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mercoledì 21 giugno 2023

Annecy: un amok “nel nome di Gesù Cristo” - Fausto Giudice

 

Amok, parola derivata dal termine malese amuk che significa “rabbia incontrollabile”, si riferisce ad atti commessi da persone - di solito uomini - che vengono improvvisamente sopraffatti da una follia omicida e compiono attacchi all’arma bianca contro individui casuali in una corsa che generalmente si conclude con l'uccisione o il suicidio dell'assassino. Questa forma estrema di scompenso suicidario, osservata in Malesia e in altri paesi, è stata oggetto di innumerevoli studi etnologici e psichiatrici, opere letterarie - da Rudyard Kipling a Romain Gary e Stefan Zweig - e film (almeno 9 dal 1927).

 

L'accaduto sulle rive del lago di Annecy giovedì 8 giugno 2023 è un tipico caso di amok: Abdelmasih Hannoun, un siriano di 31 anni, ha accoltellato 4 bambini piccoli davanti alle loro madri inorridite, e poi due anziani. Un giovane, Henri, 24 anni, che passava di lì, ha cercato di fermarlo con il suo zaino, ma non è riuscito a farlo. È bastato questo per far sì che questo studente di marketing, attualmente impegnato in un tour delle cattedrali francesi, diventasse l'“eroe dello zaino” delle reti cosiddette sociali. La polizia è stata allertata ed è intervenuta, ponendo fine alla folle corsa, senza uccidere l'aggressore, ma sparandogli alle gambe.

“Allo stato attuale, non abbiamo prove che suggeriscano che ci fosse un movente terroristico”, ha dichiarato la procuratrice di Annecy Line Bonnet-Mathis durante un briefing con la stampa sulla scena 6 ore dopo. Poiché l'aggressore non era sotto l'effetto di alcol o droghe, le indagini si stanno orientando verso sua storia psichiatrica e sul suo stato psicologico. Gli inquirenti, che senza dubbio non hanno letto né Stefan Zweig né Émile Durkheim, avranno il loro bel da fare per spiegare l'accaduto.

Con il passare delle ore sono emersi dettagli su Abdelmasih Hannoun [traduzione letterale: servo misericordioso del Messia]: rifugiato in Svezia, dove ha sposato una donna svedese di Trollhättan conosciuta in Turchia, questo cristiano siriaco (“assiro”) di Hassake, nel nord-est della Siria, ha trascorso una decina d'anni in Svezia prima di divorziare e lasciare il paese. Ha presentato domande di asilo in Francia, Italia e Svizzera prima che la sua prima domanda di asilo in Svezia fosse finalmente accettata il 26 aprile 2023, il che ha portato al rifiuto della sua domanda in Francia, notificato il 4 giugno. Avendo ottenuto un permesso di soggiorno permanente in Svezia nel 2013, dal 2017 aveva presentato domanda di citaddinanza svedese, respinta per tre volte, nonostante avesse una figlia, oggi di 3 anni, e studiasse per diventare infermiere.

Durante il suo amok, il nostro servo del Messia ha gridato due volte: “Nel nome di Gesù Cristo” in inglese. Indossava una croce a ciondolo e, oltre al coltello, aveva con sé un libro di preghiere. Di conseguenza, la polizia non gli ha sparato alla testa, cosa che sarebbe avvenuta se avesse gridato “Allahu Akhbar”. Questo avrebbe risparmiato al Signor Ministro dell’ Interno Darmanin di scervellarsi su “coincidenze inquietanti” e avrebbe calmato “lo spavento che sta travolgendo il nostro Paese" (Aurore Bergé, capa del gruppo Renaissance dei deputati macronisti, la quale ha approfittato dell'amok savoiardo per denunciare la “battaglia degli straccioni” all'Assemblea nazionale sulla riforma delle pensioni).

Potremmo quindi aggiungere questa definizione al Dizionario dei luoghi comuni di Gustave Flaubert:

“Amok: una forma di terrorismo quando l'autore è musulmano, un atto semplicemente spaventoso e inquietante quando l'autore è cristiano, anche se arabo e barbuto”

da qui

venerdì 10 agosto 2018

L’Olocausto dovrebbe essere una proprietà privata? "Non abbastanza!" - Uri Avnery


lo stato di Israele non ha pozzi di petrolio. Non ha miniere 
d’oro. Che cosa possiede? E’ il proprietario del ricordo dell’Olocausto.

Che vale molto. Chiunque voglia purificarsi da quella infamia ha bisogno di un certificato rilasciato dallo stato di Israele. Un documento del genere è assai costoso. Più grave è la colpa del richiedente, più alto è il prezzo del rilascio.
Che cosa ci ricorda?

Per molti secoli la Chiesa Cattolica aveva venduto “indulgenze”. Si trattava di documenti rilasciati dal papa o dai cardinali, che garantivano al ricevente la dispensa da doveri religiosi o permettevano atti [formalmente] proibiti dalla Chiesa.

Il caso più famoso è quello di Enrico VIII, re d’Inghilterra. Una indulgenza papale gli aveva permesso di sposare una principessa spagnola, gesto che sarebbe stato in contrasto con la legge ecclesiastica, visto che [fra i due] vi era un lontano legame di parentela. Ma, quando aveva voluto divorziare da lei per sposare la figlia di un nobile inglese, il papa gli aveva negato la necessaria dispensa. Il risultato era stata la scissione fra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Anglicana, in cui il re (o la regina) hanno una funzione simile a quella del papa.

Il problema era che, con il passare del tempo, il rilascio delle indulgenze era diventato un commercio di fascia alta, da cui si arricchivano il papa e il clero di rango inferiore. Questa situazione aveva causato la rivolta di Martin Lutero e degli altri riformatori, che avevano dato vita a nuove Chiese indipendenti.
I leaders di Israele, capeggiati da Binyamin Netanyahu, ora si comportano come i papi dei tempi che furono: vendono le indulgenze dell’Olocausto.



Questo business non lo ha inventato Netanyahu. Lo ha ereditato dai suoi   predecessori. Era cominciato con David Ben-Gurion, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando aveva fatto un patto con il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer. Ben-Gurion aveva dichiarato che esisteva una “nuova Germania”, che era completamente kosher e, in cambio, i Tedeschi avevano pagato tre miliardi di marchi allo stato di Israele, sia come indennizzo, che sotto forma di pensioni individuali ai sopravvissuti.

Anch’io avevo ricevuto una piccola somma per la “perduta educazione” e ai miei genitori era stata concessa una pensione mensile, che li aveva aiutati a sbarcare il lunario per tutto il resto della loro vita.
Per Ben-Gurion questa era esclusivamente una questione economica. Il nuovo stato di Israele non aveva soldi, il risarcimento tedesco lo aveva aiutato a sopravvivere nei primi anni.

Ma l’accordo nascondeva un’altra decisione. Israele, come ben si sa, è uno “stato ebraico”. Il governo di Israele porta due corone: è il governo di uno stato sovrano e si considera il leader della diaspora ebraica mondiale. Il presupposto ideologico è che questi due incarichi siano una cosa sola ed unica.
Ma questa è una finzione. Di tanto in tanto, si presentano dei problemi che mostrano [come esista] qualche divergenza fra gli interessi di Israele e quelli della diaspora. In tutti questi casi, gli interessi di Israele hanno la precedenza.

Una di queste situazioni si è presentata adesso.
Binyamin Netanyahu, re d’Israele e aspirante imperatore del popolo ebraico, ha firmato una dichiarazione congiunta con il governo polacco che libera, in effetti, il popolo polacco da ogni responsabilità riguardante   l’Olocausto. Vengono condannati, allo stesso tempo, l’antisemitismo e i sentimenti anti-polacchi.

Questo documento ha sollevato una tempesta [di critiche], centrata su due interrogativi: (1) corrisponde al vero? E (2) perché Netanyahu l’ha firmata?

Alla seconda domanda è più facile dare una risposta: Netanyahu ha una forte affinità con i governi dell’Europa Orientale, che formano un nuovo blocco, capeggiato dalla Polonia e che comprende anche l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia.
I governi di tutte queste nazioni sono di estrema destra, quasi totalitari e anti-rifugiati. Si potrebbe definirli fascisti-soft.

Nell’Europa attuale, tutti [questi stati] si oppongono alla leadership della Cancelliera Angela Merkel e dei suoi alleati, che sono più o meno liberali, favorevoli ai rifugiati e condannano l’occupazione israeliana della Palestina e gli insediamenti israeliani. Netanyahu ritiene che la sua alleanza con l’opposizione europea possa fungere da deterrente nei confronti dei sostenitori della Merkel.

Le istituzioni ebraiche mondiali vedono la cosa in una luce completamente diversa. Ricordano che questi partiti di estrema destra sono i discendenti dei partiti filo-nazisti del periodo hitleriano. Per loro, il cinismo di Netanyahu è un tradimento nei confronti delle vittime ebraiche dell’Olocausto.
Una domanda molto più importante è: la dichiarazione congiunta corrisponde al vero?

Anche in Israele, la dichiarazione filo-polacca di Netanyahu è stata ampiamente condannata. L’odio per la Polonia è molto più radicato di quello per la Germania. E’ una storia lunga e complicata.
Prima dell’Olocausto, in Polonia risiedeva la più grande comunità ebraica del mondo. Pochissimi Ebrei si chiedono: come mai? Perchè?

La semplice (e dimenticata) verità è che, per secoli, la Polonia è stata il paese più progressista d’Europa. Mentre gli Ebrei venivano perseguitati,   uccisi ed espulsi dalla maggior parte delle altre nazioni europee, Inghilterra, Francia e Germania comprese, venivano accolti a braccia aperte dai re polacchi. Uno di loro aveva avuto un’amante ebrea, i proprietari terrieri nobili impiegavano gli Ebrei come amministratori dei loro possedimenti, gli Ebrei si sentivano protetti.

Nel corso degli anni, questa situazione era completamente mutata. I Polacchi mal sopportavano, in mezzo a loro, quella minoranza, non tanto esigua, di aspetto e modo di vestire diversi, che parlava un’altra lingua (Yiddish) e aveva una religione differente. Erano risentiti anche dalla competizione economica. Durante i lunghi periodi di dominazione e di oppressione da parte della Russia e degli altri stati vicini, i Polacchi erano diventati estremamente nazionalisti e, da questo nazionalismo, erano esclusi gli Ebrei. L’antisemitismo era diventato una forza potente.

La risposta ebraica era stata un odio radicato per la Polonia e per tutto ciò che era polacco.
L’invasione nazista della Polonia aveva creato una situazione molto complicata. Dopo la guerra, per molti Ebrei era risultato evidente che i Polacchi avevano collaborato con i nazisti allo sterminio degli Ebrei. Era diventato normale parlare dei “campi di concentramento polacchi”.
Questo ha fatto arrabbiare molto i Polacchi. Di recente hanno promulgato una legge che criminalizza l’uso di espressioni del genere.


Perciò, quando Natanyahu aveva firmato una dichiarazione con cui liberava i Polacchi da ogni responsabilità per lo sterminio degli Ebrei in Polonia, la cosa aveva suscitato una tempesta di furore in Israele e in tutto il mondo ebraico.

Circa una dozzina di anni fa avevo visitato per la prima volta la Polonia. [Quella visita] faceva parte delle ricerche per il mio libro (in ebraico) “Lenin non vive più qui”, che descriveva la situazione in Russia e in diverse altre nazioni subito dopo la caduta del comunismo.


Nessun’altra nazione mi aveva sorpreso come la Polonia. Avevo saputo che, durante l’occupazione nazista, c’erano state non una, ma due organizzazioni clandestine che avevano combattuto contro i nazisti. Milioni di Cristiani polacchi, insieme agli Ebrei, erano stati sterminati dai nazisti.


(Quando eravamo ritornati in Israele, mia moglie Rachel, che mi aveva accompagnato nel viaggio, aveva sentito una bottegaia di Tel Aviv parlare polacco. “Lo sa che i Tedeschi hanno ucciso anche tre milioni di Cristiani polacchi?”, le aveva chiesto, ancora inpressionata da quello che aveva sentito [in Polonia]. “Non abbastanza”, aveva rimarcato la bottegaia.)

Durante l’Olocausto, le prime informazioni affidabili sui campi di sterminio arrivate agli alleati occidentali e alle istituzioni ebraiche erano filtrate dal governo polacco in esilio a Londra. Migliaia di Polacchi sono   stati decorati in Israele per aver aiutato dagli Ebrei a sopravvivere, spesso rischiando la vita loro e delle loro famiglie.

Certo, molti altri Polacchi avevano aiutato i Tedeschi ad uccidere gli Ebrei, proprio come avevano fatto le popolazioni locali di tutte le nazioni occupate dai nazisti. Subito dopo la fine dell’occupazione nazista si era anche verificato qualche pogrom locale. Ma non ci sono stati “Quisling” polacchi. In confronto alle altre popolazioni che avevano subito l’occupazione, i Polacchi si sono comportati abbastanza bene.

E allora, come mai i campi di sterminio si trovavano in Polonia? Perchè lì viveva il grosso degli Ebrei, e perché lì era facile trasportare gli Ebrei provenienti dagli altri paesi. Ma non erano “campi di sterminio polacchi”.
Nella dichiarazione congiunta Netanyahu-Polonia ci sono alcune esagerazioni. Per esempio si parla di anti-semitismo e anti-polacchismo (qualunque cosa significhi) nella stessa frase. Ma certamente non merita tutte le critiche che ha ricevuto.

Alcuni anni fa avevo letto una novella di uno scrittore israeliano. Descriveva l’invasione del Medio Oriente da parte di una popolazione mongola, che odiava in modo ossessivo gli Arabi. Gli occupanti avevano chiesto agli Ebrei di aiutarli a sterminare gli Arabi, promettendo loro ogni genere di ricompensa.
In quanti avranno fatto una cosa del genere? Che cosa avreste fatto voi? 





Per concessione di Comedonchisciotte


Data dell'articolo originale: 14/07/2018

da qui

mercoledì 8 agosto 2018

Una legge che dice la verità su Israele – Gideon Levy




La legge dello stato-nazione lo rende chiaro. Israele è solo per ebrei, scritto nero su bianco. È più facile per tutti in questo modo.

La Knesset sta per emettere una delle sue leggi più importanti e quella più in linea con la realtà. La legge dello stato-nazione metterà fine al vago nazionalismo di Israele e presenterà il sionismo così com’è. La legge metterà anche fine alla farsa che Israele sia “ebraico e democratico“, una combinazione che non è mai esistita e non potrebbe mai esistere a causa della contraddizione intrinseca tra i due valori che non possono essere conciliati, se non con l’inganno.
Se lo Stato è ebraico non può essere democratico a causa della mancanza di uguaglianza, se è democratico non può essere ebraico perché una democrazia non concede privilegi basati sull’etnia. Così ora la Knesset ha deciso: Israele è ebraico. Israele sta dichiarando che è lo stato-nazione del popolo ebraico, non uno stato dei suoi cittadini, non è uno stato dei due popoli che vivono al suo interno e quindi ha cessato di essere una democrazia egualitaria, non solo nella pratica, ma anche nella teoria. Ecco perché questa legge è così importante. È una legge sulla verità.
Il clamore attorno al disegno di legge è stato pensato principalmente come uno sforzo per continuare la politica dell’ambiguità nazionale. Il presidente e il procuratore generale, apparenti guardiani della decenza, hanno protestato e ricevuto lodi dal campo liberale. Il presidente ha gridato che la legge sarebbe “un’arma nelle mani dei nemici di Israele” e il procuratore generale ha avvertito di “ripercussioni internazionali“.

Data la possibilità che il velo di Israele fosse rimosso prima che il mondo lo spingesse ad agire, Reuven Rivlin, va detto, ha gridato con grande vigore e coraggio contro la clausola che consente ai comitati di accettazione della comunità di schermare i residenti e le loro implicazioni per il regime,  ma la maggior parte dei liberali fu semplicemente inorridita nel leggere la realtà quando fu redatta come legge.

Anche Mordechai Kremnitzer, martedì ad Haaretz, ha gridato invano quando ha detto che il disegno di legge avrebbe “prodotto una rivoluzione, niente di meno”. Significherebbe la fine di Israele come stato ebraico e democratico … “Ha aggiunto che il disegno di legge renderebbe Israele “un leader tra i paesi nazionalisti come la Polonia e l’Ungheria”, come se non lo fosse già e da molto tempo. In Polonia e in Ungheria non c’è tirannia su un altro popolo privo di diritti, che è diventato una realtà permanente e una parte inseparabile di come questo stato e il suo regime operano, senza fine in vista.

Tutti quegli anni di ipocrisia erano piacevoli. È stato bello dire che l’apartheid era solo in Sudafrica perché tutto era radicato nelle leggi razziali e non avevamo tali leggi. Per dire che a Hebron non è apartheid, che nella Valle del Giordano non è apartheid e che l’occupazione non fa realmente parte del regime. Per dire che eravamo l’unica democrazia nella regione, anche con l’occupazione.

È stato bello dire che, dal momento che gli arabi israeliani possono votare, fossimo una democrazia egualitaria. Far notare che esiste un partito arabo, sebbene sia escluso da qualsiasi decisione. Far notare che gli arabi possono essere ammessi negli ospedali ebraici, che possono studiare nelle università ebraiche e vivere ovunque scelgano (ci puoi scommettere).

Quanto siamo illuminati; la nostra Corte Suprema ha stabilito nel caso Kaadan che una famiglia araba poteva acquistare una casa a Katzir, dopo anni di contenzioso e di evasione senza fine. Quanto è tollerante, dal momento che gli arabi possono parlare l’arabo, una lingua ufficiale. Quest’ultima è in realtà una finzione, l’arabo non è mai stato accettato come lingua ufficiale, a differenza di quanto accade con lo svedese in Finlandia, dove la minoranza svedese è molto più piccola della minoranza araba.

Era conveniente ignorare che il terreno di proprietà del Fondo nazionale ebraico, che comprende la maggior parte delle terre dello stato, era solo per gli ebrei, con il sostegno della Corte Suprema progressista in quella posizione e per affermare che siamo una democrazia. Era molto più piacevole pensare a noi stessi come egualitari.

Ora ci sarà una legge che dice la verità, Israele è solo per gli ebrei, scritto nei libri. Stato nazione del popolo ebraico, non dei suoi abitanti. Gli arabi sono cittadini di seconda classe e i soggetti palestinesi non esistono. Il loro destino è determinato a Gerusalemme, ma non fanno parte dello stato. È più facile per tutti in questo modo.

C’è ancora un piccolo problema con il resto del mondo e con l’immagine di Israele che questa legge appannerà, in una certa misura. Non è niente di grave. I nuovi amici di Israele saranno orgogliosi di questa legge. Per loro sarà una luce per le nazioni. E le persone di coscienza in tutto il mondo conoscono già la verità e combattono da molto tempo. Un’arma per il movimento BDS? Certamente. Israele se l’è guadagnato e ora lo legifera.



sabato 22 luglio 2017

La rivoluzione tunisina alla luce di Gramsci - Aziz Krichen

(tradotto da Alba Canelli)

Contributo al seminario "Il ritorno di Gramsci" organizzato dalla FSJEG 
Facoltà di Giurisprudenza, Economia e Management) di Jenduba e la Fondazione Rosa Luxemburg per commemorare il 80° anniversario della scomparsa del pensatore italiano; seminario svoltosi a Tunisi il 29 marzo 2017. Ho mantenuto il tono della presentazione orale.
Ho scoperto Gramsci nel 1979 a Roma. A Parigi, dove vivevo prima, avevo letto alcuni testi tradotti del suo periodo torinese, che mi avevano lasciato insoddisfatto. Sapevo che il suo capolavoro erano i Quaderni del Carcere, ma non era stato ancora tradotto in francese. Stabilito in Italia, dopo pochi mesi di apprendimento della lingua del paese, acquistai Quaderni del carcere e iniziai a studiarli.
  
Non avevo mai incontrato niente di simile nella letteratura marxista che fino ad allora aveva strutturato la parte essenziale della mia formazione politica, né nella forma - l'opera è una successione di frammenti più o meno lunghi in diverse migliaia di pagine - né nella sostanza. Dopo i primi momenti di straniamento, sono stato letteralmente affascinato dall'ampiezza, la potenza e la novità radicale del pensiero che mi si presentava.

Una dozzina di anni prima, in Tunisia, immergendomi nella lettura de Il Capitale, avevo vissuto ugualmente un grande momento di eccitazione intellettuale. Ma le cose non erano dello stesso ordine. Con Marx, l'eccitazione era in una certa misura puramente cerebrale, astratta, disincarnata. Scoprii le sorgenti sotterranee che hanno determinato il funzionamento del sistema economico che governa il mondo. Con Gramsci, non ero più nel seminterrato, ma all'aperto. Non ero più nelle 'infrastrutture', ma nelle 'sovrastrutture'. Cioè, nei settori della cultura, dell'ideologia, della politica, della guerra, delle rappresentazioni, delle emozioni, e delle passioni - là dove, giustamente, i gruppi sociali reali e gli uomini in carne ed ossa evolvono, là dove vivono, combattono, laddove appaiono e poi scompaiono, lasciando a volte il segno del loro passaggio. E come l'analisi delle sovrastrutture è sempre legata, da lui, alla poresa in conto del peso delle infrastrutture, si giungeva, tramite la sua lettura, ad un quadro più completo della realtà, dotati di un metodo più efficace per comprenderla ed agire su di essa.

Gramsci certamente non sarebbe stato Gramsci senza Marx, ma Gramsci è andato oltre. Nel mio tempio personale, l'ho messo in ogni caso molto in alto nella scala dell'intelligenza umana, come l'ho messo molto alto per il suo amore per il popolo e la sua dedizione alla rivoluzione.

Un altro fattore spiega il persistere del mio interesse per lui. Gramsci è nato nel 1891, venti anni dopo il completamento dell'unità d'Italia. Nel contesto dell'epoca, soprattutto rispetto alla Gran Bretagna e la Francia, nasce e cresce in un paese arretrato e ritardatario, che si trova alla periferia del capitalismo centrale, esistente allora. L'Italia sperimentava da tempo grandi difficoltà nel costruire il suo stato nazionale e completare la sua trasformazione democratico-borghese. La sua conversione al capitalismo appariva come un'urgenza esistenziale, non perché le condizioni di questa trasformazione erano all'interno di essa, ma perché il capitalismo si era già stabilito negli stati vicini e questa implementazione, alterando brutalmente i rapporti di forza, costituiva oramai una minaccia. Come tutti gli Stati meno evoluti, l'Italia era nella posizione obbligata di recuperare il suo ritardo, se non voleva  essere condannata alla dipendenza e alla subordinazione.

La consapevolezza del ritardo storico del suo paese e la ricerca di mezzi per recuperarlo sono al centro della riflessione teorica di Gramsci nei Quaderni del Carcere, come sono al centro della riflessione di altri pensatori e politici italiani del sua tempo (Benedetto Croce, Giovanni Gentile, o anche Vincenzo Cuoco, il loro predecessore). La famosa distinzione introdotta tra rivoluzione attiva (quella che si verifica nei paesi del capitalismo centrale) e rivoluzione passiva (quella che avviene in paesi periferici) ne è l'illustrazione diretta.

Come tunisino, magrebino, arabo, sono io stesso, come tutti voi, cittadino di un paese arretrato e dipendente. Comprendete quindi perché la lettura dei Quaderni ha potuto interessarmi tanto, a che punto è entrata in sintonia con il mio modo di pensare e quanto è stata in grado di segnarmi.

Con Gramsci, non avevo a che fare solo con un grande teorico dell'universale, ma con un pensatore la cui universalità proveniva direttamente da come assumeva la sua singolarità di membro di un paese arretrato - una singolarità che è propria, ancora oggi, della maggior parte delle donne e degli uomini che popolano il nostro pianeta.

Partendo da lì, è perfettamente legittimo cercare di studiare ciò che accade nel nostro paese da sei anni alla luce dei quadri interpretativi che ha sviluppato per il suo paese e che sono ampiamente trasferibili a tutti i nostri, ma con le dovute precauzioni di tempo e luogo.

Ho scritto un libro, La Promesse du Printemps (La Promessa della Primavera), che delinea un primo bilancio della rivoluzione tunisina e della transizione che le è succeduta, considerando quello che è stato fatto e ciò che resta a fare. Ho citato raramente Gramsci, ma posso confessare che spesso mi ha accompagnato nel mio lavoro di scrittura. (Dico questo di proposito, per incoraggiarvi a leggere o rileggere Gramsci e, secondariamente, anche per incoraggiarvi a leggere me).

Non voglio riassumere qui i suoi maggiori sviluppi, ma solo sottolineare alcuni principi fondamentali prima nel concetto di "blocco storico". Per Gramsci, il blocco storico è costituito dall'insieme di classi e gruppi sociali (con le loro organizzazioni rappresentative: politiche, sindacali, culturali...) che si formano durante i periodi di grande mutazione, cioè durante i periodi di cambiamento rivoluzionario. Le classi e gruppi sociali in questione si costituiscono quindi in blocchi per portare a termine il cambiamento e riorganizzare l'ordine esistente in funzione dei loro interessi e delle loro aspettative [1].

Abbiamo sperimentato una trasformazione di questo tipo tra dicembre 2010 e gennaio 2011, quando il paese si è sollevato in massa contro il regime di Ben Ali. Lo sviluppo del sollevamento permette di identificare i vari componenti del blocco storico - o fronte di classi - che si è costituito progressivamente in quesll'occasione. In primo luogo inglobava la popolazione rurale dell'entroterra, poi quella dei quartieri periferici dei centri urbani (il mondo dell'informale); a questi primi due segmenti si unì poi la popolazione attiva (operai, impiegati, funzionari- quello che si potrebbe chiamare il popolo dell'UGTT) e in fine di traiettoria, diverse sezioni della piccola e media borghesia ( liberi professionisti, titolari di PMI, etc.).

In totale, quindi, quattro grandi settori sociali: contadini, ghetti di periferia, i dipendenti e la classe media. Nella sua ispirazione fondamentale, la loro sollevazione convergente si iscriveva in una prospettiva tipica di rivoluzione democratica.

Ma qual'era il (o i) movimento/i politico/i rappresentativo/i di questo blocco storico che è emerso? La risposta può essere riassunta in due parole: non c'era. La rivolta è rimasta da punto a punto spontanea, senza programma preciso, ne inquadramento politico, ne leader nazionali. Come spiegare questo divario?

La scienza politica accademica non vede niente di insolito in un tale gap. Per essa, le rivoluzioni cominciano quasi sempre spontaneamente, senza ancora disporre di élite politiche nuove in grado di condurle e portarle a compimento. Queste nuove élite politiche si affermano - quando riescono a costituirsi - quasi sempre dopo il tempo della rivolta spontanea e quasi mai prima.

Tornare a Gramsci permette di andare più lontano e spiegare la constatazione. Cominciamo prendendo in considerazione quello che scriveva sulla questione delle élite e degli intellettuali. Lasciatemi citarlo lungamente:
"Gli intellettuali costituiscono un gruppo sociale autonomo e indipendente, o ciascun gruppo sociale ha una propria categoria specializzata di intellettuali? Il problema è complesso, date le varie forme assunte finora dal processo storico reale di formazione delle diverse categorie di intellettuali. Le più importanti di queste forme sono due:
"1 - Ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme, organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omogeneità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo economico, ma anche in quello sociale e politico (...)
"2 - Ma ogni gruppo sociale «essenziale» emergendo alla storia dalla precedente struttura economica e come espressione di un suo sviluppo (di questa struttura), ha trovato, almeno nella storia finora svoltasi, categorie sociali preesistenti e che anzi apparivano come rappresentanti una continuità storica ininterrotta anche dai complicati e radicali mutamenti delle forme sociali e politiche. La più tipica di queste categorie intellettuali è quella degli ecclesiastici (...)
"Una delle caratteristiche più rilevanti di ogni gruppo sociale che si sviluppa verso il dominio è la sua lotta per l’assimilazione e la conquista «ideologica» degli intellettuali tradizionali, assimilazione e conquista che è tanto più rapida ed efficace quanto più il gruppo dato elabora simultaneamente i propri intellettuali organici. L’enorme sviluppo preso dall’attività e dall’organizzazione scolastica (in senso largo) nelle società medievali indica quale importanza abbiano assunto nel mondo moderno le categorie le funzioni intellettuali (...) La scuola è lo strumento utilizzato per formare gli intellettuali..."[2].
Questa divisione dell'intellighenzia tra un'ala che chiamerei per comodità modernista, e un'ala tradizionalista può essere rintracciata nel nostro paese (e in altri paesi arabi) sin dagli inizi del XIX secolo. La loro convivenza, spesso conflittuale e violenta, si cristallizza sotto il protettorato francese: Neo-Destour* contro Vecchio Destour, UGET* contro Saout et-Taleb*, bourguibisti contro yusefisti*, etc.

Con l'indipendenza nel 1956, è l'ala modernista che prende il potere. Per 15 anni, esercita una dominazione senza falle e impone al paese una bozza di modernizzazione autoritaria copiata dal modello capitalista occidentale. Non voglio entrare nei dettagli, li conoscete quanto me. Nel 1969, questo progetto di modernizzazione-occidentalizzazione esplode a mezz'aria. Il fallimento è innanzitutto economico e conduce all'abbandono dell'ambizione sviluppista mirante ad integrare tutta la popolazione attiva in un sistema di produzione e di scambio unificato. E' infatti dopo il 1969 che appare il settore detto informale e le fratture sociali e territoriali cominciano ad espandersi.

Ma il fallimento è anche politico e ideologico. E' comunque dopo il 1969 che l'ala tradizionalista, messa a tacere fino a quel momento, si rinnova e riappare in un'altra forma, quella di un movimento islamista, che in seguito prende il nome di Ennahdha e diventa la principale forza di opposizione. Incapace di stabilire la propria egemonia in termini di durata, la cultura modernista si rivelò anche incapace di convertire e assimilare la cultura tradizionale e in modo permanente i suoi sostenitori. Il sistema scolastico non è risparmiato da questa evoluzione. Da vettore centrale di progresso e di cambiamento, diventa a poco a poco strumento di conservatorismo e di regressione.

Il gruppo dirigente, oramai liberato dal suo progetto modernista, si preoccupa solo di restare al potere. Il regime economico si evolve così in maniera sempre più clientelare e rentista, prima di diventare praticamente mafioso con Ben Ali.

Dopo il rovesciamento di quest'ultimo e le elezioni dell'ottobre 2011, gli islamisti si impadroniscono della direzione dello Stato. Se i modernisti destouriani* erano stati in grado di mantenere la loro sovranità ideologica sul paese per 15 anni, questi non poterono nemmeno garantirla nei tre anni che monopolizzarono il potere. Dal 2015, sono insieme al potere (Ennahdha e Nidaa Tounes, l'ultimo avatar del Neo Destour e del RCD *) e non si può dire che le cose siano migliorate per loro a questo proposito, anzi. I due partiti insieme non rappresentano che un quarto dei tunisini in età di voto e sembrano totalmente fuori fase rispetto ai bisogni della popolazione.



Perché questi fiaschi successivi? Perché questo tipo di fatalità nel fallimento? E' ancora necessario ricorrere a Gramsci. Cito: "... Quando la spinta del progresso non è strettamente legata a un vasto sviluppo economico locale (...), ma è il riflesso di uno sviluppo internazionale, che trasmette alla sua periferia le proprie correnti ideologiche, nate sulla base dello sviluppo produttivo dei paesi più avanzati, allora il gruppo che porta nuove idee non è il gruppo economico ma la classe degli intellettuali, e la concezione dello Stato di cui è portavoce cambia aspetto: lo Stato è percepito come una cosa a sé, come un assoluto razionale ... "[3]. In apparenza anodino, questo passaggio dei Quaderni fornisce una chiave per comprendere le enormi difficoltà riscontrate dai processi di modernizzazione nei paesi arretrati.
In un linguaggio più esplicito, l'estratto citato dice in sostanza questo:
1. Nei paesi arretrati, il bisogno di cambiamento non viene da dentro, ma da fuori;
2. Questo bisogno non appare nell'economia (infrastrutture) ma nell'ideologia e nella cultura (sovrastruttura);
3. Non è portato da una classe produttiva, ma da un gruppo sociale al di fuori della produzione;
4. Lo Stato acquista, in queste condizioni, una forma di trascendenza; Esso diventa lo strumento di cui si serve il gruppo degli intellettuali per imporre il cambiamento al corpo sociale.
Queste determinazioni cambiano radicalmente la situazione. Investendo il rapporto che lega la classe produttiva ai circoli intellettuali, la modernizzazione dei paesi arretrati prende una fisionomia inedita. Una volta al potere, questi ambienti intellettuali sono dotati di una forte capacità di impulso e trascinamento, rimanendo soggetti ad una sorta di fragilità, di incoerenza organica, non potendo contare sulle dinamiche sociologiche endogene e funzionano secondo una logica di sostituzione, compensando la loro mancanza di sostanza obiettiva con un eccessivo investimento nell'​​ideologia.

E' già stato sottolineato che la risposta alla questione del ritardo nel nostro paese ha preso due forme principali, sia reattive che mimetiche:
- Una risposta di imitazione dell'estero, da parte di coloro che hanno optato per la modernizzazione, cercando di imporre il modello che aveva trionfato nei paesi avanzati;
- Una risposta di imitazione del passato, di ripiego su se stessi, da parte di coloro che hanno optato per il cambiamento partendo dal recupero della tradizione
Di natura puramente ideologica, le due risposte sono state per definizione inadatte, inadeguate, e progettate per fallire nel lungo termine, soprattutto dal momento in cui i sostenitori dell'una o dell'altra si sarebbero impadroniti dello stato.

Ma torniamo alla Tunisia di oggi. Tutti sanno che il sollevamento del 2010-2011 era essenzialmente spontaneo, senza organizzazione/i politica/he per inquadrarla e impostarle una direzione. Per quanto riguarda quello che è stato appena spiegato, va aggiunto che la rivolta ha segnato un ribaltamento, una rottura, nel momento in cui la popolazione, nella sua massa, si è liberata dalla tutela delle sue ex élite, sia moderniste che tradizionaliste. Possiamo dire che un punto finale è stato messo, quindi, alla lunga parentesi aperta dall'episodio coloniale.

In una prima fase, ia turno, queste antiche élite intellettuali hanno potuto, nonostante i loro limiti, spingere in avanti il ​​corpo sociale, hanno potuto contribuire a farlo avanzare e trasformarlo. Poi, più o meno rapidamente, la loro capacità di cambiare il reale si è esaurita. E il corpo sociale ha proseguito - senza di esse e malgrado esse - l'attività di cambiamento e trasformazione. Si è passato, in altre parole, da una situazione in cui le élite erano un passo avanti alla società ad una situazione in cui era la società che era un passo avanti alle élite.

Ma il processo di emancipazione, brillantemente sanzionato il 14 gennaio con la caduta della dittatura, è rimasto in gran parte incompiuto. Continua ad essere fino ad oggi, privato delle leve (culturali, politiche, organizzative...) necessarie per svolgere il lavoro di emancipazione.

Questa situazione è piena di gravi minacce. Il fronte di classi costituito nel fervore popolare sei anni fa è ancora lì, ma non smette di incrinarsi sotto i nostri occhi. Privo di un progetto nazionale comune, ciascuno dei suoi componenti lotta solo per i propri interessi, anche se sono contro quelli degli altri. Dal lato della coalizione al potere, la tentazione autoritaria è sempre più pressante. La democratizzazione del regime politico è in fase di stallo, mentre le prospettive della democratizzazione economica e sociale si allontanano costantemente a favore di gruppi rentisti e mafiosi la cui influenza non era mai stata così forte.

In breve: il paese e la sua rivoluzione sono in pericolo. E lo sono perché ancora non disponiamo di nuove élite in grado di affrontare e invertire la tendenza. Tuttavia, queste nuove élite esistono e sono anzi relativamente numerose. Rimangono tuttavia disperse, sparpagliate senza potere di influenzare il corso degli eventi. E questo, in particolare per l'assenza di una forza politica alternativa credibile, in grado di raccoglierle e federarle, superarando definitivamente le vecchie divisioni tra modernisti e tradizionalisti.

Costruire una tale forza è il compito principale del momento presente. Si tratta di una responsabilità collettiva. E non credo di sbagliarmi nel dire che possiamo trovare nel pensiero di Gramsci, l'aiuto necessario per raggiungere questo obiettivo.

Note dell'autore
[1] - A. Gramsci, Quaderni del carcere, vol. III, pp 869, 1091, 1237-1238, 1300-1301, Einaudi, Torino, 1975
[2] - Quaderni del carcere, op. cit., vol. III, pp 1513 sgg (le traduzioni sono mie, AK).
[3] - Quaderni del carcere, op. cit., vol. II, p. 1360.



*Note di Tlaxcala 

Il Neo Destour (ufficialmente denominato Nuovo partito costituzionale liberale, al-Hizb al-Hurr ad-Dustūrī al-Jadīd) è un partito politico creato il 2 marzo 1934 come risultato di una scissione ideologica nel Destour, partito nazionalista creato nel 1920 e in seguito chiamato Vecchio Destour. Una volta al potere, all'indipendenza, Habib Bourguiba divenne il suo unico leader, eliminando con violenza i cosiddetti yusefisti, facendo assassinare il loro leader Salah Ben Yusef nel 1961. Il partito ha cambiato nome in Partito Socialista destouriano nel 1964. Nel 1988, all'inizio della dittatura di Ben Ali, è stato rinominato RCD (Raggruppamento costituzionale democratico). E' stato sciolto per ordine del tribunale in data 9 marzo 2011, ma è rinato sotto il nome di Nidaa Tounes (Appello della Tunisia) nel 2012.

L'Unione generale degli studenti tunisini o UGET è un sindacato studentesco che è stato creato nel 1952 sotto l'impulso del Neo Destour. Il suo primo congresso si è tenuto a Parigi. Dopo l'indipendenza, il presidente Habib Bourguiba ha voluto convertirlo nell'unico organo di rappresentanza degli studenti. Pertanto, il Saut El Taleb, La Voce dello studente, organizzazione zaytuniana creata nel febbraio 1950, ha dovuto accettare la riunificazione l'8 luglio 1956.

La Zaytuna, la più antica università nel mondo, era un centro di insegnamento islamico legato alla moschea con lo stesso nome, prima di essere posta sotto il controllo dello Stato nel 1956. E' stato uno dei focolai di sviluppo del movimento islamista.
Saut el Taleb, LaVoce dello Studente, era il nome del giornale e dell'organizzazione di studenti della Zaytuna

"Ora zero" per un violento “Cambio di Regime” in Venezuela - Moon of Alabama

(Tradotto da HMG)

Gli Stati Uniti sostengono l’opposizione di destra, che è da aprile che cerca di detronizzare con la forza il governo socialista di Maduro.
Le proteste di strada sono infatti guidate da gang violente e militarizzate:
Le rivolte somigliano sempre più ad una guerriglia. La polizia spara proiettili di gomma, bombole di gas lacrimogeno e talvolta proiettili veri e propri contro la folla; le orde sempre più irrequiete rispondono con fionde letali, mortai fatti in casa e bombe Molotov.
Questa settimana, sette membri della Guardia Nazionale sono rimasti feriti a Caracas da una bomba esplosa sul ciglio della strada, mentre loro erano in moto.
L’opposizione consta di gruppi sciolti di giovani che hanno nomi come i Templari, i Guerrieri e gli Arcadi. Collettivamente, sono conosciuti come la Chamos de la Resistencia o, traducendo approssimativamente, la Giovane Resistenza.
La situazione è non casualmente simile a quelle delle rivoluzioni colorate pilotate dagli americani in Libia, Siria ed Ucraina. Forze paramilitari che si nascondono dietro i “manifestanti pacifici” attaccano la polizia per provocare un’escalation. La settimana scorsa l’opposizione in Venezuela ha annunciato che oggi è il “giorno zero” per un altro tentativo di colpo di stato violento contro Maduro:
Il poliziotto in fuga che si dice abbia rubato un elicottero per attaccare la Corte Suprema del Venezuela, è apparso ad un raduno dell’opposizione a Caracas, alcuni partecipanti hanno detto a CNN.
Oscar Perez, un ufficiale della polizia investigativa, ha parlato del raduno, sollecitando l’opposizione a continuare a protestare.
…
“Faremo uno sciopero generale il 20 luglio, saremo in strada a difendere la gente”.
La data è stata confermata ieri:
I leader dell’opposizione hanno chiesto ai propri sostenitori di fare uno sciopero di 24 ore questa settimana, dopo che più di 7,1 milioni di persone hanno respinto una riforma della costituzione.
…
Una coalizione di circa 20 partiti di opposizione si è riunita lunedì per chiedere una disobbedienza civile nelle prossime due settimane che porteranno al voto del governo.
Domenica l’opposizione ha tenuto un sondaggio privato in cui hanno partecipato meno persone di quanto sperato. Nessun risultato è stato annunciato, solo il numero dei partecipanti:
Si pensa che il risultato maggioritario sia stato il “sì” al rifiuto della riforma costituzionale.
Ci sono circa 19 milioni di elettori registrati in Venezuela. Sette milioni di persone per un sondaggio privato sarebbero un dato significativo, ma non decisivo né rilevante. Il non aver diffuso i risultati fa supporre che le risposte al sondaggio non fossero a favore del piano dell’opposizione.
È difficile capire il reale parere dei venezuelani, essendo i sondaggi storicamente distorti. Le politiche economiche di Maduro, ostacolate dal calo dei prezzi del petrolio, sabotate da parte di ricchi importatori ed esportatori e dalle sanzioni statunitensi, non hanno avuto successo. Ma la vittoria dell’opposizione all’Assemblea Nazionale nel 2015 è stata più dovuta ad un voto di protesta che al programma, estremamente vago.
È ovvio che l’opposizione in Venezuela sia fortemente sostenuta dalla fazione americana favorevole al regime change. Alcuni dei suoi operatori hanno profondi legami con la DEA e la CIA. I media U.S.A stanno, come sempre, dalla parte dell’interventismo: è da molto che cospirano contro il governo socialista di Maduro.
Trump ha rilasciato un comunicato totalmente privo di fatti:
Ieri, il popolo venezuelano ha fatto capire chiaramente ed ancora una volta che vogliono democrazia, libertà ed uno stato di diritto. Le loro azioni forti e coraggiose, tuttavia, continuano ad essere ignorate da un cattivo leader che sogna di diventare un dittatore.
Gli Stati Uniti non staranno a guardare dovesse il Venezuela sgretolarsi. Se Maduro riuscisse ad imporre la propria Assemblea Costituente il 30 luglio, Washington prenderà decisioni forti.
Trump farebbe una dichiarazione simile sulla volontà del “popolo americano” se i Democratici tenessero un sondaggio privato contro di lui, con un’affluenza di milioni di persone?
Maduro ha chiesto di votare il 30 luglio per eleggere i membri di una prossima assemblea costituente. Non c’è nulla di “imposto”. L’opposizione cercherà di fomentare il caos nelle strade fino a quella data e probabilmente ha previsto anche un culmine all’azione.
Il governo ha finora reagito passivamente alle violente proteste. La polizia protegge alcuni edifici governativi e rimuove alcune barricate che bloccano la strada, ma nessun’ondata di arresti è stata finora ordinata. Ci si chiede a quale punto tali misure diverranno inevitabili.

lunedì 17 luglio 2017

Venezuela: la rivolta dei ricchi - La Tabla

 (tradotto da  Fabrizio Verde)

Benacerraf, capo di una famiglia di banchieri da tre generazioni e di origine ebraico-sefardita, si aggiunge alla lista sempre crescente dei imprenditori che si sono uniti in forma diretta alle azioni cospirative per spodestare Nicolas Maduro, eletto nel 2013, il cui mandato di sei anni scade all’inizio del 2019.
Nonostante la borghesia venezuelana e i suoi operatori politici, associati in un’eterogenea coalizione di partiti denominata Mesa de la Unidad, abbiano sempre tentato di ridurre la visibilità dei suoi rappresentanti, in questi ultimi tre mesi di proteste violente non hanno potuto occultare il ruolo finanziario e operativo dei detentori della ricchezza.
Il banchiere, è legato ad Arístides Moreno e Roberto Picón, accusati di programmare un attacco informatico alle reti dell’organismo elettorale al fine di impedire le elezioni dei componenti l’Assemblea Nazionale Costituente, previste il 30 di questo mese.
Moreno è il CEO e fondatore di un conglomerato di servizi finanziari, Inversur, e presidente di una compagnia di distribuzione a domicilio di gas domestico a Caracas, Domegas.
Mentre Picón è dirigente e socio di un’impresa che opera in ambito IT, Consein, che opera in Venezuela e a Panama. Principale alleata commerciale di Microsoft.
Principale azionista di questa azienda è Isaac Saías Eseyeg, parente di Fortunato Benacerraf e dirigente di 100% Banco.
È interessante notare che Moreno e Picón sono sempre stati presentati come consulenti della MUD, mentre il loro ruolo di imprenditori non è mai stato rivelato pubblicamente.
Una delle azioni più importanti dei gruppi economici durante la fase più violenta del confronto è stata quella di fornire risorse per finanziare tali attività. Per questo hanno organizzato programmi di raccolta fondi attraverso pagine internet specializzate e reti sociali.
L’analisi delle tre principali iniziative, che in soli 10 giorni sono riuscite a raccogliere circa 100 mila dollari per acquistare caschi, scudi artigianali e forniture mediche per i manifestanti, rivela la partecipazione dei giovani eredi di famiglie molto ricche e residenti nelle città degli Stati Uniti come New York e Miami.
Questo è il caso di Gaspard Hector Castro, residente a Miami, Aurora Kearney Troconis e Nelly Guinand, residenti a New York.
Interessante anche la storia della banda che ha attaccato con mortai tipo bazooka la base aerea La Carlota. Si tratta dei fratelli Ricardo e José Gabriel Adib Yatim, proprietari di un’azienda che produce mobili. Hanno agito con la collaborazione di Andrés Sena Pereira, rappresentate di un’impresa importatrice di prodotti alimentari che nel solo 2014 ha ricevuto ben 10 milioni di dollari al tasso ufficiale o preferenziale.
Bisogna anche ricordare che uno degli uomini coinvolti nel linciaggio del giovane Orlando Figuera, il 20 maggio ad Altamira, è Enzo Franchini Oliveros, socio e amministratore di una compagnia di costruzioni appaltatrice del gigante brasiliano Odebrecht.
Vi sono altre storie che coinvolgono membri della borghesia, questa volta agraria, come nel caso di un allevatore di Barinas che ha fornito una scavatrice per favorire saccheggi e la distruzione di edifici pubblici nella città di Socopó.
Mentre nello Stato Merida un agricoltore ha rifornito di cibo, bevande alcoliche e armi gli autori delle violenze nel municipio Obispo Ramos de Lora.
Questa serie di eventi conferma che la presunta rivolta in Venezuela è realmente diretta ed eseguita da una parte del mondo imprenditoriale, che ha visto minacciati i suoi interessi dalle politiche di inclusione e distribuzione della rendita petrolifera sviluppate dal Comandante Hugo Chávez e proseguite dall’attuale capo di Stato, Nicolás Maduro.