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mercoledì 14 dicembre 2022

Sono farmaci e non vaccini. Lo studio che lo prova

 

Valentina Bennati intervista Marco Cosentino

Quelli che tutti chiamano "Vaccini anti-Covid" in realtà sono farmaci (cosa che ha implicazioni farmacologiche, cliniche, giuridiche e regolatorie ben precise). Intervista a Marco Cosentino, medico e professore di Farmacologia all'Università degli Studi dell'Insubria e direttore del Centro di Ricerca in Farmacologia Medica della stessa Università

Correva la fine dell’anno 2020 quando i farmaci prodotti contro il temuto SARS-CoV-2, indicato come responsabile della dichiarata pandemia da Covid-19, furono velocemente immessi in commercio da varie aziende farmaceutiche sulla base di autorizzazioni emergenziali e condizionate e presentati da media e istituzioni come salvifici vaccini. L’articolo 4 del Decreto-Legge 44-2021 li ha anche imposti ad alcune categorie di lavoratori – obbligo che pare esser stato ritenuto “non irragionevole e sproporzionato” dalla recente sentenza della Corte Costituzionale del 1 dicembre scorso – tuttavia, c’è un interessante studio italiano, finora trascurato dai più forse per i suoi “tecnicismi” malgrado la straordinaria attenzione che sta sollevando a livello internazionale, che evidenzia in modo molto chiaro un aspetto fondamentale: i cosiddetti trattamenti anti-Covid non sono affatto dei vaccini come normalmente presentati, ma in realtà farmaci che, in assenza dei dovuti studi relativi alla farmacodinamica, farmacocinetica e tossicologia, sono “di fatto impiegati in maniera cieca e inconsapevole così da produrre conseguenze imprevedibili seppure apparentemente non riconducibili agli inoculi in plurime e ravvicinate dosi”.

Così scrivono gli avvocati Roberto De Petro e Giuseppe Mantia, facendo riferimento al sopracitato studio (che è stato condotto da Marco Cosentino, medico e professore di farmacologia all’Università degli studi dell’Insubria e dalla collega professoressa Franca Marino del Centro di Ricerca in Farmacologia Medica della stessa Università), sulla base del quale i due legali giungono a definire questi prodotti come “medicinali falsificati”.

Inoltre, gli avvocati sottolineano come la distinzione tra vaccino e medicinale di terapia genica non sia puramente nominalistica ma sostanziale, in quanto le domande di autorizzazione in commercio formulate dalle case farmaceutiche devono possedere dei requisiti ed essere corredate da documentazione variabile proprio in funzione della classificazione del farmaco oggetto della domanda a pena di rifiuto della stessa.

In pratica le delibere di autorizzazione all’immissione in commercio di questi farmaci, a quanto pare sbrigativamente classificati come vaccini, avrebbero violato vari regolamenti europei, nonché la direttiva CE 83-2001. Di conseguenza, scrivono i legali, “non possono e non potevano ab origine essere prodotti, confezionati e quindi distribuiti in Italia” e sarebbe da mettere in discussione anche lo stesso articolo 4 del DL 44-2021 in quanto “una norma interna non può obbligare i cittadini di uno Stato membro a subire l’inoculo di ‘medicinali falsificati’ ai sensi dell’articolo 1 n. 33 della direttiva Ce 83-2001, autorizzati in palese violazione del diritto eurounitario”.

Insomma, nonostante la recente sentenza della Corte Costituzionale, la questione non è affatto chiusa: esiste una parte del mondo del diritto che non è assolutamente concorde con le decisioni che sono state prese finora e c’è ancora molto da capire in relazione a questi prodotti.

È di conseguenza NELL’INTERESSE DI TUTTI continuare ad approfondire il più possibile, informarsi e informare, a propria volta, altre persone. Grazie, dunque, al professor Marco Cosentino per aver accettato questa intervista. Spero possa contribuire a far crescere consapevolezza chiarendo la questione, non semplice ma di importanza fondamentale per la verifica della sicurezza e l’identificazione degli effetti avversi di questi prodotti.

* * * *

Prof Cosentino questi prodotti sono stati presentati fin dall’inizio come sicuri poiché si riteneva che, analogamente ai vaccini convenzionali, dopo l’iniezione intramuscolare la maggior parte della dose sarebbe rimasta nel muscolo e il resto sarebbe stato drenato attraverso il sistema linfatico nel giro di poche ore. In realtà è stato visto che la proteina spike può entrare nel flusso sanguigno e nei tessuti, incontrare i recettori ACE2 e indurre danni agli organi. Nel vostro studio riassumete e discutete le prove disponibili che indicano questa distribuzione sistemica della proteina spike indotta dal vaccino. Quali sono in sintesi queste prove?

“Sì, questo è il nostro punto di partenza. Che la piattaforma biotecnologica impiegata per mettere a punto questi prodotti avesse tra le sue caratteristiche una biodistribuzione sistemica era cosa nota dalla precedente letteratura. Il prodotto giunge virtualmente in ogni organo e tessuto a partire da quelli che ricevono più sangue (cuore, ghiandole, visceri, muscolo scheletrico, fegato) e che più facilmente assorbono materiale lipidico (ancora una volta fegato, ghiandole endocrine quali surreni, pancreas, tiroide, gonadi, sistema nervoso centrale e periferico). Purtroppo nessuno studio è stato svolto dai produttori come parte del programma di sviluppo sperimentale e clinico, negando pure gli indizi derivanti dagli studi condotti nei roditori, asseritamente per studiare la distribuzione degli eccipienti lipidici.

A parte le nostre considerazioni, pubblicate ai tempi in rivista in forma di ipotesi pur documentate nell’aprile 2021, poche settimane dopo per paradosso il primo studio che le confermava fu un lavoro di ricerca realizzato in 13 soggetti che ricevettero Moderna per poi documentare la spike vaccinale nella circolazione sistemica in 11 di essi per alcune settimane. Lo studio era finanziato tra gli altri da Fondazione Gavi, e quando contattai gli autori tutti si dissero convinti che in tal modo avevano documentato l’irrilevanza della spike che compariva “in tracce” per andarsene rapidamente. Le interpretazioni possono essere in realtà anche opposte: il dato che la spike c’è e circola ovunque richiede la verifica dei suoi possibili effetti. Inoltre, dal momento che essa non entra dall’esterno ma è prodotta da qualche parte (dove? Non si sa…) nei tessuti del vaccinato, ci si può aspettare che in questi tessuti le concentrazioni siano molto elevate, al punto da essere potenzialmente pericolose.

Giunge poco dopo un grande studio rigoroso e ben condotto, che tra i tanti dati presentati documentava pure spike e RNA vaccinali nei linfonodi ascellari ben due mesi dopo i vaccini. Due mesi è un intervallo lunghissimo e ci si chiede come sia possibile che un RNA sia ancora presente quando avrebbe dovuto degradarsi da tempo. Forse si era integrato? In ogni caso la spike vaccinale dopo due mesi richiede, ad esempio, l’ampliamento della “plausibile finestra temporale” che secondo le regole WHO si applica alla valutazione delle reazioni avverse da vaccino: al momento, dopo due-quattro settimane – accada quel che accada – il vaccino viene sistematicamente assolto. Ovvio che non è così.

Infine, ricordo il caso della donna canadese con una grave trombocitopenia autoimmune dopo Moderna e livelli oltre 100 volte elevati di spike nel sangue. E le recenti evidenze di RNA e spike nel latte materno in corso di allattamento.

Ce n’è abbastanza per sentirsi in dovere di procedere con prudenza e nel frattempo di indagare con cura i meccanismi di tossicità possibilmente legati alla spike.”

 

Che ruolo ha la proteina spike negli effetti avversi post vaccinali e perché, secondo lei, in alcuni casi dopo l’inoculazione si verificano reazioni, a volte anche gravi, mentre in altri no?

“La spike è una proteina tossica che il virus utilizza per aggredire le cellule che infetta e penetrarvi all’interno. Anche da sola, svincolata dalla struttura virale, la spike ha molteplici attività dovute alla capacità di legare con alta affinità recettori come gli ACE2 e i CD147, implicati nelle infiammazioni in particolar modo cardiache, vari TLR con ulteriore effetto proinfiammatorio, e addirittura i recettori per l’estradiolo, cosa che spiegherebbe alquanto bene i disturbi mestruali che si manifestano in donne in età fertile come pure i sanguinamenti in postmenopausa che si hanno dopo covid e soprattutto dopo i vaccini. E poi l’attività estrogenica pone ovviamente il tema dei tumori estrogeno-dipendenti, mammella e utero su tutti.

Una ipotesi più che plausibile legata al meccanismo della spike è che gli effetti avversi si abbiano in quei soggetti nei quali la produzione di spike finisce per essere inappropriata ed eccessiva per sede (ad esempio in quanto si localizza in un organo vulnerabile come il cuore, le gonadi, ecc.), per quantità e per durata. È verosimile che ci siano persone che dallo stesso RNA producono più proteina e altre che ne producono meno, così come ci sono indizi che fanno pensare che flaconi diversi del medesimo prodotto, magari da lotti diversi e per problemi di conservazione e manipolazione, possano contenere meno principio attivo, risultando così meno tossici, o possano contenere principio attivo degradato, potendo così indurre maggiore infiammazione e danno. Sono tanti i fattori fuori controllo: diciamo che chi si vaccina con questi prodotti e non ha effetti avversi è senza dubbio abbastanza fortunato. Il che non esime dall’indagare il meccanismo della tossicità e i fattori implicati in modo da comprenderla e prevenirla.”

 

Il lavoro scientifico che Lei ha condotto insieme alla professoressa Marino evidenzia chiaramente che questi prodotti sono farmaci e non vaccini. Quali sono le prove che lo attestano innegabilmente e quali sono le implicazioni di tipo sanitario conseguenti?

“Non è un problema definirli vaccini, se si fa riferimento alla loro capacità di indurre una risposta immunitaria più o meno efficace, ma poi non si deve per questo perdere di vista che questi prodotti non contengono semplicemente un antigene (ovvero un frammento inattivo di un microrganismo) bensì niente meno che le istruzioni per far produrre alle nostre cellule una proteina virale, del tutto estranea e per di più tossica, che se ne va in giro per l’organismo in quantità ignote e imprevedibili con la possibilità di far danno. E che di danni ne faccia lo indica la sua presenza, ad esempio, in biopsie endomiocardiche di danneggiati al cuore dopo vaccino, in lesioni cutanee erpetiche in persone con zoster post-vaccinale, nei monociti circolanti di persone con sindrome simil long covid post-vaccino, l’RNA in biopsie muscolari di tutti e quattro gli arti di una donna con grave infiammazione dei muscoli scheletrici dopo vaccino, ancora la spike nel miocardio e nell’encefalo di una persona con Parkinson deceduta per encefalite e miocardite post-vaccino. Tutti indizi frammentari, ma se tre indizi fanno una prova qui di prove ne abbiamo già un paio e ancora ne avanza …”

 

Immagino che anche le procedure per la segnalazione degli eventi avversi sospetti siano diverse a seconda che si parli di farmaci piuttosto che di vaccini, mi sbaglio? Ci sono stati molti decessi improvvisi, anche tra gli atleti, negli ultimi 22 mesi, e moltissime persone che godevano di buona salute stanno testimoniando varie problematiche, anche gravi, insorte all’improvviso in seguito all’inoculazione di questi farmaci. Si tratta, tuttavia, di casistiche che non vengono riconosciute dalle istituzioni sanitarie. Chiarire finalmente la vera natura di questi prodotti e i loro meccanismi di azione potrebbe servire a migliorare le condizioni di chi già è stato danneggiato o, almeno, a evitare ulteriori ‘fatalità’?

“Si tratta di uno degli aspetti più tragici e angoscianti e al tempo stesso kafkiani della vicenda. Per i farmaci (‘pharmaceutical drugs’) nella valutazione del nesso causale con gli eventi avversi riportati dalla farmacovigilanza si opera con mente molto aperta sulla base dei classici principi alla base anche della valutazione del nesso in medicina legale, e il nesso infine può essere classificato come certo, probabile, possibile, improbabile, indeterminato. A questo seguono di regola frequenti aggiornamenti della scheda tecnica del medicinale, in forma ad esempio di avvertenze, controindicazioni e notizie di interazioni.

I vaccini vengono invece valutati con regole ad hoc dell’OMS (WHO AEFI guidelines) fatte apposta per cercare tutti gli appigli per “assolvere” i vaccini. Della questione del “plausibile intervallo temporale” abbiamo detto. Qui aggiungiamo che uno studio statunitense che ha esteso l’intervallo a 38 settimane dopo Moderna o Pfizer ha rilevato quasi 1.500 eventi avversi gravi per 10.000 vaccinati negli anziani del programma di assistenza dedicato ai veterani. Confrontando Moderna e Pfizer, quest’ultimo risultava dare un eccesso di eventi gravi tra cui 11 ictus ischemici, 15 infarti del miocardio, 11 tromboembolie, 17 danni renali ogni 10.000 vaccinati, circa uno ogni 200.

Tra gli altri aspetti discutibili, l’esclusione della responsabilità del vaccino a fronte di altre possibili cause. Ad esempio, una miocardite post-vaccino in un soggetto guarito da covid è causata dal covid, e in un soggetto con precedente miocardite è una fatalità dovuta alla ripresentazione della malattia di base. Ma se invece si toglie questa assurda e illogica procedura, del tutto inadeguata ai vaccini covid, un’altra ricerca (anche questa come la precedente citata e discussa nella nostra recente pubblicazione) scopre che vaccinare un guarito aumenta di 4-6 volte il rischio di miocardite, e vaccinare una persona con pregressa miocardite aumenta il rischio di ben 140-160 volte.

Ovvio, dunque, che con la sorveglianza passiva per cui governi e agenzie regolatorie hanno optato, già di per sé gravata da enorme sottosegnalazione, cioè le segnalazioni non arrivano, non solo non abbiamo dati su cui lavorare, ma i pochi disponibili vengono in massima parte scartati al momento di transitare sotto le “forche caudine” dell’algoritmo di definizione del nesso causale. Così questi prodotti sono per definizione sicuri perché in realtà i dati sui danni anche gravi e sui decessi vengono molto probabilmente ignorati e sfuggono ai conteggi.”

 

Dunque, in sostanza, per ottenere facilmente l’autorizzazione all’ammissione in commercio, questi prodotti sono stati trattati e presentati come vaccini convenzionali e non come farmaci, quali in realtà sono. C’è stato un approccio disinvolto e pericolosamente grave da parte delle aziende produttrici e di chi aveva il dovere di vigilare e questo è un aspetto cruciale di tutta questa storia che finora non è stato adeguatamente messo in evidenza e, di conseguenza, neppure compreso dalla maggior parte della gente che, di fatto, non ha ricevuto da istituzioni e media informazioni corrette.

Lei ritiene che anche i giudici della Corte Costituzionale non siano stati adeguatamente informati e, quindi, siano arrivati ad emettere una sentenza – che nei giorni scorsi ha giustificato l’obbligo di vaccinazione Covid – sulla base di informazioni fuorvianti, quelle appunto a cui tutta la popolazione è stata finora esposta? O piuttosto ha pesato la politica, essendo per 2/3 la Consulta di nomina politica?

“Aver definito questi prodotti come vaccini, se da un lato ne rispecchia la capacità di stimolare il sistema immunitario, dall’altro ha consentito di ignorare il loro complesso meccanismo che comprende ben due principi attivi con proprietà farmacotossicologiche e farmacocinetiche tutte da chiarire: l’RNA e la proteina spike. Quest’ultima è una tossina attiva, come se nel vaccino antitetano o in quello antidifterite ci mettessimo le tossine tetanica e difterica attive e non inattivate e poi sperassimo che andasse tutto bene. Tutto questo viene ignorato di fronte alla qualifica di vaccini per i quali scatta solo la valutazione dell’immunogenicità e talora, ma non sempre, la valutazione della protezione clinica dalla malattia infettiva. Qui quest’ultima c’è stata solo per il primo ciclo, solo su poche persone (20.000 a fronte dell’intenzione di vaccinare miliardi), sul rischio di covid non grave (l’esito clinico forse di minor rilievo per l’uso di questi prodotti), nei soggetti adulti meno a rischio e solo per poche settimane, rispetto all’idea già ben precisa di proporre richiami ogni 6-12 mesi a tempo indeterminato. E i successivi richiami come pure le estensioni di autorizzazione ad alte fasce d’età, specie i bambini, e i vaccini aggiornati, bivalenti e compagnia, tutti autorizzati sulla base di livelli anticorpali o nemmeno di quelli a volte solo in quanto ‘se ha funzionato uno perché non dovrebbe funzionare quest’altro che è più o meno simile’. Siamo insomma in un battibaleno scivolati verso una inedita disinvoltura regolatoria, che consente di approvare a catena prodotti studiati poco e nulla, che ho definito un vero e proprio parkour autorizzativo.

Rispetto alla decisione della Consulta, attendo di leggere le motivazioni, ma trovo molto probabile che quasi nessun giudice oggi abbia un quadro preciso e aggiornato delle evidenze, immersi come siamo in propaganda e disinformazione istituzionale che ripete incessantemente ‘vaccinato buono / non vaccinato cattivo,’ un po’ come lo slogan delle quattro e delle due gambe di orwelliana memoria. Ora, non è certo questa l’atmosfera favorevole al confronto pacato e obiettivo sulle evidenze. E difatti par di capire che la Consulta sia caduta pure lei nel malinteso mai troppo denunciato del vaccino che proteggerebbe dal contagio e dalla sua trasmissione, aspetto ormai definitivamente derubricato sulla base della mole di evidenze che consente di escluderlo.

Rimane il dubbio sulla capacità dei vaccini covid di ridurre per alcuni mesi il rischio di covid grave e di decesso, un effetto che le sperimentazioni cliniche non hanno documentato ma che gli studi osservazionali, pur esposti a molteplici fonti di distorsione, sembrano suggerire. I tempi potrebbero essere maturi per nuovi studi clinici randomizzati e controllati per la verifica di questi importanti effetti protettivi, cosa su cui anche autorevoli esperti esteri come John Joannidis e Peter Doshi concordano. Potremmo così impiegare questi prodotti con maggiore consapevolezza, avendone approfondito con maggior cura anche i profili di sicurezza, certi in ogni caso che il loro migliore effetto rimane sul piano personale e non ha alcuna valenza collettiva e sociale, almeno sulla base delle migliori evidenze attuali.”

 

Anche nell’eventualità di riuscire a chiarire definitivamente il dubbio sulla capacità di questi prodotti di ridurre per alcuni mesi il rischio di covid grave e di decesso, rimane comunque un altro aspetto fondamentale da capire: se i vaccini, in teoria, sono pensati per immunizzare, è possibile fare un vaccino per un virus mutante?

“Qualsiasi cosa in linea di principio è possibile, e tuttavia inseguire le mutazioni con vaccini aggiornati è un obiettivo indubbiamente interessante per chi i vaccini li produce, ma chi ha responsabilità istituzionali di salute pubblica qualche domanda su realizzabilità, sostenibilità e verosimiglianza di una strategia del genere dovrebbe porsela.

Inoltre, uno studio recentemente pubblicato in preprint mostra come la proteina spike della variante Omicron abbia ad esempio molto maggiore capacità di agglutinare i globuli rossi, e quindi in linea di principio di aumentare i rischio tromboembolico rispetto all’originaria Wuhan. Da un lato, dunque, si aggiungono meccanismi di potenziale tossicità della proteina, che sia virale o vaccinale, e dall’altro lato si evidenza come non sia possibile liquidare l’aggiornamento dei vaccini con un RNA codificante per la nuova spike con una scrollata di spalle. A meno che non li si intenda analoghi proprio in quanto non si è valutata la farmacotossicologia degli originari così come degli aggiornati e si intende proseguire sulla strada dell’equivoco della ‘assenza di evidenza’ come ‘evidenza di assenza’.”

 

Il mese scorso è stato pubblicato su Science uno studio che ha mostrato la significativa diminuzione del numero e della frequenza delle cellule staminali ematopoietiche nel sangue derivato da cordone ombelicale di neonati le cui madri avevano ricevuto il vaccino anti covid. Il concepimento, la gravidanza e la prima infanzia sono considerate da sempre condizioni delicate da proteggere e nelle quali utilizzare farmaci il meno possibile, solo in caso di stretta necessità e sotto responsabilità medica. Nell’era Covid, invece, anche questo basilare principio di cautela è saltato. Questo studio che riguarda i neonati mi pare particolarmente preoccupante: si possono escludere implicazioni per questi neonati quando raggiungeranno l’età adulta?

“Non si può escludere nulla. Evidenze del genere, insieme alle ancora mai risolte controversie sugli aborti dopo vaccinazione e al passaggio di RNA e spike nel latte materno devono indurre alla cautela e all’esercizio di un principio di prudenza che pare invece del tutto dimenticato. Il concepimento, la gravidanza, il parto e l’allattamento vanno difesi e tutelati al meglio anche attraverso l’astensione dalla somministrazione di qualsiasi farmaco dagli effetti incerti, tanto più se c’è la sicurezza documentata che il bimbo risulti esposto, potenzialmente in ogni momento. Trascurare questi aspetti è da irresponsabili.”

 

Tra i suoi lavori, Professore, c’è anche uno studio pubblicato lo scorso ottobre sul Journal of Clinical Medicine che descrive l’esperienza di cura precoce domiciliare del Covid-19 da parte dei medici volontari dell’Associazione IppocrateOrg. Non è l’unico studio che evidenzia l’efficacia di cure precoci e personalizzate, eppure le terapie domiciliari sono state a lungo ignorate e contrastate e si è preferito puntare tutto sugli hub vaccinali, penalizzando fortemente la libertà dei medici che volevano agire in scienza e coscienza. Le pressioni politiche, economiche e finanziarie dei mesi scorsi, però, non sembrano terminate, anzi nuove difficoltà si profilano all’orizzonte per chi desidera esercitare con coscienza l’arte medica. Mi riferisco al Presidente della Fnomceo, Anelli, che ha annunciato la preparazione di un nuovo codice di deontologia medica nel quale “saranno sicuramente introdotti degli articoli relativi ai vaccini e alle vaccinazioni in base ai quali il medico non potrà sconsigliarne l’utilizzo”. Davvero si potrà obbligare un medico a un comportamento clinico predeterminato e annullare definitivamente il valore della libertà nella scelta terapeutica?

“L’ottusità a volte anche malevola con cui da un certo punto in poi sono state ostacolate le cure del covid rimane a oggi del tutto incomprensibile e senza una spiegazione logica che voglia presupporre buona fede. Convengo sull’assenza di evidenze solide a favore di determinati farmaci, peraltro tutti ben noti con eccellente profilo di sicurezza e a basso costo tali, dunque, da poter essere impiegati senza rischi da medici adeguatamente esperti. Soprattutto, se l’alternativa doveva essere la ‘vigile attesa’ pare ovvio che il ‘minimo sindacale’ di rispetto del codice deontologico richiedesse e tuttora richieda di fare il possibile. E da quando – grazie alle autopsie realizzate tra l’altro anche in Italia – è risultato chiaro un razionale di impiego di farmaci di uso comune, quali antiinfiammatori steroidei e non, anticoagulanti, antiaggreganti e antibiotici, l’astensione è divenuta come minimo una violazione dell’impegno nei confronti del paziente.

Poi, l’inconciliabilità cure-vaccini è stata del tutto incomprensibile e artata. Qualsiasi sistema sanitario si fonda su prevenzione e cura armonicamente integrate. Come i medici vaccinatori sono stati compensati economicamente nell’emergenza, così avrebbero potuto e dovuto esserlo coloro che curavano i pazienti. C’è uno studio dell’ASL di Milano che mostra come nei tempi peggiori bastò un contatto telefonico e qualche indicazione per migliorare enormemente gli esiti del Covid. Ovvio come evidenze del genere certifichino il drammatico errore di aver paralizzato la sanità territoriale e trasformato gli ospedali in strutture di isolamento. Per tacere della gestione delle RSA specie nei primi tempi.

Infine, riguardo alle ipotesi di riforma del codice deontologico, mi paiono discorsi ancora dettati da una scarsa lucidità post-emergenziale: come già ho avuto modo di scrivere in altra sede, la potestà prescrittiva del medico non può essere limitata a condizione che essa sia esercitata ‘in scienza e coscienza’ nel migliore interesse del paziente. D’altra parte, se – per assurdo – esistesse mai un giorno un medicinale che facesse solo bene, senza se e senza ma, non si vede per quale motivo lo dovrebbe prescrivere il medico: ovvio che in quel caso lo distribuirebbero agli angoli delle strade e tutti faremmo la fila per la nostra dose. Fino a che questo non avverrà, fino a che i medicinali avranno indicazioni, controindicazioni, benefici e effetti avversi, sarà utile e spesso indispensabile il giudizio del medico. Che motivatamente potrà essere favorevole o contrario, sempre e comunque a beneficio del paziente, il quale a sua volta ha tutto il diritto sacrosanto e inviolabile di comprendere le ragioni del medico e di aderire alla sua proposta solo ove queste ragioni gli paiano sensate e condivisibili. Tutto il resto sono chiacchiere. E le chiacchiere le porta via il vento (e le biciclette i livornesi).”

da qui

mercoledì 26 gennaio 2022

Covid: ricoveri abbattuti drasticamente se curata entro tre giorni. Lo studio italiano che lo dimostra

  

(Valentina Bennati intervista Paolo Bellavite)

 

Ci sono medici che hanno riposto ogni fiducia solo nel “vaccino” e altri che, invece, in questi ultimi 20 mesi hanno lavorato, e molto, per curare i malati ed evitare che giungessero troppo aggravati in ospedale. Dalla loro esperienza – che ha dimostrato che, se si interviene nella fase iniziale con terapie appropriate, di COVID si può guarire tranquillamente a casa – è nato uno studio, ora a disposizione della comunità scientifica.

Pubblicato in anteprima l’8 dicembre dalla rivista peer-review ‘Medical Science Monitor’ con il titolo “Retrospective Study of Outcomes and Hospitalization Rates of Patients in Italy with a Confirmed Diagnosis of Early COVID-19 and Treated at Home Within 3 Days or After 3 Days of Symptom Onset with Prescribed and NonPrescribed Treatments Between November 2020 and August 2021 (Studio retrospettivo sugli esiti e sui tassi di ospedalizzazione di pazienti in Italia con diagnosi confermata di COVID-19 precoce e trattati a casa entro 3 giorni o dopo 3 giorni dall’insorgenza dei sintomi con farmaci di prescrizione e non di prescrizione tra novembre 2020 e agosto 2021)”, il lavoro ha, come prima firma, quella del professore Serafino Fazio, componente del Consiglio Scientifico del Comitato Cura Domiciliare COVID-19, già professore di medicina Interna all’Università di Napoli. I co-autori sono Paolo Bellavite (già professore di Patologia generale alle Università di Verona e di Ngozi-Burundi), Elisabetta Zanolin (Dipartimento di Diagnostica e Sanità Pubblica dell’Università di Verona), Peter A. McCullough (Department of Cardiology, Truth for Health Foundation, Tucson, AZ, USA) che ha sottoscritto lo schema terapeutico del Comitato Cura Domiciliare COVID-19, Sergio Pandolfi (Neurochirurgo – Ozonoterapeuta, Docente al Master di II° livello in ossigeno-ozono terapia Università di Pavia) e Flora Affuso (ricercatrice indipendente).

Lo studio ha evidenziato, in un gruppo di 85 pazienti con COVID-19, un azzeramento dei ricoveri se la terapia viene messa in atto nei primi tre giorni e conferma quello che già altri studi pubblicati a partire da maggio 2020 (ad esempio da Paesi come Stati Uniti, Corea, Iran e India) hanno messo in luce ossia i benefici positivi delle cure precoci e in particolare dell’utilizzo dell’indometacina, farmaco antinfiammatorio non steroideo e agente virale ad ampio spettro che costa poco più di un euro e che sembrerebbe in grado non solo di fornire un sollievo sintomatico più rapido ai pazienti, ma di prevenire anche le complicanze.

Dopo lo studio Remuzzi-Suter dell’Istituto Mario Negri, che ha avuto il merito in Italia di imporre il tema delle cure domiciliari anche nel campo delle pubblicazioni scientifiche, questa nuova pubblicazione dovrebbe rappresentare un vanto nazionale e richiamare l’attenzione dei principali giornali nazionali e della TV, mentre finora è stata pressoché ignorata. Ne ha parlato, invece, di recente un importante giornale indiano che ne ha sottolineato l’importanza.

Del resto, è noto come da noi il tema delle cure precoci e domiciliari sia stato sottovalutato sin dall’inizio. E non si può dire che il Governo non ne fosse a conoscenza: secondo quanto si può leggere nell’interrogazione parlamentare n° 3-02869, pubblicata il 19 ottobre 2021 – seduta n. 368, “a partire dal mese di aprile 2020 (dunque, poco tempo dopo l’inizio della pandemia da Sars-CoV-2) il Ministero della salute era stato adeguatamente informato sull’esistenza di evidenze cliniche che dimostravano come ottenere, attraverso un uso combinato di farmaci del prontuario, una pronta guarigione dall’infezione”. Infatti, fin dalla primavera 2020, erano stati inviati a Ministero, AIFA e CTS diversi appelli e segnalazioni da parte di diversi gruppi di medici che – si legge sempre nell’interrogazione parlamentare – “iniziando a curare precocemente i malati di COVID-19, andavano scambiandosi man mano esperienze cliniche e si costituivano in associazioni. Ognuno di questi gruppi, autonomamente, era arrivato alle medesime conclusioni rispetto all’approccio terapeutico corretto in grado di contrastare l’infezione, basato sulla consapevolezza dell’assoluta necessità di un intervento farmacologico tempestivo e di un monitoraggio costante delle condizioni del paziente, sia attraverso visite a domicilio sia attraverso la telemedicina, onde contrastare un aggravamento irreversibile delle condizioni di salute”.

Eppure, nonostante l’autorevolezza delle fonti da cui provenivano tali indicazioni, non si è ritenuta neppure opportuna un’azione di verifica di quanto stava emergendo a livello clinico e “il protocollo ministeriale, emanato in data successiva a questi appelli (novembre 2020), indicava ancora ai medici di base di non somministrare alcun farmaco ai malati di COVID-19, anche se sintomatici, nell’arco delle prime 72 ore dall’insorgenza dei sintomi, tranne il paracetamolo, e anche il successivo protocollo (attualmente in vigore ed emanato ad aprile 2021) associava al paracetamolo soltanto i “fans” (antinfiammatori comuni)”.

Viene da chiedersi se non sia questa una delle ragioni per cui in Italia la ‘seconda ondata’ (autunno 2020) ha fatto registrare uno dei tassi di letalità più alti del mondo (3,5 su 100 soggetti malati di COVID-19). Questo nuovo studio e quello già citato del Mario Negri sembrano confermare questa ipotesi.

La motivazione addotta nelle stesse linee guida del Ministero, dove addirittura sono stati sconsigliati determinati farmaci, è stata ricondotta “all’assenza di studi scientifici in grado di comprovarne l’efficacia per il COVID-19”, farmaci in realtà già noti e diffusi in tutto il mondo anche per la cura domiciliare di comuni patologie e che, sotto appropriato controllo medico, non hanno mai causato effetti collaterali gravi.

Magari studi scientifici di verifica verso ciò che stava emergendo a livello clinico avrebbero potuto promuoverle quelle stesse autorità che li invocavano, le quali, però, hanno voluto puntare tutto sui vaccini, in realtà farmaci dichiaratamente sperimentali, come scritto dalle stesse case farmaceutiche.

Il dramma è che tuttora le molteplici opzioni farmacologiche da utilizzarsi già nelle prime fasi della malattia, o persino in soggetti semplicemente positivi al tampone, sono per lo più sconosciute alla popolazione e probabilmente agli stessi medici di medicina generale che, di fatto, non riescono ad applicare protocolli più complessi e avanzati rispetto alle linee guida del Ministero.

Tornando allo studio di cui si parlava in apertura di articolo, la sua recente pubblicazione potrebbe rappresentare l’occasione per riconoscere finalmente il giusto valore alle cure precoci domiciliari e diffonderne la conoscenza, soprattutto rendere i medici di famiglia capaci di metterle in pratica e, magari, istruire finalmente un tavolo tecnico finalizzato alla revisione dei protocolli ministeriali. Tanto più che i riflettori continuano ad essere puntati su varianti e aumento dei contagi.

Pare opportuno, quindi, nell’intento di diffondere ogni informazione utile allo sviluppo di una sempre maggiore conoscenza e consapevolezza, non solo dare notizia di questa importante pubblicazione, ma anche dare la parola a uno degli autori, il Professor Paolo Bellavite.

* * * *

Prof Bellavite perché è importante questo studio, che periodo ha coperto e che tipologia di pazienti ha preso in esame?

“È importante perché è il primo studio italiano che ha paragonato il risultato di una terapia secondo il tempo passato dal momento in cui è iniziata. Mi spiego meglio: si sono confrontati due gruppi e, nella scienza, quando si confrontano due gruppi è sempre un avanzamento di conoscenza. Di questi due gruppi, un gruppo di 85 persone è stato curato entro 3 giorni dall’inizio dei sintomi, mentre un altro gruppo di 73 persone, che avevano ritardato a rivolgersi al medico, sono state curate dopo 3 giorni, dunque dal quarto in poi. In generale si è trattato di soggetti di età media intorno ai 45 anni anche con comorbilità e stiamo parlando dell’ondata tra novembre 2020 fino ad agosto 2021. Fondamentalmente il lavoro ha dimostrato che se questa terapia comincia a presto, entro 3 giorni dall’inizio dei sintomi, allora il risultato è enormemente migliore di quello che si ottiene se la terapia comincia dal quarto giorno in poi, cioè tardi. Il punto nodale è proprio questo: cominciare presto. Cominciando precocemente, nel nostro caso la malattia è durata mediamente 6 giorni e di 85 persone neanche una è finita in ospedale. Nel gruppo dei 73 ‘ritardatari’ la malattia è durata mediamente 13 giorni e in 14 casi è stata necessaria la ospedalizzazione a seguito del peggioramento delle condizioni polmonari.”

 

Anche il nefrologo e chirurgo di trapianto renale di Chennai, Rajan Ravichandran, in India ha usato con efficacia l’indometacina per curare i pazienti COVID-19. La squadra italiana ha seguito il suo protocollo o ha creato un proprio schema terapeutico?

“Il professor Fazio ha studiato molto la terapia del COVID-19 perché ha curato i pazienti già dalla prima ondata ovvero già dalla primavera del 2020 ed è stato uno dei fondatori del gruppo delle terapie domiciliari. Nella sua lunga esperienza è arrivato a concepire questa multiterapia dopo studio, osservazione e riflessione sui diversi risultati ottenuti con diverse formulazioni. L’utilizzo dell’indometacina non è stato un “colpo di genio” improvviso, né è stato ispirato dal collega indiano, anzi è stata una sorpresa e una conferma per lui vedere che anche altri l’avevano usata con successo. La scelta del farmaco, in realtà, è stata fatta per i suoi effetti al contempo antinfiammatori e antivirali.

Inoltre, il prof. Fazio in passato aveva molto studiato i benefici della dieta e i flavonoidi insieme alla moglie, Flora Affuso, che è una degli altri autori dello studio e, indipendentemente da me e dalle mie ricerche in merito, sono arrivati a concepire l’utilizzo di integratori alimentari che contengono queste sostanze vegetali, in particolare quercetina e esperidina. Possiamo dire che, in maniera parallela, sia io che il Prof. Fazio siamo arrivati a capire tre importanti funzioni di queste sostanze naturali, soprattutto se utilizzate in una particolare formulazione che contempla anche l’utilizzo della vitamina C: funzione antiossidante, antivirale e antinfiammatoria. Infine, c’è una quarta e utile funzione, quella di protezione della barriera intestinale, perché i flavonoidi agiscono favorevolmente sulla flora batterica.

Il terzo prodotto che fa parte dello schema terapeutico utilizzato sui pazienti dello studio, dopo indometacina e i flavonoidi, è l’aspirina da 100 gr, piccolo dosaggio, quella che viene usata normalmente per prevenire la trombosi e l’infarto: la prevenzione della trombosi è importante perché la malattia COVID-19, quando si complica, provoca anche disturbi della coagulazione e dell’aggregazione piastrinica quindi, anche se in molti pazienti questo non si verifica, dare una copertura con questo popolare farmaco antinfiammatorio è utile.

Dunque lo schema terapeutico che abbiamo utilizzato si fonda su tre prodotti: l’indometacina, un integratore alimentare a base di flavonoidi e l’aspirinetta. Sono tutti farmaci sicuri e già in commercio che i medici già conoscono, di facile reperibilità e dal costo relativamente basso. Poi, siccome gli antinfiammatori qualche volta, in alcune persone, possono dare problemi a livello gastrico, si può aggiungere omeprazolo, un inibitore della pompa protonica per coprire il rischio dell’effetto gastro lesivo dell’antinfiammatorio. Si tratta di un elementare concetto di prudenza clinico-terapeutica, anche se recenti studi sembrerebbero suggerire che l’omeprazolo potrebbe forse ridurre i recettori del virus sulle cellule.

È sempre importante sottolineare che è un medico che deve fare la diagnosi di COVID-19, la prescrizione e poi seguire il malato. L’autocura è sempre sconsigliata, anche perché possono esserci interazioni con altri farmaci che un individuo, eventualmente, sta assumendo o controindicazioni in certe situazioni.”

 

Lo studio italiano raccomanda di iniziare il trattamento entro tre giorni dall’insorgenza dei sintomi invece del protocollo standard di vigile attesa e paracetamolo. Quali sono i sintomi che devono allertare e far capire che è il momento di ricorrere alle cure?

“I sintomi iniziali della COVID-19 si conoscono ormai bene e sono: mal di testa, mal di gola, rinite, spossatezza, male alle articolazioni, dolori muscolari, tosse, talvolta diarrea. La febbre di solito c’è ma non è detto che sia molto alta, almeno all’inizio. Ci può essere anche la perdita del gusto e dell’olfatto. Circa il 20% dei nostri pazienti presentavano anche dolori al petto. Si tratta di sintomi che però non si presentano sempre tutti o possono variare, nello studio c’è tutto un elenco dei sintomi che sono stati misurati precisamente.

Una persona attenta che sa ascoltare il suo corpo lo capisce che non si tratta di un semplice raffreddore e si rende conto quando il malessere peggiora. Siamo nel periodo epidemico e può capitare di frequentare persone positive anche asintomatiche, la probabilità si alza allora. In caso di dubbio il paziente deve chiedere che il medico di medicina generale si occupi di lui: il medico deve curare, non può non farsi trovare disponibile o imporre trattamenti contro la volontà del paziente. Altrimenti è bene rivolgersi ai medici delle cure domiciliari e, in questi quasi due anni, sono nate varie iniziative: il gruppo delle terapie domiciliari COVID-19 fondato dall’avvocato Grimaldi che è anche citato nel nostro studio e ha dato un grosso contributo, poi c’è il gruppo di Ippocrateorg.org ugualmente molto attivo e, di recente, è nata l’iniziativa del Dottor Stramezzi che adesso sta diffondendo una app con cui si potrà gestire il rapporto con i medici. In caso estremo, se proprio il paziente non trovasse nessuno, potrebbe rivolgersi direttamente al farmacista che può dare sempre un consiglio.

Una possibilità da valutare, in periodo epidemico, potrebbe essere di andare dal medico facendo conoscere il nostro articolo (in cui sono citate altre esperienze analoghe) e chiedere preventivamente la prescrizione della cura da usare eventualmente in caso di bisogno per averla subito disponibile a casa. Poi il medico, comunque, dovrà seguire il paziente effettuando un attento monitoraggio, perché ci possono essere dei casi in cui il paziente magari necessita di altri farmaci. Infatti è giusto precisare che i farmaci che ho citato non sono gli unici medicinali possibili, ci possono essere anche varie altre opzioni, ma in questo momento stiamo parlando di quella che è stata la nostra esperienza e del risultato del nostro studio.”

 

L’Italia continua ad avere un approccio ‘aspetta e osserva’ e a consigliare l’isolamento domiciliare e il paracetamolo per alleviare i sintomi durante l’insorgenza dell’infezione da Sars-CoV-2. Che Lei sappia è l’unico Paese al mondo? Tra l’altro l’uso del paracetamolo è stato messo in discussione in quanto aumenterebbe proprio la suscettibilità alla polmonite da COVID-19. Vuol precisare perché?

“Peter A. Mc McCullough, che tra l’altro è anche co-autore dello studio, ha detto che in America è la stessa cosa. Anche negli Stati Uniti, per iniziativa di Fauci, è tutto concentrato sempre sulla campagna vaccinale, anche lì ritardano le cure e non hanno sviluppato dei protocolli o politerapie né ancora hanno focalizzato l’importanza di cominciare presto la presa in carico del paziente. Egli ha scritto due tre lavori importanti, prima di noi, in cui sottolinea l’importanza di cominciare presto le cure, ma la situazione purtroppo, a quanto pare, è simile alla nostra anche in altri Paesi.

Per quanto riguarda il paracetamolo, è uno dei farmaci più usati al mondo ma bisogna stare molto attenti a non superare i dosaggi consigliati. Inoltre, nel caso della COVID-19, ci sono due motivi fondamentali per cui è stato criticato: innanzitutto viene metabolizzato attraverso la via del glutatione, che è la stessa via che serve per difendersi dal virus. Dando il paracetamolo si rischia di aumentare lo stress ossidativo, consumare glutatione e quindi di complicare la vita alla cellula che già sta combattendo contro il virus. Il secondo motivo per cui l’uso del paracetamolo potrebbe essere sconsigliabile è perché molti malati di COVID-19 hanno anche problemi al fegato e il paracetamolo viene metabolizzato proprio nel fegato, dove produce una sostanza che è tossica proprio per il fegato stesso. Quindi il danno del farmaco con il suo metabolita, se preso più o meno avvertitamente in eccesso, andrebbe a sommarsi con il danno del virus. Comunque il nostro articolo non confuta direttamente il paracetamolo, è una critica ben documentata nei confronti del ritardo delle terapie”.

 

Il vostro studio ha dato risultati molto incoraggianti e ha richiamato l’attenzione della stampa estera, ma non ha ricevuto la giusta considerazione in Italia. Eppure, secondo le previsioni emanate il 17 dicembre dalla Presidenza della Comunità Europea e rilanciate continuamente dai media, la variante Omicron è destinata a divenire dominante in Europa nel gennaio 2022. Se non si provvede a potenziare urgentemente l’assistenza di base a livello domiciliare, non si rischia che la popolazione si trovi senza cure efficaci e che ci sia una conseguente ondata di ricoveri ospedalieri che potrebbe mettere nuovamente a repentaglio il funzionamento del sistema sanitario?

“Ovvio! Quelli che si curano presto, con gran probabilità non andranno incontro all’ospedalizzazione, ma se si aspettano più giorni, il rischio di ospedalizzazione aumenta enormemente, addirittura nel nostro studio abbiamo fatto un calcolo che ogni giorno di ritardo aumenta di 4-5 volte il rischio di finire in ospedale. Va detto però che il nostro studio non ha considerato la variante Omicron, che parrebbe mono patogena anche se più contagiosa.

La precocità delle cure è una cosa fondamentale ed è quello che noi abbiamo evidenziato e, tra l’altro, è una conferma di un’altra serie di ricerche che, come già accennato, sono state fatte dal gruppo del Mario Negri capitanato dal Professor Remuzzi. Anche loro avevano già pubblicato un’osservazione – con un metodo diverso dal nostro in realtà – che, cominciando presto, già dal primo giorno si riducevano ospedalizzazioni dal 10% al 1%: parliamo di 10 volte di meno! Dieci volte di meno vuol dire che se noi abbiamo un milione di persone malate, di cui 100.000 andrebbero a finire in ospedale, con le cure precoci ce ne finirebbero solo 10.000! La cosa cambia notevolmente per le terapie intensive, è una differenza enorme. Ovviamente questi dati sono da considerarsi come preliminari perché le metodologie non consentono conclusioni definitive. I nostri studi andrebbero ripresi e fatti da altri gruppi magari confrontando diversi protocolli, ma è innegabile l’esperienza più che positiva che in questi due anni diversi medici hanno fatto curando le persone a casa: hanno avuto dei grossi risultati. Sarebbe stato molto più valido se ci fosse stato un coordinamento nazionale, ma lo avrebbe potuto fare solo il Ministero della Sanità che avrebbe dovuto permettere ai medici di prescrivere ciò che ritenevano più utile in scienza e coscienza e raccogliere i dati e le casistiche in modo tale che a livello centrale, una volta raggiunti grossi numeri trattati da centinaia di medici, si potesse poi facilmente capire dove indirizzarsi per avere i risultati migliori. Purtroppo, non è stato fatto nulla di questo.”

 

Ci sono sempre più persone vaccinate eppure sempre maggiori contagi per i quali si dà la colpa ai non vaccinati, ovviamente. Il vostro schema potrebbe essere di aiuto anche ai vaccinati che si contagiano?

“Il professore Fazio recentemente ha cominciato a curare anche molti vaccinati che si ammalano e sta ottenendo buoni risultati anche con loro, per il momento non c’è questa grossa differenza nelle risposte alle terapie. Un’osservazione che mi riferisce il collega è che i vaccinati si presentano con sintomi di COVID-19 iniziali leggermente inferiori a quanto era abituato a vedere con i non vaccinati.”

 

L’esperienza sta dimostrando che i vaccini anti-COVID non possono garantire un’immunizzazione sterilizzante dall’infezione, dunque, nemmeno l’immunità di gregge. Perché le cure domiciliari continuano a non interessare?

“L’immunizzazione con il vaccino non funziona anche perché non si formano le immunoglobuline della classe A che sono quelle durano, stanno sulle mucose e dovrebbero bloccare il virus prima dell’ingresso nelle cellule. Questi farmaci fanno produrre gli anticorpi che per un periodo di qualche mese proteggono la persona “dall’interno”, cioè dalle conseguenze organiche più gravi, ma non sono comunque protette le mucose e infatti il vaccinato è contagioso come può esserlo il non vaccinato. Può darsi che abbia meno sintomi, ma il fatto che abbia meno sintomi, se è un bene per lui, non è un necessariamente un bene per la collettività, perché ovviamente la persona va in giro mostrando il “super green pass” ma può diffondere il virus.

La cosa importante che posso dire a tal proposito è che i flavonoidi che abbiamo sperimentato nello studio, presi lontano dai pasti con la forma “orosolubile”, si liberano in notevoli concentrazioni nella bocca, nella faringe e nell’esofago e ci rimangono in una concentrazione notevole quindi c’è una probabile inibizione dell’attacco eventuale del virus. Quello che non riescono a fare gli anticorpi se non ci sono le immunoglobuline di classe A, lo possono fare questi flavonoidi: almeno questo evidenziano gli studi di laboratorio, ovviamente non abbiamo ancora una prova clinica che questo succeda anche in vivo però è molto plausibile che questo succeda anche perché la concentrazione che si raggiunge nella bocca è molto elevata quindi è altamente probabile che si formi una barriera all’ingresso del virus nelle cellule o un blocco della sua replicazione.

Infine mi chiede perché le cure domiciliari continuino a non interessare. Bella domanda!

Avrei due risposte. C’è la versione, che sarebbe da prediligere, della ‘sbornia del vaccino’ che rimanda a una forma di ignoranza delle altre possibilità, come se il vaccino avesse obnubilato le menti. Poi c’è un’altra versione più drammatica o ‘complottista’ e cioè che, se ci fossero state le cure, non si sarebbero più potuti propagandare i vaccini. Vaccini che, come ha detto il filosofo Agamben ai senatori, non sarebbero in realtà lo scopo finale delle autorità governative, poiché lo scopo finale sarebbe il green pass sempre più rafforzato, vale a dire una forma di controllo totale sui cittadini. In questo caso non ci sarebbe più da parlare di ignoranza o trascuratezza, ma di una volontà politica che ‘usa’ la pandemia per un disegno diverso e quindi non accettabile.”

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