Visualizzazione post con etichetta coalizione Epstein. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta coalizione Epstein. Mostra tutti i post

lunedì 13 aprile 2026

Balle di guerra - Antonio Cipriani


Che cosa ci dicono queste settimane di guerra in Iran?

  • Che le previsioni di vittoria facile facile, con tanto di insurrezione popolare, soffiate nell’orecchio instabile e cinico di Trump dal criminale feroce alla guida di Israele, erano sbagliate. Cioè, sbagliate per i desideri folli del presidente Usa, troppo affascinato dall’uccisione del leader religioso e militare dell’Iran e dal possibile Nobel per la Pace, per ascoltare i suoi più consapevoli consiglieri. Ma utili al perfido Netanyahu che ha come unico scopo la guerra per la guerra, lo sterminio per lo sterminio.
  • Che l’immagine degli Stati Uniti nel mondo è crollata ai minimi storici. Ora appaiono a tutti (a noi da tanto tempo…) inaffidabili, guidati da un sociopatico che per di più viene manipolato da uno psicopatico.
  • Che la Nato è impantanata nel mare di follie legate alla pax trumpiana (si fa per dire), rappresentata da un Rutte, adulatore del paparino. Probabilmente in futuro non servirà più a niente, se non riorganizzandosi per difendere gli interessi europei dalla crudele follia israelo-americana.
  • Che l’Europa è la vittima sacrificale degli esperimenti di guerra mondiale permanente.
  • Che il povero Papa Francesco ci aveva visto lungo. Inascoltato.

Che sul piano internazionale l’Italia delle mezze figure fa ridere i polli, non sapendo più che cosa dire agli italiani per giustificare il ruolo di tappetino della storia dove Israele e Usa possono pulirsi i piedi.

  • Che adesso servirà un nuovo decreto fascistoide per impedire qualunque articolazione pubblica di pensiero con un’altezza diversa dal tappetino.
  • Che la nostra informazione, a dire il vero, è adeguata al tappetino. Infatti le cose che è meglio celare finiscono sotto, come polvere della storia spinta da scope mediatiche obbedienti.
  • Che la comunicazione iraniana sta asfaltando ogni tipo di retorica bellica americana, prendendo per i fondelli con cartoni animati assai efficaci Trump borioso e sotto l’incomprensibile influsso del suo amico criminale israeliano.
  • Che l’efficace ricchissimo e perfido progetto di “hasbara” israeliana continua a plagiare politici e istituzioni, raccontando balle cotonate ad uso di boccaloni. Balle che sono servite a fare guerre, ad ammazzare centinaia di migliaia di persone, a massacrare senza ritegno i palestinesi in Cisgiordania, a devastare indegnamente Gaza, ad attaccare senza scrupoli paesi sovrani, a bombardare Beirut. Balle incredibilmente efficaci, che servono a condizionare le scelte dei governi, a mettere a tacere coscienze, a garantire impunità di fronte a crimini efferati.
  • Che probabilmente siamo oltre il concetto di balle e di “hasbara”, ma che il sistema Epstein che governa il mondo, fatto di pedofilia e disprezzo per l’umanità, cela una rete di ricatti talmente efficaci da convincere i potenti a darsi una regolata e ad accettare come perle di saggezza giudiziaria e politica le balle. Altrimenti come spiegare questa follia?
  • Che al governo di destra di Israele va bene così. Il fine è la guerra.

Che, però, le persone normali, quelle che continuano a pensare che al mondo si possa vivere senza le armi in pugno a decidere quello che è giusto o no, cominciano a scendere in piazza. A farsi sentire. E non basteranno repressione, Ice, o fascisteria manganellante a spegnere le voci che si stanno alzando.

da qui

domenica 12 aprile 2026

Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi

 

Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita

Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.

Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.

Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.

Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.

Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.

La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto

Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.

Ma le cose non sono andate come previsto².

Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.

Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.

La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².

La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.

Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.

Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.

Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.

In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.

Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.

Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.

Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra

Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.

Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.

A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.

Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.

Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.

E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.

Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare

La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.

Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.

Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.

Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.

Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.

Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.

Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.

Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.

Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie

Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.

In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.

Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.

Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.

Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.

Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.

Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.

Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.

Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.

E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.

Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.

No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta

La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.

Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.

Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.

No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.

Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.

Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.

Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².

È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.

Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie

Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.

Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.

Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.

Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.

Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.

Note

  1. https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
  2. Crooke, A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
  3. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrine; https://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
  4. Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
  5. https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
  6. https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
  7. https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australia; https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
  8. https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
  9. https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
  10. Escobar, P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
  11. Kagan, R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
  12. Joad, T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
  13. Boghetta, U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/

https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/

domenica 8 marzo 2026

Iran, l’aggressione della coalizione Epstein - Fabrizio Casari

Come ampiamente previsto, nonostante i negoziati l’attacco israelo-americano all’Iran c’è stato e, con esso, anche la reazione iraniana che – come promesso – ha colpito le basi statunitensi nel Golfo. Un’aggressione programmata e voluta che diventa nella grande manipolazione politica e mediatica una “guerra preventiva”. Una volta di più si capisce il valore politico e persino etico che Trump assegna alla diplomazia e la mancata richiesta di autorizzazione al Congresso chiarisce anche quanto agisca al di fuori delle procedure costituzionali, con tanti saluti al famoso sistema di “pesi e contrappesi”. Questa è l’America trumpiana, che a differenza delle versioni precedenti, specializzate nell’imbellettare da “diritti umani e democrazia” la sua dimensione imperiale estera, presenta anche una involuzione autoritaria interna di natura fascistoide ormai irrefutabile.

Ridicola la presa di posizione europea che si guarda bene dal condannare l’aggressione israelo-americana ma condanna “gli attacchi iraniani” dimenticando che sono attacchi alle basi militari USA e non alla popolazione civile. Emerge, nella paccottiglia di Bruxelles, la vicenda del cosiddetto ministro della Difesa italiano fermo a Dubai perché non informato dell’attacco. Dopo essersi autonominato osservatore del “Board of Peace” senza vedere niente di quel che succede, la riduzione a cinepanettone del governo Meloni è compiuta. La culla ideologica del genocidio e della sostituzione del Diritto con la forza non ha più nemmeno interpreti all’altezza del dramma e si rifugia nell’avanspettacolo.

Netanyahu e Trump sono interpreti del connubio tra affari privati che diventano pubblici, ovvero della guerra come arma di distruzione e di distrazione di massa dalle loro vicende. Vedono nella guerra permanente l’unica possibilità di allontanare indagini e processi che li attendono ma questo è solo un elemento aggiuntivo nella scala delle nefandezze.

Come già nell’Agosto del 2025, l’attacco viene sferrato nel bel mezzo dei colloqui diplomatici, finto rito per una soluzione politica al contenzioso. Contenzioso che non aveva senso né sul piano del Diritto – non essendo gli USA deputati a decidere sulla sugli assetti politici, economici e militari di altri paesi – né su quello politico, visto che l’Iran non rappresentava nessuna minaccia per gli USA. Le richieste insostenibili di Washington al tavolo dei negoziati cercavano il NO iraniano, ma nel timore che la flessibilità negoziale di Teheran potesse prevalere, Trump ha scelto l’attacco, anche perché Netanyahu non avrebbe perdonato un rifiuto. E, con la prospettiva di uno sviluppo delle indagini sul caso Epstein, nel quale è immerso fino al collo con il premier israeliano che dispone della documentazione utile ad affossarlo, Trump si è fatto due conti e ha dato ordine di attaccare.

Israele vuole l’abbattimento di un governo che, per forza militare e influenza politica, è il nemico più insidioso per i piani di dominio dell’area mediorientale e del Golfo Persico. L’idea della Eretz Israel si fonda sul dominio coloniale del mondo arabo e ha come presupposto l’azzeramento di ogni forza militare che può ostacolarne la realizzazione come di qualunque traccia del Diritto Internazionale che ne stabilisca l’ossatura giuridico politica. Ma Israele non possiede la forza sufficiente a piegare l’Iran ed ecco quindi che intervengono gli USA a coprire le necessità strutturali di tipo militare di cui Tel Aviv ha bisogno per tentare un’operazione altrimenti destinata alla sconfitta.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, contano su Israele per mantenere il controllo ferreo sull’area del mondo a maggior valore energetico fossile e su alcuni dei principali corridoi per il commercio mondiale, crocevia naturale tra tre continenti. Per questo sostengono, pagandone anche il prezzo, quello che, a tutti gli effetti, è un rischioso conflitto dai tempi incerti e dagli sviluppi complessi.

E’ infatti una scommessa che rischiano seriamente di perdere, perché l’Iran non è semplice da sconfiggere e non sembra possibile ipotizzare un regime-change dall’interno. La morte di Khamenei ha più valore simbolico che concreto, il ricambio di un uomo di 86 anni era già previsto in tempi brevi. In compenso la sua martirizzazione rinsalda ulteriormente il sostegno popolare al sistema.

Gli scenari possibili sono difficili da decifrare ma l’appoggio popolare è forte e non si vedono una o più figure che vogliano e possano tentare di ammortizzare il conflitto con l’Occidente. E certamente la soluzione importata dall’estero non c’è, dato che la figura patetica del figlio dello Scià non ha nessuna possibilità di essere utilizzata: oltre alla nullità del personaggio, riporta alla repressione di Reza Phalevi e della sua polizia politica, la Savak, uno dei peggiori centri di criminalità poliziesca nella storia persiana.

Dunque seppure l’attacco dovesse dar luogo a una crisi sistemica, non si vede quale sarebbe la soluzione politica e la mancanza di sbocchi rischia di rendere un inutile massacro quello in corso, con il risultato di saldare ulteriormente il popolo iraniano con il gruppo dirigente e indirizzare il Paese verso la dotazione, questa volta vera, dell’arsenale atomico. Proprio quello che si diceva voler evitare.

Per Washington però l’obiettivo principale dell’attacco è soprattutto colpire la Cina, che del petrolio e gas iraniano (Teheran è terzo produttore di petrolio e secondo di gas al mondo) è il principale acquirente internazionale, al punto da ricavarne oltre il 30% del fabbisogno energetico complessivo.

Gli Stati Uniti hanno chiare due cose: che la loro situazione finanziaria è drammatica, tecnicamente vicinissima a un default e che la ridotte fiducia degli investitori renderà sempre più difficile piazzare i loro Buoni del Tesoro con cui pagano il debito generando altro debito. La sola soluzione che intravvedono è quella di addossare il loro debito agli alleati occidentali e di migliorare la loro bilancia commerciale saccheggiando risorse e materie prime dei loro avversari.

Parallelamente, solo l’indebolimento commerciale della Cina potrà tentare di ridurre il gap economico tra i due giganti che si presenta sia nella leadership mondiale nel commercio che nel possesso delle materie prime, delle terre rare e dello sviluppo tecnologico, che vedono Pechino decisamente più avanti.

I riflessi su Cina e Russia

Se dopo il blocco delle forniture dal Venezuela, si bloccassero quelle dall’Iran, l’economia cinese patirebbe effetti negativi. Anche il blocco dello stretto di Hormuz non rappresenta un dramma per gli USA, dal momento che il petrolio che vi transita proveniente dalle petro-monarchie del Golfo è diretto verso l’Europa e verso l’Asia, non verso l’Atlantico. L’incidenza sulle forniture europee arriva al 20% del totale, mentre per l’Asia complessivamente l’impatto sfiora il 70% e per la Cina il 30%.

Se il blocco dello stretto di Hormuz produrrà – com’è ovvio – una riduzione del greggio e del gas a disposizione sui mercati e, di conseguenza, un aumento del costo del barile e del metro cubo, (di cui godranno anche i petrolieri texani come pure i russi), questo si riverserà soprattutto sulle bollette e sulle forniture per gli europei, che dovranno magari incrementare gli acquisti – a prezzo 4 volte superiore – dagli USA.

La stessa Russia rischia, perché un’eventuale gestione occidentale del petrolio e del gas iraniano potrebbe vedere un’offerta a prezzi agevolati all’India con la condizione di una loro forte riduzione o addirittura una rinuncia alle forniture russe. Una operazione complessa che difficilmente potrebbe essere fatta propria da Modi, ma è una fantasia radicata a Washington, che da mesi ripete come New Dheli abbia rotto i contratti di fornitura petrolifera con Mosca senza che da nessuna parte arrivino conferme.

Se questo succedesse porterebbe il blocco dirigente dei BRICS a un sostanziale stallo e, di fronte a una mancata risposta politica verso l’aggressione a due paesi membri (Venezuela e Iran), l’attrazione verso altri paesi, che pure sarebbero interessati ad associarsi con l’organismo multipolare, potrebbe venir meno. Non per scarsa condivisione del progetto ma per timore di dover affrontare la rappresaglia occidentale senza poter ricorrere all’aiuto dei soci o partner commerciali. In questo modo i BRICS resterebbero un’associazione di tipo economico-commerciale priva di sostanza politica e deterrenza militare e ciò vedrebbe l’innesto di una retromarcia. Quella che riduce il multipolarismo a schema concettuale pragmatico di natura squisitamente finanziaria, senza alcuna ambizione politica di concorrere alla governance globale.

da qui