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martedì 18 ottobre 2022

Undici storie di resistenza - Murat Cinar

 

Murat Cinar alterna i suoi ricordi di bambino e ragazzo in Turchia con le storie di undici persone (Serdar, Ömür, Bawer, Hayk, Ercan, Serdar, Ceren, Levent, Rosida, Aram, Baris) che hanno dovuto espatriare per poter continuare a vivere fuori da una prigione.

E quando conosci le storie e le vite delle singole persone è una cosa diversa da un titolo anonimo (se e quando c’è) che parla delle magnifiche sorti e progressive di quel paese che è la Turchia, ma mette in galera chi dice e pensa cose diverse dal coro del presidente Erdogan (a cui l’ignobile Europa ha lasciato la gestione dei flussi migratori dall’est e la ricerca di una pace nel conflitto che coinvolge, tra gli altri, la Russia e l’Ucraina).

Le undici storie di resistenza colpiscono per il coraggio e la forza che animano i protagonisti, senza dimenticare le migliaia di persone che marciscono in galera.

Un libro per conoscere un’altra Turchia, quella giusta.

buona (resistente) lettura.


Ps: a pag.105 Murat ricorda che la madre ringraziava Edison ogni volta che tornava le luce; di sicuro alla madre di Murat avrebbe fatto piacere incontrare una signora (zia di un’amica), che ogni sera nelle preghiere ringraziava l’inventore della lavatrice.

anche qui

 

 

Dal 2010 ad oggi, numerose persone hanno lasciato la Turchia per motivi politici o perché non si sentivano al sicuro: professori universitari, studenti, parlamentari, sindaci, avvocati, giudici, alti ufficiali dell'esercito, giornalisti, sindacalisti, attivisti del mondo dell'associazionismo e persino medici ... Così è nata e cresciuta una nuova diaspora in Europa. In questo libro racconto gli ultimi 11 anni attraverso le storie di 11 persone. 11 storie umane di grande determinazione, forza e convinzione. 11 storie di persone che dopo il loro approdo in Europa non si sono fermate ma hanno continuato a lavorare per creare un'alternativa al regime al potere in Turchia. 11 storie di immigrazione, piene di difficoltà, ostacoli, discriminazioni, ma anche fatte di accoglienza, empatia ed affetto.

da qui

… Il libro di Murat Cinar è un mosaico che ci porta a scoprire la Turchia dissidente e rivoluzionaria, uno dei cuori più vivi e pulsanti di questo straordinario paese, ma che, per diverse motivazioni legate soprattutto alla sfera politica, risulta ancora nascosta tanto al pubblico straniero quanto al resto del paese. Una Turchia che, nonostante le incredibili pressioni ricevute ogni giorno, resiste e crede in un futuro diverso, meno legato a logiche nazionaliste e patriarcali ed aperto più che mai verso “il diverso”, sia esso di Sinistra, curdo, armeno, omossessuale o, semplicemente, dissidente. Attenzione però: questa è una Turchia che non intende “diventare come l’Europa”, ma trovare una propria strada autonoma nel mondo, qualcosa che permetta ad ogni individuo di realizzarsi nel proprio paese e che non sia costretta ad emigrare, che possa realizzare il “sogno turco”, non quello “europeo” o “americano”...

da qui

 

… I numeri fanno impressione: migliaia di persone che perdono il posto di lavoro, sono messe in carcere o vanno in esilio. Scioperi della fame che coinvolgono decine, centinaia di prigionieri. Una lotta enorme, incredibile. Eppure sono numeri precisi. Faccio un esempio. Scrive Murat: “Durante lo stato di emergenza, dal 2016 al 2018, l’Associazione dei Legali progressisti ha difeso i diritti di buona parte di quelle 131.922 persone sospese, licenziate, denunciate e arrestate” (pag. 109); oppure: “Durante la campagna elettorale del 2015 le sedi dell’Hdp sono state prese di mira in diverse città per ben 128 volte.” Numeri precisi come ad indicare la memoria che li potrebbe nominare uno ad uno, ma anche il fatto che “in quanto numeri finiti” possono essere parte di una dura realtà che può “finire”, che non ha una forza infinita.

Ma sono poi le storie dei singoli (spesso con nomi complicatissimi, per scrivere i quali la nostra tastiera non basterebbe), che Murat ha conosciuto di persona e di cui raccoglie le testimonianze, che danno carne e sangue al tutto.

Numeri e storie si tengono insieme. Gli uni e le altre non basterebbero, da sole.

Murat ci accompagna in questo mondo, il suo mondo, quello che lui stesso, come quelli di cui parla, ha lasciato. Traspare l’amore e la nostalgia per quella terra, per quelle città, per quella cultura, e la convinzione di fare tutto il possibile perché il contributo “da fuori” aiuti coloro che resistono “da dentro”.

Murat tiene una piccola lanterna in mano e ci fa luce, noi lo seguiamo e ci addentriamo. Una realtà che fa davvero paura, ma dove chi lotta non abbassa mai la testa, lo sguardo.

Murat, e con lui i protagonisti di questo libro, ci chiedono di sapere, far sapere, divulgare, partecipare a questa resistenza molteplice, diffusa, che sogna un Paese nuovo, dove chiunque possa muoversi e parlare liberamente, studiare, lavorare, scrivere, lottare, vivere, senza temere controlli e repressione.

da qui

 

QUI un'intervista con Murat Cinar

 


mercoledì 5 maggio 2021

Il dittatore turco. Una guida per il presidente Draghi - Murat Cinar

 

Gentile presidente del Consiglio Mario Draghi,

Qualche giorno fa, durante una conferenza stampa, Lei ha definito “dittatore” il Presidente della Repubblica di Turchia. È stato un momento storico, dato che Lei è stato il primo leader europeo importante a usare questa parola, in questo contesto, pubblicamente. Lo dicevano un po’ dappertutto in realtà da tempo. Nei corridoi e nelle aule dei parlamenti europei, durante le manifestazioni e sui muri della città in cui vivo, Torino. Lo dicono da tempo anche milioni di persone in Turchia. Solo che a differenza di Lei, loro finiscono in carcere, nella meno peggio delle ipotesi.

Rispettabile sig. Draghi, ora quindi possiamo passare ai fatti. Ci faccia vedere come ci si deve comportare nei confronti di un “dittatore”. Quando, la prossima volta, andrà a incontrare i suoi colleghi in Turchia, oppure per fare le vacanze, Le suggerisco di fare visita ad alcune persone.

Nedim Turfent, giornalista curdo di cittadinanza turca, si trova in carcere da circa 1800 giorni, accusato di «appartenere a un’organizzazione terroristica». Le prove? Sono le dichiarazioni di 20 testimoni anonimi. Tuttavia durante lo svolgimento del processo, in aula, 19 di questi hanno deciso di ritirare le loro dichiarazioni specificando che le avrebbero rilasciate sotto tortura. Nonostante questo il giudice ha utilizzato le prime dichiarazioni di questi testimoni per condannare Nedim a 8 anni e 9 mesi di carcere. Eh sì, in Turchia le persone vengono arrestate e condannate anche grazie alle dichiarazioni di testimoni anonimi. Le pare strano? Mi scriva, che Le racconto altri casi analoghi. Il 12 maggio del 2016, Nedim Turfent è stato preso in detenzione provvisoria e il giorno dopo è stato confermato il suo arresto. Nedim ha dovuto aspettare ben 13 mesi per vedere il suo capo d’imputazione. Il 14 maggio 2017, il giorno della sua prima udienza, Nedim si trovava in carcere da 399 giorni. A Nedim è stato negato il diritto di partecipare personalmente alle udienze e la Cassazione ha rigettato il ricorso fatto dai suoi avvocati. Nedim aspetta ancora la pronuncia della Cedu. Una piccola nota: i suoi colleghi e avvocati sostengono che Nedim sia in carcere perché ha diffuso un breve video ripreso in un cantiere edile, nella città di Hakkari nel 2016. I membri delle Squadre delle Operazioni Speciali avevano fatto sdraiare per terra proni diversi operai e li insultavano e minacciavano con delle dichiarazioni razziste. Le ricordo che Nedim Turfent si trova nel Carcere ad Alta Sicurezza di Van. L’indirizzo: Erciş Yolu Üzeri 25. KM Yüksek Güvenlikli Kapalı Ceza İnfaz Kurumu Tuşba / Van. Sul sito del ministero della Giustizia dice che è aperto h. 24.

Nella sua prossima visita potrebbe andare a trovare anche Selahattin Demirtas, l’ex co-presidente del Partito Democratico dei Popoli (Hdp), si trova in carcere da circa 5 anni. Tra le accuse rivolte all’ex parlamentare c’è anche quella di «agire per conto di organizzazioni terroristiche». Già, in Turchia il concetto di “terrorismo” è un po’ scivoloso e viene usato parecchio. Mi scriva anche per questo, ho un bel po’ da raccontare. Le prove che ha utilizzato il procuratore per “incastrare” Demirtas sono molto interessanti. Un testimone anonimo di sopranome “Mercek” di cui le dichiarazioni contro Demirtas hanno trovato spazio nelle carte preparate dal procuratore, nonostante secondo il tribunale penale di Ankara questo testimone non sia mai esistito. Demirtas è accusato di aver svolto delle conversazioni telefoniche con alcuni “terroristi”, tuttavia i tabulati dimostrano che si tratta dei parlamentari del suo partito. Ah, tra l’altro si tratta di intercettazioni fatte in maniera illegale. Inoltre per condannare l’ex parlamentare sono stati utilizzati anche i suoi discorsi pubblici e registrati fatti dentro al Parlamento nazionale. Infine Demirtas è accusato di “incitare all’odio” per via di alcuni tweet. Tuttavia, è stato dimostrato che erano scritti da un account Twitter che non gli apparteneva, particolare che al procuratore non interessa. A proposito del procuratore, sono già dieci. Già: dieci procuratori e tutti quanti sono in carcere. Questo governo utilizza le carte prodotte da questi 10 procuratori che dalla magistratura sono stati accusati di «appartenere a un’organizzazione terroristica» e sono stati arrestati. Nonostante la Corte Costituzionale di Turchia, la Corte europea dei diritti dell’uomo e la sua Grande Camera, in tre tempi diversi, abbiano ritenuto puramente “politica” la sua detenzione, Selahattin Demirtas, l’ex co-presidente del secondo partito di opposizione che nell’ultima tornata elettorale ha incassato 6 milioni di voti, si trova tuttora in carcere. Sempre per la Sua prossima visita in Turchia, vorrei segnalare che Demirtas si trova nel Carcere Tipo F di Edirne, l’indirizzo è Umurbey Mah. Büyükdöllük yolu üzeri Ticaret Borsası yanı Merkez/EDİRNE.

Invece, se non volesse entrare nei centri penitenziari, Le proporrei di fare una visita a quei centinaia di professori che protestano da circa 100 giorni dentro il campus dell’università di Bogaziçi. Non so se Lei abbia sentito o meno, ma il presidente della Repubblica, il primo gennaio di quest’anno, ha deciso di nominare, ignorando le elezioni interne, un nuovo rettore. Ovviamente un outsider, iscritto al suo partito, pure candidato per diventare parlamentare. Una figura diventata molto discutibile anche a causa delle sue dichiarazioni dopo essere diventato rettore. Questi accademici con i loro studenti da mesi protestano e vengono bastonati, minacciati, insultati, arrestati, denunciati e maltrattati durante la detenzione. Nei confronti di queste persone è in atto un forte linciaggio mediatico e politico. Ovviamente anche in questo caso sono stati accusati di avere dei «legami con organizzazioni terroristiche», stavolta direttamente dal presidente della Repubblica. Di sicuro la Sua visita sarebbe per loro molto gradita. Il campus si trova nel quartiere di Bebek che appartiene al Municipio di Besiktas. Se chiede a qualche passante Le saprà indicare l’indirizzo esatto.

Infine, caro presidente del Consiglio, Le consiglierei vivamente di andare a trovare anche Berkin Elvan. Durante la rivolta del Parco Gezi, nel 2013, in località Okmeydani a Istanbul, Berkin è stato colpito alla testa da un candelotto sparato dalla polizia. Dopo 269 giorni di coma, il giovane ha perso la vita, aveva 15 anni. In un comizio elettorale, in quel periodo, il presidente della Repubblica era ancora il primo ministro del Paese e aveva pronunciato queste parole in merito al caso di Berkin e all’intervento sproporzionato della polizia: «Si tratta di un ragazzo che faceva parte delle organizzazioni terroristiche. Tutti si chiedono chi fosse a dare l’ordine alla polizia di sparare, sono stato io. La nostra polizia è stata leggendaria». Berkin Elvan dorme nel Cimitero di Ferikoy, si trova nel vecchio quartiere armeno in cui sono nato e cresciuto. Anche in questo caso, basta chiedere a un passante, glielo faranno vedere subito.

Caro presidente, Lei ha fatto un passo importante, ora è il momento di passare ai fatti. Altrimenti potrebbe perdere facilmente la sua credibilità, per un politico non sarebbe una cosa positiva. Facendo queste visite potrebbe dimostrare che in Europa ci sono anche dei leader che non sono solamente “preoccupati” per la situazione in Turchia e occasionalmente bastonano il regime a distanza, mentre quando incontrano “il dittatore”, si allacciano i bottoni delle giacche, firmano ogni accordo possibile e si fanno ricattare e umiliare. Io invece vorrei contare sulla Sua sincerità. Grazie.

Per qualsiasi cosa non esiti a contattarmi.

Distinti saluti

 

https://volerelaluna.it/mondo/2021/04/26/il-dittatore-turco-una-guida-per-il-presidente-draghi/

mercoledì 10 giugno 2020

La Turchia non è un paese per giornalisti - Arber Agalliu


L’invasione militare turca e l’attacco mirato nei confronti delle popolazioni curde nel nord della Siria ha riacceso i riflettori non solo sulla questione curdo-turca, ma anche sulle condizioni in cui versano gli oppositori politici del governo di Ankara.
Le proteste di Gezi Park del 2013 prima, e il fallito colpo di stato del 2016 poi, hanno mostrato il vero volto di Recep Tayyip Erdogan. La repressione del dissenso ha suscitato un’indignazione globale. Dopo i politici dell’opposizione arrestati, dopo i sindaci, giudici, capi dell’esercito, docenti universitari e tanti altri finiti in galera tramite dei processi di piazza, è giunto il momento della stampa. Sono centinaia i giornalisti turchi che vivono in esilio in Europa, le minacce e le pressioni continue non risparmiano neanche i giornalisti e corrispondenti stranieri in Turchia. Il conflitto nel nord della Siria ha mostrato la peggior censura applicata da Erdogan, perché il mondo non deve sapere e i giornalisti non devono raccontare quanto succede in quel fazzoletto di terra chiamato Rojava.
I bombardamenti dell’aviazione turca non risparmiano nessuno. Neanche donne e bambini, né i giornalisti schierati in prima linea per raccontare i conflitti, i morti e le ingiustizie.
Dopo tanto tempo, ho avuto l’occasione e il piacere di scambiare due chiacchiere con l’amico e collega di origine turca Murat Cinar, il quale da anni si batte per la libertà di stampa in Turchia e denuncia, in Italia e non solo, quanto accade nel suo paese natio.


da qui

venerdì 22 novembre 2019

Un turco, un curdo, un armeno - Murat Cinar



Oggi la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America ha approvato una proposta di legge che prevede il riconoscimento del genocidio armeno. 11 voti contrari e 405 favorevoli. La proposta è stata avanzata sia dai Repubblicani sia dai Democratici, adesso tocca al Senato decidere se questa può diventare una legge o meno.
Sia dentro sia fuori dalla Turchia in queste ore si parla molto di questa mossa. Gli Armeni sono stati utilizzati per l’ennesima volta come un elemento politico ed elettorale? La decisione degli USA è valida per creare ulteriori pressioni sul governo di Ankara? Oggi c’è bisogno di concentrarsi su un episodio di 95 anni fa mentre nel Medio Oriente sono già in atto altri genocidi? La società in Turchia reagirebbe bene o male?
Insomma le domande sono tante ed i dubbi sono anche legittimi. Tuttavia c’è un dato storico che non può essere ignorato: il nuovo percorso di vita che è stato avviato con la fondazione della Repubblica di Turchia contiene i residui di un crimine di massa. Finché non si faranno conti con il passato sarà sempre più consolidata una Turchia ricca di culture militariste, nazionaliste, fondamentaliste che legittimerà le guerre, i genocidi e i pogrom. Con l’augurio che sarà possibile fare questo resoconto partendo dalle basi della società civile in Turchia, esattamente come desiderava Hrant Dink, giornalista armeno assassinato 2007 a Istanbul.
In quest’ottica sarebbe necessario prestare attenzione a un breve racconto riportato dall’ex parlamentare e cineasta, Siri Sureyya Onder, che dovette spendere 7 anni della sua vita in carcere, per via delle sue attività politiche, durante la dittatura dei militari degli anni 80. Onder fu vittima di tortura sistematica durante la sua permanenza penitenziaria.
“Un Turco, un Curdo ed un Armeno entrano nel giardino di un Turco per rubare delle prugne.
Ad un certo punto il proprietario turco del giardino li vede e va da loro per chiederne conto. Prende, prima di tutti, l’Armeno, sollevandolo dal collo della sua camicia e gli dice: “Questi due sono musulmani” riferendosi al Turco ed al Curdo, “ma tu nemmeno musulmano sei! Con che coraggio mi rubi le prugne?”. Così riesce a picchiare l’Armeno mettendo da parte il Curdo ed il Turco per via della loro fede religiosa.
Poi tocca al Curdo. Il proprietario lo prende da parte e gli dice: “Quest’altro qua è Turco, diciamo che se lo può permettere, ma tu no! Come ti permetti di rubarmi le prugne?” Così mena anche il Curdo e lo sbatte fuori dal giardino. Poi tocca al Turco che aspettava il suo turno per essere malmenato. Il proprietario del giardino gli si rivolge dicendo: “Ma non ti vergogni? Hai fatto società con un Curdo ed un Armeno e mi hai rubato le prugne, vergognati!” Così mena anche il Turco e lo sbatte fuori dal giardino.
Così tre amici si trovano fuori dal giardino con le ossa rotte e facce piene di lividi. Ad un certo punto il Curdo chiede agli altri due: “Ma questo tizio come è riuscito a menarci tutti e tre?”. A quel punto il Turco risponde dicendo: “In primis, non gli avremmo dovuto permettere di picchiare l’Armeno”.
Oggi non è rimasto nessuno, in queste terre, a non essere malmenato perché non siamo riusciti a difendere (e non abbiamo voluto difendere), già all’epoca, uno dei popoli più antichi di queste terre anatoliche”.

lunedì 10 luglio 2017

Turchia, si conclude la Marcia per la giustizia - Murat Cinar

 

Dopo 24 giorni si è conclusa ieri pomeriggio la “Marcia per la giustizia”. Oggi si attende una manifestazione di massa a Istanbul.
Esattamente il 14 giugno un affollato corteo è partito dalla capitale della Turchia, Ankara, per arrivare fino alla capitale industriale del paese, Istanbul. Il giorno dopo l’arresto del parlamentare Enis Berberoglu, del CHP, il segretario generale del partito (Partito Popolare della Repubblica) ha comunicato in diretta televisiva che avrebbe dato vita a questa marcia.
Infatti così è stato e centinaia e migliaia di persone hanno camminato, giorno e notte, sotto la pioggia e sotto il sole cocente a 45 gradi. Sono partiti ogni giorno quasi all’alba e si sono fermati nel pomeriggio. Hanno camminato in tutto per 420 chilometri, facendo circa 600.000 passi, con una media di partecipazione oltre le 50.000 persone Ogni sera si dormiva insieme, nelle tende, in macchina, nelle abitazioni dei volontari o degli abitanti locali che sostenevano la marcia.
Il corteo, superando il record della “marcia per il sale” di Ghandi, è arrivato l’8 luglio a Istanbul. Secondo gli osservatori erano presenti più di 215.000 persone.
Ovviamente non sono mancate le azioni di protesta, provocazione e sabotaggio da parte di alcuni cittadini, ma anche da parte del Presidente della Repubblica e del Primo Ministro, che non hanno esitato a criminalizzare il corteo offendendo, umiliando, insultando, emarginando e minacciando i partecipanti.
Ciononostante il corteo è diventato sempre più grande e partecipato, coinvolgendo disoccupati, diversi partiti politici, operai precari, avvocati, donne vittime di violenza, giornalisti, accademici, parenti dei detenuti politici, associazioni non governative e collettivi degli studenti.
In località Maltepe, dove è detenuto il parlamentare Berberoglu, si terrà una manifestazione di massa per la quale tutte le sedi del CHP si sono preparate molto bene in questi giorni. Visti i precedenti, si temono provocazioni, attacchi e azioni di sabotaggio da parte dei sostenitori del partito al governo o delle organizzazioni terroristiche presenti in Turchia. Le misure di sicurezza saranno al massimo.
Alla manifestazione di oggi sono attese circa 2 milioni di persone. Un’azione di protesta nonviolenta e pacifica che sin dai primi momenti ha chiesto una sola cosa: “giustizia”. Una marcia senza precedenti e un gesto politico decisamente di massa. Il paese di domani magari non sarà totalmente cambiato grazie a questa marcia, ma come ha detto il segretario generale del CHP, Kemal Kilicdaroglu: “La Turchia si è strappata la camicia della paura che le era stata infilata a forza”.


qui i manifestanti visti dall'alto

martedì 25 aprile 2017

Lettera di Elif Gunay al padre

il giornalista Turhan Gunay, che, per un crimine chiamato libertà di stampa, di trova in galera in Turchia.
Gabriele Del Grande ci ha passato solo una settimana, anche lui colpevole di libertà di stampa, per sua e nostra fortuna non è turco, in questi tempi durissimi per quel paese.
Secondo Reporters sans frontieres la Turchia nel 2016 era al 151° posto nella classifica di 180 paesi per la libertà di stampa, peggio di Messico e Russia.

“La detenzione di mio padre e di altri dirigenti e giornalisti del Cumhuriyet compie quasi sei mesi.  Il sentimento di ingiustizia che cresce dentro di me per il fatto che le udienze sono state fissate a fine luglio è ormai in uno stato indescrivibile. Sapete che in questi momenti le persone cercano di aggrapparsi a quelle poche cose che ci sono dentro i fatti e cercano di vedere solo queste per tirarsi su. Ecco, questo è un racconto che ha quel gusto…
All’inizio della sua detenzione nel carcere di Silivri, mio padre aveva manifestato, tra le altre limitazioni, l’impossibilità di disporre di libri. Questa è stata la prima cosa di cui si lamentava quando incontrava gli amici durante le visite pubbliche. Per le persone come loro che hanno una vita praticamente costruita sull’abitudine alla lettura, ciò che subiscono crea un sentimento di reclusione per la detenzione ingiusta che vivono e naturalmente contestano. Soprattutto quando si tratta di mio padre, che per ben 26 anni è stato il direttore generale della catalogazione dei libri di Cumhuriyet, non credo che sia il caso di dire quanto sia vitale per lui l’atto di leggere.
All’interno del messaggio di Capodanno, anche durante la sua detenzione su Cumhuriyet, mio padre aveva ripetuto il suo storico augurio dicendo: “Buone giornate piene di libri”…
La biblioteca del carcere non è ben fornita e il diritto a comprare i libri dall’esterno è negato: abbiamo scoperto così che migliaia di detenuti sono privi di un diritto vitale come quello di leggere. Si vede che l’augurio storico di mio padre non ha mai raggiunto il carcere di Silivri.
In merito a questo problema, Canan Coskun, una delle giornaliste di Cumhuriyet, aveva scritto un articolo: “Una delle difficoltà dei nostri colleghi arrestati nell’ambito delle operazioni che mirano a silenziare il nostro giornale e attualmente detenuti nel carcere di Silivri è la mancanza dei libri”. Coskun dava spazio nei suoi articoli alle difficoltà espresse da mio padre in ogni visita pubblica, parlando attraverso la barriera di vetro.
L’articolo continua così: “A Silivri, i carcere più grande dell’Europa, ci sono 1.750 libri. Ogni cella ha diritto a un solo libro. Nel momento in cui i giornalisti detenuti richiedono un libro specifico presente in biblioteca la risposta è: ‘Lo sta leggendo un altro detenuto’, oppure ‘Non abbiamo quel libro’”.
Tuttavia è successo qualcosa di straordinario. Numerose case editrici hanno sentito la voce dei detenuti e di mio padre e hanno iniziato a donare dei libri alla biblioteca del carcere. Le scatole piene di libri sono partite per illuminare l’oscurità del carcere di Silivri. Successivamente sono stati gli autori a mandare i loro libri autografati e gli scaffali della biblioteca si sono riempiti di libri nuovi.
Purtroppo tuttora il numero di libri è ancora basso per un carcere così grande. E’ ancora assurdo limitare il diritto a leggere i libri, ma la biblioteca di Silivri sta crescendo. Inoltre i libri che arrivano in biblioteca ormai secondo la richiesta dei detenuti, finalmente vengono consegnati. Probabilmente migliaia di persone a Silivri stanno leggendo i libri che finora non avevano mai letto. Posso intitolare questa lettera come “La biblioteca che cresce di più in Turchia”. Si tratta della biblioteca del Carcere di Silivri. Magari non è davvero così, ma questo fatto è la speranza più grande che cresce dentro di noi, per cui per me è la biblioteca che cresce più velocemente in tutto il paese.
Mio padre e i suoi appassionati amici continuano a portare la loro luce ovunque vadano. Ormai esiste una biblioteca che cresce grazie a loro e Cumhuriyet illumina ancora un’altra volta le strade buie. E questo mi fa respirare un po’ di fronte a questa ingiustizia e a questa infinita attesa.
Oggi è il compleanno di mio padre. Che questo sia un regalo da parte mia per lui.
Con l’augurio di vedervi tutti con noi prima possibile…”


venerdì 8 luglio 2016

Chi sono i terroristi – Murat Cinar



Ormai è innegabile che lo Stato Islamico sia fortemente presente in Turchia. Nel Paese trova infatti diversi modi per arricchire le sue casse, si appoggia su diverse realtà per ottenere nuove adesioni e per mettere in atto i suoi progetti, utilizza il territorio nazionale sia per far transitare i materiali necessari alla sua lotta sia affinché i nuovi militanti possano transitare verso i territori occupati in Siria e Iraq. Infine l’Isis utilizza la Turchia come un palcoscenico mettendo in atto stragi con l’obiettivo di mantenere alto il livello della sua politica di terrore.
  Iniziamo analizzando alcuni fatti che proverebbero la presenza dello Stato Islamico in Turchia.
Nel 2012 il giornalista Isa Eren visita il campo profughi costruito nel villaggio di Apaydin, a 3 chilometri dalla Siria. Eren riesce a parlare con i militanti di un’organizzazione armata mossa da ideali religiosi: è il periodo in cui questo genere di organizzazioni si stanno pian piano staccando dall’Esercito Libero Siriano per agire indipendentemente. Uno dei jihadisti afferma: “Sappiamo che i nostri combattenti feriti vengono curati negli ospedali turchi vicino al confine. Noi non sapevamo come usare certe armi così ci hanno raggiunto dei combattenti dalla Libia attraverso la Turchia”.
Nel gennaio 2014, in due località diverse, Adana e Hatay, sono stati fermati alcuni tir insieme a qualche auto. Durante i controlli si scopre che a dirigere il viaggio dei tir, diretti in Siria, ci sono agenti dei servizi segreti turchi insieme a rappresentanti di un’organizzazione non governativa (IHH). I mezzi stanno trasportando armi. Nel luglio 2013 il quotidiano nazionale Milliyet sottolinea in un articolo che, secondo alcune fonti, in Turchia ci sono gruppi criminali che forniscono anche auto rubate a Isis e si parla di circa mille mezzi consegnati solo nel 2013.
Secondo il portale di notizie online HaberTurk, a Gungoren nella città di Istanbul, uno dei quartieri roccaforte dei voti verso i partiti conservatori, un’associazione non governativa (HISADER) – che reca il simbolo dell’ISIS all’interno del proprio logo – raccoglie aiuti “umanitari”. Nel giugno 2013, il giornalista Soler Dagistanli ha intervistato a Istanbul due famiglie i cui i figli hanno deciso di partire per la Siria e unirsi ai terroristi dell’Isis. Sempre nello stesso periodo il quotidiano nazionale Yurt ha fotografato un negozio in zona Bagcilar a Istanbul che vende abbigliamento con i simboli dell’Isis. Secondo il giornalista Nevzat Cicek le adesioni all’organizzazione dalla Turchia sono alte e maggiormente nelle città di Antep, Adıyaman, Bingöl, Mardin, Diyarbakır, Kırşehir, Konya, Ankara, İstanbul.
In questo periodo, per la prima volta, una figura istituzionale di alto livello ammette l’esistenza di relazioni strette fra Isis e Turchia. L’ex vice primo ministro Bulent Arinç durante l’inaugurazione della nuova sede dell’ong Ardev comunica che in Turchia, attraverso associazioni e fondazioni, l’organizzazione trova nuovi adepti.
Il giornalista Ilkay Celen si reca in località Dilovasi nella città di Kocaeli e parla con la famiglia di Ahmet, anche lui aderente all’Isis insieme ad altri otto amici. Secondo il padre di Ahmet poco distante da Karamursel c’è anche un campo di addestramento dove operano istruttori provenienti dalla Bosnia. Le persone intervistate da Celen dicono che ad aderire all’Isis siano per la maggior parte ragazzi giovani provenienti da famiglie povere.
Sakir Altas, governatore del villaggio di Candir, al confine con la Siria, nei pressi della città di Hatay, afferma che sia la gendarmeria ad agevolare il passaggio delle milizie dell’Isis verso la Siria e viceversa.
In un servizio di Ralph Sina, del canale televisivo statale tedesco ARD, nel quartiere Fatih a Istanbul, si mostra come l’Isis abbia un ufficio dedito all’assistenza dei jihadisti provenienti dall’Europa. Nel mese di settembre 2014 il giornalista Zafer Samanci intervista il padre di un altro giovane che ha aderito all’Isis e ritiene che siano circa 300 i giovani partiti per la Siria dalla sola città di Konya.
Il quotidiano Taraf sostiene che le cure mediche dei jihadisti dell’Isis vengano effettuate negli ospedali della città di Mersin. Una delle notizie pubblicate dal quotidiano nazionale Bild riporta l’esistenza di una relazione di 100 pagine presentata dai servizi segreti al governo in cui si notifica la presenza di sette arsenali dell’Isis in Turchia.
Il partito politico parlamentare Dbp (Partito delle Aree Democratiche) denuncia che nella città di Amed ci sono circa 400 associazioni che lavorano per l’Isis.
Secondo il parlamentare nazionale del Partito Popolare Repubblicano (Chp), Erdem Eren, in Turchia attualmente sono in atto 14 processi a diversi membri dell’Isis. Eren in un suo intervento parlamentare, fatto il giorno dopo l’ultimo attentato dell’organizzazione all’aeroporto di Istanbul, specifica come le carte di questi processi siano piene di documentazione che proverebbero il fatto che i jihadisti fossero seguiti dalla polizia già da parecchio tempo.
Uno dei ricercati nel processo sulla strage di Ankara, del 10 ottobre 2015, «I. B.» dopo 3 anni di detenzione per accuse terroristiche, abbandona la Turchia nel 2011 e aderisce all’Isis nel 2013. Secondo le carte del processo «I. B.» ha attraversato il confine per ben 12 volte in un anno. Come specifica anche il parlamentare nel suo intervento, «I.B.» è accusato di aver lavorato per l’adesione di circa 1800 persone allo Stato Islamico. I telefoni dell’accusato sono sotto intercettazione da parte della polizia dal 2013 e «I. B.» attraverso le telefonate fissa appuntamenti con altre persone per organizzare i viaggi. Nelle documentazioni del processo sono presenti circa altri 10.000 indirizzi intercettati in 2 anni. Tuttavia fino all’attacco terroristico consumato davanti alla stazione ferroviaria di Ankara non è stata effettuata nessuna operazione contro questo individuo e altri come lui accusati nel processo.
«H. B.» processato in uno dei 14 processi sull’Isis con altre 96 persone è stato rilasciato il 24 marzo del 2016. L’accusato non può abbandonare il territorio nazionale e per tre volte a settimana deve mettere la firma presso la caserma della polizia più vicina. Nel processo, composto da 315 pagine di accuse, «H.B.» è incriminato per divulgazione dell’ideologia dell’Isis in diverse località della Turchia e aver lavorato per creare sostegni logistici all’organizzazione. Inoltre «H. B.» è accusato di essere il cosiddetto leader dell’Isis in Turchia. Infatti secondo il quotidiano nazionale Taraf, in un intervento della polizia nel 2014 sono stati trovati diversi cd con riprese che appartengono all’accusato in cui egli specifica che dopo le operazioni in Siria l’obiettivo della sua organizzazione sia quello di “conquistare la città di Istanbul”. Un altro accusato del processo è «G. B.» arrestato nel 2015 perché in possesso di una serie di esplosivi e armi nella sua auto; anche «G. B.» è stato rilasciato nell’ultima udienza del 24 marzo.
Nel suo intervento in Parlamento, Erdem Eren, mostra la documentazione inerente alla banca dati dei militanti dell’Isis feriti in battaglia e curati in diversi ambulatori nella città di Antep in Turchia. Secondo Eren fra le carte del processo sulla strage di Ankara si nota come gli spostamenti di questi jihadisti siano stati osservati e documentati dalla polizia precedentemente.
Secondo un lavoro realizzato dal giornalista Firat Kozok del quotidiano nazionale Cumhuriyet, i fratelli Alagoz, due degli attentatori delle stragi di Suruç e Ankara, sono finiti nel mirino dei giudici e della polizia già dal 2013. Uno dei due fratelli, Yunus Alagoz, è stato convocato nel tribunale per un interrogatorio in cui ha confermato la scomparsa del fratello, Abdurrahman Alagoz, e la sua eventuale adesione a un’organizzazione armata. Tuttavia dopo l’interrogatorio Yunus Alagoz è stato rilasciato. Secondo le intercettazioni effettuate dalla polizia risultano dialoghi tra i due fratelli mentre si danno l’addio poco prima delle stragi.
Il 20 luglio 2015 Abdurrahman Alagoz si fa saltare in aria uccidendo 34 persone a Suruç. Il 19 ottobre 2015 la Procura della Repubblica ha confermato che uno degli attentatori della strage di Ankara del 10 ottobre 2015 fosse invece Yunus Alagoz.
Il 21 marzo 2016 in Siria è stato arrestato dalle Unità di Difesa Popolare (YPG-J) uno dei militanti dell’Isis più ricercati in Turchia, Savas Yildiz, accusato di aver pianificato l’attentato di Taksim-Istanbul del 19 marzo. In un’intervista/interrogatorio video diffuso su internet, Yildiz ammette di appartenere all’Isis, di essere un cittadino della Repubblica di Turchia e di aver oltrepassato parecchie volte il confine per entrare in Siria e Turchia. Secondo Yildiz il confine viene utilizzato così tranquillamente dai militanti grazie a un accordo tra l’Isis e il governo di Turchia. Infine Yildiz sottolinea un fatto molto interessante ossia quello di aver collaborato con gli agenti dei servizi segreti della Turchia per attaccare le diverse sedi del Partito Democratico dei Popoli in Turchia poco prima delle elezioni nazionali del 7 giugno 2015.
Lo Stato Islamico oltre a trovare nuove adesioni sul territorio nazionale della Turchia porta avanti anche un’attività economica notevole. Nel mese di marzo 2016 il parlamentare nazionale Idris Baluken ha avanzato una richiesta al governo per capire i dettagli di quei 12 milioni di attività commerciali fra la Turchia e la Siria, dato che le dogane di Akcakale e Karkamis sono ufficialmente chiuse e da circa 5 anni la Turchia applica politiche di embargo verso la Siria. Baluken che ha illustrato l’interruzione delle attività commerciali da quando queste due zone sono passate sotto il controllo delle YPG-J tuttora non ha ricevuto una risposta alla sua richiesta.
Ormai è evidente che l’Isis faccia parte della vita quotidiana in Turchia. Ci lavora e opera. Ci vive e cresce. Tuttora il sistema giuridico e le forze armate non sono stati in grado di impedire tutto questo. Inoltre il partito unico che governa e amministra il Paese da parecchi anni porta avanti un atteggiamento passivo, e irresponsabile nei confronti di obblighi o doveri, dovuto principalmente a pigrizia o insensibilità.
Dopo l’attentato all’aeroporto di Istanbul 3 partiti (HDP-MHP-CHP) su 4 presenti nel Parlamento nazionale hanno proposto di creare una commissione di ricerca per identificare i colpevoli dell’attentato e i loro legami in Turchia. La proposta è stata respinta con i voti dei parlamentari dell’AKP. Poco dopo l’attentato i gruppi parlamentari di questi tre partiti hanno diffuso comunicati di stampa condannando l’attacco terroristico. Tuttavia il gruppo parlamentare dell’AKP, dopo aver definito l’evento come un attacco terroristico, ha specificato che si tratta di un complotto che punta ad indebolire la Turchia e la sua stabile crescita.
La cultura della paranoia, dei complotti e la ricerca del colpevole fanno parte della cultura nazionale militarista in Turchia. Il capro espiatorio è uno dei fondamentali meccanismi utilizzato da parecchi anni dai diversi governi per identificare le ragioni e i responsabili dei problemi. Questi nei primi anni della Repubblica erano i Greci, poi negli anni 50 gli stranieri in generale, dopo tutti i non-musulmani. Dagli anni 60 fino a oggi “il problema” ha incluso progressivamente gli aleviti, gli armeni, i curdi e qualsiasi voce d’opposizione che abbia posto una critica al governo. Attraverso questo meccanismo non è difficile definire periodicamente “terroristi” o “traditori della Patria” tutti coloro che non stanno dalla parte del potere politico dominante. Questo è il caso dei tanti giornalisti che hanno provato a rivelare certi giochi, degli accademici che hanno firmato un appello per la pace, o ancora dei politici che hanno provato a svolgere un’attività alternativa oppure degli studenti universitari che hanno lottato per un futuro migliore: tutti soggetti accusati di “collaborazione terroristica” o di “propaganda terroristica” e rinchiusi in diversi centri di detenzione del Paese.
Mentre i veri terroristi riescono a circolare liberamente in Turchia come fosse il loro palcoscenico sanguinario, dall’altra parte chi si oppone al governo centrale con proprie idee e cerca di rivelare i segreti oscuri del Paese viene classificato come “terrorista”.