Visualizzazione post con etichetta Dino Frisullo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dino Frisullo. Mostra tutti i post

martedì 6 giugno 2023

Quella volta che Dino … - Gianluca Cicinelli

 Oggi ne avrebbe compiuti 71, oggi saranno venti anni che manca. Quando penso a Dino mi ricordo perchè sono stato comunista e che fu giusto esserlo. Penso a tutte le persone nel mondo che hanno un suo ricordo. Nel mondo, letteralmente nel mondo. E le immagino tutte con un sorriso mentre evocano un momento trascorso con lui, una sigaretta fumata insieme tra un’assemblea e un’altra, tantissime sigarette, mannaggia a te, tra un corteo e un altro, tra un boccone mangiato insieme e un altro. E sono migliaia, mica decine. Italiani, palestinesi, pakistani, bengalesi, marocchini, tunisini, curdi ancora di più, tanti altri, tantissimi, con una caratteristica in comune: non avevano niente, nè cibo nè terra nè casa. Niente. Mai come con Dino l’idea di stare accanto agli ultimi è diventata pratica politica. Però non mi va proprio di contribuire al santino di Dino, lo lascio ad altri che ne ricorderanno l’importanza politica.

Io volevo bene a Dino perchè era Dino e basta. Per me Dino era la materializzazione del comunismo, era “il” comunista. Una persona che ha sempre messo se stessa all’ultimo posto per stare con gli ultimi che avevano bisogno di lui nella lotta come nella vita. Ma non voglio santificarlo, credo che ne riderebbe.

Quando è morto avevo proposto a un gruppo di compagni di fare un libro da intitolare “Quella volta che Dino …”, ma per carità, i comunisti sono diventati più bacchettoni dei preti, raccontare un essere umano per la sua incredibile e disarmante fallibilità, che lo rendeva unico e irripetibile insieme alla sua irripetibile e disarmante capacità politica sembrava peccato mortale. E’ uscito pochi giorni fa un libro curato da Senza Confine che parla del Dino Frisullo pubblico. Io ho amato in lui l’uomo, la persona, e di quell’uomo dolce, ironico, determinato, rivoluzionario e surreale voglio parlare.

Chiunque abbia conosciuto Dino ha un aneddoto su di lui. Col tempo magari un po’ “arricchito”, ma nemmeno tanto, perchè a mettere l’incanto in quei momenti era Dino stesso, con Dino poteva succedere di tutto. E siccome quel libro non si è mai fatto, volevo condividere qualche storia qua, in ordine sparso, frutto di vissuti diretti, di chiacchiere con Dino e di racconti di altri compagni.

Con Aurelia, una mia carissima amica e compagna che purtroppo anche lei non c’è più, ci occupavamo di psichiatria e andammo a proporre alla federazione romana di DP di fare una mostra con dati e immagini da portare nei quartieri. La dirigente che se ne occupava ci organizzò un incontro con questo compagno che ne aveva già fatta una, che si trattava soltanto di aggiornare. Per telefono il compagno ci diede un appuntamento. A cui non venne. Ce ne diede una decina di appuntamenti. Non venne mai e noi c’incazzavamo ogni volta di più, immaginando cose terribili di questo grandissimo stronzo che ci trattava con supponenza. Infine ce ne diede un altro di appuntamento, ma non in federazione, ci diede un appuntamento in una casa vicino a piazza Malatesta a Roma. Ci andammo pensando che se non veniva l’avremmo mandato affanculo definitivamente. Arrivammo in una casa e ci trovammo davanti a un appartamento svuotato, con decine di pacchi chiusi. Nemmeno il tempo di dirgli “Ciao, noi siamo quei due …” che ci mise in mano uno scatolone per uno e iniziammo a fare il trasloco di casa di Dino Frisullo. Così, col fiatone, sudando e salendo queste scale senza ascensore a un piano alto, sbuffando e smadonnando, ci spiegò come dovevamo fare la mostra e dove recuperare quella che aveva fatto lui. Fu amore a prima vista, pochi secondi dopo che ci aveva messo gli scatoloni in mano ridevamo insieme con questo pazzo furioso che della forma non sapeva che farsene.

Parecchio tempo prima che nascesse Democrazia Proletaria Dino venne a Roma, mandato da Avanguardia Operaia per aprire una sede, che credo sarà poi quella usata a via Buonarroti da DP, e piantare le radici del partito. Non sappiamo esattamente quanto gli dava AO come “stipendio”, grande eufemismo, da funzionario. Di certo quei soldi non bastavano nemmeno a coprire le spese dell’affitto della sede. E poi c’erano i volantini, il ciclostile, le iniziative, tante spese per tenere in piedi la presenza del partito a Roma, tutte sulle sue spalle. Ma c’era grande fermento di militanza a quel tempo e si contava sulle sottoscrizioni dei compagni che avrebbero aderito ad AO. Le cose però andarono diversamente e le difficoltà furono maggiori del previsto. A un certo punto di Dino non si seppe più niente. Non c’erano i cellulari all’epoca e così, dopo molti giorni di silenzio, almeno due o tre settimane, da Milano AO mandò un compagno a vedere che fine avesse fatto Frisullo. Lo trovò dopo qualche altro giorno in un ospedale. Lo avevano ricoverato per una grave forma di malnutrizione. Aveva speso tutto per l’attività politica e non aveva più soldi per mangiare, non aveva una casa e dormiva direttamente nella sede.

Assemblea di DP, mi sembra fosse una Conferenza d’Organizzazione, una roba del genere. Si discute una mozione di cui onestamente non ricordo il contenuto. Dopo tre ore di dibattito la mozione viene approvata, una cosa tipo 150 voti a favore e 20 contro. A quel punto arriva Dino, che non era presente al dibattito. Incazzatissimo, disperato quasi. Prende la parola, spiega perchè quella mozione era sbagliata. Parla almeno un’ora e mezzo. Molti si arrabbiano fanno presente che c’era già stato un voto. Dino insiste, qualcuno inizia a intervenire in suo favore. Si vota di nuovo. La mozione viene respinta.

Congresso di DP, credo Roma 84, forse Milano 82. Il partito è molto diviso tra la maggioranza de “l’alternativa di sinistra”, i capanniani e altre tristezze del genere, e movimentisti per la “sinistra alternativa”, guidati dal nostro “mentore” Giovanni Russo Spena. Si discute un emendamento allo statuto che avrebbe permesso anche ai non iscritti al partito ma comunque militanti di contare con il voto nelle assemblee, per noi era molto importante per caratterizzare DP. L’emendamento è formulato talmente bene che quando la presidenza chiama, come di consueto, un intervento contro e uno a favore, per l’intervento contro non si presenta nessuno. Ci accingiamo a votare convinti di vincere quando a sorpresa Dino si presenta sul palco per l’intervento a favore, mentre qualcuno lo scongiura di venire giù dal palco, di non farlo. Niente. Frisullo fa un intervento di mezz’ora, molto ma molto polemico verso la maggioranza, che in precedenza aveva valutato che poteva farlo passare per darci un “contentino”. Si vota e, naturalmente, perdiamo.

Scioperi di Danzica 1980. Mentre in Italia gli operai combattono l’ultima grande battaglia ai cancelli della Fiat, in Polonia gli scioperi operai assumono un valore importantissimo che avrà conseguenze epocali nel futuro del blocco sovietico. DP, che non aveva mai avuto nessuna simpatia per l’Urss, tranne un’ala estremamente minoritaria, capisce subito quanto sta avvenendo e investe molto della sua iniziativa politica a fianco dell’ala marxista di Solidarnosc guidata da Kuros. Dino Frisullo è uno dei maggiori sostenitori del sindacato polacco. Non ricordo se andò proprio in Polonia a seguire gli avvenimenti, sta di fatto che insieme ad altro materiale di propaganda, avevamo fatto un libro “Capire Danzica”, con cui organizzavamo banchetti per le strade, convince il partito a investire parecchi soldini nell’acquisto di migliaia di musicassette con quelli che ci presenta come “canti di lotta” degli operai. Qualche tempo dopo capita alla direzione di DP un compagno polacco che parla bene l’italiano. Vede le musicassette, ne ascolta una e inorridito ci spiega che erano canti di chiesa dei cattolici. Per almeno dieci anni ho continuato a vedere quelle montagne di scatoloni pieni abbandonate in un angolo, chissà che fine hanno fatto. Una leggenda narra che qualcuno in Direzione propose l’allontanamento in Siberia di Frisullo.

Comiso, agosto 83. Andiamo a fare i blocchi contro i Pershing e i Cruise di Reagan e della Nato. La zona è più che militarizzata. Chiunque sbarchi in Sicilia viene fermato, identificato, perquisito. Siamo determinati ma preoccupati. Al campo che ospita tutti, dall’autonomia al pdup, Dino non c’è. Si fanno dei corsi su come resistere alle cariche degli sbirri. Sappiamo che useranno gli idranti con la pressione molto alta. Si studia un tipo di formazione che può limitare i danni, una base con quattro persone sotto poi tre sopra e sopra ancora altri due a chiudere, tutti tenendosi per l’incavo delle dita, quelli della parte più esposta sopra con quelli a terra, impermeabilizzando quelli del “secondo piano”. Una sorta di “igloo” umano con una solida base ancorata al suolo. Il problema è capire il momento in cui, mentre siamo ancora in piedi, apriranno il getto d’acqua, quanto tempo c’è per correre il più lontano possibile e gettarsi a terra. Il momento arriva e da qui in poi riferisco racconti di altri. I compagni iniziano a correre, divisi nei gruppi da nove che formano ognuno una montagnola umana. Da dietro le camionette di polizia e carabinieri si sentono le urla di Dino Frisullo, che nessuno sa quando e come abbia fatto a raggiungere la Sicilia e poi Comiso e poi l’aeroporto Magliocco dove siamo ora, dove è ormai quasi impossibile passare e dove soltanto tra il campo e l’aeroporto ci sono quattro chilometri a piedi. Sta di fatto che Dino scavalca l’orda degli sbirri, urlando di aspettarlo all’ultimo gruppo che sta per gettarsi in terra e quando la montagnola è pronta Dino fa appena in tempo a saltarci sopra che arriva il getto fortissimo dell’acqua, ma la montagnola si sfalda, nel tentativo di agganciare Dino, e vengono trascinati via dall’acqua per diversi metri. Qualcuno sostiene che nonostante tutto stavano ridendo come matti.

La stessa notte non riesco a dormire, ho fame, sono due giorni che mangio quasi niente, esco dalla tenda e trovo Dino che guarda le stelle, sereno, come fosse a un campeggio da vacanza. Fumiamo una cifra, Dino era quello classico che con un cerino ci accende solo la prima sigaretta del mattino e le altre le accende con quella che sta finendo, mannaggia a te Dino. Quando gli dico che ho fame, si fruga le tasche, manco fosse Eta Beta, e tira fuori due belle cipolle. Neanche lui aveva mangiato. Nel dubbio che fossero un po’ passate decidiamo di fare una brace. Solo che non troviamo altro che una vecchia rete da letto arrugginita, molto arrugginita, per metterle sopra. Accendiamo il fuoco, le cuociamo, le mangiamo. Lui vomita subito a me viene la febbre durante la notte, molto alta. La mattina dopo dovevamo muoverci comunque e andiamo esausti a un ristorante a Comiso paese, eravamo una ventina, tutti senza una lira. Ci penso io, non preoccupatevi, ci rassicura Dino. Mangiamo come lupi. Quando finiamo Dino ci dice di andare, intanto che lui sistemava con l’oste. Non l’abbiamo più visto al campo e neanche l’oste l’ha più visto. Nessuno ha mai saputo come fosse arrivato, nessuno sa come se ne sia andato.

Era l’estate del ’93 ed era un po’ che non ci vedevamo, Avevo da poco riaperto, in concorso con altri disgraziati come me, Radio Città Futura di Roma. Venne in redazione e mi portò al fast food indiano dall’altra parte di piazza Vittorio. Mi propose di fare dalla settimana dopo un notiziario in quattro lingue per i migranti. E dove cazzo li trovo quattro traduttori?, provai a obiettare. Non c’è problema, lo faccio io, rispose serafico addentando un pollo al curry piccantissimo. Lui sapeva che mi stava rifilando la fregatura. Io sapevo che mi stava rifilando la fregatura. Tutti e due sapevamo che era una bellissima e grandiosa cosa da fare e che andava fatta. Venne per una settimana tutti i giorni e alle 14 di un lunedì cominciò Imminews, il primo giornale radio in quattro lingue per migranti. La seconda settimana scomparve di botto, non lo vidi più per altri due anni. Ma il notiziario era partito. E siccome dove c’era Dino c’era anche un po’ di quella particolare magia che accompagna materialisti e atei, in quegli stessi giorni si radunò in radio una serie di persone che dalla redazione alla traduzione riprese Imminews, che andò in onda per diversi anni tutti i giorni.

Potrei raccontare di quella volta che “prese in prestito” una bicicletta in via Veneto a un turista statunitense perchè stava facendo tardi alla Direzione di DP e poco dopo che era arrivato si presentò la polizia e i compagni fecero appena in tempo a nascondere la bicicletta sotto al tavolo e negare tutto.

Potrei raccontare che ho conosciuto poche persone che leggevano tanto come lui, ma tanto non rende l’idea, era una persona di enorme cultura. Se conosceva una persona del Burkina Faso stai sicuro che avrebbe parlato con lui, come fossero concittadini, della storia, della gastronomia e degli scrittori del Burkina Faso. Ed erano davvero concittadini, perchè Dino non ha nazionalità, è figlio della terra.

Potrei raccontare di quella volta che fu arrestato in Turchia mentre protestava a fianco dei curdi e divenne un caso internazionale e i suoi avvocati curdi a un certo punto vennero in Italia, ci raccontarono che giocava molto a pallavolo in prigione e un gruppo di noi che lo conoscevamo iniziò a ridere di cuore, eravamo increduli, perchè Dino era la negazione dell’attività fisica, e quelli si offesero pensando che mancavamo di rispetto a Dino e ai compagni curdi e se ne andarono incazzati.

Potrei raccontare che aveva vinto un sacco di concorsi pubblici. Peccato che quando lavorava al Ministero dell’Interno iniziò a distribuire volantini contro la repressione e l’emergenza, durante la repressione e l’emergenza, nei corridoi del ministero e lo cacciarono con ignominia, uno dei pochi licenziati da un posto pubblico.

Potrei raccontare di quella volta che venivo dalla Grecia e sbarcato dal traghetto andai a trovarlo a Bari, dove aveva vinto un altro concorso, alla biblioteca pubblica dove lavorava. Erano le dieci del mattino e c’era una fila lunghissima perchè la biblioteca era chiusa. Arrivò trafelato verso le undici e finalmente aprì. Aveva fatto le cinque per sistemare tre immigrati clandestini in altrettante case di compagni, svegliati nel pieno della notte e “convinti”, costretti, con la forza di estenuanti chiacchiere, a ospitare persone attivamente ricercate dalla polizia turca e scappate in Italia.

Potrei raccontare che mi manca tanto.

Chiunque lo abbia conosciuto ha di sicuro da raccontare di “Quella volta che Dino …”

Dino Frisullo 5 giugno 1952 Foggia – 5 giugno 2003 Perugia

da qui



lunedì 4 ottobre 2021

Mimmo e le sentenze che non si commentano - Guglielmo Ragozzino

 

 

Se le sentenze non si possono commentare, si può però ripercorrere cosa ha fatto Mimmo Lucano a Riace e con quali fini. Si capisce così molto meglio a chi ha pestato i piedi e perché chi lo ha sempre ostacolato ora pensa di aver vinto. E si sbaglia di grosso.

 

“Le sentenze non si commentano; figurarsi!…..Fiat iustitia et pereat mundus”. Così comincia e così finisce la “Piccola posta”, tutta da leggere, di Adriano Sofri sul Foglio di venerdì. Un rilevante tentativo di riflettere meglio sulla sentenza che ha inflitto tredici anni al già sindaco di Riace, Domenico Lucano. Anzi, Mimmo o’ curdo come hanno imparato a chiamarlo da quando, nel 1998, ha ospitato 66 uomini, 42 donne e 72 bambini di nazione curda fuggiti dalla Turchia con una nave seguendo l’impulso di Dino Frisullo. Era il suo debutto come criminale.

Riace era ed è ancora una realtà divisa in due. Una Riace Marina più ricca e popolata per effetto del turismo da fuori, venuto per il bel mare e per quello che c’era dentro e un’altra Riace, disabitata, nascosta più in alto. Mimmo o’ curdo ha capito che poteva spostare le persone giunte dal mare nella parte alta del paese, dando loro case e servizi e amicizia accogliente, senza obbligarle a riprendere il mare o i viaggi verso altre mete lontane. Anzi, questo era un modo per ridare vita al suo paese – duemila abitanti –  in declino. Tutta qui la semplice scoperta o l’invenzione mirabilante, o il raggiro, la vera e propria truffa – come è stata chiamata nella sentenza – di Mimmo. Spostare più in alto i profughi, riconoscere nelle loro facce quelle di fratelli o di figli, partiti e poi tornati, aiutarli a sopravvivere, a vivere con decoro. Servivano attenzione, oggetti, beni di consumo; in un modo nell’altro i curdi che sbarcavano infreddoliti, bagnati, spaventati, ne poterono usufruire. Dalle parti di Riace ebbero attenzione, affetto, cibo, calore.

Si accorse di questa scelta il prefetto Mario Morcone. Questi a un certo punto della sua carriera, era stato in mezzo alla Guerra nei Balcani, con compiti di responsabilità, italiana e internazionale. Morcone aveva vissuto tra le popolazioni in fuga; aveva visto tutto, sapeva tutto. In Mimmo, lui che era da anni responsabile del Dipartimento italiano delle libertà civili e dell’immigrazione, trovò finalmente un alleato nella società civile, un sindaco attento all’immigrazione.

Fecero la guerra a entrambi; al ministero e nella politica. Morcone era troppo grosso per metterlo sotto processo; non si poteva cacciarlo via; lo dirottarono a Roma come commissario; con Mimmo ci si poteva sfogare. Altrove si parlava di lui come di un possibile premio Nobel per la pace; era indicato nella stampa internazionale come uno dei cento uomini più rappresentativi; e non essendo un gran ricchissimo industriale non essendo un eroe dello sport o dei media, doveva essere indicato come uno dei migliori, uno dei dieci o venti uomini di cui non c’era da vergognarsi. Il mondo era orgoglioso di quel buon sentimento che egli rappresentava a nome di tutti; inoltre suggeriva una misura non troppo complicata, anzi applicabile subito, di un vivere civile, possibile, umano. Tutto questo era troppo per i vari Minniti o Salvini che si susseguivano a capo del ministero degli Interni. Mimmo rappresentava agli occhi del mondo intero, agli occhi dell’Italia benevolente un buono che diventava un modello inaccettabile, pericoloso per gli Interni: una vera e propria rivoluzione nell’assetto del pianeta e dei suoi poteri consolidati.

Si poteva mai ammettere che tutti gli uomini nascessero uguali? Uguali con gli stessi diritti, con la stessa libertà di partire e andare, di cercarsi una vita migliore, di provare e imparare e cambiare? Liberi di riuscire finalmente a pregare, a ballare, a leggere, a vestirsi, a mangiare ad amare secondo la propria scelta, d’accordo con tutte le altre persone? Liberi d’imparare dagli altri e in cambio liberi d’insegnare agli altri ciò che era bello conoscere e ricordare? Lucano, senza perdere tanto tempo con filosofemi, ha creduto di percorrere quella strada. Lo hanno respinto e credono di avere vinto, di aver sbarrato la strada per sempre. Come dice Fiorella Mannoia «andava punito, ha avuto il doppio della pena che era stata chiesta dal Pm. Perché quel modello era pericoloso, era un cattivo esempio per chi vuole che “Tutto cambi, perché nulla cambi”».
Forse, a guardar meglio, la strada di Mimmo adesso è più aperta di prima.

da qui




martedì 29 dicembre 2020

Dino e il respiro del mondo - Annamaria Rivera

Frisullo, insieme con l’egualmente rimpianto Eugenio Melandri, ex-missionario saveriano e a suo tempo europarlamentare per Democrazia Proletaria, ha voluto dedicare uno dei suoi seminari di formazione per il Servizio Civile, al ruolo di Dino rispetto al movimento antirazzista italiano. Ne riporto la mia relazione introduttiva, integrata e ampliata.

Per essere quanto più sintetica possibile, mi soffermerò solo su alcuni tratti della personalità politica di Dino e su alcuni passaggi importanti della storia del movimento antirazzista in Italia, in particolare sulla Rete Antirazzista nazionale. 

Molto si è scritto della figura politica di Dino, del suo impegno militante senza limiti e freni, totale e assoluto, generoso quasi fino all’autodistruzione: una “folle staffetta mozzafiato”, così Dino parlava di sé nella sua poesia-testamento. Poco, invece, si è detto delle qualità personali che ingentilivano quell’impegno, sottraendolo alla durezza e al settarismo: la mitezza e la tolleranza, ma anche il profondo amore “per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia e per ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino”, com’egli scriveva nella medesima poesia; ma anche − potremmo aggiungere − per le albe e i tramonti, e per ogni cucciolo, umano e non umano, in cui egli s’imbattesse.

Conviene aggiungere che a rendere la sua figura politica alquanto peculiare v’era, fra l’altro, l’attitudine di Dino a non dissipare, anzi a coltivare il patrimonio di cultura e conoscenza che buoni studi e una famiglia colta gli avevano lasciato in eredità; e a esercitare  la scrittura in tutte le sue forme, con un’ammirevole capacità di passare, con la medesima padronanza, dal registro del volantino a quello della poesia, dal racconto letterario all’articolo politico.

Uno dei tanti, grandi meriti di Dino fu l’aver colto perfettamente che il senso della “grande storia” può essere colto attraverso le “piccole storie” (solo in apparenza tali) di dominazione, oppressione, discriminazione, umiliazione di una popolazione, di una minoranza, di un gruppo di migranti o rifugiati/e, ma anche nell’infelicità e nei drammi di ciascuno/a dei suoi membri, di ogni migrante, di ogni oppresso/a, di ogni umiliato/a: la vicenda “minore” (si fa per dire) di un profugo o di una profuga, mort* annegat* o soffocat* nella stiva di una nave, può dirci del mondo attuale più di un freddo saggio di geopolitica. Conferire senso e valore politico generale a queste “storie minori”, solo in apparenza tali, equivale, insomma, a cogliere il significato più profondo del presente, dei processi di globalizzazione e di sfruttamento, del neocolonialismo e del razzismo.

Insomma, a caratterizzare Dino era anche, forse soprattutto, la capacità d’immedesimarsi nell’altro/a assumendo lo sguardo della persona palestinese, curda, migrante, profuga, rom…

Così il suo impegno politico assoluto si è sempre intrecciato con la pietas ed è per questo che egli è stato tanto spietato con te stesso, fino alla dissipazione.

Per Dino l’impegno militante era inseparabile dalla sfera esistenziale, la razionalità si sposava con il sentimento e così il linguaggio poetico spesso prendeva il posto del prosaico linguaggio della politica: tante volte, di fronte a eventi drammatici (una strage di profughi, un sopruso poliziesco, un crimine razzista), in luogo del comunicato o del volantino che ci aspettavamo ci accadeva di ricevere da Dino una poesia o un racconto.

 

Io ho avuto la fortuna di conoscere Dino fin dagli anni ’70, quando entrambi vivevamo a Bari, entrambi impegnati nella Nuova Sinistra, sia pure in gruppi diversi: lui in Avanguardia operaia, poi divenuta Democrazia proletaria. E a Bari egli fu anche tra i fondatori dell’associazione Italia-Palestina.

Così io potei constatare da vicino fino a qual punto il suo impegno politico (che era anche solidarietà attiva) fosse tutt’uno con la sua sfera esistenziale e con l’intransigenza etica. Ricordo quando, ancora a Bari, egli fece di tutto per farsi licenziare dalla Biblioteca Nazionale − un posto di lavoro ambitissimo − per il fatto che esso sottraeva troppo tempo al suo impegno politico.

Ma, per soffermarci sul tema centrale, conviene anzitutto ricordare che in Italia un movimento antirazzista in senso proprio si delinea dopo l’assassinio, a Villa Literno, in provincia di Caserta, del bracciante sudafricano Jerry Essan Masslo, ucciso il 20 agosto 1989: in realtà un profugo che, pur fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, per la legislazione dell’epoca non aveva diritto all’asilo. Il suo omicidio suscitò grande emozione e indignazione, sicché il 7 ottobre successivo ebbe luogo a Roma una grande manifestazione nazionale antirazzista, cui parteciparono almeno 200mila persone. Il che portò alla riforma della legislazione sull’asilo, fino allora riservato ai cittadini dei Paesi dell’Est.

Il 1989 fu anche l’anno della nascita dell’Associazione SenzaConfine, grazie all’impegno dello stesso Dino e del già citato Eugenio Melandri. D’allora in poi l’impegno antirazzista di Dino fu senza limiti. E SenzaConfine si rinnovò profondamente allorché, nel 1992, entrò in contatto con l’esperienza dell’ex-Pantanella, la fabbrica che fu occupata e autogestita per un anno da migliaia di persone immigrate, fino a duemilacinquecento, sembra.

E fu lui il primo a denunciare e a documentare rigorosamente la vicenda del naufragio di Portopalo, accaduto la notte di  Natale del 1996 e per molto tempo denegato, in cui persero la vita ben 283 migranti. Fu lo stesso Dino, insieme a molt* di noi, a svelare e additare le gravi responsabilità italiane nell’affondamento della nave Katër i Radës, proveniente dall’Albania, il cui speronamento, il 28 marzo del 1997,  da parte di una corvetta della Marina Militare italiana, provocò 108 vittime.  

Una delle cosiddette carrette del mare arrivata a Brindisi con il nome di Dino, scritto in modo impreciso probabilmente dai profughi kurdi, sulla fiancata. La testimonianza esemplare di una speranza di accoglienza fraterna che da decenni viene tradita.

Inoltre, fu anche grazie a Dino se riuscimmo a creare la Rete Antirazzista nazionale, che, per quanto di breve durata (1995-1998), resterà l’unica esperienza, in Italia, di coordinamento fra un gran numero di associazioni di dimensione regionale, provinciale, cittadina, in svariate parti d’Italia.

Ne eravamo portavoce Dino, io e Udo Enwereuzor (che sarebbe stato poi sostituito da Andrea Morniroli). Inizialmente alla Rete aderirono perfino grandi organizzazioni quali la Cgil e l’Arci, le quali, prevedibilmente, se ne allontanarono allorché il “governo amico” (il Prodi-uno) si apprestava a varare la famigerata legge, detta Turco-Napolitano (la n. 40 del 6 marzo 1998) che, tra l’altro, con i CPTA (nominati, con un assurdo eufemismo, Centri di permanenza temporanea e assistenza),  istituiva, per la prima volta in Italia, la detenzione amministrativa per persone immigrate “non regolari”: quale strumentoordinario, non convalidato dall’autorità giudiziaria, dunque, in aperta violazione della Costituzione.

Sin dalla loro apertura i CPT  avrebbero ucciso i loro “ospiti”. A partire dalla notte di Natale del 1999, ne morirono sette in tre giorni, tutti cittadini tunisini: uno, Mohamed Ben Said nel CPT  di Ponte Galeria, dove non avrebbe dovuto essere internato; gli altri arsi vivi nel corso di un incendio  nel CPT   “Serraino Vulpitta”, a Trapani.

Già due anni prima, nel 1997, la Rete antirazzista, prevedendo che la Turco-Napolitano non sarebbe stata quella meraviglia di cui si favoleggiava, elaborò tre proposte di legge d’iniziativa popolare, il cui contenuto ancor oggi appare assai avanzato. Ne elenco sinteticamente i punti essenziali: il trasferimento ai Comuni delle competenze in materia di soggiorno; il riconoscimento del diritto di voto a tutti/e i/le cittadini/e stranieri/e residenti in Italia da almeno cinque anni; la riforma del regime giuridico relativo alla cittadinanza italiana.

Quest’ultima era così concepita: “È cittadino italiano per nascita chi è nato nel territorio italiano, anche se figlio di genitori ignoti, apolidi o stranieri, senza distinzione tra comunitari ed extracomunitari”; “Può acquisire la cittadinanza italiana l’apolide o lo straniero, comunitario o extracomunitario, che risieda ininterrottamente da 5 anni nel territorio italiano”; “Chi ottiene la cittadinanza italiana può conservare quella d’origine'”.

Inutile dirlo: anche grazie alla defezione degli amici/che del “governo amico” (Arci e Cgil, ma anche Rifondazione comunista fu alquanto tiepida) non riuscimmo a raccogliere le firme necessarie; e dunque a impedire il varo di una legge che avrebbe aperto la strada alle aberrazioni della Bossi-Fini.

Dino, intanto, fra i molti impegni politici, aveva sposato anche la causa della liberazione del popolo curdo. A tal punto che quando, tra il 1996 e il 1997, cominciarono ad arrivare sulle coste del Sud d’Italia barconi pieni di profughi curdi, due di essi riportavano sulle fiancate il suo cognome, sia pure scritto in modo impreciso.

Sicché, da membro e fondatore di Azad e di SenzaConfine, nel 1998 fu arrestato in Turchia allorché si apprestava a festeggiare con i curdi la festa nazionale del Newroz: cosa che era loro fermamente proibita.

Nelle pagine dedicate al proprio coinvolgimento nelle vicende curde, Dino parla di se stesso in terza persona, usando un tono distaccato, uno stile neutro e oggettivo: “Dino Frisullo è rinchiuso nel carcere speciale di Diyarbakir. Dopo quattro giorni d’isolamento, l’italiano ottiene d’essere trasferito nell’unica grande cella dei detenuti ‘comuni’, comunque tutti kurdi. Ma nonostante due settimane di sciopero della fame non gli sarà consentito di entrare nelle celle che da vent’anni seppelliscono vivi i detenuti politici”.

Incredibilmente (o indegnamente, sarebbe più giusto dire), nel 1998, giusto mentre Dino era recluso nel carcere speciale di Diyarbakir, con l’imputazione di “istigazione alla rivolta per motivi linguistici, religiosi o etnici”, alcun* della Rete Antirazzista pensarono bene di convocarne un’assemblea nazionale: stranamente a Lecco, nel profondo Nord leghista. E lì l’assemblea decise a maggioranza lo scioglimento dell’unico coordinamento antirazzista ampio e unitario che vi sia mai stato in Italia. Il quale aveva praticato un antirazzismo colto, radicale e militante, che riuscì a unificare il massimo di ciò che poteva essere unito, che anticipò di molti anni temi che solo oggi qualcuno scopre come fossero novità assoluta: i migranti quali soggetti esemplari del nostro tempo e la cittadinanza transnazionale, solo per fare un paio di esempi.

Nonostante questo, Dino (con non pochi/e di noi della defunta Rete Antirazzista), tornato in Italia, avrebbe ripreso, con la pervicacia e la generosità di sempre, la sua militanza antirazzista. Il 25 aprile 2003 − poco prima della sua morte, che sarebbe sopraggiunta  il 5 giugno del 2003 − da un letto d’ospedale scriveva un documento contro i CPT, soffermandosi in particolare sull’ignobile vicenda del Regina Pacis, diretto da don Cesare Lodeserto, lui e altri indagati dalla magistratura pugliese per malversazioni e lesioni. Tra gli altri orrori Dino ricorda

quando apprendemmo con orrore che nell’agosto 2001 dodici kurdi erano stati riconsegnati dal Regina Pacis, via Malpensa, ai loro torturatori turchi. Nella primavera successiva riuscimmo a fermare il rimpatrio di altri cento kurdi, ma non di sessanta srilankesi respinti nell’inferno della guerra civile. Ma quant’altre vite sono passate dai centri di Lecce, Foggia, Bari e Brindisi per essere aggregate in un charter o su un traghetto e rispedite indietro, in violazione di leggi e convenzioni e spesso nel totale disprezzo del diritto alla vita?

Ricordo che, nel corso del tempo, almeno fino al 2005, Lodeserto è stato condannato, perfino arrestato, per violenza privata e lesioni aggravate, sequestro di persona e abuso dei mezzi di correzione nei confronti di persone immigrate, recluse in CPT pugliesi.  

Oggi, di fronte allo stillicidio quotidiano di esodi che hanno come epilogo la morte in mare di centinaia di profughi/e o il forzato ritorno alle tragedie e alle persecuzioni da cui hanno tentato la fuga, ci  sorprendiamo a pensare: certo, il frenetico attivismo di Dino non riuscirebbe, da solo, ad aver ragione della nostra debolezza politica e della rozza e feroce arroganza degli imprenditori politici del razzismo.

Eppure quanto ci mancano e quanto ci sarebbero preziosi, proprio in questo momento, i suoi dieci comunicati al giorno e i suoi tanti articoli che arrivavano in ogni redazione e in ogni angolo d’Italia, la sua inflessibile e irritante caparbietà cui nessuno riusciva a sfuggire, il suo ostinato lavoro da vecchia talpa che scova, porta alla luce e denuncia ingiustizie e crimini contro i dannati della terra, la sua capacità di opporre dati, cifre, fatti alle pataccate degli specialisti della xenofobia. Insomma, ciò che può dire chi ha frequentato Dino e con lui ha vissuto fertili stagioni di lotta è che la sua assenza brilla, definitiva e spietata, come un terribile sole senza tramonto, per parafrasare una poesia di Jorge Luis Borges.

 

“Se morissi adesso o fra due giorni o un anno, ecco il mio testamento, il testamento di un comunista.

Avido di conoscenza e d’amore, vissuto e morto povero e curioso.

Lascio tutto il mio disprezzo a chi mi ha usato.

Lascio tutto il mio odio a chi mi ha dato un mondo senza gioia, da attraversare a denti e pugni stretti.

Lascio la nostalgia per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia ed ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino

Lascio fiumi di dolcezza alle donne che ho amato.

Lascio fiumi di parole dette e scritte spesso con rabbia, raramente con saggezza, in malafede mai, un mare di parole che già evapora al vento rovente del tempo.

Lascio a chi vorrà raccoglierlo, il testimone del mio entusiasmo, nella folle staffetta mozzafiato -volgendomi indietro dopo vent’anni non so più se ho corso da solo.

Lascio il mio sorriso a chi sa ancora sorridere

E le mie lacrime a chi sa piangere ancora.

Non è poco. In cambio, voglio essere sepolto senza cippi e lapidi fra le radici di un albero grande in piena nuda terra rossa e grassa perchè il mondo con me respiri ancora e si nutra con me di ogni mia fibra.

Con me (non vi sembri retorica) solo una bandiera rossa

E la nave del Ritorno intagliata con le unghie nella pietra di un prigioniero assetato di vita nel deserto del Neghev”.

da qui






lunedì 5 giugno 2017

I più giovani devono conoscere Dino - Alessio Di Florio

  
Passano gli anni e le stagioni e il calendario, inesorabilmente, torna a fermarsi a quel giorno. 5 giugno ed è una stretta al cuore. 5 giugno, il giorno della nascita e della morte di Dino Frisullo. Nei momenti più difficili e drammatici, quando annaspiamo nella folle corsa mozzafiato di questo nostro mondo traboccante di iniquità e ingiustizia, di disumanità e barbarie, nelle curve più pericolose, nelle vette più ripide, il suo volto, il suo esempio, il faro che ha illuminato ci compaiono davanti e ci danno forza. Ma il 5 giugno è sempre una stretta al cuore, è il giorno in cui il dolore si rinnova più che mai.
Come ricordarlo degnamente? Come cercare di essere all’altezza del testimone che ci ha lasciato? È difficile rispondere davanti a una militanza totale e appassionata, dalle mille e più esperienze. In questi ultimi mesi probabilmente la commemor-azione più vera e forte l’abbiamo avuta il 14 settembre a Piacenza: Abdesselem el Danaf che stava lottando per i diritti di tutti, impegnandosi per lavoratori che vivevano una precarietà e uno sfruttamento che non lo coinvolgevano in prima persona, ha raccolto nella maniera più vera e sentita il testimone dell’impegno e della passione di Dino (anche se chissà se ne ha mai sentito parlare o l’ha mai conosciuto…). E fa tornare alla mente un altro che non è più tra noi, ricordato ormai da pochissimi, Mohammad Muzaffar Alì, Sher Khan.
Ma non basta rinnovare il dolore, lasciare che nuove lacrime solchino i nostri volti. Se ci fermassimo a questo, se rimanessimo fermi e immobili aspettando che il calendario scorra da solo, non serviremmo a nulla. Tradiremmo la memoria di Dino, di Abdesselem, di Sher Khan. Davanti al 5 giugno di Dino, che implacabile torna, non abbiamo altra scelta che commemorare, che cercare di impegnarci per rinnovare la storia di coloro che, da sempre, si son schierati con gli ultimi e gli indifesi, con i deboli e i senza-voce, gli impoveriti e gli emarginati di ogni latitudine. Per Dino c’era solo un filo della lettura del mondo. Ed era, anzi è, questo. È quel filo che univa le corse in bicicletta da Bari a Roma, per poter lasciare il rimborso ferroviario agli operai “fino a quando te lo potevi trovare al mattino, sdraiato davanti alla tua porta di casa a dormire” che ti dava il buongiorno dicendo “Sono arrivato tardi. Non ho suonato per non disturbarti e mi sono messo qui” come ha raccontato Eugenio Melandri, l’impegno per un migrante rimasto senza documenti, per i naufraghi del Natale 1996 denunciando le mafie dei trafficanti e al fianco dello straordinario e perseguitato popolo curdo, contro tutte le guerre e per i diritti degli altri fino a dimenticarsi completamente di ogni propria esigenza personale.
È quel filo rosso, rosso sangue, che unisce mai come oggi tutte le latitudini. Dalla Siria al Kurdistan, dall’Iraq all’Afghanistan (sedici anni di guerra mai ininterrotta, chi si accorge che ancora oggi lì si muore, quotidianamente assassinate dalle guerre dei “nostri governanti”?!) dai lavoratori a cui viene tolto ogni diritto alle donne sfruttate, violentate, stuprate (anche a pochi passi da noi, nel silenzio e nel disinteresse più totale, ma non  vien la nausea, un immenso dolore fisico, come è possibile dormire la notte davanti alla denuncia documentata della più turpe schiavitù sessuale nel ragusano?), dai bambini congolesi imprigionati nelle miniere del coltan a chi la crisi economica (anche nella nostra civile e moderna Europa) ha tolto anche un tetto, dai malati a cui non viene garantito il diritto alla dignità e alle cure alle vittime (di ogni età, troppo spesso anche bambini di pochi mesi) nella “Terra dei Fuochi” o nella Taranto prigioniera dell’inquinamento più massiccio del continente. E l’elenco potrebbe continuare per ore e ore. E troppo spesso in primo piano, nelle “discussioni politiche” che di politico non hanno nulla ma puzzano di compromesso, di meschini interessi di bottega, di disinteresse di chi non sa (e non vive) cosa quotidianamente accade, le vittime, i più deboli, coloro che non hanno scuderie e cancellerie dei grandi interessi vengono dimenticati. Trionfano, anche in quella che dovrebbe essere la “sinistra”, la geopolitica, il campismo, lo schierarsi con un potere piuttosto che un altro, la “ragion di stato” e di convenienza. Lo abbiamo visto nella Taranto dell’Ilva e sulla Siria, ma che senso ha continuamente pensare a Trump e Putin, Assad e l’Iran ma, al centro, non porre il popolo siriano, le famiglie costrette a fuggire e i bambini che mai hanno saputo cosa significa giocare su un verde prato in una bella giornata di sole?!
Riccardo Orioles pochi giorni dopo la morte di Dino scrisse che era appartenuto alla storia di coloro “raramente a proprio agio nei palazzi, il loro ambiente naturale era la vita dei poveri, la strada. Il loro modo d’esprimersi, un po’ impacciato e timido nei dibattiti ufficiali, attingeva un’eloquenza inaspettata negli appelli di piazza o anche – come nel caso di Dino – davanti ai giudici militari”. E che, davanti a tutti noi, ci lascia due strade: “La sinistra dei binghi, dei salotti romani e dei compromessi, oppure la sinistra degli organizzatori, delle testimonianze di vita, dei compagni. Non è possibile essere tutt’e due: c’è da fare una scelta”. Si torna a sentire la vicinanza delle elezioni politiche e, puntualmente, stanno tornando tutte le ritualità e le dinamiche che da tanti, troppi anni, vediamo sempre in azione. La “lista della sinistra”, “l’unità delle sinistre”, “l’unità dei comunisti”, le riunioni e i dibattiti di segreterie e grandi “esperti”, non ripeteremo arcobaleni e rivoluzioni civili, ecc. ecc. Ma si riuscirà mai, per dirla con don Lorenzo Milani, a far strada agli impoveriti senza farsi strada, lasciar parlare chi non ha passerelle e cancellerie senza che alla fine trionfino il politicismo e gli interessi particolari? Lasciar parlare chi è rimasto per strada senza che alla fine diano carte i palazzi? Portare al centro della politica gli ultimi, gli emarginati, gli impoveriti, i lavoratori, chi lotta contro le ingiustizie, le mafie, la disumanità e la barbarie delle guerre, facendo quanti più passi indietro perché siano loro a farne almeno una volta, almeno uno, avanti? La discriminante, l’asse intorno a cui tutto sta già ruotando, è la domanda “quanto sono lontano da Renzi e dal Pd?” (con poche varianti è la stessa da illo tempore. Per carità, non che non condivida, anzi, chi sta scrivendo queste righe la distanza incolmabile la vedeva già ai tempi del primo Prodi e del D’Alema premier).
Ma non sarebbe quasi ora di domandarsi, anche se non so quanti hanno fratelli che sono figli unici, se siamo ancora convinti che esistono gli sfruttati, i malpagati, i frustati, i calpestati e gli odiati e la vicinanza/distanza da loro?

martedì 27 settembre 2016

L’oscena ipocrisia di fronte al Sultano - Alessio Di Florio

  
Se non fosse che sono avvenimenti drammatici e disumani, e che siamo di fronte al rischio di un velocissimo precipitare nella peggior china che la storia abbia mai conosciuto, potremmo quasi scambiarla per una moderna versione comica dello smemorato di Collegno. La narrazione, o presunta tale, del “fallito golpe” in Turchia a metà luglio e degli eventi successivi di larga parte della classe politica e dei grandi media sta portando avanti un vero e proprio teatrino. E che può essere definito solo nella maniera più negativa consentita dalla lingua italiana. Un teatrino che sarebbe già grave se fosse animato solo da incapacità di lettura e di conoscenza. Ma che purtroppo è ancor peggiore, perché guidato da ben precisi interessi speculativi, economici e politici. Nella notte del “fallito golpe” abbiamo sentito giornalisti annunciare che Erdogan era finito, che apparteneva al passato, malcelando la soddisfazione per la vittoria degli alfieri della libertà e della laicità. Tempo qualche ora e si è passati alla celebrazione della vittoria della democrazia e di Erdogan. Ora, sono giorni e giorni che ci raccontano delle retate, delle preoccupazioni per i diritti umani violati, delle torture, del timore che Erdogan possa portare la Turchia verso un suo dominio assoluto.
Quest’indignazione prêt-à-porter, questo improvviso stupore per quanto sta accadendo in Turchia, è una delle apoteosi del teatrino. Erano il 1998 e il 1999 quando vennero pubblicati due libri (oggi quasi introvabili), L’Utopia incarcerata, Diyarbakir, Kurdistan: le “loro” prigioni e Se questa è Europa. Viaggio nell’inferno carcerario turco. L’autore è lo stesso, Dino Frisullo, così come identica è la vicenda che vi viene raccontata:  i quaranta giorni nelle carceri turche dopo l’arresto durante le celebrazioni del Newroz (il capodanno kurdo) 1998. La repressione del popolo kurdo e degli oppositori, il divieto persino di parlare la lingua curda (basti pensare a quel che ha subito Leyla Zana negli anni), la brutalità carceraria erano già quotidianità della Turchia in quegli anni. Ma l’Italia, e le cancellerie europee, hanno sempre poco più che ignorato quel che stava accadendo. Continuando a raccontare la favoletta della Turchia grande alleato “moderato” che presto sarebbe anche entrato nell’Unione Europea. Eppure basta scorrere le rassegne stampa per scoprire che chiusure di televisioni e giornali, arresti di oppositori e giornalisti indipendenti, non sono certo iniziati dopo il “fallito golpe” ma sono quotidiani esercizi del potere politico turco.

Mentre Dino alzava la voce della denuncia dal carcere di Diyarbakir, ci fu un “alto esponente” del nostro Paese che chiese al governo turco “tenetevelo quel comunista” con disprezzo. Qualche mese dopo l’Italia permise l’arresto di Ocalan, il più rappresentativo leader curdo. Un anno dopo, tra i commenti sprezzanti e offensivi di parte della classe politica italiana, fu concesso l’asilo politico al leader curdo. Ma chi lo ha letteralmente tradito, permettendone l’arresto, non è mai stato chiamato a risponderne. Oggi Ocalan, dopo che per anni i suoi legali hanno denunciato le condizioni in cui sopravvive nel carcere di Imrali, è detenuto in un isolamento sempre maggiore. Per cinque anni non ha potuto ricevere visite neanche dalla famiglia, per due dai suoi avvocati. I kurdi sono gli unici finora che combattono (e hanno battuto) l’Isis sul campo. Ma la Turchia che li bombarda e reprime è sempre rimasta un “alleato fedele e moderato” (senza dimenticare che esistono inchieste e documentazione del sostegno e appoggio verso l’Isis stesso dal territorio turco …), e il principale partito kurdo nella lista nera del “terrorismo internazionale”.  A gennaio Istanbul è stato teatro di un attentato, immediatamente condannato dal leader dell’HDP Demirtas. Eppure per ore e ore stampa e televisioni italiche ogni “treperdue” hanno nominato e tirato in ballo  i curdi, il PKK, i marxisti-leninisti (mancavano solo gli anarchici… ), senza mai citare le dichiarazioni di Demirtas. L’unico concetto che si è saputo esprimere è che forse (ma senza molta convinzione) l’attentato non è opera di terroristi curdi, del PKK o marxisti-leninisti e che sono tra i nemici della Turchia, alleato Nato a rischio destabilizzazione per colpa del “Califfato” ma anche dei curdi (perché l’Isis e chi li combatte per lor signori pari sono). Tornando al dopo “golpe fallito” è da notare che le “preoccupazioni” e gli “allarmi” per la “deriva autoritaria” di Erdogan non è ancora stata seguita (in nessuno dei parlamenti nazionali, Italia compresa, e in quello europeo) da alcun atto col quale chiedere la fine dell’accordo col quale l’Unione Europea sta regalando alla Turchia oltre 6 miliardi per fare da gendarme dei migranti.
E proprio il comportamento di certi esponenti “politici” italiani nei confronti del terrorismo Isis è un’altra faccia della stessa medaglia. Continuano, per meri interessi politici di piccola bottega, a ripeterci lo stesso mantra dal 2001 ad oggi. Ma la loro “guerra permanente” non ha fatto altro che alimentare il terrorismo, massacrare milioni di persone nel mondo e renderlo più insicuro. Anche se non lo ammetteranno mai, gli unici in questi anni ad aver preso decisa posizione contro i terrorismi e ad aver cercato di impegnarsi nell’opposizione sono stati i pacifisti, i difensori dei diritti umani, coloro che si impegnano contro le guerre e le sue criminali conseguenze. Continuano a chiedere al “mondo musulmano” di prender posizione, ignorando le tantissime che in questi anni ci son state eccome (una delle prime voci contro il massacro di Rouen è stata del locale imam che ha ricordato gli ottimi rapporti, e le collaborazioni, con il sacerdote assassinato). Posizioni così numerose che in queste settimane la Giorgio Pozzi Editore ha pubblicato un libro che raccoglie solo fatwe “delle autorità religiose musulmane contro il califfato di Al-Baghdadi”. Offendono e denigrano tutti coloro che non si arruolano nella loro pseudo-guerra santa, soprattutto cattolici, che accusano di tacere sui massacri di cristiani nel mondo. Eppure continuano ad affermare, dopo l’assassinio brutale di padre Jacques Hamel, che per la prima volta il “terrorismo islamico” ha colpito una Chiesa e un sacerdote. Ignorando quel che accusano altri di ignorare. Nel dicembre scorso fu arrestato un militante francese di estrema destra (pare ex iscritto al Front National) con l’accusa di aver fornito alcune delle armi della strage a Charlie Hebdo. Perché non è mai stato chiesto a Marine Le Pen e alla destra francese di dissociarsi? I grandi sponsor e finanziatori di Daesh sono da cercarsi anche tra lepetromonarchie alle quali Stati Uniti e stati europei (Italia compresa) vendono armi a tutto spiano.  Quando un’interrogazione parlamentare mesi fa sollevò il caso alla ministra Roberta Pinotti, la risposta fu che è tutto legale e regolare. E finì là. Nessuna indignazione, nessuna richiesta di dissociarsi, nulla di nulla. Diritti umani, violazioni della libertà, repressione, sostegno al terrorismo, a nulla fu dato peso. È tutto “legale e regolare”. Come con la Turchia in questi anni.

sabato 29 agosto 2015

Cronaca Nera - Dino Frisullo

(dedicata ad Ali, che non aveva mai visto un gabbiano e neppure il mare)


Ali veniva, poniamo, da Zako.
Portava in tasca un pane di sesamo
comprato in fretta con gli ultimi spiccioli
nel porto a Patrasso
pane caldo profumo di casa
speranza di vita
prima di calarsi nel buio del ventre del camion.
Ali aveva già visto l'Italia, poniamo.
Aveva l'odore dolciastro del porto di Bari
l'Italia
gli piacque il castello svevo dalle mura merlate
le luci gialle della città vecchia
gli scaldarono il cuore
ma il primo italiano che vide
vestiva una divisa
e fu anche l'ultimo.
Respingeteli, disse.
Ali non capì le parole ma lesse lo sguardo
le ginocchia gli tremarono
poi si voltò contro il muro
perchè un uomo non piange.
Ali veniva da Zako, poniamo,
e sapeva già usare il kalashnikov
ma di raffiche ne aveva abbastanza
e di agenti turchi irakeni americani arabi
e di kurdi che ammazzano kurdi
e di paura masticata amara con la fame
e dell'eco delle bombe
Qendàqur come Halàbje
bombardieri turchi come gli aerei irakeni
gli stessi occhi sbarrati contro il cielo che uccide.
Ali, poniamo, aveva una ragazza
rimasta sola
la famiglia fuggita in Germania,
con lei aveva sognato l'Europa
con lei aveva cercato gli agenti turchi e turkmeni e kurdi, maledizione, anche kurdi
per contrattare il passaggio della prima frontiera,
batteva forte il loro cuore al valico di Halìl
divise verdeoliva
mazzi di banconote stinte
di tasca in tasca nel buio
e poi liberi
corrono veloci i minibus da Cizre verso Mardin
ogni mezz'ora un posto di blocco
divise verdeoliva banconote via libera
colonna di autobus veloce
viaggiando solo di notte
tre notti trenta posti di blocco
zona di guerra
da Màrdin ad Adàna
poi veloci fino a Istanbul
e quella notte ad Aksaray
nel più lurido degli alberghi
fra scarafaggi e zanzare e russare di ubriachi
per la prima volta avevano fatto l'amore
e per l'ultima volta.
Sul comodino un vaso di fiori stecchiti
lei ne sfilò uno
glielo regalò con un sorriso
come fosse una rosa di maggio.
Fu all'alba che vennero a prenderli
taxi scassati
gabbiani a stormi contro il cielo grigio del Bosforo
(Ali non aveva mai visto un gabbiano
e neppure il mare)
poi tutti a piedi verso un'altra frontiera
in fila indiana nel fango in silenzio
fino alle ginocchia nell'acqua del Méric
ha la pistola il mafioso
"più in fretta" sussurra,
di là c'è la Grecia l'Europa
è calda la mano di Leyla
si chiamava Leyla, poniamo
era calda la mano di Leyla
prima che scoppiasse sott'acqua la mina
prima che i greci cominciassero a sparare
prima dell'inferno...
Un uomo non piange
ma il cuore di Ali restò a galleggiare
fra i gorghi di melma del Méric
mentre si nascondeva nel canneto
perchè i greci non scherzano
e se ti consegnano ai turchi è la fine
i maledetti verdeoliva che hanno intascato i tuoi soldi
ti fanno sputare sangue
nelle celle di frontiera.
Così in Grecia l'uomo si fa gatto
si fa topo ragno gazzella
nascondendosi di giorno negli anfratti
marciando di notte fino a Salonicco
e poi un passaggio da Salonicco a Patrasso
giovani turisti abbronzati, poniamo,
Ali ha la febbre batte i denti fa pena
rannicchiato sul sedile della Rover
è bella la ragazza straniera
ma la sua Leyla era più bella
più profondi del mare i suoi occhi.
La Rover frena quasi sul molo
c'è un traghetto che sta per partire
di là c'è l'Europa davvero
con gli ultimi soldi paga il biglietto per Bari
Ali il mare non l'aveva mai visto
fa paura di notte il mare
ti chiedi quanto sarà profondo
(erano più profondi i suoi occhi)
ma un uomo non ha mai paura
e il cielo dal mare non è poi diverso
dal cielo dei monti di Zako nelle notti chiare.
Fa più paura la polizia di frontiera
"ez kurd im"
"ma che vuoi, che lingua parli,
rispediteli a Patrasso
ne abbiamo abbastanza di curdi qui in Puglia
non bastavano i cinquecento dell'ultima nave,
chiudeteli nella cabina
che non scendano a terra
sennò chiedono asilo..."
E' triste il cielo dal mare
come il cielo dei monti di Zako nelle notti scure.
E' duro esser kurdi su un molo
sperduti fra il cielo ed il mare
erano in dieci, poniamo,
che quella notte a Patrasso contrattarono in fretta
seicento dollari a testa disse il camionista
non uno di meno
seimila dollari quei dieci corpi
quasi il valore di un carico intero
e il suo amico Huseyn pagò anche per lui
prima di coricarsi abbracciati nel buio
stretto il pane di sesamo in tasca
stretto in mano un fiore secco
in dieci stretti fra le balle di cotone
che ti penetra in gola
negli occhi nel naso
ti toglie il respiro...
E' cronaca nera
MORTI SOFFOCATI SEI CLANDESTINI IN UN TIR
è politica
MILLE CLANDESTINI RESPINTI NEL PORTO DI BARI
è diplomazia
ACCORDO CON LA GRECIA SUI RIMPATRI
è ipocrisia
ROMA CHIEDE COLLABORAZIONE AD ANKARA
è propaganda
INASPRITE LE PENE CONTRO I TRAFFICANTI
è nausea è rabbia è dolore
Sotto le stelle di Zako
mille Ali sognano l'Europa
in Europa sogneranno il ritorno
e nella nebbia di Amburgo, poniamo,
nella gelida nebbia senza stelle
Huseyn bussa a una porta
ha da consegnare una cattiva notizia
un pane di sesamo secco
e un fiore stecchito...

Dino Frisullo, ottobre 2000

da qui o  da qui