La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
lunedì 7 settembre 2026
venerdì 28 agosto 2026
l'unità dell'Occidente
…La
presidente ha aggiunto infatti che questa è la sua linea:
“Continuo a
credere che l'unità dell'Occidente sia molto importante".
Si scrive: unità
dell’Occidente, ma si legge: unità della razza bianca dominatrice.
L’unità dell’Occidente è
l’unità dei colonialisti, degli schiavisti, in nome dei nazionalisti come
Hitler e come Churchill, come Stalin e come Putin.
Anche oggi la razza bianca
dominatrice è in preda a una crisi di demenza senile, e si precipita verso la
guerra.
Da quale parte (con Zelenski
o con Putin?) poco importa. Purché guerra sia, purché l’occidente si copra di
gloria, nel prossimo, (forse imminente) 8 Settembre.
Non
è la prima volta che succede, e neppure la seconda. Ma questa volta potete
starne certi: non avrete il tempo di ripensarci.
venerdì 7 agosto 2026
Restare umani: la forma più alta di ribellione al mondo distopico di oggi - Alberto Bradanini
1. Viviamo una stagione pericolosa, ormai
ne hanno coscienza persino quelli che ne traggono i maggiori benefici, i
satrapi della finanza globalista, terrorizzati all’idea di dovervi rinunciare
per eccesso di cupidigia. Individui orrendi, che trasudano miliardi trafugati
all’umanità sofferente con i trucchi che chiamano banche private (o pubbliche,
ormai non v’è più differenza), libera esportazione di capitali, finanza
creativa e da qualche tempo intelligenza (sì proprio così),
seppure artificiale, un aggettivo quanto mai qualificativo.
Il veleno che ogni istante assorbiamo al
contatto con tali immondi signori non merita il termine di informazione e
tantomeno conoscenza, ma solo frastuono sconnesso di senso che frantuma
emozioni, crescita personale, avventura. Intendono sottrarci la gioia
dell’apprendimento, dell’esperienza umana mai paga degli orizzonti raggiunti,
dell’impegno a socializzare, del riflesso sui bisogni dell’altro, del fascino
incommensurabile dell’interazione con altri esseri umani.
Si tratta di individui che, nella modulazione
di forme e temperamenti, conoscono solo la menzogna metodica, talora
inconsciamente incorporata, che rimbalza su di noi con dosi massicce di
propaganda. L’obiettivo è noto: distrarre l’attenzione etica e sociale, tenerla
lontana dal nocciolo della questione (democrazia partecipativa ed equità
distributiva), frantumare la coscienza di un popolo con TV e cellulari h24.
È così che quella minoranza di cittadini
ancora sana di mente rischia la caduta in depressione ogni volta che s’imbatte
nel volto o nel lessico di uno qualsiasi dei governanti -
nazionali, euroi-nominati o sovrani atlantici.
I responsabili degli orrori che ci
circondano hanno un nome e cognome: l’impero statunitense e le sue agenzie di
intelligence, che disponendo di risorse immense - attraverso lusinghe,
promesse, corruzione, minacce e se non basta violenze e conflitti palesi e
occulti, senza differenza sostanziale tra amici e nemici – stanno distruggendo
il tessuto che tiene in piedi l’impalcatura giuridica, morale, geopolitica ed
economica internazionale. Con Impero Usa non s’intende beninteso i 340 milioni
di abitanti degli Stati Uniti, anch’essi in prevalenza politicamente analfabeti
e sfruttati come molti altri. Ma intendiamo quello 0,1% che controlla i gangli
finanziari, militari e mediatici del sistema. Questi sono il nemico numero uno
di noi tutti abitanti del pianeta Terra.
Non si addentreremo sui sentieri
argomentativi di tale asserzione apodittica, nella presunzione che essi siano
ben noti a che legge, rilevando qui solo la necessità di ripeterlo, affinché le
cose note siano davvero conosciute. E se rapporti
di forza lasciano oggi poche speranze, come in tanti aspetti dell’esistenza
umana è la consapevolezza a far la differenza.
Nelle lancinanti contingenze attuali,
l’Occidente a guida Usa (non ne esiste un altro) ha bisogno come il pane di
nemici, per catalizzare al suo servizio l’ontologia di un orizzonte assiologico
fabbricato per popoli deculturati: in Europa la sua icona si materializza
nei cosacchi russi intenzionati ad abbeverare i
cavalli sotto l'Arco di Trionfo; in Asia Occidentale essa prende corpo nel
miraggio della Bomba iraniana che gli Ayatollah, una volta acquisita,
scaglierebbero contro Israele, dimenticando che verrebbero a loro volta
polverizzati in sequenza immediata (la storia è piena di re e
dittatori che considerano i nemici dementi, oltre che radicali); e in Estremo
Oriente nel socialismo con caratteristiche cinesi, quell’inedito
modello alternativo al capitalismo plutocratico anglo-atlantico ormai
frantumatore di ricchezza anche al proprio interno, oltre che di pace e umana
convivenza tra i popoli del mondo.
Ormai, anche i piccioni del duomo di
Firenze sanno che codesti signori sono usciti di testa, pronti a distruggere
ogni barlume di quella civiltà giuridica, etica e umana che la comunità delle
nazioni aveva inteso edificare all’indomani della macelleria del secondo
conflitto mondiale.
Mentre in Italia i cosiddetti
rappresentanti del popolo (Destra e Sinistra si
contendono i seggi in ogni livello e grado sulla scorta della loro abilità a
intrattenere il pubblico assonnato sul divano dopo cena) sottraggono le poche
risorse al bene pubblico per consegnarle ai produttori di armi e ai generatori
di morte, mentre i cittadini vengono derubati del frutto del loro lavoro. Nel
2025 il 22,6 % degli italiani (13.265.000 persone) era esposto a povertà,
grave deprivazione materiale/sociale o a lavori precari e sottopagati.
Nell’arena internazionale, la verbosità di
un instabile ottuagenario, incoronatosi sovrano dell’universo, fa rabbrividire
otto miliardi di individui. Il Re Solo, insensibile alle atrocità
che commette o consente contro palestinesi, venezuelani, iraniani, libanesi e
chiunque non si pieghi ai suoi ignobili capricci, non si fa scrupolo di esporre
il pianeta persino all’olocausto nucleare per difendere i privilegi della sua
cerchia malata, quel citato 0,1% che ingloba il peggio del sistema solare.
Tale individuo, sintesi metastatica di un
sistema che prima di giungere a fine corsa ce ne farà vedere di tutti i colori,
oltre a curare le sue palesi patologie senili, potrebbe moderare l’ira funesta
dei suoi occhi infuocati immergendosi nei tramonti di qualche iconica isola dei
Caraibi (magari non proprio quella!), dove trascorrere il resto dei suoi
giorni, risparmiando al pianeta ulteriori patimenti e devastazioni. Certo, è
verosimile che con il suo successore potrebbe persino andar peggio (occorre
sempre, come sappiamo de-personalizzare), eppure se
disponessimo della miracolosa lampada di Aladino tenteremmo
comunque la sorte.
2. Insieme alla follia di chi siede sul
trono, la sopravvivenza del genere umano è oggi minacciata da altri pericoli
esiziali, la concentrazione di ricchezza in poche mani e l’olocausto nucleare,
tra loro intrinsecamente intrecciati: i conflitti imperialistici,
in Ucraina e nel Golfo, sono tutt’altro che sedati e la loro possibile escalation nucleare
è affidata a decisori che si infischiano della volontà dei popoli. Al recente
Nato in Turchia (7-8 luglio scorsi), la Presidente del Consiglio italiana,
prona davanti ai vergognosi schernimenti dall’alleato padrone, porta i compiti
fatti in casa (2,8% del Pil per le armi, +18 mld entro il 2028, rispetto ai
45,3 mld del 2026), un incremento gigantesco e insieme una vergogna di cui va
fiera, mentre i nostri ospedali boccheggiano. Ma le sanguisughe imperiali
d’oltreoceano esigono il 5% e il più in fretta possibile, secondo i deliri di
un anziano satrapo incaricato di rimpinguare le tasche già piene di chi l’ha
fatto eleggere.
La rivoluzione, diceva Gramsci, comincia
sotto casa e la storia è maestra di sorprese, non solo di vita. Nostro compito
è di essere pronti, non si sa mai. La democrazia (demos – kratos: potere
del popolo) è un simulacro. Le elezioni sono solo un metodo di selezione di
esecutori fungibili, maschere di carattere, indifferenti ai bisogni del popolo,
che in cambio di denari e carriere hanno venduto l’anima al demonio. Il
deterioramento intellettuale delle classi dirigenti, ancor più di quelle
politiche, è una realtà che non chiede evidenze. Nel cosiddetto Occidente,
chiunque può fare il Ministro/Presidente, non è richiesta alcuna etica,
competenza, comprensione del mondo, solo obbedienza ai detentori del potere
reale (il grande capitale), che selezionano i più scaltri e i più servili, per
inserirli giù per li rami nei ranghi di servizio:
quello politico (che cura l’ordine sociale al servizio del privilegio), quello
mediatico (gestore della Macchina della Menzogna) e quello
accademico (incaricato d’illustrare ai semicolti il funzionamento del mondo).
Le eccezioni esistono beninteso, e sono preziose, ma ahimè non fanno la
differenza, mentre la maggioranza si lascia stordire davanti a TV e smartphone.
Una tribù di funzionari con
simili caratteristiche opera sia nel Paese che nella cosiddetta Unione Europea.
Sfugge a molti quanto la distruzione di questa gabbia sia precondizione per
qualsiasi palingenesi e recuperato benessere per il mondo del lavoro, avendo
essa usurpato prerogative essenziali della statualità dei paesi membri.
L’Unione è un’entità autogestita da burocrati ineletti, superpagati,
non-democratica, cresciuta con sotterfugi all’insaputa dei cittadini, con il
fine di sottrarre lavoro e benessere ai popoli europei, (in particolare ai più
sprovveduti, come quello italiano) a favore del Grande Capitale globale.
Quando sono stati consultati – solo
francesi e olandesi, nel 2005 – i popoli hanno votato contro, portando i
satrapi di Bruxelles, con il gioco delle tre carte, a trasformare la cosiddetta
Costituzione Europea nel famigerato Trattato di Lisbona (che non richiedeva referendum),
ancor più scellerato di quello di Maastricht, col quale si pensava di aver
raggiunto l’ultimo cerchio dell’inferno euroinomane.
In ogni classifica UE: industria,
commercio, infrastrutture, istruzione, energia etc., l’Italia occupa la parte
bassa, spesso l’ultima posizione. Nel 2025 (a 32 anni dall’entrata in vigore di
Maastricht) nel nostro Paese i salari avevano un potere d’acquisto inferiore
del 12% rispetto al 1991. Lontani i tempi quando, regnando la gloriosa
Lira, l’Italia era la quarta potenza economica mondiale (prima pagina del
Corriere della Sera, 16 maggio 1991). Nel 1991, Italia e Germania avevano
salari simili. Nel ‘25 Germania +28%, Paesi Bassi +35%, Francia +22%, Spagna e
Portogallo +18% e via dicendo, persino la Grecia + 2%. Non è un caso che
il gap inizi a cavallo del secolo, con l’introduzione
dell’euro, moneta nazionale gestita da entità extranazionali per interessi
altrui (Bundesbank, Banque Nationale de France e più su
Wall Street e City di Londra, gli altri come si dice fanno volume).
In compenso, sul piano istituzionale va
peggio, la Commissione di non-eletti prepara le leggi (in complicità con le
corporazioni transnazionali che hanno gli uffici di fronte) e dopo un passaggio
formale da un finto parlamento che non dispone di iniziativa legislativa, il
Consiglio (cioè i governi) le approva, nei fatti solo e sempre se Francia e
Germania sono d’accordo. La Banca Centrale, infine, si occupa per
statuto solo di contenere l’inflazione, ma non di far crescere
l’economia e lottare contro la disoccupazione (non sia mai!), come ogni altra
banca centrale, inclusa la Federal Reserve; insomma, una montagna d’insulti.
Sul fronte politico, infine, si tocca il
fondo: un’aggregazione di cervelli che pare aliena alla natura umana. La presidente
della Commissione proviene dal paese che ha scatenato due guerre devastanti (17
milioni di morti la prima, 60 la seconda), e che investe 1000 mld di euro sul
riarmo (nascostamente, anche nucleare): non c’è due senza tre! L’estone Kaya
Kallas (pomposamente denominata Alta Rappresentante per affari esteri e
sicurezza) sembra uscita da un libro di storia della demenza
attraverso i secoli. La sua capacità di analisi è equiparabile a quella
delle aringhe del mar Baltico con le quali deve aver condiviso i primi vagiti.
La questione sarebbe di minima rilevanza, se costei non parlasse anche a nostro
nome, contribuendo a depredarci e trascinarci in guerra al servizio dei citati
interessi, oltre che dei suoi. Ma a Bruxelles, i paesi baltici vantano anche il
lettone Dombrovskis, Commissario per l'Economia e Produttività e il lituano
Kubilius, Commissario per Difesa e Spazio. Morale: un cittadino
europeo normodotato si chiede: com’è possibile che a
tali modesti individui di tre paesi insignificanti (insieme
hanno gli abitanti del Lazio) siano affidati incarichi di tale rilevanza? La
ragione in realtà è banale: si tratta di marionette selezionate esclusivamente
sulla scorta della propensione a servire le corporazioni globaliste e il
direttorio franco/tedesco, che in Europa decide sulle questioni che contano.
Ora, se alla luce di ciò qualcuno dovesse
ritenere che l’Unione Europea sia un fallimento o che sia destinata, prima o
poi, a spiccare il volo verso i chimerici Stati Uniti d’Europa, farebbe bene a
farsi una doccia. L’Ue è un grande successo così com’è, certo non per i popoli
desovranizzati e depauperati, ma per coloro che l’hanno concepita e modellata
nell’attuale configurazione, quale icona indemolibile della religione euroinomane.
La chimera di una futuribile Federazione
Europea, secondo un altro lessico distrattivo - che sarebbe per noi
la disgrazia massima - non vedrà mai la luce: nessuna
personalità europea che conta del resto ha mai avanzato tale ingenua proposta,
cui credono solo i piùeuropei presenti in massa in ogni
partito della Penisola, oltre alle anguille del Delta del Po. La ragione è
semplice: assenza del sottostante, vale a dire un popolo europeo,
che porterebbe con sé il principio di solidarietà. L’ipotesi che le regioni
ricche (Germania e satelliti, scandinavi, etc.) trasferiscano parte della loro
ricchezza a quelle in ritardo (come in Italia, tra Nord e Sud) provocherebbe
una catena di rivolte: i popoli non si costruiscono a tavolino, essendo frutto
della storia, comuni battaglie, vinte o perse, sensibilità, lingua, religione e
via dicendo.
3. Per immaginare un’alternativa occorre
entrare nel regno dei sogni. Poiché politica estera e domestica sono
intrecciate, la prima condizione è quella di tornare padroni a casa propria.
Senza sovranità, prima o poi si perde anche benessere e sicurezza. Già nel ‘500
Niccolò Machiavelli affermava che la sovranità richiede due condizioni, non
avere soldati di un altro paese sul territorio ed essere padroni della propria
moneta.
L’Italia è avviluppata in un duplice
livello di asservimento: a) quello economico-finanziario nei riguardi delle
oligarchie del Nord Europa, a loro volta asservite al capitale anglo-atlantico:
b) quello politico-militare nei riguardi degli Stati Uniti, che si servono
della nostra Penisola come di una portaerei US Navy, violando accordi palesi,
segreti, scritti o non scritti, come fanno del resto ovunque, a loro comodo.
Tecnicamente, il nostro Paese non è una
colonia, ma un protettorato. Le colonie sono guidate da un governatore
nominato, solitamente inviso alla popolazione locale. I protettorati sono
invece guidati da finte dirigenze nazionali, più digeribili,
ma astutamente selezionate per fare gli interessi della potenza colonizzatrice,
non quelli della propria gente.
Per assicurare un avvenire a figli e
nipoti una dirigenza degna del nome dovrebbe cogliere l’occasione
dell’effervescenza in atto sulla scena internazionale per voltare pagina. Dopo
aver dismesso la livrea da maggiordomi con la quale per decenni abbiamo servito
il bellicismo imperiale e il capitale globalista, partecipando a guerre altrui
(Iraq, Afghanistan, Libia, Serbia, ora Iran e chissà cos’altro), il governo
dovrebbe annunciare che l’Italia intende uscire da Ue e Nato, e vuole Nato e
Usa fuori dall’Italia. Un sogno certo, e poi si tratta di rischiare la vita,
l’esistenza resta comunque breve.
Con gli Stati Uniti – non abbiamo
dimenticato il monito di H. Kissinger (pericoloso essere nemici degli Usa,
fatale esserci amici) – andrà negoziata la chiusura delle loro basi, a partire
da quelle nucleari, che lungi dal difenderci da presunti nemici ci rendono
ancor più un bersaglio in caso di conflitto.
Il nostro Paese deve puntare alla
neutralità, dialogare con l’Europa su basi paritarie e quindi volgere lo
sguardo al Sud, i Brics in particolare, che insieme ad altre aggregazioni, sono
già il motore pacifico e produttivo del pianeta, oltre che di riscatto per i
paesi poveri e indifesi. Nessuno minaccia l’Italia, circondata com’è da paesi
amici, mentre quelli lontani, Russia, Cina, Medioriente, non hanno certo
interesse o intenzione di aggredirci. Tornata libera dalle catene
euro-atlantiche, al centro del Mediterraneo, l’Italia diverrebbe una calamita
di aggregazione tra tre continenti, Asia, Europa e Africa, tra culture,
civiltà, commerci, interazioni di ogni genere, contribuendo finanche alla
stabilità dei territori turbolenti che si affacciano su quello che un tempo
chiamavamo Mare Nostrum.
4. La guerra. Che la Russia non intenda
arrivare né Lisbona né a Berlino è noto anche ai coccodrilli dell’Amazzonia. Ma
che una potenza militare che dispone di 6000 testate nucleari prima di essere
sconfitta farebbe saltare i connotati ai suoi nemici, continua a sfuggire alle
residue cellule grigie dei nostri pretesi governanti.Schiere di analisti
imperiali riconoscono che la pianificazione della guerra in Ucraina, con
l’obiettivo dissanguare e saccheggiare la Russia, è opera della velleitaria
onnipotenza statunitense. L’impero, con i camerieri europei incaricati di
dissanguarsi per comprare armi made in Usa, sta finendo i soldi e
punta a reindustrializzarsi con l’industria delle armi, distruggendo
cinicamente altre vite umane e infrastrutture nella disastrata Ucraina. La
Russia, poi, grande e ricca com’è, rimarrà in ogni caso una preda potenziale,
oltre che un ostacolo oggettivo, insieme alla Cina, al dominio imperiale. E
tutto ciò non è certo interesse degli europei e di noi italiani.
L’aggressione alla Russia, infine,
somiglia a quella contro l’Iran, altro paese irriducibile, dove i rischi dell’olocausto
nucleare sono altrettanto elevati: qui, capitali e ricatti dello stato sionista
sulla politica imperiale puntano a imbrigliare gli Usa in un conflitto
permanente, con il fine di frantumare e devastare la Repubblica Islamica, uno
dei pochi paesi ancora stabili, sovrani e – crimine dei crimini! - sostenitore
della causa palestinese.
5. Secondo l’ideologia dominante, la
struttura della società è un dato di natura, che impone un’ontologia
dell’immodificabilità, quell’inconscio convincimento che possa essere
corretta - nulla è perfetto a questo mondo! - ma non certo modificata alla
radice o capovolta. Si tratta di una variante di ideologismo di genesi
nichilista che va combattuta con forza, perché impedisce persino di immaginare
una possibile palingenesi.
Occorre invece che torni a risplendere la
fiaccola della battaglia verso un mondo migliore, quel socialismo dal
volto umano e comunitario, balenato sull’orizzonte della storia con la
speculazione anticapitalistica del grande filosofo di Treviri. Riflettendo
sulla relazione dinamica tra teoria e prassi, facendo rimbalzare a Occidente
quel che funzione in Oriente o altrove, con uno sguardo perennemente innovativo
all’evoluzione degli eventi, contenendo distorsioni e strumentalità, la luce di
quella fiaccola potrà consentire di riprendere il cammino.
Nei limiti ontologici di approssimazione,
rifuggendo da ogni rigidità e sulla scorta di una reciproca tolleranza,
emergerebbero allora i contorni di una via italiana al
socialismo, ovvero - parafrasando la terminologia sino-popolare –
di un socialismo con caratteristiche italiane, basato su
peculiarità storiche, sociali ed economiche.
Alcuni pilastri sono già acquisibili: nel
mondo che sogniamo a ciascuno saranno garantiti i diritti economici essenziali
(in primis, equa distribuzione della ricchezza e lavoro stabile per
tutti) e l’accesso a una democrazia partecipata, con un ruolo centrale
dello Stato in economia, cultura, educazione, tecnologia, e poi libertà di
pensiero, associazione e altro. Le grandi imprese private saranno consentite
solo se giudicate necessarie, ma non nei settori strategici e sempre
sorvegliate dall’alto, affinché – loro eterna tentazione! - non travalichino
nella sfera politica. L’esportazione di capitali sarà autorizzata dallo Stato
solo per ragioni di pubblico interesse, altrimenti sarà vietata (com’era era in
Italia fino agli anni ’90).
Tornati padroni a casa nostra, con lo Stato
protagonista, insieme alla neutralità politica e militare, sarà quindi
possibile ricostruire i beni collettivi oggi devastati, sanità, scuola,
università e altre infrastrutture sociali e materiali, rovesciando quel
crepuscolo economico, politico, demografico e di benessere, altrimenti
ineludibile. Al termine della corsa, tra qualche anno o secolo,
avrà preso corpo il secondo rinascimento italiano, che sarà preso a
misura – insieme ad altre esperienze nazionali, v’è posto per tutti! – come una
delle stelle polari del progresso etico e sociale dell’umanità.
Su tale proiezione, invito il lettore a
trattenere il sorriso, o lo scherno. Se tuttavia oggi la scena del mondo non
induce all’ottimismo e le chances di un cambiamento radicale sfiorano
drammaticamente lo zero, il sogno di una società diversa resta insopprimibile
nelle vene pulsanti di chi difende l’essenza costitutiva dell’essere umano.
Se il potere rende il mondo ogni giorno
più distopico, allora noi diverremo ancor più umani, quale atto di ontologica
ribellione, è la nostra unica speranza. E in qualità di esseri umani non
permetteremo che la stagnazione intellettuale cancelli la coscienza
dell’oppressione, dello sfruttamento e dell’alienazione – eterne insidie di
ogni organizzazione collettiva. Nel nostro mondo a venire, tali offese saranno
solo un mesto ricordo, cosicché la vita, con le sue letizie e le sue ferite,
possa essere vissuta con reciproca, umana pietà, essendo essa null’altro che un
bagliore fugace davanti all’eternità del tempo e all’infinito dell’universo.
venerdì 24 aprile 2026
L’infausta profezia di Creso e la fine dell’Impero d’Occidente - Marco Revelli
Creso, il ricchissimo sovrano della Lidia, quando (intorno al 546 a.C.) decise di attaccare la confinante Persia, che considerava un insopportabile ostacolo alla propria potenza, si rivolse all’oracolo di Delfi, ricevendone l’ambivalente risposta: se avesse varcato il fiume Halys e dichiarato guerra ai persiani, “un grande impero sarebbe stato distrutto”. Inebriato da quella che gli apparve come un’indubbia profezia di vittoria, senza stare a pensarci troppo sopra, mosse l’esercito per scoprire subito dopo che l’impero destinato a crollare non era quello nemico bensì il suo, costretto alla ritirata da Ciro il Grande nella battaglia di Pteria, inseguito fino alle mura della sua capitale Sardi e fatto prigioniero. Lo racconta Erodoto, nel primo libro delle sue Storie, aggiungendovi anche alcuni succosi particolari. Ad esempio (paragrafo 80), che l’espediente vincente utilizzato da Ciro per aver ragione della forza guerriera dei Lidi, in particolare della loro cavalleria, fu quello di schierare davanti al proprio esercito i cammelli normalmente utilizzati per il trasporto dei materiali, di cui i nobili cavalli nemici avevano un vero e proprio terrore anche solo sentendone l’odore, per cui si diedero alla fuga prima ancora che lo scontro iniziasse. Materiali poveri contro le sofisticate armi nemiche. Ma soprattutto è gustosa l’annotazione (paragrafo 91) secondo cui Creso, nonostante quell’esito, non aveva affatto capito il senso della profezia della Pizia – evidentemente, nonostante lo straordinario fiuto per gli affari che l’aveva reso ricco sfondato, era ottuso al punto da non coglierne l’ambivalenza -, e aveva chiesto, come favore al suo vincitore, di poter mandare le catene che l’imprigionavano al tempio del Dio come atto d’accusa contro colui da cui riteneva di essere stato ingannato. Ciro generosamente glielo accordò, e a stretto giro la Pizia risposte allo “stoltissimo Creso” che “se non aveva compreso la parola del dio e non l’aveva di nuovo interrogato, doveva attribuire la colpa solo a se stesso”.
Noi non
sappiamo quale oracolo abbia consultato Donald Trump prima della sciagurata
decisione della fatidica notte di fine febbraio: se lo spirito “telecomunicativo”
di Paula White-Cain, la santona che celebra i propri riti messianici
nello studio ovale con annessa imposizione collettiva delle mani; o l’anima
nera di Bibi Netanyahu, che il 12 febbraio, in coppia col capo del Mossad,
sempre nello studio ovale, gli promise di ottenere, in una sola “giornata di
gloria” la decapitazione dell’Iran, il cambio di regime e il controllo assoluto
del Golfo senza costi aggiuntivi. Certo è che, allo stato attuale delle cose,
gli esiti sembrano in qualche misura simili a quelli subiti da Creso: dopo un
mese e mezzo di guerra, l’Iran (la Persia, con la sua millenaria civiltà) è
ancora in piedi, il suo potenziale militare non appare esaurito, lo stretto di
Hormuz è bloccato e sotto il controllo delle armi iraniane, le basi americane
nel Golfo sono pesantemente colpite e/o neutralizzate, il tanto mitizzato Iron
Dome israeliano si è clamorosamente rivelato vulnerabile come un colabrodo.
Soprattutto, l’intero sistema di alleanze degli Stati Uniti come baricentro
dell’Occidente appare gravemente vulnerato e attraversato da fratture sempre
più profonde mentre cresce simmetricamente la rete di connessioni geopolitiche
dell’Iran (non solo Cina e Russia, ma ora anche l’Unione Africana) e Israele
appare sempre più isolato nella sua immagine di Stato terroristico, nemico e
minaccia per l’umanità non solo per il genocidio di Gaza ma anche per aver
causato, con una decisione miope e unilaterale, una crisi energetica e
finanziaria che colpisce l’intero pianeta.
Ci sono
tutti gli ingredienti per parlare della crisi – o (possibile) fine – di un
Impero (L’Impero Americano? L’Impero d’Occidente? Ognuno scelga l’etichetta).
O, se si preferisce, di un (possibile) “passaggio di egemonia”. Sono in molti,
oggi, gli osservatori che propongono una forte assonanza tra la “crisi di
Hormuz” e un’altra crisi, anch’essa di uno stretto, o di un canale: la “crisi di Suez”, del 1956
quando, in seguito alla nazionalizzazione del canale ad opera dell’Egitto
guidato da Nasser, Regno Unito, Francia e Israele occuparono militarmente il
canale con uno spiegamento di forze enorme (tre portaerei inglesi, due
francesi). Si svolsero scontri cruenti prima che il Segretario di Stato
americano Foster Dulles, in accordo con l’Unione sovietica, forte della
detenzione dell’arma atomica imponesse un brusco dietrofront, con l’entrata in
vigore del cessate il fuoco e il ritiro delle forze occupanti. Si colloca allora,
storicamente, il punto in cui si consuma la fine dell’Impero britannico e di
quello francese e, soprattutto, il passaggio dell’egemonia occidentale dalla
potenza inglese (dal dominio della sterlina) a quella americano (del dollaro).
Oggi, appunto, la chiusura di un altro “stretto” può essere letta come il segno
di una nuova crisi egemonica, senza tuttavia che – a differenza da allora –
s’intravveda, a riempire il vuoto della vecchia, l’emergere di una nuova
potenza egemonica “indiscutibile”.
Come che
sia, certo è che l’Occidente, come l’abbiamo conosciuto fino a ieri, non esiste
più. E che al centro di questa mutazione genetica sta la crisi, conclamata,
strutturale, dell’Impero americano che dell’Occidente novecentesco è stato il
baricentro. I sintomi si vedono con chiarezza, anche a occhio nudo,
semplicemente osservando i comportamenti personali degli uomini al comando.
Sempre più spesso segnati da vere e proprie sindromi psicopatiche, per i quali
ritornano, anche sulle stampa più paludata, termini come “delirante”,
“demenziale”, “fuori controllo”, ecc. Quando l’uomo che ha nelle mani il
destino del mondo e a disposizione un potenziale distruttivo assoluto, usa
espressioni come “Open the Fuckin’ Strait, you crazy bastards,
or you’ll be living in Hell – JUST WATCH!” che
tradotto in italiano suona più o meno così: “Aprite quel cazzo di
Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!”. O quando, frustrato
da una guerra che gli va storta, minaccia in una notte di “cancellare una
civiltà millenaria” e poi per una trattativa non riuscita minaccia di bloccare
in acque internazionali tutte le navi che osino passare dallo stretto pagando
il pedaggio… O ancora, nel pieno di una crisi politico-militare di gravità
estrema, ricorre sistematicamente alle più plateali menzogne. Quando tutto ciò
accade sotto lo sguardo di tutti, significa che lo stato di salute di quella
parte del mondo è patologicamente compromesso. Che il suo potere sovrano ha
perduto quel punto essenziale di raccordo tra realtà e percezione che è il
linguaggio, quello che gli antichi chiamavano “Logos”: lo strumento attraverso
cui l’esistente viene ricondotto a misura umana, ovvero a “cosa” comprensibile
dagli uomini.
L’ha detto,
come meglio non si poteva, Francesca Mannocchi, in un articolo del 9
aprile (Il vocabolario della violenza, La Stampa), quando ha denunciato il “collasso
del linguaggio”, in particolare del linguaggio del potere in questo spicchio
sempre più raggrinzito di mondo, dove “la contraddizione è normalizzata” e “le
parole non servono più a chiarire il reale ma a renderlo sopportabile
nella sua incoerenza”. Ebbene, quel male oscuro che colpisce la parola
rendendola inerte, è il sintomo più drammatico del declino dell’entità
geopolitica nel cuore della quale la patologia si è radicata e lavora.
Assumerne l’incoerenza come condizione normale dello stato di cose esistente è
già, di per sé, una diagnosi infausta sulla speranza di vita dell’organismo che
la ospita. Così come negativo signum prognosticum è il
diffondersi, all’interno dell’establishment al potere – nel nostro caso nel
ventre della Casa Bianca – di retoriche apocalittiche o di forme
tendenzialmente estreme di misticismo millenaristico, con venature
carismatiche, esoteriche, chiliastiche tutte più o meno riconducibili a una
visionarietà da “fine dei tempi”, o comunque a un orizzonte terminale.
“Il
presidente Trump è stato unto da Gesù per accendere il segnale di fuoco in
Iran, scatenare l’Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra“: sono le
parole rivolte da un alto ufficiale dell’esercito americano ai propri
subalterni nei giorni in cui veniva lanciata l’Operazione Epic Fury,
evidentemente influenzate dalle correnti religiose più fanatiche che, seguendo il testo dell’Apocalisse di Giovanni, attendono che, nell’omonima piana
in Israele, a una quindicina di chilometri da Nazareth, i tre “spiriti
immondi” comparsi dopo che l’Angelo ha versato nel fiume la sesta coppa
contenente l’”ira di Dio”, radunino i re del mondo per lo scontro finale con
Dio. Sono state segnalate dalla Military Religious Freedom Foundation (Mrff),
un gruppo che monitora l’estremismo religioso nelle forze armate Usa, come
esempio di un “sentiment” che non riguarda solo alcune componenti
(fanatizzate) delle gerarchie militari ma anche una parte consistente della corte che circonda Donald Trump, fortemente innervata da personalità influenzate da organizzazioni come la
famigerata NAR –
Nuova Riforma Apostolica, “potente rete suprematista cristiana” i cui seguaci
si considerano “impegnati in una guerra spirituale cosmica contro le forze del
male” e “credono che Dio li abbia incaricati di usare la violenza spirituale
per sconfiggere Satana e poi costruire il regno di Dio sulla Terra”, oltre a
considerare Donald Trump una sorta di reincarnazione di Jehu, “il re
vendicativo che restaurò il regno di Israele attraverso una spietata purga
contro la casa di Acab e il culto di Baal”. O come i cosiddetti “Theo Bros” (abbreviazione
di theology brothers), un gruppo di pastori e predicatori aderenti
all’evangelismo riformato e al nazionalismo cristiano con “idee che includono
l’adozione della Bibbia come legge fondamentale dello Stato” (ovvero
rimpiazzare la Costituzione con i Dieci Comandamenti) e l’instaurazione di un
sistema giudiziario con “magistrati cristiani” unito alla reintroduzione della
fustigazione pubblica, oltre a un profondo maschilismo e a una diffusa
misoginia (tra le proposte quella di abolire il 19esimo emendamento, che ha
riconosciuto il diritto di voto alle donne).
Ora, se
andiamo a spigolare, lungo il corso storico, nelle vicende dei grandi imperi
nell’inevitabile successione di nascita, crescita, declino e morte, non è
difficile notare come, generalmente, le fasi crepuscolari sono state con
evidenza segnate dalla presenza di fenomeni psico-culturali simili, con la
comparsa significativa nelle loro figure apicali, tra i regnanti e le loro
corti, di forme variegate di radicalizzazione superstiziosa, fascino della
dimensione profetica o apocalittica, affidamento a pratiche esoteriche spinte
al limite della psicosi. Così è stato per l’Impero russo, con il tormentato
periodo di decadenza che ne ha preceduto il violento crollo, segnato dalla
presenza di pratiche e figure bizzarre: si pensi, per tutti, al potere
dirompente di uno come il monaco Rasputin, diventato padrone della mente e
dell’anima di buona parte della famiglia imperiale, a sua volta sempre più
chiusa in un proprio mondo autoreferenziale, sempre più staccata dalla realtà,
sempre più preda di un fanatismo religioso divenuto alla fine totale sostituto
della politica. Così, seppure in forma più attenuata, è stato per l’Impero
asburgico, nel periodo precedente alla prima guerra mondiale e alla dissoluzione,
quando la corte viennese presentava uno stretto intreccio tra bigottismo
cattolico e fascino per l’occultismo e il paranormale, di cui fanno fede sia il
noto “Rescritto sui Vampiri” (contenente il divieto tassativo di riesumare i
cadaveri per il timore di vampiri), sia la ben nota superstiziosità
dell’Imperatrice Sissi, “ossessionata dai presagi e, talvolta, dalle arti
divinatorie”. Oppure, per risalire all’idealtipo di tutti gli imperi e della
loro dissoluzione, alla fine dell’Impero Romano, si pensi alla crisi del III
secolo, quando “la visione razionale del mondo classica fu in parte erosa
dall’emergere di culti misterici, superstizioni orientali e nuove forme di
religiosità” (nacque allora il concetto di superstizione intesa come “superflua
observatio”).
Né si deve
dimenticare o sottovalutare, nella riflessione su questa sordida vicenda di
guerra e degrado delle classi dirigenti occidentali, il ruolo svolto dai
cosiddetti “Epstein files”: i milioni di documenti celati negli archivi del
pervertito e perverso gestore del traffico di esseri umani e del loro
sfruttamento sessuale al servizio di uno stuolo di eminenti uomini di potere,
dalla cui pubblicazione rischiano di emergere segreti inconfessabili per molti
appartenenti all’establishment politico e finanziario globale, a cominciare dal
più alto vertice americano che all’inizio di quest’anno appariva sull’orlo di
esserne travolto. Questione tanto più pesante se si considera il fatto, oggi
ampiamente condiviso dai principali osservatori, che Jeffrey Epstein non era un
semplice oligarca ma una creatura strettamente legata al Mossad, fonte di
notizie riservate e di armi potenti di ricatto. Il che spiega da una parte l’
“irresistibile” potere che Benjamin Netaniyahu sembra esercitare
sul presidente americano, fino a far ipotizzare che esso sia giunto fino a
determinarne la scelta del 28 febbraio. Dall’altra la ricaduta pubblica di
quella decisione sciagurata, che di fatto ha sviato l’attenzione dell’opinione
pubblica, a cominciare dalla base MAGA, nei confronti dello scandalo.
Un’interessante analisi mostra come il volume di ricerche in rete su Google
relative al “caso Epstein”, esploso all’inizio dell’anno, sia d’improvviso
crollato nella seconda metà di febbraio sostituito dalle interrogazioni sulla
guerra (si veda il grafico a fianco). E’, questa di Epstein, un’ ulteriore conferma
della tendenza al declino della potenza imperiale americana (la perversione dei
vertici è un altro sintomo della crisi delle potenze imperiali) e più in
generale dell’Occidente che così ha perso definitivamente (se ancora ne
residuava qualche brandello) la propria pretesa a una qualche superiorità
morale, e divenuto simbolo invece di un’epocale corruzione dell’anima delle
proprie classi dominanti.
Questo per
quanto riguarda gli aspetti per così dire “soggettivi” della tragedia in corso.
Quelli che si riferiscono all’orizzonte personale dei decisori che hanno
portato il mondo sull’orlo dell’abisso e che lì continuano a tenercelo.
Insomma, alla sovrastruttura”. Poi, naturalmente, ci sono gli aspetti
“oggettivi”. I fatti e i dati “strutturali”: le dinamiche economiche,
finanziarie, gli assetti socio-produttivi. I bilanci degli Stati, a cominciare
dal Paese leader, dal cuore dell’Impero: gli Stati Uniti la cui egemonia
globale da ormai più da un ottantennio si è retta sul binomio “dollaro-potenza
militare”. Due fattori che appaiono entrambi fortemente logorati e che
spiegano, nel loro stretto intreccio, il grado di disperazione che, a detta di
molti osservatori, sta dietro le decisioni distruttivi della loro leadership.
Ma che ci dicono anche che l’attuale deriva distruttiva ha radici profonde e
lontane, dipende solo in parte dal deterioramento psichico dell’attuale gruppo
di comando americano, si colloca su un piano inclinato “strutturale” che già
aveva orientato le politiche di altri decisori, delle stesse amministrazioni
democratiche (Obama, Biden soprattutto), le quali sia pure con linguaggi,
metodi, posture meno plateali, comunque avevano seguito una rotta nella
sostanza non così diversa, e negli esiti possibili non meno aggressiva.
Sul tema si
è ritornati più volte, e ampiamente, su questo sito (si vedano gli
articoli 1, 2,3…): il declino della potenza americana è ormai evidente. Riguarda il
brutale processo di deindustrializzazione avviato fin dall’amministrazione
Reagan negli anni Ottanta, il costo sempre meno sostenibile del presidio
militare globale, con le quasi 190 basi sparse per il mondo e la spesa militare
che si avvia a raggiungere il trilione di dollari, il deficit della bilancia
commerciale e la crescita esponenziale del debito pubblico e del debito estero,
la stessa minaccia al finora incontrastato dominio del dollaro nelle
transazioni internazionali ora insidiato da altre monete e altre coalizioni di
Paesi. Si aggiunga il fatto che tra pochi mesi scadranno alcune tranches
importanti dei T-Bond: il governo americano dovrà rifinanziare nel corso del
2026 una quota record di titoli di stato, qualcosa come 9.500/10.000 miliardi
di dollari (all’incirca un terzo di tutto il debito pubblico) con emissioni a
tassi d’interesse crescenti e col rischio di insolvenza se le aste dovessero
dare risultati inferiori al fabbisogno. Per la prima volta la maggiore potenza
economica e finanziaria d’Occidente rischia l’insolvenza o, in alternativa,
un’inflazione devastante se i tassi d’interesse dovessero crescere oltre i
limiti. E’ questo il volto più evidente della “crisi dell’impero”. Il vero
tallone d’Achille di Creso. O il vero significato dell’infausta profezia di
Delfi.
giovedì 20 novembre 2025
La distruzione definitiva della Palestina
Lo storico Kamel stronca il sì dell’Onu al piano Usa su Gaza: “È un brutto
giorno per l’autodeterminazione palestinese” – Gisella Ruccia
“È un
grande giorno per Netanyahu, Hamas e Trump, presidente-pregiudicato che
presiederà il ‘Consiglio di pace’. È un brutto giorno per
la sicurezza a lungo termine dello Stato di Israele, per l’autodeterminazione
palestinese e più in generale anche per le tante persone perbene
che ci sono nel nostro mondo”. Con questa frase icastica, Lorenzo
Kamel, professore di Storia Internazionale all’Università di Torino,
adjunct professor alla Luiss School of Government e finalista del premio
nazionale per la divulgazione scientifica con il suo ultimo saggio Israele-Palestina
in 36 risposte (Einaudi), commenta la risoluzione 2803 su Gaza,
approvata il 17 novembre dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu con 13 voti
favorevoli e l’astensione di Russia e Cina. Un voto che rimescola gli
equilibri della regione e affida a Donald Trump il controllo
della Striscia per due anni attraverso un organismo dai contorni indefiniti, il
“Consiglio di Pace”, i cui membri saranno scelti direttamente dal presidente
statunitense.
Ospite
di Effetto Giorno, su Radio24, Kamel mette in evidenza la
natura “talmente vaga e talmente arbitraria” del testo, privo di riferimenti
alle risoluzioni precedenti e agli accordi che negli ultimi decenni hanno
definito il quadro negoziale israelo-palestinese. Nessun cenno agli Accordi
di Oslo, che stabiliscono l’unità territoriale di Gaza e Cisgiordania;
nessun richiamo alla risoluzione 476 del 1980, con cui il Consiglio
di Sicurezza aveva ribadito che l’acquisizione di territori con la forza è
inammissibile. La nuova risoluzione, osserva lo storico, “va sostanzialmente in
una direzione opposta”, cristallizzando la separazione tra i due territori
palestinesi e impedendo all’Autorità nazionale palestinese di avere un ruolo
nella Striscia.
L’orizzonte politico che ne risulta appare così indeterminato da offrire
a Trump e Netanyahu la possibilità di dichiarare insufficiente
“qualsiasi sforzo della controparte palestinese”, anche in una
situazione ipotetica in cui i palestinesi “divenissero la Norvegia del Medio
Oriente”.
Kamel
ricorda che i paesi arabi che hanno sostenuto la risoluzione
sono guidati da “leader corrotti e ricattabili”, a cominciare
da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Leader che,
osserva, sanno che la loro sopravvivenza politica ed economica “passa dal
piegarsi a ciò che gli viene richiesto”, e che si attendono concessioni
sostanziali da parte di Trump.
Le astensioni di Mosca e Pechino aprono un altro capitolo: “vedremo a
breve cosa riceverà, ad esempio, la Russia in cambio del suo mancato veto”, afferma
Kamel, lasciando intendere che un ritorno politico non mancherà.
Alla domanda
del conduttore Alessio Maurizi su come interpretare il via
libera dell’ANP e il rifiuto di Hamas, la spiegazione affonda nel quadro che ha
dato origine all’Autorità nazionale palestinese. L’ANP nasce dagli Accordi di
Oslo del 1993-1995: ne derivano i suoi poteri, la sua legittimità, il suo
finanziamento e la sua sopravvivenza amministrativa. Senza Oslo, semplicemente,
non esisterebbe.
Lo storico conferma questo punto: “L’Autorità nazionale palestinese è
totalmente dipendente dal processo di Oslo e il suo capo, Abu
Mazen, è un leader totalmente screditato e corrotto che non ha nessuna
aderenza con la società palestinese, dunque non ha alternativa se non quella appunto
di piegarsi totalmente a quello che gli viene richiesto”.
Scaturisce così la sintesi politica del professore: il voto rappresenta “un
grande giorno per Netanyahu”, che ottiene un margine di manovra e una via
d’uscita anche in caso di ripresa della guerra; “un giorno importante anche per
Hamas”, che vede consolidarsi il proprio potere nella parte di Gaza rimasta
sotto controllo palestinese; “un grande giorno per Trump”, destinato a
presiedere il Consiglio di pace nonostante la condanna inflitta dalla giustizia
americana.
Al contrario, è “un brutto giorno per ciò che resta di Gaza”, divisa
e privata della sua terra coltivabile, “un brutto giorno per la sicurezza a
lungo termine dello Stato di Israele”, “un brutto giorno per
l’autodeterminazione palestinese” e “un brutto giorno” per chi ha a cuore la
causa palestinese.
Sul futuro,
Kamel intravede uno scenario che richiama quello della Cisgiordania
dopo il 1967: un’occupazione “temporanea, fra virgolette”, destinata a
protrarsi nel tempo. “Oltre il 50%, il 53% della Striscia di Gaza è
occupato dalle autorità israeliane”, spiega, e si tratta della parte più
fertile e agricola. La zona sabbiosa e meno produttiva rimane ai palestinesi.
Il professore lega questo quadro alle dinamiche in Cisgiordania, definite dagli
Accordi di Oslo II del 1995. Le aree A e B, frammentate in 165 isole
amministrative, rappresentano poco più del 40% del territorio e resterebbero
sotto controllo palestinese; l’area C, il restante 60%, è la porzione
strategica: risorse idriche, terra fertile, spazio per gli insediamenti.
Se figure come Bezalel Smotrich continueranno a guidare la
linea del governo israeliano, avverte Kamel, si tenterà di “smuovere il
più possibile e di espellere la popolazione palestinese dall’area C”. Il
risultato sarebbe una mappa in cui i palestinesi mantengono soltanto le aree A
e B della Cisgiordania e la parte sabbiosa costiera di Gaza, mentre la porzione
vitale dal punto di vista agricolo, idrico e strategico rimane sotto controllo
israeliano.
L’Onu e la
seconda Nakba dei palestinesi - Alberto Negri
La risoluzione Onu voluta dagli Stati uniti sancisce la seconda Nakba
(catastrofe) dei palestinesi. Cancella di fatto la formula “due popoli, due Stati” lasciando un assai
vago “percorso verso l’autodeterminazione dei palestinesi” che non significa
nulla. Ma conferma, dopo il
massacro di Hamas del 7 ottobre, il genocidio di un popolo, affidato
militarmente a Israele, con il timbro politico di Trump e il nostro assenso.
A meno di non voler credere che davvero un contingente multinazionale e il
disarmo di Hamas siano così fondamentali: questi sono dettagli per gettare
polvere negli occhi a una comunità internazionale che non vede l’ora di essere
accecata e voltare la testa dall’altra parte.
Vediamo la prima catastrofe perché apre la strada alla seconda, a quella in corso. La risoluzione
dell’Onu del 1947 divideva la Palestina in due Stati ma quello ebraico occupava
il 56% della terra pur essendo gli arabi palestinesi il doppio della
popolazione ebraica. Nessuno poteva accettare una soluzione dove metà del
territorio veniva ceduto a un movimento esterno alla regione. La narrativa comune dice che gli arabi
rifiutarono allora questa risoluzione. In realtà nessuno chiese mai ai
palestinesi, sotto mandato britannico, il loro parere: anche allora il
principio di autodeterminazione dei popoli fu gettato nel cestino della carta
straccia, oggi viene riesumato in questa ultima risoluzione sapendo
perfettamente che non verrà mai esercitato. Israele e il suo premier Netanyahu
sono stati chiari: non ci sarà mai uno Stato palestinese. La pax trumpiana, imposta
dopo l’attacco israeliano a Doha del 9 settembre scorso, salva Netanyahu e non deve salvaguardare le
vite dei palestinesi ma gli interessi americani, come dimostra la visita
alla Casa Bianca del principe saudita Mohammed Bin Salman – quello che fece
fare a pezzi il giornalista Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul –
intenzionato ad acquistare gli F-35 Usa.
Quanto successe dopo il 1947 ricorda quello che sta accadendo adesso, sia
a Gaza che in Cisgiordania. Nel 1948 le milizie sioniste attuarono la pulizia etnica della Palestina
distruggendo città e villaggi con l’espulsione subito di oltre 250mila
palestinesi. Oggi Israele occupa
oltre il 50% della Striscia e in Cisgiordania le milizie sioniste radicali con
il sostegno dell’esercito stanno devastando i territori occupati preparando il
colpo finale: la divisione in due della West Bank e impedire ogni
continuità territoriale ai palestinesi. L’annessione è solo questione di tempo.
Secondo i
documenti dell’epoca portati alla luce da storici israeliani come Ilan
Pappé l’operazione della prima
catastrofe venne minuziosamente organizzata: alla fine del mandato
britannico, il 15 maggio 1948, giorno della prima Nakba e celebrato da Israele
come quello dell’indipendenza, centinaia di migliaia di palestinesi avevano
dovuto abbandonare le loro case e la loro terra senza poterci tornare mai più
(la Giordania occupava allora la Cisgiordania e Gerusalemme Est, l’Egitto
Gaza). Tutti sapevano cosa stava
accadendo ma, come oggi, nessuno fece nulla: Israele prese il 78% del
territorio del mandato britannico e 800 mila palestinesi furono vittime della
pulizia etnica.
Quanto
valgono per Israele le risoluzioni delle Nazioni Unite ce lo dicono i
precedenti. L’Onu stabilì che i
profughi dovevano tornare alle loro case e che Gerusalemme doveva essere posta
sotto il controllo internazionale. Niente di tutto questo è mai avvenuto e
niente oggi lascia supporre che Israele possa ammettere un ritorno dei
palestinesi. Come scrive il manifesto l’idea è totalmente
diversa, ovvero procedere, in ogni modo possibile, alla loro deportazione
(articoli di Michele
Giorgio domenica e ieri di Wahid Tamimi).
È
interessante notare un altro
parallelo tra il passato e quanto avviene oggi sul ruolo degli Stati uniti.
Lo sottolinea con efficacia proprio lo storico Ilan Pappé nel suo recente
libro La fine di Israele (Fazi editore). La guerra dei Sei
giorni del 1967, con cui Tel Aviv occupò Cisgiordania, Gaza e la alture siriane
del Golan, cambiò in maniera drastica il processo di pace. Questo processo
diventò un monopolio americano. Gli
Usa, sotto la spinta di un Congresso filo-israeliano – scrive Pappé – hanno
tenuto fuori chiunque altro della regione e del mondo volesse fare da mediatore
nel conflitto. Per questo i processi di pace, anche quelli che portarono
al accordi di Oslo del 1993, si sono trasformati in una tragica farsa. Si
illudevano i palestinesi e si prendeva un po’ in giro la comunità
internazionale mentre Israele aveva l’unico obiettivo di prendere tempo,
normalizzare l’occupazione e rapinare altri territori con gli
insediamenti. La risoluzione Onu
votata ieri ripete lo stesso schema solo con qualche variante più appetibile
alla comunità internazionale e agli europei.
Per questo
credere agli Usa e a Trump oggi è come credere al pifferaio magico dei fratelli
Grimm. La risoluzione infatti piace a Israele (che si sente come al
solito legibus solutus) e anche all’Anp perché promette di
assestare un colpo al rivale Hamas. È un copione già visto, riscritto alla
buona per un film già visto. La fine è nota.
Genocidio senza sanzione? - Domenico Gallo
Pubblichiamo alcuni stralci della introduzione di Domenico Gallo al libro
dell’editore Edimedia dal titolo: “Genocidio, la verità dell’ONU su Gaza”
(con la Convenzione e i rapporti dell’ONU sul genocidio):
1. Genocidio: la parola che non c’era
Le parole non sono solo dei segni che ci aiutano a orientarci nella mappa
concettuale dei significati. La parola determina gli orizzonti del pensabile.
Non a caso l’impoverimento del linguaggio, spesso sotto forma di
semplificazione, rappresenta uno dei più efficaci dispositivi di
depotenziamento dell’azione collettiva.
Costituita dal prefisso greco genos (tribù, popolo)
e dal suffisso latino caedo (l’atto di uccidere), la
parola genocidio illustra la metodica e glaciale intenzionalità di cancellare
un intero gruppo nazionale assieme alle condizioni basilari per la sua
esistenza: cultura, religione, istituzioni, costumi, salute, dignità.
E’ stata proprio la parola “genocidio”, coniata mentre i campi di sterminio
lavoravano a pieno regime, a consentirci di guardare dentro l’orrore per
distinguere la specificità di questa tecnologia del massacro, che dispiega
nella Storia umana la geometrica potenza delle energie distruttrici.
[…] il 6 agosto 1945, il tragico fungo atomico di Hiroshima annunziava che
la notte di orrore dell’umanità non era passata e che la belva aveva ripreso a
ruggire.
4. Da Auschwitz a Hiroshima, dal Tribunale di Norimberga alla Convenzione
internazionale per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio.
Ha scritto il premio Nobel per la pace Elie Wiesel: “E’ Auschwitz che
genererà Hiroshima, e se il genere umano scomparirà a causa della bomba
atomica, questo sarà il castigo di Auschwitz, dove, nella cenere, si spensero
le promesse dell’uomo.”[1]
La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio
è il capostipite dei Trattati internazionali sui diritti umani che saranno
sviluppati in seguito nell’ambito dell’ONU. Infatti la Convenzione, in quanto
primo strumento giuridicamente impegnativo, idoneo a limitare la potestà
d’imperio degli Stati sui propri cittadini, ha aperto la strada
all’elaborazione di tutta la successiva normativa pattizia sui diritti umani.
Essa fu approvata con voto unanime dall’Assemblea generale il 9 dicembre
1948, in stretto rapporto con la Dichiarazione universale sui diritti dell’uomo
di cui costituisce un’appendice ideale. Entrambi questi documenti concorrono a
delineare il quadro con cui la Comunità internazionale, appena uscita della
Seconda guerra mondiale, promise alle generazioni future che quella barbarie
che aveva sconvolto il mondo non sarebbe ritornata mai più.
6. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di
genocidio.
La Convenzione consta di un preambolo e XIX articoli. Nel preambolo le Alte
Parti Contraenti prendono atto che “l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite,
nella Risoluzione 96/1. dell’11 dicembre 1946 ha dichiarato che il genocidio è
un crimine di diritto internazionale, contrario allo spirito e ai fini delle
Nazioni Unite e condannato dal mondo civile”. Pertanto: “riconoscendo che il
genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità”,
si dichiarano convinte “che la cooperazione internazionale è necessaria per
liberare l’umanità da un flagello così odioso”.
La Convenzione conferma che il genocidio, sia che venga commesso in tempo
di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto
internazionale, che le parti contraenti si impegnano a prevenire ed a punire,
definisce la nozione di genocidio e identifica le condotte punibili che
contribuiscono a realizzarlo o ad agevolarlo negli articoli II e III, che
conviene riportare per intero.
Articolo II.
Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti
seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un
gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale:
a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita
intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
Articolo III.
Saranno puniti i seguenti atti:
a) il genocidio;
b) l’intesa mirante a commettere genocidio;
c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;
d) il tentativo di genocidio;
e) la complicità nel genocidio.
Nell’articolo IV sono previste le categorie degli autori dei reati che gli
stati si impegnano a punire; non solo gli individui privati ma anche i
governanti ed i pubblici funzionari.
Le norme successive riguardano le disposizioni relative alla repressione
del genocidio: obbligo degli Stati contraenti di emanare delle norme interne
necessarie a dare attuazione alla Convenzione (art.V); competenza a giudicare
dei tribunali interni e del Tribunale penale internazionale (art. VI);
esclusione del carattere politico del delitto di genocidio ai fini
dell’estradizione (art. VII); garanzie internazionali della Convenzione (art.
VIII e IX). Seguono poi le norme procedurali e finali.
La Convenzione è stata ratificata dall’Italia con la legge n. 153 dell’11
marzo 1952 ma la sua effettiva esecuzione in Italia è rimasta sospesa per 15
anni… Con la legge 9 ottobre 1967 n. 962 è stata data piena attuazione della
Convenzione nel nostro ordinamento.
Il problema più arduo che la Convenzione ha dovuto superare è stato quello
della punibilità del genocidio in concreto. Prevedere l’obbligo degli Stati
parte di emanare una legislazione che assicurasse la punizione dei responsabili
di atti di genocidio è un passaggio obbligato ma si tratta sostanzialmente di
un’arma spuntata. Il genocidio può provenire soltanto da un’organizzazione
statale ed implica necessariamente delle responsabilità governative; sarebbe
ingenuo prevedere la responsabilità dei governanti e dei funzionari pubblici
rimettendo esclusivamente agli organi nazionali la repressione dei relativi
atti delittuosi.[2]
Con un atto di creatività giuridica e di lungimiranza la Convenzione ha
previsto che il delitto di genocidio, in alternativa ai Tribunali nazionali,
potesse essere giudicato da un Tribunale penale internazionale, che all’epoca
non esisteva.
9. Il contrasto di USA e Israele alla Corte penale internazionale.
Il Congresso degli Stati Uniti ha adottato un provvedimento legislativo,
firmato il 2 agosto 2002 dal Presidente George W. Bush, denominato: American
Service members’ Protection Act (ASPA), che contiene disposizioni volte a
impedire che militari statunitensi (e certe altre persone legate al governo
USA) possano essere consegnati o giudicati dalla Corte Penale Internazionale.
Il provvedimento autorizza il Presidente degli Stati Uniti ad usare “tutti
i mezzi necessari e appropriati” per liberare membri dell’esercito USA (o
persone alleate) detenute per conto della Corte Pe nale Internazionale.
Per questo motivo è talvolta chiamato “Hague Invasion Act”.
Quando la Corte penale internazionale ha cominciato ad interessarsi dei
crimini di guerra commessi da tutte le parti in Afganistan, immediata è
scattata la rappresaglia americana.
Nell’era del primo mandato di Trump sono partite le minacce e le sanzioni
personali nei confronti degli organi della Corte per impedire che svolgessero
il loro lavoro di accertamento e di repressione dei crimini internazionali. Il
2 settembre 2020 il Segretario di Stato dell’epoca Mike Pompeo ha annunciato
che gli USA avrebbero applicato delle sanzioni contro la Corte penale
internazionale definita come “un’istituzione totalmente perduta e
corrotta”. Tutto questo sulla base dell’Ordine Esecutivo 13928, firmato
da Donald Trump l’11 giugno 2020, intitolato “Blocking Property of Certain
Persons Associated With the International Criminal Court”. L’ordine
dichiara che la CPI — con l’autorizzazione di indagini contro personale
statunitense o personale di Paesi alleati senza consenso del governo USA — rappresenta
una “minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica
estera degli Stati Uniti”. Le sanzioni erano dirette contro la Procuratrice
dell’epoca, Fatou Bensouda, e il capo della giurisdizione del tribunale Phakiso
Mochochoko, che furono entrambi inseriti nell’elenco “Specially Designated
Nationals” del Dipartimento del Tesoro americano. Le agenzie ci informarono che
l’ordine esecutivo emesso da Trump era stato concordato con il Primo Ministro
israeliano Benjamin Netanyahu. Questi si congratulò con l’amico americano per
la decisione di imporre sanzioni alla “corrotta e faziosa Corte penale
internazionale”, da lui definita: “una Corte politicizzata ossessionata dal
condurre caccia alle streghe contro Israele, gli Stati Uniti e altre democrazie
che rispettano i diritti umani “. Netanyahu accusò la Corte di aver inventato
“accuse stravaganti”, come quella secondo cui “gli ebrei che vivono nella loro
patria storica costituiscono un crimine di guerra”. Questa viscerale critica di
Netanyahu ora come allora si fondava evidentemente sulla concezione che il
territorio dell’ex Mandato britannico sulla Palestina fosse stato assegnato
direttamente da Dio allo Stato di Israele, mentre la Corte, che non ha
competenza in materia di diritto biblico, trae la sua legittimazione dalle
fonti del diritto internazionale, fra cui la terza Convenzione di Ginevra
del 1949, che vieta ad una Potenza occupante di trasferire la sua popolazione
nei territori occupati.
Netanyahu aveva ben motivo di dolersi dell’ingerenza della CPI nelle
vicende del Medio-Oriente perché l’Autorità nazionale palestinese il 2 gennaio
2015 ha aderito allo Statuto della Corte penale internazionale. Il 5 febbraio
2021 la Pre-Trial Chamber, accogliendo le richieste formulate dalla Procuratrice
Fatou Bensouda, ha statuito che la Corte penale internazionale ha competenza a
giudicare i crimini di guerra e contro l’umanità commessi da chiunque in
Palestina, vale a dire nei territori occupati da Israele dal 1967, Gaza e la
Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est.
Con la loro decisione i giudici hanno respinto la tesi di Israele
dell’inammissibilità dell’intervento della Corte poiché la Palestina non è uno
Stato. «La Palestina – affermano – ha accettato di sottomettersi ai termini
dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale e ha il diritto di
essere trattata come qualsiasi Stato per le questioni relative all’attuazione
dello Statuto».
Immediata è stata la reazione del premier israeliano Netanyahu che ha
bollato come «puro antisemitismo» il passo mosso dai giudici internazionali.
«La Corte – ha commentato – ignora i crimini di guerra veri e al suo
posto perseguita lo Stato di Israele dotato di un forte regime democratico e
che rispetta lo Stato di diritto (.) – aggiungendo che la decisione – va contro
il diritto dei paesi democratici di difendersi dal terrorismo». Poi ha
avvertito che «in qualità di primo ministro di Israele, posso assicurarvi
questo: combatteremo questa perversione della giustizia con tutte le nostre
forze».
10. Il mandato di cattura a Netanyahu e Gallant e le sanzioni USA.
Il 21 novembre 2024, la Camera preliminare I della Corte penale
internazionale ha emesso mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav
Gallant per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi dall’8
ottobre 2023 fino ad almeno il 20 maggio 2024. La Corte ha ritenuto che vi
siano fondati motivi per ritenere che entrambi gli imputati siano responsabili
penalmente del crimine del ricorso alla fame come metodo di guerra; e dei
crimini contro l’umanità di omicidio, persecuzione e altri atti disumani. Più
specificamente la Corte ha ritenuto che Netanyahu e Gallant: “abbiano
intenzionalmente e consapevolmente privato la popolazione civile di Gaza di
beni indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui cibo, acqua, medicinali e
forniture mediche, nonché carburante ed elettricità, almeno dall’8 ottobre 2023
al 20 maggio 2024. Tale conclusione si basa sul ruolo svolto da Netanyahu e
Gallant nell’impedire gli aiuti umanitari in violazione del diritto internazionale
umanitario e sulla loro incapacità di agevolare i soccorsi con tutti i mezzi a
loro disposizione. La Corte ha rilevato che la loro condotta ha compromesso la
capacità delle organizzazioni umanitarie di fornire cibo e altri beni
essenziali alla popolazione bisognosa di Gaza. Le suddette restrizioni,
unitamente all’interruzione dell’elettricità e alla riduzione della fornitura
di carburante, hanno avuto un impatto significativo anche sulla disponibilità
di acqua a Gaza e sulla capacità degli ospedali di fornire assistenza medica.”
Le reazioni di Netanyahu sono state immediate. In un video diffuso sui
social, Netanyahu ha detto: “Oggi è un giorno oscuro nella storia
dell’umanità(..) la Corte internazionale dell’Aia, che è stata inventata per
proteggere l’umanità, è oggi divenuta il nemico dell’umanità.” Ha aggiunto che
il mandato è un “passo antisemita” la cui funzione è intimidire Israele e
impedirgli di difendersi.
Ciò ha provocato la reazione indispettita di Trump che ha accusato la Corte
di lesa maestà per aver osato incriminare il suo alleato. La preoccupazione
principale degli Stati Uniti è stata quella di spegnere la voce della
giurisdizione internazionale per consentire ad Israele di portare avanti
indisturbato il suo programma di massacri e pulizia etnica della popolazione
palestinese. Con l’Ordine Esecutivo n. 14203 emesso il 6 febbraio 2025, Donald
Trump. si duole dei procedimenti intrapresi dalla CPI nei confronti di Stati
Uniti e Israele affermando che la Corte ha abusato del proprio potere emettendo
mandati di arresto infondati contro Netanyahu e Gallant. Secondo Trump la Corte
penale internazionale non ha alcun motivo per indagare su USA e Israele perché
«entrambi sono democrazie fiorenti con forze armate che rispettano
rigorosamente le leggi di guerra». Proseguendo, Trump annuncia: «qualsiasi
tentativo da parte della CPI di indagare, arrestare, detenere o perseguire
persone protette (in sostanza i governanti e i militari israeliani) costituisce
una minaccia insolita e straordinaria alla sicurezza nazionale e alla politica
estera degli Stati Uniti, e con la presente dichiaro uno stato di emergenza
nazionale per affrontare tale minaccia. […] Gli Stati Uniti imporranno sanzioni
concrete e significative a coloro che sono responsabili delle violazioni della
CPI, che potranno includere il blocco di beni e proprietà, nonché la
sospensione dell’ingresso negli Stati Uniti per funzionari, dipendenti e agenti
della CPI, insieme ai loro familiari stretti». L’ordine esecutivo ha sanzionato
direttamente il Procuratore capo della CPI, Karim Khan, ma Trump non si ferma
qui e ha delegato il Segretario di Stato, Marco Rubio, a designare gli
ulteriori soggetti da sanzionare fra tutti coloro che partecipano o
contribuiscono all’attività della CPI. Dopo il Capo della Procura, sono stati
sanzionati a cascata altri otto magistrati: il 5 giugno 2025 quattro giudici
della CPI: Solomy Balungi Bossa (Uganda), Luz del Carmen Ibáñez Carranza
(Perù), Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou (Benin), Beti Hohler (Slovenia); e
il successivo 20 agosto due ulteriori giudici – Nicolas Guillou (Francia) e
Kimberly Prost (Canada) – e due vice-procuratori – Nazhat Shameem Khan (Figi) e
Mame Mandiaye Niang (Senegal).
Seguendo questo filone a Francesca Albanese sono state applicate, con un decreto
di Marco Rubio del 9 luglio 2025, le medesime sanzioni previste per la CPI
perché, nella sua qualità di Relatrice speciale del Consiglio (ONU) dei
Diritti umani sulle violazioni dei diritti umani nei territori occupati da
Israele nel 1967: «ha manifestato uno sfacciato antisemitismo, ha espresso
sostegno al terrorismo e aperto disprezzo per gli Stati Uniti, Israele e
l’Occidente. Tale pregiudizio è stato evidente nel corso della sua carriera,
inclusa la raccomandazione alla CPI, senza una base legittima, di emettere
mandati di cattura contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e
l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant». Nel suo decreto Rubio lamenta,
inoltre, che Albanese «di recente ha intensificato questa azione scrivendo
lettere minatorie a decine di entità in tutto il mondo, tra cui importanti
aziende americane nei settori della finanza, della tecnologia, della difesa,
dell’energia e dell’ospitalità, formulando accuse estreme e infondate e
raccomandando alla CPI di avviare indagini e procedimenti penali contro queste
aziende e i loro dirigenti». Quindi Rubio conclude: «Non tollereremo queste
campagne di guerra politica ed economica, che minacciano i nostri interessi e
la nostra sovranità nazionale. Gli Stati Uniti continueranno a intraprendere
tutte le azioni che riterranno necessarie […] per controllare e prevenire gli
abusi di potere e gli abusi illegittimi della CPI e per proteggere la nostra
sovranità e quella dei nostri alleati». Cosa significano queste sanzioni lo ha
spiegato Francesca Albanese in una conferenza stampa il 4 settembre 2025.
Le sanzioni USA alla CPI hanno suscitato un’immediata ondata di
indignazione a livello globale. In particolare, 79 Stati parti dello Statuto di
Roma, il 7 febbraio 2025, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta
affermando il loro «continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza,
all’imparzialità e all’integrità della CPI» perché «la Corte rappresenta un
pilastro fondamentale del sistema giudiziario internazionale, garantendo
l’accertamento delle responsabilità per i crimini internazionali più gravi e la
giustizia per le vittime». La Dichiarazione è stata firmata da tutti i paesi
dell’Unione Europea, tranne l’Italia, la Repubblica ceca e l’Ungheria (che ha
avviato la procedura per ritirarsi dalla CPI). Evidentemente l’insofferenza del
Governo Meloni per la giurisdizione non si arresta alle frontiere nazionali e
non esita a rovesciare le tradizioni costituzionali del nostro paese che è
stato capofila dell’iniziativa diplomatica sfociata nella sottoscrizione a
Roma, il 17 luglio 1998, dello Statuto della CPI.
La pretesa di bloccare l’operatività della Corte penale internazionale,
proprio nel momento in cui sarebbe massimo il bisogno di reagire con misure di
giustizia a un genocidio in corso sotto i nostri occhi, è uno scandalo, un
golpe contro il diritto internazionale e le regole che faticosamente la
Comunità degli Stati si è data per cercare di rafforzare la debole trama del
diritto internazionale dei diritti umani.
11. Israele accusata di genocidio: il processo dinanzi alla Corte
Internazionale di Giustizia
Il 28 dicembre 2023 il Sud Africa ha presentato alla Corte Internazionale
di Giustizia la richiesta di istituire un procedimento contro Israele.
Naturalmente, anche di fronte a questo atto Netanyahu ha reagito con rabbia
definendo il processo innanzi alla CIG “una vergogna di cui ci si ricorderà per
generazioni”, ma non ha potuto sottrarsi al procedimento perché la
giurisdizione della Corte è obbligatoria per tutti gli Stati che abbiano sottoscritto
la Convenzione
13. I segnali d’allarme provenienti dalla società israeliana.
E significativo registrare come anche in Israele si sono levate voci dalla
società civile che hanno con coraggio denunciato i crimini commessi dal proprio
paese e non hanno esitato a ricorrere al concetto di genocidio.
L’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights–Israel (PHRI), Medici
per i diritti umani-Israele, ha pubblicato il 2 luglio 2025 un documento
intitolato “A Health Analysis of the Gaza Genocide” (una analisi sanitario del
genocidio di Gaza). Questo documento esamina le azioni israeliane a Gaza negli
ultimi 22 mesi, sostenendo che la distruzione sistematica delle infrastrutture
sanitarie e le condizioni di vita imposte alla popolazione costituiscono atti
di genocidio secondo la Convenzione delle Nazioni Unite del 1948. Il
rapporto documenta l’attacco a 33 dei 36 ospedali e cliniche di Gaza,
l’evacuazione forzata di 22 ospedali nel nord e a Gaza City, e l’uccisione o
detenzione di oltre 1.800 operatori sanitari. Il rapporto evidenzia, inoltre,
le restrizioni imposte da Israele sull’ingresso di forniture mediche
essenziali, come analgesici, disinfettanti, strumenti chirurgici e latte in
polvere, che hanno contribuito a sofferenze e decessi evitabili. Sottolinea la
creazione deliberata di condizioni di vita destinate a distruggere la
popolazione palestinese, inclusi l’accesso limitato a cibo, acqua e assistenza
sanitaria, e l’erosione dei determinanti sociali della salute. Secondo PHRI le
azioni israeliane soddisfano almeno tre dei criteri stabiliti dall’Articolo II
della Convenzione sul genocidio: a) uccisione di membri del gruppo; b) causare
gravi danni fisici o mentali ai membri del gruppo c) imporre deliberatamente
condizioni di vita destinate a distruggere il gruppo. In conclusione,
l’organizzazione invita la comunità internazionale a intraprendere le opportune
azioni per fermare il genocidio e garantire la protezione dei diritti umani a
Gaza.
Ancora più perentoria risulta la conclusione del rapporto “il nostro
genocidio” pubblicato Il 28 luglio 2025, da B’Tselem, il Centro d’Informazione
Israeliano per i Diritti Umani nei Territori Occupati. Con questo rapporto,
B’Tselem documenta ciò che tutti i governi occidentali, a partire da quello
italiano, fingono di non vedere: ovvero che da quasi due anni Israele sta
portando avanti un genocidio a Gaza. Un genocidio deliberato e sistematico con
uccisioni di massa, creando enormi danni fisici e mentali alla popolazione,
usando la fame come arma di guerra e creando condizioni generali che
impediscono ai palestinesi di continuare a vivere a Gaza. Israele sta
pianificando e organizzando la pulizia etnica dei palestinesi. Per B’Tselem, il
genocidio è stato sviluppato “cogliendo l’opportunità del 7 ottobre 2023” e, dopo
oltre 21 mesi, continua a Gaza e, in forme specifiche, anche in Cisgiordania e
all’interno di Israele. Ma non solo, fa parte della storia dello Stato
israeliano, del patrimonio politico sionista. La politica dominante, di centro
destra e di centro sinistra, in Europa, nel mondo occidentale, ma non solo
(vedi i cosiddetti “Paesi fratelli” del mondo arabo e musulmano),non fa nulla
di “reale” per fermare questo genocidio. Discute oziosamente di “eccessi”, di
sanzioni contro Israele, parla di riconoscimento dello Stato di Israele quando
per oltre 30 anni, dagli Accordi di Oslo, ha finto di non vedere che questi
servivano ad aumentare l’oppressione e l’espropriazione territoriale dei
palestinesi, rendendo impraticabile qualsiasi possibilità di “due popoli, due
stati”. Intanto accordi militari, economici, politici, armi, materie prime e
merci “dual use”, continuano a essere sottoscritti e a fluire verso Israele. Un
genocidio dei palestinesi che avviene con l’attiva complicità dei paesi
occidentali, ma anche con l’inesistente opposizione dei capitalismi russo e
cinese, loro rivali nella spartizione del mondo.
15. L’accordo firmato in Egitto ferma il genocidio ma le sue conseguenze
restano.
Il 10 ottobre finalmente si è giunti ad un cessate il fuoco, a seguito dell’accettazione
da parte di Israele e di Hamas del piano di pace in 20 punti proposto da Donald
Trump, il 29 settembre, con il supporto di Egitto, Qatar e Turchia. Il 13
ottobre, avvenuta la liberazione dei 25 ostaggi israeliani e di circa 2.000
detenuti palestinesi ostaggio di Israele, Trump è stato accolto trionfalmente
alla Knesset dove ha celebrato il suo piano di pace come “l’Alba di un nuovo
Medio Oriente”, annunciando che “Israele vivrà in pace per l’eternità”.
Ma il genocidio rimane.
Ha scritto da Gaza la scrittrice Lina Ghassan Abu Zayed: “Quando le bombe
smettono di cadere, il mondo presume che la guerra sia finita e la chiama pace.
Ma a Gaza il silenzio che segue il bombardamento non è pace; è l’inizio di un
confronto con il vero dolore”.
Domenico Gallo
[1] Elie Wiesel, l’ebreo errante, Firenze, 1986
[2] Roberto Barsotti, voce Genocidio in Codice degli atti internazionali
sui diritti dell’uomo, Giuffrè, 1981
PALESTINA OLTRE
LA MISTIFICAZIONE DELLA PACE - Pasquale Liguori
Qui sta la potenzialità rivoluzionaria
della Palestina: non nel fornire un modello già pronto, ma nell’aprire una
breccia nella percezione del possibile
Ieri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza
Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo:
una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non
disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità
invece di illuminarle.
Ne usciva l’ennesima rappresentazione anestetizzata del genocidio: si
parlava di cessate il fuoco, di dialogo, di pace, come se fossimo alla fine di
una guerra sfortunata, non dentro la prosecuzione di un progetto coloniale.
È anche da questo disagio che nasce la necessità di mettere in fila alcuni
punti, senza pretese di esaustività ma con il desiderio di offrire, almeno, una
piccola bussola. Non per aggiungere un’altra voce al rumore di fondo, ma per
provare a restituire la struttura di ciò che sta accadendo, oltre le narrazioni
tranquillizzanti dei talk show.
In Palestina non c’è nessun dopoguerra, perché la guerra non è mai finita.
Quella enfaticamente annunciata da Trump non somiglia né a una tregua, né a un
cessate il fuoco: è solo una pausa cosmetica che ha leggermente abbassato il
volume della violenza. L’assedio a Gaza resta intatto, il 90 percento delle
infrastrutture è stato distrutto, più della metà della Striscia è sotto
controllo militare diretto, il cibo e i farmaci entrano a gocce, i prezzi sono
schizzati alle stelle. La fame continua a essere un’arma di guerra e i massacri
non sono cessati, si sono “normalizzati”. Parlare di pace è, semplicemente, una
mistificazione.
Questo non è un incidente passeggero, ma l’ultima fase di oltre un secolo
di guerra contro il popolo palestinese e la sua terra: colonie che si
espandono, popolazione indigena compressa, recintata o espulsa. Per la maggior
parte dei palestinesi, tra Gaza e Cisgiordania, il futuro resta cupo: aleggia l’incertezza,
domina il lutto, la paura che la prossima ondata possa essere perfino peggiore.
In questo contesto, la vecchia formula della “soluzione a due Stati” appare
per quello che è sempre stata: un metodo diplomatico pensato per guadagnare
tempo e coprire il consolidamento del progetto coloniale. Da decenni Israele
moltiplica le colonie in Cisgiordania, ritaglia blocchi territoriali che
rendono impraticabile la contiguità di qualunque Stato palestinese reale,
mantiene un assedio duraturo su Gaza, trasforma ogni ipotesi di sovranità in
una finzione amministrativa. Il problema non è la geometria dei confini, ma la
logica del regime. Ciò che andrebbe messo al centro non è la scelta tra uno o
due Stati, ma la necessità di porre fine alla supremazia etno-nazionale che ha
strutturato Israele: un sistema che dà gerarchia razziale alla cittadinanza,
legifera la discriminazione, organizza la propria riproduzione politica attorno
all’annientamento – fisico, sociale, simbolico – dei palestinesi.
De-sionizzare Israele significa questo: smantellare il regime di apartheid,
sciogliere l’idea di stato “ebraico” suprematista tra il fiume e il mare,
riconfigurare i rapporti tra coloro che vivono su quella terra a partire da
certezze politiche, dal diritto al ritorno, dall’autodeterminazione, dalla fine
della guerra permanente contro la popolazione indigena.
Finché Israele continuerà a muoversi dentro un regime di impunità totale –
militare, politica, giudiziaria – nessuna ipotesi istituzionale potrà reggere.
La domanda cruciale non è come adornare la scena con nuovi riconoscimenti, ma
come disinnescare il sistema che garantisce a Israele l’esenzione perpetua da
ogni responsabilità.
Dentro questo regime, la resistenza palestinese non è un eccesso
irrazionale ma una necessità storica. I media occidentali la registrano quasi
esclusivamente come terrorismo, vendetta, pulsione suicida. Lo sguardo è sempre
lo stesso: patologizzare la ribellione, naturalizzare la violenza coloniale. Ma
la prospettiva si capovolge se si parte dalle condizioni materiali: villaggi in
Cisgiordania strangolati da colonie e strade militari, uliveti incendiati,
lavoratori picchiati o uccisi sui tragitti, assedio totale su Gaza, fame
programmata, bombardamenti quotidiani, uso sistematico della carcerazione e
della tortura come strumenti di governo. In questa architettura della morte,
resistere significa semplicemente rifiutare di accettare il proprio
annientamento come destino. La resistenza – armata, popolare, culturale –
diventa l’unico modo per tentare di deformare il regime, alterarne i rapporti
di forza, costringere il mondo a fare i conti con la questione palestinese non
come “dossier” ma come crisi strutturale dell’ordine globale.
Le discussioni interne – strategiche e tattiche – sulla scelta di intraprendere
una manovra offensiva come quella del 7 ottobre non annullano questi
presupposti. Si può discutere se quella decisione abbia colto il momento
giusto, se abbia sottovalutato la risposta genocida dello Stato coloniale, se
abbia aperto più spazi o più vulnerabilità. Ma un fatto è innegabile: il
genocidio non è cominciato il 7 ottobre, è esploso alla luce del sole. Israele
ha mostrato il proprio volto senza più infingimenti, e nel farlo ha eroso la
propria legittimità internazionale, soprattutto nella percezione delle nuove
generazioni.
In questo senso, la resistenza palestinese non è solo difesa: è anche un
principio di speranza. Non nel senso consolatorio del termine, ma come apertura
di possibilità politiche: costruire alleanze reali, spingere i movimenti nel
mondo a misurarsi con la Palestina, produrre spostamenti materiali nei rapporti
di forza. È qui che la lotta palestinese eccede i propri confini: “Palestina”
diventa una parola chiave per interrogare la natura stessa dell’impero
statunitense, il rapporto tra colonia d’insediamento e metropoli, il
funzionamento di un capitalismo che integra il genocidio nel proprio
metabolismo.
Una delle strategie centrali del dominio israeliano è sempre stata la
frammentazione. Muri, checkpoint, zone militari, permessi di circolazione,
regimi diversi di cittadinanza e residenza: carta d’identità verde per i
palestinesi della Cisgiordania, blu per Gerusalemme, regole ancora differenti
per Gaza. Un solo sistema di controllo, declinato in forme diverse di inclusione
ed esclusione, privilegiate e subalterne. L’obiettivo: impedire la costruzione
di una soggettività politica unitaria, ridurre la moltitudine palestinese a una
somma di comparti stagni, con interessi e orizzonti apparentemente divergenti.
Il 7 ottobre ha messo a nudo potenzialità e limiti imposte da questa
architettura. Gaza, pur sotto assedio, ha sviluppato nel tempo capacità
proprie: strutture sotterranee, produzione autonoma di armamenti,
organizzazione politica relativamente coesa. Ma la Cisgiordania, Gerusalemme e
i palestinesi con cittadinanza israeliana, decimati da decenni di arresti
preventivi, cooptazioni, controllo capillare, non hanno potuto – o saputo –
produrre una risposta coordinata all’altezza di quel momento storico. Ne sono
nate fratture, senso di colpa, percezione di uno squilibrio nel sacrificio. E
tuttavia, proprio l’intensificazione della violenza coloniale ricorda a tutti,
con brutalità, che il progetto di lungo periodo della colonia è sbarazzarsi dei
palestinesi in quanto tali. Il messaggio è chiaro: non importa che documento
porti in tasca, quale sia la tua posizione nella gerarchia giuridica, quale
segmento di territorio abiti. Nel calcolo strategico del sionismo, sei un
ostacolo da rimuovere, gradualmente o in blocco. È questa minaccia condivisa
che, paradossalmente, rilancia l’idea dell’unicità, al di là della
frammentazione prodotta dall’occupazione.
Intorno a Gaza sono fioriti i piani per il “day after”. Think tank
imperiali, miliardari dell’hi-tech, architetti della governance globale hanno
immaginato la Striscia come laboratorio: dalla “riviera immobiliare” sognata
nelle prime versioni trumpiane, in cui i palestinesi erano semplicemente
scomparsi, fino ai progetti più recenti che prevedono combinazioni di colonie
israeliane, zone speciali, corridoi economici, forme di amministrazione
“palestinese” rigidamente subordinate alla sicurezza israeliana.
Ciò che accomuna queste fantasie è l’esclusione pressoché totale della
volontà dei gazawi e del popolo palestinese. La priorità non è ricostruire una
vita degna, ma neutralizzare Gaza come centro della resistenza, trasformarla in
un territorio addomesticato, integrato nel circuito degli affari. Ricostruire
senza restituire sovranità, investire senza restituire diritti: è il modello
classico della controinsurrezione neoliberale, ora applicato su macerie ancora
fumanti.
Per i palestinesi, e per chiunque prenda sul serio la questione, il
problema non è “cosa costruire sulle rovine”, ma perché quelle rovine esistono.
Senza affrontare la radice politica – il regime di supremazia, l’apartheid,
l’occupazione, il diritto al ritorno negato – ogni piano di ricostruzione è
solo un’operazione estetica al servizio dell’ordine coloniale.
Se guardiamo alle metropoli occidentali, questi due anni hanno prodotto un
effetto evidente: le crepe nell’egemonia ideologica del sionismo si sono
allargate. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Europa, la Palestina è
diventata un banco di prova morale: gli studenti occupano i campus, i
lavoratori si attivano stimolando i propri sindacati, le comunità nere, arabe,
musulmane intrecciano le proprie lotte con quella palestinese, sempre più
persone vedono la coincidenza tra “interessi nazionali” proclamati dall’élite e
complicità con il genocidio.
Non è un caso che alcune figure politiche emergenti, anche in contesti
profondamente ostili, siano state trascinate in parte dal loro posizionamento
su Palestina: non perché incarnino una svolta radicale, ma perché il modo in
cui si rapportano a questa questione diventa misura di attendibilità etica
complessiva. La Palestina ha reso visibile, in modo quasi osceno, la distanza
tra retorica dei “diritti umani” e pratica effettiva dell’imperialismo
liberale.
E tuttavia, il sostegno strutturale a Israele non è crollato. Le classi
dirigenti continuano a fornire armi, intelligence, copertura diplomatica.
Alcuni governi europei hanno riconosciuto lo “Stato di Palestina”, ma senza
interrompere i contratti militari con Israele, senza sostenere sanzioni reali,
senza mettere in discussione la cooperazione industriale e tecnologica. È un
doppio movimento: lavaggio di coscienza da un lato, continuità materiale del
sostegno dall’altro. Per questo la parola chiave resta la stessa: impunità.
Finché Israele potrà bombardare, affamare, espellere, incarcerare di massa
senza pagare alcun prezzo in termini di sanzioni, isolamento, rottura di
relazioni strategiche, ogni riconoscimento simbolico rimarrà una foglia di
fico. La priorità non è dare un timbro di “statualità” alla Palestina, ma
togliere il salvacondotto politico-militare allo Stato aggressore.
Nella società israeliana, esiste un dissenso – refuseniks, piccole realtà
anti-sioniste, poche voci intellettuali – ma resta minoritario, tardivo,
centrato per lo più su questioni interne: la corruzione di Netanyahu, la
restituzione degli ostaggi, la crisi istituzionale. Le grandi manifestazioni
che hanno riempito le strade non hanno preso parola contro il genocidio a Gaza,
ma contro la gestione “inefficiente” della guerra, contro il rischio che il
patto tra Stato e società ebraica si incrinasse. Il sistema politico nel suo
complesso – dalla destra messianica alla cosiddetta “sinistra sionista” –
condivide gli stessi presupposti: la necessità di mantenere uno Stato ebraico
tra il fiume e il mare, la centralità della forza militare, l’inaccettabilità
del diritto al ritorno, l’idea che i palestinesi siano, nella migliore delle
ipotesi, una popolazione da amministrare. Netanyahu non è un’anomalia, ma
un’espressione particolarmente sfrontata di una struttura condivisa. Il
conflitto interno riguarda le forme del dominio, non la sua fine. Non
sorprende, allora, che le poche sacche di dissenso più lucido guardino
all’esterno: chiedono boicottaggio, disinvestimento, sanzioni, fine dei
programmi di cooperazione militare e accademica. Sanno che, senza pressione
esterna, la società israeliana non produrrà da sola la trasformazione
necessaria. Questo è un punto che i movimenti nel Nord globale dovrebbero
assumere con chiarezza: non c’è “pace” possibile appaltata alla coscienza del
carnefice.
La Palestina, però, non si limita a esigere solidarietà. Costringe a
guardare in faccia la corruzione delle istituzioni occidentali: media che
mentono spudoratamente mentre i video di Gaza circolano sui telefoni di tutti;
università che si presentano come spazi critici e reprimono gli studenti;
parlamenti che si indignano per l’invasione russa dell’Ucraina e finanziano il
genocidio in Palestina; Ong e apparati “umanitari” che depoliticizzano l’orrore
trasformandolo in questione di “aiuti”.
In questo senso, la Palestina è una condensazione di contraddizioni. Mostra
come la democrazia liberale sia perfettamente compatibile con l’apartheid e il
genocidio, purché avvengano abbastanza lontano, purché colpiscano i soggetti
giusti. Mostra come il capitalismo globale integri la distruzione di intere
società nel proprio funzionamento ordinario: commesse militari, accordi
energetici, sperimentazioni di tecnologie di sorveglianza che poi vengono esportate.
Mostra come il linguaggio dei diritti umani possa essere usato come arma,
selettiva e ipocrita. Ma proprio per questo, offre anche qualcosa: l’occasione
di rompere l’incantesimo. Chi ha seguito Gaza in questi due anni ha visto,
spesso per la prima volta, la nudità delle relazioni di potere che fino a ieri
erano coperte dal velo della “comunità internazionale”. La fiducia nelle
istituzioni si erode, non solo a destra ma anche in ampi settori popolari che
rifiutano l’idea che “non ci sia alternativa”.
Qui sta la potenzialità rivoluzionaria della Palestina: non nel fornire un
modello già pronto, ma nell’aprire una breccia nella percezione del possibile.
Da questa breccia non nasce automaticamente un’altra società. Serve
organizzazione. Non basta l’indignazione, non basta la solidarietà episodica,
non bastano le manifestazioni oceaniche che non lasciano strutture dietro di
sé. Quello che manca, tanto in Palestina quanto nelle metropoli, è un
ecosistema organizzativo all’altezza del tempo: reti stabili, media indipendenti,
gruppi capaci di passare dalla protesta simbolica a forme di lotta che
interrompano davvero i flussi logistici, economici, militari.
Le azioni dei tempi recenti – blocchi dei porti, campagne contro i
produttori d’armi, occupazioni universitarie, forme di sabotaggio simbolico e
materiale – indicano una direzione, ma restano sparse. La sfida è trasformarle
in una trama: territori in cui ci si conosce di persona, capacità di comunicare
anche se le piattaforme vengono censurate, saperi “low tech” che permettano di
resistere dentro scenari di controllo sempre più pervasivo, preparazione alla
lotta non come fantasia romantica, ma come eventualità concreta in un’Europa
che scivola verso forme sempre più dure di autoritarismo.
La discussione sui fascismi che avanzano, sulle società dello scoring
sociale, sulle doppie vite necessarie per sfuggire alla sorveglianza di massa
non riguarda un futuro remoto. È già qui, nei dispositivi che regolano
frontiere, welfare, lavoro. La Palestina non è un altrove esotico: è il
laboratorio in cui queste tecniche vengono testate con la massima violenza.
Ignorarlo significa prepararsi a subirne una versione “domestica” senza avere
né gli strumenti analitici né quelli organizzativi per opporvisi.
Il cessate il fuoco a Gaza non è la fine della guerra: è una pausa tattica
dentro un ciclo di annientamento che dura da oltre un secolo. In questo
intermezzo apparente, la domanda politica non è “quanto durerà la tregua”, ma
che cosa fare di questa sospensione relativa: lasciarla riempire da processi di
normalizzazione – i piani di ricostruzione business-friendly, i riconoscimenti
simbolici, il ritorno alla routine – o usarla per costruire organizzazione,
tessere reti, preparare il terreno perché la prossima offensiva non trovi un mondo
altrettanto complice e disarmato.
La Palestina non chiede pietà. Chiede che si guardi in faccia la verità
dell’ordine globale, che si scelga da che parte stare e che ci si organizzi di
conseguenza. In cambio offre qualcosa che, nel cuore della catastrofe, resta
prezioso: la possibilità concreta di pensare e costruire un’altra forma di vita
politica. Non al posto dei palestinesi, ma insieme a loro, sapendo che la loro
liberazione non è una causa esterna, ma una condizione della nostra stessa
emancipazione.
L’omesso e
il nascosto nella risoluzione Usa su Gaza all’Onu
«Il Consiglio di Sicurezza
ha detto sì, ma ciò che resta sul tavolo somiglia più a un involucro che a un
accordo di pace», introduce con efficacia il cattolico Avvenire. «La
risoluzione americana su Gaza, approvata con 13 voti favorevoli e le astensioni
di Mosca e Pechino, segna certo un passaggio diplomatico rilevante, ma non
offre alcun riferimento concreto all’unico sbocco riconosciuto dalla comunità
internazionale come credibile: la soluzione a due Stati».
Assenza decisiva, lo Stato di Palestina
Dal premier
Netanyahu l’opposizione alla nascita di uno Stato palestinese costretta dalla
diplomazia. Senza ritegno il suo governo di estremisti. «La missione della mia
vita è impedire la creazione di uno stato palestinese nel cuore della nostra
terra», dichiara il ministro delle finanze Bezalel Smotrich. Peggio Itamar Ben
Gvir, sottolinea il manifesto, che vorrebbe far fuori tutti i leader
dell’Autorità nazionale palestinese (Anp): «Se accelerano il riconoscimento
dello stato palestinese, e l’Onu lo riconosce, dovrebbero essere ordinati
omicidi mirati di alti funzionari dell’Anp». Per il 90enne Abu Mazen,
«C’è una cella di isolamento pronta per lui nella prigione di Ketziot», ha
minacciato il suprematista ebraico. Un altro personaggio su cui la Corte penale
dell’Aja continua ad essere distratta.
Ringhi
elettorale ma di Stato Palestinese non c’è traccia
Ma Israele
sa bene che nella risoluzione che gli Stati uniti hanno portato all’Onu non
esiste un progetto chiaro per la nascita di uno stato palestinese. Il riferimento
è stato inserito per volontà dei governi arabi, ma solo per non irritare
l’alleato, e l’arzigogolo Trump: «percorso verso l’autodeterminazione». Il non
dire per mai fare. Nella striscia intanto Israele continua a uccidere. Ad
al-Daraj,sganciato un ordigno su una scuola-rifugio, ferendo 13 persone, tra
cui diversi bambini. Almeno due palestinesi sono stati uccisi dai militari
vicino alla ‘linea gialla. Nella Cisgiordania occupata, i coloni israeliani
hanno dato fuoco a case e automobili palestinesi vicino a Betlemme, mentre a
Tzur Misgavi a centinaia hanno attaccato persino la polizia israeliana che
tentava di sgomberare un avamposto illegale, denuncia Eliana Riva.
L’invenzione Onu
«Una forza
internazionale sarà incaricata di stabilizzare la Striscia e disarmare Hamas.
Donald Trump esulta, definendo il voto ‘storico’ e annunciando la creazione di
un Board of Peace che guiderà personalmente». Oltre le sparate ormai
caricaturali del personaggio che s’indora, i fatti purtroppo dicono altro.
Rigoroso Giulio Isola su Avvenire
«Un entusiasmo che stride con il contenuto del documento, nel quale la
prospettiva della statualità palestinese viene solo evocata in forma
condizionale e rinviata a un futuro indeterminato, subordinata a riforme
dell’Autorità Palestinese e a un avanzamento della ricostruzione. Una formula
di circostanza che non definisce tempi, garanzie né competenze».
Più diplomazia che contenuti
Russia e
Cina, inizialmente pronte a mettere il veto, hanno scelto l’astensione, pur
criticando l’opacità del processo. Mosca aveva depositato nei giorni scorsi una
bozza alternativa: niente smilitarizzazione obbligatoria, nessun Board of Peace
presieduto dallo stesso Trump, e una forza internazionale affidata alla
supervisione del segretario generale dell’Onu, non a Washington. Posizioni
condivise da Pechino e dall’Algeria, rimaste però isolate di fronte alla
compatta pressione dei principali Paesi arabo-musulmani — Qatar, Egitto,
Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Indonesia, Pakistan e Turchia — determinati
a non rallentare la fase due del piano, dopo il cessate il fuoco, la
liberazione dei prigionieri e il ritiro parziale dell’Idf dalla Striscia.
L’Autorità Palestinese ha salutato con ‘soddisfazione’ il voto e chiesto una
«attuazione immediata».
L’assenza di impegni chiari nel
testo
La reazione
dei diretti interessati denuncia la fragilità del tutto. Hamas ha respinto la
risoluzione definendola un passo verso una tutela straniera su Gaza degli
interessi israeliani, rifiutando ogni riferimento al disarmo. Netanyahu,
stretto tra pressioni interne e la prospettiva di una governance internazionale
della Striscia, ha ribadito che Israele «resta contrario allo Stato
palestinese» e che la smilitarizzazione di Gaza sarà perseguita «con le buone o
con le cattive». Sul terreno la tensione resta alta: gli scontri con i coloni
nell’avamposto di Tzur Misgavi e le violenze a Jaba’a, vicino Betlemme,
confermano che la Cisgiordania continua a essere un banco di prova instabile e
infiammabile.
Russia e Cina astenuti ma arrabbiati
Da Mosca e Pechino, pur scegliendo l’astensione, molte critiche. Il
rappresentante russo ha denunciato l’affrettatezza del processo e l’assenza di
un impegno reale verso due Stati. L’ambasciatore cinese Fu Cong ha parlato di
un documento che «non riflette una visione adeguata per una soluzione politica
complessiva» e che consegna agli Usa un ruolo dominante attraverso il Board of
Peace e l’International Stabilization Force, di cui «non si conoscono né
mandato né limiti».