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venerdì 14 agosto 2026

STATO DI POLIZIA - Lorena Fornasir

 

Appena esco dal cliché di buona donnetta che fa la lavanda dei piedi, se oso mostrare una scena di abbattimento a terra di un solo uomo da parte di otto/nove carabinieri, testa schiacciata sull’asfalto bollente, lui che grida: “non respiro”, scena già vista al Pilastro di BO e degna dell’ICE, allora mi si getta addosso il fango più odioso. Eravamo in piazza, stavamo curando, ci siamo avvicinati a quel trambusto e abbiamo colto quel terribile gesto che ha già ucciso un uomo al Pilastro.

Ebbene pare che schiacciare un uomo a terra con 9 poliziotti sopra sia la cosa più normale del mondo. É davvero normale? É normale identificare le persone presenti? É normale identificare il prete che era con noi e raggiungere chi ospitava lui e il suo gruppo di giovani, per informare che non sono brave persone. Davvero per voi tutto questo è normale? O non rimanda piuttosto a un contesto politico che sta modificando la costituzione a colpi di decreti legge? Su ingiunzione dei poliziotti, il video girato non va pubblicato. Allora ho pubblicato il frammento più significativo. I benpensanti s’indignano di me, della dissacrazione cui espongo la polizia. Non s’indignano, i vari signori, dell’uso di questo tipo di violenza. Anzi, manipolano la comunicazione, ridanno fiato al contesto generico in cui il tutto sarebbe avvenuto facendo scomparire quella manovra odiosa e pericolosa. La cornice prende il posto del tutto.  Un noto avvocato afferma: “Si parte dal principio che l’operato delle Forze dell’Ordine é corretto. Non il contrario.” Vale a dire che la Forze dell’ordine sono al di sopra di ogni critica da parte dei cittadini da cui discende che é corretto schiacciare a terra un uomo con 9 poliziotti sopra, se poi non respira la magistratura farà il suo corso.

Non posso essere d’accordo e continuerò a segnalare la violenza dei confini come quella esercitata su un italianissimo cittadino triestino: due violenze complementari.

Non faccio parte del repertorio di belle figurine in cui mi si vorrebbe relegare. A ognuno la sua bella figura. C’è chi si sente bene a parlare di pace sociale mentre solletica il ventre dell’odio. Io non ho bisogno di fare bella figura. Quindi, facendo brutte figure, continuerò nella mia cura della vita.

 

Trieste, 7 agosto 2026

STATO DI POLIZIA

Serata mesta dopo la grande scena davanti alla stazione dei treni di Trieste, di fronte a piazza Libertà o #piazzadelmondo.

Vari, tra carabinieri e forze dell’ordine atterrano un uomo bloccando con una manovra simile a quella del Pilastro di Bologna o ICE.

Il volto premuto sull’asfalto bollente da 5/6 agenti, tra auto civetta e furgoni blindati, lo si sente gridare “NON RESPIRO”.  Lo voltano di fianco. Intanto un agente richiede ad alcune persone che filmano la scena di fornire i documenti: tra questi Gian Andrea Franchi e il sacerdote con cui, poco prima, ha avuto un incontro con il gruppo dei giovani di Verona. 

Alla fine della grande scenata, con traffico mezzo bloccato, la polizia rilascia quell’uomo. 

Allucinante!

Non é finita: la polizia intima di non pubblicare le foto. 

La sua azione si estende anche ad intercettare la struttura in cui alloggia il gruppo parrocchiale, e riferire che “non sono brave persone” . 

Infine, ieri sera un sito web aveva pubblicato la notizia che però poi é stata rimossa. Perché mai? Era un flop? Non si puó dire?

Ora, da GPT rilevo che:

“@Di per sé non è un reato fotografare o pubblicare immagini di agenti di polizia mentre svolgono un’attività in luogo pubblico. La legge sul diritto d’autore, infatti, consente la riproduzione dell’immagine senza consenso quando è collegata a fatti o avvenimenti di interesse pubblico o svoltisi in pubblico. “

Siamo in uno stato di polizia. Non pubblico il video orrendo ma una frame selezionata e ritagliata. Il clima é davvero pesante, ingiusto, oppressivo. La più bella piazza di Trieste è militarizzata. Mancando gli “incidenti” da parte dei migranti, ieri sera l’“incidente “ è andato in scena provocato dall’“altra parte”.

da qui

domenica 26 luglio 2026

C’era un ragazzo sull’asfalto - Haidi Giuliani

Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”.

È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi.

“Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì.

Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo.

Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti,
spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli.

Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze.

Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle.

Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”.

Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti.

Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani.

Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per
tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione.

Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare.

Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa…

Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”.

Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”.

Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti
ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”.

Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”.

La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci.

All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia.

2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo.
2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere.
2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti.
2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza.
2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere.
2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini.
2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio.
2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis.
2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco.
2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco.
2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare.
2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”.
2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri.

L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili.

Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi.

A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza.

Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di-
mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia
garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo…

Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”.

Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei.

Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà.

Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta.

A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova
e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”.

La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato.

Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi.

Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca.

Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola
Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni.

Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro
Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in
Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la
lotta del popolo No Tav.

L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il
nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e
evidenziando la mancanza di leggi adeguate.

Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo.

Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach!

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sabato 31 gennaio 2026

Polizie, violenza, impunità: oltre lo “scudo penale”? - Lorenzo Guadagnucci

 

C’è una regola non scritta – un principio di buon senso e di garanzia – che consiglia di sospendere dal servizio e di tenere lontano dalla “prima linea” funzionari e operatori delle forze di polizia o degli apparati di sicurezza sottoposti a indagini e processi, specie se per fattispecie particolarmente gravi. È una “regola” che ai vertici delle polizie italiane, e ai responsabili politici pro tempore, non piace granché, e infatti viene poco e male applicata, con evidente danno per l’immagine delle istituzioni e per la qualità delle relazioni fra queste e la cittadinanza.

Nei giorni scorsi il giornalista Nello Trocchia, sul quotidiano Il Domani, ha scritto che Antonio Fullone sta per essere nominato a capo del Dipartimento per la formazione degli agenti penitenziari: la pratica preparata dal sottosegretario Andrea Delmastro sarebbe sul tavolo del ministro Carlo Nordio e mancherebbe solo la sua firma prima dell’annuncio ufficiale. Fullone, ecco il problema, è imputato nel processo scaturito dai pestaggi avvenuti nell’aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e denunciati a suo tempo proprio da Trocchia sul Domani. È una vicenda terribile, documentata dalle immagini riprese dalle telecamere interne; decine di agenti sono sotto processo con l’accusa di tortura. Fullone all’epoca era Provveditore per le carceri della Campania e fu lui a ordinare la perquisizione straordinaria poi finita in pestaggio. All’epoca il dirigente fu sospeso e sostituito nell’incarico ma ora sembra pronto a rientrare nei ranghi e ad assumere un ruolo importante e delicato come la direzione di una scuola di formazione. Fullone, naturalmente, potrebbe essere innocente e magari sarà assolto – e Nordio potrebbe anche decidere altrimenti, visto che la nomina non è ufficiale – ma il tema resta: esiste o non esiste una questione di opportunità nelle nomine e nei ruoli, a fronte di inchieste e processi per gravi fatti storici? Non sarebbe necessario attendere la fine dei processi prima di procedere con la nomina degli imputati a nuovi incarichi a ruoli direttivi?

Il problema si pose con particolare rilievo all’epoca delle inchieste sugli abusi commessi durante il G8 di Genova: furono pestaggi, torture, falsi in atto pubblico. In quel caso i vertici delle polizie e dello Stato scelsero di non intervenire, di non sospendere nessuno, di non avviare procedimenti disciplinari, per quanto a caldo perfino Pippo Micalizio, l’esperto funzionario inviato dal capo della polizia del tempo, Gianni De Gennaro, per un’indagine interna sul caso Diaz, avesse consigliato per iscritto addirittura la destituzione, cioè il licenziamento, di alcuni dirigenti coinvolti nella violenta e disastrosa “perquisizione” nella scuola, chiusa processualmente nel 2012 con la condanna in via definitiva di una decina di imputati, fra i quali importanti dirigenti nazionali della polizia di Stato.

Il caso Diaz finì anche alla Corte europea per i diritti umani e l’Italia fu condannata per non avere punito in maniera adeguata i responsabili: la sentenza Cestaro del 2015 ricordava all’Italia, fra altre cose, la necessità, in casi così gravi, di sospendere i funzionari rinviati a giudizio e di destituirli in caso di condanna definitiva. L’Italia non fece né l’una né l’altra cosa: a inchieste e processi in corso tutti i funzionari di livello più alto erano stati anzi promossi a incarichi superiori, e dopo il 2012, nonostante la condanna in Cassazione, nessuno era stato destituito. Nemmeno la sentenza Cestaro indusse a un ripensamento e l’immagine della polizia di Stato non ne ha certo guadagnato; resta impressa nella mente dei più la sensazione che gli apparati di sicurezza affrontino con insofferenza la verifica di legalità della magistratura e il dovere civico di trasparenza verso la cittadinanza. Genova G8, vista la rilevanza dei processi e degli imputati, ha inevitabilmente fatto scuola, e anziché spingere le istituzioni a fare chiarezza sulle procedure da seguire e ad adeguarsi alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, ha creato un precedente nel segno dell’opacità e dell’indifferenza per il rispetto del principio di opportunità.

Nel caso di Santa Maria Capua a Vetere, a onor del vero, le sospensioni dal servizio sono state numerose, ma non uniformi, e non chiaramente comunicate all’esterno, né si conoscono i criteri seguiti – se ce ne sono stati – per stabilirne la durata e l’esito finale. Turi Palidda, in un suo recente intervento (https://www.osservatoriorepressione.info/il-meccanismo-che-garantisce-limpunita-agli-agenti-di-polizia-in-italia/), ha ricostruito il sistema di norme vigenti in materia di procedimenti disciplinari nelle varie forze dell’ordine: è un sistema così farraginoso e contraddittorio da lasciare un ampio margine di discrezionalità ai vertici degli apparati e ai loro referenti politici. E non c’è da aspettarsi una riforma nella direzione della trasparenza e della chiarezza, tutt’altro: il ministro della Giustizia Carlo Nordio, quando fu trasformato in legge il decreto sicurezza, promise ad agenti e sindacati delle forze di polizia un provvedimento speciale per introdurre nell’ordinamento una serie di norme, prima previste poi stralciate dal decreto, che erano state definite “scudo penale” per le forze di polizia. Né chiarezza e trasparenza, né principio di opportunità, dunque: c’è da aspettarsi, semmai, la formalizzazione di una protezione speciale e preventiva di agenti e funzionari sottoposti a indagini e processi.

Celiando un po’, potremmo dire che l’Italia non è (ancora?) uno Stato di polizia, ma certamente è uno Stato della polizia, nel quale non è il primo (cioè il potere politico) a dettare la regole alla seconda, bensì l’inverso.

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lunedì 6 ottobre 2025

Milano, gli arresti prima degli scontri a volto scoperto - Mario di Vito*

 

La singolare dinamica dei fatti accaduti alla stazione centrale di Milano: i 5 fermi alla stazione subito dopo pranzo. Nessuna regia, i tafferugli non erano stati previsti dalla questura. In due sono già state rilasciate. I minori attendono le decisioni del gip al Beccaria. FdI elogia la polizia, Mattarella chiama Piantedosi. Zerocalcare, Carlotto, Dazieri e altri: “bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti”

Prima i fermi e poi gli scontri. È singolare la dinamica della giornata di mobilitazione per Gaza andata in scena a Milano lunedì: le cinque persone prese dalla polizia, infatti, non sono state portate dentro al culmine della tensione del pomeriggio, ma molto prima: intorno alle 14, alla stazione Centrale, mentre da parte dei manifestanti era in atto il tentativo di bloccare per qualche ora i treni, cosa peraltro accaduta in altre città italiane senza conseguenze troppo gravi. Invece qui il clima si è fatto subito pesante.

Ed è stata quasi una sorpresa: né in questura né negli ambienti più militanti erano previsti tafferugli. Infatti il grosso degli scontri è sorto spontaneamente, prova ne sia che gran parte dei protagonisti dei disordini si aggirava a volto scoperto, segno che non c’era nulla di organizzato. Adesso la digos è al lavoro sui filmati ed è probabile che nei prossimi giorni e nelle prossime settimane arriveranno denunce per i danneggiamenti, anche se il lavoro degli investigatori sarà meno facile del previsto: va bene i volti scoperti che aiutano le identificazioni, ma la nebbia creata da lacrimogeni e fumogeni non è d’aiuto per il software in uso presso la polizia, il «Sari», che compara i volti riconosciuti sia alle foto presenti in archivio sia a quelle dei social. I denunciati, a quanto si apprende, sarebbero già almeno una decina.

Comunque, per quanto riguarda i cinque fermati, due sono minori: un ragazzo e una ragazza, entrambi di diciassette anni, entrambi incensurati, entrambi arrestati in flagranza per resistenza aggravata ed entrambi studenti del liceo Carducci. Al momento sono in custodia al Beccaria, l’istituto minorile di Milano, dove ieri pomeriggio si è tenuto un presidio per chiederne la liberazione. Il gip deciderà entro venerdì. Altre due ragazze, di 21 e 22 anni, militanti del centro sociale Lambretta, pure accusate di resistenza aggravata ed incensurate (erano finite a processo per l’occupazione del cinema Splendor ma sono state assolte), hanno visto il loro arresto convalidato dal giudice ma sono state messe in libertà con l’obbligo di firma giornaliero. «La loro è una posizione molto marginale rispetto a quello che pare essere avvenuto – spiegano gli avvocati Mirko Mazzali e Guido Guella -, l’accusa è di essersi divincolate al momento dell’arresto e aver avuto una colluttazione all’ingresso della stazione quando c’era tutto il corteo dietro. Loro hanno detto che si sono trovate davanti perché spinte dalle persone dietro. Non avevano nessuna intenzione di sfondare alcunché». Processate per direttissima, in aula le due hanno «negato ogni comportamento violento o minaccioso».

Più complessa la posizione del quinto arrestato, un 37enne incensurato, in attesa della decisione del gip sulle sue accuse: resistenza aggravata e lesioni aggravate perché, nel cercare di fermarlo, un agente ha rimediato cinque giorni di prognosi. L’uomo, stando a quanto ha scritto nella richiesta di convalida il pm Elio Ramondini, avrebbe uno «spiccato profilo criminale, tanto più pericoloso» perché «non ha esitato a sfondare il cordone di contenimento» e ha «persistito nell’azione violenta pur di perseguire il proprio fine e non abbandonare il proposito collettivo criminoso», ovvero «il raggiungimento dei binari della stazione ferroviaria».

Gli episodi milanesi, com’era in fondo scontato, hanno avuto una vasta eco nel dibattito politico. Intervenendo alla Camera in apertura della commemorazione di Charlie Kirk, il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami si è prodotto in un lungo elogio delle forze dell’ordine – sono stati sessanta i poliziotti feriti negli scontri, secondo la questura: Mattarella ha chiamato Piantedosi per esprimere la sua solidarietà e fare gli auguri- e ha puntato il dito contro il centrosinistra, a suo dire quantomeno corresponsabile delle violenze. Il leghista Alberto Bagnai, per non essere da meno, ha tirato fuori in maniera ironica il vecchio adagio dei «compagni che sbagliano», in una prosecuzione ideale, si fa per dire, dei parallelismi tra il dibattito odierno e la lotta armata che da giorni le forze di maggioranza rilanciano tra dichiarazioni e post. «Sono centinaia di migliaia gli italiani che sono scesi in piazza pacificamente, ma voi parlate solo dei disordini», ha replicato Marco Grimaldi (Avs), con una kefiah al collo. E poi anche Elly Schlein, in apertura della direzione del Pd: «Noi abbiamo sempre condannato ogni forma di violenza politica perché non la riteniamo mai giustificabile e perché non è il nostro metodo, non lo è mai stato. Non possiamo accettare però di vedere che la violenza di qualche centinaio di manifestanti che hanno colpito la stazione copra quelle decine di migliaia di persone che pacificamente in tutto il paese hanno manifestato per Gaza».

E che manifesteranno ancora e ancora nelle prossime settimane: gli appuntamenti in agenda continuano a moltiplicarsi in tutta l’Italia, perché quello che è successo ovunque lunedì non è stato un episodio di ordine pubblico. Non le hanno viste arrivare, queste persone. Continuano a non vederle.

L’appello: “Bloccare stazione non è vandalismo. Scontri evitabili, violenza è carcere minorile per manifestanti

Immagini e parole sono il nostro strumento di lavoro, sappiamo essere qualcosa di vivo che può mutare significato velocemente. Lunedì 22 settembre l’Italia è stata bloccata: in oltre 100 città si è manifestato per dire basta al genocidio a Gaza e per chiedere la fine del massacro del popolo palestinese. Stanche e stanchi di anni di connivenza da parte dei governi del mondo, persone di ogni tipo, età, classe, religione hanno deciso che era necessario cambiare registro. Da ieri la politica parla di “violenza” e “vandalismo” per un paio di vetrate della stazione Centrale di Milano cadute durante scontri tra manifestanti e polizia. Scontri evitabili se chi governa e gestisce l’ordine pubblico sapesse fare il proprio lavoro e gestire la forza moltitudinaria che assediava la Centrale, mentre in altre città altre stazioni, porti e autostrade erano bloccati. Violenza è stare in silenzio davanti al massacro di un popolo, violenza è portare in un carcere minorile chi ha manifestato, violenza è costruire una narrazione di comodo davanti a una massiva espressione di contrarietà alla guerra, all’occupazione coloniale e all’inazione del governo Meloni.
Chi ha cercato di entrare in Centrale ha certo usato modalità muscolari per forzare il blocco di polizia, ma non ha seminato il panico come hanno fatto invece gli agenti che, a un certo punto, hanno sparato decine e decine di lacrimogeni, alcuni anche verso chi faceva foto dai balconi di via Vittor Pisani. Come artisti e artiste sogniamo un mondo di pace, ma non cadiamo nel tranello di trasformare momenti di resistenza e di rabbia collettiva in una subdola giostra di trasformazione di concetti e immagini. Violenza è tante cose, tante cose che rinneghiamo e disprezziamo, ma la violenza non è bloccare una stazione in un giorno di sciopero generale per provare a fermare il più grande genocidio di questo secolo, né l’insubordinazione ai silenzi complici di chi ci governa.
Confidiamo che chi è stato arrestato sia presto liberato e che il governo italiano si attivi per fermare il genocidio a Gaza, iniziando a cancellare tutte le forme di rapporto economico con Israele.

Massimo Carlotto, Punkreas, Chullu, kuTso, Massimo Roccaforte, Cinzia Delorenzi, Ratzo, Shah, Paolo Sollecito (insegnante di Yoga), Collettivo Micorrize, Robin Scheller, Assalti Frontali, Frode, Andrea Van Cleef, Atomo Tinelli, Bandabardò, Ivan il Poeta, Marco Teatro, Shandon, The Magnetics, The Soul Rockets, Giorgia Battocchio, Bull Brigade, Kiv, Modena City Ramblers, Walls of Milano, Gik, Zibe, Lilo, Max Pisu, Beatrice Schiros, Paui Galli, Nicoletta Daino, Giulio Cavalli, Cristina Donati Meyer, Marco Philopat, Mattia Tombolini, Flavio Ferri, Lele Sacchi, Alberto “Bebo” Guidetti, Anna Altobello, Riccardo Iellen, Manolo Perazzi, Cult of Magic, Mowlab/Il filo di paglia, Zerocalcare, Vintage Violence, Sandrone Dazieri, Banda degli Ottoni, Lara Guidetti e Saverio Bari / Sanpapiè, Alessio Tagliento

*da il manifesto

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venerdì 18 aprile 2025

Un paese che si identifica con ordine e polizia - Alessandra Algostino

 

C’era un disegno di legge in discussione in parlamento, detto «sicurezza», espressione del peggiore populismo penale, incostituzionale nell’anima e nelle disposizioni; il governo, con un golpe bianco (…invero nero), lo ha trasposto in un decreto legge. Al contenuto eversivo si aggiunge l’eversione nei rapporti fra governo e parlamento.

Troppo forte il termine eversione? Il passato non si ripresenta allo stesso modo, ma la mutazione della democrazia in regime autoritario attraverso vie legali non è un pericolo astratto; il suo progressivo svuotamento sostanziale sotto l’involucro è un percorso in atto. Il parlamento discute, o tenta di farlo, vista la scarsa disponibilità alla mediazione politica (nel senso di effettivo processo di integrazione politica), ma «i tempi si sarebbero prolungati troppo» (citazione del ministro Piantedosi). E allora interviene il governo, «nella sua più alta ma anche più concreta significazione di istituto atto a risolvere nel modo più rapido, fermo e univoco tutte le molteplici questioni che nell’azione quotidiana si presentano, non impacciato da preventive compromissioni, non impedito da divieti insormontabili, non soffocato da dissidi, non viziato nella origine da differenze ingenite di tendenze e di indirizzi» (Mussolini, dibattito sulla legge Acerbo).

Iniziamo da qui: quali sono i motivi di necessità e urgenza? Leggendo la bozza compare solo un elenco tautologico di «considerata» e «ritenuta» «straordinaria necessità e urgenza»: mere clausole di stile, nulla di più. Come la Corte costituzionale ha ricordato più volte (da ultimo, sentenza 146 del 2024), il decreto legge è «uno strumento eccezionale», «la pre-esistenza di una situazione di fatto comportante la necessità e l’urgenza… costituisce un requisito di validità costituzionale»: in gioco sono gli «equilibri fondamentali della forma di governo». Con quanto ne consegue sulla forma di stato. L’abuso del decreto legge, stravolgendo il sistema delle fonti, viola la separazione dei poteri, che assicura la limitazione del potere: elemento imprescindibile di una democrazia costituzionale. È l’ennesimo atto di asservimento e annichilimento del parlamento. Ennesimo, e «pesante»: per i diritti su cui incide il provvedimento, per il suo essere oggetto di una forte contesa politica, perché si tratta di materia in discussione nelle aule parlamentari, per l’insussistenza palese della necessità e urgenza (a meno che non le si voglia ridurre al meschino mercanteggiamento di interessi tra le forze di maggioranza).

Veniamo al contenuto. Lo schiaffo al parlamento – in violazione della Costituzione e inaccettabile in ogni caso – salvaguarda almeno dalle innumerevoli incostituzionalità del disegno di legge? Dalla bozza che è dato leggere, no.

I rilievi del Quirinale sono recepiti al minimo possibile. Alcune norme sono semplicemente ammorbidite, come nel caso delle madri detenute o della richiesta di documento per la vendita della Sim agli stranieri (non è necessario il permesso ma c’è l’obbligo di un documento di identità). Altre sono oggetto di interventi di plastica facciale, come nelle ipotesi della punizione degli atti di resistenza anche passiva: si specifica che gli ordini la cui disobbedienza è punita riguardano il mantenimento dell’ordine e della sicurezza, concetti passepartout. Sfiora il ridicolo la modifica della norma che riguarda l’aggravante «grandi opere», dove il riferimento alle opere pubbliche o infrastrutture strategiche è sostituito con «infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici». Di maggior rilievo, e indubbiamente positivo, lo stralcio della collaborazione di pubbliche amministrazioni e università con i servizi segreti, in deroga al diritto di riservatezza.

Restano, immutati, il reato di blocco stradale, la ridondante punizione dell’occupazione di immobili, l’ampliamento del daspo urbano, etc. La cappa illiberale e repressiva del provvedimento non muta: criminalizzazione e repressione del dissenso, stigmatizzazione e punizione del disagio sociale e della solidarietà, neutralizzazione del conflitto sociale. E restano il diritto penale dell’amico, i privilegi per la polizia, con il sotteso di uno stato che si identifica con le forze dell’ordine e l’obbedienza.
È sufficiente il restyling per tacitare – ed esautorare – l’opposizione e giustificare il silenzio calato sulla notizia? Il presidente della Repubblica, come garante della Costituzione, non dovrebbe domandare – cito Matteotti – «alla maggioranza che essa ritorni all’osservanza del diritto»?

Lungo la china del male minore, si scivola nel baratro.

Ancora una volta è dalla piazza, che si vuole chiudere in una zona rossa del dissenso e del pensiero, che può venire una risposta.


Pubblicato sul manifesto del 6 aprile

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domenica 16 marzo 2025

L’illusione di una polizia democratica in Italia - Luigi Mastrodonato

 

Quando nel 2015 Orlando Botti si è messo in viaggio per Ferrara erano passati dieci anni esatti dalla morte di Federico Aldrovandi. Botti, che vive a Imperia e oggi ha 77 anni, voleva essere presente nella città emiliana per il decimo anniversario di quel 17 settembre 2005, giorno in cui Aldrovandi, che aveva 18 anni, era stato brutalmente ucciso da alcuni agenti di polizia durante un controllo in strada. Botti aveva preso a cuore la storia fin da subito, instaurando un rapporto di amicizia con i genitori di Aldrovandi.

Botti ha lavorato nella polizia dal 1966 al 1996, arrivando a ricoprire la posizione di ispettore capo. Negli anni settanta aveva cominciato a incontrarsi di nascosto con alcuni colleghi, tra cui degli ex partigiani, per immaginare una polizia diversa: sindacalizzata, smilitarizzata e democratica, in cui non ci fosse spazio per i metodi brutali e violenti. Le loro battaglie nel corso degli anni sono andate perse, ma Botti e pochi altri hanno continuato a denunciare i malfunzionamenti del sistema. Prima da poliziotti, poi da pensionati.

“Quando è stato ucciso Aldrovandi molti agenti e funzionari di polizia hanno sostenuto i colleghi indagati e poi condannati. Ci sono stati anche presidi in loro solidarietà”, racconta al telefono Botti. “Lo stesso succede ogni volta che emergono nuove storie di abusi compiuti da chi indossa la divisa, è una difesa di tipo corporativo. È la dimostrazione che le battaglie del nostro movimento sono andate perse”.

Il movimento dei carbonari

All’inizio degli anni settanta la fiducia degli italiani nelle forze di polizia era ai minimi storici. Dopo la caduta del fascismo c’era stata una parziale epurazione dei vertici dell’istituzione, ma quasi subito le persone rimosse erano tornate al loro posto. La polizia era caratterizzata da autoritarismo e violenza. Nel 1950 alcuni agenti avevano sparato contro un gruppo di operai in sciopero alle Fonderie riunite di Modena, uccidendone sei. Dieci anni dopo, nel luglio 1960, era successo di nuovo a Reggio Emilia, con cinque morti. Con le proteste studentesche e operaie della fine degli anni sessanta la repressione della polizia si fece ancora più pesante. L’Italia, tra l’altro, era l’unica democrazia occidentale ad avere forze di sicurezza – cioè polizia, carabinieri e guardia di finanza – interamente militari.

Negli anni settanta però cambiò qualcosa. Alcuni agenti, che si autodefinivano “carbonari”, cominciarono a riunirsi clandestinamente per discutere del futuro della polizia. Volevano cambiare la loro condizione precaria fatta, tra le altre cose, di stipendi bassi, straordinari non pagati e obbligo di celibato fino a una certa età. Chiedevano la smilitarizzazione della polizia, in modo che la gestione della pubblica sicurezza passasse sotto l’ordinamento civile. E chiedevano un processo di democratizzazione per superare la violenza e l’autoritarismo che caratterizzavano la polizia.

 “Eravamo illegali, ci incontravamo in fondo al molo di Imperia per controllare se arrivava qualcuno”, ricorda Botti. “Quando abbiamo cominciato avevamo ben impressi nella mente gli operai uccisi a Reggio Emilia e le altre vicende simili. Osservavamo questi fatti e volevamo fare in modo che non succedessero più. Volevamo democratizzare la polizia per evitare violenze sugli arrestati e mettere la parola fine alla forza bruta con cui si garantiva l’ordine pubblico”. Inizialmente questi agenti carbonari formavano gruppi piccoli. Poi si trasformarono in un movimento vero e proprio, che venne allo scoperto. Decisivo fu il giornale Ordine pubblico, diretto dal fotografo, giornalista ed ex partigiano Franco Fedeli. “La rivista cominciò a parlare dei problemi della polizia in modo radicale e fortemente critico, al di fuori dei canoni istituzionali”, spiega Michele Di Giorgio, ricercatore all’università di Bari e autore del saggio Il braccio armato del potere (Nottetempo 2024). “Ordine pubblico diventò un centro di coordinamento per l’attività dei poliziotti carbonari, aiutandoli a organizzare le riunioni, favorendo la mobilità delle persone e delle idee, e facilitando il dialogo con la politica”.

Furono soprattutto il Partito comunista italiano (Pci) e quello socialista ad ascoltare i poliziotti carbonari. Nelle elezioni regionali del giugno 1975 il Pci fu il partito più votato in una caserma del reparto celere di Milano, e lo stesso successe in altri seggi in cui votavano solo agenti di polizia.

Repressione e riforma

I carbonari sognavano una rivoluzione democratica della polizia. Ma la loro battaglia fu piena di ostacoli. Se da una parte ottennero il sostegno pubblico di persone come il giurista Stefano Rodotà, dall’altra dovettero far fronte all’ostracismo di altri, tra cui il giornalista Indro Montanelli. Furono ostacolati anche dal governo e dai vertici della polizia stessa. “Una serie di provvedimenti punitivi colpirono i poliziotti democratici, sia nella fase clandestina sia in quella pubblica. All’interno della polizia si scatenò la caccia a chi sosteneva la causa riformista”, ricorda Di Giorgio.

Mario Bruno Piras ha 75 anni e ha lavorato nella polizia fino al 2002. Negli anni settanta fu un carbonaro a Nuoro, in Sardegna, e per questo rischiò più volte di perdere il lavoro. Fu denunciato al tribunale militare, fu trasferito due volte e sottoposto a una perizia psichiatrica, da cui ne uscì senza conseguenze solo perché anche il medico militare che lo visitò era un carbonaro. “Eravamo convinti di poter avere una polizia democratica al servizio dei cittadini ed eravamo disposti a tutto per raggiungere questo obiettivo”, ricorda oggi Piras. “Rischiavamo perizie psichiatriche, trasferimenti e altre misure punitive, ma ogni manifestazione, ogni incontro, ci incoraggiava a non fermarci”.

Anche Franco Fedeli subì questi attacchi e anche lui non si fece intimidire. Nel 1976 su pressione del governo fu licenziato dall’editore di Ordine pubblico. Questo rischiò di segnare la fine del movimento, ma nel giro di qualche settimana Fedeli fondò un’altra rivista, Nuova polizia e riforma dello stato, attraverso cui continuò la battaglia riformista.

Nell’aprile 1981, dopo più di dieci anni di lotte, con cortei, scioperi e occupazioni, fu approvata la legge di riforma. La polizia passò sotto l’ordinamento civile, e sulla carta doveva essere più vicina ai cittadini.

La nuova legge insisteva sul rispetto della costituzione e dei princìpi democratici. Fu infine consentita la creazione di sindacati di polizia – così nacque il Sindacato italiano unitario lavoratori polizia (Siulp) – e furono ammesse le donne. Doveva essere la vittoria dei carbonari, ma ci volle poco tempo per capire che non era così. Alla guida del Siulp cominciarono ad alternarsi dirigenti che non avevano avuto un ruolo nel movimento dei carbonari e nacquero altri sindacati dichiaratamente ostili al movimento, come il Sap.

Nel 1982 furono rivelate le torture subite dagli indagati per il sequestro Dozier, il generale statunitense rapito dalle Brigate rosse, e commesse da agenti di polizia. Nonostante la riforma, i problemi della polizia erano ancora lì, uguali a prima. Anche le intimidazioni, le punizioni e l’emarginazione subite dai poliziotti che denunciarono le torture, cioè Riccardo Ambrosini, Gianni Trifirò e Augusto Fabbri, apparvero come un tradimento degli ideali della riforma.

“Dopo l’approvazione della riforma della polizia c’è stato un disinteresse totale sulla sua applicazione”, sottolinea Di Giorgio. “Quella legge doveva essere l’inizio di un percorso di riforma generale, ma di fatto resta una riforma disattesa. Il grosso dei problemi è rimasto e in assenza di una spinta sindacale e dell’apporto del movimento dei carbonari è venuta meno tutta la parte ideale”.

C’è una data che secondo gli ex carbonari segna la morte definitiva della riforma della polizia, o quanto meno dei suoi ideali. Il G8 di Genova del 2001 e quello che il vicequestore Michelangelo Fournier definì una “macelleria messicana”: la scuola Diaz, le torture alla caserma di Bolzaneto, l’omicidio di Carlo Giuliani, i depistaggi e le assoluzioni di vertici e sindacati che ne seguirono.

Quando nella notte del 21 luglio 2001 dalla scuola Diaz di Genova partirono le ambulanze con decine di manifestanti e giornalisti feriti, Roberto Sgalla, il portavoce della polizia che poi ha fatto carriera fino a dirigere la scuola superiore di polizia, si presentò davanti all’edificio e disse che le ferite dei ragazzi e delle ragazze risalivano agli scontri dei giorni precedenti, e che nella scuola c’erano i black bloc. Una versione poi smentita dalle testimonianze e dalle prove. “Che a dire questo fosse il portavoce della polizia non c’era forse da stupirsi, peccato che quelle parole furono pronunciate da quello che fino a poco tempo prima era stato il segretario generale del Siulp, il sindacato nato dal nostro movimento”, sottolinea Botti. “Il G8 ha limitato e offeso tutti i nostri sforzi di fare pulizia”.

Negli anni successivi alla riforma qualcuno cercò di tenere vivi gli ideali riformatori degli anni settanta. Sicuramente Franco Fedeli, che continuò la sua attività giornalistica. Ma anche alcuni ex poliziotti. Tra loro Mario Bruno Piras, che continuò a subire ripercussioni per posizioni ritenute scomode. Nel 2000 fu fermato per traffico di droga, ma poi è stato rilasciato. “Per il mio tentativo di cambiare le forze dell’ordine, per le mie lotte sempre più solitarie condotte anche dopo la riforma del 1981, ho vissuto sulla mia pelle il modus operandi che ho sempre denunciato”, ricorda. “Io ho creduto in una polizia democratica, ma durante il fermo che ho subìto, e ancor di più dopo il G8, ho capito che la battaglia era persa”.

Dopo il G8 di Genova nuove storie di violenze hanno coinvolto la polizia e le altre forze dell’ordine. Dall’uccisione di Federico Aldrovandi a Ferrara, nel 2005, a quella di Stefano Cucchi a Roma, nel 2009; passando per vicende più recenti come le violenze nella caserma Levante di Piacenza e nella questura di Verona, o le morti di Ramy Elgaml a Milano e di Moussa Diarra a Verona.

Di abusi e violenze si è parlato in modo sempre più frequente anche per le carceri, come nel caso di Santa Maria Capua Vetere nel 2020. Vicende che ogni volta hanno messo in moto una serie di depistaggi e assoluzioni da parte dei sindacati e dei vertici istituzionali. Mentre le persone condannate o indagate hanno poi fatto carriera o sono rimaste ai propri posti, come è successo per Genova.

La riforma del 1981 e le idee alla sua base non sono state tradite solo in questo modo. A partire dagli anni duemila il reclutamento degli agenti di polizia è stato fatto sempre meno attraverso i concorsi e sempre più con l’assunzione di ex militari. Con la cosiddetta riforma Madia del 2015 è stato poi rimilitarizzato il corpo forestale, che fino a quel momento era civile. “Il primo pilastro della riforma era la smilitarizzazione, così da toglierci dal giogo del codice penale militare. Eppure negli ultimi anni c’è stato un processo di rimilitarizzazione strisciante”, denuncia Botti. “Oggi per un controllo in strada ci si imbatte in agenti che fino a qualche anno prima erano in missione in Afghanistan. Persone che hanno una mentalità militare, addestrati per affrontare nemici, non cittadini”.

Cosa rimane della lotta

Nel 1995 Franco Fedeli aveva deciso di lasciare il giornale Nuova polizia a causa di dissidi con l’editore. In un momento in cui gli ideali degli anni settanta erano già quasi del tutto svaniti, la scelta di Fedeli suonava come un’ulteriore rottura. Nonostante l’età e due anni prima della sua morte, Fedeli decise però di fondare un’altra rivista, Polizia e democrazia. Oggi questa rivista esiste ancora, esce ogni due mesi e cerca di tenere vivo il dibattito su temi come la smilitarizzazione e la democratizzazione delle forze di polizia.

“Siamo rimasti gli ultimi a cercare di portare avanti quella memoria, grazie anche ad articoli sull’epoca dei carbonari e le istanze riformiste in polizia”, racconta Michele Turazza, coordinatore della redazione. “Cerchiamo di parlare dei temi relativi alla sicurezza con un occhio critico, coinvolgendo nella scrittura anche docenti universitari e ricercatori, com’era nello spirito di Fedeli”. L’ultima grande battaglia portata avanti dalla rivista è stata contro la rimilitarizzazione del corpo forestale. “Invece di vedere smilitarizzata anche la guardia di finanza, che era una delle battaglie degli anni settanta, abbiamo assistito alla rimilitarizzazione del corpo forestale, voluta dal governo di Matteo Renzi”, dice Turazza.

Negli ultimi anni su Polizia e democrazia hanno trovato spazio questioni come i rischi dell’uso del taser (arma in grado di paralizzare una persona con forti scariche elettriche) l’importanza dei codici identificativi per gli agenti, il problema degli abusi di potere in carcere e i vari decreti sicurezza. La diffusione di Polizia e democrazia oggi però è molto più limitata di un tempo. E anche il pubblico è cambiato. Gli abbonati sono soprattutto avvocati, accademici, semplici cittadini, mentre la circolazione negli ambienti di polizia si è ridotta drasticamente. Un segno di come queste battaglie non facciano più presa tra gli agenti.

Tra chi cerca di tenere vivi gli ideali del movimento dei carbonari c’è anche la sezione Maurizio Giglio dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi), nata nel 2023 e composta solo da agenti di polizia.

“Il termine poliziotto antifascista per noi non è un ossimoro ed è importante rivendicarlo”, spiega il presidente, Vittorio Berti. “L’eredità antifascista la ritroviamo nella costituzione e dal nostro punto di vista concetti come democrazia, asilo, accoglienza e libertà di dissenso devono mantenere un ruolo centrale nel paese”. Oggi la sezione, che ha preso posizione a favore dei codici identificativi per gli agenti, conta una settantina di iscritti, molti provenienti da esperienze nel sindacato di sinistra Silp-Cgil. Negli ultimi anni sono nate altre esperienze democratiche. Dal 2005 l’associazione Polis aperta, animata da un gruppo di persone lgbt+ che lavorano nelle forze di polizia e in quelle armate, organizza corsi di formazione, incontri e convegni per promuovere una cultura inclusiva all’interno di queste istituzioni. Nel 2010 il dipartimento della pubblica sicurezza ha istituito l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), un gruppo interforze per prevenire, contrastare e offrire supporto alle persone vittime di crimini d’odio. Oggi questa realtà esiste ancora, ma è sempre meno attiva.

“Non esiste più niente di portata paragonabile alle istanze e agli ideali degli anni settanta. È rimasta solo qualche iniziativa isolata intorno ai sindacati più progressisti”, sottolinea lo studioso Di Giorgio. “C’è una certa paura a esporsi e anche per chi fa ricerca è difficile riuscire ad aprire un dialogo con le forze di polizia perché i protocolli e i meccanismi di controllo sul personale sono molto rigidi. Manca soprattutto il clima sociale e politico che c’era all’epoca. Se oggi il centrosinistra ragiona sulle politiche di sicurezza come le destre o in modo poco diverso, su quale partito, sindacato o associazione potrebbero contare le persone appartenenti alle forze dell’ordine nel momento in cui dovessero decidere di esporsi?”.

Il 26 febbraio 2025 il Siulp, il sindacato nato nel 1981 dalle lotte dei poliziotti democratici carbonari, ha organizzato un convegno a Torino. Sul volantino dell’evento si attaccavano il politicamente corretto, gli immigrati e l’Europa che ha accusato le forze dell’ordine italiane di profilazione razziale.

Tra i relatori c’erano l’eurodeputato della Lega Roberto Vannacci e Marco Rizzo, coordinatore nazionale di Democrazia sovrana popolare. “Ecco che fine hanno fatto le nostre lotte”, dice l’ex carbonaro Orlando Botti. “Il nostro tentativo di fare una rivoluzione culturale è stato sconfitto. E se questo è il presente, il futuro della polizia non potrà che essere peggiore”.

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