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giovedì 8 giugno 2023

Elogio di uno scrittore - Giorgio Agamben

 

Il 30 maggio del 1939 fu sepolto nel cimitero di Thiais a Parigi un uomo, il cui funerale era stato benedetto da un prete cattolico, benché egli non fosse mai stato battezzato. Era ebreo, ma i suoi amici ebrei rinunciarono a recitare il kaddish. Era probabilmente morto di delirium tremens, ma i medici diagnosticarono una sincope. Era cittadino della repubblica austriaca, ma si dichiarava suddito degli Asburgo.

Quest’uomo – uno dei massimi scrittori del XX secolo – si chiamava Joseph Roth. Aveva soltanto quarantacinque anni, ma pensava che la morte sarebbe giunta comunque troppo tardi. Non aveva – così diceva – nessuno alle spalle, né un popolo né uno stato. Solo la lingua in cui scriveva – ma nemmeno questo è sicuro, se qualcuno ha potuto sentire nel suo tedesco la voce dello yiddish e il respiro del russo. Eppure forse nessuno come lui aveva visto con tanta lucidità lo sfacelo del mondo che lo circondava né descritto con tanta inaudita vivezza e gioiosa precisione le strade, i caffè, gli alberghi delle città in cui gli era capitato di vivere. Forse nessuno era stato così insolentemente felice in tutto ciò che andava perdendo, che aveva già irrevocabilmente perduto.

Per questo nessuno scrittore del Novecento ci è come lui vicino. Anche noi non possiamo crederci cittadini dello stato in cui ci è toccato di vivere. Siamo stati battezzati, ma non apparteniamo in alcun modo alla chiesa. Come lui, non abbiamo più nulla alle spalle, non un popolo e tanto meno una nazione. Ma questo non ci toglie la capacità di essere felici e di provare a scrivere e a parlare lietamente in una lingua che ci rifiutiamo di identificare con l’insulso sproloquio che i media e le scuole non si stancano di propagare e avvilire. Senza credere in nessuno dei valori e delle leggi che ci sono imposti, abbiamo come lui conservata vergine e intatta la fede nell’erba, nel cielo stellato, nel silenzio e nella bellezza dei volti.

da qui


qui Alessandro Baricco, invita alla lettura di un racconto dello scrittore austriaco Joseph Roth, contenuto nella raccolta dal titolo Il mercante di coralli


martedì 15 settembre 2015

Se la vita che salvi è la tua – Fabio Geda

leggi la trama e sembra una follia, ma se leggi il libro tutto si tiene ed è plausibile.
Fabio Geda è bravo a scrivere anche il tipo di storie non strettamente biografiche ("tratte da una storia vera", come scrivono all'inizio dei film e dei libri, come se la storia valesse di più).
per lunghi tratti Andrea sembra essere come Andreas (coincidenza del nome?), il santo bevitore di Joseph Roth.
Andrea è uno che non sembra bravo a parlare e a decidere, ma al momento giusto sceglie di fare le cose giuste, finalmente, anziché solo di scegliere di non scegliere.
un gran bel libro che ti conquista piano piano - franz








…Molto belli ed efficaci i dialoghi in questo romanzo ricco di suggestioni, che ci mostrano uno scrittore ormai maturo, capace di affrontare temi scottanti come la mescolanza delle etnie, la superiorità morale di chi aiuta gratuitamente senza nulla in cambio. I personaggi positivi del romanzo sono tutti stranieri: è cinese la famiglia che lo aiuta a lasciare definitivamente l’Italia, è afroamericano Walter, l’addetto del Met con cui si lega, sono orientali i Patterson, sono messicani i suoi compagni di lavoro clandestino trovato a New York, come messicani saranno gli sfortunati compagni dell’ultimo viaggio attraverso il deserto, verso la salvezza e la libertà, questa volta conquistata ad altissimo prezzo…

…Io non lo so se all’autore gliel’hanno mai detto che questo libro ti entra un po’ nella testa. Forse, se abbatti le barriere, anche nel cuore. Per me non posso dire che sia stato così. O forse sì. Forse Andrea mi ha fatto a volte incazzare proprio per quanto l’ho amato. O forse non sono riuscita a innamorarmene perché ero troppo arrabbiata con lui. O ancora la colpa è solo mia, che ho messo un muro tra me e la sua storia. Forse solo per non rimanerne troppo coinvolta, per non rischiare di essere ferita (ve lo ricordate, vero, che questa è le recensione meno comprensibile della storia di tutte le recensioni? Mi state ancora perdonando?).
Detto questo, il punto di indiscutibile forza di questo libro, a mio parere, è l’incredibile carrellata di personaggi che lo abitano oltre alla capacità dell’autore di far letteralmente viaggiare il lettore con il protagonista. Andrea va a New York e voi avete la fortuna di andarci con lui. Poi torna in Italia, nella casa dove abita la sua vita. C’è ancora, la casa, ma non c’è più la sua vita. Un’altra partenza allora, l’ultima forse, in un viaggio disperato nel tentativo di raggiungere il luogo dove Andrea ha scoperto di voler vivere la sua vita e smettere, una volta per tutte, di essere in fuga. In tutti questi viaggi sarete lì accanto a lui…

…Abile è stato il Geda di questo romanzo poiché ha fatto vedere come oggi si possano verificare nel giro di poco tempo circostanze tali da portare all’annullamento di una persona pur dignitosa, rispettabile, come possa accadere che essa si trovi in situazioni completamente diverse da ogni aspettativa, da ogni previsione. Niente di tutto quello che accade ad Andrea era stato da lui previsto, altre erano state le sue aspirazioni. E’ questo soprattutto il suo dramma, quello di un’anima delusa e privata pure della possibilità di soffermarsi a pensare, a riflettere, a capire quanto sta succedendo poiché incalzata dalle disgrazie. Deve solo assistere alla sua sconfitta, deve solo subirla. Travolta è dagli eventi senza che abbia la possibilità di rifarsi di quanto sta perdendo né di evitare di giungere alla fine, alla rovina. In ogni attimo, in ogni aspetto, in ogni senso lo scrittore ha colto questo processo inesorabile insieme ai pensieri di Andrea circa quanto di diverso avrebbe voluto. Non c’è bruttura che non sia attraversata, anche se per un istante, dal ricordo dei propositi che Andrea aveva nutrito. Un ricordo che diventerà sempre più debole, che scomparirà.
Nel rendere un simile, doloroso percorso, nel mostrarlo come inevitabile, nell’aderire ad esso fino a farne la voce unica del romanzo sta il merito maggiore del Geda. Un esempio può essere considerato il suo di cosa significhi essere scrittore oggi, in un tempo che a tanti e con tanta facilità fa pensare di esserlo.

Se la vita che salvi è la tua nasce a New York nel giugno del 2008. Ero andato a trovare un’amica che viveva lì da alcuni anni. Una sera – come spesso accade agli italiani all’estero – mi viene una voglia imprescindibile di pizza e decido di andare al Savoia, una pizzeria che avevo notato in Smith Street, a Carroll Gardens, il sobborgo di Brooklyn dove abitava la mia amica. La pizza è così buona – ricordo una pizza alla Norma, ricotta salata e melanzane, da urlo – che ci torno più volte e finisco con il fare amicizia con il cameriere, un ventenne napoletano che a un certo punto, una sera, tra un limoncello e l’altro mi confida di essere un irregolare. Sono un clandestino, dice. Era andato via perché Napoli – vista la sua storia personale, la famiglia, il quartiere in cui era nato – non avrebbe mai offerto nulla se non disoccupazione o criminalità. S’accende una sigaretta, spruzza del disinfettante sul tavolo, passa lo straccio, e spiega con parole semplici che preferisce fare il cameriere lì a New York, senza permesso di soggiorno, sottostare alla precarietà di quella condizione, piuttosto che farsi trascinare dalla corrente ostile di un destino che non aveva scelto.
Ora! Se la vita che salvi è la tua non ha nulla a che vedere con un cameriere napoletano. Andrea Luna è un professore precario di educazione artistica, frustrato dai continui cambi di scuola, dal fatto di non essere mai messo nelle condizioni di fare bene il proprio lavoro, un lavoro che peraltro ama, con un matrimonio in crisi (lui e Agnese non riescono ad avere figli), che decide di concedersi una breve vacanza a New York, e che per tutta una serie di motivi finisce per trovarsi in una condizione non dissimile da quella del cameriere napoletano.
Ciò che fa detonare la vicenda è un quadro: Il ritorno del figliol prodigo, uno dei capolavori di Rembrandt, che in realtà si trova all’Hermitage di San Pietroburgo ma che nella finzione della mia storia è in prestito al Met di New York per una mostra sul Secolo d’Oro. Andrea resta folgorato da quel quadro straordinario, il padre e i figli immersi in una luce serale, e comincia a oscillare tra i due fratelli: il minore, accolto dal vecchio padre con un abbraccio dolcissimo, e il maggiore, pietrificato dalla rabbia e dalla gelosia. Chi è lui? Quale dei due? Sa che vorrebbe essere accolto così, come colui che ha scartato di lato e ha abbandonato il sentiero, guarito da un abbraccio simile, ma è consapevole di non essersi mai fuggito, di essere, invece – come il figlio maggiore, come tutta una generazione di trenta-quarantenni cui i genitori hanno detto: studiate, state calmi, siate docili e sarete più ricchi e felici di noi – di essere sempre rimasto a casa. E allora capisce che a volte, per ritrovarsi, bisogna prima perdersi. Ed è quello che fa.
La storia si dipana tra il nord Italia, New York e il Messico. Diversi personaggi secondari – Walter, un afroamericano che lavora al Met come addetto alla sicurezza; Ary, artista di Red Hook esperta di diorami, con i figli gemelli di tredici anni Benjamin e Allison; Lagrima, un fuoriuscito dalla Mara Salvatrucha – accompagnano Andrea alla ricerca di sé. Di un posto da chiamare casa. Di un futuro su cui scommettere.
Fabio Geda
da qui