia non può smettere di
combattere senza essersi assicurata una sicurezza duratura del proprio
territorio, minacciato dalla Nato attraverso il grande paese confinante un
tempo russo. Una certezza di confini che la deve mettere al riparo non solo
dall’Ucraina, ma di tutta la Nato, che quella guerra ha favorito e ora continua
ad armare e alimentare. Si tratta di una iniziativa che romperebbe l’inerzia
infruttuosa di questa fase, mentre assistiamo impotenti ai danni economici
crescenti e imprevedibili che due stati selvaggi, USA e Israele, stanno
provocando con la guerra contro l’Iran. Ci vorrebbe un po’ di coraggio,
rischiando l’impopolarità, ma creando contatti con le forze progressiste della
Francia e della Germania, perfino del governo spagnolo di Sánchez, e rendendo
popolare l’idea di una conferenza da realizzarsi in Europa, in cui si discutano
con serietà i temi della sicurezza, ma alla presenza dei rappresentanti della
Russia, della Cina, dell’Iran e di tutti coloro che vorrebbero partecipare.
Sappiamo che al primo annuncio di questa proposta la stampa padronale si
scatenerebbe per sabotarla. Ebbene, io credo che questa sarebbe un’occasione
per incominciare ad affrontare con serietà e coraggio il gravissimo problema
dei media italiani. Gli analisti liberi devono cominciare ad accusare
apertamente i giornalisti — non solo il canagliume della stampa di destra, che
si sporca con le sue stesse parole — ma soprattutto dei fogli più influenti,
il Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa,
ecc., non solo come vassalli degli USA. Questa loro è antica routine. Ma anche
come corresponsabili della continuazione delle morti in Ucraina, complici
morali del genocidio a Gaza (giornalisti come Mieli e della Loggia l’hanno
apertamente giustificato come responsabilità di Hamas), sostenitori
dell’aggressione all’Iran e quindi dell’uccisione di migliaia di cittadini
innocenti, del bombardamento di scuole, ospedali e perfino università, che oggi
si vanno sempre più ripetendo a Teheran e altrove. Oggi non possiamo più
tollerare l’impunità morale e politica di un giornalismo che mente con
strategia sistematica ai cittadini, falsifica quotidianamente la realtà dei
fatti, tace le cose che non bisogna fare sapere, modifica le interpretazioni
secondo precise volontà manipolatorie. Questo lo dobbiamo alla verità, alla
volontà di pace del nostro popolo, ma anche a una ragione quasi mai ricordata.
Insieme alla TV e ai grandi media, sui temi della politica estera, il
giornalismo italiano costituisce oggi al tempo stesso espressione e causa della
degenerazione morale e culturale del Paese. L’istituzione di un paese liberale
che dovrebbe fornire informazione, procura di fatto danni anche economici
indiretti al nostro paese, alimentando la politica rovinosa dell’atlantismo. A
mia memoria mai sui temi della guerra e dei rapporti con gli altri paesi erano
state riversate così tante menzogne sull’immaginario degli italiani. Non
possiamo consentire, per quel pochissimo che possiamo — la nostra libera voce —
che le nuove generazioni vivano nell’ipocrisia dei doppi e tripli standard con
cui i media italiani si mettono a servizio degli “amici”, sempre più
apertamente agenti del disordine internazionale. La libera e coraggiosa critica
di tanta disonestà è peraltro oggi uno dei pochi modi per riscattare il buon
nome dell’Italia agli occhi del mondo.
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