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mercoledì 2 settembre 2026

I veri trafficanti di esseri umani sono nel governo - Gianluca Cicinelli

 

Il governo italiano ha deciso ieri di prorogare per altri quindici giorni i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, introdotti il primo agosto dopo l’arrivo a Ceuta di decine di migliaia di migranti dal Marocco. Dopo un mese possiamo finalmente giudicare quella decisione non sulle paure evocate per giustificarla, ma sui risultati. Quasi 500 mila passeggeri provenienti dalla Spagna sono stati controllati attraverso le liste, oltre 180 mila identificati all’ingresso in Italia, 31 respinti alla frontiera e sei arrestati. Solo otto dei respinti erano cittadini marocchini e non è emerso un flusso di migranti arrivati in Italia passando da Ceuta. Bugiardi conclamati. Ma questo lo sapevamo.

Per spaventare la popolazione, il governo Meloni aveva prospettato il pericolo che i migranti potessero riversarsi dalla Spagna verso l’Italia. E non soltanto loro. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato ufficialmente di possibili «infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori», ricordando la presenza di aree di reclutamento jihadista in Marocco e rilanciando contemporaneamente la necessità di combattere il traffico di esseri umani. La cosa era ancora più singolare perché il 4 agosto, durante il vertice straordinario dei ministri dell’Interno europei, Spagna e Commissione avevano comunicato che la grandissima maggioranza dei migranti entrati a Ceuta era già stata riportata indietro e che non si erano verificati spostamenti verso la Spagna continentale né verso altri Stati membri.

Questo non significa che a Ceuta non sia accaduto nulla. È accaduto qualcosa di enorme, con decine di migliaia di persone che hanno attraversato il confine in pochissimo tempo, morti, feriti, campi improvvisati e una città sottoposta a una pressione eccezionale. Né significa che non esistano trafficanti di esseri umani, organizzazioni criminali o rischi di sicurezza. Significa una cosa molto più semplice: quelle minacce specifiche utilizzate dal governo italiano per costruire l’allarme su un possibile trasferimento verso l’Italia non si sono materializzate nei termini annunciati. Eppure il dispositivo resta in piedi e viene prorogato.

Ed è questo l’uso strumentale, da oggetti, da non persone, che il governo Meloni ha stabilito dal suo insediamento con i migranti. Persone che non erano in Italia, che non risultavano dirette in Italia e che non potevano neppure muoversi liberamente da Ceuta verso il resto d’Europa sono state trasformate preventivamente in una minaccia italiana. E allora chi sono i trafficanti di esseri umani? Coloro che usano persone prive di qualsiasi bene materiale sbattute in faccia all’opinione pubblica e ai confini, buttate come cose rotte nel gioco della politica più bieca dell’estrema destra europea. Ecco chi è che traffica in esseri umani e li usa senza pudore e in barba ai propri principi morali e religiosi tanto rivendicati.

Per questo va usata per il governo Meloni, deliberatamente e paradossalmente, la stessa espressione che loro ripetono da anni. Stiamo dicendo qualcosa di politico: il governo che ha fatto della lotta ai “trafficanti di esseri umani” uno dei pilastri della propria propaganda è diventato esso stesso, nel senso più letterale della metafora, un trafficante di esseri umani, perché pensa ai migranti prima di tutto come oggetti da bloccare, trasferire, rimandare indietro e collocare altrove a seconda della convenienza politica. Come soprammobili, alimenti scaduti, scarpe vecchie.

Il trafficante criminale guarda un uomo e vede qualcuno da caricare su una barca e trasportare oltre un confine in cambio di denaro. Il governo Meloni guarda quello stesso uomo e vede qualcuno da usare per far paura all’opinione pubblica e raccattare voti. La differenza giuridica è evidente, quella morale molto discutibile. Perchè c’è un elemento comune che il paradosso serve precisamente a mettere in luce: la persona scompare e resta la logistica del suo corpo.

Il modello Albania rende questa logica quasi didascalica. Si prende una persona intercettata lungo una rotta migratoria e si costruisce un sistema affinché la sua pratica possa essere trattata fuori dal territorio italiano. Il progetto ha incontrato ostacoli giudiziari, è stato modificato e ridimensionato, ma la filosofia politica rimane intatta: il problema non è soltanto decidere se quella persona abbia o meno diritto di restare; è fare in modo che mentre lo decidiamo stia altrove.

Ceuta ha portato questa concezione un passo oltre. Questa volta non bisognava spostare persone già presenti sul territorio italiano: bisognava impedire preventivamente che si spostassero verso di noi. E quindi si è sospesa una parte della libera circolazione con la Spagna. Il paradosso dei dati è quasi perfetto: mezzo milione di verifiche per 31 respingimenti, mentre l’Unione europea aveva certificato già all’inizio della crisi che non esistevano movimenti secondari da Ceuta verso altri Stati membri. Il governo e Fratelli d’Italia leggono quegli stessi 31 respingimenti come la dimostrazione che i controlli funzionano; si può leggerli esattamente al contrario, come la distanza enorme tra l’apparato politico e amministrativo messo in moto e il fenomeno che avrebbe dovuto giustificarlo.

Dietro questa politica c’è naturalmente anche la sicurezza. Ogni Stato ha non soltanto il diritto ma il dovere di sapere chi entra nel proprio territorio e di intervenire quando esistano rischi concreti. Ma proprio la parola concreti fa la differenza. Se un possibile jihadista può nascondersi tra migliaia di migranti, questo non trasforma migliaia di migranti in possibili jihadisti. Se esistono trafficanti che sfruttano i viaggi della disperazione, questo non trasforma ogni movimento migratorio in un’operazione organizzata dai trafficanti. Usare costantemente il terrorista, lo scafista e il trafficante come sagome sovrapposte alla figura del migrante serve invece a compiere un’operazione politica precisa: togliere alla persona la sua individualità e trasformarla in una categoria di rischio.

È così che il trattamento disumano può presentarsi come semplice amministrazione linguistica. Non si dice: prendiamo uomini, donne e bambini e cerchiamo il modo di tenerli il più lontano possibile da noi. Si parla di contrasto ai flussi, controllo delle frontiere, rimpatri, hub, Paesi sicuri, movimenti secondari, prevenzione delle partenze. Così il buon cattolico che vota Meloni e la domenica ascolta l’invito del prete ad aiutare gli ultimi avrà la coscienza a posto, non sentirà più parlare di esseri umani ma di “flussi” da gestire.

I veri trafficanti di esseri umani, altrettanto riprovevoli di coloro che lo fanno per soldi, sono i governi che li trafficano per voti.

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giovedì 27 agosto 2026

ricordando Fortebraccio

Fortebraccio scrisse una volta sull’Unità: “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Antonio Cariglia.”

Oggi potrebbe scriversi lo stesso di Piantedosi, ministro della Paura del governo Meloni.

Piantedosi sarà ricordato per quattro motivi:

 1 per i suoi sforzi per conferire la cittadinanza agli extracomunitari:

Andy Diaz  ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2023 su proposta del ministro Matteo Piantedosi dopo che era stata avviata la procedura dal presidente del Coni Giovanni Malagò per i risultati conseguiti nel salto triplo.

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 2 per i suoi sforzi di accrescere l’occupazione in Italia (per storie di letto, naturalmente)

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 3 per gli straordinari risultati ottenuti dalla chiusura delle frontiere con la Spagna

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 4 il Caronte del mar Mediterraneo a protezione delle milizie assassine libiche ostacola oltre la decenza le ONG che salvano i naufraghi

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come sarebbe bello un naufragio del governo italiano, con figli e nipoti, in una tempesta nel mar Mediterraneo, senza nessun soccorso, se non quello delle ONG, così, per vedere l’effetto che fa.

 

Fortebraccio scriverebbe “Si aprì la portiera dell'auto. Non scese nessuno. Era Matteo Piantedosi, che a differenza di Antonio Cariglia, ha un sacco di morti nel suo curriculum e nella fogna della storia ha un posto assicurato”.


venerdì 7 agosto 2026

La diplomazia del bluff - Elena Basile

 

La guerra di attrito tra gli Americani e l’Iran procede a intermittenza, dimostrando come la superiorità militare e tecnologica della coalizione Epstein si scontri con la capacità iraniana di controllare i flussi energetici.

Attraverso Hormuz nel 2025 transitavano 20 milioni di barili, scesi nel 2026 a 14. Come testimoniato da diverse organizzazioni internazionali, il 20% della produzione mondiale di idrocarburi e prodotti petroliferi transita per lo stretto. Gli Houthi — che non sono solo dei proxy dell’Iran come vengono definiti nella narrativa occidentale, ma hanno una propria agenda mirata in particolare all’Arabia Saudita — hanno chiuso lo stretto di Bab al-Mandab, che collega il golfo di Aden al mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. L’importanza strategica è evidente e spiega come quelli che un tempo gli analisti occidentali definivano una “banda di guerriglieri” siano riusciti a difendersi dai bombardamenti di Riad e dal feroce blocco a cui erano sottoposti. Sono stati inoltre, prima della guerra contro l’Iran, la sola forza che, insieme ad Hezbollah, ha reagito militarmente al genocidio del popolo palestinese.

“Ambasciatrice, ma lei difende persino gli Houthi?!” Mi sembra di riascoltare Gasparri che, in un osceno dialogo con la sottoscritta nel programma Rai di Giletti, mi aveva posto scandalizzato la domanda con riferimento all’Iraq. Come si possono difendere i “subumani”, i musulmani, sunniti o sciiti che siano? Le razze e le religioni sono in auge soprattutto tra le forze politiche di destra. Uno scontro è in corso come nel Medioevo e bisogna schierarsi. Non è questa la diplomazia che ho studiato e ai cui principi mi attengo. La cooperazione e la mediazione con gli altri, per quanto diversi o nemici possano essere percepiti, sono nel nostro interesse nazionale e proteggono i beni comuni dell’umanità: stabilità e pace.

Gli americani hanno ripreso ad attaccare l’Iran senza avere chiari scopi strategici, se non quello, con una guerra prolungata e alternata a tregue, di indebolire l’Iran, alleato importante di Russia e Cina. Teheran resiste perché culturalmente la popolazione ha una familiarità con il dolore e la sopportazione della pena che non ha uguali in Occidente. Dopo 46 anni di sanzioni occidentali e la guerra con l’Iraq (1980/88), gli iraniani sono abituati al sacrificio. Sono inoltre una società avanzata: la classe dirigente, accademica, scientifica e politica non ha paragoni per competenza e preparazione con la nostra. Hanno una difesa missilistica potente e riescono a fabbricare nuovi missili durante il conflitto. Il controllo dei flussi energetici, che implica conseguenze catastrofiche per l’economia mondiale, fornisce all’Iran e agli Houthi una deterrenza significativa.

Il presidente Trump gioca con l’economia riuscendo, nell’altalena di attacchi e tregue, a realizzare profitti per il suo clan. In vista delle elezioni di novembre insegue i suoi fidati alleati della lobby di Israele, che gli hanno permesso di occupare il ruolo che detiene. Nel lungo periodo si augura di sfiancare l’avversario e di accontentare il potere bancario, pronto a prestiti eccezionali alle compagnie petrolifere in grado di impossessarsi delle materie prime del Paese sciita e di realizzare progetti energetici forieri di interessi vitali al sistema finanziario occidentale. Deve tuttavia restare cauto, in quanto gli alleati arabi stanno subendo le rappresaglie iraniane. L’intero sistema, basato sulla protezione militare di Washington e sull’investimento dei proventi petroliferi in dollari, ha mostrato la sua fragilità.

Si tratta di un gioco rischioso che, se andasse male, potrebbe mettere in crisi il sistema bancario internazionale. Il mercato occidentale, come nota l’analista Alex Krainer, ha perso le sue regole e la sua integrità. La crisi petrolifera, che è evidente persino nelle code alle pompe di benzina in Nord America, ha prodotto un paradossale abbassamento dei prezzi petroliferi. Secondo Krainer, il mercato è manipolato da interferenze esterne che alimentano la bolla speculativa e rendono probabile una crisi finanziaria.

Questo MOU (Memorandum of Understanding — un protocollo d’intesa d’indirizzo politico, formalmente non vincolante ma usato per tracciare linee d’accordo diplomatiche) purtroppo ha costituito uno dei tanti bluff a cui l’incompetente quanto malefica classe dirigente statunitense ci ha abituato. Si trattava di una capitolazione, di un riconoscimento sostanziale della vittoria iraniana. L’impero non accetta le sconfitte e trucca la realtà, riversando i danni e i rischi sui propri alleati. L’Europa, di fronte al Medio Oriente in fiamme, resta inerme: nessuna iniziativa diplomatica all’orizzonte. Fa mostra di una certa riluttanza a partecipare al conflitto. L’Italia è più esposta ed è costretta, malgrado i dinieghi di facciata, a fornire basi aeree e a permettere voli essenziali dal punto di vista logistico. Il Governo Meloni si arrampica sugli specchi per non ammettere di fronte ai propri cittadini una complicità di fatto nella guerra. Può ingannare l’opinione pubblica, forse, ma non certo l’Iran.

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giovedì 30 luglio 2026

Stipendi PA, la riforma Meloni taglia gli accessori: ecco chi rischia di perdere soldi - Federico Giusti

Il Governo Meloni procede spedito con le modifiche al sistema di valutazione delle performance nella Pubblica Amministrazione. Il salario accessorio diventa una variabile dipendente dai cosiddetti "risultati certificati" da dirigenti e funzionari. È un argomento su cui ci siamo già soffermati, ma proprio perché rischia di cadere nell'oblio, torniamo ad esprimere alcune considerazioni. Analizzeremo il rapporto tra la performance e la costruzione di un'ideologia valutativa, fino ad arrivare ai contratti nazionali con aumenti inferiori al costo della vita e istituti contrattuali divisivi.

La Costruzione del "Demerito"

La riforma del Merito, alla fine, persegue due obiettivi rilevanti: ottenere valutazioni più basse e aumentare le differenziazioni tra dipendenti. Questo scenario porterà a penalizzazioni non solo economiche, ma anche sulle progressioni di carriera. Si sta costruendo un sistema in cui ottenere valutazioni elevate sarà assai più difficile rispetto al passato. In questo modo, si potranno spingere verso il basso le retribuzioni reali del personale, dopo aver esaltato la sottoscrizione, in tempi record (visti i ritardi cronici del passato), dell'ultimo contratto per scuola, statali e funzioni locali. Ma su questo torneremo più avanti.

La Retorica del Merito e la Gerarchia

La ratio di questo provvedimento si deduce dall'assenza di credibilità dei meccanismi premiali, delegittimati nel corso del tempo. Spesso la "performance" è una reale perdita di tempo, gli obiettivi conferiti al personale un mero rito, e la formazione una manna per quell'industria privata che banchetta attorno al Pubblico.

Differenziare le valutazioni a tutti i costi sembra essere la soluzione per restituire senso all'intero sistema, stabilendo il principio, di per sé illogico, che una valutazione non funziona se non presenta forti disparità. Si dimentica che, con le regole attuali, è sufficiente mezzo punto in meno per essere esclusi dalle progressioni di carriera; progressioni che, per intervento della Ragioneria Generale dello Stato, non possono comunque essere erogate a più del 50% degli aventi diritto.

Queste considerazioni ignorano che stiamo parlando di soldi dei lavoratori: quella "produttività" che di fatto sostituisce la quattordicesima e che non dovrebbe essere soggetta a una lotteria. Lotteria attraverso la quale si stabilisce anche il sistema di potere dirigenziale e dell'area quadri sul restante personale. Le valutazioni servono anche a rendere palese la gerarchizzazione dei ruoli e la catena di comando. Al resto pensano i codici etici e comportamentali, l'obbligo di "fedeltà aziendale" con regolamenti che possono penalizzare il dipendente anche per comportamenti pubblici tenuti fuori dal luogo di lavoro. Tutto questo non incide positivamente sulla macchina organizzativa e gestionale della PA; chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire.

La Nuova Disciplina e la Carenza di Risorse

La nuova disciplina modifica l’articolo 3 del d.lgs. n. 150/2009, cambiando anche i meccanismi di calcolo per proporzionare la retribuzione al punteggio ricevuto. La cultura della performance e la retorica del merito sanciscono il trionfo delle disparità di trattamento economico, spesso al solo fine di dare un senso burocratico all'intero ciclo valutativo.

L’organo di indirizzo politico-amministrativo (negli Enti locali, il Sindaco) definisce gli obiettivi insieme ai dirigenti. Spesso e volentieri si costruiscono obiettivi a immagine e somiglianza del Programma di mandato della Giunta, a discapito dell'autonomia tra politica e amministrazione. Questa autonomia è già fortemente minacciata dalla possibilità di nominare dirigenti di seconda fascia senza concorso pubblico.

In diverse occasioni, i Governi sono stati richiamati dalla Corte dei Conti a individuare obiettivi da perseguire improntati a una maggiore selezione. Tempo inutilmente perso in una PA che perde, specie in alcuni comparti, migliaia di dipendenti, con dinamiche salariali al ribasso e con strumenti di lavoro risibili se confrontati con altri paesi europei.

Facciamo un esempio concreto: in un ospedale con organici inferiori del 20%, doppi turni e ferie soppresse, il ruolo dei dirigenti dovrebbe essere quello di costruire un sistema che differenzia il punteggio di due infermieri che operano nello stesso reparto, fianco a fianco? Vi sembra possibile con un servizio sanitario al collasso?

La Demagogia del "Cittadino Valutatore"

La riforma introduce un modello di valutazione coinvolgendo nella performance la cittadinanza. Tuttavia, l'utente spesso non ha le conoscenze necessarie per distinguere eventuali errori o negligenze di un singolo lavoratore dalle inadempienze strutturali dei dirigenti e dei vertici amministrativi.

Se un cittadino protesta (legittimamente) per un disservizio, è certo di conoscerne la vera causa? È prodotto da una riduzione di spesa, da organici inadeguati o da scelte politiche che spingono verso la privatizzazione dei servizi? Invocare la valutazione dei cittadini serve per far credere all'opinione pubblica che il loro parere conti, quando invece le istanze sociali reali vengono calpestate. Se interessasse davvero l'opinione dei cittadini, oggi non avremmo i tetti di spesa che limitano fortemente le assunzioni nella PA, avremmo abbattuto le liste di attesa in sanità e avremmo maggiori interventi sociali.

L'Ideologia delle "Eccellenze" a Numero Chiuso

La riforma prevede che, in ciascun ufficio dirigenziale generale, i punteggi massimi non potranno essere attribuiti a più del 30% dei dipendenti appartenenti alla stessa categoria o qualifica. Si stabilisce per legge che solo pochi avranno il punteggio massimo e, di conseguenza, valutazioni più alte. La differenziazione e le disuguaglianze economiche diventano il faro guida dell'agire nella PA. Inoltre, tra quanti avranno ottenuto le valutazioni più elevate, solo il 20% potrà essere considerato "eccellente", con concrete opportunità di carriera e miglioramento economico.

Salari da Fame e Fuga verso il Privato

Il meccanismo che guida questa riforma dovrebbe essere chiaro: bloccare la dinamica salariale. Gli stipendi nella PA italiana continuano ad essere tra i più bassi d'Europa. I rinnovi contrattuali presentano forti sperequazioni tra i comparti del Pubblico e perfino tra Enti dello stesso comparto.

Avere sottoscritto un contratto in tempi accettabili non costituisce un'inversione di tendenza rispetto alle politiche restrittive intraprese da tempo, specie se poi gli istituti contrattuali risultano sempre gli stessi (divisivi e discutibili), e se la tendenza è quella di rafforzare la contrattazione di secondo livello a discapito di quella nazionale. Gli ultimi contratti non recuperano il potere di acquisto perduto. Trovare novità positive nei testi contrattuali è un'impresa ardua.

L'adeguamento dei salari al costo della vita è impossibile fino a quando vigeranno le attuali regole in materia di contratti. Regole che il Governo non cambierà perché, spingendo al ribasso i salari, punta a frenare ogni azione conflittuale. In questo scenario, si piegano i sindacati alla logica perdente del "contenimento del danno", mentre dipendenti formati e preparati scappano dal pubblico verso il privato dove, ironia della sorte, troveranno spesso condizioni retributive e lavorative migliori.

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“Finiamola di usare la parola ‘maranza’, è un insulto etnico. È come ‘terrone’ negli anni Settanta” - Franco Gabrielli

 

“Intanto mi piacerebbe che si togliesse dal dibattito la parola ‘maranza’ che è un insulto dal timbro etnico, perché nello slang milanese significa ‘marocchino zanza’. È come se negli anni ’60-’70 avessero fatto una norma sui terroni“. Così a In Onda (La7) interviene Franco Gabrielli, ex capo della Polizia e già autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, a proposito del disegno di legge del governo Meloni sulla microcriminalità minorile.
Gabrielli condivide le critiche espresse dal procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che ha definito il provvedimento “inutile”. E aggiunge: “Stiamo parlando quasi del nulla, da un punto di vista degli esiti, anche perché questa norma non modificherà nulla da un punto di vista della certezza della pena, della lunghezza dei processi e del diritto alla difesa. Questi sono provvedimenti che, da un punto di vista della loro effettiva capacità di incidere, non produrranno effetto“.

L’ex prefetto riconosce però che il problema esiste: “Naturalmente c’è un tema della condizione giovanile che riguarda anche ragazzi di seconda generazione e che, per chi vive la realtà milanese, non può non tenere nella debita considerazione. Allora, come al solito, perché ci dobbiamo dividere da curve da stadio, per cui dobbiamo criminalizzare un’intera generazione oppure immaginare che certi episodi non abbiano nessuna rilevanza? – sottolinea – Io credo che una giusta via di mezzo ci sia, cioè la necessità di intervenire significativamente su queste questioni, possibilmente in modo preventivo. Ci sono delle bellissime esperienze in Europa, come in Islanda e in Scozia“.

Gabrielli amplia poi la sua stroncatura all’intera produzione normativa del governo in materia di sicurezza: “Ci sono norme a bizzeffe, ho perso pure il conto dei decreti sicurezza del governo Meloni.Tutte quelle norme hanno prodotto, chi dice 400, chi dice 500 anni di nuova carcerazione, ma da un punto di vista degli effetti pratici credo che in prospettiva abbiano semplicemente creato le condizioni per limitare le libertà, non per garantire una condizione di maggiore sicurezza”.
L’ex capo della Polizia torna infine sul punto centrale: “Anche questo discorso sui “maranza” è una forma di criminalizzazione di queste fasce giovanili in maniera più o meno indiscriminata. Poi, ripeto, la questione esiste, gli episodi non sono di percezione ma sono reali. Tuttavia, queste modalità così generalizzate di criminalizzazione delle persone soltanto perché li si immagina appartenere a una categoria sono forme di limitazione e di marginalizzazione di fasce ben precise”.

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sabato 18 luglio 2026

Trump contro ‘Antifa’ a difesa dei fascismi. Vertice rivelazione - Ennio Remondino


L’ipocrisia del linguaggio. ‘Antifa’ come movimento di opposizione sociale agli autoritarismi: palestinesi, immigrati, lavoratori emarginati. Insomma, l’antifascismo della Costituzione italiana, l’esempio più nobile. All’Antifa di Trump, l’argentino Milei -quello della motosega-, partecipa con entusiasmo, mentre gli europei si nascondono. L’Italia che tifa per quella destra, partecipa sperando di non farsi vedere troppo. Mentre il Segretario di Stato Usa Rubio completa il quadro attaccando la Corte penale internazionale.

Bandiera issata, voce abbassata

Mentre altre cancellerie europee lo snobbano, Roma presta la propria presenza a un evento che non discute una minaccia, ma all’opposto la certifica. Questo è infatti il punto politico: trasformare una categoria decisamente controversa di polizia in un fatto diplomatico.

Facciamo finta che…

Antifa, nuova piroetta del governo. «Vertice anti-Antifa, Contrordine camerati: non sarà più il leghista Molteni ma il sottosegretario agli Interni Prisco a rappresentare l’Italia». Andrea Colombo osserva come da un diplomatico, osservatore per cortesia, al vertice di Rubio sulla lotta al terrorismo rosso andrà il sottosegretario agli Interni Emanuele Prisco, di assoluta fede meloniana. Obiettivo dichiarato: «allargare al mondo la crociata anticomunista annunciata sin da ottobre da Trump». Negli Usa se ne occuperà Sebastian Gorka, già spalla di Bannon con legami stretti con l’estrema destra ungherese, Paese da cui proviene. Ma la ‘piovra antifa’ è ovunque e rappresenta una minaccia per l’America. Quindi intromissioni americane di ogni tipo ovunque. Anche per questo l’intera Europa che ancora ragiona frena e prende le distanze.

Con gelo, salvo Argentina e Italia

Tra i 60 paesi destinatari dell’invito solo due hanno per ora annunciato adesione e rappresentante del governo: l’Argentina di Milei e l’Italia di Meloni. I grandi Paesi europei non hanno fatto sapere niente. È possibile che alcuni, debitamente pressati, mandino alla fine un rappresentante, probabilmente un diplomatico in veste di osservatore. La stessa postazione defilata, trattandosi esplicitamente di «vertice ministeriale», sulla quale fino a sabato era deciso ad attestarsi anche il governo italiano. Poi è arrivata la telefonata di Meloni, forse dovuta a un suo ripensamento, più probabilmente perché messa alle strette dal Dipartimento di Stato americano, ed è cambiato tutto. In entrambi i casi il significato del cambio in corsa è identico.

Piroette e ipocrisie

Accusa dalle opposizioni: «Il governo italiano resta legato a doppio filo all’Internazionale nera capeggiata da Trump. La scelta di considerare sospetti di terrorismo “gli antifa”, definizione estensibile a volontà, permetterà agli agenti di Trump di prendere di mira qualsiasi opposizione, in una specie di resurrezione grottesca del maccartismo, stavolta senza più i comunisti da mettere all’indice». «Se l’Italia, come sembra probabile, sarà il solo Paese europeo presente a pieno titolo al summit, allora la scelta di restare comunque quanto più vicini possibile all’America di Trump sarà palese. E sarà significativo anche che tra i grandi paesi occidentali solo quelli in cui la destra è al governo accreditino una crociata contro il dissenso travestita da lotta contro un terrorismo fantasma», il severo Andrea Colombo.

Si salvi chi può

Il tempo è scaduto e Washington ha chiuso la lista dei partecipanti al summit contro la «rinascita del terrorismo di estrema sinistra». Un vertice «anti-Antifa», contro un gruppo che non esiste formalmente come organizzazione, per costruire una risposta globale alla «minaccia comunista» su cui il presidente statunitense Donald Trump ha così tanto insistito nei suoi ultimi discorsi pubblici. Una «minaccia esistenziale» come lo Stato islamico e al Qaeda. Ma gli scettici sul summit sono molti. Dentro e fuori l’Europa si parla di scarso preavviso, di agenda poco chiara, di più urgenti impegni diplomatici. Profilo basso, e diversi tentennamenti per evitare di irritare Washington, denuncia Enrica Muraglie

«La legge è una, quella della giungla»

Ieri Rubio allo scoperto ha reso ancora più chiaro l’obiettivo del summit con un messaggio sui social in perfetto stile trumpiano: «C’è un’istituzione che si chiama Corte penale internazionale, stanno facendo una guerra al nostro paese non con proiettili e missili ma con il cosiddetto ‘diritto internazionale’».

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mercoledì 29 aprile 2026

Grazia o non grazia - Thomas Mackinson

Nicole Minetti graziata da Nordio e Mattarella. Condannata a 3 anni e 11 mesi: non sconterà nemmeno un giorno - Thomas Mackinson

Doveva scontare 3 anni e 11 mesi di reclusione ma non sconterà neppure un giorno. Nicole Minetti, condannata in via definitiva per Ruby-bis e per peculato nella “rimborsopoli” lombarda, a febbraio è stata graziata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato parere favorevole dopo quello della Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano. Mattarella ha firmato. La pena viene così cancellata prima ancora di essere eseguita. Le due condanne – 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby-bis e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali – erano state unificate in un cumulo per un totale di 3 anni e 11 mesi. Nel 2022 si era aperta la fase esecutiva, con fascicolo attivo presso la Procura generale. Ma l’esecuzione era stata sospesa: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali e l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza era fissata nel dicembre 2025. Prima ancora di arrivarci, però, è giunta la richiesta di grazia. Il perno fondamentale è la necessità di provvedere a esigenze familiari che devono restare riservate per motivi di privacy. Esigenze ritenute valide dalle autorità e dalle istituzioni competenti che hanno deciso di concederle questo raro atto di clemenza senza dare alcuna pubblicità al provvedimento.

A scoprirlo è stato il programma d’inchiesta Mi Manda Rai3 condotto da Federico Ruffo che domenica dedica un’ampia ricostruzione sulle “rimborsopoli” regionali a cura di Floriana Bulfon. La notizia della grazia concessa a Minetti salta fuori dalla curiosità di capire che fine abbiano fatto quei consiglieri terremotati dalle inchieste.

Contattata ieri dal Fatto Nicole Minetti ha preferito non commentare né rilasciare dichiarazioni in proposito. L’argomentazione è lineare: l’esecuzione della pena – anche in forma alternativa – avrebbe inciso in modo rilevante proprio sulle esigenze familiari che Minetti ha posto alla base della sua richiesta di grazia. Tali per cui la pena non poteva essere eseguita. La riservatezza è dovuta anche all’alto rischio di esposizione mediatica della richiedente dal passato a dir poco “controverso”.

Igienista dentale di Silvio Berlusconi (“Love of my life”), poi consigliera regionale in Lombardia, per un decennio Nicole Minetti è stata una delle figure più riconoscibili – e discusse – di una intera stagione politica e ha segnato a suo modo un’epoca. Dalle “cene eleganti” di Arcore all’esposizione continua, è diventata nel tempo un simbolo di quel sistema: visibilità, fedeltà personale, potere e leggerezza nell’uso dei fondi pubblici. Negli anni in Regione il suo nome finisce infatti anche nell’inchiesta sulla “rimborsopoli” lombarda. La condanna per peculato riguarda l’utilizzo di circa 19 mila euro di fondi pubblici per spese ritenute estranee all’attività istituzionale: pasti, taxi, acquisti personali e altre spese di carattere privato, lontane dall’esercizio del mandato consiliare. Somme che successivamente sono state risarcite.

A distanza di 15 anni il racconto è completamente diverso: la Minetti col gloss che impartiva istruzioni alle Olgettine ha cambiato vita. Nell’istanza di grazia preparata dall’avvocata milanese Antonella Calcaterra, emerge il profilo di una vita ricostruita lontano dalla politica, inserita in un contesto economico internazionale. Accanto a lei, il compagno imprenditore Giuseppe Cipriani, attivo da decenni tra Europa e Uruguay, dove nel 2018 ha avviato quello che nell’istanza viene descritto come il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael.

È in questo contesto che si collocano e maturano le esigenze familiari che hanno consentito a Nicole Minetti di modificare anche la sua posizione giuridica fino all’istanza di grazia accolta lo scorso febbraio.

Nel 2024 la famiglia si è trasferita a Milano, dove lei svolge attività di volontariato certificate. “La signora Cipriani ha svolto volontariato nel periodo aprile 2024 – giugno 2025, in ambito ambulatoriale”, conferma al Fatto la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. Ha poi fatto domanda alla Casa della Carità, collabora con la Caritas per il doposcuola nella parrocchia di San Marco, in centro. La prova di un percorso rieducativo – che la stessa istanza assume come già compiuto – non è mai passata attraverso l’esecuzione della pena. La grazia interviene prima di tutto questo. Il decreto è legittimo. La Costituzione lo prevede. Ma resta una scelta discrezionale che farà discutere. Sulla bilancia della giustizia hanno pesato le esigenze familiari della nuova Minetti che chiudono una parabola tutta italiana: da via Olgettina al Palazzo di Giustizia, al decreto di grazia. In mezzo, un Paese che s’indigna ma poi perdona.

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Minetti ha fatto causa per avere il bambino che le è valso la grazia – Thomas Mackinson

Il bambino grazie al quale Nicole Minetti ha ottenuto la grazia ha una madre biologica in Uruguay. Ma ora è scomparsa: il 14 aprile, quattro giorni dopo il primo articolo del Fatto, le autorità hanno diramato un ordine di rintraccio a suo nome. Anche l’avvocata che difendeva quella madre non c’è più: è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, in circostanze sospette. Nulla, ufficialmente, collega questi fatti alla grazia che a febbraio ha cancellato le condanne a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. Ma più si scava, più le ragioni della grazia traballano. A partire da un presupposto: quel bambino che nell’istanza viene presentato come “abbandonato alla nascita” senza legami familiari non lo era. Gli atti del Tribunale di Maldonado consultati dal Fatto raccontano invece che ancora oggi ha entrambi i genitori viventi e identificati, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una vera e propria causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”. Il procedimento si chiuderà in loro favore soltanto il 15 febbraio 2023.

Il bambino è nato a fine 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale lo affida all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (INAU) per un massimo di 45 giorni come “estrema ratio”, vista la situazione della famiglia: madre indigente, padre detenuto. Il giudice González Camejo dispone di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”. Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera che lo Stato avrebbe dovuto aiutare. Maldonado è un contesto spaccato: turismo e denaro da una parte, povertà estrema dall’altra. Il 17% della popolazione vive nell’indigenza. I minori dell’INAU finiscono in hogares anonimi: maltrattamenti, adozioni forzate e corruzione — una vera “fabbrica di orfani”. Negli ultimi mesi è esploso uno scandalo nazionale alla notizia di 114 bambini morti in cinque anni.

È in questo contesto che entrano in scena Minetti e il suo compagno, l’imprenditore milionario Giuseppe Cipriani, in rapporti di affari e di piaceri con Jeffrey Epstein, come ha rivelato il Fatto tre giorni fa. La coppia trasferitasi in Uruguay costruisce un rapporto stretto con l’ente pubblico: dona soldi e beni, nei weekend apre il ranch ai bambini. Fra questi c’è anche il piccolo, con genitori così poveri da non potersi permettere neppure un avvocato, tanto da ottenere l’ausiliatoria de pobreza. Ma in che modo entra nell’orbita della ricca coppia italiana? L’Inau, secondo una testimonianza raccolta dal Fatto, portava i minori a pranzo nella tenuta di Cipriani. “Giuseppe li faceva arrivare al chakra, li serviva lui, ma era solo per coprire altri traffici”. Il piccolo dopo l’operazione negli Stati Uniti “stava benissimo, correva felice”. Eppure, “Minetti non ci stava mai, stava sempre e solo con la tata Fatima”. Su come sia arrivato lì, la risposta è piesos, poder e miedo. Soldi, potere e paura.

Ed è qui che emergono altre crepe. Nell’istanza di grazia si sostiene che già nel 2021 Minetti e Cipriani abbiano portato il bambino negli Usa per un delicato intervento chirurgico. Ma all’epoca non avevano ancora alcun diritto a farlo. Come ha potuto espatriare? Forse con lo stesso jet privato con cui– secondo la testimonianza resa al Fatto – arrivavano e partivano anche le “ragazze” dal ranch di Punta del Este, aggirando i controlli dell’immigrazione?

L’avvocata dei genitori biologici non può più rispondere: Mercedes Nieto, 49 anni, è morta il 15 giugno 2024 insieme al marito, anche lui avvocato, carbonizzati nella loro casa di vacanza a Garzón. Si indaga per duplice omicidio. “Non posso fornire informazioni — dice al Fatto il procuratore Sebastián Robles — tutte le piste sono aperte, compresa quella delle cause che patrocinavano”.

Un’altra crepa incrina il pilastro “clinico” della grazia, dopo quello sulla presunta “nuova vita” di Minetti. I legali sostengono che nell’ottobre 2021, grazie a Cipriani e Minetti, il bambino sia stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova. Per tale ragione, scrive l’avvocato, il bambino sarebbe stato operato negli Stati Uniti. Quei pareri contrari, citati nella copia visionata dal Fatto, tuttavia, non sono stati numerati e allegati all’istanza. Il professor Pietro Mortini del San Raffaele, i professori Luca Denaro e Maurizio Iacoangeli a Padova non lo hanno mai visto. Il minore non risulta tra i pazienti dell’ospedale.

L’istanza firmata dall’avvocato Antonia Calcaterra evidenzia che l’intervento a Boston non è stato risolutivo, tanto che all’ultimo controllo del 16 aprile 2025 sono emersi rischi di recidiva e complicazioni. Allega una dichiarazione dell’équipe che indica come “necessaria la costante presenza della madre, anche per consentire una discussione esaustiva e un processo decisionale condiviso sul suo piano di trattamento”. Calcaterra, contattata dal Fatto, spiega di aver depositato l’istanza “prima dell’estate”. Il 3 dicembre era fissata l’udienza per l’esecuzione dell’affidamento in prova ma salta proprio perché interviene quella richiesta al Capo dello Stato.

Ma sono stati svolti accertamenti o ci si è limitati a recepire quanto dichiarato nell’istanza? Cinque minuti d’auto separano la Procura da via Fatebenefratelli dove, 15 anni fa, Minetti disse ai poliziotti che Ruby era nipote di Mubarak. Insieme alla pena, il “perdono di Stato” cancella pure la memoria?

La procuratrice Francesca Nanni ha detto al Fatto di non aver mai letto quella pratica: “Se non presenta aspetti specifici di particolare delicatezza, viene gestita in automatico e io non ne vengo informata”. Dunque per Milano non era un caso delicato. Per il Quirinale sì, al punto da tenere segreta la grazia fino al nostro articolo 10 aprile scorso.

Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si trasferiscono in Italia. Il 18 settembre, tre mesi dopo la morte degli avvocati di Garzón, il settimanale “Chi” dedica quattro pagine alla nuova vita di Nicole Minetti. Lei elegante, il bambino che corre e gioca ai giardini Montanelli, davanti all’hotel-boutique Casa Cipriani. Lei e lui in tenuta sportiva che fanno la spesa. “Chi” è Mondadori, che è Fininvest, che è la famiglia Berlusconi, per il cui fondatore Minetti “favoreggiava” la prostituzione. Il cerchio, almeno editorialmente, si chiude. La storia invece no. Quattro giorni dopo la nostra inchiesta, il Ministero dell’Interno uruguaiano diffonde un avviso nazionale con la foto: María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. E’ la madre biologica del bimbo al centro della grazia a Nicole Minetti. L’ultima traccia di lei risale a metà febbraio. Negli stessi giorni, Nordio e Mattarella – nel silenzio dei palazzi romani – firmano. A settembre 2024 quel bimbo molto malato corre e gioca ai giardini Montanelli, a due passi da Casa Cipriani.

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Grazia a Nicole Minetti, Mattarella chiede chiarimenti a Nordio dopo gli scoop del Fatto: “Acquisire con urgenza informazioni” - Thomas Mackinson


 “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.

Con questa nota il Quirinale prende una posizione netta sulla vicenda rivelata dal Fatto Quotidiano della grazia concessa a febbraio a Nicole Minetti. Il Colle, di fatto, ripassa la palla al dicastero di via Arenula. La legge prevede che il giudizio del Capo dello Stato si debba basare sull’istruttoria trasmessa dal Guardasigilli Carlo Nordio, a cui spetta lo specifico onere di verificare la veridicità delle pratiche e chiedere ulteriore documentazione. Controlli che, evidentemente, si sono rivelati quantomeno carenti, compresi quelli della Procura Generale di Milano che aveva dato il primo via libera (non vincolante) alla richiesta.

Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti che vengono prospettati e fonda la propria decisione sui documenti che gli vengono sottoposti nonché sulle valutazioni formulate a tal proposito dall’autorità giudiziaria e dal ministro della Giustizia, ricordano fonti del Quirinale. Nel caso in questione – si rileva – il Procuratore generale di Milano e il ministro Nordio hanno motivato il loro parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova della Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore, sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. Fonti del Quirinale, a questo proposito, fanno notare che la richiesta è stata rivolta al ministero della Giustizia, competente in via esclusiva a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come affermato dalla Corte Costituzionale con una sentenza del 2006.

L’istanza depositata prima dell’estate 2025 dai legali di Nicole Minetti, stando all’inchiesta del Fatto, era carente sotto vari profili. Indicavano il minore adottato in Uruguay come “abbandonato alla nascita” e privo di legami, quando gli atti del Tribunale di Maldonado acquisiti dal Fatto dimostrano che il bambino aveva in realtà due genitori biologici. Minetti e il compagno milionario Giuseppe Cipriani non hanno accolto un orfano, ma hanno intentato una causa civile per togliere la patria potestà ai genitori naturali, approfittando della loro estrema miseria.

Per giustificare la necessità per la Minetti di viaggiare all’estero (aggirando l’affidamento ai servizi sociali in Italia), l’istanza sostiene che due centri d’eccellenza, il San Raffaele di Milano e l’Ospedale di Padova, avessero sconsigliato di operare il minore, rendendo “imprescindibili” le cure al Boston Children’s Hospital. Contattati dal Fatto, i primari di quelle strutture hanno smentito categoricamente: non hanno mai visitato il bambino, il suo nome non è a terminale, e hanno confermato che quegli interventi si fanno comunemente e con successo anche in Italia.

Il contesto dell’adozione gronda misteri. Negli stessi giorni di metà febbraio 2026 in cui a Roma si firmava la grazia, in Uruguay la vera madre biologica del bambino (la 29enne María de los Ángeles González Colinet) scompariva nel nulla, costringendo la polizia locale a diramare un avviso di rintraccio. Un mistero che si incrocia con la morte dell’avvocata d’ufficio che aveva difeso la famiglia biologica, Mercedes Nieto, trovata carbonizzata in casa col marito nel 2024: un caso oggi indagato per duplice omicidio.

Per dimostrare il totale ravvedimento dell’ex consigliera, i legali hanno garantito sulla rettitudine del suo compagno Giuseppe Cipriani, definito un mecenate “lontano da contesti di devianza”. I documenti americani (Epstein Files) consultati dal Fatto svelano invece che l’imprenditore era finanziato “a strozzo” dal pedofilo Jeffrey Epstein. Testimonianze dirette dall’Uruguay confermano inoltre che, proprio nella tenuta in cui la coppia ospitava a favore di telecamera i bambini dell’orfanotrofio, si consumava in realtà un incessante giro di squillo d’alto bordo e minorenni gestito dalla stessa Nicole Minetti, che dunque non avrebbe “cambiato vita”.

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venerdì 24 aprile 2026

“Il governo smetta di usare il nome di Enrico per il Piano Mattei”: gli eredi del fondatore Eni diffidano palazzo Chigi

 

Il governo dovrebbe smetterla di chiamare con l’appellativo di “Piano Mattei” il suo programma per la strategia energetica e la collaborazione con i Paesi africani. Lo ha chiesto formalmente Pietro Mattei, il nipote dello storico fondatore dell’Eni, con una mail pec inviata il 27 marzo scorso all’indirizzo della presidenza del consiglio dei ministri. La missiva digitale “diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto Piano Mattei”, come riportato dal quotidiano La Stampa, che pubblica ampi stralci. Enrico morì nel 1962 in un tragico incidente aereo ancora avvolto nel mistero. Era sposato ma senza figli, solo nipoti tra gli eredi incluso Pietro, 8 anni al momento del decesso dello zio.

Pietro Mattei è pronto a portare palazzo Chigi in tribunale, secondo il quotidiano torinese: “Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota”. Al momento il Piano Mattei resta legato al programma gestito dalla struttura di coordinamento a Palazzo Chigi guidata dal consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio. La decisione della diffida è giunta dopo tre anni di governo e due dall’avvio del Piano, perché “Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo”. Il fondatore dell’Eni, nel secondo dopoguerra, aveva sfidato le sette sorelle (il cartello petrolifero americano) firmando accordi con i Paesi africani più redditizi per loro, ma vantaggiosi anche per l’Italia. In questo modo, Mattei gettava le basi per slegarsi dagli Usa che non gradirono affatto. Secondo il nipote Pietro, “il contrario di quello che sta facendo Meloni. All’inizio ho detto ‘vediamo che fanno’. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. (…) Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?”. Invece di perseguire “la sovranità energetica nazionale” il governo mostra “una marcata subordinazione agli interessi degli Usa”. Secondo Pietro, l’uso del nome sarebbe solo “finalizzato a scopi di propaganda”, con il rischio di “distorcere” la memoria storica di Enrico Mattei. Il nipote prende le distanze anche dalle politiche sull’immigrazione, distanti dalla visione dello zio: Mattei “selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici”.

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mercoledì 22 aprile 2026

TRA GUERRE E GOSSIP AVANZA L’ATTACCO AL LAVORO - Loris Campetti

 

Il governo italiano prepara una nuova picconata contro i diritti dei lavoratori attraverso lo sdoganamento di contratti pirata sottoscritti con sindacati di comodo

Da un lato la strage a Beirut e il fuoco degli “amici” israeliani sui soldati italiani dell’UNIFIL e sulla carovana di aiuti umanitari del Vaticano nel paese dei cedri, dall’altro lato l’infiammarsi del gossip sugli amori proibiti dei ministri della Repubblica. Non c’è tempo per occuparsi della strage dei lavoratori (quasi 300 ammazzati nei primi tre mesi dell’anno) e dei loro diritti. Persino le forze di opposizione sono troppo impegnate nell’inseguire ora i fili che legano il governo, Meloni in testa, alle mafie e ora le scappatelle sentimentali del ministro degli interni e assorbite dalla (giusta) denuncia della miserabile politica estera di Palazzo Chigi. Così non riescono a tenere d’occhio l’attacco reazionario di Giorgia Meloni, della ministra Calderone e del sottosegretario Durigon a chi vive del proprio lavoro e paga le tasse che tengono in piedi questo sbrindellato paese. Ma si sbagliava di brutto chi pensava che il governo sarebbe sceso a più miti consigli dopo la sberla ricevuta al referendum sulla magistratura, a cui si sommano le figuracce mondiali regalate dall’amata coppia Trump-Netanyahu al trio Meloni-Crosetto-Tajani. Giorgia Meloni va avanti come un treno, non solo con le sue sciagurate alleanze internazionali (come dimenticare la sua proposta di dare il Nobel per la pace a Trump?) ma anche rosicchiando fondi alla sanità per tentare di tamponare con un pannicello caldo l’esplosione dei prezzi dei carburanti e regolando i conti con i sindacati e i lavoratori.

Salari ancora più bassi, più precarietà e meno sicurezza

Dopo aver impedito il dibattito sulla proposta delle opposizioni di introdurre finalmente per legge il salario minimo, come chiede anche l’Unione europea, dopo aver cancellato il reddito di cittadinanza, una nuova picconata contro i diritti dei lavoratori è in preparazione con il provvedimento governativo del 1° Maggio. Su proposta del sottosegretario al lavoro, il leghista Claudio Durigon, il governo intende sdoganare i contratti pirata siglati dai padroni pubblici e privati con i sindacatini di destra e corporativi che non rappresentano quasi nessuno ma verrebbero equiparati (il termine esatto è “equivalenza”) alle organizzazioni più rappresentative, CGIL CISL e UIL. Un modo per ridurre ulteriormente salari già da fame, aumentare la precarietà, ridurre la sicurezza. Poco conta per Meloni che la magistratura abbia dato ragione ai confederali bocciando molti dei contratti pirata firmati con sindacati di comodo, in particolare nelle telecomunicazioni dalla Cisal e nella vigilanza dall’Ugl. Perché è risaputo che i magistrati “remano contro il governo”. Dice Durigon che il provvedimento è finalizzato a combattere “il monopolio di Confindustria, CGIL, CISL e UIL”. Dunque va dato valore erga omnes ai contratti pirata e mano libera ai padroni a fare carne di porco dei diritti dei lavoratori e delle loro reali rappresentanze sindacali. Altro che legge sulla rappresentanza che da sempre chiede la CGIL.

Sotto attacco persino la filo-governativa CISL

Sul lavoro e sulla rappresentanza siamo all’ennesima resa dei conti e il nemico per Giorgia Meloni non è più soltanto la CGIL alla testa dei conflitti sociali e delle mobilitazioni contro la guerra. Adesso la vendetta si scatena persino contro il più governativo dei tre sindacati confederali, la CISL. Come compenso per la collaborazione attiva del sindacato cattolico nei confronti del governo, l’ex segretario generale della CISL Luigi Sbarra era stato addirittura investito della carica di sottosegretario per il Sud. Poi è successa una cosa che ha rotto l’incantesimo: la CISL, a dire delle forze di destra, non si è impegnata abbastanza a sostenere il sì al referendum e in più, nel grande feudo assegnato a Sbarra, il Mezzogiorno, i no allo stravolgimento della Costituzione hanno stravinto ovunque. La vendetta è immediata. Alle Poste, gigante dell’economia pubblica con 27 miliardi di valore in Borsa, 13 di fatturato e 120 mila dipendenti, la CISL è il sindacato dominante (66%) e cosa ti fa il ministero dell’economia, azionista di controllo? Mette in consiglio d’amministrazione come suo referente il segretario generale dell’UGL (che in Poste ha il 4,7% dei consensi), Salvatore Muscarella. L’UGL, già CISNAL che era il sindacato dell’MSI, è la lunga mano del governo ed è più fedele della CISL che non si è piegata a sufficienza. Per strafare, una seconda cadrega nel cda viene destinata a Francesco Scacchi, storico avvocato dell’UGL e collaboratore di Durigon. Si scatena l’ira funesta di Daniela Fumarola, l’attuale segretaria CISL succeduta a Sbarra, che si sente oltraggiata, tradita dopo tutto quel che aveva fatto per il governo. Uno schiaffo che non si aspettava, uno schiaffo che fa male. Uno schiaffo che dovrebbe insegnare qualcosa a chi è pronto a genuflettersi di fronte ai nuovi poteri autoritari: le nuove destre, a Roma come a Washington non hanno amici o alleati da rispettare ma soltanto servi da usare alla bisogna, da buttare a mare quando non servono più come si deve. C’è sempre un servo più servo pronto per prendere il posto di quello in uscita.

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sabato 18 aprile 2026

Scusate, ma è troppo facile difendere il Papa e poi fare quel che dice Trump - Francesco Cancellato

Non basta definire inaccettabile quel che ha detto il presidente Usa del Papa. Occorre ascoltare quelle parole, prenderne atto e prendere davvero le distanze con “signori della guerra” come Trump e Netanyahu.

Quel che ha detto Trump di Papa Leone sarà pure inaccettabile, ok. Ma ora, per cortesia, ascoltiamo davvero quel che sta dicendo il Papa sulle guerre in atto.

Ad esempio, ascoltiamo bene quel che il Pontefice ha detto ieri a Bamenda, in Camerun, in un territorio devastato da una delle tante guerre civili africane, finanziate molto spesso da grandi potenze non africane, e da cui scappano le persone che noi poi lasciamo morire sui barconi, o che rispediamo a morire nelle prigioni libiche.

Ha detto, il Papa, che “Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni”, e che questi “signori della guerra (…) fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare”:

Ogni riferimento agli Stati Uniti d’America non è casuale, viste le recentissime scelte di Trump in materia di budget – 1500 miliardi per la difesa, niente per tutto il resto. Ma perché no anche per l’Italia, che ha promesso a Trump, nel giro di qualche anno, che il budget per la difesa arriverà a superare quelle per l’istruzione – 5% contro 3% del PIL – arrivando a lambire la spesa sanitaria (6,3% del PIL).

Perché no, non bastano un paio di atti simbolici di presa di distanze contro un paio di quella “manciata di tiranni” come Trump e Netanyahu – a proposito: il Papa li ha chiamati proprio così, “tiranni” – per marcare una svolta.

Occorre essere consequenziali fino in fondo, per una volta. Se davvero quel che ha detto Trump sul Papa è inaccettabile, allora cominciamo davvero a rimettere i soldi su suola e sanità, a ricostruire istituzioni di pace e cooperazione anziché distruggerle, e a chiamare pure noi i tiranni col loro nome.

Altrimenti, scusate, ma di inaccettabile c’è solo la nostra ipocrisia.

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domenica 12 aprile 2026

Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi

 

Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita

Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.

Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.

Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.

Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.

Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.

La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto

Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.

Ma le cose non sono andate come previsto².

Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.

Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.

La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².

La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.

Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.

Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.

Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.

In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.

Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.

Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.

Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra

Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.

Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.

A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.

Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.

Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.

E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.

Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare

La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.

Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.

Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.

Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.

Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.

Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.

Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.

Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.

Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie

Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.

In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.

Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.

Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.

Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.

Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.

Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.

Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.

Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.

E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.

Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.

No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta

La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.

Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.

Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.

No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.

Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.

Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.

Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².

È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.

Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie

Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.

Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.

Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.

Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.

Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.

Note

  1. https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
  2. Crooke, A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
  3. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrine; https://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
  4. Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
  5. https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
  6. https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
  7. https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australia; https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
  8. https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
  9. https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
  10. Escobar, P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
  11. Kagan, R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
  12. Joad, T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
  13. Boghetta, U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/

https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/