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sabato 13 novembre 2021

Lettere a nessuno (2008) - Antonio Moresco

 

quasi come un diario, di anni e anni.

ho letto l’edizione del 2008, che è la ristampa della prima edizione, di dieci anni prima, con l’aggiunta di una seconda parte, che parla degli anni successivi (alla prima edizione).

ci sono le peripezie di Antonio Moresco con editori, direttori editoriali, colleghi, amici, scrittori, tutti naturalmente con nomi e cognomi, le storie di blog, come nazione indiana e ilprimoamore, fondati e a volte abbandonati.

molte persone fanno una figura pessima, altre un po’ meno, qualcuno brilla, come Ermanno Olmi e Carla Benedetti, per esempio.

nella prima parte, quando lo scrittore era un cucciolo inedito, Moresco racconta della sua vita, e dell’attività politica, e un poco delle peripezie editoriali, su queste si concentra la seconda parte.

tutto il libro è vita, rapporti umani, e molte delusioni.

 

 

 

 

"Lettere a nessuno" è il tipico libro che non si fa. Che non andrebbe fatto, che è di cattivo gusto, che stuzzica le corde sbagliate in un mondo che, si sa, è così e non va toccato nel profondo. In risposta a una lettera aperta di Nicola Lagioia (pubblicata sul "Riformista"), Moresco la mette così: "Lo sapevo, scrivendo questo libro prima di gettarmi nella conclusione di Canti del caos, che non si deve fare, che non conviene, che il mondo in cui viviamo non funziona così, che il mondo della cultura non funziona così, che persino gli scrittori — e persino adesso —  pensano di avere qualcosa da perdere."

Spesso, chi dice le cose in faccia e "non ha paura di niente", è nella condizione di poterselo permettere. Moresco, che si fida dopotutto e sempre della sua razionalità, va oltre. Se ne frega. In condizioni di instabilità e sommersione, o di presunta — ancorché "di nicchia" — stabilità, continua a dire la sua e raccontare quello che nessun altro racconta.

Ma di cosa si tratta, quindi, per sollevare tanta polvere?...

… questo libro è un grido. E da questo grido emerge un quadro preciso del mondo editoriale italiano. Tale mondo peraltro non è soltanto così: sarebbe ingiusto e fazioso considerarlo. È tuttavia anche così, e questo "anche" ha un peso specifico di grande entità. L'ansia continua per il potere e il suo accumulo, la necessità della conventicola, dello spalleggiamento, del mutamento continuo di opinioni, del presenzialismo, dell'assenza di spirito critico, della chiacchiera, del situazionismo... Abitudini che vengono ben isolate nell'idea del nessuno. Di fronte a chi si pone fuori dal sistema, in genere c'è spazio soltanto per la non risposta, per il silenzio.

Ma dal libro non emerge solo questo. Riga dopo riga, le "Lettere" ci mettono di fronte a una sorta di tribunale. Veniamo invitati a considerare quanto la scrittura sia un dovere etico, una questione innanzitutto di coraggio, di responsabilità. E quanto occorra tornare, in questi tempi bui, a un luogo intatto: la letteratura nella sua dimensione più forte, più intransigente, più vera. Da nessuno, noi stessi, diventiamo qualcuno…

da qui

 

 

…Ci tornano così in mente due particolari punti del libro. Il primo riguarda l’incontro tra Moresco e il suo collega americano William Vollmann. I due non si conoscono, le loro strade si incrociano durante un festival in cui sono chiamati a confrontarsi sul ruolo dell’esperienza nell’attività di scrittori. Vollmann sostiene che uno scrittore deve conoscere e sperimentare a fondo ogni cosa prima di trasformarla in narrazione.
E’ una disputa antica, la querelle per eccellenza su cui chiunque abbia una qualche dimestichezza con i magmi creativi si è certamente posto abissali dilemmi. Nelle pagine che seguono Moresco ci offre la sua lettura del problema, una risposta che probabilmente riesce da sola a svelare il fulcro di ogni suo tuffo nel corpo narrativo: la letteratura non è solo una registrazione, un drenaggio chimico di qualcosa di esistente. Se si limitasse a questo, sostiene Moresco, allora sarebbe unicamente un contenitore in cui tutto va a finire a catalogarsi diligentemente, e i libri sarebbero necropoli in cui seppellire brandelli di vita. Invece capita (può capitare) che nel mezzo accada qualcos’altro, qualcosa che trasforma la letteratura in un luogo propulsivo in cui tutto comincia, che insomma scrivere non significa trascrivere, ma dare un nome alle cose.
Il mondo è un sarcofago che racchiude infiniti sogni ancora da scoprire, sogni nascosti nei gesti e nei movimenti delle creature che lo abitano misteriosamente, e che convivono fra loro spesso senza nemmeno sfiorarsi. Può capitare dunque che anche la danza autistica di un piccione incontrato ai margini di un marciapiede diventi punto di partenza per individuare una breccia da spalancare, una zona critica in cui il linguaggio del mondo e quello degli uomini si fondono insieme.
E’ questo il secondo punto del libro a cui ci riferivamo prima, le poche righe in cui viene descritto il colombo al cospetto di un compagno morto che giace a pochi centimetri da lui circondato dal continuo viavai di persone. Tra l’indifferenza generale l’animale becca nel vuoto, china la testa su e giù in moto perpetuo, elabora il suo rito funebre e lo consegna al suo amico, agli dei, a noi. Ecco, uno stupido, fastidioso e sporco paria della Terra è diventato improvvisamente segno religioso: dimenticato per sempre sull’asfalto, ha ripreso vita in un mazzetto di parole che qualcuno, oggi e domani, potrà decidere di non dimenticare, mai.

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martedì 13 ottobre 2020

L’addio – Antonio Moresco

come Ivan Karamazov, Antonio Moresco si interroga sul dolore e la violenza sui bambini, in un romanzo che sembra un giallo (reale e metafisico).

un poliziotto indaga su un traffico di bambini e per questo si reca nella città di Morti, per capire cosa è successo.

avrà alcune risposte, e torna alla città dei Vivi, dove certe volte nell'aria si sente un misterioso canto di bambini.

il dolore dei bambini è la cosa più inaccettabile del mondo, ma non si può fermare, il mondo lo continua a produrre, senza fermarsi mai, e sembra impossibile fermarlo, al poliziotto.

e tutti siamo dentro questa storia.

un libro da non perdere.


 

 

 

QUI un’intervista ad Antonio Moresco

 

 

…Più si va avanti con la lettura e più si capisce che, in realtà, la Città dei Vivi e la Città dei Morti non hanno alcuna differenza tra loro ma sono, anch’esse, una delle tantissime metafore che Moresco usa per descrivere una realtà che lui odia, che denuncia, che l’ha spinto a ritirarsi dal mondo della Letteratura e della Scrittura gridando il suo “Addio” a una società che lui disprezza.

Nella sua denuncia egli non risparmia nessuno: i Vivi e i Morti sembrano due popoli immersi in una realtà atrofizzata, dove i rapporti umani sono segnati da ipocrisie, falsità e dove le emozioni vengono paralizzate dai social e dal web; dove i bambini non hanno la libertà essere se stessi, di vivere, di inventare, ma vengono “uccisi” mentalmente e moralmente dalla società e, spesso, anche dai loro stessi genitori.

I Bambini, in questo romanzo, sono il punto focale, l’emblema del pensiero filosofico e sociale di Moresco. Essi, infatti, rappresentano il lato più intimo e innocente di ogni uomo, strozzati e fatti morire dalla realtà che li circonda e dal modo in cui vengono cresciuti.

Il Male qui viene descritto come parte integrante della vita di tutti giorni, cosa che pochi eletti come D’Arco cercheranno di ribaltare senza mai riuscirci, perché il mondo stesso ha scelto di vivere in questo modo.

Con uno stile molto cinico e diretto, a tratti anche spietato, Antonio Moresco con questo “L’Addio” cerca di porre fine, forse, alla sua carriera da scrittore emarginato e ci lascia una sorta di testamento letterario, invitandoci a combattere la sua stessa battaglia, ma con la consapevolezza che sarà impossibile eliminare “tutta l’acqua del mare con un cucchiaino”.

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…Per la prima volta l’autore è stato ispirato a scrivere in un genere distrutto per inflazione, una specie di thriller. Ma al contrario di ciò che succede di solito in quella forma usurata, in cui – non solo nelle sue versioni più trite – si prova a cercare la verità, qui è molto più ciò che per pudore si occulta: come fosse oscena l’intera esistenza. Il protagonista – D’Arco il suo nome – è uno sbirro morto dagli occhi bianchissimi, il quale appunto sostiene: «Io non voglio più fare il detective, cercare indizi, accumulare prove di tutto questo male. Io non voglio più svolgere indagini, non mi interessa cercare la verità se questa è la verità. Io non voglio farmi complice di questa verità. Io voglio solo alleggerire un po’ la pressione, diminuire almeno un po’ tutto questo male…»

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…Di fronte alla tenerezza dell’uomo per il bambino fa quasi un passo indietro anche l’amore che è meno presente che negli altri romanzi di Moresco. La tenerezza per il bambino riempie tutto il romanzo in modo bello e straziante e la si percepisce dal non detto, dal non descritto, dal rispetto con cui è trattato il tema da uno scrittore che di solito non ci risparmia nulla. La critica al male è radicale, c’è il male evidente dell’uomo di luce che risplende nella sua terribile ovvietà e c’è il male nascosto nelle pieghe della società, subdolo e carnivoro. C’è una descrizione della materia che rimanda alla morte, all'abiezione, al degrado come quando vengono descritti certi personaggi che mangiano, ruttano, guardano film porno come se piacere e dolore fossero strettamente legati e il male si nascondesse tra le pieghe della vita, di quella che consideriamo vita. I bambini cuciti, i bambini che cantano però sono immagini di pace, nonostante tutto. Certo, di fronte al dolore dell’innocente non c’è risposta solo umana.
Come direbbe Camus, anche se tutti dovessero morire di peste il medico resta al suo posto a fare il medico fino alla fine e pure il poliziotto e, perché no, lo scrittore con i suoi occhi bianchi. Infatti, le parole sono importanti per combattere il male: sono il cannone, la mitragliatrice, la pistola e la bomba a mano.

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L’addio è una cometa disincagliata dalla costellazione degli Increati (Mondadori, 2015). È un pianto creaturale, una mostra delle atrocità. È una scrittura eventuale, probabilistica, condotta per quanti di energia. Sull’orizzonte degli eventi le forze piegano il diagramma cartesiano del mondo, gli opposti trovano una cucitura, fra arte popolare e arte sacra, fra Grand Guignol e le efferatezze di Francis Bacon, fra noir e arte marziale, surrealismo fauve e manga. Il dagherrotipo che emerge ha il bianco e nero dei sogni e dei capolavori del cinema muto, come La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer (1928), nel quale recitava Antonin Artaud, il padre del “teatro della crudeltà”. Oggi nelle stesse fosforescenze brillano i nervi di Antonio Moresco.

In questo suo ultimissimo romanzo esistono due città: quella dei vivi e quella dei morti. La polizia dei vivi ha una linea speciale con quella dei morti e quest’ultima aiuta la prima nel risolvere i casi, interrogando direttamente le vittime precipitate nell’altro mondo. D’Arco è uno “sbirro morto”, la cui missione è ritornare nella “città dei vivi” per indagare su una terribile mattanza. Ad aiutarlo un bimbo muto, con una cicatrice intorno al collo, a forma di collana di spine.

Il nome D’Arco richiama certo la pulzella d’Orléans, la guerriera in ascolto privilegiato del Divino (l’acustica è centrale nella vicenda: i bimbi della città dei morti, infatti, intonano un canto ultrasonico, udibile solo all’iniziato D’Arco), ma anche, per assonanza fonetica, l’aggettivo dark, quell’oscuro scrutare che domina la messinscena moreschiana…

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…Non basta, dunque, rendersi conto che le parole dei singoli carnefici, se lette come un corpus unico, compongono la narrazione di un male sotterraneo che potrebbe erompere, prima di quanto si possa immaginare, nel nostro mondo: in quello spicchio di realtà che ogni mattina vediamo fuori dalla finestra. Si tratta di un male che si alimenta con l’idea che «i comportamenti delle donne e gli uomini di questa specie non sono diversi da quelli dell’ultima colonia di scimpanzé. […] Tutto il resto, quelle cose che hanno chiamato sentimenti, ideali, amore, sono solo chiacchiere di copertura e inganni su cui hanno costruito quella grande menzogna che hanno chiamato civiltà». Non basta rendersi conto che la città di Moresco è sì una megalopoli del futuro, ma non così dissimile dalle immense conurbazioni che già conosciamo. Non basta, se la gran parte della lettura è spesa rincorrendo raffiche di domande troppo uguali e corpi che cedono alla morte abbattuti da proiettili di un qualche calibro, o sviscerati da una qualche lama.

Sopito il caos della battaglia, spente le luci accecanti del videogioco, sopravvive la messa in guardia, l’allerta, il grido d’aiuto che l’autore lancia ai membri, ai custodi quali tutti siamo della nostra specie. È questo l’addio di Moresco, quello diretto al lettore a mo’ di prologo, e non è dato sapere se si trasformerà in un arrivederci, ma se così non fosse sarebbe allora un addio a una società che davvero non ha ragion d’essere: «Non riesco più a sopportare i rapporti umani così come sono configurati in questa epoca, dove ogni cosa viene immiserita e rimpicciolita, anche l’elezione, l’amicizia e l’amore, dove ogni anelito si trasforma in delusione, ferita e perdita irreparabile. Non riesco più a sopportare il cinismo dominante, il piccolo cabotaggio esistenziale, la ristrettezza di orizzonte, la mancanza di grandezza, di sentimento, di libertà, di invenzione».

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…Leggere l’Addio è una cupa discesa negli inferi, in un mondo dove non esiste speranza e dove tutto è caotico, dove le domande esistenziali afferrano D’Arco senza lasciargli pace, ammorbandolo e devastandolo dall’interno, fino alla rivelazione finale in stile Fight Club: “tu sei diventato grande perché io sono stato ucciso da bambino, e io sono un bambino solo perché tu sei stato ucciso da grande. Perché io sono morto per far vivere te e tu sei morto per fare vivere me.”

Nulla è chiaro, nulla è delineato, anche la triade di dogmi nascere-vivere-morire è messa in dubbio con forza, in un pessimismo cosmico che fa impallidire il poeta di Recanati.

Quelle vocine che cantano dall’alba dei tempi, e non smetteranno nemmeno alla fine, sembrano sussurrare il monito di uno dei tanti assassini che infestano le pagine maledette di Moresco: “perché i bambini vengono lasciati diventare grandi e uccidono poi altri bambini?”

Quel vecchio sembra tanto ricordare Emil Cioran.

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giovedì 3 settembre 2020

Fiaba d'amore - Antonio Moresco

una ragazza si innamora di un barbone, ma non dura per sempre.

poi i due si cercano ancora, fra la vita e la morte, con un confine non impossibile da attraversare.

tutte le cose, prima che succedano, si possono solo immaginare, e si chiamano fiabe.

un altro mondo è possibile, nelle fiabe di sicuro, nella vita vera è più complicato, ma non impossibile, forse.

un libro che si legge bene.




 

 

 

 

 

Spiazzante per la capacità di seguire una linea priva del respiro dei capitoli e delle partizioni tradizionali ma non per questo eccentrica (nell'etimologia astronomica) o spezzata: tutt'altro, perché la trama, scarna, e gli accadimenti "collaterali", molti, costituiscono una realtà in sé, coerente, circolare, perfetta. Il decadimento fisico e psichico di Antonio, poi seguito da quello della "meravigliosa ragazza" Rosa non sono gratuiti, come mostrano di credere vari lettori, ma inestricabilmente e specularmente legati al fulgore di alcune immagini ed odori (scene d'amore, luminosità dell'ambiente, voli del colombo che osserva le vicissitudini della coppia dall'alto): insomma, una connessione per opposizione. I passaggi dalla vita alla morte alla vita, inoltre, non sono mai banali, anzi, sono anch'essi spiazzanti, con il raggiungimento di una diversa "quota" della narrazione, impensabile qualche pagina prima

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… Ogni scrittore, se è davvero uno scrittore, non scrive mai “opere minori”. In attesa della pubblicazione del monumentale Gli increati, conclusione di un’opera-mondo iniziata decenni addietro, Moresco, con questa sua fiaba che parla di vita, di morte, di tradimento e redenzione, si comporta come un pittore che, in attesa di portare a termine l’affresco della cattedrale, continua a vergare bozzetti, disegni, acquarelli. Non per puro intrattenimento personale, ma come desiderio di fissare immagini, sperimentare forme. E non è un caso che spesso in queste opere, quasi più svincolate dal programma monumentale, si svela una libertà immaginifica che commuove.

È una fiaba crudele e dolce assieme, rivolta ad un pubblico che non ha età, scritta con una lingua che non nasconde nulla, esplicita fino all’ossessione nelle descrizioni tattili, eppure spesso pudica nei sentimenti; scrittura pura come quella di un bambino che non ha problemi ad immaginare una luminosa città dei vivi attraversata da morti inconsapevoli, e una buia città dei morti, così tanto simile alla sua gemella, dove però, quando tutto è perduto, si può tornare a vivere per davvero.

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… Si potrebbe pensare, sbagliando, che le fiabe non siano una lettura per adulti. Dipende da cosa chiediamo e da cosa ci aspettiamo dalla letteratura.

Antonio Moresco alla letteratura chiede meraviglia, capacità di aprire un varco, di accendere una lucina (titolo di un altro suo romanzo poeticissimo), di compiere un miracolo. Se la letteratura rinuncia all’impossibile tradisce il suo mandato. Perché la realtà sa essere molto meno verosimile di un racconto verosimile, perché la realtà conosce anche l’impossibile, il varco, la lucina, il miracolo: una letteratura che non contempli tutto questo fallisce.

Di Moresco amiamo spesso ricordare la polemica contro la letteratura post-moderna ripiegata su se stessa, fredda e cervellotica, quella che gioca con le infinite possibilità dell’arte combinatoria e si auto-compiace, una letteratura - a suo dire – che tradisce Omero e Dante. A me piace anche ricordare che dietro questa polemica si nasconde una fiducia generosa nei confronti della parola poetica, nella sua forza incantatrice, capace non solo di leggere il mondo, ma di farlo più bello e più buono.

Perciò sono felice di aver ritrovato oggi questo romanzo e di poterlo consigliare a tutti. 

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Questo popolo, che vediamo così da vicino ma che ci sembra tanto remoto, siamo noi. Il popolo perduto è il nostro popolo. Siamo noi, se non cambieremo la nostra rotta suicida che sta rendendo invivibile la vita e inabitabile il mondo. Gli appartenenti a questo popolo non sono solo quelli che non hanno saputo tenere il passo, sono anche quelli che ci stanno dicendo che il nostro passo è sbagliato. Non sono la nostra retroguardia, sono la nostra avanguardia.

Così ha scritto Antonio Moresco su Vanity Fair (sì, Vanity Fair) in un articolo che accompagna l'uscita del suo nuovo romanzo, Fiaba d'amore. Il «popolo perduto» dell'articolo sono i barboni, categoria cui appartiene il protagonista del romanzo, uno «straccione», per l'appunto. Moresco non è interessato a teorie economiche, quando parla di «avanguardia», né alla povertà assoluta o relativa, ai dibattiti sulla crisi reale o percepita. Moresco rovescia la gerarchia apparente con cui l'uomo comune guarda ai «disadattati» perché coglie una verità che può germogliare in tutta la sua forza solo nel terreno della letteratura: lì la protesta contro la ferocia della civiltà tecnica e capitalista si tramuta in persuasione estetica, volontà verticale dello spirito…

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mercoledì 12 agosto 2020

La bambina - Antonio Moresco

 

La bambina era seduta già da mezz'ora sul vasino. Lui, che stava in un'altra stanza, ogni tanto si alzava per dare un'occhiata, colpito dal silenzio assoluto che regnava.
La bambina era completamente assorta. Attorno a sé aveva radunato una grande moltitudine di animaletti di plastica, li aveva messi tutti in piedi e li spostava sussurrando loro qualcosa. Si muoveva nella stanza senza alzarsi mai da sedere, spingendosi con i piedi e facendo scivolare il vasino sul pavimento per essere in grado di effettuare spostamenti in ogni punto del grande branco dove poteva capitare che la gallina fosse più alta dell'elefante e che il cinghiale fosse più piccolo del granchio. In mezzo agli animaletti c'erano anche i pezzi sparsi di una costruzione a incastri e lettere dell'alfabeto, di plastica e calamitate, che in piedi erano più alte persino del dinosauro.
Il tempo passava e la bambina pareva sempre più assorta. Aveva iniziato a colorare con un pennarello alcuni maccheroncini, che stavano anche loro in mezzo al branco. Intanto ripeteva sottovoce: «Tu mi hai salvato la vita! Tu mi hai salvato la vita!» Poi, spostandosi nel solito modo attraverso la stanza, si era procurata un barattolo di colla e aveva cominciato a incollare i maccheroncini colorati su un foglio di carta, a intervalli regolari, ripetendo due o tre volte con durezza: «Ti ucciderò!».
Sopra un mobile, ai piedi del letto, spuntavano da un minuscolo recipiente i lunghissimi germogli delle lenticchie che la bambina aveva piantato tempo prima in un batuffolo di cotone e che ormai si piegavano a causa del peso e cadevano giù sollevando le piccole radici incuneate come vene di ovatta.
Passò ancora del tempo. D'un tratto lui sentì gridare:
«Ho finito!»
La bambina era in piedi e guardava dentro il vasino.
«Oggi che cos'è?»
Lui guardò attentamente.
«Secondo me è la coda di un drago!»
 
«Sbagliato! È la lettera S!»

Si svegliò presto. Infilò macchinalmente le mutande, i calzoni e le calze. Mise con decisione il piede in una scarpa e subito avvertì un dolore acuto. Guardò giù: dentro la scarpa c'erano quattro animaletti in piedi, e precisa-mente un cinghiale, un tacchino, una tartaruga e un cane.
Li tolse e finì di vestirsi. Poi entrò nella stanza della bambina, che era ancora a letto. Appena lo vide entrare, la bambina si girò sulla schiena, ancora mezzo addormentata. Lo guardò per un attimo.
«Mi sembri preoccupato.»
Lui scosse la testa.
«Oggi il latte me lo devi preparare tu.»
Lui uscì dalla stanza e cominciò a girare per la casa in cerca del biberon perché la bambina, nonostante avesse passato i cinque anni, non voleva abituarsi a bere il latte nella scodella. Finalmente trovò il biberon, ma c'erano tappati dentro numerosi animaletti, i più piccoli del branco, quelli che potevano passare dall'apertura, e anche alcune lettere, le più sottili, come la I, la L, la T.
Vuotò il biberon, scaldò il latte, ve lo mise dentro, lo zuccherò e lo portò alla bambina.
Mentre lei succhiava, lui si mise a sedere sul letto.
«Dovresti farmi un piacere» chiese dopo un po' alla bambina «Avrei bisogno di un libro di fisica, di una decina di bulloncini come questo qui e di una manciata di semi di zucca abbrustoliti.»
La bambina lasciò passare un po' di tempo, poi chiese a sua volta: «E per quel tuo lavoro?»
Lui fece di sì con la testa.
Passò ancora del tempo, il biberon era quasi vuoto e la bambina sembrava molto preoccupata.
«Eppure poco fa, quando sei entrato, sono rimasta scossa. Mi sembravi molto teso» disse, quasi tra sé.
Mezz'ora dopo la bambina, lavata e vestita, aveva inforcato la piccola bicicletta ed era partita. Lui si era chiuso in camera sua, ma non riusciva a fare niente. Si era coricato sul letto, guardando il soffitto senza pensare.
La rivide a pranzo. Prima di potersi sedere a tavola, su richiesta degli altri, la bambina come sempre suonò al pianoforte un brano imparato a memoria. Lo ripeteva due volte al giorno, prima dei pasti, e anche quando c'erano visite.
La bambina suonò la canzone, accelerandola un po' per potersi mettere al più presto a tavola assieme agli altri, che nel frattempo avevano già cominciato a mangiare e parlavano vivacemente tra loro senza prestare la minima attenzione a quanto la bambina stava suonando.
Dopo pranzo la bambina lo invitò nella sua stanza. C'era un pacco ai piedi del suo letto, avvolto in qualche modo in una pagina di giornale.
«Qui c'è tutto!» spiegò la bambina «Il libro lo vogliono indietro tra due giorni.»
Lui fece di sì con la testa e tornò a chiudersi in camera sua. Cominciò a camminare, ma il pavimento scricchiolava e da sotto doveva sentirsi il rumore dei suoi passi. «Sarà meglio che smetta!» pensò «Tanto più che qui sono ospite...»
Riuscì a lavorare qualche ora. Un po' prima di cena aprì la porta e gridò nella tromba delle scale che non sarebbe sceso a mangiare. Si scusò. Mezz'ora dopo sentì la solita canzoncina, accelerata al massimo. Passò ancora del tempo. Qualcuno bussò alla porta della sua stanza. Aprì: era la bambina. Lui le diede la buona notte, la bambina gli diede un bacio e subito uscì. Da sotto giungevano le voci degli altri che indugiavano ancora attorno alla tavola. Lui andò a buttarsi sul letto, vestito. Fissava le pareti della stanza: vi erano appesi alcuni quadretti, fotografie di neonati e un'antica cartina geografica dell'Italia.
Dalla camera della bambina non veniva il minimo rumore. Andò a dare un'occhiata attraverso la porta socchiusa: la bambina era inginocchiata sul pavimento e teneva accanto a sé una scodella piena d'acqua, un batuffolo di cotone e un sacchetto di coriandoli. Bagnava il cotone, poi ci posava sopra i coriandoli che, impregnandosi d'acqua e schiacciati dal suo ditino, restavano in qualche modo appiccicati. Intanto recitava sottovoce una specie di cantilena: «Amore di pianto di pianto d'amore d'amore di pianto...».
Tutt'intorno alla bambina, sul pavimento, c'era acqua rovesciata.
Lui tornò nella sua stanza. Continuò a perlustrare le pareti, aprì l'armadio: dentro era vuoto, ma alla sbarra che lo attraversava in alto erano appese molte grucce per i vestiti.
Tornò silenziosamente a guardare la bambina attraverso la porta socchiusa. Ora se ne stava seduta per terra, al centro di un anello d'animaletti, pezzi di costruzione e lettere dell'alfabeto. Stava facendo il gioco del silenzio. Lui rimase a guardarla per molto tempo, osservando a sua volta un assoluto silenzio, per non essere scoperto. La bambina fissava a lungo, uno per uno, gli animaletti e i piccoli oggetti che aveva intorno, poi sceglieva volta per volta quello che a suo parere era rimasto più silenzioso e immobile, scacciava i disturbatori, tutto senza mai aprire bocca, con scatti delle mani e smorfie del viso.
D'un tratto lui si accorse che, con un gesto cattivo della mano, la bambina aveva allontanato un pesce. Allora non riuscì a trattenersi dal chiederle:
«Perché hai allontanato proprio il pesce?»
La bambina si girò di scatto verso la porta, e lo vide. Pareva sconvolta: «Perché ha parlato!» gridò.
«Ma il pesce non può parlare, è muto!»
La bambina rimase in silenzio per un po'. Teneva la testa abbassata e i suoi piccoli pugni stretti tremavano di rabbia. La fronte aggrottata, pareva volersi concentrare al massimo.
«Ha mosso la coda!» gridò infine, fissando con odio il pesce e allontanandolo ancora di più con un gesto violento della mano.
Lui tornò di nuovo nella sua stanza e si mise a letto, stavolta sotto le coperte. Sfogliò alcuni libri che erano sul comodino, leggendo una frase qua e una là senza riuscire a iniziarne alcuno. Staccò dal muro il quadretto con la cartina geografica d'Italia. Si accomodò col cuscino dietro le reni e cominciò ad osservare con grande stupore la cartina. In alto c'era scritto: L'Italia prima del '59. La penisola era divisa in numerosi pezzi dai colori diversi e c'erano macchie grandi, dilaganti, e altre più piccole e più scure incuneate tra estensioni più chiare o tratteggiate. Sui vari pezzi colorati si poteva leggere: Casa di Savoia, Svizzera, Austria, duchi di Parma e Pia¬cenza, Casa d'Este, Casa di Lorena, Stati della Chiesa, Francia, Borboni, Inghilterra.

Uscendo passò davanti al gabinetto. La porta era aperta. Dentro, la bambina stava facendo il bagno in un recipiente di plastica contenuto a sua volta nella vasca da bagno.
Entrò a salutarla. La bambina, seduta nella vaschetta, era circondata da tutti gli animaletti che galleggiavano nell'acqua assieme a un paio di barche, una nave da crociera con numerosi minuscoli oblò, una grossa cipolla e due pesciolini a molla che si muovevano tra gli altri animaletti facendo vibrare la coda. Si era portata nell'acqua anche alcune lettere dell'alfabeto che però, a causa della piccola calamita, erano scese sul fondo. L'acqua era già un po' insaponata e si distinguevano appena.
«Ti serve qualcosa oggi?» chiese la bambina.
Lui sedette sul bordo della vasca da bagno:
«Sì, mi occorre un libro di elettrotecnica e una ruota dentata del diametro di otto centimetri. Solo che oggi è domenica, i negozi sono chiusi, credo che non riusciremo a trovarli...»
La bambina abbassò la testa, tenendosi per un po' la fronte con la piccola mano in evidente concentrazione:
«Non ti preoccupare, credo di avere trovato la soluzione. So chi mi può aiutare.»
Mentre lui stava uscendo, la bambina lo richiamò indietro: «Non hai visto cosa c'è sul tuo comodino?»
«No.»
«Va' a vedere, allora!»
Lui ritornò nella sua stanza: affondato tra le pagine di un libro aperto, quasi invisibile nella scriminatura, c'era un dentino poco più grande di un chicco di riso; un puntino rosso nella minuscola radice indicava il canalicolo da cui erano passati i vasi sanguigni e le terminazioni nervose.
Prese il dentino e tornò nel gabinetto.
«Quando lo hai messo lì?» chiese alla bambina, sedendosi di nuovo sul bordo della vasca.
«Stanotte.»
«Non ti ho sentita.»
«Ho fatto pianissimo. Dormivi.»
La bambina si sollevò il labbro, scoprendo la gengiva:
«Convinto, adesso?»
«Cominci già a cambiare i denti... Sei precoce!»
«Cosa vuol dire "precoce"?»
«Che matura prima del tempo.»
La bambina pareva emozionata. Girò la testa da una parte, affondò una mano nell'acqua e cominciò a muoverla facendo ondeggiare tutto il bran-co degli animaletti ammassati.
Rivide la bambina a pranzo. Era intento a lavorare nella sua stanza e pensava che fosse molto più presto, quando aveva sentito la canzone della bambina, talmente accelerata da sembrare l'accompagnamento di un vecchio film muto. Era sceso. La bambina gli si era accostata. Senza farsi sentire dagli altri gli aveva sussurrato all'orecchio:
«E tutto a posto, ho trovato tutto!»

La bambina era sul letto. Giocava con gli animaletti ed era completa-mente assorta. In mezzo al grande branco c'erano alcune piccole case e tutt'intorno, a mo' di recinto, correvano le lettere dell'alfabeto.
La bambina si accorse di lui quando era ormai a un metro di distanza. Alzò la testa. Un po' tesa gli disse:
«Guarda cos'ho qui...»
Cominciò a rovistare sotto una calza, estraendo un foglio di carta appallottolato.
«Guarda» lo invitò ancora, distendendo il foglio.
Vi era disegnata una figura con la testa piccolissima, per metà fuori dal foglio, e una grandissima veste che si allargava sempre di più man mano che scendeva verso il basso. Anche i piedi non erano contenuti nel foglio.
«Sono io!» spiegò la bambina.
Poi appallottolò di nuovo il foglio, lo rimise sotto la calza, si sollevò il vestito e abbassò le piccole mutande: c'erano anche lì alcuni animaletti ammassati, che si affollavano e si aggrovigliavano con le loro ali, le loro zampette, le loro proboscidi e le loro zanne.
«Voglio uscire!» disse improvvisamente la bambina, mettendo anche quegli animaletti in mezzo al branco. «Portami fuori.»
Uscirono assieme dalla casa, incamminandosi verso un parco giochi poco distante. La bambina faceva l'equilibrista sui bordi dei marciapiedi, chiudeva gli occhi, fingeva di essere cieca:
«Dimmi tu quando c'è uno scalino!»
Arrivarono. Lui sedette su una panchina e rimase a guardarla mentre giocava. Ogni tanto la bambina gli portava piccoli oggetti dissotterrati: una chiave arrugginita, una piuma caduta a un colombo, un brandello di giornale.
Vedendola correre continuamente verso la panchina, un grosso cane le si era avvicinato e aveva cominciato a seguirla. Alcune donne sedute poco distante stavano raccontando di due cani che il giorno prima avevano sbranato un altro cane proprio lì al parco giochi. Nella storia c'era anche un cane cui di notte avevano tagliato entrambe le orecchie, ma non si capiva se quest'ultimo era lo sbranato o uno degli sbranatori.
Durante una delle numerose corse verso di lui, la bambina si era spaventata. Gridava, mentre il cane la spingeva da dietro con le zampe. Cercando di fuggire più velocemente, era caduta con le mani e le ginocchia per terra. Il cane allora le era balzato sopra, aveva calato le zampe sulle sue spalle muovendosi contro di lei come per montare. Solo a questo punto era sbucato il padrone del cane, che aveva allontanato la bestia. Mentre si avvicinava, lui aveva sentito che l'uomo stava dicendo alla bambina:
«Non dovevi metterti a gridare così!»
Tornarono a casa prima del previsto. Dopo cena la bambina passò nella sua stanza per salutarlo. Lui era coricato da un po' di tempo sul letto e non si decideva a mettersi sotto le coperte.
 
«Cos'hai? Non stai bene?» chiese sottovoce la bambina.
«Non so, mi scoppia la testa» rispose lui.
La bambina gli si sedette accanto, prendendogli la testa fra le mani:
«Stai calmo, vedrai che un po' alla volta ti passa. Adesso ti cullo.»

Non vedeva la bambina da mezza giornata. All'ora di pranzo aveva voluto che le portassero da mangiare su in camera. Forse era malata. Eppure, quando l'aveva vista di prima mattina, gli era sembrata perfettamente in salute. Lo aveva chiamato in camera sua e gli aveva chiesto:
«E oggi cos'è?»
Lui aveva guardato attentamente dentro il vasino:
«La lettera L.»
«Sbagliato, è la lingua!»
Nelle prime ore del pomeriggio aveva cercato di raggiungerla in camera, ma la porta era chiusa a chiave dal di dentro. Aveva bussato, ma senza ottenere risposta.
Era tornato in camera sua, pensando di lavorare un po'. Mentre si chinava sotto il letto per far scivolare fuori il lavoro si era accorto che qualcosa non andava: la coperta era leggermente sollevata in un punto, come se qualcuno l'avesse abbassata in fretta, e male, sentendolo arrivare. Fece scivolare fuori il lavoro e subito si rese conto che era stato toccato, che qualcuno ci aveva messo le mani; se ne accorgeva- da alcuni piccoli spostamenti, da alcune ingenuità nel cercare di rimettere tutto quanto a posto come prima. Chi poteva essere stato? Aveva nascosto il suo lavoro lì perché gli sembrava il posto più sicuro, con quell'enorme coperta che scendeva fino a sfiorare il pavimento. Tanto più che il letto lo faceva sempre lui. Eppure qualcuno lo aveva trovato, lo aveva guardato, ci aveva messo le mani.
Rivide la bambina soltanto a ora di cena. Era scesa un po' in ritardo, aveva suonato il suo motivetto senza aspettare che glielo chiedessero e si era seduta a tavola senza guardarlo. Aveva mangiato poco, nonostante gli altri cercassero di invogliarla. Prima di risalire in camera aveva trovato il modo di incrociare il suo sguardo con quello di lui. Lo aveva guardato per un attimo diritto negli occhi con espressione ferita, disperata.
Un'ora dopo, salendo in camera sua, lui aveva visto di fronte alla porta chiusa della bambina l'intero branco degli animaletti. Era la prima volta che li teneva fuori. Sul pavimento c'erano anche un paio di piccole mutande; dentro, la bambina ci aveva ammucchiato tutte le lettere dell'alfabeto.
Lui era passato oltre, sollevando bene i piedi e mettendoli nei pochi spazi liberi per non schiacciare qualche animaletto. Era entrato in camera sua, si era spogliato e messo a letto col proposito di addormentarsi subito. Ma, man mano che il tempo passava, si sentiva sempre più inquieto.

Da quel giorno la bambina aveva smesso di giocare col branco di animaletti. Passava il tempo da sola, chiusa nella sua camera, e non mangiava quasi. Se gli altri la forzavano, impallidiva, le venivano le lacrime agli occhi, si copriva la bocca con la mano cercando di resistere ai conati di vomito.
Nella sua stanza aveva radunato tutti gli stracci, i ritagli, i brandelli di vecchi vestiti trovati in casa, e con questi faceva mantelli, turbanti, strascichi stracciati nei quali avvolgeva le bambole, da quelle più grandi a certi bambolotti lunghi pochi centimetri che, infagottati là dentro, scomparivano quasi. E non vestiva solo bambole ma anche oggetti qualsiasi che trovava nella stanza. Prendeva dal suo cassetto tutte le mutande che trovava e le faceva indossare a barattoli, libri, sveglie, termometri, piccoli specchi.
Un giorno lui aveva aperto la cella del frigorifero e vi aveva trovato dentro un paio di mutande della bambina, tutte schiacciate sul fondo, dure, gelate. Ne era rimasto turbato, «Certo, certo...» aveva pensato. Toccava a lui, dopo tutto, trovare il modo di parlarle ancora.
Quel giorno non era stato in grado di lavorare. Era uscito, aveva camminato per parecchie ore senza potersi calmare del tutto. Era rientrato a casa molto tardi, aveva girato piano la chiave nella serratura, cercando di non svegliare gli altri. Si era tolto le scarpe prima di salire le scale senza accendere la luce. La porta della sua stanza era socchiusa. Infilata una mano nello spiraglio, aveva acceso la luce, pronto a chiudere in fretta la porta appena entrato. Ma proprio in quel brevissimo intervallo di tempo vide qualcosa di strano per terra. Aprì maggiormente la porta, in modo che la luce accesa nella stanza allungasse il suo angolo fin lì. Ma ancora non capiva. Allora accese la luce del pianerottolo: erano le mutande della bambina, stavolta riempite con avanzi di cibo, strisce di grasso, probabilmente i bordi di alcune fette di prosciutto, croste di formaggio, una palla di mollica di pane, i resti di due ali di pollo.
Sentì che in un attimo la testa gli si era riempita di sangue. Tremava, non riusciva a controllarsi. Avvolse in qualche modo gli avanzi di cibo nelle mutande, ridiscese le scale e andò a buttarli nella pattumiera. Ritornò su. Si avvicinò alla porta della bambina e, senza provare ad aprirla, batté forte il pugno, una sola volta, contro di essa, e nel silenzio della casa gli parve di avvertire confusamente i battiti del cuore della bambina che, svegliato di colpo nella notte, pulsava tanto forte da spalancare il piccolo corpo, dilagando fino agli angoli della stanza.
Rimase alcuni secondi davanti alla porta. Si aspettava di veder pulsare anch'essa, investita dalle progressive onde d'urto sprigionate da quel piccolo cuore.
Spense la luce nel pianerottolo ed entrò in camera sua. Si sentiva sfinito e nello stesso tempo carico di un'elettricità che non riusciva a disperdere. Si buttò sul letto e prese in mano la cartina d'Italia, ma neppure essa, quella sera, riusciva a dargli pace. Fece scivolare fuori il suo lavoro da sotto il letto, lo mise sul tavolino. Lavorò per un po', calcolò quanto gli restava ancora da fare, diede un'occhiata ai materiali che aveva raccolto durante tutti quei mesi. Poi rimise tutto sotto il letto e tornò a coricarsi, anche se sapeva che non avrebbe dormito.
Finalmente arrivò la mattina.
Si vestì e uscì dalla stanza. Sulla cassapanca di fronte c'erano le mutande della bambina, stavolta indossate da un ferro da stiro. Improvvisamente si ricordò con chiarezza di quanto era successo la sera prima, e allora provò un forte desiderio di parlare con lei e, senza tentare la maniglia con la mano, bussò tre o quattro volte, molto leggermente.
«Posso entrare?» chiese con gentilezza.
Un attimo dopo avvertì alcuni piccoli rumori all'interno, probabilmente piedini nudi sul pavimento. Di nuovo silenzio. Finalmente sentì la chiave girare nella serratura, un rumore molto leggero che pareva venire da lontano.
Attese ancora un po' fuori dalla porta, poi entrò. La bambina aveva avuto il tempo di tornare a letto. Era immobile, seduta con le braccia attorno alle ginocchia, e indossava la sua camicia da notte più lunga, che le scendeva fino ai piedi. Aveva il viso stanco, segnato dalle occhiaie e un po' sciupato, come se fosse invecchiata di molti anni nell'arco di una sola notte.
Lui si mise a passeggiare per la stanza. Non sapeva come cominciare. «Siediti pure!» lo invitò la bambina, indicando con la mano un punto del letto vicino a sé.
Lui sedette. Con le mani le strinse entrambe le spalle all'altezza delle scapole, la scosse due o tre volte, e intanto sentiva perfettamente sotto le dita gli ossicini della bambina, tutto il piccolo scheletro che si muoveva in ogni articolazione sotto le sollecitazioni delle sue scosse.
«Hai bisogno di qualcosa?» chiese dopo un po' la bambina, senza sollevare Io sguardo.
Lui si alzò da sedere e riprese a camminare per la stanza.
«Sì, ma è l'ultima volta che te lo chiedo. Il fatto è che devo fare una prova, è sempre per quel lavoro... tu ormai sai tutto, hai visto, no?» La bambina taceva, immobile. Lui continuò:
«Mi serve un motorino. Quello di un piccolo aeroplano per esempio Lo so che è molto difficile... bisognerebbe conoscere qualcuno appassionato di modellismo... Mi basterebbe averlo per un paio di giorni.»
La bambina continuava a non guardarlo. Teneva gli occhi bassi e taceva. Lui, non sapendo più cosa fare, le aveva stretto un braccio con la mano, e si era alzato:
«Scusami, ti ho chiesto una cosa impossibile.»
Aveva attraversato la stanza. Proprio mentre stava uscendo, la voce della bambina lo aveva chiamato:
«Aspetta!»
Si era girato. La bambina aveva emesso un sospiro profondissimo: sembra impossibile che appena un attimo prima il suo piccolo corpo avesse potuto contenerlo.
«E va bene... sarà molto difficile, ma ce la farò!» disse infine.
E anche pronunciando queste parole non aveva alzato gli occhi un solo momento per guardarlo.

I giorni successivi la bambina li passò in febbrile agitazione. Usciva anche due volte al giorno con la piccola bicicletta, era tesa, concentrata, completamente chiusa in se stessa.
Una sera, prima di cena, lui sentì bussare alla porta della sua stanza. Rimise velocemente il lavoro sotto il letto e andò ad aprire: era la bambina. Camminava piano e con fatica, sembrava infinitamente stanca. In mano teneva un motorino. Lo posò su una sedia.
«Eccolo!» disse, guardandolo in viso per la prima volta dopo tanti giorni.
Era pallidissima. Lui non sapeva cosa pensare di quell'insolito atteggia-mento.
La bambina spostò distrattamente alcuni soprammobili con la mano. Lui la guardò meglio e si accorse che tremava.
«Cosa succede?» le chiese.
La bambina non rispose, sembrava impietrita.
Lui si sedette sul pavimento, per diventare più piccolo di lei. Quando sollevò lo sguardo vide che, in piedi di fronte a lui, la bambina aveva alzato la minuscola gonna con le mani: c'era sangue fresco dappertutto, colava lungo le piccole cosce, anche le calze ne erano impregnate.
Lui rimase per un attimo confuso, sentì che non riusciva a respirare. Per una frazione di tempo infinitamente breve gli parve di essere sul punto di alzare le mani su di lei, per annientarla. Levò gli occhi sbalordito, incrociando lo sguardo della bambina: il suo piccolo volto sembrava sul punto di scoppiare. Allora abbassò gli occhi; avvertiva che, se l'avesse guardata un secondo di più, sarebbe morta. Strappandola dalle piccole mani contratte, abbassò la gonna della bambina, che intanto aveva cominciato irrefrenabilmente a parlare:
«Aveva i capelli bianchi e gli occhi rossi. Albino, si dice... Erano tre giorni che andavo là. L'ultima volta che ero stata a casa sua avevo visto tanti piccoli pezzi di legno attaccati al muro. Erano bianchi bianchi. Avevo chiesto cos'erano, lui mi aveva risposto che suo fratello costruiva da solo piccoli aeroplani.
«Per questo sono tornata là. Quando ormai avevo perso la speranza, lui è uscito da un porta. Io non ricordavo dove abitava di preciso, se no avrei suonato subito. Gli sono andata vicino e gli ho chiesto se poteva prestarmi il motore di un piccolo aeroplano. Solo per due giorni. Lui mi ha fatto entrare in casa, mi ha portato nella stanza del fratello e allora ho rivisto quei pezzi di legno tutti bianchi che erano attaccati al muro. Qualche pezzo era anche sul tavolo e lui ne ha preso in mano uno e mi ha detto che potevo toccarlo anch'io. Era leggero e non sembrava neanche di legno, sembrava un osso di seppia. Lui mi ha detto che si chiamava legno di balsa e che si poteva segnare anche con l'unghia. Mi ha fatto vedere che era vero.
«Sul tavolo c'erano anche due aeroplani finiti, con le ali molto lunghe e tutte colorate. E anche dei motori, tanti, almeno dieci o anche di più. C'era un odore che faceva star male. Lui mi ha detto che era etere e che serviva per i motori. Se uno lo respirava per un po', prima stava male e poi si addormentava.
«Mi ha portato fuori di lì e siamo andati a sederci sul bordo di una specie di porta sopra un canale. Che poi non era una porta perché la porta non c'era, quella che si apre e si chiude, c'era solo il segno, era una porta senza porta e se non si sta attenti si può anche cadere nel canale. La sua mamma non c'era e a me dispiaceva perché l'avevo vista una volta e mi aveva dato un grappolo d'uva. Non c'era nessuno. Eravamo seduti sul bordo di questa porta che non è una porta e l'acqua passava appena sotto le nostre scarpe. C'erano altre case di fronte e di fianco, tutte si affacciava-no su quel canale e tutte avevano quella porta senza porta. Lui mi ha detto che lì tutte le case avevano una porta per uscire in strada e un'altra sul canale, però il bagno non si poteva fare perché l'acqua era piena di alghe, lamiere, bottiglie rotte, immondizie e pesci gatto. Infatti bastava guardare giù e si vedevano delle cose nere lunghe lunghe che si muovevano nell'acqua. Sembravano capelli. "Dovresti buttare giù uno dei tuoi capelli!" ho detto a lui, perché pensavo che si sarebbe visto benissimo in mezzo a tutte quelle alghe nere, e poi sarebbe cresciuto e diventato lunghissimo. Lui si è strappato un capello e l'ha buttato nell'acqua, ma la corrente l'ha tirato giù in un secondo. E andato a finire in mezzo a quelle alghe nere e non si è visto più. "Allora dovresti buttarceli dentro tutti!" gli ho detto. Lui si è messo a parlare di altre cose. Io lo ascoltavo per gentilezza, ma stavo un po' male per quella cosa che avevo respirato. Lui mi ha detto che forse poteva chiedere il motore a suo fratello. Poi è rimasto per molto tempo in silenzio. "Dipende da te!" ha detto alla fine.
«Sono tornata a casa e, avrai visto, ero molto preoccupata. Non sapevo cosa fare. Ieri poi mi sono decisa. Ho preso la bicicletta e sono andata là. La sua mamma non c'era ancora. Lui mi ha detto che andava a fare dei lavori in una casa lì vicino. Siamo entrati nella stanza degli aeroplani e sul tavolo c'era un motore un po' lontano dagli altri, e molto più lucido. "Questo è per te!" mi ha detto. Io stavo lì a guardare e non sapevo cosa fare. "E allora?" ha detto ancora lui. Mi sono preparata e lui mi ha fatto sedere per terra in un angolo, perché se no quelli delle case vicine mi potevano vedere dal finestrone. In quel momento è entrato nella stanza un suo amico che avevo già visto qualche volta. Io ho detto di no. Ma lui mi ha detto che anche quell'altro voleva vedere. Io gli ho risposto che proprio non me la sentivo. Allora lui ha detto: "Ti faccio respirare un po' di etere, così non ci fai più caso." "Speriamo!" gli ho detto. E allora lui mi ha fatto annusare una boccetta. Mi sono sentita un po' male e lui mi fissava da vicino, con gli occhi rossi, e mi ha spinto anche dentro la punta del dito e anche l'altro era venuto vicino vicino con la testa per guardare meglio. Poi lui ha preso una manciata di piccole eliche e mi ha chiesto se poteva metterne dentro una per vedere fin dove arrivava. Io ero un po' preoccupata, ma lui per fortuna mi ha fatto annusare ancora quella boccetta. Poi ha avvicinato l'elica e io gli ho detto che quella lì era troppo lucida e mi faceva paura, allora lui ne ha preso una più vecchia, che era tutta arrugginita ma non aveva quel lucido che mi spaventava.
«Io non parlavo, pensavo: "Ma sì, basta che facciamo presto! Ancora un po' ed è tutto finito." Ma lui ha spinto molto e io ho sentito un grande male. Allora ho pensato: "Adesso devo morire." Loro si sono spaventati e sono scappati fuori dalla stanza. Ma poi sono rientrati e sentivo che dicevano: "Cosa facciamo?" "Buttiamola nel canale!" Loro credevano che non li sentivo. "Va bene, ma facciamo presto, prima che arrivi la mamma!" diceva uno. E allora l'altro è venuto molto vicino, ha toccato l'elica con la mano e poi l'ha schiacciata dentro ancora di più per essere sicuro che fossi morta proprio per sempre.
«A sentire di nuovo quel grande male io sono riuscita ad aprire gli occhi e ho visto tutto il sangue, allora mi sono spaventata, mi sono alzata per scappare via. Quando mi hanno vista di nuovo in piedi, loro si sono messi a gridare e più gridavano e più si spaventavano e avevano tutti e due la tremarella. Poi si è sentito suonare e uno di loro è andato ad aprire la porta. Era arrivata la mamma. Io ero ormai vicina alla porta, tutta piegata per il male, e la mamma quando è passata ha creduto che scherzassi e non mi ha neppure guardata. Ho paura di averle fatto una cattiva impressione.
«Sono uscita, senza dimenticare il motore, ho preso la bicicletta. Anche se mi faceva paura ho tirato per far uscire l'elica e poi l'ho buttata in un buco del tombino che c'era in mezzo al cortile. Ma non ce l'ho fatta lo stesso a sedermi sulla bicicletta e sono venuta a casa a piedi piano piano.
«Ma adesso è tutto finito. Abbi pazienza, vedi se riesci a pulirmi prima che vedano gli altri...»
Lui la prese in braccio e la portò nel bagno. Chiuse la porta a chiave, la spogliò e la mise in piedi nella vasca. Con la doccetta le tolse il sangue da tutto il corpo, fin dalla pianta dei piedi dove se ne era seccata qualche goccia. La bambina, per non scivolare sulla superficie liscia e bagnata della vasca, gli aveva abbracciato la testa col suo piccolo braccio.
La mattina. del giorno dopo la bambina lo chiamò in camera sua. Era ancora a letto
Lui si sedette accanto a lei.
«Questa notte non ho chiuso occhio» disse la bambina. «Io fra poco morirò. Cosa farai tu adesso, da solo? Questo pensiero non mi dà pace.»
Nei giorni successivi, con una precisione da manuale, le tossine del bacillo del tetano si diffusero in tutto il corpo della bambina. In un primo tempo le si contrassero i muscoli della mandibola, poi quelli della nuca, del tronco e degli arti, che incurvarono a ponte il piccolo corpo. Il riso della bambina era diventato sardonico per la contrazione dei muscoli facciali.
Il giorno che la portarono all'ospedale l'autoambulanza era entrata fin dentro il cortile di casa. Avevano portato giù la bambina. Sotto la coperta stesa sulla barella pareva ci fosse qualche oggetto irrigidito: uno strumento musicale, un attrezzo da lavoro, un lampadario.
La sera stessa lui era entrato nella camera della bambina. Era tutto in ordine: le due paia di ciabattine erano ben allineate sotto il letto, il branco degli animaletti era in un fustino vuoto di detersivo per lavatrici e le lettere dell'alfabeto erano tutte attaccate alla lavagnetta metallica, alli¬neate in tre file esatte.
Provò a leggere:
ABCDEFGHILNMOPQRSTUVZ.
Macchinalmente scambiò la M con la N.

Guardava la bambina da lontano. La sua faccia era diventata ossuta, i capelli sembravano cresciuti a dismisura sul cuscino. Ormai la rigidità si era estesa ai muscoli della faringe e della laringe, deglutiva e respirava con fatica e c'era pericolo che morisse per asfissia.
«Il cervello invece è lucidissimo» sussurrò il medico alle sue spalle.
La bambina girò la testa verso di lui, lo guardò a lungo, poi, con uno
sforzo che doveva costarle enormi difficoltà, digrignò i denti. «Sta cercando di sorriderle» disse il medico.
«Lei crede? Ne è sicuro?»

Quando la bambina, dopo essere stata a lungo tra la vita e la morte, tornò a casa, lui si trovava in camera sua, buttato sul letto. Con la faccia girata verso il muro guardava le macchie di colore sulla cartina dell'Italia; da lontano, senza staccarla dalla parete. Si sentiva esausto, forse a causa della grande agitazione che l'aveva preso alla notizia del ritorno della bambina. L'aspettava per il pomeriggio e quando sentì alcune voci con-citate ai piano di sotto e le prime note, appena accennate, della solita canzoncina, saltò giù dal letto, infilò le scarpe, si aggiustò i capelli di fronte allo specchio. Ma poi, mentre scendeva le scale, si sentì soffocare. Poteva sempre ritornare a letto e far finta di essersi addormentato... In questo caso niente di strano che non avesse sentito nulla e non fosse sceso.
Rientrò in camera cercando di non fare rumore. Si rimise sul letto con la faccia incuneata nell'angolo formato dall'incontro delle due pareti. La porta era quasi alle sue spalle, per cui poteva anche tenere gli occhi aperti senza essere visto. Per sicurezza li chiuse.
Ancora per una decina di minuti continuò a sentire quelle voci concitate al piano di sotto. Una voce che non conosceva gridava letteralmente. La voce della bambina, sommersa da tutte le altre, non si sentiva.
 
Passò ancora del tempo. Non sapeva cosa fare. D'altra parte ormai non poteva più scendere facendo finta di niente. D'un tratto le voci cessarono. Si sentì ancora per un paio di volte un mormorio, poi più niente. Cosa
stavano facendo? Perché la bambina non si decideva a salire, togliendolo da quella terribile situazione?
Stare immobile nel letto gli era divenuto ormai insostenibile. Ma passò molto tempo prima che la bambina salisse. Forse, quando infine sentì l'inconfondibile rumore dei suoi passi, lui si era veramente assopito. Capì che la bambina stava passando davanti alla porta aperta della sua stanza, che si era fermata trattenendo il respiro. Sentiva che Io stava guardando da dietro. «Se sta ancora lì un minuto, faccio finta di svegliarmi e mi volto» pensò «Ma dovrebbe fare almeno qualche piccolo rumore per darmene il pretesto. Perché non fa almeno un piccolo rumore?»
Il silenzio era assoluto. Nel momento in cui lui si stava preparando a simulare il risveglio, rinunciando anche al pretesto del rumore, la bambina si allontanò dalla porta e ridiscese in fretta le scale.
Verso l'ora di pranzo gli parve di capire che al piano di sotto qualcuno stesse chiedendo alla bambina di salire a chiamarlo. Sentì i piccoli passi lungo le scale. Stavolta iniziò subito i preparativi per simulare il risveglio. Quando la bambina entrò nella stanza, lui era intento a grattarsi la testa
rigirandosi un'ultima volta nel letto con gli occhi semiaperti. «Ciao» disse la bambina.
E, con cortesia persino eccessiva, gli si era avvicinata* e gli aveva dato cerimoniosamente la mano.
Lui si alzò a sedere sul letto e la guardò: era diventata più alta, più slanciata, e con i capelli tagliati corti era quasi irriconoscibile. Sembrava a disagio mentre lui le tratteneva la mano nella sua, impedendole di staccar-si. Era intimidita, distante, come davanti a un estraneo.
«E allora?» le chiese lui sottovoce, cercando di ristabilire il contatto.
Le strinse le piccole braccia con entrambe le mani, scuotendola leggermente.
«Mah...» rispose la bambina, guardando insistentemente verso la porta «non so cosa dirti.»
Da tutta una serie di piccoli segnali, anche se nessuno gli aveva mai detto niente, capì che non poteva più fermarsi in quel posto.
Fece scivolare fuori il lavoro da sotto il letto. Come avrebbe fatto a trasportarlo in buono stato, per poter continuare a lavorarci sopra altro-ve? Lo mise sul tavolo e iniziò a esaminarlo. Era ancora difficile raccapezzarsi, ma lui intravedeva già le linee di tendenza. Per il momento si vedeva solo un ammasso di piccoli ingranaggi, minuscole cinghie, pistoncini e stantuffi, striscioline di pelle animale con qualche pelo ancora attaccato e altre piccole cose, ma lui sapeva che, quando il progetto sarebbe stato ultimato, mediante un piccolo interruttore avrebbe potuto azionare un motorino d'aereo che avrebbe messo in moto l'intero macchinario e si sarebbero aggiunti pezzi di nastri registrati, spezzoni di pellicola che, passando su appositi dentini o accanto a un elettromagnete, avrebbero iniziato a cantare o a declamare o a rappresentare o a esprimere con ogni possibilità di variazione e di scambio e di perfezionamento e allora, accendendosi tutto il ticchettio della piccola macchina, si sarebbe visto su una minuscola porzione di muro un piccolo raggio di luce recante l'immagine di una persona sola in una stanza, intenta a decifrare la superficie di una fetta di formaggio o di una grande folla che prendeva d'assalto un palazzo o di un gran viavai di oggetti che entravano e uscivano da una vagina nel momento in cui una voce stentorea avrebbe gridato: «Ditemi la verità o tacete!», mentre poco più in là un piccolo serbatoio di plastica, non accogliendo nessuna delle due richieste, avrebbe espulso una decina di semi di zucca abbrustoliti che, battendo su un piattino, avrebbero azionato un piccolo braccio metallico che, facendo passare su un pettine un dentino appositamente incapsulato, poco più grande di un chicco di riso, lo avrebbe reso musicale.

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domenica 9 agosto 2020

La lucina - Antonio Moresco

una storia di alti tempi e dei nostri tempi, un uomo si ritira dalla città, in un paese di montagna, di cui è l'unico abitante.

il paese più vicino ha poche anime, si reca lì raramente per qualche spesa.

e intanto scopre che qualcuno vive solo, in una casa nel bosco, un bambino, di cui diventa l'unico amico, se la parola fosse giusta.

e nella vita così ritirata appare il mistero (non gli Ufo, però).

non perdetevi questo piccolo grande libro, non ve ne pentirete, promesso.

 

 

 

Potrei facilmente definire questo libro di Moresco commovente, ma la pura e semplice commozione è solo un effetto epidermico che non rende tutto il merito che è dovuto a questa splendida scrittura, disadorna, arresa e feconda. A che cosa parla, che cosa sommuove questa breve e intensa narrazione? Quali profondi pertugi nascosti, negati o volutamente dimenticati illumina questa lucina, lontana ma ben visibile e persistente? Quello che smuove e tiene avvinto a sé, costringendo il lettore a procedere in una sorta di dolorosa fascinazione, non ha a che fare con il cuore, così pronto a battere in sintonia con tutto ciò che lo sollecita, ma così altrettanto pronto a dimenticare per inseguire altri e più soddisfacenti stimoli. La narrazione di Moresco – questo a me appare come uno dei suoi segni distintivi – attraversa i sentimenti in profondità, li presuppone, come un accessorio non evitabile dell’esistenza, riserva loro uno sguardo affettuoso e persino grato, lo sguardo di un saggio, forse di un asceta, ma li abbandona in superficie in questo suo viaggio che punta diretto al senso profondo delle cose, o meglio alla domanda testarda sull’inesistente senso delle cose. Le cose ultime, quindi la vita e la sua fine…

da qui

 

…Ha messo da parte le derive cosmogoniche dei suoi libri monstre per creare un piccolo artefatto in cui tutto è perfetto, in cui tutto si riduce a un piccolo mondo splendidamente delineato, stretto nel panorama di due montagne boschive. E, non me ne si voglia se continuo a credere che il Moresco della breve lunghezza giunga a risultati migliori del Moresco di Canti del caos. Nel breve, infatti, la sua abilità stilistica ne esce esaltata perché rimane sempre a servizio della trama, non cerca di soppiantarla, e la trama stessa riesce a convincere perché felicemente in bilico tra realismo e visionarietà. Nel lungo, al contrario, i contorni si sfaldano e quella volontà di tutto comprendere, di tutto annettere, di far entrare nella letteratura ogni più piccola sfaccettatura del mondo, non sempre riesce a colpire il bersaglio; spesso la deformazione grottesca pare fine a se stessa, eccessivamente esibita. Il Moresco delle opere-mondo prende il lettore per le palle e lo colpisce ripetutamente (e, a volte, capita che questo lettore un po’ se ne risenta: vittima di un universo narrativo che sembra sfaldarsi pagina dopo pagina ma che invece si ricrea incessantemente sotto nuove premesse); il Moresco del breve invece accerchia il lettore, lo immerge in un mondo perfettamente coerente, seppur distopico, antirealistico. E, non spremendo la propria scrittura per giungere al capolavoro a ogni costo, Moresco non arriva mai al punto di rottura, lasciandoci così alcune opere – e La lucina è appunto una di queste – che per noi lettori appaiono come regali inattesi. Pacchettini da scartare in un giorno casuale dell’anno. Probabilmente è un’eresia, lo so. Ma io lo penso comunque.

da qui

 

….Il trattamento stilistico della natura, sospeso tra realismo e meraviglioso, sembra creare una geometrizzazione del luogo che fa pensare a quella leopardiana dei primi versi dell’Infinito: « E questa siepe/che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude, per giungere di là da quella ». Questo découpage dei volumi è importante per un’analisi del luogo delimitato quale è il borgo dove si trova il protagonista e da cui ambedue gli scrittori si allontanano, abbandonando la dimensione concreta, terrena. Tutto il libro è difatti scritto sotto il segno della fantasticheria estatica, come viene sottolineato dalla ricorrenza di numerosi mi è parso/mi è sembrato. Quasi si attuasse ciò che Baudelaire ha poeticamente invocato e descritto come l’“anywhere out of the world”.

Nel romanzo di Moresco questo ultimo orizzonte si concretizza con una lucina che, ogni sera, il protagonista scorge in lontananza nell’oscurità del mondo/territorio nel quale vorrebbe sparire. Incuriosito decide di intraprendere il viaggio verso il punto luminoso che si trova su un tratto pianeggiante del crinale di fronte a casa sua. Si inoltra senza timore nella moltitudine arborea, nella pluralità delle anime della natura, fino a giungere nel misterioso luogo dove, in una casetta, si trova uno sfingeo bambino. Lo spia nel suo quotidiano, fino al giorno in cui riesce a stabilire un dialogo. Si organizza allora nel romanzo una corrispondenza quasi perfetta tra i due personaggi, tra il reale e l’irreale, tra la vita e la morte, e si forma un’interrogazione possibile, in una poetica senza urla sul senso dell’esistenza, sospesa nel dolore, contenuto in questo spazio particolare, estremo e strettissimo, tra la vita e la morte, appunto. Ed è questa corrispondenza che permette all’autore di offrire al lettore un finale inopinato.

Da qualche tempo negli umori e nei giudizi della critica persiste l’evidente convinzione che sia morto il romanzo. Che sia morto il romanzo “italico”, per innumerevoli ragioni. Riposino i critici! Il generoso romanzo di Moresco scevera dal grottesco alito polemico di una certa critica. E se volessimo accettare l’idea del trapasso del romanzo sarebbe solo per gettare un urlo festivo: il romanzo è morto, viva il romanzo!...

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venerdì 24 marzo 2017

I randagi – Antonio Moresco

la storia di zio Demostene è una storia privata, familiare, e allo stesso tempo una storia che attraversa il Novecento, nella quale chiunque riconosce un bel pezzo.
la povertà contadina, la guerra, la resistenza, l'emigrazione, i parenti ritrovati, le lettere, i misteri familiari sono la sostanza del libro di Moresco e zio Demostene è il centro di gravità del racconto. 
e la ricerca delle sue tracce è anche la ricerca di un pezzo di se stessi.
buona lettura, allora.






Tutto nasce dalla foto segnaletica di un sovversivo di nome Moresco - per di più maledettamente somigliante all'autore di questo libro - ritrovata da un amico al Casellario Politico Centrale di Roma. Questa casuale scoperta è la miccia che accende la curiosità dello scrittore, lo spinge a esplorare il difficile passato della propria famiglia, a scoprire memorie scritte e vecchie fotografie, a svuotare scatole impolverate, a esaminare incartamenti dimenticati con ritrovamenti inattesi, a compiere un lungo viaggio per incontrare parenti finiti dall'altra parte del mondo. Ne viene fuori un romanzo per parole e immagini che, partendo da una piccola storia, si allarga sempre più fino a raccontare non solo la diaspora della propria famiglia, i destini di nonni, zii, genitori e cugini, di figli abbandonati alla nascita, di fratelli finiti in due campi opposti, di vagabondi e reduci di guerre e di rivoluzioni perdute, ma anche la diaspora di un intero mondo. "Brandelli dolorosi e ancora sanguinanti di vita che mi sono arrivati in mano all'improvviso, conservati nonostante tutto e passati di mano in mano attraverso il tempo e lo spazio dai membri di questa povera e tormentata famiglia come se fossero le memorie di una casata reale." Un viaggio dentro il pozzo segreto della propria famiglia che diventa a poco a poco anche un viaggio dell'autore dentro se stesso.

…I randagi, libro strano e interessante. Nasce quasi per caso, da un amico che frugando fra gli schedari dell’epoca fascista, trova una foto segnaletica di un sovversivo di nome Demostene Moresco, zio di Antonio. Da qui parte, con l’ausilio di archivi familiari e la collaborazione di vari parenti, una ricostruzione delle vicende della famiglia Moresco per diverse generazioni. Non solo in varie zone d’Italia, ma anche dei parenti che, decisi ad emigrare in Australia, si ritrovano invece in Brasile semplicemente perché i posti per l’Australia erano finiti! Il tutto corredato da numerose foto e documenti che ne fanno quasi più un libro-documento che un romanzo. Se mi è consentito un paragone che vuole essere solo una traccia, in questo libro Moresco mi ha ricordato Sciascia per la meticolosità della documentazione e la puntigliosità della ricerca. E come in Sciascia naturalmente, le vicende della famiglia Moresco, che di per sé potrebbero interessare solo i loro parenti, diventano un mezzo per raccontare pezzi non banali di un secolo di storia d’Italia. E qui torniamo nella dimensione della letteratura e non più del documento storico, perché Moresco riesce a farlo con sensibilità e forza poetica…

(da un’intervista ad Antonio Moresco)
Walter Nardon
In Zio Demostene il racconto delle vicende dei suoi familiari è accompagnato da numerose fotografie, prese da vecchi album. Pur senza tradursi in una particolare strategia allusiva (penso a quello che accade nelle opere di W.G. Sebald), l’impiego delle foto nel racconto incide sull’architettura del libro. A questi referti e ai documenti d’archivio di un passato anagrafico, esteriore, si affianca infatti la narrazione di un passato quotidiano che è invece resistente, opaco, non documentabile. Mentre la narrazione illustra passo dopo passo molti episodi, le foto diventano progressivamente sempre più enigmatiche. Nel complesso, sembra che solo la letteratura, l’invenzione, possa testimoniare una scomparsa.
Antonio Moresco
Non solo l’impiego delle foto incide, ma è un vero corpo a corpo. Sono i morti che entrano direttamente nel libro con i loro volti impressi all'incontrario su una lastra fotografica o su una pellicola nel breve istante di luce dello scatto, mentre si trovavano in una prigione, in una caserma, in posa col vestito della festa, in un campo di prigionia, allineati di fronte a una povera casa di campagna... Ma irrompono anche i luoghi, le case, le ville poi diventate set cinematografici, il chiostro di un convento-orfanotrofio dove ho vissuto stralunato e traumatizzato durante la mia adolescenza... Se la fotografia è la morte, allora questo piccolo libro accoglie dentro di sé, da pari a pari, la morte. La scrittura è più asciutta, impietrita, tiene lo stomaco in dentro, perché deve inchinarsi e dare il passo alla morte. Se una cosa è davvero scomparsa, è scomparsa, e niente e nessuno la può più testimoniare. Se qualcuno la può testimoniare, allora vuole dire che non è veramente scomparsa. I fisici, gli astrofisici, stanno cercando di capire come sono fatte e di che cosa sono fatte la materia, la luce, la materia oscura e l’energia oscura... C’entra qualcosa tutto 3 questo con ciò che lega i corpi e le menti attraverso i cicli delle generazioni nel movimento immobile dello spaziotempo? I morti, impressi da un bagliore di luce sulle gelatine di qualche lastra fotografica o di qualche pellicola, mi ritornano di fronte irriducibili, opachi, come fantasmi. In questo piccolo libro emergono particolari della mia vita e tasselli che nei miei altri libri non vengono dati, come nei tre lunghi racconti di Clandestinità, negli Esordi... Là ci sono dei luoghi, delle figure, ma non viene data la relazione tra di essi che di solito siamo abituati a trovare in un libro, che “spiega” tutto e che non spiega niente. Ma che per molti sembra il senso stesso della narrazione e della possibile comunicazione di un’esperienza. Se li avessi dati, mi sarebbe sembrato di semplificare tutto, di mostrare solo il cerchio piccolo e non quello grande dove anche gli altri cerchi più piccoli sono compresi. Qualcuno avrebbe detto: “Ah, sì, adesso ho capito, questo è papà, quella è mammà, quell'altro è questo, quell'altra è quella...” Avrei perpetuato questo tipo di narrazione non più proporzionale con il giro della materia e del cosmo e con le sue orbite. Mi avrebbe anzi occluso l’orizzonte, mi sarei fermato alla prima, piccola porta. Non dando quelle piccole “informazioni” e quelle piccole “spiegazioni” ho immesso tutto quanto in uno spazio più ampio, dove fingiamo in modo consolatorio di non essere, ho riconosciuto la sua presenza e la sua esistenza. Il movimento di questo piccolo libro, dove compaiono direttamente i fantasmi e i morti, sembra invece diverso e opposto. Ma alla fine ci si trova di fronte a un’irriducibilità e a un enigma che fa franare tutto quello che abbiamo letto fino a quel momento. I fantasmi sono inquieti, si continuano a muovere, hanno sempre l’ultima parola, ti mostrano – stando dall'altra parte – quella prima, piccola porta da cui loro sono già usciti…

venerdì 17 giugno 2016

Antonio Moresco dice che il gioco è truccato

Baci, abbracci e pugnalate alle spalle, cabaret che si muovevano a stento nella ressa, file di calici, scrittori e scrittrici in fibrillazione, omaggi insinceri, uomini potenti nella piccola cerchia dell’editoria, dei media e dell’accademia, novantenni con il bastone che vantavano la loro longevità di uomini e di giurati, ragazze e signore in abiti da sera, astrologhe... Nelle stanze e nelle terrazze sovraffollate della Fondazione Bellonci, in un situazione di estraneità, ho assistito al consumarsi di un antico rito, quello della votazione per eleggere la cinquina dei finalisti dello Strega, dalla quale è stato escluso il mio ultimo romanzo intitolato "L’addio", che — se può valere qualcosa l’opinione dell’autore — a me pare il più ardimentoso dei miei romanzi brevi. Qualcuno in rete, nelle settimane scorse, mi aveva così definito: «Un alieno al Premio Strega» Per come sono andate le cose, aveva visto giusto.

«Come fate a vivere così?» mi veniva da domandare guardandomi attorno. «Perché state con le gambe così piantate dentro questa melma? Perché avete dato a questa melma il nome di cultura? Non lo sapete che quello della poesia e della letteratura è il più grande e irradiante sogno che sia mai stato sognato? ». Certo, non mi aspettavo niente, tanto più che ho presentato questo libro non con il potente editore con cui avevo pubblicato i precedenti ma con un altro, per rispondere all’invito di un amico cui mi legava un debito di riconoscenza, perché gli scrittori non sono o non dovrebbero essere dei robot tesi soltanto alla loro promozione e “carriera”, a mio parere, e anche perché, se la situazione è tale per cui l’unica alternativa che viene data è tra vincere male e perdere bene, allora preferisco perdere bene. Certo, non sono una persona ingenua al punto di non sapere come stanno le cose e non mi faccio illusioni. Ma quello che ho visto è stato più prevedibile e desolante di quanto avessi immaginato. Tutti sanno e tutti fanno finta di niente, come se fosse naturale un simile orrore.

Sapevo quanto il gioco fosse truccato. Eppure, certo per mia inguaribile ingenuità, a 68 anni e dopo avere scritto tanti libri e dopo quello che sta iniziando a succedermi all’estero, mi ha impressionato il fatto di non essere stato neppure ritenuto degno di entrare nella cinquina degli attuali finalisti, come mi ha impressionato che nel più noto premio nazionale tutti i finalisti, tutti, nessuno escluso, abitino a Roma.
Nella mia vita ho fatto ampiamente esperienza di questo rigetto da parte della società della cosmesi culturale, che ho anche raccontato in modo diretto in Lettere a nessuno, ed è anche vero che quella dei rifiutati ( refusés) è una storia lunga e che è spesso proprio dalle loro schiere che ci arriva ancora adesso ciò che può portare il terremoto nelle nostre vite e far rivivere le nostre anime. Eppure, se non sei disattivato, il fatto di saperlo non mette evidentemente al riparo dal provare dolore e scandalo.

Diversi anni fa avevo scritto da qualche parte: «Quando il gioco è truccato, l’unica è non giocare. O fare un gioco diverso ». Ho sbagliato a dimenticarmi di quelle mie stesse parole. Non mi succederà una seconda volta di andarmi a cacciare in una situazione simile. Ma è certo che continuerò a fare un gioco diverso. Per allargare un po’ l’orizzonte, ripeto qui quello che vado scrivendo da tempo: il mondo culturale italiano partecipa delle stesse logiche e comportamenti che vengono invece esecrati con aria di superiorità nella politica. Ogni cosa, anche nata con le migliori intenzioni, viene piegata a logiche di cerchia, snaturata nella sua essenza, resa funzionale a interessi o deliri di piccolo potere terminale e gregario, in un gioco chiuso e di sponda tra editoria, accademia e media. Libertà e coraggio sono una merce rara, così come lo sono in altri campi dove il rischio che si corre è molto più grande. Anche per questo la cultura italiana di questi decenni ha chiuso gli orizzonti invece di spalancarli e sfondarli, si è attestata in una zona morta e ha preteso che tutto fosse a propria immagine e somiglianza, per questo non è riuscita a fare argine al male ma è diventata essa stessa una forma di questo male.

Ringrazio i miei due coraggiosi presentatori, Daria Bignardi e Tiziano Scarpa, per la loro libertà, convinzione e fervore, Antonio e Jacopo che mi sono stati vicini in questa battaglia, senza speranza come quella del protagonista del libro che abbiamo

inalberato, l’editore Giunti e le ragazze toste che mi hanno seguito, le persone che hanno dato il loro appoggio e il loro voto a questo libro così anomalo e poco accomodante, per le cose sincere e toccanti che mi hanno detto a voce durante la mia serata catatonica e poi per telefono. 

da qui o da qui