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martedì 19 novembre 2024

Con le guerre in corso stanno “saltando” i valori dell’Occidente - Giampaolo Cadalanu

 

Trovo davvero sconfortante il dibattito su guerra e pace di questi mesi. Vedo solo dichiarazioni di principio, che hanno un significato di scelta di campo, e pochissime proposte che possano, se non far avanzare la situazione politica, almeno far maturare una coscienza collettiva.

Guerra a Gaza

Mi sembra soprattutto che sfugga a gran parte dei commentatori un punto: dopo questa catastrofe niente sarà più come prima. Gli equilibri mondiali, così come li abbiamo conosciuti, sono compromessi per sempre, in modo irrimediabile.

Valori dell’Occidente

C’è un punto di partenza nella nostra cultura, finora ben poco discusso, ed è la certezza che i valori dell’Occidente, radicati nell’Illuminismo, siano la nostra stella polare.

Da questi sosteniamo di voler partire, e verso la loro massima realizzazione vogliamo tendere, meglio se senza proporli come basi per uno scontro di civiltà o illuderci che siano il punto di arrivo dell’umanità nel suo complesso.

Crisi insormontabile

Ma lo scontro fra Russia e Ucraina e quello rinnovato fra Israele e i palestinesi (con gli alleati) hanno messo non più in dubbio ma in crisi insormontabile ogni possibile coerenza di questo orientamento.

Guerra Russia – Ucraina

Il confronto che vedo parte da presupposti incompatibili, non propone nessuno spazio per il compromesso, e dunque è totalmente inutile, anche per la formazione dell’opinione pubblica nel nostro Paese.

Considerazioni storiche

C’è chi parte da considerazioni storiche, magari risale alla notte dei tempi per leggere un diritto, dell’uno o dell’altro. Questa terra appartiene a questo popolo perché… Ma i libri sacri di uno, le ricostruzioni storiche dell’altro, evidentemente non hanno valore universale, e tanto meno trovano spazi di condivisione.

Le letture sono in conflitto radicale, e pensare di far aderire una fazione alla visione dell’altra è illusorio, tanto più quando di mezzo ci sono convinzioni religiose e sfumature nazionaliste.

Obiettivi comuni

Non voglio dire che esaminare le radici di un conflitto sia inutile. Credo invece che sia indispensabile (e ovviamente anche io ho la mia lettura personale, che vale solo per me), ma sono anche fortemente convinto che i passi avanti possano essere fatti solo se si concorda su quali obiettivi comuni possano e dunque debbano essere raggiunti.

A questo punto, com’è ovvio, propongo quelli che ritengo alla portata della buona volontà: la fine delle stragi, l’apertura di tavoli di trattativa, il via libera senza condizioni agli aiuti umanitari, l’impegno a ricercare soluzioni politiche durature.

Punto irrinunciabile

Vorrei che fosse chiaro che per me il punto d’arrivo irrinunciabile è la salvezza delle vite umane. Su tutto il resto si può negoziare, ma se non c’è un’intesa su questo, allora mi viene da sospettare che dietro ogni decisione ci siano interessi non confessabili.

Esco dal generico: la sopravvivenza politica di leader come Vladimir Putin, Volodimir Zelenskij, Benjamin Netanyahu.

Anche qui, come su altri temi, la bussola che propongo è quella del realismo: per chiunque abbia una visione “fredda”, non emotiva, è ben palese che solo molto di rado i governi (e i leader, soprattutto) agiscono nell’interesse esclusivo del popolo, mettendo da parte il proprio.

Contenitori rigidi

Propongo anche di ragionare senza pretendere di imporre contenitori rigidi alla realtà: dibattere su termini come “terrorismo” o “genocidio”, che se applicati o respinti imporrebbero conseguenze concrete, è solo un modo per non affrontare la realtà con un approccio di soluzione politica.

Basta guardare al passato per capire che il terrorista di uno è il combattente della libertà per l’altro. E non c’è nulla di più grottesco dei litigi sul concetto di genocidio, come i massacri fossero “accettabili” purché fuori da uno schema preordinato e proclamato.

Tecnologia digitale

Ma anche se si raggiungesse un primo accordo sugli obiettivi di cui parlo, mettendo per un momento da parte le convinzioni personali, anche se gli scontri diminuissero e le prospettive di pace si concretizzassero, il mondo non potrà mai più essere quello che era.

La tecnologia digitale ha permesso una velocità di trasferimento delle informazioni persino incomprensibile rispetto al passato. Proprio il confronto fra queste due guerre, che le notizie trasmesse in rete rende facile alla gran parte dell’umanità, ha già cambiato gli scenari e le prospettive globali.

Meccanismo attivato

I sondaggi lo rendono più che evidente: al di là dell’Occidente c’è un pianeta sdegnato, pronto ad agire collettivamente. In modo pacato, lento ma inarrestabile, questo meccanismo si è già attivato, con i BRICS ma non solo.

Le leadership dei cosiddetti Paesi sviluppati – che forse andrebbero chiamati solo Paesi ricchi – sono smarrite, si accorgono che il resto del mondo non ha più fiducia nei valori proclamati ma applicati solo in modo partigiano.

Il re è nudo

Il re si è ritrovato nudo. Il doppio standard adoperato fra Russia e Ucraina e fra Israele e palestinesi è ormai fin troppo chiaro. E così, insomma, le vittime non sono solo umane.

A rischiare la scomparsa sono le istituzioni internazionali basate sul consenso. L’ONU, le sue agenzie, la Corte penale internazionale, la Corte di giustizia: tutte hanno subito offensive sfrenate, tutte vengono considerate strumenti di parte, a volte in modo pretestuoso, a volte con critiche giustificate.

In pericolo è lo stesso concetto del multilateralismo. E se, come sembra, le possibilità di un allargamento di questi conflitti sono reali, i meccanismi di ricerca della pace potrebbero mancare quando ce n’è più bisogno.

da qui

venerdì 21 luglio 2023

La guerra nascosta. L'Afghanistan nel racconto dei militari italiani - Massimo De Angelis, Giampaolo Cadalanu

capita che tutto quello che ci dicono è falso, se uno segue l'informazione dei media mainstream, o solo i miseri telegionali, megafoni del potere, sempre o quasi.

e allora fa piacere, dopo la vergognosa fuga dell'Afghanistan da parte dell'Invincible Armada occidentale, leggere e ascoltare voci diverse che ci raccontano quella guerra con le parole dei soldati vittime inconsapevoli di una guerra che sembrava una gita dell'oratorio, a sentire i criminali politici che si inchinano senza fiatare al volere indiscutibile del padrone.

e a ogni morto "Lo Stato s' indigna, si impegna, poi getta la spugna con gran dignità".

per sapere un po' di quello che è nascosto, con le parole dei due giornalisti e sopratutto dei soldati, questo libro illumina quel buio che (non) ci hanno mai mostrato.

buona (afgana) lettura.


 

 

…Spedendo i primi soldati fuori da Kabul, in zona di combattimenti, nel 2003, il ministro della Difesa dell’epoca dichiarò: «È una missione a rischio, ma le sue finalità sono comunque di peace-keeping». In realtà già da fine 2001 i piloti del gruppo Lupi Grigi decollati dalla portaerei Garibaldi erano impegnati nelle missioni di bombardamento sull’Afghanistan insieme agli aerei americani: ne compirono 278.

Non c’era pace da mantenere laggiù, lo dimostra anche l’esistenza di una unità come la Task Force 45, formata dall’élite delle forze speciali italiane, quotidianamente impegnata in azioni di combattimento, ma la cui esistenza all’inizio non era nemmeno ammessa dal governo.

Numerosi ‘operatori’ della fantomatica TF-45 raccontano nei particolari le operazioni di guerra, portate a termine spesso senza poter contare sul supporto degli aerei italiani. In vent’anni di intervento la guerra ha portato con sé corruzione, ruberie, appetiti economici, tradimenti. E il bilancio è uno solo: la situazione in Afghanistan è peggiorata.

da qui

 

“I giornalisti, quelli onesti, hanno sempre una grande prudenza a trattare il tema della Verità, quella con la “V” maiuscola. In genere ce la caviamo parlando delle verità, al plurale e con la “v” minuscola, per sottolineare che possiamo offrire al lettore o ascoltatore la nostra visione delle cose, non un concetto filosofico inattaccabile. In compenso siamo molto disponibili a parlare delle bugie, quando le vediamo direttamente e possiamo verificarle.
Ecco, il tema fondamentale del libro ‘La guerra nascosta – L’Afghanistan nel racconto dei militari italiani”, che Massimo de Angelis ed io abbiamo pubblicato con Laterza, è proprio questo. La missione era una grande, intollerabile bugia rivolta all’opinione pubblica, al Parlamento, ai cittadini.

In Italia, si dice, non esiste una cultura della Difesa, e i governi cercano di evitare al massimo ogni ammissione sulla vera natura delle operazioni internazionali. Ma se i soldati italiani hanno combattuto, hanno ucciso, sono caduti, vuol dire che erano in guerra. Non erano impegnati in un intervento umanitario, ancora meno in un’operazione di peacekeeping: era una guerra. Per noi giornalisti che spesso abbiamo seguito le vicende afghane, sia “embedded” con i militari del nostro contingente che in totale autonomia, i fatti erano evidenti. Molto meno chiara era la narrativa suggerita dagli Stati maggiori, che obbedivano com’è ovvio a disposizioni dall’alto e proponevano una versione sempre annacquata di tutto.

Lavorando con gli strumenti giornalistici sul libro avevamo almeno tre buone carte da giocare: i tempi di lavorazione, per fortuna più distesi delle esigenze di quotidiani e tv, poi il fatto che ormai la missione era conclusa e i “rischi” politici erano sicuramente trascurabili. Ma la carta più importante era la fiducia degli uomini con le stellette, conquistata in decenni di lavoro al loro fianco, esercitando il rispetto per l’impegno e il sacrificio anche quando – succedeva e anche non di rado – le valutazioni dei fatti non erano le stesse.

Qualche volta, com’è facile immaginare, lavorare da giornalisti “embedded” può impedire di vedere alcune cose, ma allo stesso tempo rende possibile vederne altre. E noi abbiamo visto con chiarezza che la bugia dei governi – tutti uguali, da questo punto di vista – non reggeva la verifica dei fatti. Abbiamo scoperto qualcosa di paradossale: la cappa di eufemismi o persino di censura che circondava la missione italiana lasciava spiragli inattesi ovunque. Persino nelle motivazioni delle medaglie abbiamo trovato il racconto di episodi di sangue, che gli Stati maggiori si erano ben guardati dal comunicare.

Abbiamo raccolto le testimonianze dei militari spesso in modo anonimo, per ovvi motivi. Il lettore dovrà contare sulla garanzia degli autori, che ci mettono la faccia: ci sono solo alcuni dettagli raccontati in modo da nascondere l’identità delle persone e non rendere identificabili le fonti. Grazie al coraggio e all’onestà di chi ha raccontato, siamo convinti di aver contribuito a una visione più corretta: insomma, la guerra in Afghanistan oggi è un po’ meno nascosta”. (Giampaolo Cadalanu)

da qui

 


lunedì 13 febbraio 2023

Berlusconi sta con la maggioranza degli italiani

 


articoli, video, disegni di Vittorio Rangeloni, Nouriel Roubini, Stefano Orsi, Chappatte, Mirko Campochiari, Alessandro Barbero, Giuseppe Masala, Fabrizio Poggi, Clara Statello, Caitlin Johnstone, Giampaolo Cadalanu, Enrico Tomaselli, Enrico Tomaselli, Piccole Note, Giuseppe Germinario, Max Bonelli, Clara Statello, Seymour Hersh, Gilberto Trombetta, Calp, Giacomo Gabellini, Donatella di Cesare, Francesco Masala, Domenico Gallo, Guido Salerno Aletta, Lucio Caracciolo, Andrea Zhok, Nicolai Lilin


Come gli Stati Uniti hanno fatto saltare i gasdotti Nord Stream – Seymour Hersh

Chi ha fatto saltare il gasdotto Nord Stream? Incredibilmente, stampa e politici europei sembrano non interessati a conoscere la verità su questo grave attentato, che ha fatto saltare in aria un’infrastruttura energetica di livello strategico per la Germania in primis, ma anche per l’intera Europea.

In realtà ormai è ben chiaro chi ci sia dietro l’attacco e chi aveva l’interesse nel far saltare i gasdotti. I governanti europei preferiscono glissare sulla questione perché non hanno alcuna possibilità di protestare o di giustificarsi davanti ai propri popoli. L’Europa è ormai ridotta a un protettorato di Washington.

In ogni caso, una nuova conferma arriva dal giornalista statunitense premio Pulitzer Seymour Hersh: gli esplosivi sotto i gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2 sono stati piazzati da sommozzatori statunitensi durante una presunta esercitazione della NATO e attivati dai norvegesi.

“L’estate scorsa, i sommozzatori della Marina, sotto la copertura di un’esercitazione NATO nota come Baltops 22, hanno piazzato degli ordigni esplosivi ad attivazione remota che tre mesi dopo hanno distrutto tre dei quattro gasdotti di Nord Stream”, ha scritto sulla piattaforma Substack.

Secondo il giornalista, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha deciso di realizzare questo atto di sabotaggio dopo nove mesi di discussioni segrete con il suo team di sicurezza nazionale. Il problema principale era sbarazzarsi delle prove.

“Per gran parte di quel periodo, il problema non era se portare a termine la missione”, ma come portarla a termine senza lasciare prove evidenti “di chi fosse il responsabile”, ha scritto Hersh. Dato che le esplosioni si sono verificate nel bel mezzo delle ostilità tra Mosca e Kiev, qualsiasi “azione che potrebbe essere attribuita all’amministrazione violerebbe le promesse degli Stati Uniti di ridurre al minimo il conflitto diretto con la Russia”. La segretezza era essenziale per Washington.

Hersh sostiene inoltre che Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del leader statunitense, è stato coinvolto nella preparazione del piano di sabotaggio.

Con l’acuirsi delle tensioni tra Ucraina e Mosca, l’amministrazione Biden si è concentrata anche su Nord Stream. “Finché l’Europa continuerà a dipendere dai gasdotti per l’approvvigionamento di gas naturale a basso costo, Washington temeva che Paesi come la Germania sarebbero stati riluttanti a fornire all’Ucraina il denaro e le armi necessarie per sconfiggere la Russia”, ha scritto il giornalista, sottolineando che “è stato in quel momento di incertezza che Biden ha autorizzato (il consigliere per la sicurezza nazionale) Jake Sullivan a convocare un gruppo inter-agenzie per elaborare un piano”.

“Ciò che è apparso chiaro ai partecipanti, secondo la fonte con conoscenza diretta del caso, è che Sullivan intendeva che il gruppo elaborasse un piano per distruggere i due gasdotti Nord Stream, e che stava assecondando i desideri del presidente”, si legge nell’articolo.

Allo stesso tempo, scrive il giornalista, la Casa Bianca e la CIA hanno definito le notizie sul coinvolgimento di Washington nel sabotaggio del gasdotto una menzogna e una montatura.

Adrienne Watson, portavoce della Casa Bianca, ha definito tali ipotesi “una finzione completamente falsa”, mentre Tammy Thorp, portavoce della Central Intelligence Agency, ha commentato i fatti in modo analogo, affermando che “questa affermazione è completamente e totalmente falsa”, ricorda il giornalista.

Seymour Hersh è un giornalista investigativo statunitense. Ha vinto il Premio Pulitzer nel 1970 per il suo reportage sul massacro di Songmi durante la guerra del Vietnam. È stato anche il primo a raccontare il brutale trattamento dei prigionieri iracheni da parte dell’esercito USA nella prigione di Abu Ghraib.

Risulta utile rammentare gli avvenimenti per avere un quadro più chiaro della situazione: il 26 settembre 2022, sono state scoperte delle perdite nei gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2. Il giorno successivo, il servizio di sicurezza svedese ha confermato la presenza di esplosioni nei pressi degli oleodotti. Sulla scena sono state trovate tracce di esplosivo.

Il Presidente russo Vladimir Putin, rispondendo alla domanda del corrispondente di Izvestia il 22 dicembre scorso, ha dichiarato che il sabotaggio del Nord Stream è stato un atto di terrorismo di Stato. Ha sottolineato che singoli individui o organizzazioni non avrebbero potuto organizzare da soli un sabotaggio di questo livello.

Il 26 gennaio, durante un discorso al Senato, il vicesegretario di Stato USA Victoria Nuland ha osservato che “l’amministrazione è molto felice di apprendere che Nord Stream 2 è ora un pezzo di metallo in fondo al mare”.

Il 4 febbraio, il procuratore generale tedesco Peter Frank ha ammesso che la Germania non ha prove del coinvolgimento russo negli attacchi agli oleodotti. Nel frattempo, l’indagine continua. Secondo il procuratore, i materiali raccolti sulla scena del crimine saranno consegnati per l’esame forense.

La portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha risposto sottolineando la posizione ambivalente della Germania. Da un lato, Berlino sottolinea costantemente il suo interesse a indagare sulle circostanze del sabotaggio, mentre dall’altro le dichiarazioni del Cancelliere Olaf Scholz, così come altre azioni delle autorità tedesche, suggeriscono il contrario.

da qui

 

La notizia che non c’è. Oggi si celebra la morte del giornalismo – Gilberto Trombetta

“ATTO DI GUERRA”.

“TERRORISMO A STELLE E STRISCE”.

“GLI STATI UNITI DICHIARANO GUERRA ALL’EUROPA”.

“GLI USA HANNO FATTO SALTARE IL NORD STREAM”.

Sarebbero dovuti essere questi i titoli di apertura dei maggiori quotidiani italiani. E dei telegiornali.

E sì perché poche ore fa Seymour Hersh in un lungo e dettagliato report¹ ha rivelato che l’esplosione dei gasdotti sottomarini Nord Stream dello scorso 22 settembre è stata frutto di un’operazione segreta ordinata dalla Casa Bianca e portata avanti dalla Cia in collaborazione con la Norvegia.

Per chi non lo sapesse fa Seymour Hersh è un giornalista investigativo statunitense. Forse il giornalista investigativo statunitense per eccellenza.

Nella sua lunga carriera (oggi ha 85 anni), Hersh ha raccontato storie come l’omicidio di massa di 500 civili a My Lai in Vietnam (indagine che lo portò a ricevere il prestigioso premio Pulitzer), ha seguito lo scandalo Watergate per il New York Times, ha rivelato il bombardamento clandestino della Cambogia da parte degli Stati Uniti (sempre loro…) e la tortura dei prigionieri nella prigione di Abu Ghraib in Iraq.

Oltre al premio Pulitzer, ha ricevuto anche due National Magazine Awards, cinque George Polk Awards e, nel 2004, il George Orwell Award.

Insomma, non è un Gianni Riotta qualsiasi. È il simbolo del giornalismo investigativo. Esperto di tematiche militari e governative.

Nel suo lungo report, Hersh rivela come lo scorso giugno sommozzatori della marina americana, utilizzando un’esercitazione militare della Nato come copertura, abbiano piazzato esplosivi lungo i due gasdotti Nord Stream che sono poi stati fatti detonare tre mesi dopo.

L’esercitazione usata come copertura è stata la Baltic Operations 22 o BALTOPS 22 dell’estate scorsa.

I sommozzatori del Diving and Salvage Center della Marina degli Stati Uniti a Panama City, in Florida, avrebbero piazzato esplosivi C4 lungo il gasdotto.
Esplosivi che sono poi stati attivati da una boa sonar lanciata da un aereo (un P8 della marina norvegese) il 26 settembre.

Una notizia che avrebbe dovuto occupare l’apertura di tutte le testate italiane.

Invece niente. Zero assoluto. Un silenzio assordante…

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Fake news? – Francesco Masala

Gli Usa, paladini della pace, abbattono un pallone sonda cinese, messaggio: tutti sono autorizzati ad abbattere qualsiasi oggetto volante che sorvola il proprio territorio senza autorizzazione?

I russi hanno fatto saltare il Nord Stream 1 e 2, nonostante tutte le prove contrarie.

I russi non vogliono la pace, lo dice Zelensky, dopo aver fatto la spesa con la moglie.

L’Iraq di Saddam Hussein, come la Libia di Gheddafi, stavano per lanciare una moneta alternativa al dollaro (e al franco francese). Poi, elezioni segrete presso la Nato hanno deciso la loro democratica rimozione di Saddam Hussein e Gheddafi.

Il dollaro Usa è la valuta più solida del mondo.

La tentazione di non pagare il debito estero Usa, verso la Cina, per esempio, val bene una guerra.



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