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lunedì 20 luglio 2026

Un lavoro tutto da fare - Guido Viale


C’è un caldo insopportabile in tutta l’Europa. Fra un po’ terminerà con qualche disastrosa grandinata. Poi riprenderà e sarà ancora peggio, alternando sempre più spesso eventi estremi e mandando avanti processi irreversibili come lo scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento dei mari, gli incendi delle foreste e l’inaridimento di fiumi e laghi, per non parlare dei virus e delle epidemie in vista. Ce lo dice, e non da ora, ma da decenni, “la Scienza”; o, più modestamente, la comunità scientifica.

Siamo impreparati a tutto questo: lo sono i Governi nazionali e locali, le istituzioni sovranazionali, le imprese, i media e il loro personale asservito, i sindacati, i partiti, le associazioni e tutti noi comuni cittadini e cittadine. E non per la disinformazione diffusa a piene mani dai molti negazionisti del clima, bensì per quella promozione dell’indifferenza e dell’irresponsabilità di fronte al disastro in arrivo e già in corso di cui siamo tutti al tempo stesso, e in diversa misura, vittime e complici.

Sui media i servizi in cui si adombra la gravità della situazione – per le molte esistenze umane stroncate, per l’economia, per i raccolti agricoli, per la vita urbana – si alternano ai sevizi sugli inconvenienti e le opportunità che questo caldo comporta per chi va o deve andare in vacanza; il riconoscimento che all’origine di questa catastrofe ci sono i combustibili fossili si abbina all’augurio che lo stretto di Hormuz riapra al più presto perché il petrolio “torni a scorrere”; la timida ammissione che questo sistema economico è ormai insostenibile non ostacola certo l’ingiunzione (convalidata dal più incensato guru di questa indecente classe dirigente europea e occidentale) a rincorrere sempre di più “crescita e competitività”. Abbiamo avuto tre grandi piani dai nomi altisonanti, con finalità in gran parte sovrapposte (European Green Deal, Next Generation Eu e PNRR, più l’italiano “110 per cento”) per dover concludere che nulla è stato fatto per affrontare la catastrofe climatica incombente e che i denari disponibili sono stati sprecati o deviati verso altre finalità: soprattutto guerra e armi…

A che cosa è dovuta tanta scriteriata indifferenza? Di chi la colpa? Le responsabilità sono molteplici e condivise: corposi interessi a perpetuare lo stato di cose presente, soprattutto per quel che riguarda i combustibili fossili e il loro uso nella vita quotidiana: miliardi e miliardi di barili di petrolio, di metri cubi di gas, di tonnellate di carbone (e montagne di dollari) sono ancora rinchiusi nelle loro casseforti sotterranee e non possono essere “lasciati lì” senza metterli in circolo; poi, il senso di impotenza di governanti e governati di fronte all’enormità del problema e dei compiti per affrontarlo; c’è anche molto conformismo: nessuno osa gridare “al lupo!” là dove le pecore pascolano contente; certo, conta anche l’ignoranza: basta ascoltare uno qualsiasi dei nostri politici toccare l’argomento – tipo “alle Bahamas si sta bene; staremo bene anche qui” – per capire che non se ne è mai occupato; ma soprattutto conta la nostra delega: ai governi, ai partiti, alle imprese, a “chissà chi?”, perché facciano quello che “la Scienza” dice che bisogna fare, senza mai sentirsi investiti di persona da quel “che fare”?

“Di persona”: che cosa vuol dire? Vuol dire che la transizione “dall’alto” non si farà mai, per quanto forti siano le pressioni (e non lo sono) perché i Governi, a tutti i livelli, cambino rotta. Di persona vuol dire “dal basso”. E come? Ce lo aveva detto trent’anni fa Alex Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile”. Intanto si tratta di una conversione: un processo eminentemente spirituale o, se vogliamo, culturale; ma che non può non avere anche un solido riscontro materiale. Ma l’attenzione di chi quelle parole le ha prese sul serio si è concentrata quasi solo su quel “desiderabile”: sullo sforzo per delineare un assetto sociale diverso, ma attraente, che risponda alle fondamentali esigenze della specie umana – che in molti dimentichiamo spesso che oltre a “noi” conta altri otto miliardi di persone! – mantenendo un sano equilibrio con la rigenerazione di tutte le altre forme di vita che popolano la Terra. È il messaggio fondamentale dell’enciclica Laudato sì di Francesco. Certo, immaginare quell’assetto è essenziale: senza l’immagine di un mondo diverso non troveremmo la forza di agire. Ma desiderabile per chi? Per noi? Per quelli a cui questo mondo e il modo di vivere che ci impone fanno schifo? Per chi ha già compiuto un salto mentale – e in parte, ma solo in parte, anche materiale, nel proprio stile di vita – oltre lo stato di cose presente? Ma che ne è di tutti gli altri e le altre che a quel salto non hanno nemmeno mai pensato? Di tutti coloro che non partono dalle nostre premesse? Qui prende corpo il termine “socialmente”: che vuol dire mettere in moto dei meccanismi materiali, o per lo meno dei comportamenti collettivi, capaci di raggiungere anche quei mondi che il nostro “discorso”, le cose che diciamo tra noi, non riescono nemmeno a sfiorare. Bisogna smettere (cosa difficilissima) di ritenersi “nel giusto” e ricominciare “da zero”: con uno screening di ogni aspetto della nostra vita quotidiana che includa anche quelle dei tanti altri e altre diverse da noi. Certo, occorre cercare, inventare e sperimentare iniziative, proposte, rivendicazioni, progetti, lotte; verificando però ogni volta che rispondano almeno in parte anche alle preoccupazioni di chi è diverso da noi: preoccupazioni poco comprese e poco considerate, che vanno quindi indagate con una inchiesta permanente; innanzitutto, a livello mentale, facendone, ciascuno e ciascuna, un modus vivendi interiorizzato; ma conducendola il più possibile in forme collettive e condivise. Una inchiesta che consista soprattutto nel “mettersi nei panni degli altri”, cercando vie, sedi e modi per farlo al meglio.

Quali e quante delle più comuni aspirazioni possono trovare la strada, non certo di una realizzazione immediata, ma per lo meno di una maggiore soddisfazione nel perseguirle in modi diversi da quelli correnti? Si tratta qui di cose elementari quanto fondamentali come consumi, spese, produzioni nocive (a sé e agli altri: cioè quasi tutte), trasporti, salute, istruzione, svago, affetti… Ma anche di questioni generali come migranti e guerre. Mettere al primo posto la salvaguardia del pianeta, e con essa quella delle nostre vite, non significa abbandonare la lotta di classe ma rafforzarla; darle una direzione e un orizzonte che essa ha in gran parte perso insieme al socialismo dei secoli scorsi; rinnovarla: un lavoro per niente ideologico in gran parte ancora tutto da fare. Il caldo insopportabile e gli altri disastri che ci aspettano potrebbero facilitarci il compito.

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domenica 18 gennaio 2026

Il futuro della Palestina oltre la demagogia - Guido Viale

Demonizzare, prendere le distanze, o anche solo disertare le manifestazioni e le iniziative per la Palestina che si svolgono da mesi (e anni) in tutto il mondo, pur non avendo nessuna intenzione di sostenere il genocidio messo in atto da Israele perché, tra decine, centinaia e migliaia di striscioni e cartelli ce n’è uno che inneggia al 7 ottobre è come guardare il dito (orribile) e non vedere la luna (bellissima).

È noto che, quali ne siano i promotori, l’adesione di massa a queste manifestazioni è il frutto di molteplici reti informali che non sono organizzazioni, non hanno “servizi d’ordine”, ma soprattutto non hanno “autorità” in grado di decidere chi ha diritto di sfilare e chi no. Il senso vero di queste mobilitazioni sta tutto nel numero e nella giovanissima età dei partecipanti, e nel loro spirito al tempo stesso disperato, per quel che succede, e gioioso, per il fatto di esserci: nel rovesciamento di quella cappa di conformismo complice che caratterizza il “mondo politico” nei cinque continenti.

Ma che ne è di quel “Dal fiume al mare. Palestina libera!” gridato (in inglese) da tutti, che è lo slogan di Hamas? Non è solo “lo slogan di Hamas”; è lo slogan di tutte e di tutti i partecipanti a quelle mobilitazioni, a cui ciascuno dà un senso differente. Ma forse che tra quel fiume e quel mare c’è qualche parte del territorio in cui la Palestina, cioè i palestinesi, non debbano o non possano voler essere liberi? Certo c’è chi interpreta quello slogan come la soppressione di Israele, anche se ben pochi pensano che se in un domani, per non si sa quali circostanze, le sorti del conflitto si invertissero, ciò debba comportare la cacciata o l’eliminazione di tutti gli ebrei insediati in Israele, come oggi le destre sioniste messianiche invocano apertamente discriminazione, sottomissione, cacciata e sterminio di tutti i palestinesi che si trovano tra il fiume e il mare. Ma per i più, per coloro che riempiono le mobilitazioni e le altre iniziative per la Palestina che si moltiplicano in tutto il mondo, dal fiume al mare dovrà essere un territorio in cui ci sia posto per tutte e per tutti: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, laici; autoctoni e immigrati. Tutti e tutte messe in grado di godere degli stessi diritti. Perché nelle mobilitazioni per la Palestina, ma anche in molte di quelle che vedono come protagoniste le nuove generazioni in tante parti del mondo, c’è molto di più della sola solidarietà e di una prospettiva di pace che riscatti la condizione di chi oggi è oppresso nel più crudele, cinico e ipocrita dei modi. C’è una aspettativa e un’aspirazione a rovesciare lo stato di cose presente.

Ma, tornando al fiume e al mare, il problema è “come?”. Si aprono divergenze che non riguardano solo la Palestina di domani, ma in qualche modo il futuro di tutto il mondo di oggi. Perciò questa vicenda attrae l’attenzione generale, anche se in altre regioni massacri, esecuzioni, distruzioni, fame e sterminî sono, se possibile, persino più estesi o spietati di quelli messi in atto da Israele. Allora? “Due popoli e due Stati”? Non ci crede più nessuno: quello che dovrebbe esse lo Stato di Palestina è completamente devastato nella striscia di Gaza e divorato da insediamenti e “avamposti” di coloni israeliani in Cisgiordania. Diviso in zone non contigue, privo di una propria economia, messo continuamente in forse dalla prepotenza di Israele, non ha alcuna chance di esistere se non come appendice del suo potente antagonista. D’altronde, nei piani di pace, la “striscia” è destinata a diventare una proprietà privata altrui, riaprendo le porte alla colonizzazione israeliana sotto forma di investimenti immobiliari, mentre la Cisgiordania resterà comunque un’area di occupazione dove i palestinesi avranno sempre meno possibilità di vivere in pace.

Un unico Stato, allora? Ormai lo prospettano tutti coloro che si rifiutano di usare “due popoli, due Stati” come specchietto per le allodole e alibi per evitare di confrontarsi con la realtà. Ma quale Stato? Per alcuni non c’è alterativa all’annessione a Israele di tutta la Palestina. Non lo dicono apertamente, ma non prospettano alcun possibile esito diverso. Per altri, invece – e lo dicono apertamente già nei titoli dei loro libri, come Il suicidio di Israele, o La fine di Israele – sarà il genocidio in corso e il modo in cui si è innestato nella guerra che Israele conduce contro la Palestina dalla sua nascita, o dal 1967, a decretarne la fine: non quella della comunità ebraica ormai insediata da tre o più generazioni su quella terra, ma quella del suo Stato, insidiato dal contrasto incontenibile tra messianici e laici; per aprire la strada a una nuova entità statale di cui non si sa, o non si sa ancora, enunciare né nome né connotati. Anche lo storico Ilan Pappé (in La fine di Israele citato), tra quelli che si spingono di più in questa direzione, non arriva a confrontarsi con i due problemi principali – non che siano gli unici! – di questa prospettiva; che non è solo la convivenza e la tolleranza tra due comunità nemiche.

Il primo è il “diritto al ritorno”: non quello che apre le porte di Israele a chiunque dimostri o dichiari di essere ebreo, e con cui i governi di quello Stato hanno popolato il suo territorio per decenni, bensì quello che la risoluzione 194 dell’Onu riconosce ai profughi palestinesi della Nakba del ’47, ‘48 e ’49 e anni seguenti che si trovano nei campi, sia in Palestina che all’estero, soprattutto in Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Allora erano quasi un milione; oggi sono cinque volte tanto. Pappé ritiene che “tra il fiume e il mare” ci sia posto per tutti, tanto più che molti ebrei se ne stanno andando o lasceranno Israele nei prossimi anni. Ma come risolvere il problema della restituzione di beni, case, terreni e interi villaggi nel frattempo occupati da generazioni di cittadini ebrei di Israele? E quello delle relative compensazioni? È evidente che non potrà esserci una soluzione univoca, centralizzata e meno che mai immediata. Dovrà essere un processo graduale, decentrato e negoziato caso per caso – cosa che non può essere fatta se non da comunità il più possibile autonome – sotto una sorveglianza ferrea di qualche entità “terza”. Un’entità che abbia il controllo della forza. Questo richiede non solo il disarmo di Hamas, ma anche lo smantellamento dell’esercito israeliano (uno dei più potenti del mondo!) e del suo arsenale, compreso quello nucleare; un potere che nessun israeliano e nessun palestinese potrà mai accettare che venga messo in mano a un governo e a uno Stato maggiore di ufficiali civili e militari “misti”.

Pappé adombra, senza misurarsi fino in fondo con le sue implicazioni, l’ipotesi che la soluzione possibile di questo garbuglio stia nel superamento o nella dissoluzione, innanzitutto in terra di Palestina, ma non solo, dello “Stato vestfaliano” (un territorio, un popolo, un potere statuale, e anche una religione o una cultura, che coincidono), sostituito da una libera associazione e convivenza di comunità autonome in grado di negoziare i reciproci rapporti: come era, almeno in parte, la coesistenza di comunità etniche e religiose differenti sotto l’impero ottomano, sottoposte al suo dominio e controllo ma capaci di convivere e di contaminarsi reciprocamente, prima che le potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale le smembrassero per costituirle in Stati (coloniali) separati e divisi da confini disegnati a tavolino: la vera origine del caos che da allora caratterizza il Medio Oriente. Una prospettiva già in parte delineata e realizzata dalla Confederazione democratica del Rojava, ma che, proprio per le difficoltà e le problematiche della sua realizzazione esplora la strada che dovrà essere percorsa per superare gli attuali assetti politici, ma soprattutto quelli sociali, economici e culturali, anche in tutto il resto del mondo.

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mercoledì 24 dicembre 2025

Fare la guerra ai migranti fa male a tutti - Guido Viale

 

È inutile girarci attorno. L’affermazione delle destre sovraniste autoritarie e razziste è ovunque riconducibile al rigetto dell’immigrazione: al rifiuto del profugo, del migrante, dello straniero povero (quello ricco è sempre bene accetto). Non alla dissoluzione delle sinistre, quanto a una percezione diffusa che con la crisi climatica – anche per chi la nega, pur sapendo che c’è – su questa Terra non ci sia più posto per tutti e che il posto che si ha vada difeso comunque (di migliorarlo non parla più nessuno). Per questo l’allarme per “l’inverno demografico” nei paesi sviluppati è razzismo: si vorrebbe evitare, senza peraltro riuscirci, che il deficit di nascite venga colmato da nuovi arrivati di altro colore, di altre religioni, di altre culture; a costo di diventare una popolazione decrepita, non solo senza soldi per le pensioni e senza braccia per i lavori pesanti, ma anche senza aspettative, senza creatività, senza gioia, senza speranza.

La ricetta delle destre è semplice: respingiamoli tutti, in tutti i modi; rimandiamoli da dove sono venuti. Che queste soluzioni non funzionino non importa; vuol dire che bisogna rafforzarle, che ce ne vogliono di più… Così si trasforma una moltitudine in cerca di un lavoro, un salario e un tetto in una torma di sbandati che alimentano quel senso di insicurezza di cui si nutrono le destre. D’altronde le fu-sinistre non hanno idee diverse: copiano le destre cercando di non darlo a vedere; o di precederle, come ha fatto Minniti. Ma è una competizione persa in partenza e priva di prospettive, se non il sacrificio di tutto ciò che è connesso a una vera alternativa anche nel campo dei redditi, del welfare, dei diritti, del benessere di tutti. Il problema delle migrazioni non è uno “specchietto per le allodole”, ma una tragedia planetaria – soprattutto per coloro che sono costretti a migrare – legata ad altri due processi: la moltiplicazione delle guerre e la crisi climatica e ambientale che ne è spesso all’origine.

In pochi decenni inondazioni, siccità, desertificazione, uragani, incendi e soprattutto l’innalzamento dei mari (i ghiacci persi non si ricostituiranno per migliaia e migliaia di anni) cacceranno dal loro habitat centinaia di milioni di esseri umani (ma diversi studiosi parlano di miliardi entro la fine del secolo). Europa e Stati Uniti non ne saranno indenni, ma il grosso dei flussi avrà origine in paesi lontani e investiranno innanzitutto quelli più vicini o che si troveranno lungo le rotte di quegli esodi. Ma poi?

Le pressioni verso paesi più “ricchi”, meno popolati e più vecchi aumenteranno in modo esponenziale. Certo, i loro governi si adopereranno per fermarle, come già fanno ora. Ma a che prezzo? Moltiplicando in mare, nei deserti, nelle prigioni dei paesi di transito, o direttamente, lo sterminio di quelle genti in cammino. Con le armi di cui si stanno dotando in misura spropositata: aerei, razzi, cannoni, bombe, droni, ma soprattutto apparati di sorveglianza e di comando da remoto dei “sistemi d’arma”. L’Ucraina è stato un laboratorio per la guerra dei droni; Gaza per la distruzione sistematica di un territorio e di un popolo. Ma quel compito verrà affidato sempre più spesso ai governi dei paesi di transito, resi per questo sempre più instabili ed esposti a bande e milizie capaci di tenere in scacco anche gli Stati che pretendono di controllarli. Poi ci sarà da “fare i conti” anche con i milioni di immigrati, recenti e no, già presenti in Europa e negli Stati Uniti che in quel contesto si riconosceranno sempre meno nel paese che abitano e sempre più nelle popolazioni perseguitate dei loro paesi di origine. Che cosa ciò comporterà in termini di “guerra interna” ce lo mostra la caccia al migrante scatenata da Trump…

Neanche per i “nativi” di Europa e Stati Uniti, però, la vita sarà facile: oggi si discetta su dilemmi come motore termico o auto elettrica, come se la vita potesse continuare a scorrere (per coloro a cui “scorre”) come sempre anche in condizioni di belligeranza permanente sia contro “l’invasore” che all’interno. Ma le restrizioni saranno enormi e in continua crescita. Ovviamente non per tutti; solo per i più. E la cappa del potere sarà sempre più opprimente.

La ricerca di un’alternativa a questa prospettiva dovrebbe impegnare tutti coloro che vedono nel rapporto con i migranti la faglia di uno scontro di civiltà, il passaggio stretto di un cambiamento radicale degli assetti sociali, la possibilità di una convivenza e una cooperazione tra diversi al posto della competizione e delle gerarchie tra diseguali. Le rivendicazioni basilari delle classi oppresse “autoctone” potranno affermarsi solo coinvolgendo, su un piede di parità, anche tutti i vecchi e nuovi arrivati. È con loro che si potrà portare a buon fine interventi, lavori e opere per prevenire o rimediare ai disastri della crisi climatica e delle guerre: sia qui che nei loro paesi di provenienza, grazie ai contatti che essi mantengono con le loro comunità di origine. È per raggiungere l’Europa, e non per restare impigliati ai suoi confini, in Italia o in Grecia, che in tanti affrontano i pericoli e i lutti di quei viaggi; ed è su questa loro “fame di Europa”, e non sul mercato unico, sull’euro, su un esercito condiviso o sulla guerra – che essi detestano come può fare solo chi vi è sfuggito – che si può ricostituire l’unità del continente. Il tema è centrale: rifondare l’Europa insieme ai profughi e ai migranti.

https://volerelaluna.it/controcanto/2025/12/17/fare-la-guerra-ai-migranti-fa-male-a-tutti/

sabato 25 ottobre 2025

La guerra e il clima: oggi Gaza, domani i migranti - Guido Viale

Nei molti articoli di “geopolitica” sul futuro di Israele, della Palestina, dell’Ucraina, della Russia, dell’Europa, dell’Occidente, che ho avuto occasione di leggere manca un dato di fondo: come sarà il mondo dal punto di vista fisico, climatico, sociale, di qui a 10-20 anni? Avremo tempo e risorse per continuare a fare guerre, fabbricare armi sempre più micidiali, promuovere conflitti, oppure ci dovremo occupare di salvare le nostre case, le nostre città, i nostri territori dai disastri ambientali che si verificheranno sempre più spesso, sempre più intensamente, sempre più diffusamente, con conseguenze, anche economiche, sempre più gravi? Tutti, compresi i negazionisti climatici – e quelli che prestano fede o si lasciano ingannare da loro – sanno che il pianeta tutto e i singoli territori in cui ciascuno di noi vive non saranno più quelli di ora; ma non vogliono occuparsene perché lo considerano un problema troppo grande o troppo difficile da affrontare. Alcuni di noi, abitanti di questo pianeta, ne risentiranno in modo drammatico (alluvioni, tornado, incendi, siccità, ondate di calore, crisi idriche e di approvvigionamenti, innalzamento del livello dei mari e delle temperature ecc.), altri in modo più lieve. Ma alcuni in misura tanto forte da costringerli a cercare la propria sopravvivenza altrove: secondo le previsioni più accreditate, nel corso del secolo, ma a partire da ora (la deadline, quando ancora se ne parlava, era stata posta intorno al 2030…) e dai prossimi decenni, circa la metà degli abitanti del pianeta – 4-5 miliardi di esseri umani – dovrà emigrare verso altri territori; per lo più verso l’emisfero settentrionale, liberato dai ghiacci e dal gelo dal riscaldamento globale. Siamo pronti ad affrontare queste migrazioni epocali? E in che modo?

Questo è ciò che manca dalle mappe dei futurologi di Governo e dei media, ma che è ben presente alle menti dei pochi membri dell’élite – soprattutto militari, soprattutto del Pentagono – che si misurano con i dati di fatto. Gli stessi che stanno imponendo una svolta radicale ai bilanci degli Stati, trasferendo quantità sterminate, e apparentemente insensate, di risorse dal sostegno all’esistenza delle rispettive popolazioni alle armi, alla guerra, allo sterminio. Quelle risorse economiche e “umane” oggi indirizzate al “ riarmo” (come se non fossimo già abbastanza armati), ma soprattutto alla militarizzazione delle istituzioni e della società, e composte in misura crescente da strumenti di sorveglianza dual-use, domani saranno utilizzate per cercare di fermare i flussi incontrollati di migranti in cerca della propria sopravvivenza in altre regioni del pianeta. Che fare?

Gaza ci ha mostrato tutta la determinazione con cui si è cercato di eliminare da un territorio piccolissimo come “la Striscia”, con una politica di sterminio programmato, una popolazione giudicata superflua o nemica. Ma quello era, e forse è ancora, solo un laboratorio. Domani quegli stessi mezzi, sempre più sofisticati e micidiali, potranno essere impiegati per cercare di fermare il flusso dei migranti ambientali e sociali in fuga dalle aree del nostro pianeta diventate invivibili. Se il genocidio del popolo di Gaza ha suscitato l’indignazione e una reazione di massa in molti paesi, ha dimostrato però di lasciare indifferenti, anzi, accondiscendenti, i loro Governi. Ed è di questo che dobbiamo preoccuparci.

Per questo c’è stata, e dovrà continuare ad esserci, una mobilitazione così ampia per Gaza; soprattutto da parte di una generazione, quella di Greta, già impegnata con alterne vicende nella difesa del clima: una generazione che, a differenza di quelle precedenti, percepisce qual è la posta in gioco di questa tremenda aggressione. Grottesco quindi utilizzare la presenza di uno striscione che inneggiava al 7 ottobre per attribuirne la condivisione alle decine e centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi che si sono mobilitati contro il genocidio in atto. Ancora più grotteschi gli autodafè dei giornalisti che fino a ieri irridevano i giovani attaccati tutto il giorno ai cellulari e che oggi si accorgono che in tutto il mondo quei giovani i cellulari li usano per informarsi su ciò di cui i mass media non parlano e per convocare le loro manifestazioni.

A novembre si svolgerà a Belém la COP30 per il clima: nient’altro che una sfilata di decine di migliaia (fino a 100mila, come a Sharm-El-Sheikh tre anni fa) di “delegati” – molti della grande industria del petrolio e affini, molti diplomatici ignari dei problemi, ma anche molti esperti della materia resi impotenti dai primi – per fare finta di occuparsi del clima. Ma se non metteranno all’ordine del giorno quello che è il problema centrale dei prossimi decenni, prendendo innanzitutto una netta posizione contro le guerre e le armi che hanno offuscato l’urgenza della lotta per i clima, quell’incontro sarà nient’altro che una stanca ripetizione delle inutili COP che l’hanno preceduto.

Il fatto è che i Governi di tutto il mondo si sono dimostrati incapaci di prendere sul serio la minaccia climatica che incombe su tutta l’umanità. Minaccia che può essere affrontata – all’inizio sicuramente in modo inadeguato, ma via via in modo sempre più drastico, e replicabile, mano a mano che i disastri ambientali lo imporranno – solo se verrà presa in mano dalle popolazioni che ne sono colpite: con misure di adattamento alle condizioni sempre più ostiche in cui si verranno a trovare, come si è visto nel corso di molti dei disastri climatici che hanno colpito un territorio negli ultimi tempi. Ma poi anche con misure di prevenzione: tutte – dalla generazione energetica da fonti rinnovabili e diffuse all’alimentazione e all’agricoltura di prossimità, dall’edilizia all’assetto del territorio, dalla mobilità condivisa al contenimento del turismo e dello sport-spettacolo – che potranno avere effetti positivi anche sulla mitigazione, cioè sulla riduzione del ricorso ai combustibili fossili che i Governi – e chi li governa – non sanno accettare. E chi, di quelle popolazioni, potrà o si vedrà costretto a prendere l’iniziativa? Sicuramente le nuove generazioni: quelle solo l’altro ieri mobilitate per il clima e oggi per Gaza, ben consapevoli delle ragioni di fondo che le spingono a farlo.

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venerdì 4 luglio 2025

Il futuro che ci aspetta: mezzo mondo come Gaza - Guido Viale

 

Come sarà il mondo di domani? Gran parte di esso, oltre la metà, sarà come è adesso Gaza e come era stata, ormai quasi un secolo fa e oltre, gran parte della comunità ebraica europea. Si sta avverando la tremenda profezia di Primo Levi: è successo, può succedere ancora.

Intere popolazioni, giudicate superflue o dannose, si ritroveranno rinchiuse entro confini invalicabili, senza poter andare altrove perché nessuno le vuole, condannate allo sterminio con bombardamenti, cacce all’uomo, o per fame, sete, malattie non curate, accampate in territori lunari perché tutto quello che avevano deve essere distrutto per comprometterne la sopravvivenza. Gaza – come ha rilevato Ida Dominijanni (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/06/04/gaza-laboratorio-del-nostro-futuro/) – è un esperimento per abituare i popoli a convivere con lo sterminio altrui e ad accettarlo come inevitabile; proprio come i governi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti stanno abituando anno dopo anno i loro cittadini – noi – a convivere e ad abituarsi allo stillicidio di rastrellamenti, deportazioni, annegamenti, morti, torture, violenze di ogni genere inflitte alle “genti in cammino” (people on the move) che cercano di abbandonare le loro terre di origine perché lì la vita è diventata impossibile, ma che nessun altro Paese accetta, se non per il tempo necessario a spremere dai loro corpi, dalle loro famiglie, dalle loro vite, tutto quello di cui è ancora possibile appropriarsi.

Fantapolitica? No, semplice previsione di quello che non vogliono farci vedere i nostri governanti, i media che li assecondano, gli accademici e gli intellettuali che chiudono gli occhi. Entro la fine del secolo – ne abbiamo già consumato un quarto – più di metà della Terra sarà inabitabile: qualunque provvedimento venga preso oggi, i ghiacci delle calotte polari e dei ghiacciai continueranno a sciogliersi, il livello del mare a crescere e gran parte delle terre costiere, con il loro entroterra, verranno sommerse. I fiumi cesseranno di scorrere regolarmente, alternando piene devastanti a periodi di siccità, i raccolti continueranno a soffrirne, le foreste a bruciare senza acqua per spegnerle, le epidemie a imperversare. Crisi climatica e ambientale e migrazioni sono strettamente connesse: più si faranno sentire gli effetti della prima, destinati a crescere, più il numero dei profughi ambientali aumenterà in modo esponenziale. Ad accrescerne gli effetti concorrono poi le guerre a cui i governi di tutto il mondo stanno destinando i fondi che hanno negato e continuano a negare alla “transizione” (in realtà, alla conversione ecologica, che non è solo un processo tecnico ed economico, ma anche e soprattutto culturale, sociale, morale e democratico e che per questo viene osteggiata con sempre maggior ipocrisia).

Gaia Vince (Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023) e Parag Khanna (Il movimento del mondo, Fazi, 2023), due studiosi che hanno cercato di guardare il futuro, concordano nel delineare un panorama come questo, ma loro sono ottimisti. Vince immagina che metà della popolazione mondiale, in fuga dalle terre di origine, troverà ospitalità nelle aree subartiche del pianeta, rese fertili e praticabili dal riscaldamento globale; le migrazioni giovano sia a chi le fa che a chi le accoglie, sostiene. Inoltre, tra un secolo la geo-ingegneria potrà restituire poco per volta vivibilità al pianeta devastato. Khanna, altrettanto fiducioso nei benefici della tecnologia, sostiene che essa – grazie soprattutto ad aria condizionata, colture idroponiche, desalinatori, energie rinnovabili e molto denaro – creerà isole vivibili anche in aree desertiche, enclave aperte alle persone dotate di professionalità e spirito di iniziativa, provenienti da tutte le parti del mondo. Per tutti gli altri, quelli non qualificati, la recuperata vivibilità delle aree subartiche offrirà comunque l’opportunità di una vita da schiavi. Nessuno dei due prende però in considerazione che l’alternativa possa essere invece uno scenario “alla Gaza”.

Ma questo è. Come pensiamo che possano sopravvivere in territori devastati dalla catastrofe climatica e ambientale le popolazioni che li abitano oggi? Dove pensiamo che possano trasferirsi, senza essere respinti, tutti coloro che “a casa loro” non potranno più vivere? O addirittura che una casa loro non l’avranno più, perché sommersa dalle acque, o bruciata dalla siccità o dagli incendi? E come pensiamo che reagiranno i governi dei Paesi – “sviluppati” o no che siano – nei quali cercheranno rifugio quelle popolazioni tutte intere, se già ora, di fronte all’arrivo alla spicciolata delle avanguardie di quelle genti in cammino, i governi degli Stati forti mettono in atto politiche di respingimento basate sempre più sugli strumenti e le modalità della guerra? La vera guerra a cui ci stanno preparando. Se proiettate su uno scenario di lungo periodo – quello in cui, diceva Keynes, siamo tutti morti – le misure per respingere i migranti adottate oggi dai governi appaiono sì ciniche e spietate, ma anche risibili e inadeguate. Ma in realtà fungono da scuola per addestrare tutti noi ad accettare come normali quelle politiche di sterminio: esattamente come ci succede per Gaza.

Ovviamente tutto questo ha delle ripercussioni anche sugli Stati che “si difendono dall’invasione” dei profughi: militarizzazione, sospensione o abolizione di diritti e welfare, violazione delle convenzioni, razzismo di Stato e fascismo. Gli Stati Uniti di Trump stanno aprendo la strada a tutti gli altri Stati, retti da tempo da governanti che aspettavano solo di dovergli “baciare il culo”. D’altronde la strada è quella anche senza Trump.

Di fronte a prospettive del genere, purtroppo evidenti, l’inerzia nei confronti della crisi climatica e ambientale mostrata dai nostri governanti – tutti proiettati a combatterne le conseguenze e non le cause – ma anche quella dei popoli, cioè di noi tutti, sembra paradossale. Ma si spiega con il senso di impotenza che tutti – governi e forze politiche comprese – avvertono anche se cercano in tutti i modi di non prenderne atto. È la dismisura tra le dimensioni di questi processi e la capacità di agire di una popolazione atomizzata, senza riferimenti culturali, sociali e politici condivisi, se non quelli “di piccola e piccolissima taglia”: le mille associazioni e comitati a cui molti di noi partecipano senza trovare alcun riscontro nel mondo della politica.

Potremmo però indirizzarle meglio, quelle pratiche, per costruire le ridotte da cui affrontare il futuro feroce che incombe: rendere il più possibile resilienti e vivibili i territori che abitiamo, mostrare che l’accoglienza – anche su scala ridotta – può tradursi in benefici per tutti, far conoscere e valorizzare le esperienze positive, battersi in tutti i modi per il disarmo. Troppo poco? E che altro, per ora?

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mercoledì 19 febbraio 2025

Migrazioni, guerre, crisi climatica. La zona d’interesse ci riguarda tutti - Guido Viale

 

Le vittime delle guerre non sono solo gli esseri umani, anche se l’obiettivo delle guerre è uccidere o far morire il maggior numero possibile di “nemici”, sia combattenti che civili. Ne sono vittime anche acque, aria, suoli, boschi e animali, avvelenati da esplosioni e sversamenti, case, strade, ponti, ferrovie ridotti in macerie e l’atmosfera compromessa da milioni di tonnellate aggiuntive di CO2  generati da bombe e macchine per uccidere: cannoni, mortai, razzi, aerei, droni e carri armati, in uso o in produzione per ricostituirne le scorte, oltre che da tutte le opere di ricostruzione, se e quando le armi taceranno.

Insomma, ne sono vittime anche l’ambiente, il clima, la Terra… Il Ground Zero della Striscia di Gaza, ridotta a paesaggio lunare perché i palestinesi non possano più viverci e i coloni israeliani la possano “rigenerare” a loro gusto ne sono un esempio. La guerra è un acceleratore micidiale della crisi climatica; preoccuparsi per il futuro del pianeta e sostenere una guerra in termini di “vittoria o resa” è pura ipocrisia.

Ma il nesso tra guerra e clima funziona anche in senso inverso: la crisi ambientale produce a sua volta guerra, perché genera, direttamente o attraverso i conflitti che alimenta, molti migranti: oggi centinaia di migliaia, domani milioni, tra qualche decennio anche miliardi (così la pensano due studiosi importanti di questo nesso: Gaia Vince, Il secolo nomade, Bollati Boringhieri, 2023, e Parag Khanna, Il movimento del mondo, Fazi, 2021).

Negazionismo climatico e fobia per i migranti marciano insieme da tempo e stanno arrivando al governo in tutti i Paesi del mondo, uno dopo l’altro. Apparentemente, a guidare questa marcia sono le politiche di respingimento (o “deemigrazione”), cavallo di battaglia di tutte le destre, ma dietro di esse aleggia la crisi climatica: la sensazione confusa che con il suo aggravarsi non ci sarà più posto per tutti sul nostro pianeta e che per questo bisogna difendere il posto che abbiamo. Altro che negazionismo climatico…

Così i migranti, che per decenni sono stati gli artefici dello sviluppo industriale degli Stati Uniti e poi dei “miracoli economici” dell’Europa e dell’Australia dopo la Seconda Guerra Mondiale, oggi sono visti come la principale minaccia al benessere, grande, piccolo o insignificante, di cui le nazioni oggi sviluppate e ieri colonialiste si sentono legittime beneficiarie. Bisogna fare la guerra ai migranti! Perché di una guerra vera e propria si tratta.

Purtroppo, quella percezione non è sbagliata, perché la crisi climatica e le politiche che la contrastano solo a parole stanno restringendo lo spazio vitale e vivibile del pianeta, prima di farlo forse scomparire del tutto. Negarlo, dimenticarlo, fare come se il problema non esistesse sono anch’esse forme – subdole – di negazionismo climatico. Non cogliere il carattere epocale delle migrazioni attuali, anche se ancora al loro inizio, sostenendo che tutto sommato le loro dimensioni sono poca cosa, è un modo per “chiamarsi fuori”, per eludere il problema. Per questo le destre avanzano in tutto il mondo mentre le fu-sinistre si dissolvono o sono già scomparse e la guerra ai migranti – tanto fallimentare nei suoi effetti pratici quanto efficace nel raccogliere consenso: fino a quando? – continua comunque a presentarsi come l’unica politica praticabile. Altre in campo – a livelli governativi – non ne vengono prospettate e le fu-sinistre continuano a inseguire, nascondendolo, le scelte che gonfiano le vele alle destre, quando non le precedono.

L’unica alternativa al respingimento – sia rivendicato che nascosto – dei migranti è una politica di piena accoglienza, che richiede però una revisione culturale radicale, a partire dal riconoscimento della centralità della questione ambientale, dalla messa in discussione del posto che il genere umano si è assegnato nel mondo e da un riassetto completo delle strutture economiche e sociali vigenti.

Altrimenti non c’è che la guerra: sia contro coloro che cercano di raggiungere Paesi che non li vogliono (ormai quasi tutti, soprattutto se si tratta di combattere poveri in fuga dal proprio), sia contro le minoranze e le comunità da poco o da tempo insediate in Paesi diversi dal loro. Queste vanno cacciate (o “reemigrate”) come sta facendo Trump e vuole fare l’Afd tedesco, instaurando anche all’interno dei rispettivi Paesi un dispotico stato di assedio. La feroce aggressione di Hamas al Nova festival israeliano del 7 ottobre 2023 fa ben vedere di che cosa possono diventare capaci minoranze emarginate o comunità compresse in tutti gli aspetti della loro esistenza.

In ogni caso, il clima bellicoso che si è andato diffondendo in Europa con la guerra in Ucraina e, ancor più, con quella contro Gaza e la conseguente corsa al riarmo (soprattutto con tecnologie di sorveglianza e intercettazione) è propedeutico alla guerra che vogliono farci combattere su questo altro fronte. La guerra di Israele contro i gazawi e dei suoi coloni contro i palestinesi dei territori occupati fa capire fino a che punto la “civiltà occidentale” sia disposta a combattere contro le comunità “sgradite” e i popoli in movimento da cui intende difendersi: fino alla desertificazione totale…

Non se ne esce indenni: in Germania già si sta pensando di chiudere le frontiere per scaricare i migranti sui Paesi confinanti, partner dell’Unione Europea. E così prima o poi faranno tutti, come da tempo, grazie al Regolamento di Dublino, si sta facendo nei confronti dei Paesi di primo approdo del Mediterraneo –  Italia, Spagna e Grecia –  invece di aprire un ampio confronto su come impiegare in vera accoglienza i miliardi che oggi vengono inutilmente spesi per cercare di “difendere i confini”. Ma quali confini?

Per chi non l’avesse ancora voluto vedere, la liberazione del boia libico Almasri porta alla luce i mezzi feroci a cui i governi europei, sotto ricatto da parte dei Paesi di transito, sono costretti a ricorrere per cercare – e solo in parte riuscire – a tener lontane le avanguardie della futura fiumana di profughi ambientali, sociali ed economici (che sono poi la stessa cosa). Non si tratta di una peculiarità italiana. Gli accordi con il despota della Tunisia Sayed, sottoscritti da Giorgia Meloni insieme a Ursula Von der Leyen, cioè all’Unione Europea, dopo quello tra Angela Merkel ed Erdogan, mostrano a che cosa vada fatta risalire l’attuale temporanea riduzione dei flussi migratori in arrivo attraverso il Mediterraneo: in Tunisia i profughi catturati e ricatturati in mare o trattenuti a terra vengono venduti alle milizie libiche perché li imbarchino e li ricatturino di nuovo in mare, con mezzi e denari forniti in entrambi i casi dall’Italia e dall’Europa. Ma non prima di averli torturati, usati come schiavi, derubati e ricattati per estrarre altro denaro dai loro parenti; le donne vengono seviziate, stuprate, costrette ad abortire (ma niente hanno da obiettare in questo caso i “pro-vita”!), o abbandonate nel deserto insieme ai loro bambini per morire di sete e venire ricoperte dalla sabbia…

Ci troviamo tutti, tanto noi europei come gli abitanti degli Stati Uniti, ma ormai anche quelli della Tunisia, della Turchia, del Marocco o dell’Algeria, in una “zona di interesse”, cioè, come ha mostrato un recente film di successo, a condurre le nostre vite falsamente normali accanto a un gigantesco campo di sterminio – questa volta di dimensioni planetarie – gestito dai nostri governi, fingendo di “non sapere”, ma sapendo benissimo…

Non è in vista una svolta che ci possa sottrarre a questo ruolo, ma, come sempre, a una visione globale del disastro in corso bisognerebbe riuscire ad abbinare la moltiplicazione delle iniziative locali. Se per promuovere il contrasto alla crisi climatica occorre partire dalle misure locali di adattamento alle condizioni sempre più ostiche in cui ci si ritroverà a vivere, per contrastare questa deriva verso uno sterminio sempre più ampio occorre promuovere e sostenere le reti diffuse di accoglienza dei migranti: quelle capaci di valorizzarne le culture, l’intraprendenza e le vocazioni, per inserirli alla pari in tutte le iniziative di resistenza. Valorizzando soprattutto i loro legami con le comunità di origine con progetti condivisi tesi a contenere se non invertire i processi di deterioramento dell’ambiente fisico e sociale sia nei territori di origine che in quelli di arrivo: una rete di cooperazione transnazionale e di resistenza locale per sviluppare progettualità, ma anche forza e mobilitazione per fare fronte alle derive autoritarie e razziste in corso.

https://www.pressenza.com/it/2025/02/migrazioni-guerre-crisi-climatica-la-zona-dinteresse-ci-riguarda-tutti/

martedì 7 gennaio 2025

Automotive, il miraggio della ripresa - Guido Viale

  

Riuscirà una massiccia iniezione di sussidi, quella rivendicata da Confindustria, sindacati e opposizione, i 4,6 miliardi di euro che il governo ha sottratto al settore (per darli al Ponte?), o quella proposta a livello di Unione Europea (100 miliardi, ma forse 500, da finanziare con gli eurobond…) ad arginare o invertire il corso della crisi dell’automotive? Per fare che cosa? Per sovvenzionare l’offerta: le produzioni nazionali sempre più orientate all’alta gamma, sia termica che elettrica, cioè solo per chi può permettersele. Le utilitarie “non danno margini”, la loro produzione finisce dove i salari sono più bassi. E per sovvenzionare la domanda: con incentivi all’acquisto di vetture, sia termiche che elettriche, ma anche qui, nonostante i proclami, per lo più di alta gamma. Perché, dazi o no, sul prezzo, nella bassa gamma, stravince la Cina.

La crisi mostra che l’epopea dell’automobile è ormai al tramonto: è stata per un secolo il motore dello “sviluppo” ed è anche oggi al centro dei desideri e dei programmi nei Paesi emergenti, decisi a bruciare le tappe che hanno portato al declino quelli “sviluppati”. Ma la saturazione è vistosa. L’industria dell’auto è ormai un questuante col cappello in mano: non solo in Europa, ma anche negli Usa e in Cina, che i sussidi li hanno da tempo o da sempre. Perché?

Uno. Costa troppo. Raffrontata a un salario medio, sia in Italia che in Europa, l’auto più economica costa più del doppio di 50 anni fa. Mantenerla anche. L’accesso all’auto è stato per anni una conquista, mentre oggi è per lo più una necessità per andare a lavorare o per la famiglia.

Due. Da emblema di libertà (solo nella pubblicità, dove non c’è mai il traffico), l’auto si è trasformata in schiavitù: congestione, inquinamento da particolato e stress sono cose che l’auto elettrica non elimina. Cresce poi anche in Italia l’uso della bicicletta.

Tre. Il passaggio obbligato all’elettrico ha rallentato le vendite delle auto elettriche, in attesa che migliorino in qualità e prezzo e di quelle termiche, perché destinate all’estinzione e soggette a vincoli sempre più stretti.

Quatto. L’evoluzione è rapida: le auto di oggi sono, come ripete l’economista Vincenzo Comito, dei “telefoni con le ruote”, tutte connesse, dentro e fuori. Si può prendere un’auto a noleggio ovunque e lasciarla dove si vuole, senza bisogno di possederne una. Poi, con la guida autonoma, averne una propria sarà un non-senso. La condivisione ne ridimensionerà il numero, sia sulle strade (finalmente!) che in produzione.

Cinque. Molti giovani ne fanno ormai a meno, in Giappone più che altrove. L’accesso all’auto, anche se solo “di famiglia”, non è più un rito di iniziazione come è stato per anni: a volte meglio chattare online che immergersi nel traffico per incontrarsi. La disaffezione è nascosta dalla diffusione delle auto aziendali: in Italia le vendite alle aziende sono il 40% del totale; in Europa il 60. In molti casi sono fringe benefits (salari esentasse) e non “mezzi di produzione”, ma a ogni taglio dei costi rischiano di ridursi.

Sei. In molti casi l’industria dell’auto è già un ferrovecchio anche se gli impianti sono nuovi: utile per succhiare profitti e riscuotere sovvenzioni, ma senza prospettive di ripresa. Il caso Fiat-FCA-Stellantis in Italia è uno di questi; prolunga l’agonia di lavoratori in attesa di un “rilancio”, prigionieri della cassa integrazione, della loro disperazione, di denari pubblici gettati al vento, dell’ostinazione a mantenere in vita strutture senza avvenire per nasconderne la bancarotta. L’Ilva dovrebbe insegnarcelo: quindici anni fa si poteva forse prendere ancora atto della sua situazione, coinvolgerne i lavoratori, “liberi e pensanti”, che ne erano ben consapevoli, in una “conferenza di produzione”, un confronto con tecnici, economisti, associazioni del territorio e governo locale, sulle possibili alternative. Oggi quell’azienda non si troverebbe in questa impasse. Ma anche la Fiat-FCA-Stellantis tiene da anni in cassa integrazione metà dei dipendenti: si poteva impiegare quel loro tempo “libero” a discutere, progettare e prepararsi professionalmente a delle alternative produttive, come trasporto pubblico, sia di massa che flessibile e conversione energetica in tutte le forme. Alternative obbligate per mettere in sicurezza sia i posti di lavoro che il Paese, se solo ci si fosse collocati nell’orizzonte della crisi climatica ormai incombente.

Tutto si è svolto invece nello scenario Business as usual di un contesto inalterato, ma la crisi climatica è destinata a moltiplicare eventi estremi e dissesti del territorio che non ci lasceranno più “in pace”. E le guerre meno che mai. Difficile, per chi non si trova già oggi in una zona di guerra o sotto un uragano, immaginare quanto la vita quotidiana ne potrà essere sconvolta. Un assaggio l’abbiamo già avuto con il covid: componenti, ricambi, combustibili, elettricità e persino alimenti potrebbero non arrivare più per tempo e la nostra auto lasciarci per strada o finire in un ammasso di fango e lamiere come a Valencia. Potenziare il trasporto pubblico di massa e flessibile e una rapida conversione energetica sono soluzioni di “adattamento” alla crisi climatica per garantire la nostra mobilità domani.

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giovedì 14 novembre 2024

Ma perché Trump vince? - Guido Viale

 

Trump ha stravinto. E’ chiaro che il problema non è (solo) lui, ma chi lo ha votato, chi la “pensa” come lui, chi non prova ripugnanza per quello che dice, fa ed è. Kamala Harris ha perso. Anche qui il problema non è (solo) lei: inadeguata, tardiva, ipocrita. Ma anche qui, chi si è sentito costretto a votarla senza “pensarla” come lei, o provando ripugnanza (anche) per lei. Per sciogliere la matassa è meglio partire da alcuni dei temi presenti, e soprattutto assenti, da questa campagna elettorale.

La crisi climatica: grande assente dalla campagna, eppure il Paese è stato colpito da due uragani devastanti proprio durante il suo svolgimento. Trump è negazionista: sostiene ed è sostenuto dall’industria dei fossili (anche se il suo principale supporter, o alter ego, è stato il pioniere dell’auto elettrica, della conquista privata dello spazio e del capitalismo di sorveglianza). Abolirà tutto quello che in questo campo ha fatto Biden. Ma le misure promosse da Biden erano una risposta adeguata alla crisi climatica? Davvero si pensa di contenerla con l’auto elettrica (emblema, l’auto privata, di uno stile di vita che fin dal 1992 – Summit di Rio de Janeiro – sappiamo “non negoziabile” per gli Stati Uniti) e con qualche incentivo alle imprese che decarbonizzano? Chi è consapevole della gravità della crisi (molti tra i giovani) li considera dei pannicelli. Chi non lo è li trova costi e disagi inutili. Eppure, di fronte a quegli uragani, nessuno dei due ha fatto proposte né di mitigazione né di adattamento. E cos’altro, se no?

I migranti. Le promesse di Trump le conosciamo bene. Sono analoghe a quelle di Giorgia Meloni: muro e deportazione di massa per lui, blocco navale, caccia agli scafisti in tutto “il globo terracqueo” e rimpatri forzati per lei. Per quanto ciniche e crudeli, queste cose non funzionano, ma piacciono: promettono tranquillità (una propria “zona di interesse”, come quella evocata di recente da un libro e un film) accanto a processi che sconfinano sempre più nello sterminio. Kamala Harris non aveva una proposta sua (ha accennato a “arrestarli tutti”, ma per lo più ha eluso il problema). Ma il muro costruito da Trump Biden non ha fatto che completarlo. In silenzio. E con la promessa di deportare i nuovi arrivati Trump si è conquistato il favore di molti latinos: l’occasione per gli ultimi di diventare penultimi. Come accade in Italia, anche lì il “problema” viene ingigantito o ridimensionato in funzione della risposta su cui si cerca il consenso degli elettori. Ma davvero si pensa di “risolvere” una questione grande quanto la crisi climatica e ambientale, e destinata a crescere con essa, deportando e rimpatriando? O non è solo un modo per eluderla?

Nascondendo i problemi e le loro dimensioni vincono le false soluzioni. Eppure negli Stati Uniti l’”economia” è cresciuta insieme alla popolazione, grazie agli immigrati. In Europa stentano entrambe, a causa dell’inverno demografico, che non ha altra soluzione che l’accoglienza.

L’economia: salari, occupazione, inflazione. Le cose, dal punto di vista dei numeri cari alla “scienza” economica, non stavano andando male, ma la percezione generale diceva il contrario. Perché? Il fatto è che di fronte alle diseguaglianze in continua crescita la gente si percepisce sempre più impotente, e di questo soffre. “Maga”, far tornare grande l’America, magari imponendo a tutto il resto del mondo dei dazi pazzeschi, che poi accresceranno l’inflazione, è una risposta a questa sensazione di impotenza molto più seducente di un aumento del Pil. D’altronde Kamala Harris si è qualificata soprattutto, più che come politica, come raccoglitrice di fondi, esibendo i suoi legami con Wall Street e l’establishment finanziario (e attirandosi l’astio di tutti gli esclusi), mentre Trump, senza muover foglia, si è ritrovato le spalle coperte da tutto o quasi il capitalismo di sorveglianza (il Gafam[1]) che ovviamente sapeva già da che parte tirava il vento.

Guerre. Per molti “americani”, intesi come i cittadini degli Stati Uniti, il resto del mondo quasi non esiste se non per il diritto del loro Paese e del loro esercito di sottometterlo e imporre dei governi “amici”. Per il resto, ora che non combattono più sul campo, quello della guerra è solo un problema economico: si sta spendendo troppo, non per le armi – questo va bene, crea occupazione e ricchezza – ma per darle agli altri. Se le paghino loro! Una cosa che Trump poteva promettere e Harris no. Quanto a Israele, la guerra alla Palestina ha strappato l’elettorato ebraico ai democratici nonostante il loro sostegno armato al genocidio e ha reso furioso nei loro confronti l’elettorato musulmano.

L’aborto. Concentrare su di esso la rivendicazione della libertà delle donne ha significato rinunciare a mettere in campo il ruolo che i temi sollevati dal femminismo, e innanzitutto quello della cura, possono avere nella creazione di relazioni, di comunità, di convivenza…

E da noi? La differenza maggiore è che negli Stati Uniti è aumentata la partecipazione al voto – la gente ha percepito queste elezioni come una sfida – mentre da noi continua a crescere l’astensione. Che siano in campo reali alternative non lo crede più nessuno, ma chiediamoci innanzitutto: Trump è un fascista? Salvini e Meloni sono fascisti? E sono anche razzisti? Sì, nello spirito, negli atti, nelle parole, nelle scelte. E’ inutile continuare a chiedere loro di dichiararsi antifascisti: anche se lo facessero – e non lo fanno – non lo sono. Ma gli elettori di Trump, di Salvini, di Meloni, sono tutti fascisti e razzisti? No. Non tutti, non completamente, non la maggioranza di essi. Sono soprattutto persone attratte dalle false risposte che quelli danno ai grandi problemi che nessuno sa come affrontare; clima e migrazioni, innanzitutto (e da noi, conta anche il fatto che Fratelli d’Italia era l’unico partito a opporsi al Governo Draghi, di cui però ha poi adottato, più di chiunque altro, la fantomatica “agenda”).

E gli elettori del cosiddetto “campo largo” sono tutti “di sinistra”? No, sinistra è una qualifica che non vuol più dire niente, nemmeno “eguaglianza”, come pensava, o sperava, anni fa, Norberto Bobbio. Certo, le diseguaglianze crescenti suscitano invidia e rancore, ma all’eguaglianza come programma sociale non ci pensa più nessuno. Però rinchiudere tutti coloro che vorrebbero opporsi alle diseguaglianze, o anche solo a quelle più scandalose, entro il recinto di una “sinistra” che non ha più alcuna ragion d’essere ha il duplice effetto di farli fuggire – nell’astensione – e di tenere a distanza coloro che da quel recinto preferiscono restare fuori.

Occorre allora impegnarsi ad affrontare alla radice i grandi problemi che entrambe – destra e “sinistra” – eludono: crisi climatica, migranti, guerre, senso di impotenza e diseguaglianze, a partire da quelle di genere. Guardando in faccia la realtà, ci si può rivolgere, con la stessa modestia, agli elettori degli uni e degli altri.

[1] L’acronimo GAFAM, spesso usato in una connotazione negativa, indica nel loro assieme le 5 multinazionali occidentali dell’informazione e della comunicazione: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft.

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mercoledì 20 dicembre 2023

A Gaza sventola bandiera bianca


articoli, video e disegni di Guido Viale, Alberto Bradanini, Elena Basile, Gideon Levy, John Mearsheimer, Piero Orteca, Giacomo Gabellini, Maha Hussaini, Maurizio Brignoli, Alon Pinkas, Caitlin Johnstone, Ramzy Baroud, Chris Hedges, Mustafà Barghouti, Domenico Gallo, Pubble, Manlio Dinucci, Tareq Hajjaj, Bruna Bianchi, Khaled El Qaisi, Scott Ritter, Yisroel Dovid Weiss, Lina Abojaradeh, Carlos Latuff.

SE IL TITOLO NON FOSSE CHIARO…

Per gli assassini israeliani in divisa tre uomini a torso nudo, disarmati, con una bandiera bianca sono una minaccia.


Due Stati, uno o nessuno? – Guido Viale

Non è vero che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente. Lo è solo nel suo ordinamento giuridico, che prevede un Parlamento elettivo e un governo eletto dal Parlamento. Ma di fatto è una repubblica razzista (“Stato ebraico”, cioè degli ebrei), militarista (armato fino ai denti, compresa l’atomica; anche se protetto dalle eventuali atomiche altrui, che ucciderebbero, insieme ai bersagli ebrei, anche milioni di arabi), che pratica apartheid e stragi (di un’organizzazione non statuale diremmo “terrorista”, come lo erano le organizzazioni armate ebraiche prima di costituirsi in Stato). L’unica vera democrazia del Medio Oriente è quella confederale del Rojava, fondata sulla convivenza di popoli, culture e religioni diverse (curdi, arabi, yazidi, sunniti, sciiti e cristiani), su un comunitarismo che si esprime nella partecipazione di tutti alla vita politica, su una cultura con una forte impronta femminista (la principale minaccia per il fondamentalismo degli Stati islamici, la cultura patriarcale e il maschilismo delle loro popolazioni).

Niente giustifica il razzismo e il militarismo di Israele. È vero che ha di fronte un’organizzazione militare che non esita a compiere stragi e un popolo i cui esponenti predicano l’eliminazione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei dai territori della Palestina; ma il Rojava non sembra aver meno nemici, anche molto potenti e molto violenti, che ha combattuto e combatte senza imboccare per questo una deriva analoga. D’altronde, forse con meno iattanza, il presupposto della costituzione dello Stato ebraico – “un popolo senza terra per una terra senza popolo” – non sono differenti: la negazione della esistenza degli abitanti della Palestina in quanto popolo. Fiamma Nirenstein insiste sul fatto che al momento dell’insediamento dei profughi ebrei in Palestina, questa non era uno Stato (infatti era una colonia, anzi un “mandato” inglese). Il presupposto è che per essere un popolo bisogna essere anche uno Stato. Israele lo è; la Palestina no. E da entrambe le parti si è sostanzialmente lavorato per anni perché non lo fosse. Ora questo passato di guerre e di sangue che dura da 75 anni, e anche più, non può essere dimenticato. Farlo ci impedirebbe di capire il presente; ma non può neanche essere tirato in ballo dagli uni e dagli altri per rendere sempre più difficile la ricerca di una soluzione che non comprometta, insieme alla vita dei due popoli, anche la pace in Medio Oriente e forse in tutto il mondo. Per questo occorre partire dall’oggi, ma cercando di guardare oltre l’orrore delle stragi di questi giorni.

La soluzione più invocata dalla comunità internazionale è quella dei due Stati; ma è sempre più irrealistica e rischia di essere un alibi per lasciare incancrenire ancora di più la situazione. Il territorio da riconoscere alla Palestina non esiste più: la “striscia di Gaza, con i suoi due milioni e mezzo di confinati, è inabitabile; la West bank è stata frantumata dagli insediamenti di 700mila coloni, da un muro che si insinua in tutto il territorio, dal sequestro di molti territori, da strade riservate solo agli occupanti, con contini check-point. Restituire al costituendo Stato palestinese quei territori richiederebbe la cacciata dei coloni. Ma se Sharon aveva dovuto usare la forza per trasferire fuori dalla striscia di Gaza 8mila coloni, nessuno può pensare che sia possibile cacciare dalla West bank i suoi 700mila occupanti abusivi. Poi i territori assegnati al costituendo Stato palestinese non rendono possibile la sua continuità territoriale: dunque la libera circolazione dei suoi cittadini, lo sbocco al mare, un proprio spazio aereo, e molto altro, senza sottostare al controllo di Israele. Infine, c’è la sproporzione delle forze: Israele ha una sua struttura industriale, un’agricoltura florida, una finanza autosufficiente, un esercito super armato, la bomba atomica. La Palestina e la sua popolazione sono state espropriate di tutto, vivono di sussidi dell’Onu, dell’Unione europea e di diversi paesi arabi che ne condizionano e ne condizionerebbero le politiche; non ha un’economia autosufficiente e non avrebbe mai un armamento anche lontanamente paragonabile.

Di fronte a questa impasse, nota a tutti ma ipocritamente taciuta per far finta di perseguire la pace, si è andata facendo strada l’ipotesi di un unico Stato, entro cui costruire nel tempo una pacifica convivenza dei due popoli, facendo leva sulle comunità e le reti che anche oggi, e nonostante tutto, antepongono le ragioni della pace e della convivenza a quelle, più che comprensibili, dell’inimicizia e del rancore. Ma l’ostacolo principale a questa soluzione non risale al passato, né ai più che fondati timori del presente, ma riguarda il futuro: la popolazione araba dell’intero territorio ormai supera per numero quella ebrea, nonostante gli apporti fortemente incentivati, soprattutto della popolazione ebraica delle colonie. Con la maggioranza molti ebrei di Israele temono di perdere anche la loro identità di Stato ebraico, l’approdo dopo 2000 anni di diaspora e persecuzioni, mentre molti palestinesi contano evidentemente sulla forza dei numeri per prendersi una rivincita sui 75 anni delle loro sofferenze.

Ma forse l’ostacolo maggiore sta proprio qui: nel non riuscire a concepire la convivenza se non nella forma di uno o più Stati e non in quella della loro dissoluzione a favore di una democrazia “dal basso” e confederale, che metta al centro i bisogni e le aspirazioni di ogni sua comunità. Può sembrare un’utopia, ma bisogna cominciare a parlane; e non solo a proposito di Israele e della Palestina. Il Rojava dimostra che è una strada percorribile. Certo un intervento della “comunità internazionale” (un’entità che esiste sempre meno) a tutela dei diritti e della incolumità di tutte le comunità sarebbe indispensabile; ma lo sarebbe anche nel caso che si optasse seriamente per le soluzioni dei due o di un solo Stato. Si tratterebbe in ogni caso non di una utopia, ma di un esperimento anticipatore di soluzioni da riproporre in tutte le situazioni sempre più numerose di conflitto e di crisi “interetnica”; un “esperimento” senza il quale il mondo sembra destinato a farsi seppellire dalle guerre o ad autodistruggersi per aver trascurato la minaccia che incombe su tutti più di ogni altra: quella del collasso climatico. La globalizzazione senza Stati è già stata in gran parte realizzata dalla finanza internazionale. Adesso è ora che perseguirla siano invece i popoli.

Senza pretendere di essere esaustivi, i passi che nella situazione concreta sono ineludibili mi sembrano essere:

L’abbattimento delle barriere fisiche e di controllo su tutti i territori;

L’istituzione di una commissione mista per la verità e la riconciliazione sull’esempio di quella messa in atto in Sudafrica;

La presa in consegna da parte di una commissione internazionale di tutti gli armamenti noti di entrambe le parti: dai kalashnikov all’atomica (molti sfuggiranno al controllo, ma si tratta di un work in progress);

La promozione di milizie miste per mantenere l’ordine pubblico composta di individui disposti a farne parte e a rispettarne le finalità;

La promozione di comunità miste tra tutte quelle reti che già ora ritengono di poter svolgere un lavoro comune (e tra queste un ruolo di primo piano spetta fin da subito alle donne);

La consegna a ogni comunità di territori sufficienti a garantirne la sopravvivenza;

Lo stanziamento di ingenti finanziamenti internazionali sotto un controllo congiunto degli enti donatori e dei rappresentanti delle due comunità.

da qui

 

John Mearsheimer: morte e distruzione a Gaza.

<<Non credo che qualsiasi cosa io dica su ciò che sta accadendo a Gaza influenzerà la politica israeliana o americana in quel conflitto. Ma voglio che sia messo a verbale in modo che quando gli storici guarderanno indietro a questa calamità morale, vedranno che alcuni americani erano dalla parte giusta della storia.

Quello che Israele sta facendo a Gaza alla popolazione civile palestinese – con il sostegno dell’amministrazione Biden – è un crimine contro l’umanità che non ha alcuno scopo militare significativo. Come afferma J-Street, un’importante organizzazione della lobby israeliana, “la portata del disastro umanitario in atto e delle vittime civili è quasi insondabile”.

1) Israele sta massacrando di proposito un numero enorme di civili, di cui circa il 70% sono bambini e donne

2) Israele sta affamando di proposito la disperata popolazione palestinese limitando enormemente la quantità di cibo, carburante, gas da cucina, medicine e acqua che possono essere portati a Gaza

3) leader israeliani parlano dei palestinesi e di ciò che vorrebbero fare a Gaza in termini scioccanti [il che porta importanti studiosi] a concludere che Israele ha un ‘intento genocida.

4) Israele non si limita a uccidere, ferire e affamare un numero enorme di palestinesi, ma distrugge sistematicamente le loro case e le loro infrastrutture critiche – tra cui moschee, scuole, siti del patrimonio, biblioteche, edifici governativi chiave e ospedali

5) Israele non si limita a terrorizzare e uccidere i palestinesi, ma sta anche umiliando pubblicamente molti dei loro uomini che sono stati radunati dall’IDF durante le perquisizioni di routine

6) Anche se gli israeliani stanno facendo il massacro, non potrebbero farlo senza il sostegno dell’amministrazione Biden

7) Mentre la maggior parte dell’attenzione è ora rivolta a Gaza, è importante non perdere di vista ciò che sta accadendo contemporaneamente in Cisgiordania. I coloni israeliani, in stretta collaborazione con l’IDF, continuano a uccidere palestinesi innocenti e a rubare la loro terra.

Mentre guardo questa catastrofe per i palestinesi, mi rimane una semplice domanda per i leader di Israele, i loro difensori americani e l’amministrazione Biden: non avete un po’ di decenza? >>

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Pietra: materiale sovente impiegato per la costruzione di cuori – Alberto Bradanini

Nelle righe che seguono è assunta quale base di riflessione la coraggiosa analisi[1] della tragedia di Gaza da parte del politologo americano di scuola realista, John J. Mearsheimer.

Solo un cupo cinismo che rispecchia l’esecrabile deficit di etica umana che permea una società asservita a una capillare manipolazione consente di obliterare l’immensità dei crimini contro l’umanità che Israele (e personalmente i singoli membri del governo/esercito israeliani) continuano a commettere a Gaza contro persone inermi, uomini, donne e bambini, che muoiono sotto le bombe della sola democrazia del Medio Oriente, come i media al libro paga amano definire lo Stato Ebraico dell’Apartheid. Ciò che si dipana ogni istante sotto lo sguardo impotente del mondo eticamente evoluto costituisce un massacro deliberatamente pianificato. Insondabile è la profondità della tragedia umanitaria che si abbatte sul corpo di persone innocenti[2]. Che tale condotta cada o no sotto la definizione di genocidio è una questione che va lasciato ai legulei giustificazionisti.

Di certo non saranno queste parole di esecrazione a fermare i responsabili di tali atrocità, impermeabili come sono a ogni umana empatia. La storia, tuttavia, resta implacabile, ogni accadimento viene registrato e alla fine rimbalza. Sebbene oggi appaia improbabile, non si può tuttavia escludere che i criminali impuniti vengano un giorno tradotti sul banco degli imputati.

In ogni caso, se non a quello degli uomini essi dovranno rispondere delle loro nefandezze al tribunale della storia. A quel punto, insieme agli aguzzini, vedremo allungarsi le ombre dei loro complici, in prima fila le oligarchie americane che tollerano tutto ciò e a seguire quelle europee (e nella sua nota posizione del missionario anche quella italiana). A fianco di costoro vedremo quindi sfilare la schiera degli indifferenti, non certo caratterizzata da umana partecipazione, che farà i conti con la lacerazione della coscienza o quel che di essa sarà rimasto.

Resta dunque imperativo che il pensiero di chi si ostina a voler appartenere al genere umano non si confonda con la complicità degli indifferenti cosicché, quando in futuro gli storici volgeranno lo sguardo inorridito sul nostro tempo, potrà almeno apprezzare la differenza.

Lo Stato Ebraico – con il fondamentale sostegno politico e militare degli Stati Uniti (dove le potenti lobby pro-Israele controllano media e politica[3]) e l’usuale copertura dei vassalli europei – commette ogni istante crimini di pace e di guerra contro civili palestinesi (70% donne e bambini), senza nemmeno ottenere apprezzabili risultati contro il terrorismo. Del resto, solo i deboli di mente (o i corrotti) possono credere che esso si combatta massacrando civili innocenti e distruggendo città popolate da milioni di persone. È banale rilevare che rabbia e brama di vendetta cresceranno a dismisura tra i sopravvissuti.

I politici israeliani confessano candidamente di essere indifferenti al rischio di fare vittime civili. Secondo il portavoce dell’IDF (10 ottobre[4]),”l’enfasi è sul danno, non sulla precisione”, mentre il ministro della Difesa, Yoav Gallant, precisa: “non abbiamo restrizioni, uccideremo con ogni mezzo tutti coloro contro cui combattiamo”.

Secondo la stampa israeliana “i bombardamenti a Gaza sono una fabbrica di omicidi di massa di civili innocenti”[5], che aggiunge “l’esercito israeliano non ha freni, i dati mostrano uccisioni senza precedenti[6]“. Secondo il New York Times (novembre 2023) “I civili a Gaza vengono uccisi dal fuoco israeliano a un ritmo storicamente inaudito[7]“. Persino il mite Segretario Generale delle N.U., Antonio Guterres, afferma: “Stiamo assistendo a un massacro di civili che non ha precedenti dal tempo della mia nomina, nel gennaio 2017 (e sarebbe potuto andare assai più indietro!)[8]“.

Un ulteriore obiettivo di Israele che appartiene alla categoria della vendetta o pulizia etnica, non certo della lotta al terrorismo, è quello di affamare la misera popolazione palestinese, limitando l’ingresso a Gaza di cibo, carburante, gas per cucinare, medicine, e i risultati si vedono: l’assistenza medica è pressoché impossibile per gli oltre 50.000 civili feriti, anche molto gravi, al punto che persino i bambini (e ci si spezza il cuore al solo pensarci) vengono talora operati senza anestesia! Israele però non si limita a impedire gli approvvigionamenti per i pochi ospedali rimasti, ma li bombarda direttamente, ambulanze e pronto-soccorsi inclusi.

Risuonano poi umanamente sinistre le parole del citato ministro della cosiddetta Difesa, sempre lui Yoav Gallant (9 ottobre): “Ho ordinato un assedio totale a Gaza. Niente elettricità, cibo e carburanti, tutto chiuso. Stiamo combattendo animali umani e operiamo di conseguenza[9]“. Dietro (le minime) pressioni internazionali, Israele ha consentito qualche rifornimento, ma le quantità sono così esigue che secondo le Nazioni Unite: “metà della popolazione sta morendo di fame[10] e nove famiglie su dieci trascorrono giorni interi senza cibo[11]“.

Israele propone costantemente una narrativa piena di menzogne. Per tale ragione non siamo sorpresi quando vediamo che i responsabili dei crimini commessi a Gaza sono gli stessi che evocano come un ritornello gli orrori dell’Olocausto (v. in merito: L’industria dell’Olocausto, Norman Finkelstein). Secondo Omar Bartov e altri eminenti israeliani studiosi dell’Olocausto, è ormai evidente che “Israele punta al genocidio[12]“. Sia chiaro, a scanso di equivoci, che Israele e la sua orrifica strategia di distruzione della Palestina non ha a che fare né con la religione né con l’etnia ebraica. Razzismo e antisemitismo (che dovremmo semmai chiamare antigiudaismo) dovrebbero essere stati relegati per sempre alla spazzatura della storia.

I leader israeliani qualificano tutti i palestinesi “bestie umane, orribili animali disumani[13]“. Secondo il presidente israeliano, Isaac Herzog, “non solo Hamas, ma è l’intera nazione palestinese, là fuori, a essere responsabile[14]“. Il New York Times riporta che l’intero sistema politico israeliano vuole “la cancellazione di Gaza”[15]. Un ex generale dell’IDF afferma che “Gaza deve diventare un luogo in cui nessun essere umano potrà mai più vivere[16]” e aggiunge che “gravi epidemie nel sud della Striscia faciliteranno la vittoria[17]”. Un ministro israeliano, pur anche si presume in un momentaneo stato alterato, ma non tuttavia un isolato estremista, suggerisce di sganciare su Gaza un ordigno nucleare[18].

I palestinesi ricordano con orrore indelebile la Nakba del 1948 e gli israeliani (nelle parole del ministro dell’Agricoltura[19]) avrebbero in mente di riproporla nel 2023, a Gaza e in Cisgiordania[20]. Un’ulteriore, agghiacciante evidenza dell’abisso morale in cui è sprofondata la società israeliana è costituita da un video di bambini che celebrano in una canzone la distruzione di Gaza: “Entro un anno annienteremo tutti e torneremo così ad arare i nostri campi[21]“.

Israele non si limita a uccidere, ferire e affamare il popolo palestinese, perché ne distrugge anche le case e le infrastrutture critiche, moschee, scuole, siti storici, biblioteche, edifici governativi, luoghi di cura[22]. Al 1° dicembre 2023, l’IDF aveva sinistrato o distrutto almeno 100.000 (centomila!) edifici, interi quartieri ora ridotti in macerie[23]. Oltre il 90% dei 2,3 milioni di palestinesi di Gaza sono stati cacciati dalle loro case[24]. La NPR[25] rileva che Israele intende cancellare l’intero patrimonio culturale palestinese a Gaza: “più di cento siti sono già stati demoliti[26]“.

Israele poi umilia pubblicamente gli uomini arrestati. I soldati israeliani li obbligano a restare in mutande, li bendano e li espongono al pubblico nei loro quartieri, facendoli sedere in gruppo sul marciapiede o sfilare per le strade, prima di chiuderli in prigione per qualche tempo e poi rilasciarli, non avendo essi nulla a che vedere con Hamas[27].

Gli israeliani uccidono e massacrano perché possono contare sul perenne e incondizionato sostegno degli Stati Uniti, che con il veto impediscono l’approvazione di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle N.U. a favore del cessate il fuoco e che forniscono a Israele le armi per condurre in porto questo massacro[28]. Secondo il generale israeliano, Yitzhak Brick: “Tutti i missili, munizioni, bombe di precisione, aerei e via dicendo sono statunitensi. Se gli Usa lo volessero, con la fine dei rifornimenti cesserebbero anche i massacri. Punto[29].” L’amministrazione Biden invece accelera l’invio di munizioni a Israele, aggirando le normali procedure sulle esportazioni di armi[30].

L’attenzione mediatica è al momento concentrata su Gaza, sebbene non a sufficienza. Giornali e TV obliterano infatti le drammatiche immagini di distruzione e massacri di esseri umani (bambini compresi) sepolti sotto le macerie. Da qualche giorno inoltre relegano tali atrocità al fondo pagina o ne riferiscono solo sotto il profilo politico, omettendo di riferire che altre migliaia di persone rischiano di morire nei prossimi giorni (Israele ne ha già uccise 17.000), mentre tutti i 2,3 milioni di abitanti di Gaza rischiano di essere cacciate verso l’Egitto o altrove, per passarvi il resto della vita da rifugiati. Questo appare invero l’intento di Israele.

Occorre però non perdere di vista ciò che accade anche in Cisgiordania. I coloni israeliani, in coordinamento con l’esercito, continuano a uccidere palestinesi innocenti e a rubare loro casa e terra. In un articolo apparso sulla New York Review of Books, David Shulman riferisce di una conversazione con un colono che riflette la dimensione morale del comportamento israeliano verso i palestinesi. “è vero quello che stiamo facendo a queste persone è disumano”, ammette candidamente il colono, “ma se ci pensate bene, tutto è dipeso da Dio, che ha promesso questa terra agli ebrei, e solo a loro[31]“.

In buona sostanza, il governo israeliano si comporta allo stesso modo, violando sistematicamente il diritto umanitario, sia a Gaza che in Cisgiordania. Secondo Amnesty International, vi sono prove schiaccianti che i prigionieri palestinesi, spesso arrestati con futili pretesti, vengono regolarmente torturati o sottoposti a trattamenti degradanti “dalla sola democrazia esistente in Medioriente[32]. Ecco perché non dovrebbe sorprendere che alcuni preferiscono le autocrazie…

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Elena Basile – Sui burocrati che parlano di “soggettività esterna dell’Europa” e dimenticano il genocidio a Gaza

Leggo il solito burocrate sulla Repubblica, ottima carriera all’ombra della politica. Scrive quale secondo lui dovrebbe essere al Consiglio europeo di domani la ripresa della ” soggettività esterna del’Europa” .

Linguaggio burocratico e volutamente ermetico. Voi pensereste che si auguri un’Europa capace di battere un colpo sulle guerre in corso? Non so che si distacchi per motivi umanitari dagli USA e chieda il cessate il fuoco a Gaza procedendo a un riconoscimento simbolico della Palestina libera.

O un’Europa che spinga a una mediazione un popolo stremato ucraino cercando di evitare ulteriori morti e feriti?
Ma no! Il catechismo che ripete a pappagallo è il seguente : Gaza non viene nominata. L’inferno calato su una popolazione inerme, bambini operati senza anestesia o che muoiono sotto le macerie, una popolazione ridotta alla fame, preda delle infezioni, il genocidio di Gaza non merita l’attenzione dell’Europa: “l Europa deve dare un segnale di chiarezza e non di stanchezza”

Come? Nuovi miliardi ( oltre i 162 già dati) a Kiev per far vedere che non abbiamo perso.

Perchè nessuno possa pensare che “l invasione dell’ Ucraina sia foriera di dividendi politici”. Pierino, la Russia ha conquistato 4 Stati : Donesk, Lugansk zaporizhzhia e Kerson.
L’Ucraina è dimezzata e distrutta. 200.000 diciottenni morti. Altri mutilati feriti. Sopravvive grazie al sostegno estero.

Nel marzo del 2022 se l ‘Europa non si fosse opposta l’Ucraina neutrale avrebbe recuperato la sua integrità territoriale. E tu vuoi far continuare la guerra per dimostrare a chi che non abbiamo perso? Ai ciechi come te?
Cinismo e stupidità imperversano. Pierino addormentando il cervello ha fatto una bella carriera e forse ora si candida con quel partito di notabili che è il PD

Spero non con i 5 stelle. Un linguaggio cosí cinico sull Europa non dovrebbe essere di Conte che chiede il cessate il fuoco a Gaza e stop delle armi a Kiev.
Ah Pierino dove hai perso la tua anima? Leggete Alberto Bradanini uno dei pochi Ambasciatori integri. Il suo articolo è un grido di dolore e di indignazione.

Pierino scrive sulla Repubblica. L’Ambasciatore Bradanini su la Fionda. I venduti sono visibili. I competenti e integri sono oscurati

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Cercando di umiliare Gaza nel profondo, è Israele a essere umiliato – Gideon Levy

Come se tutto ciò non bastasse: le migliaia di bambini morti, il bilancio delle vittime che sfiora i 20.000, le centinaia di migliaia di persone sradicate dalle loro case, le decine di migliaia di feriti e la fame, le malattie e la distruzione a Gaza, oltre a tutto questo, devono anche essere umiliati. Umiliati fino in fondo, affinché imparino.

Dobbiamo mostrare loro (e noi stessi) chi sono (e chi siamo). Per mostrare quanto siamo forti e quanto loro sono deboli. Fa bene al morale. Fa bene ai soldati. È positivo per il fronte interno. Un dono di Hanukkah per i palestinesi umiliati: cosa potrebbe portare più gioia?

Non c’è prova più grande del fatto che abbiamo perso la strada degli spregevoli tentativi di umiliare pubblicamente i palestinesi, affinché tutti possano vederlo. Non c’è prova più grande di debolezza morale della necessità di umiliarli nella loro sconfitta.

Siamo come Hamas; se loro sono tali mostri, allora possiamo esserlo anche noi, solo un po’. Dopo aver cancellato le vite degli abitanti di Gaza, le loro proprietà, le loro case e i loro figli, ora distruggeremo anche ciò che resta della loro dignità. Li costringeremo a inginocchiarsi, fino a quando non si arrenderanno.

Immagini e video della scorsa settimana: decine di uomini in ginocchio, con indosso solo le mutande, le mani legate dietro la schiena, gli occhi bendati, lo sguardo abbassato. Un gruppo è su una strada spianata con le ruspe, un altro in una cava di sabbia, con i soldati in piedi sopra di loro.

Bingo, un’immagine di vittoria. Alcuni soldati sono mascherati; forse si vergognano del loro comportamento, possiamo solo sperare. Le loro vittime sono giovani e anche anziani; alcuni sono paffuti, con la pancia, altri scarni, alcuni hanno la pelle pallida e altri sono segnati dalle difficoltà della guerra. Forse i loro figli li osservavano, forse le loro mogli; ciò aumenterebbe il risultato.

Secondo i rapporti, sono stati prelevati da un rifugio dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Impiego (UNRWA) a Beit Lahia e arrestati per essere interrogati. Nessuno sa con certezza se qualcuno di loro fosse membro di Hamas. Dopo la foto della vittoria, sono stati portati in un luogo sconosciuto, il loro destino non era chiaro. A chi importa, oltre ai loro cari?

A cosa serve? Questa non è la prima volta che l’esercito israeliano spoglia i palestinesi in questo modo per umiliarli. Tali “marcie della vergogna” si sono svolte in passato nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Libano. Uomini ricercati e indesiderati in mutande, sotto gli occhi di tutti.

Questo è ciò che fa Israele, ed è importante registrare l’evento e diffondere le immagini. Ma la verità è che le immagini umiliano le Forze di Difesa Israeliane molto più di quanto umiliano le sue vittime nude.

Ma anche questa pubblica svestizione non fu sufficiente per umiliarli in questa guerra maledetta. Due settimane dopo lo scoppio della guerra, le forze dell’IDF e dei servizi di sicurezza dello Shin Bet hanno preso il controllo della casa dell’alto funzionario di Hamas Saleh al-Arouri, nel villaggio di Aroura in Cisgiordania, Arouri ora si trova in Libano, e hanno attaccato alla sua facciata un enorme striscione in lingua araba che recita: “Qui c’era la casa di Arouri, che divenne il quartier generale di Abu Al-Nimr dello Shin Bet”. Povero Abu Al-Nimr: il suo quartier generale è stato distrutto pochi giorni dopo, e con esso la spettacolare dimostrazione di forza, ma rimane il sapore puerile dell’umiliazione.

A Gaza, le nostre forze hanno distrutto il palazzo del Parlamento e il tribunale. Perché? Perché no? Nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, hanno distrutto tutti i monumenti, compresa la “Chiave del Ritorno” all’ingresso.

L’esercito ha anche distrutto e saccheggiato il grande cavallo di latta all’ingresso dell’ospedale, costruito da uno scultore tedesco con i rottami delle ambulanze palestinesi distrutte, un monumento alle vittime. A Tul Karm è stato demolito il memoriale di Yasser Arafat. Presto bruceremo anche la loro coscienza.

E il culmine del grottesco: il comandante del 932° Battaglione della Brigata di Fanteria Nahal, in un video dell’Unità del Portavoce dell’IDF, ostenta la carta di credito di Ismail Haniyeh, scaduta nel 2019. Complimenti all’IDF. “Siete fuggiti come dei codardi e siamo arrivati anche alla vostra carta di credito”, balbetta l’ufficiale.

I commentatori hanno spiegato che forse si trattava della carta di credito di qualcuno con il suo stesso nome: Il nostro Haniyeh non vive qui da molto tempo. Ma il figlio di Haniyeh vive qui, e il Portavoce dell’IDF non riposa né dorme: ecco le ricevute che dimostrano che ha acquistato gioielli. La grande vittoria è più vicina che mai.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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