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venerdì 31 luglio 2026

Non trasformiamo il dissenso in un problema di ordine pubblico

di Donatella Giunti ed il Gruppo Cattolici per la Vita della Valle - Centro Sereno Regis

 

Rispetto ai fatti avvenuti in Valle di Susa sabato 25 luglio, che meritano una riflessione profonda e non dettata dall’urgenza giornalistica né dalla necessità di un superficiale schieramento, proponiamo alcune considerazioni. Ogni atto di violenza va perseguito secondo la legge. Ma una democrazia commette un errore quando, a partire da singoli episodi, sceglie di leggere un conflitto politico e sociale esclusivamente attraverso la lente della sicurezza, per screditare oltre trent’anni di mobilitazione e per delegittimare chi continua a contestare quell’opera. E questo accade sempre nel dibattito sulla TAV.

Da anni, ogni episodio di tensione diventa l’occasione per riportare al centro il tema dell’ordine pubblico, mentre finiscono sullo sfondo le domande che il movimento No TAV continua a porre: quale modello di sviluppo vogliamo? Quali infrastrutture sono davvero utili alla transizione ecologica? Come si valutano i costi ambientali e sociali di una Grande Opera? Quale spazio viene riconosciuto alle comunità locali nelle decisioni che incidono sul loro futuro, sul loro territorio, sulla salute, sull’economia?

È un meccanismo ormai consolidato. Il conflitto ambientale viene progressivamente svuotato del suo contenuto politico e ricondotto a un problema di sicurezza. Il dissenso viene osservato più attraverso i dispositivi di controllo che attraverso le ragioni che lo alimentano. Così il dibattito pubblico si restringe: non si discute più dell’opera, ma della gestione dell’ordine pubblico; non delle alternative, ma delle misure di sicurezza; non della qualità delle decisioni democratiche, ma dell’intensità della repressione. Questa impostazione non riguarda solo la Valle di Susa.

Negli ultimi anni molti conflitti ambientali hanno conosciuto una dinamica analoga. Chi contesta opere considerate impattanti o scelte ritenute incompatibili con la tutela degli ecosistemi viene raccontato come un problema da gestire delegittimando chi continua a contestare, non riconoscendolo come interlocutore con cui confrontarsi. È una deriva che impoverisce la democrazia, riduce gli spazi della partecipazione e alimenta l’idea che il dissenso sia una patologia anziché una componente fisiologica della vita democratica.

La democrazia vive del conflitto, in forme di partecipazione, di confronto, di mobilitazione sociale. È in questo spazio che si collocano le manifestazioni, i presìdi, le iniziative dei comitati e di migliaia di cittadini che hanno scelto di opporsi a un’infrastruttura ritenuta inutile, devastante, economicamente insostenibile, fuori tempo e sproporzionata rispetto ai benefici attesi. Confondere questo patrimonio di partecipazione con gli episodi di sabotaggio significa fare un favore a chi vorrebbe liquidare ogni dissenso come un problema di sicurezza.

Naturalmente esiste un confine che non può essere superato: le azioni violente non possono diventare uno strumento di lotta politica. Da sempre tra i NO TAV convivono molte anime, come giusto e inevitabile in un movimento che è espressione di un intero territorio e che è composto da migliaia di persone di età, posizioni religiose e politiche, storie e sensibilità diverse. Ma per noi cristiani questo confine è chiaro, e il fatto che ci sia stato assalto dei cantieri non può essere utilizzato per cancellare trent’anni di mobilitazione civile, di studi indipendenti, di amministratori locali, associazioni, tecnici e cittadini che hanno costruito un’opposizione fondata su argomentazioni, partecipazione e presenza nei territori.

La strategia dell’invasione dei cantieri, su cui peraltro non tutti i NO TAV concordano, è il frutto di decenni di sopraffazione ed è una risposta (chi dice giusta, chi dice sbagliata) prevedibile in un conflitto gestito male fin dai suoi inizi. La questione di fondo resta aperta. In un tempo segnato dalla crisi climatica e dalla necessità di trasformare il modello di sviluppo, è legittimo chiedersi quali infrastrutture siano davvero prioritarie, quale sia il loro impatto ambientale e sociale, come vengano impiegate le risorse pubbliche e quale ruolo abbiano le comunità interessate nelle decisioni che le riguardano. Sono domande che non possono essere archiviate perché si sono verificati episodi violenti.

Alla politica – intesa come gestione della polis e partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni comuni – chiediamo una ben diversa risposta. Non per ridurre gli spazi del conflitto, ma per ampliarli; non per temere il confronto con le comunità, ma perché contribuisce alla qualità delle decisioni pubbliche. La tutela dell’ambiente non è un ostacolo allo sviluppo: è il criterio con cui misurare la qualità dello sviluppo stesso. E il bene comune non coincide con la realizzazione di qualsiasi infrastruttura, ma con la capacità di valutare se essa risponda davvero all’interesse collettivo, nel lungo periodo.

La difesa dell’ambiente e del bene comune non appartiene a una parte politica. È un interesse generale, riconosciuto dalla Costituzione, che richiede valutazioni trasparenti, partecipazione democratica e la capacità di misurare le opere pubbliche non soltanto sulla loro fattibilità tecnica, ma anche sulla loro sostenibilità ecologica, economica e sociale. Quando il dissenso viene tradotto in una questione di ordine pubblico, la politica rinuncia al proprio compito. Smette di discutere, di convincere, di costruire consenso e delega la gestione dei conflitti agli apparati della sicurezza. È una scorciatoia che può apparire efficace nell’immediato, ma che alla lunga accresce la distanza tra istituzioni e cittadini.

Come cristiani avvertiamo la responsabilità di difendere la terra come bene comune, di dare voce e gambe al Magistero della Chiesa, a partire dalla Dottrina sociale fino ad arrivare ai continui appelli di Papa Francesco e di Papa Leone di non considerare il creato “una proprietà di cui possiamo disporre a nostro piacere; e ancor meno una proprietà solo di alcuni, di pochi. Il creato è un dono, è un regalo, è un dono meraviglioso che Dio ci ha dato perché ce ne prendiamo cura e lo utilizziamo per il bene di tutti, sempre con rispetto e gratitudine”. Da trent’anni abbiamo cercato – e non solo noi – il confronto con i proponenti l’opera ma la risposta è sempre stata la mancanza di dialogo con la popolazione, l’imposizione con la forza dei cantieri, la militarizzazione della valle, la repressione del dissenso.

Questi ultimi anni, caratterizzati da guerre devastanti, dal genocidio, dalla corsa al riarmo, da eventi climatici estremi, da migrazioni forzate, hanno contribuito a rafforzare le ragioni della contrarietà alla ‘Grande Opera Inutile’, ma anche a tutte le altre Grandi Opere Inutili che hanno devastato e potranno ancora devastare il nostro Paese, solo per inseguire una cieca logica di progresso, di crescita, di profitti, senza alcun ripensamento sul rischio concreto e sempre più attuale della rovina al quale l’intero nostro pianeta va incontro.

Diventa indispensabile ripensare il concetto di Grandi Opere, di consumo di suolo, in questo tempo che sta correndo verso il disastro ambientale, e rivedere l’ideologia dello sviluppo a tutti i costi.  Come credenti che vedono il nostro territorio e le persone che lo abitano sempre più distrutte e calpestate avvertiamo che qui il bene comune è stato invocato come paravento, mentre gli interessi economici e geopolitici hanno avuto il sopravvento sulla giustizia sociale.

Da oltre trent’anni le ragioni di critica e di opposizione sono sempre le stesse: la Torino-Lione è inutile, è costosissima, è devastante per l’ambiente, è un’opera vecchia, superata dai tempi e dalla storia, la cantierizzazione produrrà polveri sottili e movimenterà sostanze inquinanti e insalubri. Ed è certificata la sottrazione di enormi quantità di acqua dalla montagna e all’ambiente naturale, spreco dimostrato fin dal 2008 dalle decine di litri al secondo drenate ogni giorno dalle gallerie di servizio già realizzate.

Cos’altro dobbiamo inventarci per far comprendere queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori? Difendere la legalità significa perseguire chi commette reati. Difendere la democrazia significa non usare quei reati per delegittimare un’intera comunità che protesta e ascoltare chi denuncia queste ingiustizie trasportistiche, economiche, climatiche, ambientali e sociali e far sì che l’enorme inutile investimento economico sia dirottato verso settori più necessari, a partire dalla messa in sicurezza dei territori, da investimenti sulla sanità e sulla scuola.

E difendere l’ambiente significa continuare a discutere, anche quando il confronto è duro, del modello di sviluppo che vogliamo consegnare alle prossime generazioni.

da qui

sabato 22 maggio 2021

Violenza della polizia e proteste “pacifiche” - Maria J. Stephan

 

Nel suo sermone del marzo 1956 When Peace Becomes Obnoxious, Martin Luther King, Jr. rispose a un titolo di un giornale locale dell’Alabama che recitava: “Le cose sono tranquille a Tuscaloosa oggi. C’è pace nel campus dell’Università dell’Alabama”.

Il titolo si riferiva al giorno dopo che l’università aveva espulso il suo primo studente nero, Autherine Lucy. Da quando aveva messo piede nel campus giorni prima, Lucy era diventata il bersaglio di una folla bianca, che l’aveva attaccata e aveva iniziato una rivolta. Volendo ristabilire la cosiddetta pace, l’università ha risposto alla violenza facendo andare via Lucy.

 

Mentre pronunciava il sermone appena un giorno prima del suo processo per aver violato la legge anti-boicottaggio dell’Alabama, King definì l’idea di pace del giornale “una pace odiosa”. Disse:

“È il tipo di pace che puzza nelle narici di Dio onnipotente”.

“Se la pace significa accettare la cittadinanza di seconda classe, io non la voglio”.

[…] “Se la pace significa tenere la bocca chiusa in mezzo all’ingiustizia e al male, non la voglio”.

“Se la pace significa adattarsi con compiacenza a uno status quo mortificante, non voglio la pace”.

[…] “Se la pace significa la volontà di essere sfruttati economicamente, dominati politicamente, umiliati e segregati, io non voglio la pace”.

King ha chiesto una rivolta nonviolenta contro il tipo di pace negativa che privilegia la calma e la tranquillità rispetto alla giustizia e alla dignità umana, esponendo una visione di una “pace positiva” fondata sul rispetto dei diritti fondamentali, delle libertà e della dignità di tutte le persone.

Ho pensato molto a questo sermone ultimamente e sono stato grato quando Kazu Haga, formatore di nonviolenza e autore di Healing Resistance, lo ha segnalato durante una recente presentazione del libro.

Eccoci qui, nel mezzo del processo a Derek Chauvin – l’agente di polizia di Minneapolis accusato di aver ucciso George Floyd dopo essersi inginocchiato sul suo collo per nove minuti – e un altro nero viene ucciso dalla polizia a 10 miglia dalla città. Quest’uomo, Daunte Wright, ventenne padre di un giovane figlio, è morto dopo essere stato colpito alla schiena dalla poliziotta Kim Potter durante un controllo a un posto di blocco. Mentre i manifestanti infuriati e traumatizzati sono scesi in strada a Brooklyn Center, Minneapolis e altre città del paese, i funzionari di polizia e i politici hanno esortato la gente a rimanere calma e a mantenere le loro proteste “pacifiche”.

Onestamente, sono stanca di questo “pacifico”. Suona odioso e privo di tono quando il razzismo istituzionalizzato continua a garantire un trattamento disumano dei neri in questo paese. Ricordiamoci che i nazisti si sono rivolti agli Stati Uniti per idee e ispirazione. Come scrive Isabel Wilkerson in Casta, hanno trovato parti delle leggi Jim Crow troppo estreme persino per loro da attuare. Siamo in ritardo per una trasformazione fondamentale della cultura, delle politiche e delle istituzioni che sostengono la tirannia della supremazia bianca in questo paese. Questa tirannia è fondata sulla violenza, le cui logiche sono la disumanizzazione, la dominazione e l’oppressione.

Il cambiamento del sistema richiede cambiamenti di atteggiamento, di comportamento e di potere, il che va ben oltre le proteste “pacifiche”. Cambiare gli atteggiamenti richiede dialogo, ascolto, e lo sviluppo di una comprensione più profonda del perché le persone e le istituzioni rimangono neutrali o si oppongono agli sforzi per smantellare il razzismo istituzionalizzato. L’ascolto e la raccolta di informazioni sono la chiave per plasmare strategie, tattiche e messaggi che si rivolgono al pubblico oltre la base. Cambiare gli atteggiamenti richiede di richiamare le persone tanto quanto di chiamarle fuori e riconoscere che la responsabilità individuale è solo una parte dell’affrontare il razzismo sistemico e la supremazia bianca. Per ogni Derek Chauvin e Kim Potter, c’è un’istituzione di polizia che privilegia approcci militarizzati e continua a riflettere una cultura che dà meno valore alle vite dei neri che a quelle dei bianchi.

Gli spostamenti di potere richiedono un gran numero di persone all’interno dei diversi pilastri che sostengono il razzismo per smettere di cooperare con quel sistema.

L’organizzatore e formatore Daniel Hunter ha scritto un’intera guida sulla costruzione di un movimento per “porre fine al nuovo Jim Crow“. Questo significa boicottare e disinvestire dalle imprese e dalle istituzioni che sostengono o permettono politiche e sistemi razzisti. Questo include sostenere i candidati politici che approvano la repressione degli elettori. Significa sostenere i sindacati e coloro che scioperano per negare il consenso alle imprese e alle istituzioni che mettono il profitto davanti alla basilare dignità umana. Infine, significa affermare e mostrare sostegno (boicottaggi inversi) per quegli individui, aziende e istituzioni che investono in equità e disinvestono dal razzismo.

Dopo un altro periodo di violenza brutale negli Stati Uniti, che include un’ondata di omicidi di massa da parte di giovani armati di armi d’assalto e l’attesa del verdetto del processo Chauvin, è difficile vedere la luce della speranza. Ma la trasformazione è sul tavolo per molte delle sfide che affrontiamo – compresa la polizia, dove non si può tornare indietro. I dipartimenti di polizia di tutto il paese probabilmente lo sanno, e alcuni potrebbero anche essere insospettabili alleati nello sforzo di smilitarizzazione e di trasformazione. Traiamo ispirazione dall’esortazione di King di rifiutare una pace odiosa e costruire una pace positiva il cui fondamento è la giustizia.

da qui