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giovedì 3 febbraio 2022

Depressione e disagio mentale restano tabù


Intro

cara Bottega

sono un lettore assiduo. Apprezzo le tematiche, la visione, la posizione politica del blog. Non sono in accordo con tutte le cose che vengono scritte ma nella maggior parte dei casi, spulciando qua e là, trovo sempre qualcosa che può darmi ispirazione. Vi ho conosciuti tramite mastodon qualche mese fa, e da allora ho deciso di abbonarmi al vostro rss per ricevere costantemente gli aggiornamenti. Non sono di primo pelo, ho 45 anni; forse per quello uso ancora gli rss per ricevere le notiche dai miei siti preferiti. Lettore accanito dunque ma su questo blog – come altrove – noto una enorme mancanza: non si parla mai di problemi psicologici. Mi son chiesto “perchè” dandomi varie e fantasiose spiegazioni, ma credo che la ragione sia semplice: depressione e sentimenti di disistima sono considerati spesso come problemi “minori” da tenere – se possibile – nascosti agli occhi del prossimo. Siccome però non ci si può soltanto lamentare di quel che non va, ma bisogna sempre fare qualcosa per cercare di trasformare il mondo in quello che vorremmo fosse, se me lo concedete, ho deciso di scrivere qualcosa io.


Lo stigma

«Esci, vai in giro, fatti una scopata e passerà tutto». Qualcuno di voi sorriderà ma questi sono i commenti che ho sempre ricevuto quando ho sommessamente provato a comunicare alcuni dei miei stati di disagio mentale. Ho pensato per anni di essere io quello sbagliato, poi ho capito che rappresentare lo stereotipo dell’«uomo che non deve chiedere mai» non serviva (tantomeno a me) e alla fine ho cominciato ad accettarmi per come ero. Questo non ha risolto i problemi ma ha alleviato la sofferenza. Avevo meno di 20 anni e a quell’età avevo già cercato, per due volte, di togliermi la vita. Mi ero trasferito dal Sud Italia al Nord e la sensazione di sentirmi un pesce fuor d’acqua era a quei tempi profonda. Ricordo che ero piuttosto bravo a scuola, ma il bullismo subìto nella mia nuova classe era talmente pesante che mi spinse a isolarmi; addirittura decisi che non sarei più andato a scuola. I miei risultati calarono drasticamente. Passavo i miei giorni a osservare il soffitto, fra le coperte, leggendo tutti i libri di Renzo De Felice perchè avevo deciso di portare “storia del fascismo” come tesina alla maturità. Mia madre era preoccupata.

Ricordo benissimo il giorno che lei mi portò al servizio di salute mentale della ASL: aspettai quasi mezz’ora la psicologa che avrebbe dovuto “curarmi” e che con un tatto simile alla carta vetrata mi fece domande inopportune con un approccio pessimo. Stufo della situazione, dopo poco mi alzai e dissi «signora, se non ha voglia di ascoltarmi, non c’è motivo di perdere altro tempo». La depressione era qualcosa di cui sentirsi in colpa. E ora ne avevo le prove.


Non capisco di cosa si lamenta

Mio padre era un uomo di un altro secolo. Complesso, severo, a tratti iracondo, a volte anempatico. Quando prendevo 8 in matematica o scienze non mi diceva «bravo» ma «hai fatto metà del dovere tuo». Non gliene ho mai fatto una colpa: in fondo aveva un gran cuore ma lo imparai soltanto durante i suoi ultimi anni di vita. Quando i primi segni dei miei disturbi cominciarono a palesarsi ricordo che il mio disagio cresceva nell’avvertire la sua sensazione di impotenza. Una volta lo sentii dire: «gli abbiamo dato tutto, perchè si lamenta?». Per me fu come se, in qualche modo, fosse crollato un mito: mio padre “superuomo” crollava sotto il peso di qualcosa che non riusciva a controllare. Avevamo passato momenti brutti in famiglia, di pesante crisi economica, minacce da parte della mafia perchè pagassimo un pizzo eppure quella cosa – il mio disagio – evidentemente lo destabilizzava pesantemente. Non ho mai avuto la fortuna di essere padre e dunque come può essere vivere dall’esterno la depressione di un figlio non riesco a immaginarlo. Imparai più tardi, quando cominciai a uscire di nuovo dalla mia bolla, che la difficoltà nell’approcciare una persona depressa non era solo di papà ma di tutti coloro che mi circondavano.


Anch’io mi sento depresso

«Siamo tutti depressi in questa società». Più o meno è la risposta che arrivava quando provavo a spiegare quanto il mio disturbo impattasse sulla mia vita. «Bisogna andare avanti, non ci si può piangere addosso» oppure «il tuo problema è che ti chiudi in casa»: come se la depressione fosse una colpa e non una questione da risolvere. Ho tante volte immaginato come sarebbe stato se mi fossi rotto un braccio o una gamba: mi avrebbero detto frasi così inopportune? Oppure, vedendo fisicamente il problema, avrebbero reagito stimolando i 4 neuroni specchio rimasti nei buchi reconditi del lobo parietale? Le prime volte che ascoltavo queste risposte non riuscivo proprio ad accettarle. Col tempo ci ho fatto l’abitudine tanto che, chiudendomi sempre più in me stesso, diventò difficile per gli altri identificarmi come una persona depressa. Diventai un perfetto teatrante, nascondevo tutto. In pochi sapevano, e andava bene così. Dopo tanti anni però la cosa riesplose in maniera inaspettata.


Quel piccolo hotel

Ero a Genova e quella notte, in un hotel, esplose un ricordo rimosso. Ricordo quel prete, le sue mani, quell’odore simile all’ammoniaca: il sudore, il testosterone; c’era qualcosa in quella stanza che aveva dato vita a un passato rimosso. Ricordai la sagrestia, l’odore di incenso, e quel tempo bloccato che sembrava non finire mai. Ricordai di essere entrato dentro la nostra Renault, di essermi accovacciato nel largo bagagliaio e di aver cominciato a piangere. E poi di aver visto, dopo ore, alcuni amici – che mi cercavano per una sessione di AD&D – ridere dei me attraverso i finestrini di quell’automobile.

Il mio cervello aveva rimosso tutto, come si fa con le robe vecchie messe in soffitta. Era davvero un male? Forse la mia testa aveva fatto la cosa giusta, ma ormai il danno era fatto: il ricordo era riaffiorato e rimuoverlo di nuovo non sarebbe stato semplice.

Forse fu allora che cominciai a sviluppare i miei disturbi alimentari. Diventai bulimico, con condotte di eliminazione, ma questo non aiutò, anzi peggiorò la situazione. Provai a comunicarlo all’unica amica che credevo avere a quei tempi, ma la sua risposta fu il silenzio; e non ci ritornammo su mai più. Possibile che nessuno mi volesse ascoltare? Forse era questo il mondo “dei grandi” e io, semplicemente, non volevo accettarlo.


Una volta ero… ma ora…

Mi fa ridere quando sento persone che dicono «una volta ero depresso, una volta ero bipolare, una volta avevo disturbi del comportamento alimentare ma ora…». E’ davvero tranquillizzante ascoltarli per chi non ha mai avuto problemi simili. Ma io vorrei comunicare, una volta per tutte, che da questi disagi non se ne esce, si impara semplicemente a conviverci.

Se voi che ora state leggendo ascolterete qualcuno parlare di depressione, ricordate che, se non siete specialisti, non sarete chiamati a risolvere i suoi problemi. Evitate perciò di esprimere pareri inopportuni. L’ascolto è cosa nobilissima. Però bisogna imparare ad ascoltare.

da qui

venerdì 5 novembre 2021

Depressione: il ruolo della scuola - Angela Negro


Sarebbe un errore affermare che la Scuola non sia cambiata negli ultimi decenni: si discute con gli insegnanti riguardo al ruolo che quest’istituzione dovrebbe avere nella vita degli alunni e come fare per migliorarla; vengono proposte attività che si staccano dal nozionismo disciplinare per rendere gli studenti cittadini più consapevoli; inoltre, viene posta maggiore attenzione al benessere della persona, il cui lavoro rimane, da sempre, quello di imparare. Ma queste azioni non sono abbastanza per allontanare l’incessante presenza del carnefice che si trascina appresso troppi studenti: la depressione.

 

Nelle scuole, da sempre, ci si reca per studiare ed imparare attraverso le conoscenze che gli insegnanti trasmettono ai propri studenti; in alcuni casi, purtroppo, un edificio costruito per l’apprendimento di bambini e ragazzi si trasforma in una prigione del terrore, in cui si è perennemente perseguitati dalla fame di buoni voti, e, spesso, il ruolo del boia è ricoperto, per scelta o per ignoranza, da coloro che dovrebbero insegnare a perseguire la propria libertà, e non, invece, ad oscurarla con arbitrarietà e indifferenza. Purtroppo, in questo caso i prigionieri non hanno commesso crimini di alcun genere, ma l’ansia, l’incomprensione degli altri, la fatica infruttuosa e la costante insoddisfazione hanno, negli anni, messo giù mattone su mattone, fino a quando ci si ritrova rinchiusi nella propria disperazione. Come si può scegliere di ignorare il problema, quando si perde il potenziale di centinaia di migliaia di giovani italiani, i quali, se messi nelle condizioni ideali, potrebbero essere in grado di stravolgere in positivo il nostro futuro?

 

Qualcuno si è reso conto che i giovani, spesso, hanno bisogno di sostegno morale non solo per problemi come la depressione o la difficoltà nella gestione dell’ansia, ma anche per problemi con il rapporto con i propri genitori o, più in generale, con le altre persone: per questo motivo l’Ordine degli psicologi, secondo il Protocollo tra il Ministero dell’Istruzione e il CNOP è entrato nelle scuole per tentare di dare un sostegno a coloro che ne hanno bisogno. Ma può l’opera di un singolo psicologo essere abbastanza in una scuola con centinaia, se non migliaia di studenti? L’adolescenza è l’età in cui vengono a galla le bugie a lungo nascoste dagli adulti, in cui si comprende che la realtà è completamente diversa da quella che si ammirava nei cartoni animati e che la vita gira intorno allo studio e al lavoro: ci si sente abbandonati in una vasca piena di squali senza saper nuotare e alla disperata ricerca di qualche appiglio sicuro. Ci si trova nel mezzo della lotta tra la ricerca della propria autonomia e l’esigenza di sentirsi protetti, senza dimenticare che «l’adolescente deve confrontarsi con il suo desiderio di emergere in un ambiente sociale e scolastico molto competitivo».

 

La depressione non risparmia i giovani e, poiché gli adolescenti vivono un momento della loro vita in cui la Scuola è uno dei fattori che li influenza maggiormente, poiché spendono cinque ore al giorno in aula ed ancora altre chiusi in casa a studiare (e per questo viene continuamente loro chiesto perché non escano mai di casa); è chiaro, dunque, che il personale scolastico, specialmente gli insegnati, abbiano un ruolo cruciale nel loro benessere psicologico: per questo dovrebbero essere al corrente della malattia che colpisce dal 10 al 20% dei giovani nel mondo.

 

Filomena Albano, Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza (Agia), afferma: «parlare di salute mentale in adolescenza significa occuparsi di ragazzi invisibili, poco intercettati e particolarmente vulnerabili».

 

Nel 2015, in quattro città del Cile, per esempio, è stato condotto un seminario composto da incontri di quattro ore e svolti dalla psichiatra per adolescenti e bambini Vania Martìnez e lo psicologo per adolescenti Daniel Espinosa per informare psicologi e lo staff scolastico sulla depressione, dalle caratteristiche cliniche al trattamento e all’approccio che le scuole dovrebbero avere in merito. È stato proposto, a coloro che avevano aderito, un test riguardante la depressione negli adolescenti da svolgere sia prima che al termine del workshop, ed è stato evidenziato, come mostra il Table 3, un significativo aumento del punteggio medio dei questionari dopo lo svolgimento degli incontri. Nonostante lo staff scolastico abbia una conoscenza maggiore sulla depressione dopo il seminario, questo è da considerarsi solo il primo passo, poiché ancora non si sa come queste conoscenze verranno utilizzate all’interno degli edifici scolastici.

 

Che le scuole siano solo un luogo per tenere addormentati masse di giovani apatici è, però, decisamente scorretto: vengono svolti progetti e attività tra le classi che spaziano dalla fotografia al teatro, dalla scienza alla lettura di romanzi; e ciò dimostra il tentativo di sfruttare le passioni degli studenti, che sarebbero altrimenti confinate al di fuori delle mura scolastiche. Ma il modo migliore per trattare questa grande piaga è di informare gli studenti del fatto che non sono soli nell’affrontarla, facendo loro comprendere la gravità delle conseguenze a cui può portare se ignorata. È molto importante che chi è affetto dalla depressione abbia un sostegno che sia in grado di aiutarlo, e, come afferma Daniel Goleman in Intelligenza emotiva, «dal momento che la possibilità di prevenire l’insorgenza di tale disagio in un’età così delicata può avere influenza sul benessere dell’individuo nell’intero corso della vita è fondamentale che la scuola si interroghi sul suo ruolo in tal senso».

da qui

martedì 10 aprile 2018

Buono a nulla (Good for Nothing) – Mark Fisher




Ho sofferto di depressione in modo intermittente da quando ero un adolescente. Alcuni di questi episodi sono stati fortemente debilitanti- con conseguente tendenza all’autolesionismo, a isolarmi (ho passato mesi e mesi nella mia stanza, uscendo solo per ritirare la posta o per acquistare un minimo di cibo necessario), e tempo trascorso in reparti psichiatrici. Non direi che sono guarito completamente, ma sono contento di notare che sia l’incidenza che la gravità degli episodi depressivi si sono notevolmente ridotti, negli ultimi anni. In parte, ciò è conseguenza dei cambiamenti nella mia vita, ma è anche il risultato di essere arrivato a una diversa comprensione della mia depressione e di ciò che la causa. Metto a disposizione le mie esperienze di disagio mentale non perché penso che rappresentino qualcosa di speciale o unico, ma perché molte forme di depressione possono essere meglio comprese  – e meglio combattute – attraverso schemi che sono impersonali e politici, piuttosto che individuali e “psicologici”.
Scrivere  della propria depressione non è facile. La depressione è in parte costituita da una beffarda voce “interiore” che ti accusa di auto-indulgenza – non sei depresso, stai solo cercando scuse per te stesso – e tale voce rischia di assumere maggiore importanza rendendo pubblica la propria condizione. Naturalmente, questo richiamo “interiore” è anche l’espressione interiorizzata delle forze sociali presenti, alcune delle quali hanno tutto l’interesse a negare qualsiasi collegamento tra la depressione e la politica.
La mia depressione è stata sempre collegata alla convinzione che ero letteralmente un buono a nulla. Ho trascorso la maggior parte della mia vita, almeno fino all’età di trent’anni, a credere che non avrei mai potuto lavorare. Intorno ai vent’anni mi sono barcamenato tra studi post-laurea, periodi di disoccupazione e lavori temporanei. Non ho sentito di appartenere ad alcuno di questi ruoli e contesti – non agli studi post-laurea, perché mi sentivo un dilettante che aveva in qualche modo simulato la possibilità di intraprendere quella strada, non ero uno studioso all’altezza del compito;  né allo status di disoccupato, perché non ero realmente disoccupato, di quelli onestamente in cerca di un lavoro, ma piuttosto uno scansafatiche; né alle occupazioni temporanee, perché sentivo di svolgerle da incompetente, e in ogni caso non appartenevo davvero a questi lavori d’ufficio o di fabbrica, non perché mi sentivo “superiore” ad essi, ma – esattamente al contrario – perché ero eccessivamente educato e inutile, e perché rubavo il lavoro di qualcuno che ne aveva bisogno e lo meritava più di me.
Anche quando sono stato ricoverato in un reparto psichiatrico, mi dicevo che non ero veramente depresso – stavo solo fingendo di esserlo per evitare il lavoro, o nella logica infernale e paradossale della depressione, nascondevo il fatto di non essere in grado di lavorare, e che per me non c’era alcun posto nella società.
Quando alla fine ho cominciato a insegnare in un college, sono stato per un po’ euforico – ma la stessa natura di questa esagerata esultanza dimostrava che non mi ero scrollato di dosso quei sentimenti di inutilità che mi avrebbero infatti, presto, portato a ulteriori periodi di depressione. Mi mancava la fiducia di essere in grado di rivestire quel ruolo. A livello non troppo nascosto, evidentemente, non mi ritenevo il tipo di persona che avrebbe potuto svolgere un lavoro da insegnante.
Da dove derivano tali convinzioni? La scuola di pensiero dominante in psichiatria ne individua le origini nel malfunzionamento della chimica del cervello, un guasto che deve essere riparato con prodotti farmaceutici. La psicoanalisi e le forme di terapia notoriamente cercano le radici del disagio mentale nell’ambiente familiare, mentre la terapia cognitivo-comportamentale è meno interessata a localizzare la fonte del disagio ma punta a sostituirla con una serie di storie positive. Non è che questi schemi siano del tutto errati, è che non colgono  – e non devono cogliere – la causa più probabile di tale sentimento di inferiorità: il potere sociale.
La forma che il potere sociale ha esercitato su di me è quella di un “potere di classe”, anche se, naturalmente, sesso, razza e altre forme di oppressione producono lo stesso senso di inferiorità ontologica: la quale è definita esattamente dal pensiero di cui sopra, ovvero che non si è il tipo di persona che può soddisfare il ruolo che viene destinato dal gruppo dominante.
Dietro stimolo di uno dei lettori del mio libro Capitalism Realism. Is there No Alternative?(Zero Book, 2009), ho iniziato a studiare il lavoro di David Smail. Smail – un terapeuta che,  nella sua pratica,  pone la questione del potere come centrale – ha confermato le ipotesi in merito alla depressione di cui soffrivo. Nel suo libro fondamentale (The Origins of Unhappiness, Robinson Book, 2001), Smail descrive come le “impronte” di  classe siano concepite per essere indelebili. Per coloro che sono abituati sin dalla nascita a ritenersi inferiori, l’acquisizione di qualifiche o di ricchezza di rado sono sufficienti a cancellare – sia nella loro mente che nella mente degli altri – il senso primordiale della inutilità che li marchia a vita, sin dalle origini. Chiunque si muova fuori della sfera sociale cui è destinato è sempre in pericolo di essere soverchiato da sentimenti di vertigine, di panico e di paura:
“… isolato, tagliato fuori, circondato da uno spazio ostile, siete  improvvisamente senza collegamenti, senza stabilità, senza nulla che vi sostenga; la vertiginosa, nauseante irrealtà prende possesso di voi; vi sentite minacciato da una totale perdita di identità, un senso di dolore  assoluto; non avete  il diritto di essere qui, ora, di abitare questo corpo, di essere vestito in questo modo; siete una nullità, “niente” è esattamente ciò che si sente di diventare”.
Una delle tattiche di maggior successo della classe dirigente è stata la “responsabilizzazione” del singolo individuo. Ogni singolo membro della classe subordinata è incoraggiato a credere che la sua povertà, la mancanza di opportunità, o la disoccupazione, sono colpa sua e solo sua. Gli individui incolpano se stessi, piuttosto che le strutture sociali. E in ogni caso sono indotti a credere in una realtà che non è. Ciò che Smail definisce il  “volontarismo magico” – cioè  la convinzione che ogni persona ha il potere di diventare ciò che vuole essere  – è l’ideologia dominante e la religione non ufficiale della società capitalistica contemporanea, sostenuta sia da “esperti” dei reality televisivi che dai guru del business che dai politici. Il volontarismo magico è sia l’effetto che la causa del più basso livello di coscienza di classe che la storia ricordi. È l’altra faccia della depressione – la cui convinzione di fondo è che noi siamo gli unici responsabile della nostra miseria e perciò la meritiamo.
Un doppio legame vizioso del tutto particolare viene imposto ai disoccupati di lunga data nel Regno Unito: per tutta la vita è stato detto loro che sono dei “buoni a nulla” e allo stesso tempo possono fare qualsiasi cosa vogliano? Allo stesso modo è comprensibile l’accettazione fatalista delle politiche di austerità  da parte della popolazione del Regno Unito: esito di una depressione collettiva deliberatamente coltivata dal potere. Questa depressione si manifesta nella convinzione (indotta) che la situazione peggiorerà (per tutti, eccettuata una piccola élite), che siamo fortunati ad avere un qualsiasi posto di lavoro (quindi non dobbiamo aspettarci, per esempio, una dinamica salariale che stia  al passo con l’inflazione) e che non possiamo pretendere uno stato sociale pubblico e universale.
La depressione collettiva è il risultato del progetto di re-subordinazione messo in opera dalla classe dirigente contemporanea. Per qualche tempo, abbiamo accettato l’idea che non eravamo il tipo di persone che possono muoversi, agire. Non per una mancanza di volontà, ma perché la ricostruzione della coscienza di classe è un processo assai arduo, e la soluzione non può essere preconfezionata. Ma, a dispetto di ciò che la nostra depressione collettiva ci indica, si può fare. Inventare nuove forme di coinvolgimento politico, facendo rivivere istituzioni che sono diventate decadenti, convertendo la disaffezione individuale in rabbia politicizzata: tutto questo può accadere. E quando accade, chi lo sa che cosa può succedere?
Testo originale inglese qui.
Traduzione di Andrea Fumagalli e Cristina Morini