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martedì 27 febbraio 2024

Una guerra di menzogne

 



Una guerra di menzogne – David Sacks

Un post in materia di Ucraina apparso su «X», a cura dell’imprenditore David Sacks (nato in Sudafrica come Elon Musk e con una carriera da investitore che è andata in parallelo con quella di Musk), segnala che anche in seno all’establishment anglosassone qualcuno comincia a farsi domande radicalmente in contrasto con la narrazione atlantista dominante. Questa impressione è rafforzata da un commento di plauso al post: il commentatore è proprio Musk che dice: «accurate» (“esattamente”).

Leggiamo dunque il post di David Sacks:

«UNA GUERRA DI MENZOGNE

La guerra in Ucraina si basa su bugie: bugie su come è iniziata, su come sta procedendo e su come finirà.

Ci viene detto che l’Ucraina sta vincendo quando in realtà sta perdendo.

Ci viene detto che la guerra rafforza la NATO quando in realtà la sta esaurendo.

Ci viene detto che il problema più grande dell’Ucraina è la mancanza di fondi dal Congresso degli Stati Uniti quando in realtà l’Occidente non può produrre abbastanza munizioni: un problema che richiederà anni per essere risolto.

Ci viene detto che la Russia sta subendo più perdite quando in realtà l’Ucraina sta finendo i soldati: un altro problema che il denaro non può risolvere.

Ci viene detto che il mondo è con noi quando in realtà la Maggioranza Globale ritiene che la politica degli Stati Uniti sia il colmo della follia.

Ci viene detto che non c’è possibilità di fare pace quando in realtà abbiamo rifiutato molteplici opportunità per un accordo negoziato.

Ci viene detto che se l’Ucraina continua a combattere, migliorerà la sua posizione negoziale quando in realtà i termini diventeranno solo molto peggiori di quelli già disponibili e rifiutati.

Tuttavia le bugie riusciranno a trascinare la guerra. Il Congresso stanzierà più fondi. La Russia prenderà più territorio. L’Ucraina mobiliterà più giovani uomini e donne da mandare al macello. Il malcontento aumenterà. Alla fine ci sarà una crisi a Kiev e il governo di Zelensky sarà rovesciato.

E poi, quando la guerra sarà finalmente persa, quando l’intero paese giacerà in rovine fumanti su una pira funeraria di propria costruzione, i bugiardi diranno “beh, ci abbiamo provato.” Avendo impedito qualsiasi alternativa, avendo diffamato chiunque dicesse la verità come burattini del nemico, i bugiardi diranno “Abbiamo fatto del nostro meglio. Abbiamo resistito a Putin.”

In realtà, affermeranno, ce l’avremmo fatta se non fosse stato per la quinta colonna degli apologeti di Putin che hanno pugnalato gli ucraini alle spalle. Poi, dopo aver scaricato su altri la colpa ed essersi autocelebrati, passeranno con disinvoltura alla prossima guerra, come sono passati all’Ucraina dopo i loro disastri in Afghanistan e Iraq.

Le menzogne sono pervasive e inesauribili: ma funzioneranno.»

(David Sacks, 17 febbraio 2024).

——- «Esattamente»

——— (Elon Musk)

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Meloni-Zelensky: un accordo bilaterale per scongiurare la pace – Domenico Gallo

Abbiamo già segnalato il ruolo nefasto svolto dall’accordo bilaterale stipulato dalla Gran Bretagna e l’Ucraina il 12 gennaio. Con questa inusitata alleanza militare il Governo inglese, ancora una volta, ha scongiurato la possibilità di un negoziato per porre termine al conflitto, finanziando e armando l’Ucraina, al fine di consentire la prosecuzione della guerra, alla quale Zelensky, come Netanyahu, ha legato le sue fortune politiche. Dopo la Gran Bretagna, nuovi accordi bilaterali sono stati stipulati con la Germania e la Francia. Secondo una fonte giornalistica, con l’accordo, valido dieci anni, Germania e Ucraina hanno concordato che, in caso di un futuro attacco russo, ciascuna delle due parti potrà richiedere consultazioni e che i passi successivi saranno decisi entro 24 ore. Se la Germania riterrà necessario intervenire, fornirà all’Ucraina «assistenza rapida e duratura in materia di sicurezza, equipaggiamento militare moderno in tutti i settori, se necessario, e assistenza economica». L’accordo con la Francia, invece, delinea un quadro per gli aiuti umanitari e finanziari a lungo termine, il sostegno alla ricostruzione e l’assistenza militare. Parigi si è in ogni caso impegnata a fornire nel 2024 «fino a 3 miliardi di euro» in aiuti militari «supplementari» a Kiev, dopo un aiuto stimato a 1,7 miliardi nel 2022 e 2,1 miliardi nel 2023. Da ultima si è aggiunta la Danimarca che, il 22 febbraio, ha firmato un accordo bilaterale con l’Ucraina che prevede la fornitura in dieci anni di aiuti militari per 250 milioni di dollari.

Non poteva mancare l’Italia. Nella scadenza del secondo anniversario dell’invasione russa, la Meloni si reca a Kiev per firmare, in occasione del Forum dei leader del G7, un accordo bilaterale sulla “sicurezza” con l’Ucraina. Per questo, all’ultimo momento, il 22 febbraio, il Ministro degli esteri ha fornito un’informazione preliminare alle Commissioni esteri e Difesa di Camera e Senato. L’accordo italiano, illustrato ieri da Tajani, prevede «la consultazione e la collaborazione con l’Ucraina per aiutarla a costituire una sua capacità nazionale nel settore della difesa» per «provvedere alla propria sicurezza nel medio-lungo termine». Un altro pilastro sarà «l’assistenza in campo economico» e per la «ricostruzione». E poi ancora, «la tutela delle infrastrutture critiche ed energetiche», il «sostegno umanitario per i civili». Ampio spazio verrà riservato anche alle prospettive europee dell’Ucraina.

Tajani ha cercato di edulcorare il significato dell’accordo, assumendo che «non sarà giuridicamente vincolante [poiché] dal testo non derivano obblighi sul piano del diritto internazionale né impegni finanziari. Non sono previste garanzie automatiche di sostegno politico o militare». Orbene, a parte la gaffe giuridica (tutti gli accordi sono giuridicamente vincolanti per chi li stipula: pacta sunt servanda), il ministro evidentemente intendeva dire che dal testo dell’accordo non emerge un obbligo automatico dell’Italia di entrare in guerra in soccorso all’Ucraina nel caso di un nuovo attacco della Russia. Ciò non toglie nulla alla natura di alleanza militare del Patto stipulato con l’Ucraina. I Patti bilaterali stipulati da Gran Bretagna, Germania, Francia, Danimarca e Italia sono delle alleanze militari: non hanno altro significato se non quello di istigare il governo Zelensky a continuare la guerra con la Russia, con il miraggio della “vittoria”, assicurandogli sostegno militare e finanziario.

Stipulare un’alleanza militare con un paese in guerra, che prevedibilmente per molti anni rimarrà in una situazione di conflitto con la Russia, anche se domani intervenisse il cessate il fuoco, è quanto di più insensato e pericoloso si possa immaginare. Significa vincolare il nostro futuro alle sorti di un conflitto che noi stessi stiamo alimentando in virtù dei patti stipulati.

L’esperienza storica ci insegna che l’Italia è precipitata nella tragedia della Prima e della Seconda guerra mondiale a seguito della stipula di due trattati di alleanza militare, il Patto di Londra del 26 aprile 1915 e il Trattato bilaterale con la Germania, stipulato il 23 maggio 1939, più noto come “Patto d’acciaio”. Il Patto di Londra fu negoziato in gran segreto dal Ministro degli esteri Sidney Sonnino, con l’accordo del Re, e rimase segreto perché il Parlamento, la grande maggioranza del popolo italiano e il Vaticano erano contrari all’entrata in guerra dell’Italia. Oggi viviamo in una situazione di fervore bellico delle classi dirigenti e dei media, non condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana, ma non siamo nel 1915 e non possiamo consentire di essere coinvolti in una guerra per procura contro la Russia, combattuta sulla pelle del popolo ucraino. Certamente il Patto Meloni-Zelensky più che un “Patto d’acciaio” è un “Patto di latta”, data la natura dei contraenti, però è ugualmente pericoloso.

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venerdì 5 gennaio 2024

Non in nostro nome

articoli, video, immagini di Andrea Catone, Angelo D’Orsi, Fabio Marcelli, Gaza,Vincenzo Barone,Patrizia Cecconi,Chris Hedges, Mr Fish, Lina Abojaradeh,Michele Santoro, Gaetano Colonna, Belisario, Giacomo Gabellini,Geminello Preterossi, Enrico Campofreda



Non in nostro nome: Lettera aperta al presidente Sergio Mattarella

Ebbene, in piena coscienza, e con il massimo rispetto per la carica che Ella riveste, noi sottoscritti ci permettiamo di osservare e di comunicarLe che Ella ha parlato non in nostro nome.

 Signor Presidente, 

noi sottoscritti cittadini e cittadine Suoi connazionali, impegnati nel mondo della cultura, dell’insegnamento, dell’associazionismo, ci permettiamo di ricordarLe la situazione in atto in Palestina: circa 30.000 vittime civili a Gaza, senza contare i presumibili 10.000 sotto le macerie. 70.000 feriti che non possono essere adeguatamente curati in ospedali distrutti da Israele.
1000 bambini che hanno perso uno o entrambi gli arti inferiori o superiori.
90% degli edifici rasi al suolo: “non è rimasto brandello di muro”, dichiarano i pochi osservatori ONU rimasti sul campo.


Una economia, una società, un paesaggio annichilati.
Oltre 2 milioni di persone sono senza un tetto, né acqua, né cibo, né medicinali, né carburanti, e sono spinte dall’esercito israeliano in una piccola sacca a Gaza sud, che peraltro continua ad essere bombardata.


Intanto si susseguono dichiarazioni di governanti israeliani sulla necessità di espellere dal territorio di Gaza i palestinesi sopravvissuti, e sul progetto di ricolonizzazione di Gaza da parte dei coloni israeliani, mentre addirittura si pubblicano annunci di lussuosi villaggi turistici da costruire sulle macerie e sui corpi insepolti della popolazione palestinese.


In Cisgiordania (secondo l’ONU, “Territori Occupati”) gli oltre 700.000 coloni israeliani, che hanno occupato illegalmente il territorio e rendono molto problematica, per non dire impossibile, la soluzione “due popoli, due Stati”, spalleggiati dall’esercito di Israele attaccano quotidianamente e uccidono i contadini palestinesi, compresi donne, anziani, adolescenti.
Israele ha ucciso 138 funzionari dell’ONU e continua a bombardare i convogli dell’agenzia per i rifugiati dell’ONU. Colpisce le ambulanze che trasportano i feriti.


Cattura, e umilia denudandoli e ingiuriandoli, centinaia di cittadini colpevoli semplicemente di essere palestinesi.
Israele ha trucidato un centinaio di giornalisti e fotografi nell’esercizio del loro lavoro.

Il segretario generale dell’ONU Guterres ha denunciato ripetutamente la “catastrofe umanitaria”, l’Assemblea generale dell’ONU approva la risoluzione che chiede l’immediato cessate il fuoco.Alcuni stati, come il SudAfrica deferiscono Israele alla Corte penale internazionale per violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario e di fronte alla Corte internazionale di giustizia per genocidio. Migliaia chiedono alla Corte penale internazionale di arrestare, giudicare e condannare Netanyahu e la cupola politicomilitare israeliana per questi motivi. Altri Paesi della UE annunciano varie azioni contro Israele, mentre il nostro governo appare silente o complice dei crimini in corso.

Quando l’Armata Rossa sovietica liberò Auschwitz il 27 gennaio 1945 e vennero alla luce gli orrori della Shoah, alcuni giustificarono il loro silenzio e la loro inazione dicendo di ignorare cosa stesse accadendo nei lager nazisti. Oggi assistiamo in diretta alla pulizia etnica e all’olocausto del popolo palestinese. Nessuno può dire “non so”.


È per noi grave che Ella nel Suo messaggio riduca il genocidio in corso a “un’azione militare [di Israele] che provoca anche [evidenziazione nostra] migliaia di vittime civili e costringe, a Gaza, moltitudini di persone ad abbandonare le proprie case, respinti da tutti”. Nient’altro. Ella, Signor Presidente, avrebbe potuto, e riteniamo dovuto, riprendere le dichiarazioni del segretario dell’Onu, le risoluzioni dell’Assemblea generale e levare una voce per l’immediato cessate il fuoco in Palestina. Come anche alcuni leader europei hanno chiesto.

Ella, invece, ha taciuto, Signor Presidente.

Nelle sue parole il genocidio del popolo palestinese in corso (è la definizione dello storico israeliano Ilan Pappé, costretto ad abbandonare il suo paese e la sua università per le minacce di cui è stato oggetto) è stato ridotto alla reazione israeliana “che provoca anche migliaia di vittime civili”. Durante la Resistenza antifascista i massacri operati dai nazifascisti si chiamavano “rappresaglia”; alle Fosse Ardeatine i nazisti applicarono la formula del “10 italiani per un tedesco”. La rappresaglia di Israele (se di rappresaglia si può parlare e non di un piano preordinato di svuotare Gaza della popolazione palestinese e riportarla sotto il diretto controllo israeliano) supera di molto il criterio nazista delle Fosse Ardeatine.

Tra l’altro, Ella evita di dare un nome al popolo vittima del massacro: nel Suo discorso sono “moltitudini di persone”. NO, non sono “moltitudini”, “volgo disperso che nome non ha”: è il popolo palestinese che subisce da 75 anni l’occupazione di Israele, è il popolo che si oppone e resiste all’occupazione, come fecero i nostri patrioti nel Risorgimento e i partigiani nella Resistenza antinazifascista italiana.


Ella dice che i giovani vanno educati alla pace, ma non si educa se non si compie un’operazione di verità, e la verità non è solo non dire il falso, ma dare un quadro completo delle cose. Il Suo discorso – un discorso ufficiale, a reti televisive unificate a tutto il Paese – per quel che dice e per quello che NON dice, viola i principi cui pure Ella dichiara di ispirarsi, non educa alla verità, né alla giustizia, in difesa morale di ogni popolo oppresso.


La parte del Suo discorso dedicata al conflitto in Medio Oriente è in definitiva schiacciata sulla politica bellicistica e disumana del governo di Israele, che annuncia un 2024 di guerra. Legando mani e piedi il nostro Paese alla politica oltranzista di Israele, Ella rompe con quella politica mediterranea di apertura ed equilibrio con i paesi arabi e di riconoscimento delle ragioni del popolo palestinese, promossa tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso da statisti come Moro, Andreotti, Craxi, o da un sindaco eccezionale testimone di pace e costruttore di ponti fra i popoli, come Giorgio La Pira.

Il Suo discorso, Signor Presidente, non è solo un inaccettabile silenzio sul genocidio palestinese in corso, è anche un tradimento della storia italiana, e un colpo ai nostri interessi nazionali.

Ebbene, in piena coscienza, e con il massimo rispetto per la carica che Ella riveste, noi sottoscritti ci permettiamo di osservare e di comunicarLe che Ella ha parlato non in nostro nome.

 

Angelo D’Orsi, Torino; già Ordinario di Storia del pensiero politico, Universita degli Studi di Torino, Direttore di “Historia Magistra. Rivista di storia critica” e di “Gramsciana. Rivista internazionale di studi su Antonio Gramsci”.

Fabio Marcelli, Roma, giurista, copresidente del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia

Andrea Catone, Bari, direttore editoriale edizioni Marx Ventuno

 

Inviare firme di adesione a:

italiapalestina2024@gmail.com

e in copia a segreteria@invictapalestina.org

indicando Nome Cognome – attività – città

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Il Genocidio di Israele tradisce l’Olocausto - Chris Hedges

Oscurando e falsificando gli insegnamenti dell’Olocausto perpetuiamo il male che lo ha definito.

 

Il piano generale Lebensraum (Spazio Vitale) di Israele per Gaza, preso a prestito dallo spopolamento nazista dei ghetti ebraici, è chiaro. Distruggere le infrastrutture, le strutture mediche e i servizi igienico-sanitari, compreso l’accesso all’acqua potabile. Bloccare le spedizioni di cibo e carburante. Scatenare la violenza di massa indiscriminata per uccidere e ferire centinaia di persone al giorno. Lasciamo che la fame, secondo le stime delle Nazioni Unite più di mezzo milione di persone stia già morendo di fame, e le epidemie di malattie infettive, insieme ai massacri quotidiani e allo sfollamento dei palestinesi dalle loro case, trasformino Gaza in un cimitero. I palestinesi sono costretti a scegliere tra la morte per bombe, malattie, freddo o fame o essere cacciati dalla loro Patria.

Presto si raggiungerà un punto in cui la morte sarà così onnipresente che la deportazione, per coloro che vogliono vivere, sarà l’unica opzione.

Danny Danon, ex ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite e stretto alleato del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha dichiarato alla radio israeliana Kan Bet di essere stato contattato da “Paesi dell’America Latina e dell’Africa che sono disposti ad accogliere i rifugiati dalla Striscia di Gaza”. “Dobbiamo rendere più facile per gli abitanti di Gaza partire verso altri Paesi”, ha detto. “Sto parlando della migrazione volontaria dei palestinesi che vogliono andarsene”.

Il problema per ora “sono i Paesi che sono disposti ad accoglierli, e stiamo lavorando su questo”, ha detto Netanyahu ai parlamentari del Likud.

Nel ghetto di Varsavia i tedeschi distribuivano tre chilogrammi di pane e un chilo di marmellata a chiunque si registrasse “volontariamente” per la deportazione. “Ci sono stati momenti in cui centinaia di persone dovevano aspettare in fila per diverse ore per essere deportate”, scrive Marek Edelman, uno dei comandanti della rivolta del Ghetto di Varsavia, in: “Il Ghetto di Varsavia Lotta”. “Il numero di persone ansiose di ottenere tre chilogrammi di pane era tale che i trasporti, che ora partono due volte al giorno con 12.000 persone, non potevano accoglierle tutte”.

I nazisti spedivano le loro vittime nei campi di sterminio. Gli israeliani spediranno le loro vittime in squallidi campi profughi in Paesi al di fuori di Israele. I vertici israeliani stanno anche pubblicizzando cinicamente la proposta di Pulizia Etnica come un gesto volontario e umanitario per risolvere la catastrofe che hanno creato.

Questo è il piano. Nessuno, specialmente l’amministrazione Biden, intende fermarlo.

La lezione più inquietante che ho imparato come corrispondente dai conflitti armati per due decenni è che tutti abbiamo la capacità, con poca difficoltà, di diventare volontariamente dei carnefici. Il confine tra vittima e carnefice è sottile come un rasoio. Le oscure concupiscenze della supremazia razziale ed etnica, della vendetta e dell’odio, dello sradicamento di coloro che condanniamo perché incarnano il male, sono veleni che non sono circoscritti dalla razza, dalla nazionalità, dall’etnia o dalla religione. Tutti possiamo diventare nazisti. Ci vuole pochissimo. E se non vigiliamo costantemente sul male, il nostro male, diventeremo, come coloro che hanno commesso le uccisioni di massa a Gaza: dei mostri.

Il grido di chi sta morendo sotto le macerie a Gaza è il grido dei ragazzi e degli uomini giustiziati dai serbi bosniaci a Srebrenica, del milione e mezzo di cambogiani uccisi dai Khmer Rossi, delle migliaia di famiglie Tutsi bruciate vive nelle chiese e delle decine di migliaia di ebrei giustiziati dagli Einsatzgruppen a Babi Yar in Ucraina. L’Olocausto non è una reliquia storica. Vive, in agguato nell’ombra, in attesa di innescare il suo feroce contagio. (Le Einsatzgruppen erano speciali reparti tedeschi, composti da uomini delle SS, della polizia e della Wehrmacht che operavano sotto il controllo di Reinhard Heydrich.)

Siamo stati avvisati. Raúl Hilberg. Primo Levi. Bruno Bettelheim. Hanna Arendt. Aleksandr Solženicyn. Comprendevano gli oscuri meandri dello spirito umano. Ma questa verità è amara e difficile da affrontare. Preferiamo il mito. Preferiamo vedere nella nostra specie, nella nostra razza, nella nostra etnia, nella nostra nazione, nella nostra religione, virtù superiori. Preferiamo santificare il nostro odio. Alcuni di coloro che hanno testimoniato questa terribile verità, tra cui Levi, Bettelheim, Jean Améry, l’autore di “Ai Limiti della Mente: Contemplazioni di Un Sopravvissuto su Auschwitz e le Sue Realtà” e Tadeusz Borowski, che ha scritto: “Signore e Signori, Da Questa Parte Per le Camere a Gas”, si sono suicidati. Il drammaturgo e rivoluzionario tedesco Ernst Toller, incapace di risvegliare un mondo indifferente per assistere le vittime e i profughi della guerra civile spagnola, si impiccò nel 1939 in una stanza del Mayflower Hotel di New York. Sulla scrivania della sua stanza c’erano foto di bambini spagnoli morti.

“La maggior parte delle persone non ha immaginazione”, scrive Toller. “Se potessero immaginare le sofferenze degli altri, non li farebbero soffrire così. Che cosa distingue una madre tedesca da una madre francese? Slogan che ci hanno assordato al punto da non farci sentire la verità”.

Primo Levi si scagliò contro la narrazione falsa e moralmente edificante dell’Olocausto che culmina nella creazione dello Stato di Israele, una narrazione abbracciata dal Museo dell’Olocausto di Washington D.C. La storia contemporanea del Terzo Reich, scrive, potrebbe essere “riletta come una guerra contro la memoria, una falsificazione orwelliana della memoria, falsificazione della realtà, negazione della realtà”. Si chiede se “noi che siamo tornati” siamo stati “in grado di capire e far capire agli altri la nostra esperienza”.

Levi ci vedeva riflessi in Chaim Rumkowski, il collaboratore nazista e tiranno dispotico del ghetto di Łódź. Rumkowski vendette i suoi compagni ebrei per privilegi e potere, anche se fu mandato ad Auschwitz con l’ultimo trasporto dove il Sonderkommando ebraico, prigionieri costretti ad aiutare le vittime nelle camere a gas e a smaltire i loro corpi, in un atto di vendetta, secondo quanto riferito, lo picchiarono a morte fuori da un crematorio.

“Siamo tutti Rumkowski”, ci ricorda Levi. “La sua ambiguità è la nostra, è la nostra seconda natura, noi ibridi plasmati dall’argilla e dallo spirito. La sua frenesia è la nostra, la frenesia della civiltà occidentale, che scende agli inferi con trombe e tamburi, e i suoi miseri ornamenti sono l’immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale”. Noi, come Rumkowski, “siamo così accecati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra essenziale fragilità. Volenti o nolenti facciamo i conti con il potere, dimenticando che siamo tutti nel ghetto, che il ghetto è murato, che fuori dal ghetto regnano i signori della morte, e che lì vicino c’è il treno che aspetta”.

Levi insiste sul fatto che i campi “non potevano essere ridotti ai due blocchi di vittime e carnefici”. Egli sostiene: “È ingenuo, assurdo e storicamente falso credere che un sistema infernale come il nazionalsocialismo santifichi le sue vittime; anzi; le svilisce, le fa somigliare a sé stesso”. Racconta quella che ha definito la “Zona Grigia” tra corruzione e collaborazione. Il mondo, scrive, non è bianco e nero, “ma una vasta zona di coscienze grigie che si frappone tra i fautori del male e le vittime innocenti”. Abitiamo tutti in questa Zona Grigia. Tutti noi possiamo essere indotti a diventare parte dell’apparato di morte per ragioni futili e ricompense irrisorie. Questa è la terrificante verità dell’Olocausto.

È difficile non essere cinici di fronte alla moltitudine di corsi universitari sull’Olocausto, data la censura e il divieto di gruppi come Students for Justice in Palestine (Studenti per la Giustizia in Palestina) e Jewish Voices for Peace (Voci Ebraiche per la Pace), imposti dalle amministrazioni universitarie. Che senso ha studiare l’Olocausto se non per capire la sua lezione fondamentale: quando si ha la capacità di fermare il Genocidio e non lo si fa, si è colpevoli? È difficile non essere cinici sugli “interventisti umanitari”: Barack Obama, Tony Blair, Hillary Clinton, Joe Biden, Samantha Power, che parlano in rime ipocrite circa la “responsabilità di proteggere” ma tacciono sui crimini di guerra quando parlare apertamente minaccerebbe il loro status e la loro carriera. Nessuno degli “interventi umanitari” da loro sostenuti, dalla Bosnia alla Libia, si avvicina a replicare le sofferenze e i massacri di Gaza. Ma difendere i palestinesi ha un costo, un costo che non intendono pagare. Non c’è nulla di morale nel denunciare la schiavitù, l’Olocausto o i regimi dittatoriali che si oppongono agli Stati Uniti. Tutto ciò significa che si difende la narrativa dominante.

L’universo morale è stato capovolto. Coloro che si oppongono al Genocidio sono accusati di sostenerlo. Si dice che coloro che compiono il Genocidio abbiano il diritto “all’autodifesa”. Porre il veto al cessate il fuoco e fornire a Israele bombe da 2.000 libbre (900 kg) che lanciano frammenti di metallo per centinaia di metri è la strada verso la pace. Rifiutarsi di negoziare con Hamas libererà gli ostaggi. Bombardare ospedali, scuole, moschee, chiese, ambulanze e campi profughi, insieme all’uccisione di tre ostaggi israeliani, a torso nudo, che sventolano una bandiera bianca improvvisata e invocano aiuto in ebraico, sono normali atti di guerra. Uccidere oltre 21.300 persone, tra cui più di 7.700 bambini, ferirne oltre 55.000 e rendere sfollati quasi tutti i 2,3 milioni di persone che vivono a Gaza, è un modo per “deradicalizzare” i palestinesi. Niente di tutto ciò ha senso, come si rendono conto i manifestanti di tutto il mondo.

Un nuovo mondo sta nascendo. È un mondo in cui le vecchie regole, spesso onorate nella violazione che nell’osservanza, non contano più. È un mondo in cui vaste strutture burocratiche e sistemi tecnologicamente avanzati realizzano davanti al pubblico vasti progetti di sterminio. Le nazioni industrializzate, indebolite, timorose del caos globale, stanno inviando un messaggio minaccioso al Sud del Mondo e a chiunque possa pensare alla rivolta: vi uccideremo senza riserve.

Un giorno saremo tutti palestinesi.

“Temo che viviamo in un mondo in cui la guerra e il razzismo sono onnipresenti, in cui i poteri di mobilitazione e legittimazione del governo sono potenti e crescenti, in cui il senso di responsabilità personale è sempre più attenuato dalla specializzazione e dalla burocratizzazione, e in cui un gruppo di pari esercita enormi pressioni sul comportamento e stabilisce norme morali”, scrive Christopher R. Browning in Ordinary Men (Uomini Comuni), a proposito di un battaglione di polizia riservista tedesco nella Seconda Guerra Mondiale che alla fine fu responsabile dell’assassinio di 83.000 ebrei. “In un mondo del genere, temo, i governi moderni che desiderano commettere omicidi di massa raramente falliranno nei loro sforzi per non essere in grado di indurre uomini comuni a diventare volontariamente i loro esecutori”.

Il male è mutevole. Trova nuove forme e nuove espressioni. La Germania orchestrò l’assassinio di sei milioni di ebrei, nonché di oltre sei milioni di zingari, polacchi, omosessuali, comunisti, testimoni di Geova, massoni, artisti, giornalisti, prigionieri di guerra sovietici, persone con disabilità fisiche e intellettuali e oppositori politici. Subito dopo la guerra ha deciso di espiare i suoi crimini. Ha abilmente trasferito il suo razzismo e la sua demonizzazione sui musulmani, mantenendo la supremazia razziale saldamente radicata nella psiche tedesca. Allo stesso tempo, la Germania e gli Stati Uniti riabilitarono migliaia di ex nazisti, soprattutto provenienti dai servizi segreti e dalla comunità scientifica, e fecero poco per perseguire coloro che avevano diretto i crimini di guerra nazisti. La Germania oggi è il secondo più grande fornitore di armi di Israele dopo gli Stati Uniti.

La presunta campagna contro l’antisemitismo, interpretata come qualsiasi dichiarazione critica nei confronti dello Stato di Israele o che denuncia il Genocidio, è in realtà la difesa del Potere Bianco. È per questo che lo Stato tedesco, che ha di fatto criminalizzato il sostegno ai palestinesi, e i suprematisti bianchi più radicali negli Stati Uniti, giustificano il massacro. Il lungo rapporto della Germania con Israele, compreso il pagamento di oltre 90 miliardi di dollari (81,4 miliardi di euro) dal 1945 in risarcimenti ai sopravvissuti all’Olocausto e ai loro eredi, non riguarda l’espiazione, come scrive lo storico israeliano Ilan Pappé, ma il riscatto.

“L’argomento a favore di uno Stato Ebraico come compensazione per l’Olocausto era un argomento potente, così potente che nessuno ascoltò il rifiuto totale della soluzione delle Nazioni Unite da parte della stragrande maggioranza del popolo palestinese”, scrive Pappé. “Ciò che emerge chiaramente è un desiderio europeo di espiazione. I diritti fondamentali e naturali dei palestinesi dovrebbero essere messi da parte, sminuiti e dimenticati del tutto in nome del perdono che l’Europa stava cercando dal neonato Stato Ebraico. Era molto più facile riparare al male nazista nei confronti del movimento sionista che affrontare gli ebrei del mondo in generale. Era meno complesso e, cosa più importante, non comportava il confronto con le stesse vittime dell’Olocausto, ma piuttosto con uno Stato che pretendeva di rappresentarle. Il prezzo di questa espiazione più conveniente è stato quello di derubare i palestinesi di ogni diritto fondamentale e naturale di cui disponevano e di permettere al movimento sionista di effettuarne la Pulizia Etnica senza timore di alcun rimprovero o condanna”.

L’Olocausto è stato utilizzato come arma fin dal momento stesso in cui è stato fondato Israele. È stato snaturato per servire lo Stato dell’Apartheid. Se dimentichiamo le lezioni dell’Olocausto, dimentichiamo chi siamo e cosa siamo capaci di diventare. Cerchiamo il nostro valore morale nel passato, piuttosto che nel presente. Condanniamo gli altri, compresi i palestinesi, a un ciclo infinito di massacri. Diventiamo il male che condanniamo. Consacriamo l’orrore.

Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell’Ufficio per il Medio Oriente e dell’Ufficio balcanico per il giornale. In precedenza ha lavorato all’estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello spettacolo RT America nominato agli Emmy Award On Contact.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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martedì 19 settembre 2023

BASTA GUERRA

 


articoli e video di Francesco Gesualdi, Michele Santoro, Raniero La Valle, Elena Basile, Antonio Mazzeo, Jesús López Almejo, Ariel Umpièrrez, Irina Scherbakova, Alessandro Marescotti, Alessandro Orsini, Clara Statello, Jens Stoltenberg, Ennio Cabiddu


BASTA GUERRA – Francesco Gesualdi

Ci hanno presentato la guerra in Ucraina come una favola: di là l’orco cattivo, di qua i buoni che vogliono punirlo.  La verità è che ci troviamo di fronte  all’esito di un braccio di ferro fra due fronti contrapposti (Russia e Nato), ambedue animati da spirito di dominio, che stanno usando l’Ucraina come vittima sacrificale. Per cui non esiste di là il cattivo, di qua i buoni, bensì due cattivi, ambedue capaci di aggressione quando serve ai propri scopi. Lo dimostra la storia.

La guerra in Ucraina va fermata perché massacra un popolo, perché ci espone a rischio di catastrofe nucleare, perché aggrava all’inverosimile la questione climatica e ambientale, perché getta nella disperazione milioni di famiglie, in tutta Europa, per la crisi energetica che ha provocato e che le leggi di mercato, tutte a favore delle multinazionali finanziarie e petrolifere, stanno trasformando in catastrofe sociale.

L’unico modo per fermarla è dire no alla guerra e allo spirito di dominio che  anima ambedue gli schieramenti. Una strada che si attua attraverso tre iniziative: 1) stop all’invio di armi che serve solo a prolungare la guerra ingrassando i produttori di armi; 2) avvio  di dialogo fra Russia ed Unione Europea per garantire pace al continente; 3) riduzione delle spese militari e della produzione di armi.

Se condividi questa prospettiva,  invia questo messaggio ai tuoi amici. E’ arrivato il tempo di fare sentire un’altra voce nel paese. La voce di chi non vuole la guerra perché giova solo ai potenti.

 

 

INVECE DELLA RAGIONE – Raniero La Valle

Cari amici,
è sempre più difficile dire come potremo uscire dalla tragedia universale che stiamo vivendo, perché siamo vittime non solo della protervia dei potenti che si sono arrogati il diritto di decidere della nostra sorte e della stessa vita del mondo, ma della loro condotta del tutto irrazionale, e per conseguenza incoerente e ingannevole. Nel nostro orgoglio di occidentali nipotini di Kant, credevamo che la ragione ci avrebbe salvato, e invece è proprio l’eclissi della ragione che ci sta perdendo.
Il primo esempio di questo agire senza ragione sta nell’origine stessa della guerra d’Ucraina;  ora sappiamo perché essa è scoppiata, e come sarebbe stato facile, e addirittura ovvio, evitarla. Ci ha spiegato perché non l’hanno fatto il segretario generale della NATO, Stoltenberg, parlando in una sede istituzionale e ufficiale come la Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo. È forse per la sua genialità che egli è stato confermato per un altro anno alla testa della Forza Armata dell’Occidente.
“Nell’autunno del 2021 – ha rivelato –  il presidente russo Vladimir Putin ci inviò una bozza di trattato: voleva che la NATO firmasse l’impegno a non allargarsi più”.  Bisogna notare che a quella data la NATO aveva già inglobato, dopo il fatidico ’89,  la Polonia, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Romania, la Slovacchia, la Slovenia, l’Albania, la Croazia, il Montenegro, la Macedonia del Nord, Paesi  non tanto lontani dai confini della Russia, su cui pertanto la NATO poteva già abbaiare a suo piacere. “Inoltre – ha aggiunto Stoltenberg – voleva che rimuovessimo le infrastrutture militari  in tutti i Paesi  entrati dal 1997, il che voleva dire che avremmo dovuto rimuovere la NATO dall’Europa centrale e Orientale, introducendo una membership di seconda classe. Ovviamente non abbiamo firmato, e lui è andato alla guerra per evitare di avere confini più vicini alla NATO,  ottenendo l’esatto contrario».
Commentando queste dichiarazioni su “Il Fatto Quotidiano”, Salvatore Cannavò fornisce altri particolari su quel tentativo di accordo fallito: Il documento con le “proposte concrete” di Putin, presentato il 15 dicembre 2021 “fu accolto in Occidente come un diktat, anche se gli uomini di Putin lo consideravano comunque una bozza su cui avviare la trattativa. I nove articoli muovevano da un preambolo che citava vari trattati, da quello di Helsinki del 1975 sino alla Carta per la sicurezza europea del 1999 per poi sostenere l’impegno delle parti a “non partecipare o sostenere attività che incidano sulla sicurezza dell’altra parte “, a “non usare il territorio di altri Stati per preparare o effettuare un attacco armato” o ad azioni che ledano “la sicurezza essenziale” reciproca facendo in modo che le alleanze militari o le coalizioni di cui fanno parte rispettino “i principi contenuti nella Carta delle Nazioni Unite”. Propositi a nostro parere sacrosanti.
L’articolo 4 era quello tendente a escludere l’ulteriore espansione della NATO ad Est, e l’ammissione ad essa degli Stati che facevano parte dell’Unione Sovietica; gli Stati Uniti non avrebbero dovuto installare basi militari sul territorio degli Stati già membri dell’URSS né avrebbero dovuto stabilire con loro una cooperazione militare bilaterale. Tale  proposta non metteva in discussione tutto l’Est europeo ma i soli Paesi baltici, Estonia Lettonia e Lituania entrati nell’alleanza nel 2004. La Russia chiedeva poi di non schierare missili terrestri a raggio corto e intermedio se questi minacciassero l’altra parte e di “evitare il dispiegamento di armi nucleari”. C’era poi l’impegno che le parti non avrebbero dovuto creare “condizioni o situazioni che costituiscano o possano essere percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale di altre parti”, con una certa “moderazione” nell’organizzazione delle esercitazioni. Per la risoluzione delle controversie si rimandava ai rapporti bilaterali e al consiglio Nato-Russia, con la richiesta di creare hotline di emergenza. Per quanto in particolare riguardava l’Ucraina la richiesta era che tutti gli Stati membri della NATO si astenessero dal suo ulteriore allargamento compresa l’adesione dell’Ucraina e di altri Stati, e non conducessero alcuna attività militare sul territorio dell’Ucraina e di altri Stati dell’Europa orientale,  del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale”. Il rifiuto di queste proposte arrivò subito, già il giorno dopo, il 16 dicembre, in una conferenza stampa  di Stoltenberg con il presidente ucraino Zelenski. La posizione degli Stati Uniti, di Biden, di Stoltenberg, ribadita in più sedi, era che “è la NATO che decide chi aderisce all’Alleanza e non la Russia”, e l’Europa tacque del tutto.
Un altro esempio di un comportamento “alienum a ratione”, per dirla con papa Giovanni XXIII, ossia “fuori della ragione” se non di follia, sta nella posizione assunta dall’Ucraina come l’ha enunciata il portavoce ufficiale di Zelenski, Mikhailo Podolyak. Egli prima ha liquidato papa Francesco, dicendo: “Non ha senso parlare di un mediatore chiamato papa, se questi assume una posizione filorussa… Se una persona promuove chiaramente il diritto della Russia di uccidere i cittadini di un altro Paese…sta promuovendo la guerra… Il Vaticano non può avere alcuna funzione di mediazione: ingannerebbe l’Ucraina o la giustizia”. Marco Politi ha definito  queste dichiarazioni “uno schiaffo pesante” al papa,  paragonandolo  allo “schiaffo di Anagni”. Poi Podolyak ha descritto il mondo come l’Ucraina di Zelensky se lo immagina oggi e dopo la vittoria sulla Russia: “Smettetela di assecondare i mostri” (rivolto a Lula che aveva detto che non avrebbe fatto arrestare Putin se andrà al prossimo G20 del 2024 a Rio de Janeiro), “Smettetela di flirtare con i maniaci ignorando le loro vere intenzioni. Smettetela di pensare che sia possibile negoziare con la Russia e che sia importante. La decisione sulla Russia deve ancora essere presa: isolamento geopolitico, status di terrorista, sospensione dall’appartenenza a istituzioni globali, mandati di arresto individuali per alti funzionari. E soprattutto la sconfitta nella guerra seguita dalla trasformazione interna” (dal Corriere della Sera dell’11 settembre). Povera Ucraina e poveri noi in un mondo così.
La terza performance insensata è quella di Biden che è andato in Vietnam, teatro di quella guerra che gli Stati Uniti non hanno accettato di concludere con un negoziato cercando invece la vittoria, e ne sono usciti sconfitti fuggendo da Saigon, per proporre una qualche partnership nell’Indopacifico, ignorando forse che il Vietnam, dopo la dura esperienza da cui è uscito, è ora il Paese “dei quattro NO”: no alle alleanze militari, no a schierarsi con un Paese contro un altro, no alle basi militari straniere, no all’uso della forza nei rapporti internazionali. Fossimo anche noi come il Vietnam! E a Pechino Biden ha detto: “Non voglio il contenimento della Cina. Voglio solo assicurare che ci sia una relazione onesta e chiara”. Peccato che nella “Strategia della sicurezza nazionale americana”, da lui firmata nell’ottobre scorso, c’è scritto che il maggiore “competitore strategico” degli Stati Uniti è la Cina, che rappresenta la “sfida culminante” (pacing challenge) nel prossimo decennio e nei decenni successivi, a causa della sua intenzione e capacità di “rimodellare l’ordine internazionale a favore di un ordine che inclini il campo di gioco globale a suo vantaggio, e sempre più spesso ha il potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per perseguire tale obiettivo”.
Sulla scia di questa “damnatio” pronunciata da Biden il documento operativo sulla “Strategia della Difesa Nazionale degli Stati Uniti” pubblicato dal Segretario alla Difesa Lloyd Austin, specificava che “la Repubblica Popolare Cinese ha ampliato e modernizzato quasi ogni aspetto dell’Esercito Popolare di Liberazione, concentrandosi sullo sforzo di riequilibrare le superiorità militari statunitensi. La Cina è quindi la sfida suprema per  il Dipartimento della Difesa”. Lloyd Austin illustrava  poi come l’immenso potenziale americano sarebbe stato predisposto a sostenere con la  deterrenza questa sfida con la Repubblica Popolare Cinese e a “scoraggiare l’aggressione”; egli sosteneva bensì che il conflitto con la Cina non è “né inevitabile né auspicabile” ma anche che gli Stati Uniti sono pronti, se la deterrenza fallisce,  “a prevalere nel conflitto”. Nonostante tutti i processi alle intenzioni, decisive motivazioni sul perché si debba fare della Cina l’ultimo Nemico in una guerra finale con lei, non erano date. Sono queste alcune delle ragioni che stanno alla base dell’Appello “Terra, Pace Dignità”, rivolto anche ai destinatari di questa newsletter, appello che pubblichiamo nel sito e di cui si potranno poi seguire gli sviluppi. Si tratta di dare una rappresentanza politica a tre soggetti ideali, tre ordinamenti,  che non l’hanno o l’hanno perduta: la Terra, la Pace e la Dignità di tutte le creature; è la via, che non elude la dura prova della politica, per giungere infine, ripudiata sul piano mondiale la guerra,  a quel costituzionalismo mondiale che è il nostro obiettivo e la ragione del nostro impegno.

 

 

 

Un’iniziativa politica

TERRA PACE E DIGNITÀ

L’appello di Michele Santoro e Raniero La Valle per dare una rappresentanza al Popolo della Pace. Tre soggetti, tre ordinamenti da costruire: la Pace, la Terra e la Dignità di tutte le creature

Pubblichiamo l’appello, aperto alle firme, per un’assemblea da tenersi a Roma il 30 settembre per dare la parola alla Pace da istituire, alla Terra da salvare, alla Dignità da ristabilire.

Noi sottoscritti, amanti della pace e più ancora della vita, sgomenti per gli sviluppi incontrollati della guerra d’Ucraina e per l’istigazione da parte dei governi a perpetuarla ed estenderla, sentiamo l’urgenza di un impegno personale e intendiamo riunirci in una pubblica Assemblea il 30 Settembre prossimo a Roma per promuovere  un’azione responsabile volta ad invertire  il corso delle cose presenti, istituire la pace e ristabilire le  condizioni di un sereno futuro.

Rivolgiamo perciò un appello:

 Ai pacifici, alle donne e agli uomini di buona volontà, ai resistenti perché nessun volto sia oltraggiato e la dignità sia riconosciuta a tutti gli esseri viventi, agli eredi di milioni di uomini e donne che hanno lottato per il lavoro, per l’emancipazione e per la libertà dal dominio pubblico e privato, a quanti si ribellano al sacrificio degli uni per il tornaconto degli altri, ai giovani che abbiamo perduto, a cui non abbiamo saputo garantire il futuro.

Ai credenti e ai non credenti, agli organizzati e ai disorganizzati, ai militanti di tutti i partiti, agli elettori di tutte le liste, agli assenti dalle urne e a quelli di deluse speranze, a quanti godono di buona fama e a chi soffre di una cattiva reputazione, agli inclusi e agli scartati.

Noi ci rivolgiamo a voi non perché siamo più importanti, ma perché siamo voi.

 

E vogliamo dare una rappresentanza a tre soggetti ideali che ancora non l’hanno o l’hanno perduta, a tre beni comuni: la PACE, la TERRA e la DIGNITÀ.

 

LA TERRA:  è in pericolo, essa non è un patrimonio da sfruttare, un ecosistema da aggredire, ma la casa comune da custodire, da tornare a rendere abitabile per tutte le creature, da arricchire con i frutti del nostro lavoro e le opere del nostro ingegno.

 

LA DIGNITÀ : è la condizione umana da riconoscere, restaurare e difendere. La dignità della libertà e della ragione, del lavoro e del tenore di vita, del migrante per diritto d’asilo e del profugo per ragioni economiche, del cittadino e dello straniero, dell’imputato e del carcerato, dell’affamato e del povero, del malato e del morente, della donna, dell’uomo e di ogni altra creatura.

 

LA PACE:  tutti dicono di volere la pace nel mondo, ma questa non si può nemmeno pensare se prima non finisce questa guerra in Europa, dunque è una seconda pace, ed è una bugia quella di chi dice di volere la seconda pace se non vuole e impedisce la prima. Noi sappiamo invece che la pace del mondo è politica, imperfetta e sempre a rischio. È assenza di violenza delle armi e di pratiche di guerra, vuol dire non rapporti antagonistici né sfide militari o sanzioni genocide tra gli Stati, implica prossimità e soccorso nelle situazioni di massimo rischio a tutti i popoli.

 

Il sistema di guerra è diventato il vero sovrano e comanda ogni cosa, pervade l’economia e domina la politica anche quando la guerra non c’è o non è dichiarata. È questa la ragione per cui la stessa guerra d’Ucraina non riesce a finire, benché in essa entrambi i nemici già ne siano allo stesso tempo vincitori e sconfitti e non finisce perché, così ben piantata nel cuore dell’Europa per rialzare la vecchia cortina sul falso confine tra Occidente e Oriente, la guerra d’Ucraina è funzionale o addirittura necessaria a quel sistema, e perciò gli stessi negoziati sono stati proibiti.

È esplosa con la funesta  offensiva di Putin  ma ha subito suscitato una reazione straordinaria avente lo scopo di dividere l’Europa su una frontiera di odio e di sangue tra Ucraina e Russia, così  da lasciare agli Stati Uniti una potenza ineguagliabile, e la Cina come vero e ultimo nemico.

 

LA TERRA stessa è in pericolo, le politiche ecologiche sono sospese e rovesciate, il clima si arroventa e le acque si rompono. Già ora i Grandi col nucleare sfregiano la Terra (in Ucraina con le bombe ricche di uranio impoverito). Per i potenti della Terra si direbbe che non esiste il futuro.

 

LA DIGNITÀ delle persone e di tutte le creature viene negata e umiliata, a cominciare dalla dignità dei migranti che sono abbandonati al mare o vengono scambiati per denaro perché siano trattenuti nei lager libici o nei deserti tunisini.

 

A tutto questo noi diciamo NO. Siamo sicuri che se si potesse fare un referendum mondiale, la grande maggioranza dei popoli e dei cittadini della Terra direbbe NO alla guerra come salute dei popoli, NO all’entusiasmo per il massacro, NO alla competizione strategica per il dominio del mondo, NO alla sfida culminante dell’area euro-Atlantica con la Russia e  con la Cina.

 

Noi non neghiamo rispetto e stima ai partiti e alle loro personalità più eminenti, e non condividiamo la ripulsa e il discredito di cui oggi sono fatti oggetto. Il nostro è piuttosto un Partito Preso per la Pace, per la Terra e per la Dignità delle creature, senza riserve ed eccezione alcuna.

 

La prima occasione in cui tutto ciò sarà messo alla prova saranno le elezioni europee. Risuona per l’Europa la domanda gridata da papa Francesco: “Dove vai Europa?”. Dove stai navigando, senza la bussola della pace?

Il  primo punto di un  programma elettorale  è per noi il rifiuto senza se e senza ma della creazione di un  esercito europeo,   erroneamente considerata, nell’attuale deriva politica, il naturale coronamento dell’unità europea. È invece il residuo di una cultura arcaica che ritiene essenziale per la sovranità  il potere di guerra e il disporre di un’armata. Un esercito europeo sarebbe integrato nella Nato con gli Stati Uniti al comando, renderebbe permanente la guerra civile europea innescata dal conflitto in Ucraina e il pericolo di una deflagrazione finale in una guerra mondiale già di fatto iniziata.

 

E’ invece l’Europa che dovrebbe promuovere la riforma dell’Onu e una politica attiva per il disarmo, con l’inclusione  del Brasile, dell’India e del Sudafrica, le nazioni che formano i BRICS, nel novero dei Cinque Membri Permanenti del Consiglio di sicurezza. In tal modo la leadership mondiale sarebbe direttamente rappresentativa del 47 per cento (quasi la metà) della popolazione mondiale.

L’ Europa ha interesse a sostenere l’opposizione del presidente brasiliano Lula e dei BRICS  alla supremazia mondiale del dollaro e ha interesse  a sottrarre la moneta e il debito  al dominio delle banche private  e del mercato di carta per recuperare la sovranità perduta e  riconsegnare i beni comuni ai cittadini.

Anche la democrazia è incompatibile col sistema di guerra e si indeboliscono le difese contro il fascismo  vecchio e nuovo.

 

Non ci affascinano i Palazzi ma i Parlamenti. Vorremmo una scuola che non trasformi i ragazzi in capitale umano, in merce nel mercato del lavoro, in pezzi di ricambio per il mondo così com’è, ma in padroni della parola, coscienti e cittadini. Si decida di rendere vero anche nei fatti che la guerra è ripudiata, che la rivoluzione femminile deve essere proseguita e adempiuta, che si salvino per primi “gli ultimi”, perché solo in questo modo si salvano anche i primi.

Amiamo i valori dell’Europa e dell’Occidente ma non pretendiamo un mondo a nostra misura, tanto meno uniformato al modello di “democrazia, libertà e libera impresa”, che si è voluto esportare con le guerre umanitarie e per procura, consacrando così l’economia che uccide.

Per promuovere un costituzionalismo mondiale e preparare un altro avvenire per l’Italia e per  l’Europa chiediamo a tutti di firmare questo appello inviando una mail a associazione.serviziopubblico@gmail.com  indicando il proprio nome e cognome e di farlo circolare per poi unirci in Assemblea il 30 settembre a Roma  nelle modalità che in seguito Servizio Pubblico comunicherà.

Continuiamo a camminare insieme.

Raniero La Valle

Michele Santoro

 

Se l’Europa vuol esistere abbandoni l’atlantismo – Elena Basile

Negli anni 90 ne ho trascorsi quattro anni e mezzo in Nord America. Ho avuto la possibilità di viaggiare a lungo e ovunque negli Stati Uniti. Ho amato molti aspetti di una società che all’epoca sembrava lanciata verso un successo indefinito. Le avanguardie artistiche e culturali, le università, lo spirito civico e di appartenenza a una grande comunità, l’individualismo e l’assunzione di responsabilità, la libertà inscritta nei geni. Ho amato e amo questi aspetti della società americana. Eppure oggi sono una feroce critica dell’imperialismo Usa, delle strategie coerenti e demenziali con cui ben sette amministrazioni, da Reagan in poi, hanno cercato di dominare il mondo con le armi e con la finzione “liberale” di una democrazia esportabile ovunque.

I liberal sono ormai una razza in estinzione, come la sinistra in Europa. Rimane il triste spettacolo di un’oligarchia rappresentata da una classe politica che non brilla per saggezza ed etica e si contrasta a colpi di inchieste giudiziarie. L’asservimento dei giudici all’esecutivo è insito nel sistema e degenera in una sottomissione alle mafie politiche come narra il grande cinema americano. I due sfidanti alle prossime elezioni si promettono incriminazioni reciproche. Lo speaker repubblicano McCarthy lancia un’indagine per l’impeachment di Biden. I Repubblicani accusano il presidente e il figlio Hunter di aver ricevuto 5 milioni di dollari ciascuno per gli affari della società ucraina Burisma nel cui cda siede Biden jr.. Hunter è del resto indagato per evasione fiscale e possesso illegale d’arma da fuoco. Su Trump inutile soffermarsi. L’America è bella, la sua politica no. Persino la fiction House of cards racconta la commistione tra crimini e partitocrazia. Si è quindi antiamericani se si denunciano i crimini del progetto neoconservatore che dalla periferia (Afghanistan, Iraq, Libia) s’è spostato al centro contro l’anello debole delle “potenze del surplus”, la Russia?

Si è antiamericani se si è provato orrore di fronte alle guerre di esportazione della democrazia con annesse extraordinary rendition, Abu Ghraib e Guantanamo? Si è antiamericani se si considera la detenzione di Assange una violazione inaccettabile dei diritti individuali protratta negli anni in Occidente? Si è antiamericani se si denunciano le discriminazioni dei neri americani, il razzismo che alberga in molte fasce della popolazione e si esprime nei comportamenti illegali di alcuni settori della polizia? Si è antiamericani se si disprezza il materialismo e la sottocultura che l’american way of life ha incentivato? Si è antiamericani se si considerano lo Stato sociale e il sistema sanitario pubblico europeo, creato nel dopoguerra e oggi gradualmente smantellato, un riuscito tentativo di riconciliare mercato e standard minimi di giustizia sociale a cui gli americani avrebbero dovuto ispirarsi?

Vorrei chiederlo ai tanti esponenti politici del centrosinistra che sono divenuti cassa di risonanza dei Democratici americani e da anni bollano di “antiamericanismo” ogni riflessione e denuncia di pratiche illecite Usa. Mi piacerebbe credere nella buona fede di tutti. Ma questo mutamento antropologico dei “riformisti” che continuano ad avere come punto di riferimento fideistico l’Amministrazione statunitense appare come il chiaro posizionamento servile nei confronti del vincente. Sei antiamericano, sei un perdente, sei uno sfigato, come si dice in linguaggio colloquiale.

Non c’è, ci raccontano, un’alternativa. La sinistra è senza progetti. Il mantenimento del potere è possibile se ci si allinea alla volontà dei veri poteri, economici e finanziari, che dettano le regole e costruiscono il “migliore dei mondi possibili”. Questa narrativa è pericolosa per le democrazie occidentali. Non vorrei ci fossero malintesi. Russia, Cina, Turchia e, mi dispiace per i cantori della democrazia di New Delhi, anche l’India, hanno forme di governo autoritarie, non paragonabili alle nostre. Eppure il rischio di una graduale degenerazione del dibattito democratico incombe anche su di noi. Bisogna ritornare a una partecipazione politica, a un progetto di società che comprenda valori come la pace e la mediazione da opporre a nazionalismo e corsa al riarmo. Bisogna ritornare all’Europa dei Paesi fondatori, alla riforma della governance economica che continua a drenare fondi dai debitori ai creditori, alla riforma di Dublino che da anni discrimina i Paesi di primo ingresso dei migranti, alla riforma istituzionale, alla difesa e all’autonomia strategica. L’Europa deve appellarsi ai propri interessi e staccarsi dall’atlantismo muscolare che ci ha portato alla guerra in Ucraina e prepara lo scontro con la Cina. Ci può essere una dialettica nella Nato, come Ankara insegna. Gli elettori possono far sentire la loro voce alle prossime elezioni europee. Un’alternativa c’è sempre. I partiti dell’opposizione potrebbero incarnarla insieme.

da qui

 

Un aereo può  cadere – Ennio Cabiddu

Un aereo può  cadere e uccidere mentre trasporta persone e cose.
Un aereo può  cadere e uccidere mentre cerca di spegnere un incendio
Un aereo può  cadere e uccidere mentre porta un organo da trapiantare
Ma un aereo non può  cadere e uccidere perché  si sta allenando per una
costosa,inutile e esibizione per tenere alto l’orgoglio militare e il
mito del primato nazionale


È  tutta colpa degli uccelli – Ennio Cabiddu
È  tutta colpa degli uccelli
Che saranno pure molto belli
Specie dentro un carniere
Allora il cacciator offre da bere
Da loro abbiamo copiato il volare
Ma loro non si piegano al militare
Devono essere obiettori di coscienza
Devono avere nel DNA la nonviolenza
Che Vannacci li metta sull’attenti
O li escluda dagli esseri viventi


Ennesimo invio di armi italiane all’Ucraina – Antonio Mazzeo

Secondo quanto documentato dagli analisti di ItaMilradar, un velivolo cargo Boeing KC-767A (reg. MM62226) dell’Aeronautica Militare italiana è decollato alle ore 7 di mattina dallo scalo di Pratica di Mare (Roma) per raggiungere la base militare di Rzeszow, Polonia. L’aereo è poi rientrato a Pratica di Mare intorno alle ore 14.30.

“L’esatta natura del carico a bordo dell’aereo è ignota ma è probabile che siano stati trasportati aiuti militari all’Ucraina”, scrive ItaMilRadar,. “L’Italia è da sempre un forte sostenitore dell’Ucraina nella sua odierna guerra contro la Russia, è ha già fornito miliardi di dollari in aiuti militari e umanitari. La missione del KC-767A è un’ulteriore indicazione dell’impegno dell’Italia a sostegno dell’Ucraina. L’aereo è un grande velivolo da trasporto in grado di ospitare fino a 70 tonnellate di carico”.

I Boeing KC-767A’dell’Aeronautica Militare sono anche equipaggiati con un sistema per il rifornimento in volo dei cacciabombardieri.”

Ancora una volta massima segretezza da parte del governo sui trasferimenti di sistemi di guerra alle forze armate ucraine. A differenza degli Stati Uniti d’America e di quasi tutti i paesi membri della Nato, l’Italia impone il segreto militare sulla tipologia, le quantità e il valore delle armi inviate a Kiev.

da qui

 

 

 

 

L’Ucraina è il nuovo Afghanistan: le prossime europee siano un referendum per la pace – Elena Basile

Come si sa, Antonio Gramsci in una nota dal carcere negli anni Trenta scrisse che un mondo stava morendo e che i contorni del nuovo universo non erano netti all’orizzonte. Nell’interregno tra i due diversi ordini, forze irrazionali e oscurantiste avrebbero dominato. Nell’interregno nascono i mostri. L’attualità di questa dichiarazione ci colpisce.

È davanti agli occhi di tutti, anche dei più fanatici sostenitori della riscossa dell’Occidente collettivo contro il male col quale viene identificato il resto del mondo, (Pep Borrell docet, il «giardino» europeo assediato dai barbari) che la strategia Usa e Nato manca di razionalità politica.

La politica in subordine
Con Machiavelli, nasce l’epoca moderna. Viene creata l’autonomia della politica dai dogmi religiosi ed etici. Naturalmente anche prima di Machiavelli la politica era stata pura gestione del potere ma era stata camuffata da visioni religiose e falsamente etiche. L’autore de Il Principe mette a nudo il re e riconsegna alla strategia politica le sue caratteristiche essenziali aprendo alla modernità laica le scienze politiche.

Oggi l’operazione sotto-culturale che viene portata avanti è la soggezione dell’arte del compromesso al fine di ridurre i danni e perseguire il maggior bene possibile, ai dogmi etici naturalmente funzionali a un certo tipo di potere. La sconfitta dell’Ucraina è immorale, dichiara il Brookings Institute. In questo modo il ventunesimo secolo che avrebbe dovuto portare alla fine delle ideologie vede gli interessi geo-strategici occidentali travestirsi di radicalismo etico, di ossessione normativa. In questo modo ogni opzione razionale e realistica diviene oggetto di uno stigma quasi religioso incline a trascinarci in un universo medievale oscurantista.

Meglio della sottoscritta lo spiega Salvatore Minolfi nel suo eccellente libro “Le origini della guerra russo-ucraina”, edito dall’Istituto di studi filosofici di Napoli, lontano dai grandi circuiti e dalla promozione delle case editrici importanti come avviene oggi per tante pubblicazioni originali e di valore, ghettizzate nell’ombra mentre imperversano opere scontate e banali, incomprensibilmente pompate dai media.

La nuova tappa del trentennale progetto neo-conservatore americano, ugualmente presente tra i Repubblicani e i Democratici, è la guerra in Ucraina. Si abbandona la periferia (Afghanistan, Iraq, Libia) per dirigersi contro il centro, l’anello debole delle potenze del surplus, la Russia, per poter poi attenzionare la Cina. La politica non è, in questo caso, la continuazione della guerra con altri mezzi, come affermava Carl Schmitt, ma la manifestazione del suo vuoto.

Difendere l’egemonia statunitense messa in crisi dalle potenze emergenti e da un mondo multipolare agli albori, facendo affidamento sulla sola supremazia militare, indirizzare il conflitto contro una potenza nucleare, apparirebbe a qualsiasi studente di teoria politica internazionale ai primi anni universitari una aberrazione ma non ai giornalisti, ai politologi e ai diplomatici scesi a supporto della guerra per la “libertà dell’Ucraina”.

Quale libertà potremmo chiederci? La libertà di non divenire un Paese neutrale come l’Austria e la Svizzera? La libertà di non risolvere nell’ambito di una federazione i problemi concreti esistenti dal punto di vista linguistico, culturale e politico con le minoranze russofone? Povero popolo mandato al massacro, non mi stancherò di ripeterlo!

Una speranza vana
Avevo sperato nelle preoccupazioni elettorali di Biden. La cosiddetta “war fatigue” sottolineavano tanti analisti con un cinismo impressionante, avrebbe potuto minare il successo della campagna presidenziale. Vi sarebbe stato un interesse alla mediazione, almeno a un armistizio coreano dato anche l’orrore delle perdite subite durante la debole controffensiva di Kiev.

Gli Usa hanno raggiunto gran parte dei loro obiettivi geostrategici che almeno sette amministrazioni Usa da Ronald Reagan in poi hanno perseguito. Gli interessi energetici, innanzitutto. Il gas Usa a prezzi proibitivi per l’Europa rimpiazza in gran parte quello russo. Il complesso industriale della difesa ha ricevuto gli incentivi necessari a far marciare l’economia statunitense. La separazione della Russia dall’Europa e la fine della relazione speciale russo-tedesca sono state infine ottenute.

Il riequilibrio dei poteri tra vecchia e nuova Europa con una preminenza della seconda sulla prima è evidente anche ai ciechi. Ormai guardiamo impotenti alla fine delle ambizioni di difesa europea e autonomia strategica dell’Ue. In conclusione si tratta di un bel bottino che poteva suggerire una tregua.

Eppure l’investimento di 101 miliardi, l’ultimo promesso dal segretario di Stato Usa, Tony Blinken, nel suo recente incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Kiev insieme alle bombe a grappolo e agli F16, purtroppo ci induce a pensare che l’Ucraina resterà l’Afghanistan di Europa, con un conflitto endemico capace forse di erodere alla lunga il potere economico e politico di Mosca ma anche la sovranità dell’Europa ormai in ginocchio, un “protettorato Usa” come Brzezinski con la sua solita lucidità la aveva già descritta.

L’unica soluzione
Come uscirne allora? Come immaginare Sisifo felice e tentare di trascinare la pietra fino in cima alla montagna anche se sappiamo che ricadrà a valle? Bisogna sperare nel bene e nella ragione anche quando essa appare lontana. La vecchia Europa, i popoli di Germania, Francia, Italia, dovrebbero far sentire la propria voce alle prossime elezioni europee premiando chi è contro la guerra, premiando chi non vuole tradire gli interessi nazionali e favorire la crisi economica-energetica che si ripercuoterà su imprese e famiglie.

Se il cuore dell’Europa prenderà le distanze dalla strategia Usa in ambito Nato qualcosa può ancora cambiare. Belgio, Lussemburgo, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, Slovenia, Bulgaria, Ungheria seguiranno. Una dialettica potrà aprirsi in seno alla Nato e all’Ue.

La Russia potrà essere indotta a più miti consigli se come indica la saggezza cinese si esce dall’ottica della guerra fredda e si ritorna ai principi dell’ Onu e dell’ Osce: rispetto della sovranità territoriale e integrità delle frontiere ma anche non interferenza negli affari interni di un Paese, indivisibilità della sicurezza e quindi non espansione di un’alleanza militare a spese della sicurezza di un altro Stato.

Il ritiro delle truppe russe potrebbe essere negoziato negli anni insieme alla graduale abolizione delle sanzioni. L’Ucraina federale e neutrale, con autonomia linguistica e regionale, libera di commerciare con l’Europa come con la Russia sarebbe l’auspicabile futuro. Questa l’unica possibile soluzione, questo il bene comune del popolo ucraino, dell’Europa e della Russia.

Un’utopia? Sì probabilmente come la democrazia lo è, oggi impoverita e sotto attacco, e in grado di trasformarsi ovunque in una oligarchia, nel potere delle multinazionali finanziarie e delle marionette politiche. Spetta alle forze dell’opposizione perseguire unite un’alternativa alla divisione dell’Europa e alla sua perenne instabilità. Spetta ai cittadini rifiutare la crisi economica e l’impoverimento.

Spetta a noi tutti allontanare il rischio di un conflitto nucleare e la divisione del mondo in blocchi militari l’un contro l’altro armati. L’unico fucile contro la guerra sono le nostre idee, la ragione. Come qualcuno, tradito dai suoi epigoni, affermava “spes contra spem”, ripetendo il motto che fu di Giorgio la Pira, mutuato da Paolo di Tarso nella lettera ai romani. Bisogna avere speranza anche quando le circostanze reali la scoraggiano. Appelliamoci all’ottimismo della volontà.

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