Visualizzazione post con etichetta Simone Pieranni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Simone Pieranni. Mostra tutti i post

martedì 26 luglio 2022

Genova, Bolzaneto - Simone Pieranni

 

Ma a Bolza in realtà ignoravano che dentro a quel delirio sarebbe finito anche il nostro piccolo stagno periferico, perché noi che abitavamo vicino alla caserma non eravamo di Genova ma neanche di Bolzaneto: eravamo in una zona senza nome

(Questo racconto del giornalista e scrittore genovese Simone Pieranni è parte del terzo numero di dinamoprint: Dov’è finita la globalizzazione? ORDINALO)

 

All’inizio a noi di Bolza dava un po’ fastidio che Genova (come chiamavamo noi il “centro”) fosse blindata. Significava non poter partire verso mezzanotte per andare andare in giro nella vicolanza a raccogliere quello che rimaneva dell’alcool nei locali – che non erano mica tanti come adesso, anzi – e cercare un po’ di scitto da fumarsi tornando indietro o da lasciare a quelli che poi andavano a fare le scianche sui rettilinei verso la Caserma o in Fillak che allora il Ponte stava su bello fermo e a noi piaceva tutto sommato, anche perché altrimenti per andare di là, a ponente, dovevi fare delle strade che puzzavano già di Savona al primo metro.

Dal fruttivendolo o nei bar marci, con vista campo rom e più indietro lo scheletro della raffineria Sanac abbandonato, c’era tutto sto parlare, in particolare delle mutande appese nei vicoli e del pesto senza aglio che voleva fortemente Berlusconi, infastidito da questa città di mare che con quelli come lui, come dire, aveva già ampiamente dato.

Anche se la scelta di Genova era stato di baffetto D’Alema, un’altra cosa che non dimentichiamo, neanche oggi.

La vita da reclusi dei fighetti del centro storico sinceramente ci faceva ridere, sai che menata, oddio, non poter comprare la spezia cool, non poter sfoggiare il vestito etnico comprato in Uganda o non poter fare i milanesi di merda con sti aperitivi ridicoli che noi a Bolzaneto i milanesi li avremmo impallinati già all’uscita dell’autostrada; i più social già allora, che significava leggere qualche giornale e farsi qualche domanda, il contrario di quanto significhi oggi, si chiedevano che delirio sarebbe successo.

 

Ma diciamoci la verità: sapevamo tutti che sarebbe venuto giù il mondo. Bastava passare per “le alte” per andare in centro, con la macchina di sera nei giorni precedenti al 19 luglio 2021, per capire anche senza averli vissuto che il clima era quello del 1960. Si sentiva che il momento sarebbe stato storico e secondi alcuni – ma eravamo ancora in vena di risate – tutto era cominciato con il concerto di Manu Chao e via a mettere gli Iron nello stereo della Ritmo nera. Solo che stavolta non ci sarebbero stati i fascisti dall’altra parte, ma tutto lo Stato, anzi gli 8 Stati.

E le avvisaglie erano già state abbastanza chiare, almeno che uno veramente non volesse vedere per principio: alle guardie a marzo era già stata concessa una giostra gratis a Napoli, per allenarsi.


Ma a Bolza in realtà ignoravano che dentro a quel delirio sarebbe finito anche il nostro piccolo stagno periferico, perché noi che abitavamo vicino alla caserma non eravamo di Genova ma neanche di Bolzaneto: eravamo in una zona senza nome, che infatti sarebbe stata da lì a poco perfino cancellata; quelle case non esistono più oggi, e non esistevano più prima che Genova tornasse nelle cronache quotidiane con un altro disastro, il crollo del ponte Morandi. Ora non è per questione di campanilismo ma quando dite Genova per parlare della caserma di Bolzaneto o del ponte Morandi dovreste imparare anche a dire dove si trovano: nella Valpolcevera.

Non so dire se ho mai visto in vita mia il Polcevera, questo torrente arido come i nostri sentimenti di allora, con un po’ d’acqua; forse in occasione di qualche alluvione, parola che dalle nostre parti impari presto, perché prima o poi accade.

E non pensavamo che nella nostra faretra delle sfighe dovesse arrivare anche quella di una caserma lì vicino, che quasi non sapevi neanche ci fosse, che lo sapevi perché qualche caramba ogni tanto si fermava in qualche bar e l’aria diventava pesante, che quelle erano zone vicino al Giro del vento, dove un tempo la malavita aveva detto la sua e che a nessuno piaceva frequentare granché.


E ovviamente poi sarebbero spuntati i grossi, quelli che fanno i pazzeschi e che in piazza mai visti: belin belan dovevamo menarli mentre si bevevano il bianchino, e giù leggende metropolitane di ho sentito un canazzo dire che, di ho sentito sbirri che avrebbero detto che, di giornalisti che avrebbero detto che. Ma poi il 20 e il 21 saranno stati a Vesima: di sicuro non erano in piazza. Resta il fatto che le abbiamo prese e le abbiamo date, sul campo. Ma in realtà abbiamo preso un cappotto storico, roba da 8-0 e a casa.

Via Tolemaide, foto in alto di Gianluigi Gurgigno e Valentina Fusco

Ancora oggi qualcuno mi chiede: ma dov’eri durante quei giorni? Ma davvero me lo stai chiedendo: dove poteva essere un avanzo di famiglia impiegatizia, fomentato dai racconti dei reduci a loro volta fomentati dai racconti dei reduci e chissà da quante generazioni di reduci che la voglia di menare le mani era talmente alta che quando si avvicinava i giorni clou sembravamo delle scimmie sotto cocaina.

Ma poi: ha davvero importanza dove era una persona, quando in trecentomila sono arrivati, si sono presi la città e per una volta i genovesi si sono mischiati e diventando parte di quei 300mila l’hanno anche lasciata a loro:

fate quello che volete e anzi vi diremo di più, se salta qualche aiuola me ne vado a battere il belino sugli scogli, “perché il 1960” e “La liberazione DA SOLI senza aiuto di nessuno”, e ci mancava che qualcuno tirasse fuori quando avevamo spaccato il culo ai pisani. Ha davvero importanza? No, non ne ha.


E quando poi torni a casa e dici, belin che delirio ma magari è finita, arriva una voce tonante e non è quella di tua madre che fa un sospiro quando sente le chiavi entrare nella stoppa e quando si apre la porta e vede che sei tu, e non uno sbirro, un infermiere, un amico con la faccia di chi sta per dire una cosa brutta, è una voce tonante interiore che dice, “ma magari”. Perché un ragazzo è morto intanto e hai voglia a consultare cartine, mappe e poi a distanza di anni rivedere video. E allora ti ritrovi lì, in via Tolemaide, ti volti e vedi i carabinieri che cominciano a caricare un corteo autorizzato e da lì parte quella gragnuola di sentimenti appesi ai caschi, agli scudi, svolazzanti tra bidoni della spazzatura e vie, via caffa, via crimea, via casaregis e indovina un po: piazza Alimonda.

Che fino ad allora ci andavo alle riunioni della Fossa, quando ancora si proponeva di buttare merda da un elicottero sulla gradinata di quegli altri. Ma non è finita lì, perché poi sto delirio arriva per forza e arriva sotto casa, anzi arriva vicino a casa. Camionette che scaricano immondizia: così ho immaginato, leggendo anni dopo gli atti del processo, le testimonianze, un due tre pinochet, ti stupro come in Bosnia, zecche, viva il duce e compagnia cantante, l’arrivo sul piazzale della caserma delle camionette piene di ragazzi e ragazze e a vedere le loro facce ci vuole poco a capire cosa è successo a Genova.

É successo che quelle facce non le abbiamo viste mai più, che a Genova via via si è passati dal dolore a una rabbia che è tornata a essere come quelle care ai genovesi, contenuta, repressa, sfogata via via con un po’ di cinismo o con l’oblio.

Se non fosse che quelle cazzo di giornate non finiscono mai, neanche vent’anni dopo. Perché prima c’è stato tutto il turbine processuale e quegli sguardi di quando dicevi che eri di Genova, se poi aggiungevi “di Bolzaneto”, ci voleva poco a vedere sbiancare chi era di fronte, come se dire di Bolzanetto volesse dire “della caserma”.

Ma che cazzo è, esiste forse un’osmosi carabinieresca che non conosciamo? Cioè abitare vicino a dove hanno menato, insultato, torturato è doversi portare anche sto fardello che hai quasi timore di dire che sei di Bolzaneto? Ma in fondo oggi finalmente ecco che quelle giornate il loro risultato forse lo hanno ottenuto ed eccomi a parlare come un reduce, che parla dei reduci, che racconta dei reduci, che quando eravamo noi giovani, eh belin mica come oggi che siete dei mollaccioni, noi abbiamo fatto cose.

Ma cosa? Abbiamo fatto cose che se oggi dici Genova, viene in mente il ponte Morandi. O che qualcuno dica ah sì Carlo Giuliani, ucciso dall’Isis (che è sempre più credibile che ucciso da un sasso).

O forse è che vivere vicino a quella caserma, più che a Genova o alla Diaz, che non so forse fa più glamour perché almeno c’era la crema della polizia italiana, che poi è la crema della polizia italiana di oggi, mentre a Bolzaneto c’erano mezze tacche, non può che farti sentire così: un posto che sembra non esistere più e infatti non esiste.

da qui

lunedì 7 settembre 2020

Edward Snowden non colpevole, anzi cittadino esemplare

 


Illegale lo spionaggio di massa americano della National Security Agency - Alessandro Marescotti

 

Importante riconoscimento di una corte d’appello Usa. “Non avrei mai immaginato che sarei vissuto per vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa come illegali e nella stessa sentenza vedermi attribuito il merito per averle rivelate”, ha commentato dello stesso Edward Snowden.

Nel 2013 Edward Snowden denunciò al mondo intero che la National Security Agency americana spiava milioni di telefoni e computer, svolgendo un controllo globale sulle comunicazioni.

Nel 2013 il cattivo era lui. 

Aveva rivelato dei segreti. Ma rivelando quei segreti aveva rivelato una terribile e inconfessabile verità. Snowden agiva in nome della legalità, ma veniva accusato di essere un criminale, perché aveva rivelato dei segreti.

Snowden si vide rifiutare una ventina di richieste di asilo da parte di vari paesi democratici. Italia compresa. 

«Non ci sono le condizioni giuridiche affinché l’Italia possa accogliere la richiesta di asilo» a Snowden, dichiarò l’allora ministro degli esteri Emma Bonino il 4 luglio 2013.

E Snowden si dovette nascondere i Russia, cosa paradossale.

 

Oggi sappiamo che le cose rivelate da Snowden non solo erano vere ma erano illegali. Lo dice un tribunale americano. Snowden aveva rivelato un sistema di spionaggio illegale ai danni di milioni di cittadini, non solo americani.

E così oggi una corte americana dà ragione ad Edward Snowden, riconoscendogli il merito di essere stata la fonte grazie alla quale la giustizia ha potuto mettersi in moto. Snowden ha violato la legalità in nome della legalità.

Secondo la corte – leggiamo su Rainews – i vertici dell’intelligence non dissero la verita’, nascondendo “attivita’ incostituzionali”. Trump prende di mira la Corte Penale Internazionale

Le illegalità perseguite dai presidenti americani proseguono. Ne è un esempio la recente e abnorme decisione di Trump di imporre sanzioni nei confronti della procuratrice della Corte Penale Internazionale che sta indagando sui crimini di gerra americani in Afghanistan.

Snowden ha scritto su Twitter: “Sette anni fa, quando ero accusato di essere un criminale per aver detto la verità, non avrei mai immaginato che sarei vissuto abbastanza da vedere i nostri tribunali condannare le attività della NSA come illegali e nella stessa sentenza mi accreditano per averle smascherate”.

Snowden, esperto informatico, era entrato nel santuario dello spionaggio digitale e aveva scoperto che era stato realizzato un accordo fra i colossi di Internet e il governo americano, dando vita a un sistema di sorveglianza di massa invasivo come mai era avvenuto. Chi ha letto il libro Sotto controllo, scritto da Glenn Grenwald, avrà notato come Snowden aveva fiducia in Obama e sperava che con Obama questi abusi sarebbero finiti. E invece no. Snowden scelse allora rivelare al mondo interno il sistema di sorveglianza di massa, scendendo nei dettagli tecnici e documentando in modo inoppugnabile come Internet, un tempo terreno dei libertari, si fosse trasformata in una rete nella quale i cittadini di tutto il mondo venivano spiati dal governo americano attraverso un “buco della serratura” che stava nei cellulari, nei computer e i tutti i device connessi alla rete.

Questa vicenda è illuminante non solo per la storia di Internet. 

E’ una vicenda che riguarda la storia della nonviolenza.

E che riguarda noi tutti, come cittadini che aspirano alla libertà attraverso la verità.

La satyagraha (che letteralmente significa «insistenza per la verità») era il metodo di lotta nonviolenta propugnato da Gandhi ed era fondato sulla capacità di disobbedire alla legge in nome della verità e della giustizia.

Snowden ha fatto questo.

La satyagraha è stata praticata da Gandhi, da Martin Luther King, da Nelson Mandela, e ha avuto alla base la prassi della disobbedienza civile, della violazione della legge quando la legge era immorale.

La violazione della legge americana, compiuta da Snowden, oggi si ribalta in una sentenza che gli dà ragione. E, come spesso accade nella storia della nonviolenza, la funzione di violare la legge per farne emergere l’intriseca illegalità (l’espressione può apparire paradossale) è proprio stato uno dei filoni dello sviluppo civile lì dove gli strumenti convenzionali non hanno funzionato e non hanno rappresentato i cittadini.

Quando la legge è ingiusta va cambiata secondo le modalità previste. Ma quando ciò – per una serie di ragioni – non è possibile, allora spetta alle persone dotate di coraggio e senso etico il compito di violarla, non allo scopo di promuovere l’illegalità, ma al contrario allo scopo di promuovere una nuova legalità. Come ha fatto Snowden, cittadino digitale globale. Che, ricordiamolo, vive ancora nascosto.

da qui

 

Corte d'Appello USA da ragione a Snowden: ''L'NSA ha violato la Costituzione spiando milioni di cittadini'' - Karim El Sadi


Se Giulietto Chiesa fosse ancora tra noi, ieri avrebbe sicuramente festeggiato due volte. Una per il suo compleanno (avrebbe compiuto 80 anni) e l'altra per una notizia decisamente inattesa giunta agli organi di stampa internazionali in mattinata: la corte d'appello Usa ha dato ragione ad Edward Snowden, l'ex agente informatico e analista della National Security Agency (NSA) che nel 2013 aveva denunciato il programma Top Secret con cui l'intelligence americana controllava i cittadini, stabilendo che quel sistema di sorveglianza di massa era illegale. Giulietto Chiesa, e pochi altri giornalisti indipendenti, avevano difeso dal primo momento la posizione di Snowden, costretto alla fuga in Russia dove ottenne asilo sette anni fa. Il giovane whistleblower del North Carolina era stato minacciato di morte, delegittimato e perseguitato dalla legge americana. Oggi, però, chi lo additava come traditore della patria, talpa dei russi, o inflitrato dovrà quanto meno soffermarsi un secondo in più prima di aprire bocca perché la sentenza dei giudici non lascia spazi a possibili interpretazioni. Stando al verdetto della corte, non solo le rivelazioni coperte da segreto di Stato di Snowden erano legittime ma i vertici dei servizi di intelligence americani e i vari rappresentanti delle istituzioni che negavano l'esistenza del programma sono ora accusati di aver mentito e "nascosto alla popolazione attività incostituzionali". Ma cosa aveva scoperto e disvelato esattamente l'ex analista CIA e come si è arrivati a questa sentenza storica? A maggio 2013 Snowden volò per Hong Kong lasciando le Hawaii dove aveva sede l'azienda informatica consulente della CIA per la quale lavorava, la Booz Allen Hamilton. A Hong Kong Snowden, dopo aver ripetutamente tentato, ma invano, di riportare tramite canali istituzionali ciò che di sconvolgente era venuto a conoscenza nell'azienda, decise di raccontare tutto ai giornalisti Glenn Greenwald, Laura Poitras, e Ewen MacAskill. Si parla di dati riservati su milioni di cittadini, americani e non, trattati come sospettti terroristi e spiati senza riguardo della legge. Intercettazioni delle conversazioni di Capi di Stato, rappresentanti politici e potenti uomini d'affari. Accordi segreti per l’accesso alle banche dati dei giganti della rete, obbligati a sottostare alle richieste di Washington senza poterne rivelare l’esatta estensione, o direttamente a loro insaputa. Così come il deliberato indebolimento degli standard crittografici che rendono possibile mantenere sicure le transazioni finanziarie online così come le comunicazioni in chat, i contenuti pubblicati sui social e gli scambi mail. Tutto da quel momento pubblico e tutto accessibile alla popolazione. Immediata l'ira di Washington, e in particolare del Dipartimento di Stato, che tentò di nascondere e giustificare, più o meno goffamente, l'enorme mole di informazioni classificate disvelate dal giovane analista, accusato di aver violato l'Espionage Act del 1917 e di furto di proprietà del governo. Da quell'anno Snowden si trova in località segreta in Russia, l'unico Paese che gli aprì le porte dopo che gli Stati Uniti gli invalidarono il passaporto. E ora finalmente la sentenza della corte Penale USA, arrivata a seguito di un procedimento di appello contro tre indagati accusati di terrorismo. Anche se la loro colpevolezza risulta confermata, la Corte ha stabilito che i dati raccolti su di loro dall'allora programma dell'NSA sono illegali, oltre a non essere utili ai fini delle indagini e all'attribuzione della loro colpevolezza. Con sorpresa e soddisfazione ha accolto la notizia il diretto interessato. "Non avrei mai immaginato che avrei vissuto abbastanza da vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa definendoli illegali. - ha commentato da Mosca Snowden - Eppure quel giorno è arrivato". Ora la speranza è che presto possa finalmente fare ritorno in patria ma per questo serve che la Corte suprema si pronunci sul caso avallando il verdetto della corte d'Appello. Nel frattempo si può affermare con forza che la sentenza andrà a supporto di tutti quei whistleblower come Julian Assange, Chelsea Manning e tanti altri oggi in attesa che il principio di verità e giustizia prevalga sull'avidità delle organizzazioni di potere, delle multinazionali e degli apparati di sicurezza.

da qui 

 

Sorveglianza illegale:  l’importanza  e  il  coraggio  dei  whistleblower - Simone Pieranni

Chi lo aveva definito traditore, talpa, spia, infiltrato, quando non direttamente amico di sistemi autoritari come la Russia che l’ha ospitato, deve ricredersi, o quanto meno fare una pausa di riflessione. A sostenere che le rivelazioni di Snowden sull’attività di spionaggio di massa da parte della Nsa sono state fondamentali per capirne la natura illegale, aprendo così uno squarcio nella giungla della raccolta dei dati, è stata una corte d’appello americana, e non «pericolosi» personaggi come Assange o Manning.

La sentenza della corte d’appello americana, infatti, ha rafforzato e riabilitato il ruolo di Snowden: secondo i giudici, con le sue rivelazioni l’ex analista «ha provocato un dibattito pubblico significativo sull’opportunità della sorveglianza di massa da parte del governo americano».

LA SENTENZA ARRIVA a seguito di un procedimento di appello contro tre persone accusate di terrorismo: la loro colpevolezza è confermata ma la Corte ha stabilito che in questo caso, così come in tanti altri, le informazioni raccolte dall’allora programma della Nsa sono illegali e per di più non sarebbero utili alle indagini e alla stesura di un giudizio di colpevolezza o meno. Si tratta di 59 pagine che in gran parte ricalcano quanto già deciso da una corte americana nel 2015: da allora il programma di raccolta di dati è ufficialmente sospeso, dopo l’approvazione dello Usa Freedom Act. Il programma della National Security Agency era infatti figlio del Patriot Act, approvato post 11 settembre 2001, che permise alle agenzie di intelligence americane di prendersi ben più di una licenza.

La sentenza però pone alcuni punti fermi di tutta questa vicenda iniziata nel 2013. Presidente era Barack Obama e le rivelazioni di Snowden misero in forte imbarazzo l’allora staff della Casa bianca.

 

 

Innanzitutto il testo della sentenza riabilita il ruolo di Snowden e sarebbe bene ricordarlo. Edward Snowden, analista della Nsa, venuto a conoscenza del piano di sorveglianza di massa da parte dell’agenzia tentò di denunciarne l’esistenza attraverso canali istituzionali. Ignorato e senza ottenere alcun riscontro, decise di passare all’azione solitaria, con l’aiuto del giornalista Glenn Greenwald, di alcuni media che pubblicarono via via parte del materiale e di WikiLeaks, senza la quale probabilmente Snowden oggi non sarebbe al sicuro, per quanto esiliato, in Russia.

Anche a questo proposito è bene ricordare che Snowden accettò la proposta russa – in mezzo ci fu una fuga a Hong Kong – dopo aver visto stracciato il proprio passaporto americano, dopo accuse di tradimento da parte di mezzo mondo politico americano e dopo il silenzio dei paesi europei che non offrirono alcun sostegno al whistleblower, tacciato anzi di essere una talpa, una spia, quando non un «amico di Putin» e come tale intenzionato a complicare la vita agli Stati uniti.

La verità è che Snowden ha compiuto un gesto coraggioso e che la sentenza della Corte riabilita, condannando invece i tanti funzionari americani che nel corso del tempo non solo avevano attaccato Snowden, ma più di tutto avevano affermato l’inesistenza di un piano di sorveglianza di massa.

COME HA SOTTOLINEATO la Reuters, prima insieme al Guardian a diffondere la notizia della sentenza, «la prova che la Nsa stava segretamente costruendo un vasto database di tabulati telefonici statunitensi è stata la prima e probabilmente la più esplosiva delle rivelazioni di Snowden pubblicate dal Guardian nel 2013». Fino a quel momento, «i massimi funzionari dell’intelligence avevano pubblicamente insistito che la Nsa non avesse mai raccolto consapevolmente informazioni sugli americani».

POI DOPO L’ESPLOSIONE dello scandalo, alcuni avevano cambiato versione, sottolineando l’importanza di questi dati nella lotta all’estremismo islamista sul territorio americano: la sentenza della corte americana demolisce anche questo assunto. Oltre a concludere che la «raccolta di massa» della Nsa ha violato il Foreign Intelligence Surveillance Act. Il passo successivo dovrebbe essere una sentenza della Corte suprema, unica possibilità, forse, perché Snowden possa tornare negli Stati uniti senza dover rischiare condanne per tradimento.

Per ora da Mosca Snowden si gode questa ennesima conferma circa la giustezza delle sue azioni:

«Non avrei mai immaginato che sarei vissuto per vedere i nostri tribunali condannare le attività della Nsa come illegali e nella stessa sentenza vedermi attribuito il merito per averle rivelate»

In agosto Trump aveva balenato la possibilità di concedergli la grazia, in una delle sue tante uscite estemporanee e ieri alcuni repubblicani hanno chiesto di andare avanti, alla luce della sentenza. Anche Snowden può diventare uno strumento nell’infuocato rush finale delle presidenziali.

Ma al di là delle battaglie politiche per la Casa bianca, la sentenza ribadisce una verità che da tempo chiediamo, ovvero la necessità da un lato di tutelare legalmente i futuri Snowden, i futuri whistleblower che ci aiuteranno a capire il perverso controllo garantito a Stati e aziende dalla nostra produzioni di dati, dall’altro quella di portare avanti una battaglia forte perché i Big Data siano un bene pubblico, gestiti in modo trasparente affinché siano utili, anziché dannosi, al procedere della nostra vita sociale.

da qui

 

qui il film Snowden completo, in italiano

 

qui il film Citizenfour completo, in italiano

mercoledì 4 aprile 2018

Zucca e i torturatori: l’orrore di Genova



Un estratto dal libro “Genova Macaia” (ed.Laterza), di Simone Pieranni, in cui l’autore racconta le testimonianze raccolte nelle aule di tribunale di quanto accaduto nei giorni del G8 nel carcere di Bolzaneto

Sulla caserma ho affrontato in tribunale gli sguardi degli imputati, di tutti gli imputati, compresi gli sguardi dei «colleghi». Lo sguardo poco rassicurante di chi sa che certe cose non verranno dimenticate. E ho sentito e letto di tutto. E poi dovevo scriverne. Vivevo a Milano, fino alla mia partenza per la Cina, e facevo il pendolare al contrario: tutte le mattine alle 7.10 prendevo il treno. Alle 8.50 arrivavo a Genova, alla stazione Principe. Scendevo, tempo di immettermi in via Balbi e la prima focaccia arrivava secca sullo stomaco. Focaccia con le cipolle e cappuccino, se si pensava di avere tempo perché l’udienza iniziava più tardi.
Dopo il G8, quando mi è capitato di dire «sono di Bolzaneto», ho sempre visto un impercettibile movimento delle labbra e degli occhi nel mio interlocutore. È un lampo nell’animo, un ricordo tagliente; che uno sia stato a Genova o meno in quei giorni del 2001, Bolzaneto è quella roba lì: una ferita comune, un’offesa comune. E il problema, da genovese, è che è l’ennesima. Bolzaneto è diventata cosa? È diventata la «posizione del cigno», è diventata il triage del dottor Toccafondi, le dita spaccate di una ferita alla mano, un salame sui genitali, «vi stupriamo come in Bosnia», «un due tre Pinochet». È il ministro della Giustizia che non vede nulla, niente, tutto a posto! È l’assessore alla sicurezza del sindaco Marino, che nel 2001 è magistrato addetto a Bolzaneto, che non vede nulla, niente, tutto a posto! Ma, oltre alle vittime, c’è un cazzo di infame. Un infermiere. Infermiere penitenziario. Un genovese. Che racconta un’altra storia. In quelle aule di tribunale si fa presto a far diventare la minaccia di uno stupro un titolo di giornale. Sono capaci tutti.
All’epoca ci guardavamo sconvolti: mesi di lavoro e di testimonianze, e una dose di cinismo che cominciava a riempire di tacche il cuore, ma quando uscivano fuori le atrocità commesse dentro la caserma di Bolzaneto, era troppo anche per noi. Io sognavo manganelli e pietre che volavano, rincorse, sbuffi dei poliziotti e carabinieri, sentivo l’aria passarmi accanto rapida, mentre dormivo. L’odore di benzina e gli elicotteri lì sopra. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire gli elicotteri. Ancora oggi alcune persone si terrorizzano a sentire nominare la caserma di Genova Bolzaneto. È una storia, del resto, che sembra non finire mai. Un ragazzo che ha dieci anni meno di me mi ha detto: «Genova per me è un incubo: qualunque cosa si faccia, Genova incombe». La pesantezza delle sconfitte. A Bolzaneto fu rappresentata in modo plastico. È il 6 maggio 2005. Il giudice per l’udienza preliminare di Genova rinvia a giudizio 45 imputati appartenenti alle forze dell’ordine in servizio a Bolzaneto fra il 19 e il 21 luglio 2001, formulando a loro carico ben 120 distinti capi d’imputazione: avere ingiustificatamente e ripetutamente percosso, o avere consentito che altri percuotessero, con calci, pugni e schiaffi e talvolta colpi di manganello alla testa, al volto, alla schiena, ai reni, allo stomaco, ai testicoli, nonché attingendole con gas asfissianti e urticanti, le perso- ne arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto, cagionando a vari arrestati malori e/o lesioni personali e, in un caso, una lesione grave (cagionata da un agente di polizia che divaricò con forza due dita di una mano di un arrestato, provocando- gli così una ferita lacerocontusa guarita in 50 giorni); avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate presenti nella caserma di Bolzaneto a «rimanere per numerose ore in piedi all’interno delle celle, con il viso rivolto verso il muro della cella, con le braccia alzate oppure dietro la schiena, o sedute per terra ma con la faccia rivolta verso il muro, con le gambe divaricate, o in altre posizioni non giustificate […], senza poter mutare tale posizione», e a subire «percosse calci pugni insulti e minacce, anche nel caso in cui non riuscivano più per la fatica a mantenere la suddetta posizione nonché per farli desistere da ogni benché minimo tentativo, del tutto vano, di cercare posizioni meno disagevoli»; avere minacciato, o comunque non impedito che altri minacciassero, di infliggere violenze sessuali o lesioni fisiche a numerosi arrestati, in un caso simulando addirittura un’esecuzione sommaria; avere costretto, o non impedito che altri costringessero, le persone arrestate che dovevano essere accompagnate ai bagni a «camminare con la testa abbassata all’altezza delle ginocchia e le mani sulla testa», mentre altro personale appartenente alle forze dell’ordine presente nei locali le derideva, ingiuriava e percuoteva; avere mantenuto, o avere consentito che altri mantenessero, le persone arrestate senza rifornimenti di cibo, bevande e generi necessari alla cura e alla pulizia personale in quantità adeguata in rap- porto alla lunga durata del periodo di permanenza presso la struttura; avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, taluni degli arrestati a ripetere frasi fasciste o comunque contrarie alle loro convinzioni politiche, o comunque «ad ascoltare espressioni e motivi di ispirazione fascista contrariamente alla loro fede politica» (quali inni e slogan fascisti); avere costretto, o comunque non impedito che altri costringessero, a compiere movimenti innaturali aventi lo scopo di umiliarli; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero, un’arrestata a subire il taglio di tre ciocche di capelli; avere pesantemente offeso, o non avere impedito che altri offendessero, l’onore delle persone arrestate a mezzo di «insulti riferiti alle loro opinioni politiche (quali ‘zecche comuniste’, ‘bastardi comunisti’, ‘comunisti di merda’, […], ‘Che Guevara figlio di puttana’, ‘bombaroli’, ‘popolo di Seattle fate schifo’ e altre di analogo tenore), alla loro sfera e libertà sessuale e alle loro credenze religiose e condizione sociale (quali ‘ebrei di merda’, ‘frocio di merda’ e altre di analogo tenore)»; avere costretto, o avere consentito che altri costringessero a mezzo di percosse o altre violenze, taluni degli arrestati a firmare i verbali relativi all’arresto con- tro la loro volontà; avere danneggiato o sottratto, o consentito che altri danneggiassero o sottraessero oggetti personali alle persone arrestate; non avere consentito alle persone arrestate di avvisare familiari e parenti del loro arresto, e agli arrestati di nazionalità stranieri di avvertire l’ambasciata o il consola- to del paese di appartenenza, attestando anzi falsamente sui verbali relativi all’arresto – o consentendo che altri attestassero falsamente sui verbali medesimi – la volontaria rinuncia degli arrestati a tali facoltà.
Simone Pieranni
da qui