Visualizzazione post con etichetta Giacomo Gabbuti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giacomo Gabbuti. Mostra tutti i post

giovedì 10 dicembre 2020

Il fantasma della patrimoniale - Giacomo Gabbuti

È bastato un emendamento alla finanziaria per un'imposta sui patrimoni sopra i 500 mila euro per scatenare l'allarme in difesa del «ceto medio». La tassa toccherebbe il 6% della popolazione che detiene il 45% della ricchezza.


Ealla fine arrivò la patrimoniale. In un annus horribilis non poteva mancare il fantasma più terrificante. Galeotto un emendamento alla finanziaria che, assieme ai parlamentari del gruppo di Liberi e Uguali registra firme «pesanti» di diversi esponenti del Partito democratico, tra cui l’ex presidente e compagno di Playstation di Renzi, Matteo Orfini. 

Ispirata alle misure annunciate dal governo spagnolo pochi mesi fa, la proposta è riuscita a compattare contro di sé non solo tutto il resto della maggioranza, ma anche le opposizioni. Chissà com’è, basta la vaga idea di spostare appena il peso fiscale dalle spalle dei lavoratori a quelle dei più ricchi per ricompattare quasi tutto l’arco parlamentare. Dal segretario Dem un tempo tacciato di «corbynismo» (che chiarisce immediatamente si tratti di «una iniziativa libera ma individuale di alcuni deputati del Pd, che però non impegna il gruppo»), alla destra «populista», che dovrebbe rappresentare il «popolo» abbandonato dalla «sinistra», passando ovviamente per il grande centro, dove si affollano Italia Viva, un Di Maio desideroso di meritarsi il bacio di Brunetta, e Forza Italia, che per alcuni è già parte della maggioranza.

La colonna sonora di questa commedia romantica è più scontata della trama: la grande stampa italiana, come al solito monopolizzata dai maître à penser del liberismo de noantri, tuona all’unisono contro l’iniziativa. Se la Stampa sbatte Alessandro De Nicola in prima pagina (Le mani dello Stato sui nostri portafogli, fantasioso quasi come la Adam Smith Society di cui è presidente, ben al di sotto dei picchi creativi sfoggiati in difesa di Feltri jr.), il Corriere si concede la sciccheria di includere nel suo inserto economico Alberto Mingardi. Senza parlare direttamente della patrimoniale, il direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni (celebre per il «contatore del debito pubblico» italiano e per lo sfacciato negazionismo climatico) ci spiega che l’aumento delle disuguaglianze sarebbe una mera «illusione ottica». In ossequio alla sua proverbiale eleganza, Mingardi lo fa omettendo qualsiasi riferimento a dati, grafici, o altre volgarità tipiche di noi sgraziati materialisti storici.

Del resto, chissà com’è, quando si arriva a parlare di tassare i più ricchi, nel piccolo grande mondo dei «liberali» all’amatriciana, i numeri si fanno merce rara. «Conoscere per deliberare» – ma quando mai! A cosa servono i numeri, le statistiche, persino la lettura del testo dell’emendamento, quando si può parlare per luoghi comuni? Ed ecco che all’improvviso, i soliti «comunisti» vogliono mettere le mani nelle borse delle vecchiette, tassare al 120% la fatina dei dentini, e dare la caccia alla più minacciata delle specie in via di estinzione:  il ceto medio. Cosa sia questa bizzarra creatura non è chiaro: qualcuno sostiene di averla vista ereditare tre attici nel centro di Milano; qualcuno giura possieda migliaia di euro in titoli azionari; ma c’è anche chi prega per i molti sfortunati che ereditano multinazionali di famiglia. 

Fatto sta che, di fronte a un provvedimento che aboliva «micropatrimoniali» già esistenti – l’Imu sulle seconde case, l’imposta di bollo su conti correnti e deposito titoli – per sostituirla con una imposta dallo 0.2 al 2% applicata solo oltre i 500 mila euro di patrimonio, gli stessi che sostenevano suggestivi patti tra competenti contro gli «opposti populismi» si ritrovano allineati a Matteo Salvini nel «no a nuove tasse».

Chi pagherebbe la tassa

Eppure, i numeri raccontano che un provvedimento come quello proposto riguarderebbbe una quota decisamente minoritaria di italiani. Utilizzando i dati più facilmente accessibili – quelli dell’indagine campionaria della Banca d’Italia, liberamente scaricabili online – veniamo a sapere che il patrimonio netto della famiglia «mediana» italiana è di 126 mila euro. Visto che la ricchezza finanziaria è appannaggio quasi esclusivo dei più ricchi, per l’italiano «mediano» questa cifra è fatta quasi interamente di immobili: anche considerando solo le città sopra i 500 mila abitanti, il valore delle case possedute dalla famiglia mediana è di 170 mila euro. Per superare la soglia dei 500 mila euro di ricchezza familiare complessiva (al netto di debiti e mutui), bisogna entrare dentro l’ultimo decile. Dunque, secondo i dati di Banca d’Italia, nemmeno una famiglia su dieci verrebbe toccata, a fronte di quelle che smetterebbero di pagare Imu e imposte di bollo. Tra i pochi «sfortunati» c’è solo il 2% degli operai, poco più del 7% degli impiegati (compresi quelli pubblici, su cui molti autorevoli commentatori cercano di attirare l’invidia sociale), e circa un pensionato su 10 – a fronte di un quarto dei dirigenti e un po’ meno di un terzo degli imprenditori. 

Certo, come tutte le rilevazioni statistiche, anche quella della Banca d’Italia è imperfetta. L’indagine si basa sulle famiglie (mentre l’imposta si applicherebbe ai singoli contribuenti), e sovrastima il valore degli immobili – riportandone i prezzi d’acquisto, tendenzialmente molto più elevati dei valori catastali su cui dovrebbe applicarsi l’imposta. Vale la pena sottolineare che proprio chi accusa la sinistra di rappresentare le «ZTL» delle grandi città, consideri «normale» ereditare immobili con valore catastale superiore al mezzo milione di euro – dato che rende evidente quanto il dibattito italiano sia arretrato e schiavo di pregiudizi, come rilevato da Andrea Roventini sul manifesto. 

Consultando i dati sulle successioni, sulla base delle quali Paolo Acciari (Mef) e Salvatore Morelli (Roma 3) stanno proponendo misure più accurate della ricchezza dei «paperoni» italiani, viene fuori che a «piangere» sarebbero ancora di meno: circa il 6% dei contribuenti. Un piccolo gruppo, che difficilmente andrebbe in rovina per le lievi aliquote proposte, visto da solo si gode circa il 45% della ricchezza complessiva. Dai dati di Acciari e Morelli emerge anche come il rapporto medio tra valori di mercato e catastali sia superiore a 3 (e proprio nei centri storici delle città questo valore è ancora più alto): senza una riforma del catasto, per rientrare nella patrimoniale bisognerebbe dunque ereditare una casa dal valore di mercato di almeno un milione e mezzo. Altro punto importante sollevato da Morelli, è che la ricchezza non è solo frutto di «merito» individuale, ma ancor più del reddito riflette spesso gli investimenti della collettività: pensiamo proprio all’aumento di valore degli appartamenti nelle aree gentrificate delle grandi città.

Cos’è davvero una patrimoniale

C’è da dire che nemmeno i più ottimisti dei promotori potevano sperare che bastasse buttar lì un emendamento per portare a casa una simile misura – non la panacea di tutti i mali, ma certo in netta controtendenza rispetto al clima politico degli ultimi anni, tanto più in una legislatura iniziata nel segno della flat tax. Ancor più improbabile nel contesto di un governo che va in pezzi parlando di plastic tax, e messo sempre più in difficoltà dalla seconda ondata, e che continua a rinviare in modo grottesco i dossier economici. Nelle parole di Orfini riportate da Domani, al massimo si poteva «provare almeno a discuterne ‘laicamente’».

In questo senso, va riconosciuto che la proposta, ponendo al primo comma l’abolizione di Imu e imposta di bollo, cercava di superare l’impasse generata nel dibattito italiano dal termine «patrimoniale». Quella che infatti, per gli ultimi reduci della sinistra, rappresenta la messianica quanto vaga promessa di «far pagare i ricchi», genera in altri pensieri più cupi. Che sia frutto della confusione dei proponenti, o della sistematica mistificazione mediatica, è un fatto che in Italia qualsiasi proposta di prelievo progressivo sui più ricchi – anche sui redditi, come quella spuntata in modo poco meno estemporaneo lo scorso aprile – venga impropriamente definita «patrimoniale». Eppure in italiano, come dovrebbe chiarire l’etimologia, il termine indica un prelievo basato sul patrimonio – cioè sul complesso dei beni posseduti (case, risparmi, titoli, e così via) – e non sul reddito guadagnato (sia composto di salario, rendite immobiliari o finanziarie). Questo a prescindere dalla sua progressività – e cioè che chi è più ricco paghi di più non solo in termini assoluti, ma in proporzione alla capacità contributiva. 

Alcuni paesi (soprattutto nord-europei) vantano una lunga tradizione di imposte sulla ricchezza detenuta da persone e famiglie (imposte simili sono in vigore in Norvegia e Svizzera; un quadro recente l’ha fornito l’Ocse). In Italia invece, se si escludono alcuni provvedimenti straordinari presi a cavallo delle due guerre mondiali, si ricordano due principali casi: le imposte sugli immobili, che in una girandola di esenzioni e acronimi hanno animato la seconda Repubblica, ma soprattutto, il leggendario prelievo forzoso del sei per mille imposto dal governo Amato nel 1992. Questo atto, oggettivamente con pochi precedenti (e spesso visto, ex post, come primo «sacrificio di sangue» versato sull’altare dei vincoli europei) traumatizzò un’intera generazione di contribuenti. Ma anche Imu e Ici non godono di buona fama, colpendo quella parte della ricchezza che è più diffusa in un paese dove i proprietari di casa sono più numerosi che altrove (seppur secondo l‘Agenzia delle Entrate, almeno un quarto delle famiglie non possiede la casa dove abita). La stessa imposta di successione (quella sulla ricchezza ereditata), decisamente difendibile da posizioni moderatamente liberali, in Italia è stata abolita ben due volte, senza che chi lo ha fatto ne pagasse grandi conseguenze. Ancora oggi, le aliquote italiane sono tra le più basse, nonostante i dati mostrino l’aumento preoccupante e con pochi precedenti della ricchezza ereditata (non esattamente un sintomo di economia dinamica e «competitiva», e con effetti drammatici sui già preoccupanti livelli di mobilità sociale del belpaese).

Per queste ragioni, un gruppo di professori delle università piemontesi ha definito la loro recente proposta di prelievo progressivo sulla ricchezza finanziaria Paperoniale (per un confronto con la «patrimoniale» appena proposta si veda qui). È infatti gioco facile, per la larghissima coalizione che si oppone alla progressività fiscale e alla redistribuzione di redditi e ricchezze, parlare di patrimoniale per scatenare l’opposizione di chi nulla ha da temere da simili provvedimenti; questo nonostante, come si è visto, andrebbe a toccare una sparuta minoranza che può permettersi e magari è anche disposta a dare qualcosa in più. In effetti, fuori dalla cerchia di addetti ai lavori della politica e dei giornali, i giudizi sembrano essere più favorevoli di quanto era lecito aspettarsi. Paolo Graziano e Matteo Jessoula su Altreconomia riportano i risultati di un sondaggio Swg secondo cui oltre il 60% degli intervistati è «abbastanza» o «molto favorevole» a un  «contributo straordinario di solidarietà nazionale pari al 5% della ricchezza soltanto per il 10% più ricco per finanziare interventi volti a rafforzare i sistemi sanitario, di contrasto alla povertà e pensionistico». Una misura più drastica (per aliquote e soggetti coinvolti) di quella in discussione, tanto che per Graziano e Jessoula potrebbe fruttare circa 117 miliardi. Oltre il 70% sarebbe favorevole a un prelievo sopra il milione di euro (la soglia di applicazione della proposta spagnola). 

Serve un’alternativa radicale di politica economica

Nonostante l’opposizione quasi totale di politica e stampa (e l’assenza di soggetti credibili a sostenerlo), l’emendamento ci segnala, dunque, che una riforma fiscale, capace di riequilibrare il peso delle imposte a favore dei molti, potrebbe rappresentare una vasta maggioranza sociale. Senza riporre troppe speranze nella periodica riproposizione estemporanea di «patrimoniali», sarebbe ora di riprendere seriamente l’iniziativa politica su questi temi. È allora utile, più che chiosare sui dettagli della proposta, appuntarsi alcuni principi generali che è bene tenere presenti.

In primo luogo, il fisco in Italia è un tema delicato, che merita proposte serie e sistematiche: se le paure evocate nel «ceto medio» dalle «patrimoniali» sono create ad arte, non lo è il peso delle imposte, opprimente per chi le tasse le paga – lavoratori dipendenti, ma anche la maggioranza onesta dei lavoratori autonomi. Bisogna allora porsi il tema di una riconfigurazione complessiva del sistema fiscale. In un paese in cui la quota dei profitti sul reddito nazionale è in costante crescita, e le eredità e la ricchezza pesano sempre di più, al sacrosanto principio della progressività deve affiancarsi uno spostamento del peso del fisco dal lavoro alle rendite e alla proprietà. 

Come ha spiegato sempre Morelli su Jacobin Italia, un simile risultato passa, prima che da nuovi prelievi o da aliquote più elevate, dalla ridefinizione dell’Irpef: quella che dovrebbe essere la principale imposta «equalizzatrice», viene oggi pagata quasi solo da lavoratori e pensionati, mentre rendite immobiliari e finanziarie sono tassate con tasse piatte, ad aliquote ben inferiori (il 26% per molte rendite finanziarie, e ancora meno con la «cedolare secca» sugli affitti, al 21 o persino 10%, rispetto a un’Irpef che parte dal 23 e sopra i 15 mila euro è già al 27%). Il contrasto a questa erosione della base imponibile, e al groviglio di esenzioni, deduzioni e detrazioni, oltre a quello all’evasione vera e propria e ai paradisi fiscali (a partire da quelli dentro l’Ue), richiede più lavoro e ripaga con meno visibilità. Ma oltre a dribblare la propaganda reazionaria, offre prospettive concrete per combattere le disuguaglianze migliorando le condizioni di chi sta peggio, oltre che chiedendo di più ai ricchi. 

Da questo punto di vista, va ripresa l’idea di una riforma «a saldi invariati», che abolisce tasse piatte su singoli beni per sostituirle con un’imposta progressiva sulla ricchezza degli individui. Un altro esempio è la proposta di una «imposta sui vantaggi ricevuti» avanzata dal Forum Disuguaglianze: reintroducendo una tassazione progressiva della componente per definizione meno «meritata» della ricchezza, la proposta si applicherebbe a chi eredita più di mezzo milione, esentando tutti gli altri. 

È necessario tuttavia allargare il discorso all’intero sistema fiscale: nel contesto di una riforma complessiva, che riduca il carico fiscale su chi lavora, una nuova imposta di successione o una «patrimoniale progressiva» devono servire a riequilibrare il peso delle imposte dal reddito alla ricchezza, e dal lavoro a rendite e profitti. Se un argomento «storico» di chi si oppone a queste misure è la «doppia tassazione» – un lavoratore che compra un immobile lo fa dopo aver pagato l’Irpef sul suo stipendio – in Italia, oltre ad avere patrimoni anche consistenti costruiti sull’evasione fiscale, abbiamo una tassazione che penalizza chi lavora e non chi eredita una fortuna.

In secondo luogo, se un fisco progressivo è cosa buona e giusta, è bene dirci che non basta, senza chiarire a cosa ci serve. Torna utile, dal libro appena uscito di Emiliano Brancaccio, una citazione illuminante di Mario Monti:

Io sono sempre molto colpito negativamente quando vedo – l’abbiamo visto in Italia per lungo tempo e lo vediamo anche oggi – partiti che si richiamano alla sinistra che però, forse per dimostrare che non hanno niente a che fare con l’ascendenza socialista e marxista, considerano terribile fare uso del sistema fiscale per uno scopo che un capitalista americano accetterebbe pienamente: la ricostituzione di una certa uguaglianza tra i punti di partenza, per esempio, con imposte altamente progressive o con imposte sul patrimonio, che esistono in tanti paesi di vari continenti.

Imposte altamente progressive e/o sul patrimonio sono una questione di equità sociale, persino di efficienza economica; ma proprio per questo, nonostante l’opposizione compatta di M5S, Forza Italia o Lega, non stonano in bocca a Monti o al Fondo Monetario Internazionale. Una sinistra d’alternativa dovrebbe non solo indicare la finalità di un contributo d’emergenza nel finanziamento dei servizi pubblici essenziali e pubblici (senza illudersi che se ne possano ricavare risorse infinite, perché non usarli per stabilizzare i troppi «angeli» precari ed esternalizzati che lavorano nei nostri ospedali?), ma anche offrire un’idea radicalmente diversa della politica economica. 

Senza un cambiamento radicale delle politiche economiche (a partire da quelle industriali), le patrimoniali rappresenteranno al più un mezzo gaudio insufficiente a portarci fuori dalla nostra «crisi dei trent’anni», e a risolvere il dramma di un lavoro sempre più scarso, precario e povero. Nell’attuale congiuntura economica – una crisi spaventosa che continua a colpire più duro giovani, donne, precari, e in cui, mentre i tassi di interesse diventano quasi nulli, salta ogni vincolo alla spesa pubblica – la sinistra non può identificarsi solo nella proposta di nuove tasse, per giuste che siano, ma deve tornare a offrire la prospettiva di un’alternativa radicale quanto praticabile.

*Giacomo Gabbuti è dottorando di storia economica e sociale all’Università di Oxford.

da qui

domenica 22 luglio 2018

Con la Flat tax si torna a prima di Nitti - Giacomo Gabbuti, Salvatore Morelli



La proposta della cosiddetta “flat tax“ – inserita prima nel programma della Lega, e poi nel “contratto di governo” della maggioranza Lega-M5S – ha sollevato l’attenzione di numerosi economisti e commentatori, preoccupati dalle conseguenze regressive di una tale riforma.
Tra agli argomenti “contro”, si è spesso evidenziato come nessuna grande economia avanzata adotti una simile forma di imposizione fiscale. Un altro modo di vedere la questione è confrontare l’aliquota massima prevista dalla riforma (20% per i redditi complessivi familiari sopra 80 mila euro, stando all’ultima versione sottoscritta anche dal M5S) con i livelli sperimentati nel corso della storia d’Italia.
Aliquota massima di imposizione fiscale in Italia, 1865-2020*
L’esercizio, anche senza tenere conto delle altre aliquote esistenti e di tutte le complessità legate ai regimi di deduzioni e bonus fiscali, è molto informativo ed è reso molto semplice dal Comparative Income Taxation Database, banca dati creata e resa disponibile online dagli scienziati politici Federica Genovese, Kenneth Scheve e David Stasavage.
Nonostante alcune imprecisioni, forse inevitabili nel realizzare simili database comparativi, questo permette di farsi rapidamente un’idea dell’evoluzione delle aliquote massime sul reddito in un insieme di Paesi, dall’ottocento (per l’Italia, dall’unità) a oggi. Nella figura, riproduciamo l’aliquota massima di imposizione fiscale (top marginal tax rate) applicata ai redditi personali o familiari degli italiani – cioè, il tasso di imposizione fiscale massimo sui redditi al di sopra della soglia massima (attualmente, i 75.000 euro individuali oltre i quali si applica il 43% di aliquota IRPEF).
In particolare, il grafico mostra l’evoluzione dell’aliquota massima dal 1864, anno dell’entrata in vigore dell’Imposta di Ricchezza Mobile, fino al 2019/2020, anni in cui ipotizziamo in vigore la proposta di riforma.
Per l’Italia, le lancette indietro di 100 anni
Come mostra il grafico, un’aliquota massima del 20% riporterebbe le lancette della storia almeno al 1918, e cioè ai primi, incerti tentativi di introdurre l’imposizione progressiva in Italia. Esattamente cento anni fa, a pochi giorni di distanza dall’armistizio che poneva ufficialmente fine alla Grande Guerra, il d.lgt. 17 novembre 1918 n. 1835, concordato dai ministri di tesoro e finanze (Francesco Saverio Nitti e Filippo Meda), introduceva un’imposta progressiva sui redditi superiori alle 10.000 lire (all’incirca 15.000 euro di oggi tenendo conto dell’andamento dei prezzi e della conversione lire/euro).
Fino ad allora, era in vigore un sistema di tassazione “reale”, che tassava cioè non le persone e i loro redditi complessivi, ma ciascuna fonte di reddito (per esempio la terra o il capitale) separatamente. Queste aliquote erano allora davvero “piatte”, anche se una certa progressività venne introdotta proprio durante la prima Guerra Mondiale.
Ma è con l’imposta sui redditi sopra le 10.000 lire, prima, e con l’Imposta Complementare Progressiva (R.D. 30 dicembre 1923, n. 3062), poi, che si introdusse la vera progressività su base “personale”. Oltre a queste imposte “reali”, ogni contribuente pagava un’ulteriore aliquota sulla somma dei suoi redditi (almeno, di quelli che il fisco riusciva ad accertare in un sistema piuttosto farraginoso).
La progressività fiscale, già gravemente compromessa in Italia, continuerebbe a diminuire
La riduzione dell’aliquota massima appare in prospettiva storica una riduzione sostanziale della struttura di progressività dell’imposta sul reddito che si cumula all’esistenza di regimi fiscali già favorevoli ai grandi redditi e soprattutto ai redditi da capitale.
Infatti, è importante ricordare che in Italia la progressività fiscale è già messa a dura prova dal fatto che buona parte dei redditi finanziari, immobiliari e d’impresa non sono soggetti all’IRPEF ma a regimi separati di imposizione fiscale (per esempio, i redditi dei titoli di debito pubblico sono tassati al 12.5%, mentre le attività finanziarie sono prevalentemente tassate con aliquota al 26%).
Chiaramente, l’evoluzione dell’aliquota massima sul reddito rappresenta una visione parziale anche se importante per garantire un adeguato livello di progressività dell’imposta. Come sottolineano i risultati di alcune simulazioni della proposta, metà dei guadagni sarebbero concentrati nelle mani del 10 percento delle famiglie più ricche. Questo appare una decisione inappropriata soprattutto alla luce della crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e della sua persistenza fra generazioni registrata in Italia negli ultimi decenni.
In Francia, Gran Bretagna, e Stati Uniti niente di simile negli ultimi 100 anni
Grazie al lavoro di Scheve e Stasavage, possiamo anche confrontare l’evoluzione dell’aliquote massime sul reddito in Italia con quella prevalsa in altre importante economie avanzate. Il lavoro di Scheve e Stasavage riflette infatti una storia comparativa della tassazione sui grandi redditi e patrimoni in Europa, Nord America, Oceania, Giappone e Corea del Sud.
Già nell’immediato primo dopoguerra l’Italia era rimasta indietro, visto che in questi paesi l’aliquota raggiunse in media il 40% nell’immediato dopoguerra, per poi calare. Come si vede nel secondo grafico, le aliquote massime raggiunsero picchi assai più elevati, ad esempio in Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti. In questi Paesi, le nuove spese richieste dalla Grande Guerra, prima, e dall’emergere dello stato sociale, poi, erano state finanziate sempre più per mezzo di imposte progressive sui redditi e sulla ricchezza, mentre da noi si faceva ancora largamente ricorso alle imposte indirette.
Eppure, l’entrata in vigore della flat tax farebbe diventare elevate anche le aliquote massime sperimentate nel periodo tra le due guerre mondiali. Il grafico è anche utile a renderci conto che da allora non si sono più raggiunti di nuovo livelli di aliquote massime così bassi; neppure nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove il crollo delle aliquote sui redditi più elevati è stato realizzato in modo forse più repentino, e la disuguaglianza è aumentata più rapidamente.
Aliquote massime di imposizione fiscale a confronto, 1865-2010
È bene ricordare che, oggi come allora, quella sui redditi (tipicamente da lavoro dipendente, autonomo e da pensioni) è solo una di molte imposte e tasse che vanno a costituire la pressione fiscale e che in generale, si paragonano Italie assai diverse. Nel 1918 l’Italia era assai più diseguale e anche molto più povera.
La capacità di tassare i redditi elevati era probabilmente assai inferiore di quanto lo sia oggi, come dimostrano le statistiche fiscali disponibili per quei periodi. Se è sicuramente possibile e auspicabile ridurre e riequilibrare la pressione fiscale, soprattutto a favore di lavoro e investimenti e colpendo rendite, riportare l’ aliquota massima sul reddito indietro di cent’anni non sembra il modo di far ripartire un Paese sempre più diseguale.