mercoledì 7 ottobre 2026

Il Brasile ha votato contro se stesso - Eliane Brum

 

 

È successo quello che era previsto: avremo un parlamento ancora più predatorio di quello attuale. Ed è successo un imprevisto: Flávio Bolsonaro è arrivato in testa al primo turno delle presidenziali con più di due milioni di voti di vantaggio su Luiz Inácio Lula da Silva.

Il significato è questo: buona parte dei brasiliani ha votato per una cricca che ha cercato di fare un colpo di stato; che ha tramato per assassinare il presidente eletto, il vicepresidente e il giudice della corte suprema Alexandre de Moraes; e che è sostenuta da chi voleva piazzare una bomba in un aeroporto e occupare le caserme perché non gli piacevano i risultati elettorali.

Buona parte dei brasiliani ha votato per una cricca il cui leader – oggi agli arresti domiciliari, ma con la speranza che il figlio vinca e lo liberi – afferma pubblicamente che il suo eroe è il colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, il quale durante la dittatura torturava non solo gli oppositori adulti, ma anche i bambini figli di prigionieri politici.

Buona parte dei brasiliani ha votato per una banda che durante la più grave pandemia dai tempi del medioevo ha ritardato deliberatamente la somministrazione dei vaccini e boicottato le misure di prevenzione, facendo in modo che all’apice del covid-19 il Brasile, con meno del 3 per cento della popolazione mondiale, avesse il 30 per cento dei morti.

Buona parte dell’elettorato ha votato per una banda che vuole distruggere la più grande foresta tropicale del pianeta, da cui dipende la nostra capacità di contrastare il riscaldamento globale, che provoca già eventi climatici estremi in Brasile e in tutto il mondo. Buona parte dell’elettorato ha votato contro se stessa.

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Bolsonaro è una minaccia

La maggioranza dei brasiliani ha votato per un uomo legato alle milizie di Rio de Janeiro e accusato di corruzione, dalle rachadinhas (l’appropriazione indebita di una parte degli stipendi dei collaboratori) ai milioni del banchiere truffatore Daniel Vorcaro, ex capo del Banco Master. Hanno votato per un uomo che si è detto disponibile a prendere ordini da Donald Trump e dagli Stati Uniti, e il cui fratello Eduardo si è schierato contro il suo stesso paese chiedendo l’imposizione di dazi sui prodotti brasiliani. Hanno votato per un brasiliano senza carattere.

Il risultato non è del tutto sorprendente solo perché nell’era dei social media sappiamo come la pensano i nostri vicini e i nostri colleghi di lavoro, cose che prima restavano confinate tra quattro pareti. Ma è difficile capire come sia possibile votare contro se stessi. E non è del tutto sorprendente perché nel 2018 il Brasile aveva eletto Jair Bolsonaro nonostante fosse dichiaratamente omofobo, transfobico, misogino, razzista e sostenitore della tortura e dell’assassinio degli oppositori.

Un passato mai esistito

Le possibili spiegazioni sono tante, ma sempre incomplete. Mi concentrerò su una in particolare, quella secondo cui l’estrema destra, non avendo un futuro da offrire, propone il ritorno a un passato che non è mai esistito. Si tratta di una menzogna irrealizzabile, come tutto quello che viene concepito da questi estremisti. Di quale passato parlano?

Sicuramente di un passato in cui un genere (quello maschile) e un colore della pelle (quello bianco) dominavano su tutti gli altri, e questo è un fatto reale, ma anche di un passato in cui le donne, i neri e gli indigeni accettavano l’oppressione, e questo non è mai successo.

Non bisogna mai sottovalutare la forza dei privilegi, dai più grandi che favoriscono la minoranza dei miliardari ai più piccoli, come poteva essere quello di un nero, in posizione subordinata sul lavoro, che dava ordini alla moglie e ora non può più farlo. Più le persone si sentono insicure più si aggrappano ai loro piccoli privilegi votando chi gli promette un po’ di potere in più. Le bugie trovano terreno fertile.

Quelle dell’estrema destra sono evidenti, ma per chi si sente mancare il terreno sotto i piedi – a volte letteralmente, come durante le alluvioni – credere a una bugia può sembrare una scelta migliore rispetto ad affrontare una verità difficile. Soprattutto se questa costringe a modificare il proprio stile di vita, l’unica speranza di evitare il collasso climatico e l’estinzione della nostra specie. Poche persone sembrano disposte a rinunciare a qualcosa per contribuire alla sopravvivenza dell’umanità.

La sinistra, che oggi in Brasile si confonde con il centro, poteva rispondere alle bugie solo con la dura verità. Ora la sfida più urgente è mobilitare la popolazione per un futuro di resistenza che favorisca la vita, convincerla a tornare a immaginare e sognare, perché è così che nascono i cambiamenti, anche i più difficili. Finora la sinistra non è riuscita a farlo, e non solo in Brasile.

Lula, che da tempo ha smesso di capire il paese su cui ha governato per tre mandati, ha venduto promesse che avevano senso nel Brasile di vent’anni fa, totalmente diverso da quello di oggi. I discorsi sulla povertà mobilitavano i genitori e i nonni, ma non fanno presa sui giovani che studiano nelle università (grazie alle politiche pubbliche dei primi mandati di Lula) e neanche sulle famiglie che hanno beneficiato di un’ascesa sociale incentrata sui consumi. Questo è stato uno dei grandi errori del Partito dei lavoratori.

Le nuove generazioni non vogliono essere povere e non vogliono identificarsi con i bisogni collettivi. Vogliono “fare impresa”, un’altra grande illusione venduta con successo dall’estrema destra. Una parte significativa della popolazione brasiliana non vuole l’uguaglianza ma essere più ricca degli altri. È questo che Lula e una parte della sinistra non hanno capito.

Bisogna anche tenere a mente che la vita della maggior parte dei brasiliani non è facile. Flávio Bolsonaro promette un cambiamento, mentre Lula offre continuità.

Ma c’è ancora una possibilità, il secondo turno. Come si fa a convincere una popolazione a sognare e a scegliere la verità in appena ventuno giorni? Bisognerà trovare un modo.

Per il parlamento, invece, non c’è un secondo turno. Il “congresso nemico del popolo” di cui si è tanto parlato è diventato realtà. I brasiliani hanno eletto un congresso che è l’incarnazione della violenza contro la natura, contro le minoranze e contro i diritti.

Come abbiamo già spiegato su Sumaúma, il congresso non ha mai avuto tanto potere dal ritorno della democrazia in Brasile. L’abbiamo visto durante l’attuale presidenza Lula, quando i meccanismi per la protezione dell’ambiente sono stati smantellati (solo uno tra tanti orrori) perché il governo non aveva la maggioranza.

Negli ultimi quattro anni la corte suprema ha bloccato una parte dei provvedimenti incostituzionali del congresso. Ma bersagliata da accuse di corruzione, divisa e demoralizzata, difficilmente potrà fare lo stesso nei prossimi quattro anni.

Se Flávio Bolsonaro vincerà il ballottaggio, potrà nominare tre o quattro giudici della corte. Contando i due già in carica (Kassio Nunes Marques e André Mendonça), sei su undici potrebbero essere stati nominati dalla famiglia Bolsonaro. Come se non bastasse, i giudici che cercheranno di difendere la costituzione potranno essere destituiti da un senato in mano all’estrema destra.

Meno resistenza

Abbiamo perso il congresso, ed era previsto, ma non pensavamo che la sconfitta sarebbe stata così catastrofica. A perdere non è stato solo il campo progressista, ma tutti. Il problema è che tanti non l’hanno ancora capito. Prima o poi lo capiranno e a quel punto, probabilmente, dimenticheranno per chi hanno votato, come fanno sempre. Si limiteranno a dire che “tutti i politici fanno schifo”.

Resta la lotta per la presidenza, che sarà la più difficile mai affrontata. Non stiamo parlando di normali elezioni. Nei prossimi ventuno giorni in gioco ci sarà la possibilità che il Brasile rimanga una democrazia e possa votare di nuovo tra quattro anni. Perché, se torneranno al potere, i Bolsonaro ricominceranno subito a corrodere la democrazia dall’interno, con ancora più forza di prima. E stavolta incontrerebbero meno resistenza.

Flávio Bolsonaro è arrivato in testa in otto dei dieci comuni dell’Amazzonia con il più altro tasso di deforestazione. Se vincerà il ballottaggio, con questo congresso e una corte suprema indebolita, porterà l’Amazzonia, e di conseguenza anche noi, al punto di non ritorno. Sta già succedendo in varie zone del bioma amazzonico. In questo momento, per garantire un futuro ai nostri figli, dovremmo agire con urgenza per ripristinare la foresta.

Invece stiamo votando per un uomo che vuole trasformarla in pascoli per il bestiame e terreni dedicati alla monocoltura della soia per alimentare polli e maiali in Cina.

Stiamo lottando per la foresta e contro l’estinzione, per un futuro vivibile e per la continuità della democrazia. Alcuni di noi stanno lottando anche per poter continuare a vivere in questo paese, senza essere minacciati o uccisi.

Piangete, se ne avete bisogno. Ma subito dopo rialzatevi e continuate a lottare (e ballate, desiderate e amate, perché è quello che l’estrema destra teme di più). 

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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martedì 6 ottobre 2026

L’elemosina dell’Eni - Demostenes Floros

 

I nuovi orizzonti dei movimenti - Raúl Zibechi

 

La recente vittoria elettorale dell’estrema destra, guidata da Abelardo de la Espriella, è stata percepita come una dura sconfitta dai movimenti sociali e dalle organizzazioni di base, quasi tutte sostenitrici di Iván Cepeda, che avrebbe continuato le politiche di Gustavo Petro, il primo presidente progressista nella storia colombiana.

La settimana scorsa ho visitato cinque organizzazioni di base a Bogotá, quasi tutte con sede nei quartieri popolari della periferia, e uno spazio per l’educazione popolare e il pensiero critico, l’Università della Terra e della Memoria Orlando Fals Borda (Unitierra). Durante le discussioni a Unitierra, a cui hanno partecipato membri di una mezza dozzina di gruppi, il primo e più primario problema emerso è stato il timore per la retorica militarista e aggressiva del nuovo presidente.

In particolare, le donne hanno espresso timore nell’uscire di notte. Altre voci hanno manifestato frustrazione nei confronti del partito Pacto Histórico (centrosinistra, ndr), al potere da quattro anni. Un importante leader sociale nero e sacerdote Yoruba ha lamentato il “tradimento” dei funzionari del partito e di coloro che ricoprono posizioni di autorità, sottolineando al contempo gli effetti trasformativi del potere sugli individui. “Il diavolo entra dalle tasche”, ha detto. Un leader Misak di Cauca, che ho incontrato molti anni fa, ha aggiunto: “Senza l’Assemblea Costituente del 1991, noi indigeni avremmo fatto più progressi”. Nonostante il pessimismo e le incertezze, tutti i partecipanti hanno ribadito il loro impegno a proseguire la resistenza.

Il secondo punto discusso è stata la volontà collettiva di approfondire i dibattiti volti a rafforzare la resistenza all’estrema destra, il cui primo passo dovrebbe essere “limitarne il potere”.

Nel vicino comune di Soacha, che ospita quasi un milione di persone provenienti da quartieri a basso reddito, ho osservato un clima di resistenza tra i giovani e le Madri delle Vittime di Esecuzioni Extragiudiziali. Da due decenni, queste donne lottano per ritrovare i loro figli, scomparsi per mano dell’esercito, che li reclutava per spacciarli per guerriglieri caduti, generando così un tornaconto personale per i comandanti. Qui, abbiamo concluso che “le cose si vedono più chiaramente dal basso e dai margini”.

Anche i collettivi culturali e mediatici del distretto di Kennedy (1,2 milioni di abitanti) e del vicino distretto di Bosa hanno menzionato problemi di sicurezza e la crisi dei movimenti sociali. Hanno concluso che, dopo quattro anni di governo progressista, i movimenti si sono indeboliti e hanno espresso preoccupazione per l’autonomia, un tema che raramente ho sentito nelle città colombiane. A Usme, nell’estremo sud-est, una cittadina arroccata sulle montagne a quasi 3.000 metri di altitudine, decine di giovani uomini e donne hanno insistito sulla necessità di “costruire il potere territoriale”, citando la crisi di leadership e la formazione di un “nuovo soggetto popolare”. Forse il loro ottimismo e la loro visione lungimirante derivano dal lavoro svolto con oltre 200 giovani del quartiere in 17 laboratori, perlopiù artistici e culturali.

Il primo punto da sottolineare è che ho riscontrato un’atmosfera più riflessiva e autocritica rispetto ad altre occasioni, indubbiamente a causa della sconfitta elettorale, ma anche per la screditazione delle avanguardie, che in Colombia sono sempre state centrali a causa della lunga guerra civile, che continua a mietere vittime. Tra i molti problemi, le guerre congelano il pensiero critico e paralizzano le pratiche emancipatorie e creative.

Il secondo punto non è una novità e consiste nello straordinario ruolo delle giovani donne, che costituiscono la maggioranza dei partecipanti ai movimenti e la cui cura rappresenta la spina dorsale delle organizzazioni. C’è anche un’alta percentuale di giovani uomini che portano avanti una cultura politica diversa, meno patriarcale e sessista, più aperta a ogni forma di diversità.

Il terzo aspetto è l’importante ruolo della creatività artistica, dalla comunicazione comunitaria alla musica praticata a livello di base, come l’hip hop, la Zumba e gli strumenti andini come il sikuris; pittura, narrazione e chitarra, ma anche calcio e teatro di base. Ho documentato un ampio lavoro con i bambini, dal supporto scolastico alle proiezioni di film nei mercati.

Il quarto aspetto è che, per la prima volta in oltre trent’anni, ho osservato un crescente sostegno all’autonomia regionale e allo zapatismo. Questo è evidente a coloro che partecipano a Unitierra-Bogotá ed è palpabile nei quartieri operai delle periferie urbane. Fino ad ora, avevo potuto osservare entrambe queste tendenze solo nelle comunità indigene del Cauca. Ho anche sentito critiche nei confronti di chi, come me, difende l’autonomia regionale, ma allo stesso tempo, c’era apertura all’ascolto e al dibattito.

Ho avuto la sensazione che in Colombia stiano emergendo nuove possibilità. La fine della guerra rivoluzionaria, nonostante le violenze ancora in corso, contribuisce indubbiamente a un cambiamento di mentalità. Le rivolte del 2019 e del 2021 hanno certamente alimentato questa tendenza, così come il femminismo di base e l’anticolonialismo.

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lunedì 5 ottobre 2026

L’economista Benjamin Davis: “La Fao mi ha allontanato: il mio rapporto sulla fame a Gaza è sgradito a Israele”

 

(intervista di Riccardo Antoniucci)


“Il tema Gaza è sempre stato sensibile, ma la situazione è peggiorata quando sono cominciati i minuti di silenzio per i palestinesi e quando io e il mio team abbiamo realizzato quella ricerca sulla fame e la disponibilità di aiuti umanitari”. A 62 anni e una lunga carriera da economista alla Fao a Roma, Benjamin Davis ha deciso di denunciare di aver subito una censura. La sua storia sembra un esempio della massiccia attività di lobbying che il governo israeliano porta avanti nelle sedi Onu dal 7 ottobre 2023 per sostenere le ragioni del conflitto e negare i crimini contro l’umanità nella Striscia che gli vengono contestati. Il 30 settembre, dopo anni, il contratto semestrale di Davis con l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura non è stato rinnovato per violazione degli standard, perché ha denunciato la violazione dei diritti umani a Gaza e agito “come un attivista”. “Non è successa la stessa cosa con l’Ucraina: nessuno si è mai opposto alle raccolte fondi o ai minuti di silenzio per Kiev”.

Lei sapeva da luglio che non le avrebbero rinnovato il contratto…

Mi hanno detto che avevano perso fiducia nella mia capacità di essere ‘neutrale’ come si richiede a un funzionario internazionale. Il termine corretto sarebbe ‘imparziale’, in realtà.

Tutto ciò in una comunicazione formale?

Sì, precisata negli incontri con le risorse umane. Mi hanno contestato due cose. Di aver preso parte ai minuti di silenzio per la fame a Gaza, che si tengono ogni giovedì alle cinque da aprile 2025: non li organizzo io, ma un gruppo informale con tutte le autorizzazioni interne. Secondo, il problema è stata la ricerca sulla fame a Gaza che ho pubblicato con il mio team. Era un’analisi quantitativa dell’afflusso di cibo nel 2025, che in sostanza concludeva che bloccare gli aiuti umanitari poteva costituire una violazione del diritto internazionale. Era stato approvato dai superiori, poi però è stato contestato dalla delegazione israeliana e ce lo hanno fatto rimuovere dal sito Fao. Ci dissero che non potevano interpretare il diritto internazionale per singoli Paesi. Nei paper successivi abbiamo dovuto parlare solo di “fame nel contesto di guerra”, senza menzioni specifiche.

Era la prima volta che si occupava di Gaza?

Sì, prima mi ero occupato di America Latina e Africa. Poi una collega miha girato i dati dell’Onu e del Cogat israeliano sulle spedizioni di cibo nella Striscia. Ho pensato sarebbe stato un lavoro tecnico interessante tradurre i camion in termini di calorie…

Aveva mai percepito tensioni intorno alla questione di Gaza, alla Fao?

Dopo il 7 ottobre 2023 c’era una certa ipersensibilità su cosa dire e non dire. Gli eventi sul tema venivano approvati con difficoltò. Nel 2025 la tensione è aumentata, soprattutto dopo la presentazione del briefing sugli aiuti umanitari a Gaza. La missione israeliana ha presentato una protesta formale, ci ha accusato di fare propaganda per Hamas.

Come giudica il lavoro della Fao sulla disponibilità di cibo a Gaza?

Ha fatto analisi geospaziali, fornito dati per le classificazioni Ipc. È un’agenzia tecnica. Per esempio, non ha detto nulla sull’invasione russa dell’Ucraina per molto tempo, per dire, salvo poi intervenire dopo una forte pressione da parte dei Paesi europei. Ma i palestinesi sono stati trattati diversamente rispetto agli ucraini. Nessuno ha mai storto il naso o provato a bloccare i momenti di silenzio per Kiev, le raccolte fondi per le ong civili.

Che farà adesso?

Ho presentato un ricorso interno per una questione di principio. Ma la cosa peggiore di questa storia è la volontà politica di silenziare un lavoro su Gaza, analogamente a come è stato fatto nelle università degli Usa. Mi preoccupo anche per il mio team: è stato proposto di smembrarlo.

da qui

domenica 4 ottobre 2026

Lavinia Marchetti e i giovani in rivolta

 

Il “senso comune” che vorrebbe giudicare le rivolte giovanili

Il cappio del doppio vincolo messo al collo dei giovani

Il doppio vincolo funziona bene perché qualunque cosa una persona scelga di fare sbaglierà. Il sistema del giudizio è truccato e non esiste alcuna scelta giusta, la colpa arriverà in un modo o nell’altro. Applichiamolo alla stampa e al senso comune (gramsciano) che ci circonda per quanto riguarda le rivolte studentesche (e non solo, le lotte in generale, ma la cosa peggiora con i giovani). Mi sono (poco) divertita a fare un elenco delle cose che ho letto in questi due giorni. Se resti a casa sei apatico. Se scendi in strada sei un vandalo. Se chiedi un salario dignitoso pretendi troppo. Se accetti paghe miserabili ti manca l’ambizione. Il giovane ideale, a sentire il senso comune dovrebbe lavorare dodici ore al giorno per il minimo del salario, pagarsi un affitto impossibile, essere colto, informato, politicamente consapevole, possibilmente docile con l’autorità anche se l’autorità lo sfrutta e non lo rispetta e soprattutto protestare senza disturbare nessuno. Una creatura mitologica.

I giovani di oggi nel “senso comune”

·         I giovani stanno sempre sul cellulare.

·         I giovani non hanno voglia di fare nulla.

·         Alla loro età io…

·         Ai miei tempi protestavamo, ora stanno a casa dai genitori. (Prova a prendere un affitto!).

·         I giovani di oggi non hanno ideali.

·         Vogliono tutto e subito.

·         Non sanno cosa significhi fare sacrifici.

·         Cambiano lavoro appena qualcosa va storto.

·         Nessuno vuole più fare i lavori faticosi.

·         Studiano troppo e lavorano troppo poco.

·         Hanno troppe lauree inutili.

·         Pretendono stipendi alti appena entrano nel mondo del lavoro.

·         Se fanno due lavori, evidentemente devono ancora «farsi le ossa».

·         Se emigrano sono quelli della fuga dei cervelli, ma se rimangono, evidentemente manca loro il coraggio di andarsene.

·         Vivono con i genitori a trent’anni, dunque sono eterni adolescenti. Il prezzo di un monolocale è accessorio.

·         Spendono per un aperitivo e poi si lamentano di non riuscire a comprare casa. (Si sa che ormai gli appartamenti si comprano rinunciando agli spritz).

·         Non mettono su famiglia perché sono egoisti.

·         Non fanno figli perché pensano soltanto a divertirsi.

·         Hanno ansia, depressione ai nostri tempi queste cose non esistevano, (naturalmente si soffriva in silenzio!)

·         Parlano troppo di salute mentale.

·         Sono troppo sensibili.

·         Si offendono per tutto.

·         Non leggono.

·         Se leggono e studiano, sono intellettualoidi scollegati dalla realtà. Zecche.

·         Non partecipano alla politica.

·         Se partecipano, sono manipolati.

·         Non sanno nulla del mondo.

·         Se prendono posizione sul mondo, qualcuno domanda subito chi li abbia indottrinati.

·         Vogliono lavorare meno. (leggasi: vorrebbero avere una vita oltre il lavoro)

·         Accettano contratti indegni, ma poi vengono rimproverati perché «si fanno sfruttare».

Poi, quando arriva il momento meraviglioso in cui gli stessi adulti che hanno passato anni a lamentarsi dell’apatia giovanile scoprono che i giovani hanno deciso di protestare, per il futuro, per la scuola, l’università i propri diritti.

Giovani che protestano secondo il “senso comune”

·         Terroristi, vandali.

·         Figli di papà.

·         Sono tutti pro-pal musulmani.

·         Che gli facciano ripagare tutto.

·         Non sanno nemmeno perché sono in piazza.

·         Qualcuno li manovra.

·         Sono stati indottrinati dai professori.

·         Pensassero a studiare.

·         Pensassero a lavorare.

·         Se hanno tempo per manifestare significa che non hanno problemi veri.

·         Se occupano una scuola danneggiano gli altri studenti.

·         Se bloccano una strada danneggiano i lavoratori.

·         Se fanno un corteo autorizzato che procede ordinatamente, «tanto così non cambia niente».

·         Se il corteo esce dal percorso previsto, diventano immediatamente delinquenti.

·         Se urlano sono violenti.

·         Se stanno in silenzio la protesta è ridicola.

·         Se lanciano vernice hanno superato il limite.

·         Se si siedono per terra impediscono alla gente di vivere.

·         Se bloccano il traffico che protestassero nel deserto, io devo andare a lavorare.

·         Se interrompono un evento pubblico impediscono la libertà di parola.

·         Se manifestano davanti a un’università stanno politicizzando l’università.

·         Se manifestano fuori dall’università, qualcuno domanda che cosa c’entrino gli studenti.

·         Se hanno diciotto anni sono troppo giovani per capire.

·         Se ne hanno venticinque dovrebbero pensare a costruirsi una carriera.

·         Se vengono caricati dalla polizia, «qualcosa avranno fatto».

·         Se filmano le cariche, cercano soltanto materiale per i social.

·         Se denunciano un abuso, stanno facendo propaganda.

·         Se vengono arrestati, l’arresto diventa retroattivamente la prova della loro colpevolezza.

·         Se una persona rompe una vetrina, l’intero corteo viene trasformato in quella vetrina.

·         Se cento persone vengono ferite e un cassonetto prende fuoco, il protagonista del telegiornale sarà quasi certamente il cassonetto.

·         Se chiedono conto delle scelte del governo vengono accusati di odiare il proprio paese.

·         Se protestano contro una guerra vengono accusati di sostenere il nemico.

·         Se prendono posizione per Gaza diventano, a seconda delle necessità del commentatore, estremisti, antisemiti, islamisti o utili idioti.

·         Se rifiutano queste etichette, si dirà che «non capiscono la complessità».

·         Se studiano quella complessità e rispondono punto per punto, diventano arroganti.

Per concludere: abbiamo passato anni a chiedere ai giovani dove fossero, che cosa pensassero, e perché non scendessero in strada. Adesso una parte di loro è in strada e improvvisamente li preferivamo sul divano.

Eccolo il doppio vincolo: il giovane accettabile deve avere ideali purché restino privati, deve essere politico ma non deve fare nulla, né urlare, né reagire alle cariche, né bloccare il traffico, deve fare una scampagnata, deve indignarsi purché lo faccia con educazione, a un orario concordato e lasciando perfettamente pulito il marciapiede e che si lavi pure il sangue, altrimenti è un vittimista.

da qui

 

PERCHÉ IN ITALIA NON PROTESTIAMO COME IN FRANCIA? È OVVIO, TENIAMO TROPPO ALLE VETRINE E AI CASSONETTI!

Leggo spesso parole di ammirazione per i «rivoltosi» francesi. È successo con i Gilet gialli, con gli agricoltori, con i vigili del fuoco e succede di nuovo in questi giorni con gli studenti. La protesta che attraversa la Francia ha coinvolto centinaia di licei, mentre insegnanti e lavoratori del settore pubblico scioperano contro i tagli e il deterioramento dei servizi. Ci sono stati oltre mille arresti in due giorni e di 119 feriti tra studenti e personale scolastico. In alcune città sono bruciati cassonetti e scuole, ci sono stati scontri con la polizia. Eppure in Francia il problema politico rimane sulle prime pagine e nei TG: carenza di insegnanti, classi sovraffollate, edifici degradati, servizi pubblici che perdono pezzi. Esattamente come da noi.

Liquidare tutto con la famosa «tradizione rivoluzionaria francese» spiega poco. Charles Tilly (che consiglio sempre di leggere) dedicò buona parte della propria ricerca proprio alla storia del conflitto sociale in Francia e parlava di repertori dell’azione collettiva. Che significa? Che una società impara nel tempo quali forme di conflitto considera praticabili, comprensibili, e persino normali quando un gruppo vuole costringere il potere ad ascoltarlo. Sciopero, occupazione, blocco, manifestazione, scontri hanno una storia e vengono appresi e trasmessi. La Francia possiede da quasi due secoli una consuetudine particolarmente forte con queste forme di conflitto. La Francia possiede una lunga abitudine a considerare il conflitto sociale un fatto politico e non un mero problema di ordine pubblico.

In Italia abbiamo 5,7 milioni di persone in povertà assoluta secondo gli ultimi dati disponibili, quasi un residente su dieci. Nel 2025 oltre 13 milioni di persone risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale. Eppure basta che una manifestazione esca dal percorso previsto, che voli una transenna, venga rotta una vetrina, o incendiato un cassonetto (spesso e volentieri da infiltrati che ormai conoscono il giochetto) e una parte enorme della discussione pubblica scivola immediatamente sulla proprietà danneggiata. Il cassonetto vale molto di più di gente che non arriva a fine mese o a cui danno una visita dopo un anno. Le ragioni che hanno portato migliaia di persone in strada si perdono. Succede sempre in questo paese. Mentre comincia l’interminabile processo pubblico al manifestante abbastanza arrabbiato da avere manifestato "male", e allora via con "facinorosi", "terroristi", "vandali", "sempre dalla parte delle forze dell'ordine", bla, bla bla.

Ricordate Francesco Cossiga? Era maestro di questa dinamica. Nel 2008, e c'ero dentro gli scontri, parlando delle proteste studentesche contro la riforma Gelmini, suggerì a Maroni di lasciare inizialmente spazio ai disordini, infiltrare provocatori e attendere che le devastazioni producessero consenso nell’opinione pubblica, solo dopo, sosteneva, sarebbe arrivato il momento della repressione poliziesca.

Quando vi chiedete: perché? Pensate a quanti Cossiga conoscete, a quanti Cossiga date il vostro plauso. Il cassonetto, la vetrina in Italia hanno una forza attrattiva invincibile e per qualche ora riescono a farci dimenticare perché tanta gente fosse scesa in strada prima. Quindi va bene così. Difendiamo i cassonetti e sprofondiamo. Tanto la povertà tocca solo agli altri, no?

da qui