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mercoledì 26 agosto 2026

Sabbie – Gianni Caria

dopo La badante di Bucarest Gianni Caria racconta una storia dalla parte degli ultimi.

questa volta i protagonisti sono Pape, un venditore senegalese che lavora nelle spiagge del nord Sardegna, e Lu, una ragazza adottata dal Vietnam, anche lei lavora in spiaggia.

le loro vite sono piene di problemi, che mica si vedono con un ciao ciao in spiaggia.

Gianni Caria ci fa conoscere Pape e Lu, e non ce li fa dimenticare.

buona lettura (non solo in spiaggia)

 

 

…All’apparenza non potrebbero darsi due persone più diverse tra loro, unite solo dal fatto di percorrere avanti e indietro la stessa spiaggia, per lavoro. Ma l’apparenza, si dice, inganna: e Pape e Lu, i protagonisti di questa storia, hanno tanto da condividere. Pape, nato e cresciuto in Senegal in un quartiere povero della grande città, quand’era venuta al mondo la sorellastra Binette aveva deciso di fare qualcosa per sollevarla dal misero futuro cui era destinata, come le altre donne della famiglia e del loro ceto sociale. E si era arruolato nelle Guardie presidenziali per darle un’istruzione di alto livello e farle poi frequentare la facoltà di Medicina. Binette ha seguito solo in parte il percorso tracciato per lei da Pape, il quale, ormai da anni in Italia come ambulante, non conosce o finge di non conoscere le menzogne che la ragazza gli racconta da Dakar, facendosi passare per medico mentre in realtà lavora in un fast-food. Lu è nata in Vietnam, è diventata Lucia Enrica: cittadina italiana grazie a un’adozione internazionale.
Adesso è studentessa universitaria in crisi di identità e incapace di trovare un suo posto nel mondo. Si spaccia per cinese, convinta di saper effettuare massaggi rilassanti dopo aver sbirciato qualche video in rete. I segni del tragico passato di guerra del Paese d’origine che Lu porta fin nel corpo menomato e un viaggio in Vietnam con il padre adottivo le ricordano costantemente, come una condanna, da dove viene. Ma non l’aiutano a capire chi è, né cosa vuole davvero per sé. Cosa succederà quando queste due esistenze, così lontane e insieme così vicine, si incroceranno nella spiaggia lungo cui si trascinano giorno dopo giorno?

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…Attraverso l’uso dell’analessi, o flashback, le vite di entrambi, di cui non diciamo nulla per lasciare il piacere dello svelamento alla lettura, vengono messe a nudo. Scopriamo, così, che l’equilibrio e la trasparenza degli incipit, scelta dei termini che dimostra la precisione stilistica dell’autore, hanno a che fare con la verità e le bugie, con la fiducia e i tradimenti; che l’onestà e la coerenza non sono caratteristiche etniche; che l’uomo, nel senso di umanità, prova le medesime emozioni a prescindere dalla latitudine di nascita e che non sempre è in grado di controllare i sentimenti; che la comprensione della propria identità non è limitata ai tratti somatici o al luogo di origine. Scopriamo soprattutto che le relazioni all’interno della famiglia oltre a segnare per la vita possono portare a scelte radicali e decisioni irrevocabili, nel bene e nel male. Muoversi in equilibrio sulle dune sabbiose dell’esistenza e vedere oltre l’opacità dell’apparenza…

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mercoledì 24 giugno 2026

Vent'anni – Maria Rita Contu

Dopo Anna oltre il muro, in Vent’anni Maria Rita Contu racconta un’altra storia che inizia e finisce a Tertenia, questa volta segue le tracce di una famiglia che emigra in Lombardia e poi la storia di Arturo, un ragazzo che sceglie di diventare militare, e muore in un incidente aereo, con tanti morti, non troppo lontano dal punto in cui sono morti i passeggeri del Moby Prince, pochi decenni dopo.

La storia è raccontata con gli occhi e le parole di Marina, la sorella minore di Arturo, che spiega la gioia, per quanto possibile, di avere una nuova vita lontano da casa, e però dopo pochi anni il lutto per la morte del fratello oscura la vita della famiglia e spinge nel dolore senza vie d’uscita i suoi genitori.

Il dolore per la perdita di un genitore è poca cosa rispetto a quello di in genitore che perde un figlio, è contro la natura delle cose umane.

Maria Rita Contu ci mostra anche le fotografie di quella famiglia e del dramma di Arturo, non c’è niente d’inventato, ma non è un semplice documentario, la scrittrice entra nella storia, si immedesima in Marina, partecipa nelle vicende piene di futuro della famiglia Deiana, ma nessuno viene trascurato, neanche Giovannino Caria, il sommozzatore che muore nell’intento di recuperare dalle profondità del mare i corpi delle vittime.

E poi, come in un coro greco, silenziosa, ma presente, è la comunità di Tertenia.

Anche la seconda prova di Maria Rita Contu è positiva, col suo stile investigativo, senza effetti speciali, giustamente ritenuti non necessari.

ps: roprio in questi mesi un altro sommozzatore che cercava di recuperare cinque vittime italiane da una grotta, nelle isole Mauritius. Si chiamava Mohamed Mahudhee. La scrittrice ricorda commossa Giovannino Caria, ma nel nostro paese nessuno si ricorda di Mohamed Mahudhee.

I morti continuano a vivere finchè c'è chi li ricorda, Maria Rita Contu li ricorda e ce li fa ricordare.

domenica 21 giugno 2026

Tibi e Tàscia - Saverio Strati

un libro che racconta la storia dell'amicizia di Tibi e Tàscia, ma anche di tutti gli altri bambini e bambine del loro villaggio.

e però raccontando quella storia Saverio Strati racconta anche una storia di povertà estrema, ai limiti della sopravvivenza, di ricconi che sono i padroni delle terre, e di tutto, che sfruttano e insieme fanno i buoni, una storia politica, insomma, in una Calabria che non sembra uscire dal feudalesimo.

a Tibi e Tàscia (diminutivi di Tiberio e Teresa) non potrai non affezionarti, se ancora ti scorre il sangue nelle vene.

Tibi e Tàscia è un libro imperdibile, per grandi e non solo, dovrebbe essere un libro di testo per i bambini delle medie, come I promessi sposi e La Divina Commedia lo sono alle scuole superiori, finchè non saranno sostituiti da Il signore degli anelli.



 

Prefazione di Goffredo Fofi:

"C'è forse un altro romanzo italiano così fitto di dialoghi, così impastato di un presente diretto, di concreta quotidianità, di infantile (e dunque assoluta) verità? Ritorna Tibi e Tàscia di Saverio Strati, fitto di cose piccole e necessarie, uno dei più significativi romanzi del nostro Novecento e della letteratura che ha raccontato il mondo com'era, in particolare il mondo contadino. Quel che Tibi e Tàscia apprendono dell'esistenza - la natura e il lavoro, la terra e il paese, i simili e i diversi, i servi e i padroni, la fame e la festa, la prepotenza e l'amore, il femminile e il maschile - non è qualcosa che appartiene solo a loro, riguarda anche i loro coetanei e riguarda l'interezza dell'uomo, nello specifico dell'età del gioco e della scoperta. Ben pochi romanzi italiani sono paragonabili a questo, nella sua capacità di aprirci a un paesaggio completo e complesso, e però affrontato con la balda capacità dei bambini di farlo proprio, di acquisirlo ed esperirlo giorno per giorno, nel variare delle stagioni e nella costanza dei confronti. Questo «romanzo dell'infanzia» scritto da un giovane calabrese che ha potuto accedere agli studi (e all'emigrazione come scoperta e come possibilità) difficilmente chi oggi lo scopre potrà dimenticarlo. Questa scoperta sarà per lui qualcosa di più che la scoperta di un buon romanzo, bensì quella di uno dei più bei romanzi sull'infanzia che si conoscano, degno dei più grandi, ma con una sua diversità tutta nostra, tutta italiana".

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…Nell’interstizio tra l’infanzia e l’adolescenza, i bambini che non vanno a scuola restano soli tutto il giorno e s’incontrano a giocare nella piazzola. Tascia, ovvero Teresa Ventura, è vivace e linguacciuta, in perenne polemica con la madre e il fratello maggiore e sempre protetta dal padre, che ha un debole per lei. Le pesa accudire il più piccolo dei suoi fratelli, Ciccio, di due anni, e dover fare piccoli servizi, come prendere l’acqua alla fontana e accendere il fuoco per cuocere i legumi per la sera, ma i suoi doveri non le impediscono di passare buona parte del suo tempo a giocare a nocciole. Quando accumula castelli («un castello è composto di quattro nocciole»; e lei arriva anche a cento) si sente «la più ricca di tutte le ragazze del mondo». Tibi, ovvero Tiberio Fideli, orfano di padre, è andato a scuola «sino alla terza, sino a due anni fa. Poi mia madre non mi ha più mandato a scuola, perché non aveva i soldi per i libri e per la tessera. I libri costano molto, lo sai tu? E per la tessera il maestro pretendeva cinque lire e mia madre mai aveva da darmele.» L’incontro tra Tascia e Tibi apre la solitudine dei due ragazzini ad una condivisione non solo di giochi e di piccoli lavori ma di pensieri ed emozioni: «Andavano alla fontana assieme e parlavano di tante cose: di Dio, del cielo, delle stelle, degli uccelli e del mare, dei loro amici, parlavano.».

La loro voglia di giocare e ancora giocare è attraversata dalla consapevolezza, venata di malinconia, che, questo, sarà il loro ultimo Natale spensierato: si appresta per entrambi il tempo del lavoro: che è sì, diventare grandi, ma, anche e forse soprattutto, essere sotto il giogo di una fatica senza respiro…

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martedì 16 giugno 2026

Getsemani – Francesco Abate

in una lottizzazione chiamata Getsemani, praticamente un paesetto, tutti si conoscono e sono spesso brutte persone, la vita normale, insomma.

Fabrizio De André già cantava Qualche assassinio senza pretese lo abbiamo anche noi qui in paese, anche se non conosceva Getsemani la conosceva comunque.

Francesco Abate ci fa conoscere tutti gli abitanti, o quasi, e tutto quello che c'è sotto la superficie.

il libro è come un puzzle, dove pagina dopo pagina il disegno diventa chiaro, tragico e anche squallido, così è la vita, così è Getsemani.

se qualcuno si ispirasse al libro per un film credo che i fratelli D'Innocenzo sarebbero i candidati più titolati.

buona (tragicomica) lettura.

 

 

 

In una città del Mediterraneo, nel luogo dove un tempo sorgeva un uliveto secolare, una lottizzazione selvaggia ha creato un quartiere residenziale, chiamato Getsemani: villette, prati all’inglese, qualche piscina, macchine vistose, un centro commerciale e, ovviamente, una minuscola banca. Ed è proprio qui che inizia il romanzo: con un tentativo di rapina e una donna armata che tiene sotto tiro tre ostaggi. Ma se esiste un posto in cui l’apparenza non risponde mai alla realtà quello è Getsemani: la scena della rapina rappresenta infatti, emblematicamente, la “vocazione” del quartiere, dove il tradimento è la norma. Con un gioco di flash back, l’autore ricostruisce le vicende dei vari personaggi: chi ha fatto fortuna ma rischia di perdere tutto, chi ha cercato di riscattarsi da una gioventù ai limiti della legalità ma che alla fine ci ricasca, chi per amore accetta l’inaccettabile Vite che s’incontrano e si scontrano, offrendoci uno spaccato di un dolente realismo: il ritratto di una società senza ideali o incapace di perseguirli, votata al compromesso, destinata comunque a perdere o a perdersi. Quasi una discesa agli inferi in un quartiere che già dal nome non può promettere niente di buono: ”Sul Monte degli Ulivi, nell’orto del Getsemani, un angelo offre a Gesù l’amaro calice della Passione”.

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Dopo aver letto Getsemani ho pensato a tutte le persone che incontro ogni giorno. I loro vizi e le loro debolezze sono disegnate in questo libro con un accurato cinismo e colorate da un ironia esaltante Bellissimo!

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Se volete un consiglio, compratelo. Compratelo perché: 1) è un ritratto impietoso della nostra realtà. C'è un po' di ognuno di noi in tutti i personaggi, perfino nei più biechi, è inutile nasconderlo. 2) è scritto molto bene, incalzante, non ti lascia un attimo di respiro. Anche il più innocuo dei protagonisti, quello più sfigato, è raccontato con un ritmo serrato. 3) perché dopo il cattivo cronista abate è tornato alla suo cinismo ironico

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Sconvolgente. Si può dire così di un romanzo? per me è stato così: all'inizio confesso di aver perso la bussola e di essere tornato indietro più volte. poi l'illuminazione, tutto al posto giusto. E bravo l'autore che mi ha fregato e mi ha lasciato due notti con gli ochi aperti sul suo libro. Compratelo e poi mi direte

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martedì 9 giugno 2026

Il selvaggio di Santa Venere - Saverio Strati

nel 1977 Il selvaggio di Santa Venere vinse il premio Campiello. 

è un libro che racconta storie di poveri di Calabria, dopo la seconda guerra mondiale c'è solo povertà e le sirene delle città incantano i giovani, destinati a una vita di fatiche, dappertutto.

resistere nella propria regione è molto difficile, la 'ndrangheta alza la testa e le armi contro le vittime che provano a resistere.

le storie raccontate nel libro non possono lasciare indifferenti, è un libro vivo, necessario per capire il sud dell'Italia e i suoi drammi.

pare che un libro di poveri non sia stato accolto bene dai giurati del premio, forse speravano nella vittoria di qualche noioso romanzo sulla borghesia.

Saverio Strati è uno scrittore da riscoprire, la casa editrice Rubbettino ha meritoriamente ristampato i libri dello scrittore, ormai introvabili.

 

 

 

…Il romanzo è a tre voci. Tra queste, la più interessante è quella di Dominic, figlio di Leo e nipote di don Mico. Lui è il giovane che fugge dalla Calabria, che vede la sua terra come una fossa antiquata nella quale si muore, verso cui prova rabbia e rancore, in cui l’arretratezza culturale e la ‘ndrangheta sono dei tumori inestirpabili. Lui è fuggito al Nord, qui lavora, qui progredisce e vede che il mondo è diverso. Qui i contadini sanno sfruttare la tecnologia per produrre di più e per lavorare di meno, perché non di solo lavoro vive l’uomo; qui non esiste la criminalità organizzata, qui si campa indubbiamente meglio, eppure Dominic è sempre attratto dalla Calabria, la nostalgia per la terra natia è forte. Leo, il padre, il selvaggio di Santa Venere, aveva saputo vivere in armonia con la natura aspra, aveva anche fatto delle fesserie, ma poi si era redento. Come don Mico aveva iniziato a zappare e a lavorare senza sosta, a pensare in grande, ma rispettando quella terra generosa e protettiva. Leo è quindi un candido selvaggio, un buono che crede nell’intelligenza e alla volontà, ma agli occhi del figlio Dominic, appare come una mosca bianca, un eroe solitario e stolto, un uomo che combatte contro i mulini a vento e che prima o poi deporrà le armi…

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…Senza salti spettacolari, ma con gli occhi sempre all’altezza dello sguardo attanziale, Il selvaggio di Santa Venere racconta una storia del sud che ha frammenti in comune con tante altre storie narrate da Melville come da Verga, da Pirandello come da Tozzi, da quei suoi personaggi di Con gli occhi chiusi, in cui il tutto o niente della cattiva letteratura lascia il posto alle infinite sfumature di una vita arcaica che può conoscere lo sprofondamento nella violenza ancestrale oppure la salvezza nel coraggio di diventare, non solo predicare, un nuovo uomo, senza luccichii o trionfalismi, dalla parte stessa di una vita che è quella di ciascuno di noi. Semplicemente. E magistralmente; dono di un grande scrittore da non lasciare oscurare dalle mode e dai tic mediatici, che ha avuto il coraggio di scrivere unicamente ciò che sapeva e aveva vissuto di persona.

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… Le più interessanti sono Il selvaggio di Santa Venere, romanzo che vinse il Premio Campiello ma che venne ignorato dalla critica, e I cari parenti. “So bene che il mio successo ha dato fastidio a molti letterati di potere” – dirà Strati in una sua intervista del settembre del 1977 concessa a Stefano Lanuzza – “Una vera beffa che, tramite il loro premio borghese, io abbia avuto il modo di farmi conoscere dal grande pubblico. I giudici del Campiello non avevano immaginato che il mio libro potesse vincere il premio: altrimenti non lo avrebbero ammesso nemmeno nella cinquina finalista. Ho visto il disappunto e la contrarietà dipingersi sul viso di tanti notabili del mondo letterario. Questo come puntuale conseguenza del paternalismo imbarazzato che può accompagnare il non poter fare a meno di mettere nella rosa finale l’opera d’uno scrittore proletario del Sud, pubblicato da un grosso editore. Nessuno dei signori suddetti si è degnato, dopo l’assegnazione del premio, non dico di complimentarsi con me, ma anche solo di dichiarare la propria adesione al mio libro. Con divertimento, ho assistito al ridicolo mimetismo di gente che evitava di salutarmi per non compromettersi…”.

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…Proviene da una famiglia molto umile: i genitori sono «mastri-massari », come egli li definisce, il padre muratore e la madre sarta. Dopo vent'anni passati a lavorare a fianco del padre, nel 1945 intraprese gli studi tanto amati tramite un maestro elementare del paese.  
Nel 1946 comunicò ai genitori di volersi preparare per conseguire la maturità  classica; ebbe un primo insuccesso come privatista, ma grazie all'aiuto economico di uno «zio d'America » riuscì a continuare i suoi studi presso il Liceo Galluppi di Catanzaro.  
Nel 1949 si iscrisse all'università  di Messina; prima in Medicina, ma dopo due mesi ottenne il passaggio a Lettere. Sono anni fondamentali: ha modo di conoscere il critico letterario Giacomo Debenedetti e di seguire le lezioni su Verga, Pascoli e Svevo.
Nel giugno del 1953 a Caraffa del Bianco avvenne il primo incontro con Corrado Alvaro, fortemente voluto da Strati e che portò a un rapporto di stima e curiosità  reciproca; in occasione di una visita a Roma, nel 1955, lo scrittore lo incoraggiò a inviargli alcuni articoli per una rivista sulla Calabria, e solo per calabresi, che aveva intenzione di fondare. Il progetto non vide mai la luce poiché Alvaro morì nel giugno 1956.
Nel settembre del 1953 si fermò a Roma ospite di Debenedetti. Partì subito dopo per Firenze per preparare la sua tesi di laurea sulle riviste fiorentine del primo Novecento. Una tesi che non verrà  mai completata perché preferì dedicarsi, soprattutto, a correggere il suo primo romanzo,  La teda,  e  ad affermarsi come scrittore. Nel febbraio del 1954 entrò in contatto con i principali esponenti della cultura fiorentina, tra cui Corrado Tumiati, redattore de «Il Ponte », su cui apparve il suo primo racconto,  La quercia. Continuò a collaborare per questa e altre riviste come «Il Nuovo corriere » e «Paragone ». Nel 1956 la Mondadori pubblicò  La Marchesina, la sua prima raccolta di racconti, proposta da Debenedetti allo stesso Alberto Mondadori. Nel 1957 fu data alle stampe  La teda…

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venerdì 29 maggio 2026

Mia madre e altre catastrofi - Francesco Abate

dopo la yiddish mame nelle storielle ebraiche di Ferruccio Folkel e Moni Ovadia, e nei film di Woody Allen, arriva sa mama sarda, nelle pagine di Francesco Abate.

è un libro strepitoso, non privatevene.

buona (materna e filiale) lettura. 


 

Primo libro che leggo di Francesco Abate e, tagliando la testa al toro, vi dico subito che l'ho adorato. Mia madre e altre catastrofi è un libro frizzante, spiritoso, divertente, ma soprattutto è scritto con il cuore e al cuore parla.
Nelle pagine di questo volume Abate ci racconta di sua madre e del rapporto speciale che li lega attraverso capitoli tematici disposti secondo un ordine temporale che dall'infanzia arriva al presente.
Particolare è lo stile che caratterizza quest'opera che non è un racconto in senso classico, ma si sviluppa attraverso piccole scenette, brevi dialoghi, mostrando, più che raccontando. Non a caso il libro nasce da una serie di stati postati su Facebook dall'autore e in qualche modo ne mantiene la natura.
Ciò però che mi è davvero piaciuto di Mia madre e altre catastrofi è che nonostante si presenti come una lettura leggera, disimpegnata, in realtà racconta una storia autobiografica che non è priva di difficoltà: dalle ristrettezze economiche, alla malattia del padre a quella dello stesso autore. Eppure nonostante  i dolori, le perdite, i problemi lo stile di Abate non cambia, mantiene la leggerezza e l'autoironia che fanno di questo libricino qualcosa di davvero speciale…

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…Il libro è strutturato con una serie di scenette familiari una più esilarante dell’altra, in cui i problemi della quotidianità, che si avvertono sullo sfondo, sono tanto grossi e imponenti, quanto sminuiti e quasi ridicolizzati per mettere in evidenza gli aspetti belli della vita. E mamma Mariella non rinuncia mai alle sue passioni, alle sue amicizie, alle sue passeggiate al mare. Non è il quadretto della mamma perfetta, non è la mamma dolce che prepara squisite colazioni ai suoi figli, non è la mamma che dedica tutto il suo tempo alla famiglia, ma è una persona che ama la vita e la fa amare anche agli altri…

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giovedì 12 febbraio 2026

Works - Vitaliano Trevisan

leggo con un enorme ritardo Works.

è una sorpresa leggere un libro working class dei più stupefacenti, Vitaliano racconta la sua vita lavorativa, i suoi lavori e lo schifo che gli hanno fatto, tranne il lavoro più pericoloso, quello di lattoniere.

la penna, il ritmo, le osservazioni, i conflitti, le sfumature sono proprio quelle dello scrittore, scomparso prematuramente e tragicamente (qui un ricordo).

e quando arrivi all'ultima pagina ti dispiace che il libro sia già finito, merito di Vitaliano Trevisan.

un libro da non perdere, promesso.


 

 

 

«Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, Perché non mi lasciano andare alla deriva in pace? Diventare un barbone. Una delle possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora. Poi non ho coraggio. Mi viene in mente mio padre, il poliziotto Arturo, e la sua divisa, sempre impeccabile; e mio nonno, la dignità con cui indossava il suo vestito da festa. Assurdità che sempre mi ritornano. L’origine è un vestito che uno non smette mai».

Il lavoro come condanna e perdizione, il lavoro come cellula primordiale dell’organismo umano, il lavoro che marchia anima e corpo di un’intera vita.

Con una scrittura originale come un classico pezzo di jazz, che ne ha fatto uno degli autori italiani piú importanti della sua generazione, in questo romanzo autobiografico Vitaliano Trevisan racconta il lavoro nel luogo in cui è una religione, il Nordest, dagli anni Settanta fino agli anni Zero. E attraverso questa lente scandaglia non solo le mutazioni del nostro Paese, ma la sua stessa vita: il fallimento dell’amore, i meccanismi di potere nascosti in qualunque relazione, la storia della propria e di ogni famiglia, che è sempre «una storia di soldi»…

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...Procedendo in questo libro si ha l’impressione di trovarsi dinanzi a un’entità mentale vastissima, capace di rinomimare la realtà e darle forma attraverso le proprie strutture, a loro volta filtrate grazie a un bagaglio culturale del quale non si intravede la fine: dalla citazione lettraria, alla proposizione secca, teatrale, in inglese, allo slang dialettale, alla coloratissima bestemmia in vicentino, tutto si fa elemento narrabile, tutto concorre a mantenere coesa la mole estenuante delle “cose da dire”, riprese e troncate a metà senza apparente criterio nel corso del libro, con continui salti temporali e un periodare di respiro amplissimo.

Ci sono delle evidenti manie, addirittura confessate, in questa iper-dilatazione del fatto personale, in questa attenzione quasi ossessiva a sè, a tutte le cose pensate dal sè, esperite dal sè, ricondotte al sè: ma una voce così sicura, così riconoscibile, così ironica e conversatrice fa rientrare a pieno titolo Works nel novero delle opere letterarie, e ricorda la veracità sanguigna di certe “vite” di artisti, come quella di Benvenuto Cellini.

Del resto, e lo dice Trevisan in persona, «scrivere un libro è un po’ come cantarsi una canzone, a quale tonalità e tempo non importa; l’essenziale è essere intonati e a ritmo con se stessi».

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VITALIANO TREVISAN: IL CALVARIO DI UN DISSIDENTE - Gianni Sartori

All’età di 61 anni è morto lo scrittore vicentino Vitaliano Trevisan. Attore, drammaturgo e uomo dai mille mestieri.

Perennemente afflitto dal pericoloso sogno dell’autenticità.

Di Vitaliano Trevisan, pur conoscendolo di fama (inevitabile a Vicenza), in passato non mi ero voluto interessare più di tanto. A parlarmene erano state persone – buone, brave, colte, di sinistra e beneducate – ma, dal mio punto di vista, comunque “borghesi”.

Anche se negli ultimo tempi si era trasferito in una contrada di Alta Collina (eccessivo definirla “Montagna”, stando ai miei parametri e conoscendo bene le Prealpi venete), scherzando ma non troppo, lo definivo un “Mauro Corona di pianura”. Quella pianura del Nord-est, inflazionata di capannoni, impestata lavoro nero e inquinamento che lui aveva raccontato, descritto e smascherato nei suoi imperdibili libri.

Ossia – credevo allora, sbagliando – un “personaggio” folcloristico, pittoresco e deviante quanto basta. Falsamente “autentico” e “genuino” come in genere piace appunto a certa borghesia progressista.

Solo pochi mesi fa, intervistando un vecchio compagno, impegnato da una vita non solamente nel “sociale”, ma nella lotta di classe (Luciano Orio), mi era stato citato in relazione agli incidenti (omicidi) sul lavoro. Nel suo “Works” (Einaudi editore) Trevisan denunciava apertamente quello che magari conoscono in molti, ma su cui in genere si preferisce stendere un velo pietoso. Ossia sul fatto che dai macchinari di lavorazione (laminatoi, presse, macchine utensili…) – per aumentarne la produzione ovviamente – spesso viene disinnescato il sistema di sicurezza. Con le ovvie conseguenze: arti amputati quando va bene, corpi maciullati nell’altro caso. In quantità – e qui ci sta – industriale.

Lessi il libro e verificai quanto mi aveva segnalato Luciano.
Ma scoprii anche altro.
Intanto il fatto che – come il sottoscritto anche se in anni diversi – Vitaliano Trevisan aveva lavorato come facchino alla Domenichelli di viale Torino nei turni di notte.
Anzi, avevo anche colto una variante. Da parte sua non considerava quel lavoro, (notturno e in nero, tanto per la cronaca) particolarmente gravoso e parlava di turni di otto ore.
Personalmente, confrontandolo con altre mie esperienze simili (nelle celle frigorifere della Ederle, alla Veneta- Piombo, i traslochi…), lo ricordavo comunque abbastanza pesante. Anche perché all’epoca di giorno cercavo di frequentare l’università, al punto che ricordo di essermi appisolato più di qualche volta in piedi, appoggiato al carrello nella ripetitiva spola tra i camion e il deposito.

Non solo. Mi sembra proprio di ricordare, nella prima metà degli anni settanta i turni erano di dieci ore, non di otto. Con una “pausa- pranzo” (un panino portato da casa) di venti minuti, mezz’ora.
E’ possibile naturalmente che in seguito (seconda metà degli anni settanta, quando toccò a Trevisan scaricare e stivare) le cose fossero cambiate. Come avvenne – questo lo avevo verificato di persona – nel settore traslochi (grazie anche all’impiego di elevatori che permettevano, per esempio, di non dover portare sulle spalle, da soli, pesanti frigoriferi per diversi piani di scale).

E poi in “Works” raccontava a sua esperienza in un territorio che conosco bene, il Basso Vicentino.
Quel pezzetto di Riviera Berica sdraiato ai piedi dei Colli Berici che operatori turistici e amministrazioni comunali si ostinano a descrivere come bucolico, con paesaggi (ormai è un classico, non si nega a nessuno) “mozzafiato”. Nonostante la pianura sia quasi completamente cementificata (oltre che inquinata, vedi la A31) e sui Colli proliferi di giorno in giorno la metastasi delle ville e villette di borghesi grandi, medi e piccoli che “amano la Natura” (senza peraltro esserne corrisposti). Costruzioni talvolta semiabusive (tipo sedicenti ”depositi attrezzi” provvisti di colonnato esterno – “pompeiane” – e piscina), case di 2-3 cento metri quadri dove prima c’era soltanto “el staloto del mas-cio”. A spese del paesaggio e degli ecosistemi.
Ma comunque qualcosa c’era – e c’è – a mozzare letteralmente il fiato: gli innumerevoli capannoni dove languiscono segregati a migliaia i polli da allevamento. E la puzza – come scriveva chiaramente Vitaliano – si sente, eccome. Anche da lontano.
Pur senza volersi soffermare sulla sacrosanta compassione per quelle povere creature imprigionate (rileggersi in proposito quanto scriveva Eugenio Turri sugli analoghi allevamenti nei Lessini), pensiamo soltanto a cosa sta accadendo proprio ora in Veneto con l’epidemia di aviaria e lo sterminio di milioni di volatili.

Ma quello che più mi rode è il modo in cui sembra se ne sia andato. Dopo un ricovero psichiatrico formalmente “volontario”, ma in realtà sotto il ricatto di un TSO.
Ora, mi chiedo, è mai possibile che una persona con il suo livello culturale, con un così alto grado di consapevolezza (esistenziale, sociale, politica…) derivata dall’esperienza vissuta, non certo dagli studi accademici (anche se la sua preparazione letteraria era ottimale) sia stato trattato in tal modo?

Non so se – come aveva azzardato qualche vicentino – Trevisan fosse veramente da considerarsi il maggiore tra gli scrittori attuali della Penisola. Ma sicuramente è lecito interrogarsi in proposito. E uno così, su cui ora tutti spandono lacrime e tessono lodi, è stato rinchiuso come un pericoloso demente?
Nei giorni immediatamente successivi alla sua morte disperata, in molti lo hanno ricordato con commozione.
Alimentando tuttavia l’idea che comunque il Trevisan era (a scelta): depresso, fuori di testa, predisposto al suicidio….

Invece di esprimere rispetto non solo per lo scrittore, ma anche per un uomo che ha saputo esplorare il lato oscuro (o forse meglio: non del tutto colonizzato) dell’animo umano. Con estrema lucidità, andando ben oltre la propria sofferenza personale e le proprie (indiscutibili) contraddizioni. Arrivando a un alto grado di consapevolezza dei rapporti umani e – più ancora direi – dei rapporti sociali in una società capitalista (lui che tra l’altro, se non forse negli ultimi tempi, non si considerava di sinistra, “non di questa sinistra almeno”).

Un esempio, un modello per come si possa affrontare la tragicità della vita senza soccombere, rielaborandola.
A meno che – ovviamente – non intervenga qualche fattore esterno (in stile santa inquisizione) a disciplinare, omologare, addomesticare, “guarire”…

Chissà come è andata veramente. Ma rimane il dubbio che senza l’umiliazione di quel ricovero formalmente volontario, ma in realtà coatto, forse – dico forse – ne sarebbe uscito ancora per conto suo, magari con un altro libro o andando in giro per i boschi…
In questo momento mi vengono in mente altre persone (Majakóvskij Pavese, Debord, André Gorz, Paolo Finzi…), con storie e motivazioni diverse, ma cheavevano compiuto la medesima scelta estrema del Trevisan. Travolte forse dal disgusto per la mediocrità, la miseria spirituale di un mondo che incatena i dissidenti e imbavaglia i poeti (talvolta non solo metaforicamente) imbalsamandoli poi da morti.
Così come mi vengono in mente “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, Walter Benjamin (letteralmente braccato) e la tragedia (l’assassinio si può dire?) di Mastrogiovanni.

In fondo anche Vitaliano Trevisan era un soggetto scomodo, indigesto, non compatibile. Magari letto, apprezzato, recensito e premiato…ma comunque alla fine segregato e umiliato.

Niente di strano se uno come lui (un intellettuale, ma anche “uomo d’azione”) avesse deciso di mandare il mondo, questo mondo, a fare in culo.

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…Pochissimi sono i romanzi italiani che hanno la forza dirompente di “Works”. Il coraggio di squadernare davanti agli occhi del lettore le ipocrisie, le falsità, i fasulli mascheramenti a cui la società non sa sottrarsi. E Vitaliano Trevisan non arretra mai, non si fa cogliere da tentennamenti nel raccontare il coinvolgimento attivo del suo alter ego nel consumo e nello spaccio di droga. Non tentenna quando deve esternare la sua convinzione che prostituirsi è un lavoro come gli altri, se viene svolto per libera scelta e non sotto minaccia, dietro coercizione (e non è forse la scrittura, si chiede, “far commercio di sé in altra forma”?). Non si dimentica di dire forte e chiaro che gli incidenti sul lavoro, le frequenti morti nei cantieri, non sono episodi isolati, dettati dalla sfortuna. Ma conseguenza diretta e inevitabile del modo stesso in cui le persone sono costrette a stare sospese nel vuoto, sulle impalcature, oppure a sollevare pesi immani.

Il lavoro, raccontato da “Works”, assume i connotati della condanna riservata all’uomo nel suo percorso terreno. Una sorta di pena da scontare subito, qui e ora, visto che della vita ultraterrena non c’è certezza. Ma trovarsi un’occupazione, incassare una paga e non perdere tempo, diventa anche un obbligo fisico e metafisico. Per non trovarsi ai margini della comunità umana, per non cedere alla tentazione di trasformarsi in un’entità invisibile agli occhi dei “normali”.

Attraversando il tempo e la spazio di una vita scandita dal lavoro e dai sogni, dagli amori finiti male e dalle amicizie sfociate in tradimenti, dai progetti di scrittura, dai successi interlocutori e dalle cocenti delusioni, Vitaliano Trevisan non si lascia mai tentare dall’imboccare la scorciatoia dell’opportunismo. Non sceglie nemmeno in una sola riga di imboccare la strada del quieto vivere. In “Works” impallina intellettuali e scrittori con nomi e cognomi. E non nasconde, quando parla di sé, che la sua scrittura è sempre stata dettata da quel senso di melanconia, straniamento, solitudine, che si è portato dentro per tutta la vita. “Disperazione, è per questo che scrivo, vale ora e valeva allora, mentre tornando verso casa ero caduto di nuovo nel buco nero di questi tristi pensieri, che sempre accompagnano il fallimento del momento, buco nero che ovviamente, col passare del tempo diventava sempre più profondo e sempre più nero”.

Il Veneto di “Works” non è di certo quelle delle commedie goldoniane. Nelle parole di Vitaliano Trevisan assume la fisionomia di uno scosceso baratro umano. Dove le ragioni dell’industrializzazione, della produzione, del profitto e del guadagno, hanno devastato la politica, desertificato i rapporti sociali, modificato il territorio fino a umiliarlo e stravolgerlo, isolato le persone spingendole verso la depressione.

È forse questo l’aspetto più inquietante e bello del libro. Non c’è una sola riga di “Works” in cui Vitaliano Trevisan si lasci andare alla tentazione di consolare i suoi lettori. Per quasi 700 pagine, mai lo scrittore concede sconti a quel mondo che ha guardato da vicino. Fino a non poterne più.

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venerdì 9 gennaio 2026

Istruzioni per diventare fascisti - Michela Murgia

da quando, sembra troppo tempo, governano gli eredi dei fascisti, che per la proprietà transitiva amano il fascismo, vedere e ascoltare arroganza e disprezzo nei loro volti e nelle loro parole (ma anche in quelle di altri) il libro di Michela Murgia è prezioso per capire il presente (e, purtroppo, il futuro).

buona (indispensabile) lettura.



 

 

Fingendo di trascinare il lettore verso un’ideologia fascista, Michela Murgia, ne mostra tutti lati, da quelli palesi a quelli meno evidenti.
L’autrice, con la dialettica  che già abbiamo potuto apprezzare in Chirù, va al dettaglio: chi mai al giorno d’oggi oserebbe definirsi fascista? Meglio girarci intorno, usare altri termini senza intaccarmela sostanza. C’è il “capo”,  che non ha di fronte  un “avversario”, mail “nemico”. Un nemico che, non avendo identità precisa, magari è da ricercare in alcune categorie fragili piuttosto che in altre.
Michela Murgia  sembra voler dare una sferzata a chi, sonnolento, non crede  che  il modo di pensare e di  parlare di alcuni politici  possa avere dei risvolti sociali molto   pericolosi.  Perciò non è un libro che possa incontrare il favore di tutti i lettori ma,  anche nel dissentirne, può far riflettere.

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…Istruzioni per diventare fascisti è un’opera raffinata, coraggiosa, anche se non esente da rischi: l’autrice stessa sembra rendersene conto quando scrive, nel primo capitolo: “A forza di sentirselo dire sarà naturale per chiunque arrivare alla conclusione che la concentrazione di potere nelle mani di un uomo forte che sa quel serve sarebbe molto più efficace che far esprimere continuamente sul niente un paese debole”. Appunto. A forza di sentirsi ripetere quanto è smidollata, corrotta e sbagliata la democrazia uno può arrivare a dichiararsi d’accordo. E quindi entrare in empatia con la fascista, nonostante tutto.

Oppure la vera natura del fascista: la docente non ne fa cenno. E come potrebbe? Dovrebbe entrare in una fase di autoanalisi politica. E mentirebbe, come sempre. Eppure il fascismo non è un’entita astratta, non vuole conquistare il potere per un’ideale o per il “suo” popolo. I fascisti sono, fin dalla nascita, dei mercenari creati dalle classi dominanti per i lavori sporchi. Da noi sono nati come sicari al servizio dei latifondisti per picchiare e uccidere i braccianti in sciopero. In Germania sono stati il braccio armato dei grandi capitalisti (gli Junkers), desiderosi di uscire dalla depressione delle guerre perdute e di riprendere il dominio del mondo.

La Murgia è riuscita a dribblare questi rischi scrivendo un dettagliato manuale tecnico. Infatti un titolo alternativo potrebbe essere Il manuale del fascista professionista. Ricorda Il manuale del killer professionista uscito nel 1982 con la rivista Frigidaire. Il killer era tra noi, non si impelagava in spiegazioni sul perché era tale.

Così la fascista, i fascisti, sono tra noi, modernizzati, mimetizzati, riorganizzati, e spetta proprio a noi smascherare la vera natura del loro operato e della loro malvagità.

Spetta proprio a noi impedire che il “tra noi” si trasformi, sotto il nostro naso, in “su di noi”.

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Se ci sono due insidie per chi oggi fa comunicazione, due corde che sarebbe meglio non pizzicare volendosi evitare dei gran mal di testa, sono gli argomenti sensibili e l’ironia. La società contemporanea è un contesto rognoso, ipersensibilizzato – spesso artificiosamente e in cattiva fede – in cui, trattando un argomento qualsiasi, si è certi di offendere qualcuno. L’ironia, inoltre, non è proprio cosa per l’uomo contemporaneo che, ancora una volta non sempre in buona fede, rifugge la complessità, spiana tutte le sfumature di senso con la smerigliatrice travisando, talvolta per incapacità e talvolta per malizia, l’umorismo su qualsiasi scala. riportando tutto alla più brutale superficialità, rifiutando apertamente qualsiasi lettura vada oltre il letterale.

Michela Murgia tutto questo lo sapeva. Non poteva non saperlo, perché è intelligente, di quell’intelligenza acuta e dissacrante che traspare da ogni singola riga del suo Istruzioni per diventare fascisti, una lettura agile, tagliente e ironica. Ironica e pertanto travisata. Non c’è davvero da stupirsi, e dubito che l’autrice se ne sia stupita, dell’ondata di liquame virtuale che si è abbattuta su di lei via social media. Intendiamoci, non è giusto, non difendo nemmeno mezzo degli insulti che le sono stati rivolti, quasi mai corredati da uno straccio di argomentazione e per lo più espressioni della più profonda, arrogante ignoranza, ma c’era da aspettarselo. Forse perché l’autrice, oltre che intelligente, è consapevole e coraggiosa.

Intendiamoci, il libro non contiene chissà quale sconvolgente rivelazione. I concetti, gli schemi di pensiero, le dinamiche trattate sono note a tutti o, quantomeno, lo dovrebbero essere. La forza di Istruzioni per diventare fascisti è un’altra: è la forza dell’analisi, è la forza del mettere in chiaro le idee, è la forza del mettere in ordine, e scusate se è poco. Michela Murgia smonta il giocattolo e ci spiega, a prova di deficiente, come funziona. Lo fa con intelligenza e, soprattutto, con ironia. Eccolo, il peccato mortale. Perché a qualcuno tutto questo non piace, perché fa sentire stupidi e ignoranti. E allora arrivano gli insulti, arrivano repliche che abusano della logica e parodie speculari che gettano alle ortiche il senso profondo di un esercizio utilissimo e necessario, di una lettura che fa bene perché parla in modo chiaro, essenziale e centrato di come le cose vanno oggi, senza risparmiare critiche a nessuno.

Sì, perché se chi insulta l’autrice si fosse preso la briga di leggerlo sul serio, il libro, avrebbe ben chiaro il fatto che una delle critiche più caustiche è portata, per quanto in punta di fioretto, proprio ai radical chic. Però non si può pretendere troppo: leggere è faticoso, figurarsi capire.

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sabato 22 novembre 2025

Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia - Michele Ruol

in una famiglia infelice e disgraziata, i genitori sono in rapporti pessimi, sono persone non invidiabili, per essere brevi, i due figli muoiono nel meglio della gioventù in un incidente stradale.

e della dimenticabile vita della famiglia le parole non sono abbastanza, la vita è scandita da moltissimi oggetti (che tutti abbiamo), l'inventario di cui parla il titolo.

una famiglia nella quale non si ride mai, proprio mai.

e forse le famiglie così sono moltissime.

il libro, di una tristezza infinita, ma così a volte è la vita, merita molto.

buona interessante lettura.


 

 

 

…La parola “inventario” nel titolo lega subito il romanzo di Ruol al saggio del 1993 che Orlando, in epigrafe, dedicava proprio “Alla memoria dei miei genitori e della loro casa”. Inventario di quel che resta è infatti un libro sulla memoria di due genitori – che nel libro si chiamano Padre e Madre – dei figli Maggiore e Minore morti in un incidente.

La casa che fu della loro famiglia unita viene scandagliata nei suoi più piccoli oggetti e ognuno di essi, dando il titolo ai capitoli, contiene archiviato un frammento di vita del passato o del presente dei protagonisti…

…il romanzo-inventario di Ruol permette al lettore di percepire oggettivamente il passato vivo e umano di Padre, Madre, Maggiore e Minore e il dolore che riconfigura il presente dei due genitori; allo stesso tempo di sentire che c’è dell’altro di indicibile, impercettibile e sfuggevole alla narrazione, cioè la forza dei loro sentimenti e la presenza infinita e incontenibile dell’umano. Non a caso Ruol ha dichiarato di voler esplorare, attraverso questo libro, le dinamiche umane che investono soprattutto i due adulti, prima e dopo il dolore capace di rivoluzionare le loro vite…

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…Un libro difficile, perché tocca quel che nessuno vuole guardare: l’improvvisa perdita di due figli. Un attimo che cancella il futuro di Maggiore e Minore, un avvenimento che determina un prima e un dopo nella vita di Madre e Padre.  Apre il libro una nota che suona come un sogno al risveglio:

“Questa è un’opera di fantasia, ma è possibile che, nel corso della lettura, incontriate somiglianze o coincidenze con persone, luoghi, accadimenti reali. Per quanto ci sforziamo di inventare, tutto è già accaduto. E tutto accadrà ancora, in forme che non sappiamo prevedere. Possiamo solo immaginare nuovi modi per dire ciò che c’è. Considerate le risonanze come segni del caso o del destino, secondo la vostra teoria del tempo.”

Un avvertimento, forse una difesa. Ma chi legge, sa bene che ogni storia inventata è sempre, anche una storia vera. E poi, che differenza c’è tra caso e destino?

Il caso – scrive Freud (1901) – è ciò che accade nella realtà esterna al di fuori di ogni nostra intenzione. Il destino, invece, lo determiniamo attraverso ripetizioni, atti, scelte in apparenza libere da ogni nostra intenzione ma di fatto rispondono ad un copione interno, inconscio (Freud, 1920).

Dopo questo avvertimento, Ruol, non racconta una storia. Ne lascia affiorare i resti. Lo fa attraverso novantanove oggetti – quanti sono i capitoli del libro – che popolano la casa (parte prima) e l’auto (parte seconda).

Frammenti. Tracce. Impronte. Luoghi psichici da cui, lentamente, emergono oggetti a cui restituire parola e futuro. Ciascuno porta con sé ricordi, affetti, sensazioni, interrogativi strappati al silenzio che risuona tra le pagine bianche…

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…Ciò che colpisce in maniera particolare di questo Inventario è la cura che Ruol ha impiegato nel non lasciare fuori neanche gli oggetti più insignificanti, anzi nell’essere riuscito a donare loro un significato che raramente entra nel campo del simbolico, penetrando piuttosto nel quotidiano di una vita condivisa. È così folgorante scoprire come oggetti banali quali uno strofinaccio, dei faldoni, persino il raschiaghiaccio presente nell’automobile di famiglia possano portare con sé le memorie di ciò che è accaduto. Il processo è epifanico – e anche altamente catartico – come quando, aprendo il cassetto di un mobile che non usiamo da anni, ritroviamo un oggetto di poco conto, buttato lì per caso, che però è in grado di riportare alla mente episodi di un passato che sembrava sepolto e rimosso. Nel rinvenire 99 oggetti e nell’aver dato loro un ruolo nella grande storia banale di una famiglia qualunque sta la capacità narrativa di Ruol…

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mercoledì 19 novembre 2025

L'indistinto urto dei ricordi - Luca Navarra

Silvia, Giacomo e Paolo sono tre adulti abbastanza infelici, ciascuno a suo modo.

Silvia e Giacomo sono sposati, ma non stanno più bene insieme, e poi succede una disgrazia mortale in montagna*, e Silvia deve per forza fare i conti.

Paolo è un bugiardo cronico, millanta un'attività imprenditoriale, mentre è solo un umile cameriere a Londra.

Paolo e Silvia si conoscono prima dell'incidente, quando il matrimonio è già in crisi, e poi, quando ciascuno dei due deve finalmente fare i conti con se stesso, s'incontrano di nuovo.

la lettura scorre bene, senza perdere fiato nel tempo.

il libro è abbastanza tormentato nella prima parte, alla fine si aprono orizzonti di positività, meno male.


*l'incidente in montagna mi ha ricordato un film, Stringimi forte, di Mathieu Amalric (qui)

 

 

 

Un romanzo di introspezione psicologica, una complessa e polifonica vicenda amorosa. Silvia che non riesce a seguire la realtà delle emozioni, Giacomo fin troppo bravo a comprenderle. E un altro uomo, Paolo, che impara dalle proprie bugie. Un evento inatteso cambia gli equilibri, sconvolge le loro vite e l’amore si sgretola, senza possibilità di ricomporre i pezzi. Ma nel gioco eterno di chi cerca e di chi fugge, le tensioni che si generano riescono, in ogni caso, a creare bellezza e senso. Una trama semplice quella costruita da Luca Navarra, in cui le difficoltà presenti nelle relazioni affettive e la figura di una donna, Silvia, sono il perno di una narrazione che ruota intorno alla fragilità e alla profondità del femminile, e alle conseguenze per chi le subisce.

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Stringimi forte - Mathieu Amalric

 

https://markx7.blogspot.com/2022/02/stringimi-forte-mathieu-amalric.html

 

venerdì 14 novembre 2025

Tutta intera - Espérance Hakuzwimana Ripanti

una giovane laureata fa un corso di doposcuola ad alcuni ragazzi e ragazze emarginati.

siamo in una piccola cittadina, che vive di agricoltura, grazie alle pesche.

quella cittadina è il mondo (come nel film La zona, di Rodrigo Plà), nel quale pochi comandano, moltissimi fanno i servi, ci sono spazi che non devono essere oltrepassati, i poveri e disgraziati da una parte, che facciano i servi nelle piantagioni di giorno, ma di sera non si facciano vedere, se no la pagano. 

se ci pensate come in Palestina, un terribile genocidio, con decenni di occupazione feroce e a distanza di pochi chilometri la vita come sempre, scuole, feste, drink, il soldato è l'eroe, gli altri, gli indigeni,  vanno distrutti.

Sara, grazie al prete, fa la volontaria con quei ragazzi e quelle ragazze, e impara a conoscerli, a capirli, a sostenerli, con mille difficoltà, lei sta in una terra di mezzo, fra la comprensione di quei (e quelle) giovani col destino segnato e l'ostilità della sua gente.

un libro sorprendente, da non perdere.



 

Il fiume Sele taglia in due la città, e Sara ogni giorno lo attraversa per andare nella scuola di Basilici. I suoi studenti arrivano da tutte le parti del mondo e la guardano con diffidenza. La chiamano Signorina Bellafonte, perché anche se è nera (come la maggior parte di loro) non è una di loro: è cresciuta di là dal fiume, suo zio è il guardiano del frutteto, e da quelle parti le pesche le chiamano «oro rosa», perché sfamano molte famiglie. Sara è la figlia adottiva di un professore di liceo e della cuoca dell'asilo. Sua mamma preparava torte e coltivava rose, suo padre le ha insegnato la passione per le parole: il suo mondo da bambina aveva confini certi. Ora don Paolo le ha trovato questo lavoro, crede che lei sia la persona giusta. Giusta perché? Questi ragazzini, che conoscono tre lingue e ne inventano una diversa ogni pomeriggio, avranno pure il suo stesso colore di pelle ma la scrutano, la sfidano di continuo. All'inizio non riesce a ottenere la loro attenzione nemmeno per mezz'ora. Le parole non bastano piú, forse la strada per comunicare passa per certe esperienze difficili del passato: ogni volta che si è sentita diversa, nel posto sbagliato. Settimana dopo settimana quei nomi impronunciabili e quei volti sfuggenti diventano piú famigliari: Tajaeli Kolu che le assomiglia cosí tanto, Zakaria Laroui con l'occhio pigro e zero modestia, Paul Bonafede che è mezzo italiano e sembra vergognarsene. Ma poi scompare Charlie Dí, che stava sempre seduta al terzo banco, e intanto si moltiplicano le aggressioni nel quartiere: ecco che questo processo accidentato ma prodigioso di conoscenza reciproca rischia di interrompersi. Eppure certe vite spezzate e ricucite possono ancora, come certi innesti, trovare il modo di fiorire.

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Mi è piaciuto tantissimo! Scesa dal treno sono rimasta seduta dalla pensilina per poterlo finire. e non ritornare nel mondo reale. Emozionante, toccante, vero e sincero anche se è una storia inventata. Consigliatissimo.

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mercoledì 21 maggio 2025

La signora Meraviglia - Saba Anglana

Saba Anglana è una cantante ormai affermata, anche attrice, ma non si ferma lì.

ha scritto un libro che racconta, fra le altre storie, le fatiche di Sisifo (troppo spesso) di chi vuole ottenere la cittadinanza italiana, con mille ostacoli frapposti da una delinquenziale e razzista burocrazia.

Saba racconta la storia della sua famiglia, la vita a Mogadiscio, le peripezie della nonna Abebech, l'incontro della mamma etiope con un italiano, che porta tutta la famiglia in Italia, tutto il libro è scritto con realismo, amarezza e a volte un sorriso.

conosciamo la famiglia di Saba, mamma, zie e zio, ce li presenta con amore e dolore.

è un libro da non perdere, se ci si vuol bene, e magari provare a immedesimarsi negli altri senza pregiudizi, con empatia.


 

 

 

 

Un uomo insegue una giovane, poco più di una bambina, che corre disperata per salvarsi la vita. Lui è somalo, lei etiope, si chiama Abebech, e verrà abbandonata in Somalia con una figlia e un vuoto incolmabile dentro di sé. Nel 1938 l’Africa Orientale Italiana è un regno coloniale, un nuovo impero nato da pochi anni. Molti decenni dopo, nel 2015 a Roma, Dighei è una signora etiope dal carattere ribelle. Ha bisogno di prendere la cittadinanza, il governo ha imposto nuove regole per gli stranieri, anche per chi è in Italia da quarant’anni insieme al resto della famiglia. La nipote Saba aiuta la zia a muoversi nella burocrazia di una città faticosa e contraddittoria: dipendenti comunali confusi, documenti impossibili da reperire, barriere di ogni tipo, situazioni talmente assurde da diventare comiche. Questo percorso frustrante alla ricerca della agognata signora Meraviglia – come in casa chiamano la cittadinanza italiana – si rivela decisivo per comprendere la natura di un turbamento che da nonna Abebech fino a Saba stessa ha infestato tutte loro. Un sentimento oscuro, un senso martellante e oppressivo di vuoto, forse un bisogno insoddisfatto di capire chi si è davvero, la paura raggelante di non essere niente e nulla.
Dal passato emerge la storia di una famiglia sin dall’inizio sradicata: Abebech giunge a Mogadiscio seguendo il caso e la necessità, e in ascolto dei presagi di un indovino. Qui conosce il suo futuro marito e finalmente, con i loro otto figli, sembra possibile una parvenza di felicità, di serenità familiare. Almeno fino a quando Abebech non inizia a scivolare in un abisso dove le parole e il senso della vita svaniscono. Forse è posseduta da uno spirito pericoloso e inquietante, che solo una donna può aiutarla ad affrontare. Questa donna ha un nome che tornerà molti anni dopo: Wezero Dinkinesh, letteralmente signora Meraviglia.
Saba Anglana ha scritto un romanzo di verità violentissima e un memoir pieno di dolcezza, di ironia, a tratti picaresco. Nelle sue pagine che si muovono tra il presente e la Storia tutto è nuovo, diverso, inaspettato: gli spettri esistono davvero, la frustrazione quotidiana si scioglie in risata, il dolore viene condiviso senza vergogna, la violenza del passato si può disinnescare, tramutandola in una energia inattesa.

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Romanzo e memoir famigliare, cronologia di oggi e del passato si aggrovigliano in modo vorticoso, un momento sei nei vicoli di Mogadiscio e la pagina dopo su un tram romano a Piramide. S'intrecciano riflessioni sull'identità, sul razzismo, sull'Italia fascista e coloniale e sull'Italia odierna. Soprattutto sui malesseri e disagi di chi è stato costretto a lasciare un terra considerata 'casa' per affrontare le incognite di un nuovo paese, lingua e cultura.

Ma qui le cose si complicano per questa saga famigliare: tutto comincia con una ragazzina etiope, Abebech, inseguita da un ascaro somalo durante la seconda guerra mondiale e la lotta tra italiani e inglesi. Preda di guerra non può fare altro che opporre un ostinato silenzio, “ una resistenza esibita senza clamori” all'uomo che la rende madre di una bambina, Maryam, e di un maschietto che morirà neonato. Condotta in Somalia, alla mercé di una famiglia che non l'accetta, abbandonata poi dall'uomo, ad un certo punto la ritroviamo a Mogadiscio, dove, in seguito, l'etiope Worku Haftermariam, più vecchio di lei, se ne innamora : lui, bello ed elegante, con il fascino dell'uomo che ha fatto la resistenza agli italiani in Etiopia e ha subìto un duro campo di concentramento a Mogadiscio, per tutta la vita non si adeguerà mai alla lingua somala e parlerà con la moglie esclusivamente nell'amarico della terra d'origine. In 19 anni metteranno al mondo 8 figli e cercheranno sempre di affrontare insieme tutto ciò che il destino porrà loro davanti…

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…La penna dell’autrice è agile, vibrante d’affetto nei ritratti dei personaggi, donne ferme, antiche, a volte malinconiche, regali nei loro dirac colorati (altra nota di merito va al glossario familiare).

È un romanzo intimo, denso, che mescola il profumo delle spezie del berberè a quello dei gerani sui balconi di Ostia, confonde i pini marittimi di Roma e gli arbusti di caffè in Etiopia, sovrappone i vicoli stretti di Mogadiscio ai corridoi gremiti degli Istituti di patronato.
L’invito finale è a raccontarsi per poter guarire, a scoprirsi tra le radici che affiorano, ad andare avanti sospinti dal vento.

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