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mercoledì 23 settembre 2020

Lego e diritti dei lavoratori: gravi accuse alle costruzioni più famose al mondo - Irene Masala


Turni di 11 ore senza pause né riposi, sei giorni di lavoro alla settimana e assenza anche delle minime misure di sicurezza e protezione. I salari non riescono a coprire nemmeno i costi base della vita quotidiana, a meno che i lavoratori non facciano continui straordinari. Non solo, ai dipendenti viene negata la possibilità di effettuare reclami e di aderire a un sindacato indipendente. Chi si lamenta rischia di essere costretto alle dimissioni, senza che gli venga pagato l’ultimo stipendio.

Sono queste le condizioni, non negoziabili, imposte da alcune industrie dei giocattoli in Cina. A denunciarlo è “What If”, l’ultimo report stilato dall’ong Anti-Slavery International, e dalla Coalizione europea per la giustizia d’impresa (Eccj). Un documento che punta il dito in particolare contro Lego Group e Simba Dickie Group.

Lego e Simba Dickie, il lato oscuro dei giocattoli

Il report sottolinea come negli ultimi decenni alcune grandi aziende dell’Unione europea siano state coinvolte in violazioni dei diritti umani, sfruttamento lavorativo e danni ambientali in paesi di tutto il mondo. Le compagnie europee non riescono infatti ad affrontare in modo efficace gli abusi perpetrati da altre filiali o dai partner commerciali durante la catena di produzione e nelle fasi di fornitura. La ricerca si concentra sulle modalità di produzione di due imprese europee, leader globali nel settore dei giocattoli.

La prima è la compagnia danese Lego Group, colosso mondiale nella produzione dei famosi mattoncini colorati. L’azienda si rifornisce dalla compagnia cinese Dongguan Wing Fai Foam Products Co. Ltd, che conta all’attivo tra i 200 e i 300 lavoratori regolari.

La seconda azienda sotto accusa è la Simba Dickie Group, un gigante dell’industria manifatturiera della Germania che ha come fornitore la cinese Wah Tung (He Yuan) Toy Manufacturing Co. Ltd, compagnia che dà lavoro a circa 2.000 persone.

Entrambe le fabbriche, quella di Dongguan Wing Fai e quella di Wah Tung, si trovano nella provincia cinese del Guangdong. Questa costituisce un enorme agglomerato industriale e la principale provincia manifatturiera della Cina. A entrambe le fabbriche cinesi sono state contestate gravi violazioni dei diritti dei lavoratori.

Produrre giochi in Cina: lavoratori senza diritti

«Il capo della linea di produzione ha detto che dovevamo rispettare la quota indipendentemente da quanto tempo avremmo dovuto lavorare o da quanti straordinari avremmo dovuto fare. I lavoratori dovrebbero lavorare ogni secondo. Se la quota è stata raggiunta ma il turno non è ancora terminato, i lavoratori devono comunque continuare a svolgere il loro compito», ha dichiarato un investigatore sotto copertura nella fabbrica di Wah Tung.

I lavoratori a tempo determinato sono quelli meno tutelati: minore copertura assicurativa sociale e congedo ridotto. Secondo il report, queste fabbriche assumono inoltre un numero elevato di lavoratori migranti, la maggior parte dei quali non ha altra scelta se non quella di vivere direttamente nei dormitori delle fabbriche.

Gli alloggi in loco sono stati descritti come sovraffollati, privi di servizi igienici e non sicuri. Le foto scattate nell’ambito dell’indagine mostrano inoltre lavoratori esausti che si addormentano nei posti di lavoro, nei corridoi e durante la pausa pranzo, quando questa viene concessa.

Fabbriche di giochi sotto accusa da quasi 10 anni

Nella maggior parte dei casi, i costi di queste catene globali di produzione vengono mantenuti bassi proprio come conseguenza, diretta o indiretta, degli abusi sui lavoratori e del mancato rispetto dei loro diritti. Le gravi violazioni delle leggi sul lavoro cinesi e delle convenzioni dell’Organizzazione mondiale del lavoro, riscontrate appunto nella filiera della produzione di giocattoli, sono state al centro di diversi report di denuncia da parte di organizzazioni cinesi e internazionali negli ultimi anni.

Già nel 2011 un documento della Students & Scholars Against Corporate Misbehaviour (Sacom), “Making toys without joy”, aveva rivelato gravi violazioni dei diritti dei lavoratori nelle fabbriche cinesi connesse con altri grandi marchi mondiali, come Disney, Walmart e Mattel.

Tra le violazioni contestate vi erano ore di lavoro straordinario circa 4 volte superiori al limite di legge, rifiuto di fornire adeguati dispositivi di protezione individuale, negazione della copia del contratto e dell’assicurazione sanitaria, sfruttamento del lavoro minorile nei periodi estivi e presenza di topi nelle zone adibite a dormitori comuni.

Nel 2018 e nel 2019 anche diverse organizzazioni della società civile, tra cui China Labor Watch, Solidar e ActionAid hanno pubblicato due rapporti, “The dark side of the glittering world” e “A nightmare for workers”, sullo sfruttamento in atto nelle fabbriche di giocattoli cinesi.

«Le aziende e le fabbriche sono ben consapevoli delle leggi sul lavoro in Cina e anche degli standard internazionali del lavoro. Eppure continuano a utilizzare scappatoie ed eludere le leggi, tutto nel perseguimento dei profitti. Con l’aumento dei costi di produzione in Cina e la guerra commerciale Usa-Cina, ciò potrebbe spingere le principali marche globali a spostare le loro operazioni all’estero», si legge nel comunicato della Watch China Labor.

Che conclude ponendo l’accento sul ruolo e sulla responsabilità delle multinazionali: «Queste condizioni di lavoro saranno replicate in altri paesi dove le leggi sul lavoro sono ancora più deboli e difficilmente vengono applicate. Pertanto, è responsabilità delle aziende e dei brand adottare misure serie per riformare dalle fondamenta le condizioni di lavoro nella loro catena di fornitura».

Due diligence: cosa prevede la legislazione Ue

La Commissione europea ha pubblicato un rapporto lo scorso febbraio nel quale sottolinea l’urgente necessità di un’azione normativa a livello europeo. Molti paesi dell’Unione europea ed extra-Ue stanno già adottato, o stanno valutando di adattare la propria legislazione in materia di due diligence.

Nell’aprile 2020 il commissario Ue per la giustizia, Didier Reynders, ha annunciato che la Commissione europea introdurrà, a partire dal 2021, un’iniziativa sulla legislazione obbligatoria in materia di diritti umani e due diligence ambientale, che diventerà vincolante per le aziende con sede nell’Ue.

La risposta di Lego (e il silenzio di Simba Dickie)

In seguito alla pubblicazione del report sullo sfruttamento dei lavoratori nella fabbrica di Dongguan Wing Fai, la Lego Group ha dichiarato di aver svolto un’indagine in loco e di aver pianificato un’ispezione annuale presso il sito attraverso un revisore esterno, in conformità ai principi di “Business Responsabile” dell’azienda. La Lego ha anche affermato che il fornitore cinese avrebbe posto rimedio a queste criticità, secondo un’ulteriore e successiva verifica svolta nell’aprile 2020.

Il gruppo tedesco Simba Dickie ha invece rifiutato per ora di rispondere alle accuse mosse dal Business and Human Rights Resource Center sulle cattive condizioni di lavoro e di vita nelle fabbriche di Wah Tung.

da qui


mercoledì 2 settembre 2020

Darién Wanderers: ecco il documentario sui migranti che sognano l’America - Irene Masala

 

Dieci minuti densi, capaci di farci entrare a suon di immagini, infografiche e testimonianze nella vita di migliaia di migranti che sognano l’America, quella ricca. Persone disposte a rischiare il tutto per tutto per una vita più dignitosa. E che, per questo, intraprendono un pericoloso viaggio cercando di attraversare il Darién Gap, la giungla che separa il Sud America dall’America centrale.

Ecco in anteprima Darién Wanderers (I viandanti del Darién), il documentario indipendente scritto e diretto da Irene Masala e Lucas Serna Rodas e prodotto da Utopías Project.



Darién Gap: cosa accade al confine tra Colombia e Panama

Il numero di bambini migranti che ogni anno attraversano il Darién Gap, la giungla che separa il Sud America dall’America centrale, è aumentato di oltre sette volte nel 2019. Dai 522 bambini in transito nel 2018 si è passati ai quasi 4 mila del 2019. E di questi circa il 50% aveva meno di 6 anni.

Lo riferisce l’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia. Le persone che nel 2019 hanno cercato di passare la frontiera naturale tra Colombia e Panama sono circa 24 mila, provenienti da oltre 50 differenti Paesi, soprattutto da Asia e Africa.

«Il drammatico aumento del numero di bambini migranti che si spostano attraverso il Darién Gap sottolinea l’urgente necessità di un’azione per proteggere questi minori e garantire il loro accesso a servizi essenziali come l’assistenza sanitaria, l’acqua e l’igiene», dice Kyungsun Kim, rappresentante Unicef a Panama.

Che continua: «Ciò richiede sforzi coordinati e rafforzati da parte dei governi e degli attori umanitari sul campo per rispondere a questo flusso».

 

Dove inizia il pericoloso viaggio verso il Darién

Alcuni migranti percorrono decine di migliaia di chilometri, dal continente asiatico a quello africano, fino a Cile o Brasile, e da lì in poi dritto fino a Colombia e Panama. Alcuni riescono a viaggiare in aereo fino in Ecuador, uno dei Paesi con politiche migratorie più blande.

La maggior parte delle persone in transito proviene da Camerun, Bangladesh, India, Repubblica democratica del Congo, Nepal, Pakistan, Haiti e Ghana. Migliaia di persone in viaggio, molte delle quali hanno investito gli ultimi averi nella speranza di questa traversata.

 

Darién Wanderers, migranti in transito verso gli Usa

Questo flusso migratorio sommerso, che attraversa l’America Latina per confluire negli Stati Uniti e in Canada, è al centro del mini documentario indipendente Darién Wanderers (I viandanti del Darién), che mostra le ultime tappe del viaggio in Colombia, dal porto turistico di Turbo, in Antioquia, fino a Capurganá, piccolo paesino ormai da anni destinazione turistica nella costa nord-occidentale dell’Urabá.

I migranti riescono a muoversi dentro la Colombia grazie a un documento, chiamato salvacondotto, che gli consente di raggiungere la frontiera più vicina per uscire dal Paese nonostante non siano in possesso di documenti regolari.

Una volta sbarcati a Capurganá, i migranti devono aspettare che arrivi il coyote, la persona che li accompagnerà per una parte del viaggio attraverso la selva del Darién. Gli agenti dell’Ufficio migrazione presenti a Capurganá si occupano di controllare i salvacondotti dei migranti, ma non della sicurezza delle persone in transito.

Stando a quanto riportato da Cesar Mesa, direttore dell’ufficio Unhcr di Apartadó intervistato per il documentario, le autorità etniche alla frontiera riferiscono di un flusso giornaliero tra i 100 e i 200 migranti, per un totale superiore alle 35 mila persone l’anno.

 

Darién Gap, le foreste diventano una trappola per migranti

Il viaggio attraverso le foreste può richiedere giorni, o addirittura settimane, e un numero incalcolabile di persone muore o scompare. A oggi nessuna organizzazione operante sul luogo è stata in grado di stabilire con esattezza il numero dei migranti che hanno perso la vita nel Darién Gap.

Le foreste di Darién sono così fitte che l’autostrada Pamamericana, che attraversa il continente americano da nord a sud, deve interrompersi a Panama e riprendere in Colombia. La selva si estende infatti per 575 mila ettari ed è uno dei luoghi con la maggiore biodiversità al mondo, con 160 specie di mammiferi.

Una foresta che, negli ultimi 30 anni, è stata campo di battaglia, massacri e sequestri di civili da parte di guerriglieri delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, di paramilitari e narcotrafficanti.

Secondo un’indagine di Interpol e polizia colombiana, il passaggio di migranti attraverso il Darién frutta ai trafficanti circa un milione di dollari a settimana. Molti, inoltre, sono abbandonati dai coyote a metà tragitto senza più soldi, acqua né cibo. I più fortunati sono intercettati dagli agenti del Senafront, la polizia panamense che si occupa di monitorare l’area di frontiera, mentre gli altri incontrano le bande criminali che gestiscono la zona.

 

Covid-19: il nuovo coronavirus colpisce il Darién

L’applicazione delle misure sanitarie per prevenire l’ulteriore diffusione del coronavirus, compresa la chiusura delle frontiere, ha comportato una serie di cambiamenti nella mobilità di transito dei migranti.

Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), attualmente sarebbero 2.536 i migranti bloccati a Panama, la maggior parte dei quali originari di Haiti. Di questi, circa il 30% è costituito da minori e tra loro ci sono anche sei donne incinte.

Le autorità locali hanno inoltre deciso di erigere una serie di recinzioni sanitarie per controllare l’ingresso e l’uscita delle persone nella provincia del Darién e per garantire la sicurezza della popolazione locale.

 

Panama: la Corte interamericana interviene in difesa dei migranti

Recentemente la Corte interamericana per i diritti umani ha ordinato a Panama di garantire a tutti i migranti l’accesso ai servizi sanitari essenziali nei centri di detenzione. La decisione della Corte ha riguardato due centri di immigrazione nello specifico, entrambi nella provincia del Darién, nei quali si presentavano gravi situazioni di sovraffollamento e presenza di casi di Covid-19 tra le persone in stato di detenzione ingiustificata.

Il caso è stato presentato alla Corte dal Center for Justice and International Law perché lo stato detentivo dei migranti, diventato definitivo a causa della pandemia, violerebbe gli standard internazionali sui diritti umani.

da qui