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giovedì 24 settembre 2026

La confusa Italia armata in Medio Oriente ora rischia - Ennio Remondino

 

Dall’esibizione politica al rischio concreto. L’impegno militare italiano nella Penisola Arabica: ipotesi di una imprecisata missione navale per la scorta ai mercantili nello Stretto di Bab el Mandeb mentre un aereo da combattimento italiano Eurofighter schierato nella base saudita di Taif è stato distrutto dai bombardamenti Houthi. Cosa ci faceva là, chi l’ha deciso e (scusate), chi paga?

Alla scoperta dell’Italia armata in Medio Oriente

Marina, aeronautica ed anche esercito. Stiamo scoprendo diverse missioni militari italiane mai dibattute pubblicamente né approvate in Parlamento. La Task Force Air- Arabia con 400 militari alla difesa aerea e dei Paesi partner del Golfo con quattro caccia bombardieri Eurofighter F-2000 e un C 130J di trasporto tattico. Poi la Task Force Land dell’Esercito, con 260 uomini e assetti per la difesa aerea in Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti tra cui una batteria missilistica SAMP-T, radar di ultima generazione, cannoni a tiro rapido, munizioni anti-drone e anti-missile collaudati in Ucraina. Cosa ci fanno lì e come ci sono finiti?

Missioni certamente a rischio

Le forze aeree italiane ufficialmente schierate fino a ieri in Kuwait spostate ‘per sicurezza’ in Arabia Saudita? Anche per la presa in giro c’è il limite della decenza. Con il danno subito, un caccia distrutto ora ammettono, non più occultabile. Missione del tutto nuova, con nostri militari coinvolti nel conflitto contro l’Iran e i suoi alleati regionali. Ben diversa dalla Task Force Air-Kuwait autorizzata in Parlamento contro le residue milizie dell’ISIS presenti in Iraq. Con nuovo armenti e uomini schierati. Legittimo decidere un ruolo più marcato nel conflitto contro l’Iran, in cui finora Roma però non si è fatta saggiamente coinvolgere, ma da dibattere pubblicamente, e farlo approvare dal Parlamento.

Azzardi politici e bersagli italiani

Collaborare con i sauditi nelle operazioni sullo Yemen fa diventare anche i mercantili italiani in transito nello Stretto di Bab el-Mandeb, potenziali bersagli. E ora il ministro -alla buonora-, chiede ai vertici militari una valutazione della situazione nel Mar Rosso e un piano a garantire il transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb delle navi di ‘interesse nazionale’. Poi, ‘questione giuridica’, e anche su questo ‘era ora’. La legittimità di richiamare in diversa missione delle Forze Armate già presenti nell’area impiegate in altre operazioni, o se –ragionevolmente-, si renda necessaria una nuova e specifica autorizzazione del Parlamento. Coda di paglia.

Marina tra Golfo Persico e Mar Rosso

La Marina Militare schiera a Gibuti la ‘Femm Bergamini’ e due cacciamine d’entusiasmo che, sulla scia della pece con l’Iran vantata da Trump, dovevano sminare lo Stretto di Hormuz con l’accordo di Teheran. La Bergamini ha scortato il mercantile Jolly Oro. Per la scorta navale ai mercantili, sarebbero già una decina quelli che hanno chiesto una scorta, Anche se al momento «non si segnalano minacce portate dalle milizie Houthi o da altre forze regionali contro il traffico navale». Così ci dicono, e noi contiamo su dichiarazioni politiche serie sagge.  Per fortuna Ansar Allah ha reso noto che colpirà solo navi saudite e non minacciare navi di diversa nazionalità.

Mar Rosso, Hormuz e sempre Russia

Attualmente sono oltre 1.200 al mese le navi che attraversano lo stretto di Bab el Mandeb. Negli ultimi giorni le navi in transito sarebbero in media 27 al giorno riferisce l’ANSA. Ma anche qui, una forzatura della missione militare d’origine. A febbraio, con la proroga dell’Operazione Aspides, è stato annunciato un ulteriore compito della flotta UE: raccogliere informazioni sulla “flotta ombra” di petroliere e mercantili che operano per conto della Federazione Russa. Segnale che gli Houthi non sono, al momento, una minaccia. Saggio cercare guai schierando aerei militari italiani a Taif si chiedono ambienti militari qualificati?

Italia in soccorso alla straricca Arabia?

L’Arabia Saudita dispone di circa 450 aerei da combattimento, più del doppio dell’Italia, ed è tra le prime nazioni al mondo per spese militari. «Potrà avere bisogno di consiglieri per intelligence e dati satellitari come i 100/200 statunitensi che secondo CNN affiancano i vertici sauditi nei comandi operativi, ma di certo non soffre nei numeri», i dati di Analisi Difesa. Quanto può contribuire la presenza di aerei da combattimento e missili da difesa aerea italiani a Taif, al rischio che Ansar Allah consideri l’Italia co-belligerante al fianco di Riad? Mercantili italiani a rischio con la necessità di scortarli tutti, e tutti da soli, o l’Europa c’è?

Lo sfregio sulla Capitale

Forti boati, poi una colonna nera vicino all’aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh. Nei video si vedono le fiamme dietro i serbatoi di carburante. Nel Paese più favorito in Medio Oriente, dopo Israele, da ogni amministrazione americana. Centinaia di consiglieri, 50mila soldati statunitensi nell’area, oltre il nostro piccolo contingente già colpito. La settimana scorsa Washington aveva dato il via libera a una vendita da 24,3 miliardi di dollari, quasi cinquanta caccia F-35. Un investimento enorme, mentre il cielo sopra la capitale si riempie di fumo. E il ministro degli esteri iraniano Araghchi afferma che la sicurezza duratura del Medio Oriente non può essere dettata da potenze esterne.

da qui

lunedì 18 settembre 2023

La falsa propaganda per i diritti umani accettata dall’Occidente - Violetta Silvestri


Quando l’Egitto ha presentato il suo primo documento ufficiale per una politica nazionale dei diritti umani, lo ha fatto con enfasi. Era il 12 settembre 2021 e il presidente Abdel Fattah al-Sisi celebrava con orgoglio un “momento luminoso nella storia contemporanea dell’Egitto, che considero un passo serio verso il progresso dei diritti umani… tenendo conto dell’importanza di questo campo vitale nella valutazione dell’avanzamento e del progresso delle società”.

Un anno più tardi, a novembre 2022, la nazione ha ospitato la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, conosciuta anche come COP 27, vetrina internazionale rilevante per le tematiche e per il prestigio istituzionale. Un’occasione imperdibile per lo Stato egiziano, nella quale elevare la propria immagine a nazione moderna e affidabile, non più macchiata da opacità e inerzia nel campo dei diritti umani, civili, sociali.

Tuttavia, proprio alla vigilia di quell’evento, erano emerse voci molto critiche sulla reale condizione di libertà e democrazia nel Paese. Tra tutte spiccava la denuncia di Amnesty International nel dossier “Disconnetted from reality“ con questo appello:

Le autorità egiziane hanno dato vita alla Sndu [Strategia nazionale sui diritti umani] per celare l’incessante violazione dei diritti umani, pensando di poter prendere in giro il mondo in vista della Cop 27. Ma la cruda realtà della grave situazione dei diritti umani non può essere ridisegnata con un’azione di marketing.

A settembre 2023 sono già due gli anni di implementazione della Strategia nazionale sui diritti umani (Sndu) e il bilancio continua a essere preoccupante. Solo per fare qualche esempio più recente, il 14 agosto scorso si è ricordato il massacro di Rabaa, risalente al 2013 e che ha quindi sancito quest’anno il “decennio della vergogna“, come sottolineato da Philip Luther, direttore delle ricerche e della difesa di Amnesty International per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Il 14 agosto 2013 i militari egiziani dispersero violentemente i sit-in dei sostenitori dell’organizzazione I Fratelli Musulmani e del deposto presidente Mohamed Morsi nelle piazze Rabaa al-Adawiya e al-Nahda del Cairo. In quel tragico giorno, secondo testimoni ed enti per i diritti umani, le forze di sicurezza utilizzarono veicoli blindati e bulldozer, oltre a truppe di terra e cecchini sui tetti con munizioni vere, per attaccare la piazza delle proteste da tutti i lati e chiudere le uscite sicure.

https://vociglobali.it/wp-content/uploads/2023/09/Immagine-2023-09-07-122515.jpgQuesto è uno scorcio di quanto accaduto il 14 agosto 2013 nella violenta repressione di piazza in Egitto, che di fatto ha sancito la presa di potere di al-Sisi. Foto da video di Al-Jazeera

Il bilancio racconta di 817 persone morte durante la sola dispersione di Rabaa, con un totale di almeno 1.000 vittime. L’evento è entrato nella memoria degli egiziani come un massacro, una delle pagine più buie della storia nazionale. Tuttavia, nessun funzionario o entità è stato ritenuto responsabile e al centro della piazza Rabaa è stato addirittura eretto un monumento per onorare la polizia e l’esercito.

Il fatto è emblematico per smascherare la propaganda dei diritti umani di al-Sisi.

“Il massacro di Rabaa ha rappresentato un punto di svolta a seguito del quale le autorità egiziane hanno perseguito incessantemente una politica di tolleranza zero nei confronti del dissenso. Da allora, innumerevoli critici e oppositori sono stati uccisi durante le proteste di piazza, lasciati a languire dietro le sbarre o costretti all’esilio”, ha dichiarato nell’anniversario 2023 Philip Luther.

Reporter Senza Frontiere descrive senza mezzi termini l’Egitto come “una delle più grandi prigioni del mondo per giornalisti”, classificando il Paese al 166° posto su 180 Paesi. A questo si aggiunge Freedom House, che lo ha classificato come “non libero”, mostrando come il rating di libertà della nazione, già scarso, si sia lentamente eroso negli ultimi cinque anni, passando da 26 su 100 nel 2018, a 18 su 100 quest’anno.

Solo nel 2022, le forze di sicurezza hanno arrestato arbitrariamente almeno 11 giornalisti per il loro lavoro o per le loro opinioni critiche. Almeno 26 giornalisti sono rimasti detenuti arbitrariamente in seguito a condanne o indagini pendenti con accuse di “diffusione di notizie false”, “uso improprio dei social media” e/o “terrorismo”.

Radicata, inoltre, è la pratica dei divieti di viaggio arbitrari nei confronti di difensori dei diritti umani, membri della società civile, oppositori politici. Una delle vittime è Ahmed Samir Santawy, un ricercatore e studente di antropologia presso l’Università dell’Europa Centrale di Vienna, impegnato in approfondimenti sui diritti delle donne.

Il suo arresto in Egitto è avvenuto il 1° febbraio 2021, con successiva condanna a quattro anni di reclusione per la diffusione di “notizie false”. Nello specifico, a lui è stata contestata la pubblicazione di post sui social media che criticavano le violazioni dei diritti umani in Egitto e la gestione della pandemia da parte del Governo. Questa la prova della sua colpa. Rilasciato nel 2022, a giugno 2023 gli è stato vietato di lasciare la nazione.

L’elenco di soprusi dei funzionari statali e dei militari su liberi cittadini sarebbe ancora lunga e offusca anche il lancio –  celebrato da al-Sisi come espressione di democrazia – del “dialogo nazionale”, strategia voluta dal Presidente per riconciliarsi con le opposizioni (che contano molti prigionieri politici ancora in carcere) che si sta rilevando – anch’essa – una farsa.

Non è sfuggito, per esempio, che in quella stessa settimana di inizio delle sessioni del dialogo, avvenuto il 3 maggio 2023, la polizia abbia arrestato 16 parenti e sostenitori di Ahmed al-Tantawi, dopo che l’ex parlamentare dell’opposizione aveva annunciato che si sarebbe candidato alle elezioni presidenziali del prossimo anno.

Dinanzi a questi fatti, il castello di carta della politica dei diritti umani crolla. Ci si chiede, infatti, cosa significhi davvero quanto si legge nelle intenzioni della Sndu proclamate due anni fa:

… lo Stato egiziano assicura inoltre il proprio impegno a rispettare e tutelare il diritto all’integrità fisica, alla libertà personale, alla pratica politica, alla libertà di espressione e di formazione di associazioni civili, nonché il diritto al contenzioso. L’Egitto accoglie sempre con favore la pluralità dei punti di vista, anche le loro differenze, purché tengano conto delle libertà degli altri.

A volte, la propaganda di Stato si avvale di strumenti ancora più arguti e non mancano finte organizzazioni per i diritti umani. Lo ha scoperto, con un’inchiesta, la giornalista Antonella Napoli che ha svelato l’opacità dell’associazione egiziana Matt nel 2021. Il presidente dell’organizzazione, nata con lo scopo di difendere i diritti, intervistato, ha offerto la propria concezione:

“I diritti umani sono quelli economici, sociali, politici e civili… l’impegno del Paese ad avere l’acqua potabile è un diritto umano”, escludendo di fatto la libertà di parola o la detenzione dei prigionieri politici, relegate piuttosto a questioni di sicurezza nazionale.

Dinanzi al palese inganno delle politiche nazionali di difesa dei diritti umani, gli attori internazionali spesso mostrano un’attenzione anch’essa di facciata. Ad agosto, per esempio, un gruppo di membri democratici della Camera dei rappresentanti americana ha esortato l’amministrazione del presidente Joe Biden a trattenere alcuni aiuti militari all’Egitto per l’emergenza diritti umani. Secondo la legge statunitense, una parte dei soldi destinati all’assistenza militare all’Egitto è soggetta ogni anno alla certificazione secondo standard relativi al rispetto dei diritti.

Washington, però, vede il Cairo come un importante partner strategico in una regione complessa e ha affermato più volte che è impegnata a sostenere le sue legittime esigenze di difesa. Non è un caso che, anche nella migliore delle ipotesi, il blocco degli aiuti sarebbe limitato a 300 milioni su più di un miliardo di dollari garantiti.

Allo stesso modo, in seguito al massacro di Rabaa, l’Unione Europea ha deciso di sospendere le esportazioni di armi e beni che potevano essere utilizzati per la repressione interna.

Tuttavia, più di una dozzina di Paesi, tra cui Bulgaria, Cipro, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Romania e Spagna, hanno violato questa sospensione e hanno continuato a spedire attrezzature militari in Egitto. Tra questi c’è l’Italia, che ha dimostrato così di fare molto poco per ottenere la verità su Giulio Regeni (ferita che resta aperta, mentre la grazia concessa a Patrick Zaki ha chiuso un’altra drammatica vicenda). Voci Globali ne ha parlato in questo articolo.

L’Egitto non è un caso isolato e ultimamente i Paesi del Golfo si stanno facendo notare proprio per la duplice strategia di attivismo politico in ambito internazionale e riforme interne all’insegna dello sviluppo, del progresso e dell’emancipazione democratica.

Nel mirino degli osservatori in questi mesi ci sono gli Emirati Arabi Uniti per la vetrina della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, la Cop 28, che si terrà a novembre prossimo a Dubai.

Nel presentare l’approccio che la presidenza del Paese del Golfo vuole dare all’evento, sul sito ufficiale si legge che tra le parole chiave c’è l’inclusività. Si enfatizza anche che, per la prima volta in una Cop, si darà importanza ai temi cruciali della salute delle persone e della pace per le comunità sotto attacco a causa dei cambiamenti climatici, con sessioni dedicate.

Solo pochi mesi fa, a maggio, Shamma Al Mazrui, ministro dello Sviluppo Comunitario degli Emirati, aveva dichiarato ai rappresentanti delle Nazioni Unite i passi significativi compiuti dagli Emirati Arabi Uniti per proteggere i diritti umani. Tra questi, l’introduzione di una legislazione chiave per garantire la parità di retribuzione tra i sessi, aumentare la protezione dalla violenza domestica, rafforzare i diritti dei lavoratori, combattere la tratta di esseri umani.

Intanto, però, si è già messa in moto una mobilitazione internazionale per mettere in guardia sulla reale situazione dei diritti nel Paese. Più di 50 organizzazioni e associazioni a livello mondiale hanno scritto un comunicato congiunto nel quale accusano gli Emirati Arabi Uniti di:

 … continuo attacco ai diritti umani e alle libertà, prendendo di mira gli attivisti per i diritti umani, promulgando leggi repressive e utilizzando il sistema di giustizia penale come strumento per eliminare il movimento per i diritti umani. Queste politiche hanno portato alla chiusura dello spazio civico, a severe restrizioni alla libertà di espressione, sia online che offline, e alla criminalizzazione del dissenso pacifico.

Poche settimane fa, inoltre, è stato pubblicato un report da parte di FairSquare, The Emirates Detainees Advocacy Centre e ALQST for Human Rights nel quale si vuole proprio sfidare la campagna di pubbliche relazioni degli Emirati Arabi Uniti in vista della Cop 28 che inizierà il 30 novembre alle l’Expo City di Dubai.

“Non c’è letteralmente nessuno negli Emirati Arabi Uniti che possa parlare liberamente per criticare la politica statale sul petrolio o sul cambiamento climatico. Chiunque tentasse di farlo si ritroverebbe rapidamente messo a tacere o imprigionato”, ha affermato Hamad al-Shamsi”, direttore esecutivo di The Emirates Detainees Advocacy Centre.

Lavoratori immigrati negli Emirati Arabi Uniti: come in diversi Paesi del Golfo, anche qui vige il sistema della Kafala, in base alla quale i lavoratori stranieri sono di fatto tenuti ostaggio dei loro datori di lavoro. Foto in CC da Wikimedia Commons

Ai più attenti osservatori non sfugge nemmeno la propaganda farsa portata avanti da Erdoğan sul tema dei diritti. La Turchia si è dotata di un “nuovo e rivoluzionario Piano d’azione per i diritti umani” nel marzo 2021, con lo scopo soprattutto di rafforzare le libertà di espressione e di organizzazione e il diritto a un giusto processo. L’Action plan on human rights si compone di 9 ambiziosi obiettivi, tra i quali l’impegno a garantire la protezione delle minoranze, la libera attività religiosa, politica, associativa dei cittadini, l’accesso a processi equi.

Mentre il presidente turco, forte della sua rielezione nel 2023, si rende protagonista della diplomazia mondiale (l’ultimo atto è stato l’incontro con Putin per cercare di sbloccare la crisi del grano), pochi sono i segnali di coerenza con il piano nazionale sui diritti umani.

Basterà citare come esempio l’incipit dell’ultimo report di Human Rights Watch:

Il governo autoritario del presidente Recep Tayyip Erdoğan ha preso regolarmente di mira i presunti critici del Governo e gli oppositori politici ed ha esercitato un forte controllo sui media e sulla magistratura nel lungo periodo che precede le elezioni parlamentari e presidenziali…

L’Arabia Saudita è un altro esempio di come rinnovare la propria immagine di nazione costruendo opache e limitate occasioni di emancipazione nei diritti. Sotto la “faraonica” strategia intotolata Vision 2030, il Regno si è dotato di una road map ricca di riforme economiche e sociali che comprende misure volte ad aumentare i diritti delle donne e la partecipazione alla società.

Tuttavia, il Governo resta contrario a qualsiasi critica o dissenso. Se è vero che una serie di riforme degli ultimi anni consentono alle donne di avere mansioni in diversi ambiti lavorativi, affrancarsi dalla tutela maschile in certi ambiti, guidare, stare in pubblico senza l’obbligo di indossare l’hijab, trasmettere la cittadinanza saudita ai figli se il marito è straniero, altrettanto provata è la repressione del dissenso e delle attività svolte nel Paese a favore dei diritti, anche dalle donne.

Nel bilancio 2022 del Paese, stilato da HRW, si sono sommati arresti di dissidenti pacifici, intellettuali pubblici e attivisti per i diritti umani, condanne di persone a pene detentive decennali per aver pubblicato sui social media, pratiche abusive nei centri di detenzione, tra cui la tortura e i maltrattamenti, detenzione arbitraria prolungata e la confisca dei beni senza alcun chiaro procedimento legale.

Il 12 marzo, le autorità saudite hanno giustiziato 81 uomini, la più grande esecuzione di massa degli ultimi decenni, nonostante le recenti promesse di ridurre l’uso della pena di morte. Il 10 luglio 2023, la Corte penale specializzata, il tribunale antiterrorismo dell’Arabia Saudita, ha condannato a morte Muhammad al-Ghamdi, 54 anni, un insegnante saudita in pensione, per diversi reati legati esclusivamente alla sua attività di pubblicazione di post online.

Joey Shea, ricercatore dell’Arabia Saudita presso Human Rights Watch ha offerto una sintesi lucida sulla realtà dei diritti nel Regno: “È difficile capire come gli impegni della leadership saudita a diventare una società più rispettosa dei diritti possano avere significato quando un semplice tweet critico può portare a una condanna a morte”.

Con queste premesse, i Paesi del Golfo e non solo si candidano a diventare i protagonisti della politica e dell’economia internazionale, ora più che mai visto il bisogno di materie prime e di alleanze strategiche anti-Cina dei Paesi occidentali. L’emancipazione reale dei diritti umani, ancora una volta, può attendere. O restare relegata a politiche nazionali deboli e molto propagandistiche.

da qui

giovedì 4 agosto 2022

Biden in Medio Oriente: le insidie che declinano la centralità Usa - Eric Salerno

 

La disposizione delle pedine sulla scacchiera conduce a frenetiche consultazioni, vertici, summit, visite di rappresentanza e di scambi più o meno confessabili; la preparazione del confronto sull’egemonia o sulla oppositiva concezione tra multilateralismo e bipolarismo. 
Inauguriamo con questa analisi di Eric Salerno sulle visite di Biden in Medio Oriente alcuni interventi estemporanei, di cui cercheremo di fare tesoro per arrivare a comprendere le strategie e gli schieramenti in alcune tappe. Cominciamo a proporre interventi o editoriali proprio oggi, quando si sta svolgendo l’incontro a Tehran tra i vecchi protagonisti degli incontri iniziati ad Astana con l’idea di comporre il conflitto siriano e poi proseguiti spartendosi ruoli e aree di influenza nel bacino mediterraneo, nella regione caucasica e nella penisola araba, come descritto da 
Antonella De Biasi in Astana e i 7 mari. Un percorso che passa anche attraverso il rifiuto del “paria” MbS alla richiesta di incrementare  la produzione al di là degli accordi Opec, che avrebbe segnato una precisa scelta di campo contro la Russia, con la quale i sauditi hanno sempre stabilito il prezzo del petrolio accordandosi sulla produzione.

Fin da subito in questo articolo viene evidenziato da Eric il punto principale: l’irreversibile declino degli Usa come unica potenza di riferimento, motivo del confronto globale che scuote il mondo.

Fin qui la presentazione di OGzero, la parola passa ora a Eric Salerno


Biden in Medio Oriente: «Ne valeva la pena?»

«Was it worth it?»

È la domanda che si pone il “Washington Post”, analizzando la visita del presidente Biden in Medio Oriente. Una domanda lecita da molti punti di vista, e non soltanto da chi guarda agli interessi Usa. La toccata – pugno contro pugno – tra il presidente americano e il principe della corona saudita Mohammed bin Salman – immagine scandalosa, per tanti, che ha fatto il giro del mondo – non è soltanto imbarazzante ma indicativo di un cambiamento profondo in corso nel mondo che sempre di più non considera gli Usa il punto di riferimento di ogni forma di sviluppo. E di gestione del futuro, sempre incerto, della Terra.

«Saudi Arabia can’t raise oil output more in the medium term»

È la risposta del “paria” Mbs.
Jamal Khashoggi, saudita critico del regime che governa il suo paese, era un collaboratore del quotidiano della capitale americana. I servizi segreti americani ritengono che la sua uccisione, avvenuta in Turchia, era stata autorizzata, o meglio commissionata da Mohammed bin Salman per eliminare uno dei personaggi più critici della monarchia. Biden aveva fatto della sua presunta-certa colpevolezza nella vicenda Khashoggi uno dei suoi cavalli di battaglia durante la campagna elettorale. Aveva giurato di osteggiare, punire Mbs (come è noto ormai a tutti, l’erede al trono dei Saud). Il pragmatismo, ci dicono i diplomatici, è un elemento fondamentale nelle scelte strategiche e in questo momento, con Russia e Cina e una parte considerevole del mondo su posizioni ben lontane da quelle Usa-Europa, il capo della Casa Bianca non aveva altra scelta per cercare di convincere i sauditi ad aumentare la produzione di petrolio (continuano a dire di no) e per cercare di riportarli sotto il controllo Usa mentre si fanno corteggiare con un certo successo da Pechino.
Con la guerra che infuria in Europa, le alleanze da guerra fredda che riaffiorano, l’economia mondiale in caduta libera,  e l’unica industria che tira come mai 
quella degli armamenti, c’è chi afferma che Biden non aveva altra scelta. E che comunque, tutto sommato, Bin Salman non è il primo tiranno-assassino con cui gli Usa o l’Europa fanno affari.


Visita elettorale a Tel Aviv

Se quel ragionamento tattico-strategico in Arabia Saudita può essere condiviso, diversamente non ci sono giustificazioni per il comportamento di Biden in Israele, la tappa precedente della sua visita regionale, se non quella di non turbare difficili equilibri interni americani a pochi mesi dalle elezioni parlamentari di mezzo termine. Le azioni del presidente sono in caduta libera e il leader democratico non può – e non vuole – rischiare di perdere il voto di chi sostiene da sempre e in maniera totalmente acritica lo stato d’Israele. Biden arrivando a Tel Aviv ha ripetuto il suo storico sostegno alla soluzione “due stati per due popoli” per poi mettere le mani avanti con un «ma i tempi non sono maturi per la ripresa dei negoziati».  Si è poi vantato di aver stanziato un miliardo di dollari per aiutare ad affrontare la fame in alcune parti del Medio Oriente e del Nordafrica. Soldi promessi, ricorda il quotidiano Usa, anche ai palestinesi per i quali il perpetuarsi dello status quo rafforza l’occupazione israeliana delle loro terre, ossia della Cisgiordania e della parte orientale di Gerusalemme.

«The only way to stop them is to put a credible military threat on the table»

È la pretesa di Yair Lapid rivolta a Biden dopo avergli chiesto soldi per l’Iron Beam, il sistema missilistico di difesa antiraniano.

Ci sono state, dopo questa visita di Biden, poche analisi e commenti. Si è accennato al contenzioso con l’Iran con cui continuano i negoziati per cercare di mettere insieme un altro accordo Jcpoa sul nucleare mentre Israele ribadisce che agirà militarmente (oltre agli attentati e assassini mirati di scienziati e militari di Tehran) se lo dovesse ritenere necessario per restare l’unico paese armato di ordigni nucleari in tutta la regi0ne. E qui, da osservatore impegnato da troppi anni a seguire il conflitto israelo-palestinese, appare doveroso chiedersi: «Ma è mai possibile che gli Usa e l’Europa non abbiano capito che Israele – governanti, politici, opinione pubblica – concorda e si è fissata su una valutazione assurda: “Uno stato palestinese indipendente sarebbe un pericolo esistenziale per lo ‘stato ebraico’”».

Armi di distruzione di etnie: curdi palestinesi saharawi

Israele è all’avanguardia nelle tecnologie militari del futuro; vende know-how a tutti (quasi); potrebbe “appiattire” una Palestina indipendente se fosse ostile in pochi minuti con gli stessi strumenti che minaccia di usare per distruggere il Libano se dalla frontiera settentrionale Hezbollah o altri alleati di Tehran dovessero attaccare. E allora? Forse è venuto il momento di capire che, salvo stravolgimenti difficili da prevedere oggi, della sofferenza dei palestinesi – tra Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est, campi profughi in Siria e Libano e Giordania, e una diaspora mondiale – si sentirà parlare a lungo, così come si parla del popolo curdo, se vogliamo restare nella stessa regione.

da qui 

mercoledì 26 gennaio 2022

Yemen, un conflitto sempre più cruento, irregolare, irrazionale e un solo obiettivo: l’eliminazione fisica totale dell’altro - Laura Silvia Battaglia

 

Bombardare una prigione e fare 70 morti. Sapere che, tra questi prigionieri, la maggioranza ha combattuto al tuo fianco, ed era detenuta proprio per questo dal nemico. Nonostante questo, decidere di bombardare lo stesso, costi quel che costi. Il risultato delle ultime 48 ore di guerra in Yemen – una guerra che è ormai entrata nel suo settimo anno di vita – rende bene l’idea dell’extrema ratio in cui il conflitto è entrato: un tutti contro tutti, un Armageddon finale senza logica, senza buon senso (ammesso che in guerra ce ne possa essere), senza una strategia che non sia l’eliminazione fisica totale dell’altro. 

I fatti più recenti ci dicono che nelle ultime 48 ore la Coalizione a guida saudita che combatte a fianco del governo centrale del presidente Mansour Hadi  contro le milizie del Nord Yemen, gli Houthi, sostenute economicamente e logisticamente dall’Iran, ha scatenato il bombardamento più intenso su città, zone abitate e obiettivi civili del nuovo anno: sono state colpite la capitale Sana’a, la città portuale e strategica Hodeida e la città di Sa’ada, a Nord, roccaforte degli Houthi. Secondo lo Yemen Data Project, una eccellente raccolta di dati sui bombardamenti della Coalizione dal 2015, curata dalla giornalista Iona Craig, i dati sugli ultimi tre mesi del 2021, con 648 raid, avevano già mostrato una crescita numerica del 43%, se comparati con tutti i dati disponibili dal 2018 a oggi. Quel che è successo, è stato, da un lato, l’inizio dell’ultima fase – probabilmente la più sanguinosa della guerra – che vede gli Houthi avanzare alla conquista dei governatorati centrali di al-Jawf e Marib, ricchi di idrocarburi (petrolio soprattutto e gas) ancora non pienamente utilizzati, e, contemporaneamente, il fallimento della risoluzione delle Nazioni Unite sui risultati delle investigazioni del gruppo di eminenti esperti (GEE), che per anni ha lavorato sulle violazioni del diritto umanitario nel Paese, su tutte le parti in conflitto. È la prima volta nella storia del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite che una risoluzione venga cassata; di sicuro cade l’unica speranza degli yemeniti di trovare ascolto internazionale sull’identificazione delle responsabilità degli attori in guerra.

Da questo momento, il conflitto si è fatto più cruento, irregolare, irrazionale. Nei bombardamenti degli ultimi due giorni i target non sono stati solo militari o infrastrutturali (porti, aeroporti): nel conteggio ci sono centri abitati, strutture ospedaliere e la prigione di Sa’ada. Non è la prima volta che la Coalizione colpisce una prigione, ma in passato, come nei bombardamenti del settembre del 2019 nel governatorato del Dhamar, la giustificazione era data dal fatto che la prigione era attaccata a un quartier generale militare degli Houthi, nei capannoni abbandonati della ex tv di Stato. Stavolta, si parla del cuore di una città e di una prigione che conteneva sia mercenari stranieri, soprattutto sudanesi, che rappresentanti delle tribù locali al confine tra Yemen e Arabia Saudita – area della cosiddetta battaglia della valle Jabara – catturate dagli Houthi in più di un raid su quelle colline, nell’agosto del 2019, perché alleatisi con i sauditi.  In questo tutto per tutto, dunque, anche i propri prigionieri di guerra vengono sacrificati come agnelli pur di infliggere una perdita strutturale al nemico.

Del resto, anche da parte opposta, non prevale la saggezza. Gli Houthi non hanno una visione politica sul lungo periodo, se non limitata da una parte al saldo possesso del Nord del Paese, in funzione di rivendicazione tribale e identitaria (sono originari del luogo, si sentono protettori e possessori di esso, vennero messi all’angolo negli anni della dittatura di Ali Abdullah Saleh, osteggiati, combattuti con ogni mezzo) e in funzione strategica ed anti-saudita. Nella loro comunicazione propagandistica, per spingere i giovani yemeniti a combattere al loro fianco contro l’invasore esterno, prevale sempre questa narrativa apocalittica dove – usando animazioni in 3D – si immagina l’ingresso delle truppe Houthi a La Mecca e la presa di possesso della piazza della kaaba, la pietra nera sacra a tutti i musulmani del mondo e meta di pellegrinaggio. Il loro canale di informazione ufficiale, al Masirah, ne contiene parecchi. In questa visione, anche l’appoggio dell’Iran non guida scientemente tutte le loro scelte strategiche, esterne al Paese, la cui principale funzione è quella di dimostrare la debolezza dell’Arabia Saudita e degli Emirati e trovare falle e brecce nel loro sistema di sicurezza. Così, l’evoluzione ingegneristica di tutto il sistema dei droni armati che gli Houthi in parte organizzano home made con l’assemblaggio di prodotti disponibili – come fanno molte altre milizie, si pensi a Isis – in parte grazie a componentistica e tecnologia iraniana, la cui applicazione è stata appresa in anni di scambi e viaggi culturali e diplomatici, ha un chiaro obiettivo: dare noia a UAE e KSA, farli sentire deboli ed accerchiati. Peccato che questa scelta strategica equivalga a delle fastidiose punture di calabroni sul corpo di una coppia di grossi felini. 

Le due monarchie del Golfo, non potendo permettere un’offesa simile, anche se essa possa avere causato, come l’ultimo attacco con drone armato all’aeroporto di Abu Dhabi negli Emirati, la morte di tre operai pakistani (dunque esistenze che contano davvero poco nell’economia del Paese), reagiscono come leoni feriti: pretendono dagli Stati Uniti la difesa del loro territorio, rinsaldano questa alleanza più che decennale, chiedono sostegno e approvazione alla loro reazione militare, organizzano una campagna di bombardamenti sul Nord dello Yemen in grande stile. Hanno piena mano libera e non hanno nessuna responsabilità, perché trattasi tecnicamente di legittima difesa. A questo punto, con centinaia di attacchi bomba sferrati contemporaneamente su tre città, gli Houthi possono rigiocare – sul piano internazionale – il ruolo delle vittime e, su quello locale, continuare a rinsaldare il loro legame con i cittadini del Nord, dimostrando che il nemico esterno è sempre più assetato del sangue yemenita. 

Ma nella fase finale di questa guerra, del tutto per tutto, questo gioco sta funzionando meno: l’ultima settimana le chat dei cittadini yemeniti del Nord e del Sud, e degli espatriati, sono state assai più ricche di ragionamenti che di accuse faziose tra il Nord e il Sud, tra i sostenitori degli Houthi e gli yemeniti vicini a un governo debole che si fa spalleggiare dalle due monarchie del Golfo: sempre più persone ritengono questo gioco di provocazioni tra le parti sia un suicidio su tutta la linea e che l’invio di un drone armato sull’aeroporto di Abu Dhabi sia stata la peggiore idea strategica possibile.

Questa guerra, combattuta con armi sempre più sofisticate e con una tecnologia raffinata nella precisione, sia che si tratti di bombe che di droni armati, si combatte anche con le armi della comunicazione online. Per evitare la diffusione sui social e sui siti delle emittenti degli Houthi immagini di bombardamenti, distruzioni, vittime, la Coalizione si è affrettata a bombardare le infrastrutture di comunicazione nella città di Hodeida per azzerare i collegamenti online, e impedire ai giornalisti locali presenti di inviare testimonianze dirette dell’accaduto. La maggior parte della popolazione dello Yemen, infatti, accede a Internet tramite un cavo sottomarino che parte dal Mar Rosso e collega il Paese tramite la struttura di telecomunicazioni di Hodeida, gestita dal monopolio delle telecomunicazioni TeleYemen. Sia la città di Hodeida che TeleYemen sono sotto il controllo degli Houthi. Oltre che da 48 di tentativi degli yemeniti all’estero che tentano disperatamente di raggiungere i loro parenti, per verificarne lo stato, la certezza che ciò sia accaduto è confermato da Netblocks, il gruppo di monitoraggio dell’internet globale, di proprietà del tecnologo e attivista Alp Tocker.

Netblocks ha dimostrato una caduta verticale di tutti i servizi di collegamento del Paese, da più di 48 ore, ormai, ed è stato anche in grado di catturare, servendosi di fonti aperte Osint, confermate dal profilo Twitter Aleph, che il palazzo di TeleYemen a Hodeida è stato completamente distrutto.

La Coalizione ha negato di avere colpito questi obiettivi, come anche l’intensità di questi bombardamenti. In questa guerra che diventa sempre più tecnologica si continua a non tenere conto della potenza della Rete e soprattutto di chi sa utilizzarla ai fini della ricostruzione di ogni responsabilità.

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domenica 12 dicembre 2021

Crimini di guerra: “Non vendete armi ai sauditi”. Ma Leonardo continua i suoi affari di morte - Antonio Mazzeo

 

Governi, ONG e giuristi internazionali invocano l’embargo sui trasferimenti di sistemi d’arma alle forze armate saudite per i crimini di guerra compiuti in Yemen. E allora cosa fa il gruppo italiano leader nella produzione di caccia, elicotteri, missili e cannoni? Invia la propria ultima invenzione a Riyad per rafforzare i legami culturali, tecnologici, scientifici e accademici con l’onnipotente famiglia dei sovrani d’Arabia.

 

A fine novembre una folta delegazione della Fondazione Med-Or, istituzione creata la scorsa primavera dall’holding Leonardo S.p.A. per “promuovere gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso (Med) e del Medio ed Estremo Oriente (Or)”, si è recata in visita ufficiale in Arabia Saudita per incontrare ministri e rappresentanti di enti statali.

A guidare la pattuglia della fondazione “volto buono” della maggiore industria bellica italiana, il suo presidente, l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. Momento clou il vertice con il ministro dell’Educazione del Regno, Hamad bin Mohammed Al Al-Sheikh, laurea e master in Economia alla Stanford University, California.

“Nel corso dell’incontro tra il ministro Al Al-Sheikh e la delegazione italiana, le due parti sono andate oltre la partnership tra le università saudite e il centro (Med-Or) in vista di un rafforzamento dei campi scientifici e di ricerca e delle rispettive opportunità di formazione e trasferimento internazionale di esperienze e sperimentazioni, oltre al rafforzamento delle borse di studio che il centro offre agli studenti di talento dell’Arabia Saudita per poter svolgere i master in Italia”, riporta la nota del Ministero dell’Educazione di Riyad.

 

Integrazione Tra Industria E Ricerca

“Nel corso del meeting è stata anche discussa la possibilità di stabilire un istituto di studi arabi presso la Fondazione Med-Or, il primo di questo tipo in Italia dove esiste l’interesse a lanciare differenti iniziative di formazione e ricerca culturale e scientifica.

L’istituto potrebbe rappresentare un’entità nuova e unica e un ponte per idee, programmi e progetti che prosperino in cooperazione con le istituzioni accademiche, oltre a diventare una stazione per favorire la completa integrazione tra le industrie e i centri di ricerca”.

Obiettivi ambiziosi e complessi, maturati non certo in ambito politico-diplomatico e istituzionale tra Italia e Arabia Saudita, ma nell’alveo delle consolidate relazioni di affari tra il petroregime e il management di Leonardo e delle società di sistemi e tecnologie militari controllate.

Con tanto di tessitura dell’ex ministro della guerra ai migranti e alle migrazioni e la benedizione – a distanza – di noti accademici italiani.

 

Promozione Sociale O Vendita Di Morte?

Poco più di un mese fa a recarsi a Ryiad era stato l’amministratore delegato di Leonardo, nonché presidente onorario di AIAD, la Federazione delle aziende italiane del settore aerospaziale e militare, Alessandro Profumo. L’uomo che guida l’holding armiera, pure membro del comitato strategico della Fondazione Med-Or, ha partecipato come relatore al forum internazionale Invest in Humanity promosso dal Future Investment Initiative Institute, fondazione no profit di “promozione sociale” voluta dal principe Mohammad bin Salman al Saud, membro della famiglia reale e ministro della Difesa d’Arabia, e nel cui board fa bella mostra di sé l’ex primo ministro Matteo Renzi.

E proprio con Renzi l’on. Marco Minniti ha ricoperto l’incarico di sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega alla Sicurezza della Repubblica.

 

Occasione imperdibile, quella del forum per investire nell’umanità, per i vertici di Leonardo & C.. Dopo le miliardarie commesse dello scorso decennio (la fornitura all’Aeronautica militare saudita di 72 cacciabombardieri Eurofighter Typhoon prodotti dall’industria italiana e dai gruppi aerospaziali europei Eads e Bae Systems), in tempi più recenti Leonardo ha venduto all’Arabia Saudita sistemi avanzati elettro-ottici e per il controllo del traffico aereo fissi e trasportabili; sistemi di comunicazione e centri di controllo; velivoli a pilotaggio remoto; elicotteri da trasporto. E in dirittura d’arrivo, secondo alcuni analisti internazionali, ci sarebbero adesso i trasferimenti ai sauditi di elicotteri pesanti, sistemi missilistici (attraverso la partecipata MDBA), nuovi droni, convertiplani e caccia-addestratori.

 

Collaborazioni In Campo Militare

Con occhi più attenti, quello a cui punta la nuova creatura “culturale-scientifica” di Leonardo è di replicare in Italia un modello consolidato e di successo made in Israele: l’elaborazione e la condivisione di visioni strategiche e industriali-produttive da parte di attori politici, apparati militari e d’intelligence, industrie belliche, centri di ricerca scientifica e università, ovviamente in totale autonomia rispetto alle tradizionali sedi di decisione istituzionale.

“Leonardo Med-Or è nata per unire competenze e capacità dell’industria con il mondo accademico per lo sviluppo del partenariato geo-economico e socio-culturale”, si legge nello statuto della fondazione di Minniti e Profumo. Tra le attività in cantiere, oltre alle collaborazioni con alcuni paesi chiave in campo militare-industriale-accademico (vedi già Arabia Saudita e Marocco), Med-Or punta alla promozione di “programmi e formazione nei settori della safety e della security, dell’aerospazio e della difesa”, grazie soprattutto a “partenariati con le istituzioni accademiche e di ricerca nazionali”.

 

Un Comitato Scientifico Con Grandi Nomi

E non è certo un caso che pochi giorni dopo il vertice a Riyad con il ministro dell’Istruzione Hamad bin Mohammed Al Al-Sheikh, il 2 dicembre si è tenuta a Roma la riunione di insediamento del Comitato Scientifico della Fondazione Med-Or, presenti anche i componenti del Consiglio di amministrazione (Marco Minniti; l’ex direttore della Polizia criminale Enrico Savio; i dirigenti di Leonardo S.p.A. Alessandra Genco, Simonetta Iarlori e Filippo Maria Grasso; l’amministratore delegato della società di engineering saudita Arkad, Paolo Bigi; i docenti universitari Francesca Maria Corrao, Egidio Ivetic e Germano Dottori; lo scrittore siciliano Pietrangelo Buttafuoco; l’avvocato Alessandro Ruben, parlamentare del Popolo della Libertà dal 2008 al 2013).

I componenti del Comitato Scientifico della Fondazione di Leonardo sono rettori, docenti e ricercatori delle maggiori università italiane. Un vero peccato che un gruppo di fini intellettuali dalle alte qualità, si cimenti con affari che fomentano le guerre.  In ordine alfabetico compaiono i nomi di: Franco Anelli (rettore della Cattolica del Sacro Cuore di Milano); Gabriella Arrigo (direttrice affari internazionali dell’Agenzia Spaziale Italiana); Giorgio Barba Navaretti (ordinario di Economia politica all’Università di Milano); Giovanni Betta (già rettore dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale); Francesco Bonini (rettore della LUMSA di Roma); Stefano Bronzini (rettore a Bari); Raffaele Calabrò (rettore del Campus Bio-Medico di Roma); Lucio Caracciolo (direttore di Limes); Carlogiovanni Cereti (ordinario di Filologia); Francesco Cupertino (rettore del Politecnico di Bari); Melina Decaro (ordinaria di Diritto pubblico alla LUISS di Roma).

E poi ancora: Flavio Deflorian (rettore a Trento); Ersilia Francesca (associata di Storia dei Paesi islamici presso l’Orientale di Napoli); Vincenzo Loia (rettore a Salerno); Matteo Lorito (rettore della Federico II di Napoli); Alberto Lucarelli (ordinario di Diritto costituzionale alla Federico II); Paolo Mancarella (rettore a Pisa); Raffaele Marchetti (prorettore della LUISS); Alessia Melcangi (ricercatrice di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma); Karim Meznan (professore di Studi mediorientali alla John Hopkins University); Antonello Miranda (ordinario di Diritto privato); Leopoldo Nuti (ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali a Roma Tre); Maurizio Oliviero (rettore a Perugia); Paolo Passaglia (ordinario di Diritto pubblico a Pisa); Alessandra Petrucci (rettrice a Firenze); Luca Pietromarchi (rettore a Roma Tre); Antonella Polimeni (rettrice della Sapienza); Andrea Principe (rettore della LUISS); Riccardo Redaelli (ordinario di Geopolitica alla Cattolica).

L’interminabile lista si chiude con: Ferruccio Resta (rettore del Politecnico di Milano); Flaminia Saccà (ordinaria di Sociologia dei fenomeni politici dell’Università della Tuscia); Ciro Sbailò (preside di Scienze politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma); Giancarlo Scalese (ordinario di Diritto internazionale a Cassino); Roberto Tottoli (rettore dell’Orientale di Napoli); Francesco Ubertini (ordinario di Scienza delle Costruzioni ed ex rettore a Bologna); Arturo Varvelli (direttore dell’Ufficio di Roma dell’European Council on Foreign Relations); Arianna Vedaschi (ordinaria di Diritto pubblico alla Bocconi di Milano); Lorenzo Vidino (direttore del Programma sull’estremismo della George Washington University); Ida Zilio Grandi (associata di Lingua e letteratura araba all’università Ca’ Foscari di Venezia); Santo Marcello Zimbone (rettore della Mediterranea di Reggio Calabria).

Così il cuore dell’accademia italiana potrà essere ancora più armato.

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domenica 28 novembre 2021

Sono la vedova di Jamal Khashoggi. Chiedo giustizia

 


Hatice Cengiz - ricercatrice universitaria in studi del Medio Oriente

 

Opening Session del Tribunale permanente dei popoli sugli omicidi di giornalisti  del 2 novembre 2021. Testimonianza di Hatice Cengiz sul caso dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi

 

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·         Hatice Cengiz - Finalised statement

Mi chiamo Hatice Cengiz. Sono la vedova di Jamal Khashoggi, editorialista del Washington Post assassinato all’interno del consolato saudita ad Istanbul il 2 ottobre 2018. Da quel giorno, conduco una campagna per la verità e la giustizia riguardo all’uccisione di Jamal, ed affinché la comunità internazionale dichiari la responsabilità di coloro che ne hanno ordinato e pianificato l’uccisione. Ho reso testimonianza presso il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il Parlamento Europeo, il Congresso degli Stati Uniti, e vari altri parlamenti nazionali. 

Nel 2019, per circa un anno dalla morte di Jamal, ho vissuto a Londra. Mentre vivevo là, mi seguivano. Recentemente, l’inchiesta Pegasus ha mostrato che, nei giorni successivi all’omicidio, il mio telefono era stato hackerato. Ho avuto paura per molto tempo, dopo l’omicidio. Lo choc e la paura non riguardavano solo la mia vita. L’omicidio ha cambiato la mia visione dell’umanità e del mondo e il significato della vita. 

 

Perché voglio giustizia per Jamal

Jamal ha perso la vita. Non dobbiamo dimenticare ciò che è accaduto. Questo è ciò che mi motiva e che mi dà l’energia per andare avanti. La mia energia viene da dentro di me, poiché credo che dovremmo parlare di questa questione. E’ una questione umana, la mia vita non ha significato se ci dimentichiamo questo. Come individui, conduciamo una vita sociale, una vita privata, una vita culturale, ma, in quanto esseri umani, abbiamo anche una responsabilità sociale. Io non sto facendo questo come attivista, né per diventare una celebrità. Questo caso riguarda valori importanti. Riguarda la protezione delle altre persone in Arabia Saudita, ad esempio in carcere. 

In alcuni casi, gli Stati agiscono velocemente nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di altri Paesi, e si fanno sentire apertamente. Ma al tempo stesso, gli Stati dimenticano questi valori, quando vogliono. Gli Stati non temono di utilizzare il proprio potere, ad esempio tramite gli ambasciatori, quando vogliono mettere pressione su un altro Paese. Perché dunque alcune volte rimangono in silenzio? Perché non trovo un ambasciatore che sia con me? Non mi chiamano, non si schierano dalla mia parte. Quando vogliono, restano in silenzio. 

Desidero mantenere l’attenzione pubblica sul caso, poiché chiunque altro sta cercando di distoglierla da esso. Le autorità turche si sono comportate molto bene all’inizio e adesso vogliono lasciar perdere. Gli Stati Uniti e la comunità internazionale stanno facendo allo stesso modo. L’atteggiamento attuale è “Di questa faccenda ci siamo già occupati, possiamo andare avanti?”. Questo atteggiamento è impensabile con riferimento ai casi di omicidio che ricadono sotto le giurisdizioni nazionali. In qualche modo la gente accetta che sia così quando questi casi coinvolgono più Paesi. La gente non deve chiudere gli occhi. Questo caso non scompare perché i media non ne parlano più. Devono esserci conseguenze. 

 

Gli ostacoli sul cammino della giustizia

Abbiamo instaurato numerosi procedimenti per accertare la responsabilità degli esecutori, ed in particolare del Principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman Al’Saud. 

Ad Istanbul si sono svolti un’indagine ed un procedimento penale, nel quale io sono la  principale parte lesa. Questo procedimento si è protratto per molto tempo, ed è nei confronti di persone rimaste contumaci. E’ un procedimento importante ed ha il potenziale per portare giustizia e condurre a mandati d’arresto internazionali. Alcune delle persone coinvolte sono state formalmente imputate, alcune ancora devo esserlo – fra cui il Principe ereditario saudita. Le autorità turche hanno consistentemente ritardato il procedimento e fin qui non hanno espresso l’intenzione di imputare formalmente il Principe ereditario. 

Ci siamo rivolti molte volte alle Nazioni Unite, ai governi nazionali, ai parlamenti nazionali e al Parlamento Europeo. Abbiamo proposto appelli per l’esecuzione delle sanzioni, cosa che gli Stati possono fare sotto la propria giurisdizione nazionale. Anche le Nazioni Unite hanno il potere di farlo. Stiamo anche svolgendo una campagna per fermare il “cultural washing” o lo “sports washing” condotto dal Principe ereditario, ad esempio nella recente acquisizione del club calcistico Newcastle United. Continueremo a far questo nei confronti di qualunque altro impegno sportivo o culturale che egli intraprenderà per ripulire la propria immagine macchiata. 

Abbiamo inoltre intrapreso una causa civile negli Stati Uniti, notificata anche al Principe ereditario. L’Arabia Saudita ha proposto opposizione basandosi sull’immunità. In tutti questi procedimenti giudiziari, l’ostacolo principale consiste nella riluttanza dei governi ad agire nei confronti del Principe ereditario dell’Arabia Saudita, il quale viene percepito come leader de facto del Paese. Egli non è il capo di Stato. Non dovrebbe essergli garantita l’immunità. Non è questo un crimine per il quale dovrebbe essere riconosciuta l’immunità. Le autorità degli Stati si concentrano esclusivamente su coloro che si collocano ad un livello inferiore, mentre il solo responsabile è il Principe ereditario. 

 

Gli Stati devono agire

E’ necessario che le autorità turche accelerino il procedimento, non possono rallentarlo tanto a lungo. Occorre che abbiano accesso alle informazioni negli Stati Uniti e che le presentino in tribunale, e che emettano un mandato d’arresto, in particolare proprio nei confronti del Principe ereditario. 

Inoltre, i governi devono attuare sanzioni per far sì che egli non possa viaggiare ed intraprendere iniziative come acquistare club sportivi. Devono fare in modo che egli non possa recarsi nei loro Paesi senza essere arrestato ed interrogato. Non possiamo consentire che qualcuno che persino la CIA ha stabilito essere responsabile di questo omicidio si muova impunemente. Il tribunale statunitense dovrebbe iniziare a considerare questa come una questione urgente e disporre il risarcimento del danno. Dovrebbe essere imposto un indennizzo, cosicché le persone coinvolte non possano farla franca. I governi dovrebbero inoltre mettere a disposizione tutte le informazioni che possiedono sul caso. 

Il Principe ereditario saudita deve essere ritenuto responsabile. Un uomo capace di questi atti non dovrebbe diventare re. Ci sono regole nel tuo Paese, ci sono regole nel mio Paese, ci sono norme internazionali. Quelli come lui dovrebbero capire che il mondo è cambiato. La gente mi chiama ”coraggiosa” o “eroina”, ma io voglio essere una persona normale. Non dovrei fare tutto ciò, per ottenere giustizia. Adesso, la comunità e le istituzioni dovrebbero fare la propria parte. I governi e loro leader, non solo in Turchia o negli Stati Uniti. Ovunque. 

Confermo che i fatti affermati in questa deposizione testimoniale sono veri. 

Data e luogo: 31 ottobre 2021, Istanbul

Nome della testimone e firma: Hatice Cengiz

 

Traduzione a cura di Sara Cocchi, avvocata in Firenze, consulente UE e OCSE

 

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