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mercoledì 23 settembre 2026

Repressione economica, il nuovo strumento dei despoti per zittire il dissenso - Alessandro Canella*

 

Da Francesca Albanese ad Autistici/Inventati, dai registi di “Naza” alle multe agli attivisti. Il nuovo strumento per zittire il dissenso è la repressione economica.

Laddove la vecchia repressione poliziesca si dimostra di scarsa efficacia, i despoti del mondo si sono inventati un nuovo strumento per zittire il dissenso: colpire nelle tasche le voci critiche.

L’avanguardia di questa nuova forma di autoritarismo è incarnata dagli Stati Uniti di Donald Trump, ma l’esempio viene emulato anche in altri Paesi, tra cui Israele e Italia. Si moltiplicano infatti i casi di persone o organizzazioni a cui sono stati chiusi i rubinetti economici e le fonti di sostentamento, non potendo evidentemente dare loro la caccia con gli strumenti giudiziari.

Da Francesca Albanese al collettivo Autistici/Inventati, dai giudici della Corte Penale Internazionale ai registi di “Naza”, fino ai semplici attivisti che si sono visti comminare multe da decine di migliaia di euro, ciò che accomuna i diversi casi di repressione economica sono elementi come la discrezionalità molto politica, l’impossibilità spesso di appellarsi ai provvedimenti per via giudiziaria, l’applicazione di sanzioni spesso fuori dal diritto ma facendo leva sui rapporti di forza o l’applicazione pretestuosa di pene sproporzionate rispetto alle condotte da punire, come il mancato rispetto di termini temporali di preavviso per svolgere una protesta.

La repressione economica contro Francesca Albanese, esponente dell’Onu

Uno dei casi più eclatanti della repressione economica riguarda l’inserimento di Francesca Abanese nella lista nera delle sanzioni statunitensi. Relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, la giurista italiana è finita nel mirino dell’Amministrazione di Washington guidata da Donald Trump, che nel luglio 2025 ha decretato contro di lei dure misure punitive d’intesa con l’Office of Foreign Assets Control.
All’origine della decisione figurano i suoi intransigenti report sul genocidio a Gaza e i pressanti appelli rivolti alla Corte Penale Internazionale affinché perseguisse le responsabilità di funzionari statunitensi e israeliani.

Le ritorsioni di Washington hanno travolto la quotidianità della diplomatica, traducendosi in una vera e propria paralisi finanziaria. Poiché il sistema bancario globale gravita attorno al dollaro e teme le ritorsioni secondarie degli Stati Uniti, persino gli istituti di credito europei si sono visti costretti a rifiutare l’apertura di conti correnti a suo nome.
Senza possibilità di ricevere lo stipendio, disporre di una carta di credito o svolgere le più semplici operazioni di pagamento, la giurista ha vissuto una condizione d’isolamento economico senza precedenti per un rappresentante delle Nazioni Unite.

Lo stallo si è incrinato solo nel maggio 2026, quando la controversia è approdata nelle aule giudiziarie americane. Un tribunale federale statunitense ha accolto il ricorso dei legali della giurista, sospendendo in via cautelare l’efficacia del provvedimento.
Nella sentenza, il magistrato ha sottolineato come le sanzioni economiche siano state impropriamente impiegate come forma di ritorsione e censura politica, violando le tutele sulla libertà di manifestazione del pensiero garantite dal Primo Emendamento della Costituzione americana. In risposta al pronunciamento del giudice, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha dovuto disporre la cancellazione temporanea della diplomatica dalla lista degli individui sanzionati.

Il caso dei giudici della Corte Penale Internazionale

Un’offensiva analoga a quella subita da Francesca Albanese ha travolto direttamente i vertici della Corte Penale Internazionale dell’Aja. Il punto di svolta è arrivato nel febbraio 2025, quando la Casa Bianca guidata da Donald Trump ha firmato un decreto esecutivo per colpire magistrati e funzionari del tribunale internazionale.
La reazione di Washington si è scatenata a seguito delle indagini del tribunale sui crimini di guerra a Gaza e dell’emissione dei mandati di arresto contro alti esponenti israeliani, con gli Stati Uniti che hanno accusato l’istituzione di minacciare la sovranità americana e quella dei suoi alleati non aderenti allo Statuto di Roma.

La ritorsione economica si è progressivamente allargata fino a toccare quasi metà del collegio giudicante dell’Aja, inclusa la presidente del tribunale Tomoko Akane, vari giudici e il procuratore capo Karim Khan.
Le conseguenze per i magistrati finiti nelle liste nere dell’Office of Foreign Assets Control sono state devastanti: i loro beni negli Stati Uniti sono stati bloccati e le istituzioni finanziarie internazionali si sono trovate impossibilitate a erogare stipendi o mantenere operativi i conti correnti per paura delle pesanti sanzioni secondarie americane. Si è configurato un vero e proprio strangolamento economico volto a paralizzare l’attività della Corte.

Anche in questo scenario l’offensiva ha scatenato una dura battaglia legale. Organizzazioni per i diritti umani e magistrati sanzionati hanno impugnato il decreto dinanzi alle corti federali statunitensi, contestando l’uso delle misure di emergenza economica contro dei giudici nel pieno esercizio delle loro funzioni giurisdizionali.
Mentre i tribunali americani sono stati chiamati a valutare la legittimità costituzionale dei blocchi finanziari, l’Assemblea degli Stati Parte e le Nazioni Unite hanno condannato l’uso delle ritorsioni bancarie, definendolo un attacco senza precedenti alla stessa indipendenza della giustizia internazionale.

Repressione economica e digitale: la vicenda di Autistici/Inventati

La vicenda che ha colpito Autistici/Inventati rappresenta un emblematico caso di repressione economica ed extra-giudiziale applicata al mondo del digitale e della libertà di espressione. Storico collettivo italiano nato nel 2001 per offrire servizi informatici orientati alla privacy e alla tutela dei diritti digitali – come email criptate, hosting e mailing list per movimenti e attivisti –, il progetto è finito al centro di un micidiale cortocircuito finanziario causato dall’imposizione di sanzioni unilaterali da parte delle autorità statunitensi attraverso l’Office of Foreign Assets Control (OFAC).

Pur non essendo formalmente accusato di alcun reato dall’autorità giudiziaria italiana o europea, il collettivo è stato inserito nella lista nera americana con l’accusa indiretta di fornire infrastrutture di rete a realtà invise a Washington.
Le conseguenze economiche e operative di questo provvedimento sono state immediate e devastanti. A causa dello strapotere del sistema finanziario globale e del dollaro, il rischio di “sanzioni secondarie” ha spinto i fornitori di servizi di rete, i registrar di domini e le stesse istituzioni bancarie europee – inclusa Banca Etica – a congelare le operatività del collettivo, interrompendo la gestione dei conti correnti destinati alle donazioni dal basso e rendendo inaccessibili i domini web principali.

Senza possibilità di raccogliere fondi per sostenere i costi dei server e sotto la minaccia di pesante isolamento bancario per chiunque fornisse loro supporto economico o tecnico, ma anche per non esporre a ritorsioni anche i propri utenti, il collettivo si è visto costretto a sospendere i propri storici servizi.
Questa forma di soffocamento finanziario ha evidenziato come l’uso politico delle sanzioni economiche possa travalicare le giurisdizioni nazionali, trasformando l’ostruzionismo bancario in un efficace strumento di censura indiretta in grado di spegnere spazi di dissenso e di libera informazione.

L’emulazione israeliana: le sanzioni ai registi di “Naza”

La campagna di ritorsione nei confronti dei registi del film documentario “Naza”, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, segna un ulteriore tassello nell’uso delle sanzioni amministrative e delle pressioni istituzionali per reprimere il dissenso diplomatico e la libertà di informazione. L’opera, premiata con il premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, indaga sui sistemi d’intelligenza artificiale usati dall’esercito israeliano per la selezione dei bersagli a Gaza, provocando una violentissima reazione politica sia in Israele sia sul piano dei finanziamenti pubblici.

Subito dopo la proiezione della pellicola al Lido, l’esecutivo israeliano ha attivato una serie di misure repressive per colpire le attività professionali ed economiche dei due registi.
Oltre alle aperte minacce di revoca della cittadinanza per alto tradimento espresse da esponenti di primo piano del governo, le autorità istituzionali hanno avviato procedimenti per revocare qualsiasi forma di sussidio, fondo pubblico o finanziamento statale destinato alle loro future produzioni o a enti correlati. Questa mossa è stata accompagnata dall’apertura di un’indagine giudiziaria per fuga di notizie riservate che rischia di bloccare la distribuzione commerciale del film e congelare i proventi dell’opera.

Sul fronte privato ed economico si è innescata una dinamica di vera e propria paralisi operativa. Le pressioni istituzionali e l’incriminazione potenziale per violazione della sicurezza nazionale hanno spinto diversi soggetti distributivi intermediari e piattaforme di pagamento a sospendere i trasferimenti di fondi e a congelare l’accesso ai budget operativi legati alle attività promozionali dei registi. L’offensiva combinata tra minacce penali, revoca dei contributi pubblici e l’ostruzionismo bancario ha così riproposto il modello di “strangolamento finanziario” già applicato ad altre figure critiche nei confronti delle politiche militari israeliane.

Anche l’Italia ha imparato: le multe salatissime agli attivisti

La stretta sul dissenso, in particolare attraverso la repressione economica, ha fatto scuola anche in Italia, dove le voci critiche vengono sempre più spesso colpite nelle tasche. Gli esempi si sprecano, ma un caso emblematico è la sanzione da 30mila euro notificata dalla Questura di Bologna a tre attivisti dei Municipi Sociali. La contestazione riguarda una protesta “senza preavviso” organizzata lo scorso 5 marzo contro la presidente della Bce Christine Lagarde, in visita alla Johns Hopkins University.
L’episodio riporta al centro del dibattito il Pacchetto Sicurezza del governo Meloni, accusato dai movimenti di utilizzare lo strumento economico come forma di repressione indiretta per disincentivare le mobilitazioni di piazza.

Al cuore della polemica c’è la riforma dell’articolo 18 del TULPS, che ha trasformato il mancato preavviso da reato a illecito amministrativo. Una depenalizzazione che però rappresenta un’arma a doppio taglio: se da un lato cancella il processo penale, dall’altro applica sanzioni pecuniarie immediate, salatissime e difficili da impugnare senza sostenere ingenti spese legali davanti al Giudice di Pace.
L’uso della corsia amministrativa, in particolare, priva i cittadini delle garanzie processuali tradizionali, affidando l’ordine pubblico a un meccanismo punitivo rapido e discrezionale.

Il caso di Bologna non rappresenta un fatto isolato, ma si inserisce in una tendenza già vista in altre città italiane. Sempre nel capoluogo emiliano, i cittadini del Comitato Mu Basta hanno subito contravvenzioni salatissime per “bivacco” durante il presidio a tutela del parco del Pilastro. Analogamente, a Brescia, il sindacalista Usb Dario Filippini è stato sanzionato per una mobilitazione spontanea organizzata senza rispettare i tre giorni di preavviso normativi. L’applicazione sistematica di queste elevate sanzioni pecuniarie rischia così di soffocare la libertà di protesta, trasformando l’esercizio della critica politica in un costo insostenibile per i singoli cittadini.

*da Radio Città Fujiko

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mercoledì 2 settembre 2026

Le vittime e i carnefici nella vicenda di Autistici/Inventati - Andrea Barolini

 

La testata di cui sono direttore, come è noto, è finanziata dal gruppo Banca Etica, attraverso il suo editore Fondazione Finanza Etica. Ciascuno può sentirsi libero di pensare che quanto segue sia una difesa d’ufficio. La realtà è che in quasi sei anni di direzione, la redazione di Valori.it ha potuto lavorare in totale autonomia e indipendenza. Ed è proprio l’indipendenza, assieme alla deontologia professionale, che mi spingono a prendere posizione. 

La vicenda è ormai nota: venerdì 28 agosto 2026 è stata resa nota l’ennesima decisione arbitraria dell’amministrazione degli Stati Uniti diretta da Donald Trump. Il collettivo toscano Autistici/Inventati – che sviluppa servizi informatici indipendenti e che fornisce indirizzi email, siti web, blog e newsletter ad altri attivisti e collettivi – è stato inserito nelle cosiddette liste Ofac. Ufficialmente per «contrastare la crescente minaccia rappresentata dai gruppi terroristici violenti di estrema sinistra». 

Autistici/Inventati è correntista di Banca Etica dal 2018 e l’istituto di credito ha dovuto riferire all’associazione di essere «costretta a elevare il profilo di rischio e a sospendere temporaneamente l’operatività del conto corrente in attesa di ulteriori approfondimenti ed è purtroppo probabile che sarà a breve costretta alla sua successiva chiusura». Al contempo, ha scritto alle organizzazioni di categoria delle banche (Abi e Assopopolari) e al ministero dell’Economia per verificare se ci siano soluzioni praticabili che permettano a Banca Etica di mantenere l’operatività del conto corrente.

Banca Etica rischia sanzioni secondarie per le liste Ofac

È un film già visto con la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Francesca Albanese, o ancora con i giudici della Corte penale internazionale. E anche all’estero nessuna banca, neppure quelle che si fondano sugli stessi valori di Banca Etica, ha potuto aggirare la decisione dell’amministrazione di Washington. 

Il motivo è semplice, come spiega lo stesso istituto di credito: «Una banca italiana che mantenga rapporti con un soggetto inserito nelle liste Ofac, potrebbe essere oggetto di “sanzioni secondarie” che implicano la cessazione di ogni servizio erogato da intermediari statunitensi». Tradotto, tutti i correntisti di Banca Etica potrebbero vedersi bloccate le carte di credito e di debito poiché basate su sistemi statunitensi (Visa & co.). Il che significherebbe, di fatto, far pagare a 130mila clienti, socie e soci della banca lo stesso prezzo ingiusto che Trump vuole far pagare a Autistici/Inventati, Francesca Albanese e ai giudici della Cpi. Oltreché mettere a repentaglio gli stipendi di centinaia di lavoratrici e lavoratori dell’istituto di credito.

Si può osservare che la Corte di giustizia europea, con sentenza dell’11 giugno 2026, ha ritenuto che il rifiuto di apertura di un conto corrente bancario ad un soggetto iscritto nella lista Ofac sia in contrasto con la direttiva dell’Ue 2015/849, che disciplina il contrasto finanziario al terrorismo e al riciclaggio. 

Siccome la stessa direttiva «non prevede che l’inserimento in un elenco dell’Ofac o in qualsiasi altro elenco della stessa natura redatto da un Paese terzo comporti automaticamente il divieto per un ente creditizio di avviare un rapporto d’affari con il cliente interessato», allora secondo i giudici non è necessario rispettare automaticamente quanto imposto da Washington.

 

La sentenza Ue dell’11 giugno non risolve il nodo delle liste Ofac

Ciò è vero. Ma lo è tanto quanto il fatto che gli Stati Uniti andrebbero con ogni probabilità dritti per la loro strada. Con tutto ciò che comporterebbe. La realtà è che la sentenza sancisce un principio correttissimo: la legittimità a resistere alla giustizia parallela imposta in modo unilaterale, arbitrario e barbaro da un singolo Paese. Ma a mancare è un’alternativa sicura per evitare di doversi solo e semplicemente immolare, rischiando di far perdere all’Italia, e a decine di migliaia di persone, l’unica realtà che propone una finanza umana, solidale, rispettosa dell’ambiente, del clima, della biodiversità, dei diritti dei lavoratori, dei diritti umani. Manca un sistema finanziario alternativo, che poggi le proprie gambe e radici in Europa, che sia gestito dalle nazioni europee, che ci liberi dal dominio americano. Che magari non arriverebbe subito ma del quale si potrebbero per lo meno cominciare a porre le basi. 

Nell’assordante silenzio della politica (e anche delle altre banche italiane, perché non risultano prese di posizione né manifestazioni di solidarietà), la verità è che nessuno fa la sola cosa che consentirebbe a Banca Etica di aprire (o rimettere in funzione) immediatamente ogni tipo di rapporto bancario. Le vicende di Albanese, di Autistici/Inventati e dei giudici della Cpi – nessuno dei quali ha ricevuto accuse formali, né ha perciò potuto difendersi da esse – hanno aperto uno squarcio su un mondo nel quale la giustizia, di fatto, non è uguale per tutti. Questo non basta però a far sì che governi europei e Commissione di Bruxelles agiscano concretamente per difendere le fondamenta stesse dei valori democratici. Meglio, evidentemente, non rischiare di irritare la Casa Bianca. E pazienza se questo dà un segnale dissuasivo chiarissimo anche a chiunque pensi di adottare comportamenti simili a quelli delle persone e realtà inserite ingiustamente nella lista Ofac.

La sola cosa certa, in tutto ciò, è che in questa vicenda ci sono delle evidenti vittime (chi è sottoposto ingiustamente a sanzioni, e anche chi è sottoposto alla minaccia di dover chiudere se osa tentare una forma di resistenza), un evidente carnefice e troppi che potrebbero agire ma preferiscono stare a guardare.

da qui


Come il sistema finanziario ha creato una giustizia parallela dominata dagli Usa - Andrea Barolini

Facendo leva sul dominio statunitense dei circuiti e dei servizi finanziari, Washington negli ultimi mesi ha imposto sanzioni a numerose figure, compresi giudici della Corte penale internazionale e rappresentanti Onu. Senza processi, senza accuse formali, senza difesa e senza neppure vie di ricorso

Nicolas Guillou è un magistrato della Corte penale internazionale (Cpi). Lui, come altri giudici, è stato sottoposto a sanzioni da parte dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. La ragione? Le loro inchieste e le loro decisioni, semplicemente, non sono piaciute a Washington.

Da quel giorno la vita del giurista è stata, di fatto, "congelata" da una giustizia parallela, arbitraria e inappellabile. Figlia di precise scelte politiche e permessa dal pressoché incontrastato dominio finanziario internazionale degli Stati Uniti.

La decisione degli Stati Uniti annunciata il 20 agosto 2025

La vicenda di Guillou risale al 20 agosto 2025: all’epoca, il segretario di Stato Marco Rubio aveva annunciato la decisione, il cui fondamento giuridico è rappresentato da un ordine esecutivo (il numero 14.203) firmato da Trump il 6 febbraio dello stesso anno. Che permette appunto di imporre sanzioni a chi fa parte della Cpi.

Ciò nel caso in cui vengano assunte decisioni che, secondo l’insindacabile giudizio di Washington, ledono gli interessi degli Stati Uniti o dei loro alleati. Il giudice francese, in particolare, è stato "punito" per aver spiccato un mandato d’arresto contro il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.

Bloccati conti correnti, beni, servizi bancari

Le conseguenze di tale decisione sono le stesse che hanno colpito numerose altre persone (compresa ad esempio la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese). Innanzitutto il divieto di ingresso negli Stati Uniti, quindi il congelamento dei beni e delle risorse economiche a disposizione del giudice.

A ciò si aggiunge poi l’impossibilità di mantenere in vita i propri rapporti bancari, la sospensione di tutti i servizi finanziari statunitensi come PayPay, Apple Pay, Google Wallet, solo per citarne alcuni. E ancora l’esclusione da ogni sistema di pagamento come Visa, Mastercard o American Express.

Il meccanismo è oliato e perfettamente funzionante. La redazione di Euronews ha provato ad effettuare un pagamento di 1 euro con causale “Sostegno a Nicolas Guillou” attraverso PayPal, e ha potuto constatare che la transazione è stata effettivamente immediatamente bloccata.

Il nome del giudice della Corte penale internazionale nella stessa lista di terroristi e narcotrafficanti

Concretamente, però, per chi è sottoposto a sanzioni come quelle imposte a carico di Guillou, risulta impossibile avvalersi di servizi bancari non statunitensi, come ad esempio quelli europei. Il motivo è semplice: il nome del giudice risulta inserito in una blacklist dell’Ofac (l’Ufficio per il controllo degli asset finanziari del Tesoro americano). Si tratta della Special designated Nationals list (nota come Sdn List). Nella quale figurano, spiega l’amministrazione americana, individui, gruppi e entità considerati ad esempio come soggetti o organizzazioni terroristiche, o ancora narcotrafficanti o criminali di vario genere.

Il giudice della Cpi Guillou è stato considerato, evidentemente, alla stessa stregua. Tecnicamente, se una qualunque banca del Vecchio Continente decidesse di aprire ad esempio un conto corrente a suo nome, violerebbe le norme che impongono a tutti gli istituti (anche non statunitensi) di escludere appunto chi è presente sulla Sdn List.

Neanche le banche europee possono fornire servizi a chi è nella blacklist del Tesoro statunitense

Agli occhi delle autorità statunitensi, infatti, si tratterebbe di un aggiramento della blacklist. Il che farebbe scattare una serie di sanzioni accessorie a carico della banca in questione: l’impossibilità di operare in dollari, così come l’esclusione dai circuiti internazionali di pagamento. Tradotto: tutti i clienti di quella banca, di colpo, verrebbero tagliati fuori dai sistemi Visa o Mastercard. Le loro carte di credito non funzionerebbero più, con un danno commerciale incalcolabile per l'istituto finanziario.

Di fatto, dunque, il meccanismo è organizzato in modo tale che un solo organismo nazionale, il Tesoro statunitense appunto, può decidere in modo totalmente arbitrario, senza alcuna accusa formale, senza un processo, senza sottoporre le proprie decisioni ad alcun vaglio e senza neppure possibilità di ricorrervi contro, di condizionare l’intero sistema finanziario globale.

Neppure una notifica da Washington, gli interessati infomati solo attraverso comunicati stampa

“Non arriva neppure una notifica da parte dell’amministrazione Usa", ha raccontato Guillou al quotidiano francese Ouest-France. "Non funziona come nel caso di un tribunale. Lo si viene a sapere semplicemente da un comunicato stampa. E poi, via via, se ne comprende la portata”.

La vita di tutti i giorni, infatti, è totalmente stravolta: impossibile affittare un’auto, comprare qualcosa su Amazon, prenotare un hotel su Booking.com, effettuare un banale bonifico o ritirare un po' di contanti a un bancomat.

È bene sottolineare come le normative antiriciclaggio e antiterrorismo siano, ovviamente, fondamentali per combattere la criminalità organizzata. Il punto è che però dovrebbero essere utilizzate a tale scopo, non contro giudici considerati scomodi o contro rappresentanti delle Nazioni Unite di cui non si condividono idee o scelte.

Il giudice Guillou parla di "sottomissione volontaria" dell'Europa agli Stati Uniti

Lo stesso Guillou ha ammonito sul fatto che in questo modo anche l’Europa si piega di fatto ai diktat che arrivano da Washington, cadendo in una forma di “sottomissione volontaria”.

Le sanzioni, poi, non toccano solo chi è presente nella lista, ma anche i parenti stretti come mogli, mariti o figli: “Ad esempio, se i propri figli studiano negli Stati Uniti, vengono espulsi immediatamente. È accaduto a dei miei colleghi. Inoltre, viene imposto il divieto a qualunque persone fisica o giuridica di fornire o ricevere servizi alle persone oggetto di queste sanzioni”, ha aggiunto il magistrato della Cpi.

Una giustizia parallela, appunto. La cui portata potenziale è enorme, se si considera che, secondo un rapporto della Banca centrale europea del febbraio 2025, sul totale dei pagamenti effettuati non in contanti nel 2023 in Europa, il cui controvalore è stato pari a 70 miliardi di euro, ben il 54 per cento è avvenuto attraverso carte di credito. Di tale quota, il 61 per cento è passato per circuiti statunitensi come Visa e Mastercard.

Un altro 15 per cento, poi, è stato effettuato con carte di debito (che spesso si appoggiano ancora una volta a società statunitensi). E la situazione non cambia poi per i Wallet digitali. Tanto che la stessa Bce parla di “posizione oligopolistica” dei due principali attori del settore, Visa e Mastercard appunto. Aggiungendo che ciò non può essere che “motivo di preoccupazione”.

Secondo un portale giuridico francese le possibili contromosse legali sono "pressoché inesistenti"

Dal punto di vista delle sanzioni, è chiaro che essere esclusi dalle reti statunitensi equivale ad essere pressoché tagliati fuori dal mondo. Secondo il portale giuridico francese Le club des juristes, l’utilizzo di tali misure di fatto coercitive da parte degli Stati Uniti rappresentano “molto chiaramente un mezzo per imporre le proprie opinioni ad altri Paesi, attraverso una tecnica di lawfare (guerra legale, ndr) strumentale molto efficace”.

Lo stesso sito specializzato ammette che “le risposte che possono essere apportate dal nostro lato dell’Atlantico sono pressoché inesistenti” e le poche che potrebbero essere applicate “risultano inappropriate”. In particolare, il Regolamento europeo 2271 del 1996 permetterebbe di opporsi a quella che, di fatto, rappresenta un’applicazione extraterritoriale di leggi statunitensi. Ma la portata è limitata dallo stesso testo della normativa.

Una risposta più aggressiva (e per questo poco probabile: non a caso nel caso di Guillou non è stata adottata) potrebbe passare attraverso il cosiddetto “strumento anti-coercizione” economica contenuto nel Regolamento europeo 2675 del 22 novembre 2023.

La mancanza di circuiti alternativi europei rende la finanza uno strumento esecutorio di decisioni politiche

Il testo si fonda sul diritto dell’Unione europea e sul diritto internazionale, ma è centrato appunto sulle questioni commerciali ed economiche: occorrerebbero un’interpretazione estensiva “e un atto di coraggio eccezionale affinché l’Ue reagisse, in un contesto di così forte pressione nel quale gli interessi di un singolo giudice francese pesano poco”, conclude Le club des juristes.

La stessa Europa, infine, non si è dotata di circuiti finanziari alternativi. Ne sono stati istituiti solo alcuni a livello nazionale. Non esiste, in altri termini, una “Mastercard europea”.

Così, la finanza globale può essere trasformata in uno strumento esecutorio e passivo di decisioni politiche. Una sorta di diritto sovranazionale privo di ogni controllo. Salvo quello della Casa Bianca.

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mercoledì 5 agosto 2026

Un nuovo attacco contro la Corte Penale Internazionale - David Hearst (*)


Non è una novità. Tutte le volte che la Corte Penale Internazionale comincia a chiedere conto ad Israele dei suoi crimini, scattano le rappresaglie. 

Era già successo in passato, con le minacce personali alla Procuratrice Capo, Fatou Bensouda, "rea" di aver istruito nel 2021 un'indagine sui crimini di Tel Aviv nei territori palestinesi occupati. Ora, con la destituzione di Karim Khan, la Corte riceve un'ulteriore bordata.

Karim Khan ha osato chiedere conto a Israele delle sue azioni, ed è per questo che è stato destituito

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Tra le numerose reazioni seguite alla fin troppo prevedibile destituzione del Procuratore Capo Karim Khan da parte della Corte Penale Internazionale, è emerso un post rivelatore.
È stato pubblicato da Danny Danon, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, che ha messo in guardia il sindaco di New York Zohran Mamdani.

Mamdani aveva appena definito il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu un Criminale di Guerra che avrebbe dovuto essere arrestato al suo prossimo arrivo sul suolo statunitense, pur ammettendo di non avere i poteri per farlo.
Danon ha minacciato Mamdani di avere la stessa sorte di Khan. "Zohran Mamdani, prenda nota: usare Israele come arma politica non la proteggerà dalle sue responsabilità".

 

Danon ha ripetuto l'affermazione, che ora sembra essere stata confermata, secondo cui Khan avrebbe usato i mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex Ministro della Difesa per insabbiare le sue presunte molestie sessuali. Come appurato, Khan ha emesso i mandati, meticolosamente preparati, sei settimane prima ancora di essere a conoscenza delle accuse. Ma la verità e il giusto processo sono stati irrilevanti nella campagna durata 18 mesi per rimuovere Khan.

Questa campagna ha incluso un'inchiesta mediatica sul Wall Street Journal, Associated Press, The Guardian e, più recentemente, CNN.
Avvertimenti privati ​​da parte di David Cameron, allora Ministro degli Esteri, che gli disse che la Gran Bretagna avrebbe tagliato i fondi alla Corte Penale Internazionale e si sarebbe ritirata dallo Statuto di Roma se i mandati fossero stati emessi.
Senatori repubblicani che gli dissero: "Prendi di mira Israele e noi prenderemo di mira te", e l'essere stato pubblicamente nominato come sospettato, prima ancora di aver avuto la possibilità di difendersi, dal presidente dell'Assemblea degli Stati Parte, la finlandese Paivi Kaukoranta.


Un nuovo precedente

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In passato, Israele ha preferito operare dietro le quinte. Quando ha tentato di fare pressione sulla predecessora di Khan, la Procuratore Capo Fatou Bensouda, lo ha fatto con discrezione. L'ex Procuratrice ha descritto in un'intervista ad Al Jazeera un incontro con l'allora capo del Mossad, Yossi Cohen, in un hotel di New York durante una riunione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

"Era chiaro che non volevano che le indagini sulla situazione in Palestina continuassero", ha affermato. "Questo è il punto fondamentale".
Alla domanda se Cohen le avesse detto che Israele si sarebbe potuto "occupare" di lei e l'avesse avvertita che procedere avrebbe potuto compromettere la sicurezza della sua famiglia, Bensouda ha risposto: "Sì, l'ha fatto".

Ma questa campagna per rimuovere Khan ha creato un nuovo precedente. Israele si è assunto la responsabilità fin dall'inizio e non ha fatto alcun tentativo di nascondere a Khan stesso o al mondo esterno di essere dietro a queste accuse.

Ha inviato una squadra del Mossad all'Aja, dove Khan vive, per intimidirlo. Ha fatto pervenire messaggi a Khan tramite un avvocato britannico, sebbene quest'ultimo abbia dichiarato di parlare solo a titolo personale.

Infine, Netanyahu stesso ha "rivelato" che altre quattro donne si stavano preparando a testimoniare contro Khan. Questo è avvenuto poche ore prima che il Guardian affermasse che una seconda donna stava per farsi avanti.

 

La richiesta di Netanyahu non si è mai avverata.

Khan è rimasto fermo sulle sue posizioni e sulla sua convinzione che la Corte Penale Internazionale, tra tutti i tribunali, avrebbe rispettato il giusto processo. Quest'ultima fiducia potrebbe essere stata mal riposta.

Le accuse contro Khan sono state oggetto di indagine per oltre un anno da parte del l'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite, che ha formulato 137 conclusioni, nessuna delle quali configurava una condotta scorretta, tanto meno una condotta sessuale scorretta.

Le prove raccolte dal l'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite sono state poi meticolosamente esaminate da un collegio di tre giudici internazionali di alto livello nominati dalla Corte Suprema del Massachusetts.

Questo collegio giudiziario ha stabilito che le conclusioni dell'Ufficio dei Servizi di Controllo Interno "non dimostrano alcuna condotta scorretta o violazione del dovere" da parte di Khan. Hanno utilizzato gli stessi criteri probatori impiegati dalla stessa Corte Penale Internazionale.

A quel punto è iniziata una campagna da parte della stessa Assemblea degli Stati Parte per sabotare il rapporto redatto dai giudici che essa stessa aveva nominato.

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Un processo farsa

Per soffermarci sull'ultimo punto. Stiamo parlando di un tribunale.
In esso, i giudici vengono nominati per la loro abilità nel vagliare e valutare le prove.
Eppure, l'Ufficio politico, composto da ex diplomatici nominati dagli Stati membri, ha deciso di ignorare il parere legale dei propri giudici più anziani e di riaprire il caso in un tribunale farsa, tutto per conto proprio.
Immaginate quale sarebbe stata la reazione dei governi occidentali se il Presidente russo Vladimir Putin, contro il quale Khan ha emesso un mandato di arresto, avesse fatto la stessa cosa di Netanyahu per fare pressione sugli Stati membri della Corte Penale Internazionale. Ma la situazione è stata persino peggiore.

Per destituire Khan, l'Ufficio dell'Assemblea degli Stati Parte, l'organo di governo della Corte, ha dovuto negare a lui e ai suoi avvocati il ​​giusto processo, o addirittura qualsiasi processo.
Ciò includeva membri dell'Ufficio che dicevano privatamente alla denunciante e tra di loro che Khan era finito; che cambiava l'accusa per cui doveva essere licenziato senza sottoporgliela; e che modificava le regole di voto.
Margaretja Kassangana, diplomatica polacca e vicepresidente dell'Assemblea degli Stati Parte, incontrò privatamente l'accusatrice di Khan per discutere del caso prima che l'Ufficio deferisse la questione all'Ufficio per gli Affari Interni delle Nazioni Unite alla fine del 2024.
Un altro membro dell'Ufficio, l'ambasciatrice dell'Uganda Mirjam Blaak, fu sentita dire a un collega di credere che Khan "potrebbe non tornare", descrivendo la denunciante in termini personali.

Quando l'intervistai, Khan mi disse che l'Ufficio si stavano inventando tutto sul momento. "È un processo creato apposta per me".

Nella loro votazione per la sospensione di Khan, l'Ufficio ritenne che avesse commesso "gravi irregolarità". La decisione accusava Khan di aver avuto una relazione sessuale con la denunciante, ritenuta inappropriata a causa dello squilibrio di potere tra loro.

Questa accusa non era mai stata sottoposta a Khan.
È stato accusato prima di aver toccato la denunciante, poi di stupro, ma mai di aver avuto un rapporto sessuale consensuale.

La testimonianza della denunciante si concentrava su una condotta non consensuale. L'Ufficio lo ha licenziato sulla base di un'accusa che non gli era mai stata formalizzata.
Per assicurarsi che la pubblica condanna a morte del loro Procuratore Capo si svolgesse come previsto, l'ufficio ha modificato la procedura di voto, passando da una votazione a due fasi a una votazione unica, in modo da impedire al Procuratore Speciale di presentare una propria versione dei fatti relativi alla presunta cattiva condotta.

Tre fazioni

La campagna per la rimozione di Khan ha diviso gli osservatori in tre fazioni: coloro che credevano nella sua innocenza e che l'intero processo fosse stato orchestrato da Israele; coloro che credevano nella sua colpevolezza e che usasse i mandati di arresto come copertura; e un gruppo intermedio che riteneva Khan un "procuratore non credibile", nonostante la sua condotta principale come procuratore lo fosse.
La sua rimozione avrebbe permesso l'esecuzione dei mandati di arresto da lui emessi. Questa era l'opinione di Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch.
Roth ha dichiarato alla CNN che, poiché i mandati erano opera di un gruppo di procuratori e approvati da tre giudici nella camera preliminare, avrebbero dovuto essere eseguiti.

Dopo la rimozione di Khan, l'Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale ha affermato che il suo lavoro sarebbe continuato senza interruzioni.
La Corte Penale Internazionale ha più di una dozzina di indagini attive in Ucraina, Darfur, Libia e Afghanistan.

Ma l'Ufficio aveva chiesto ad aprile l'emissione di un mandato d'arresto per il Ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, e un altro era in preparazione per il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir.
Tali richieste erano pronte prima che Khan andasse in congedo nel maggio 2025 e da allora non è successo nulla.
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I mandati originali contro Netanyahu e l'ex Ministro della Difesa Yoav Gallant rimangono in vigore e solo i giudici possono revocarli. Israele ha presentato una serie di ricorsi legali, due dei quali sono ancora pendenti.

Il più importante riguarda la presunta incompetenza della Corte sui propri cittadini, poiché Israele non è uno Stato parte dello Statuto di Roma.

La questione è ora al vaglio della Camera d'Appello e di una camera inferiore, e una risposta definitiva potrebbe non arrivare prima del 2027.

Tra le numerose proposte per convincere Khan a tornare sui suoi passi, è stata avanzata la proposta di consentire al Procuratore Capo di "fare marcia indietro".
È stato suggerito che Khan riclassificasse i mandati come riservati. Ciò permetterebbe a Israele di contestarli in privato.

Per quanto ne sappiamo, tutte le attività della Corte Penale Internazionale relative a Israele sono paralizzate.

Due viceprocuratori, Nazhat Shameem Khan delle Fiji e Mame Mandiaye Niang del Senegal, continuano a dirigere l'Ufficio. Entrambi i viceprocuratori sono stati sanzionati dagli Stati Uniti per aver mantenuto i mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant dopo aver assunto la direzione dell'Ufficio.
Coloro che sono in prima linea nella campagna per sbarazzarsi di Khan ora si vantano di volere altre vittime.

Chi sarà il prossimo ?

Tra questi, spicca il Dipartimento di Stato americano. Il suo portavoce, Tommy Pigott, ha dichiarato: "Karim Khan è l'esempio per eccellenza della corruzione della Corte Penale Internazionale e dell'abuso della sua presunta autorità. È un bene che se ne sia andato, ma è solo un piccolo ingranaggio di questa istituzione irrimediabilmente corrotta. L'esito odierno non avrà alcun impatto sui piani degli Stati Uniti di smantellare la Corte Penale Internazionale".

Il suo superiore, Marco Rubio, è impegnato in una campagna per smantellare la Corte Penale Internazionale "mattone dopo mattone", come ha affermato lui stesso.

Ha dichiarato: "La Corte Penale Internazionale cerca di diventare l'arbitro incontrollato di una nuova legge globale, con il potere di perseguire e arrestare i nostri cittadini a piacimento e di minacciare esistenzialmente la sovranità americana. Insegneremo alla Corte Penale Internazionale il vero significato della determinazione americana".

Sulla scia della rimozione di Khan, importanti avvocati filo-israeliani stanno ora minacciando apertamente altri obiettivi, come Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati.

Hillel Neuer, direttore dell'Osservatorio delle Nazioni Unite, ha scritto: "Basta immunità per i funzionari internazionali che abusano del loro incarico. Il Procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan ha abusato sessualmente dei suoi dipendenti. La nostra* campagna per rimuoverlo ha avuto successo: è stato appena licenziato"."La prossima sei tu, Francesca Albanese. Il tuo sostegno al terrorismo di Hamas avrà delle conseguenze".

Si noti la parola "nostra" campagna.

 

Ma ovviamente su questo punto Neuer aveva ragione. Il Ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha svolto un "ruolo attivo" nella decisione degli Stati membri della Corte Penale Internazionale di destituire Khan.

Sa'ar ha supervisionato "una squadra speciale dedicata e ha impiegato intensi sforzi diplomatici volti a garantire la rimozione di Khan dall'incarico", secondo Guy Azriel, corrispondente diplomatico di i24 News.

Accogliendo con favore la decisione, Netanyahu ha scritto di aver parlato con Rubio riguardo alla possibilità di dare il colpo di grazia alla Corte Penale Internazionale.

"Ha ribadito ancora una volta la determinazione dell'America ad agire con forza contro questa istituzione, un'istituzione che mina la giustizia, attacca nazioni democratiche e sovrane e cerca di subordinare la loro sicurezza alle decisioni di funzionari corrotti e irresponsabili dell'Aja", ha scritto Netanyahu.

Unendosi alla campagna per la rimozione di Khan, Roth non ha protetto la Corte Penale Internazionale né gli altri avvocati per i diritti umani da questo tipo di abusi e attacchi.
Ha ulteriormente messo in pericolo la Corte e loro.

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Una battaglia persa

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Significativamente, lo stesso giorno della rimozione di Khan, le Nazioni Unite hanno votato per rinnovare il mandato quadriennale dell'avvocato austriaco Volker Turk come responsabile per i diritti umani. Israele ha ignorato questa battuta d'arresto e non ha compiuto alcuno sforzo tangibile per contrastarla.

Questo perché sa che ciò che fa l'ONU è irrilevante. Ha emesso risoluzione dopo risoluzione, dichiarazione dopo dichiarazione, rapporto dopo rapporto e nulla è cambiato riguardo all'Occupazione, se non in peggio.
Ma ciò che Karim Khan ha fatto ha avuto un impatto notevole. Rappresentava la più grave minaccia internazionale per Israele da quando ha iniziato il Genocidio a Gaza. Ecco perché Khan doveva essere rimosso.
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Israele sta combattendo una battaglia persa in partenza.

Il video di Mamdani che condanna Netanyahu come Criminale di Guerra ha totalizzato oltre 200 milioni di visualizzazioni.

Dopo la rimozione di Khan, YouGov ha chiesto agli adulti americani se le autorità statunitensi avrebbero dovuto arrestare Netanyahu alla sua prossima visita. Il 46% ha risposto di sì, il 28% di no e il 25% non era sicuro.

Il giorno successivo, il sindaco di Londra Sadiq Khan ha dichiarato che Netanyahu era un Criminale di Guerra e non era il benvenuto a Londra.

Questa è l'eredità di un tenace procuratore britannico che si è rifiutato di farsi intimidire.
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Gli Stati membri della Corte Penale Internazionale hanno fallito la prova di difendere la giustizia internazionale.

Cameron, quando era Ministro degli Esteri conservatore britannico, si adoperò per minare l'inchiesta di Khan su Israele. Ma il governo Laburista di Keir Starmer, pur sostenendo pubblicamente la Corte Penale Internazionale, si oppose alle richieste dei propri parlamentari di indagare sul tentativo di Cameron di minacciare Khan.

Il governo Starmer comunicò poi a Khan, prima del voto per la sua rimozione, che non lo avrebbe sostenuto come procuratore, sebbene i funzionari non avessero ancora esaminato le prove concrete a suo carico.
Nelle ultime settimane del mandato di Starmer, il governo ha respinto la richiesta di incontro di Khan. A meno che il successore di Starmer, Andy Burnham, non abbia drasticamente cambiato la politica nella settimana precedente al voto, la Gran Bretagna è stata pienamente complice della destituzione di Khan.
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Il defunto senatore Lindsey Graham aveva ragione quando affermava che la Corte Penale Internazionale era solo per "gli africani e i delinquenti come Putin. Non è per le democrazie come Israele e gli Stati Uniti d'America".
Perché è proprio così che si è comportata la maggioranza dei suoi Stati membri.
Quando sono stati sottoposti a pressioni, hanno ceduto e, purtroppo, ciò include anche il Sud del mondo. Quando avranno bisogno della giustizia internazionale e scopriranno che non c’è, non potranno che guardarsi allo specchio.

Qualunque cosa accada ora a Khan, il suo nome sarà per sempre legato ai mandati di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant, che rimangono la risposta più efficace, seria e significativa che la comunità internazionale abbia dato al Genocidio di Gaza.

Tutte le altre risposte sono retoriche. Ecco perché Israele si è impegnato così tanto per sbarazzarsi di Khan.

Quei mandati di arresto rivelano Crimini di Guerra israeliani come mai prima d'ora e, per la prima volta in questo conflitto, rendono responsabili i più alti funzionari del Paese.

Khan ha osato opporsi ai potenti per perseguire la giustizia per le vittime, e questa sarà la sua vera eredità.

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(*) Tratto da Euromed Monitor. Traduzione: La Zona Grigia.
David Hearst è co-fondatore e caporedattore di Middle East Eye. È commentatore e relatore sulla Regione e analista sull'Arabia Saudita. È stato editorialista della rubrica esteri del Guardian e corrispondente in Russia, Europa e Belfast. È entrato a far parte del Guardian dopo aver lavorato per The Scotsman, dove era corrispondente per l'istruzione.

da qui

martedì 9 settembre 2025

Scandalose sanzioni contro Cpi e Francesca Albanese

 di Domenico Gallo (*)

Dopo l’ultimo Rapporto della Relatrice Onu, datato giugno 2025, il Segretario di Stato Marco Rubio aveva annunciato immediate sanzioni con l’accusa di aderire a una campagna politica ed economica in sfavore di Stati Uniti e Israele.
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori occupati, il 4 settembre ha spiegato in una conferenza stampa al Senato gli effetti delle sanzioni decretate contro di lei dall’amministrazione Trump.

Le sanzioni comportano il blocco di tutti i suoi beni negli Stati Uniti, immobili e conti correnti, ed il divieto di ricevere donazioni, retribuzioni ed ogni trasferimento di denaro per qualsiasi causa.
In questo caso le sanzioni USA hanno effetti extraterritoriali paradossali per cui l’Albanese non può aprire un conto corrente presso una banca italiana, né europea, né possedere o usare carte di credito. Essere inseriti nella lista nera dell’OFAC, (l’ufficio del Tesoro che controlla gli assetti finanziari stranieri) comporta una sorta di morte civile perché viene impedito l’esercizio di diritti fondamentali per gestire la propria vita.
Il problema però non riguarda solo la persona di Francesca Albanese o il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, l’obiettivo delle sanzioni USA è impedire il funzionamento della Corte penale internazionale, agendo per conto di Israele.
La fonte giuridica su cui si basano le sanzioni è l’Ordine Esecutivo n.14203 emesso da Donald Trump il 6 febbraio 2025. Con questo provvedimento (che negli USA ha valore di legge) Trump si duole dei procedimenti intrapresi dalla CPI nei confronti di Stati Uniti ed Israele, affermando – senza punta di vergogna – che : “entrambi sono democrazie fiorenti con forze armate che rispettano rigorosamente le leggi di guerra”.
Proseguendo Trump stabilisce che: “qualsiasi tentativo da parte della CPI di indagare, arrestare, detenere o perseguire persone protette (in sostanza i governanti ed i militari israeliani) costituisca una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati Uniti, e con la presente dichiaro uno stato di emergenza nazionale per affrontare tale minaccia”.

Di conseguenza: “Gli Stati Uniti imporranno sanzioni concrete e significative a coloro che sono responsabili delle violazioni della CPI, che potranno includere il blocco di beni e proprietà, nonché la sospensione dell’ingresso negli Stati Uniti per funzionari, dipendenti e agenti della CPI, insieme ai loro familiari stretti”

L’ordine esecutivo sanziona direttamente Karim Khan, il Procuratore capo della CPI, però Trump delega il Segretario di Stato, Marco Rubio, a designare gli ulteriori soggetti da sanzionare fra tutti coloro che partecipano o contribuiscono all’attività della CPI.
Dopo il Capo della Procura della CPI, a cascata sono stati sanzionati altri 8 magistrati. Quattro giudici della CPI, sono stati sanzionati il 5 giugno 2025: Solomy Balungi Bossa (Uganda), Luz del Carmen Ibáñez Carranza (Perù), Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou (Benin), Beti Hohler (Slovenia).
Due ulteriori giudici e due vice-procuratori, sono stati sanzionati il 20 agosto 2025: Giudice Nicolas Guillou (Francia), Giudice Kimberly Prost (Canada), Vice-Procuratori: Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal).

A Francesca Albanese sono state applicate le sanzioni previste per la CPI perché, nella sua qualità di Relatrice speciale dell’ONU, ”Albanese si è impegnato direttamente con la Corte penale internazionale (CPI) negli sforzi per indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini degli Stati Uniti o di Israele”.
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la denuncia della complicità con Israele delle maggiori aziende americane. Scrive Marco Rubio nel suo provvedimento: “Di recente (l’Albanese) ha intensificato questo sforzo scrivendo lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa, dell’energia e dell’ospitalità, avanzando accuse estreme e infondate e raccomandando alla CPI di proseguire le indagini e le azioni penali nei confronti di queste aziende e dei loro dirigenti”.

Le sanzioni alla Relatrice speciale dell’ONU rientra a pieno titolo nell’aggressione alla Corte penale internazionale che gli USA vogliono paralizzare.
Le sanzioni alla CPI hanno suscitato un’ondata di dissenso a livello globale.
In particolare, 79 Stati parti dello Statuto di Roma hanno rilasciato una dichiarazione congiunta riaffermando il loro “sostegno continuo e incrollabile all’indipendenza, all’imparzialità e all’integrità della CPI”, evidenziando come le sanzioni siano in grado di paralizzare l’attività della Corte, aumentando il rischio di impunità per crimini gravi, minando lo stato di diritto e compromettendo la sicurezza globale.
A livello europeo – guarda caso – la Dichiarazione non è stata sottoscritta dall’Italia (assieme alla Repubblica Ceca e all’Ungheria), sebbene proprio a Roma sia stato fondato l’Atto costitutivo della CPI (la Statuto di Roma) nel 1998.

Per i loro effetti extraterritoriali le sanzioni statunitensi hanno la capacità di compromettere gravemente il funzionamento della Corte. Infatti le istituzioni finanziarie (come succede per l’Albanese) potrebbero rifiutarsi di collaborare con la CPI per timore di ritorsioni da parte degli Stati Uniti, impedendone così l’accesso ai servizi bancari essenziali. Analogamente, le aziende che forniscono servizi informatici e tecnologici fondamentali per la raccolta e la gestione delle prove potrebbero decidere di interrompere ogni rapporto con la Corte, privandola di strumenti essenziali per il suo operato.

L’Unione europea da tempo si è posta il problema di reagire agli effetti extraterritoriali delle sanzioni americane che incidono negativamente sull’attività commerciale e finanziaria di aziende e cittadini dell’Unione. La reazione si è concretizzata nel c.d. Regolamento di blocco.  Il Regolamento n. 2271/96 fu adottato in risposta alle disposizioni statunitensi che nel 1996 avevano imposto sanzioni nei confronti di Cuba, Iran e Libia, impedendo di effettuare transazioni commerciali da e verso quei Paesi.

Il regolamento “blocca” gli effetti extraterritoriali delle sanzioni USA imponendo alle persone fisiche e giuridiche stabilite nell’Unione di non dare seguito agli atti normativi extraterritoriali statunitensi elencati nell’Allegato, così come a decisioni, sentenze o lodi arbitrali su questi fondati (artt. 5, comma 1 e 11). L’Allegato elenca gli atti legislativi e i regolamenti statunitensi nei confronti dei quali trova applicazione il regolamento di blocco. Alla Commissione spetta il potere di modificare l’Allegato (art. 11 bis) per aggiornarlo alla luce dei fatti successivi. Infatti con il successivo regolamento delegato (UE) 2018/1100 la Commissione, ha aggiornato l’Allegato, al fine di tenere conto delle sanzioni adottate dagli USA contro l’Iran nel 2012.
A questo punto sorge il problema di fondo, la Commissione, al di là delle chiacchiere di Von der Layen e di Kaja Kallas, ha intenzione di reagire agli effetti extraterritoriali delle sanzioni di Trump che travolgono la Corte penale internazionale?

La pretesa di bloccare la Corte penale internazionale, proprio nel momento in cui sarebbe massimo il bisogno di reagire con misure di giustizia ad un genocidio in corso sotto i nostri occhi, è uno scandalo, un golpe contro il diritto internazionale e le regole che faticosamente la Comunità internazionale si è data per cercare di rafforzare ila debole trama del diritto internazionale dei diritti umani. Si può discutere dell’efficacia reale del Regolamento di blocco, ma è l’unico strumento di cui l’Unione Europea dispone per reagire all’arroganza USA. È scandaloso che la Commissione UE non abbia inserito l’illegale ordine esecutivo di Trump nell’elenco dei provvedimenti oggetto del Regolamento di blocco, consentendo in questo modo agli USA di bloccare il funzionamento della Corte penale Internazionale.

Leggi qui il Rapporto di giugno 2025 della Relatrice ONU.

(*) Tratto da Libertà e Giustizia.
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Saluti iniziali:
• Sen. PEPPE DE CRISTOFARO
Intervengono:
• FRANCESCA ALBANESE, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967
• NAZZARENO GABRIELLI, direttore generale di Banca Etica
• DUCCIO FACCHINI, direttore di Altreconomia
• DOMENICO GALLO, ex magistrato della Corte di Cassazione

Tratto dal canale youtube di Altreconomia.
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Francesca Albanese e le sanzioni degli Stati Uniti: «Non posso neppure aprire un conto corrente»

Le sanzioni statunitensi colpiscono Francesca Albanese: avrebbe voluto aprire un conto corrente presso Banca Etica, ma è impossibile.

di Andrea Barolini (*)

Perfino la finanza etica ha le mani legate quando si tratta di aiutare una persona finita – senza prove, senza processi, senza possibilità di difendersi – nel mirino degli Stati Uniti di Donald Trump. La vicenda riguarda Francesca Albanese, giurista, ricercatrice e ormai da anni nell’occhio del ciclone per il ruolo di Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
La sua colpa è nota: aver denunciato la situazione atroce della popolazione della Striscia di Gaza, da quasi due anni bombardata incessantemente, giorno e notte, dall’esercito di Israele. Una guerra che ha provocato più di 62mila morti, almeno 150mila feriti, oltre ad aver raso al suolo l’intera enclave palestinese.

Nel corso di una conferenza stampa tenuta a Roma, Albanese ha spiegato che le sanzioni che le sono state imposte per il suo impegno professionale, civile e umanitario le impediscono ormai perfino di godere dei diritti più elementari: «Io non ricevo donazioni, ma ho uno stipendio per il mio lavoro. Ho delle entrate e in questo momento non ho neppure la possibilità di aprire un conto bancario. Non posso avere neppure una carta di credito. E di conseguenza non posso fare neppure cose banali come affittare un’auto».

Francesca Albanese: «Per via delle sanzioni non posso aprire un conto corrente, avere una carta di credito o affittare un’auto»

L’impatto delle sanzioni imposte da Washington alla dirigente delle Nazioni Unite è stato toccato con mano anche da Banca Etica. Nelle scorse settimane, infatti, Francesca Albanese ha provato ad aprire un conto presso l’istituto di credito italiano.

Nazzareno Gabrielli, direttore generale di Banca Etica, ha raccontato la situazione vissuta, non nascondendo il «rammarico» e la «tristezza» per l’esito sfavorevole alla Relatrice speciale dell’Onu: «Nei mesi scorsi abbiamo ricevuto la richiesta di aprire un conto corrente e abbiamo accolto la domanda con il desiderio di offrire i nostri servizi a una persona che stimiamo e che svolge un incarico delicato e prezioso a difesa dei diritti umani».

«Meccanismi nati contro i criminali sono sfruttati per colpire una rappresentante delle Nazioni Unite»

Tuttavia, le regole imposte agli istituti finanziari hanno di fatto impedito l’apertura del rapporto bancario: «Nel corso delle verifiche necessarie previste dalla normativa italiana ed europea in materia di antiriciclaggio e contrasto al finanziamento del terrorismo, è emerso che la dottoressa Albanese risulta inserita nelle liste sanzionatorie statunitensi (la Sdn List dell’Ofac). La legge nazionale impone alle banche di effettuare questi controlli e, in caso di persone sanzionate, scatta un alert che espone la banca al rischio di gravi sanzioni in caso di apertura di un conto corrente».

Concretamente, «le liste Ofac, pur essendo emanate da un organismo  statunitense, condizionano l’intero sistema finanziario globale. Alle banche che non si adeguano possono essere comminate infatti “sanzioni secondarie” che comportano l’impossibilità di operare in dollari, l’esclusione dai circuiti internazionali di pagamento e persino sanzioni di importi insostenibili. Per cui, semplicemente, non abbiamo avuto margini di scelta».

Una giustizia parallela, con la finanza che diventa strumento esecutorio e passivo di decisioni politiche

«Queste normative antiriciclaggio e antiterrorismo – aggiunge Gabrielli a Valori.it – sono fondamentali, e sono nate dietro l’impulso decisivo proprio della finanza etica. Il meccanismo è sano. Servono però per colpire attività criminali, non una rappresentante delle Nazioni Unite alla quale si vogliono negare i diritti elementari. È una distorsione che lede la giustizia e di cui non possiamo che essere amareggiati».

La vicenda, in sintesi, spiega chiaramente come esista di fatto una giustizia parallela nel mondo. Una persona può essere sanzionata (ovvero condannata a una pena) in modo arbitrario e senza che il mondo intero possa, di fatto, opporsi. Il sistema finanziario mondiale diventa così uno strumento esecutorio e passivo di decisioni politiche assunte da un singolo governo. E, quando quel singolo governo è guidato da un estremista, i risultati sono questi.

(*) Tratto da Valori.

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da qui

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