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mercoledì 14 luglio 2021

Non è questo il Paese di Beccaria, Gozzini e Basaglia – Oreste Pivetta

Non so quanti abbiano ricordato che poco meno di vent’anni fa, a Genova, poliziotti, carabinieri, finanzieri si esibirono in prove di brutalità insensata e impietosa, come neppure negli anni sessanta o settanta della contestazione s’erano mai viste. Agenti in strada travestititi da rambo, altri in borghese con bastoni di ferro, altri ancora che incitavano i compagni all’assalto. Il pretesto era quello di fermare i black bloc, le tute nere con i sassi e con le molotov, poche decine all’inizio, qualche centinaio alla fine, che non sarebbe stato arduo isolare subito, all’apparire dei primi incidenti, il secondo giorno (dopo la pacifica manifestazione con i migranti del primo giorno), quando in piazza Alimonda morì Carletto Giuliani. Invece poliziotti, carabinieri e finanzieri si scatenarono contro un corteo inerme, contro ragazze e ragazzi che dormivano nella palestra della scuola Diaz, che detenevano armi letali come spazzolini da denti, tubi di dentifricio, vasetti di marmellata e tozzi di pane, infine massacrando nel segreto delle stanze di Bolzaneto quanti, tra ragazze e soprattutto ragazzi, erano stati fermati e reclusi. Nel 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo dichiarò all’unanimità che a Bolzaneto era stato violato l’articolo 3 sul divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti…

Allora mi capitò di raccogliere la testimonianza di un anziano graduato della Ps, che aveva vissuto il Sessantotto e il post sessantotto a Roma. Commentando le gesta dei suoi colleghi, mi disse: “Hanno perso la testa”. Certo, ma credo anche che gli ordini fossero quelli, ordini impartiti durante un lungo periodo di addestramento e di indottrinamento, nel chiuso delle caserme o dei padiglioni della Fiera del mare. Il governo di Berlusconi, ben sostenuto dalla cosiddetta destra post fascista di Fini, si presentò così al mondo del G8: una città blindata, tra sbarre e muraglie di container, l’orchestrata repressione nelle strade, come se si volesse annichilire qualsiasi forma di protesta, per quanto pacifica, democratica, inerme.

Siamo tornati indietro di vent’anni, per la circostanza di un anniversario. Si sarebbe potuto tornare molto più in là, e raccontare altri episodi, dal dopoguerra in avanti. Si rincorrono altri nomi e altre immagini: Scelba, la Celere, il Luglio Sessanta, i morti di Reggio Emilia. In una scena del film di Gian Butturini, “Il mondo degli ultimi”, si ricostruisce la morte di un bracciante che protestava contro le condizioni di vita imposte dai padroni: gettato a terra e colpito ripetutamente alla testa con il calcio di un fucile da un poliziotto. Il bracciante si chiamava Marziano Girelli. Era il 1949, nelle campagne tra Mantovano e Bresciano.

L’oltraggio alla Costituzione firmato dalle cosiddette “forze dell’ordine” ha sembianze carsiche: è un fiume che ogni tanto riaffiora, ma che continua a scorrere, sotterraneo, dimenticato, sospinto talvolta da ispirazioni personali, individuali (ma il senso della solidarietà o della connivenza non fa mai difetto in certi corpi), talvolta alimentato in modo più o meno manifesto dalla politica e da molti tra i nostri concittadini (non ci siamo mai liberati dalla seduzione dei manganelli e neppure dal mito molto fascista della mano forte). Non vorremmo assolvere gli autori delle violenze, vorremmo dire che raramente si ritrovano soli.

Quanto avvenuto a Santa Maria Capua Vetere è appunto il riemergere di sequenze già note: le botte, l’accanimento, il coinvolgimento della “catena di comando”, le coperture, i tentativi di depistaggio, per giunta l’ingenua superficialità di un ministro, che si fida, che non approfondisce, che sembra non voler trarre alcun insegnamento dal passato (Bonafede, Cinquestelle). Con l’aggiunta dei lunghi silenzi di troppa parte della politica. La ministra in carica, Marta Cartabia, che conosce bene la Costituzione, per rimediare ha avviato una inchiesta… una inchiesta come altre che riguardano molte altre carceri, da Torino a Palermo, di cui poco si è saputo e di cui poco si sa. Probabilmente perché tra quelle sbarre avevano avuto l’accortezza di spegnere le telecamere. A Santa Maria Capua Vetere no: un film impietoso, il fermo immagine di un caso che non è isolato…

Gli abusi che dobbiamo contare e le storie che ci lasciamo alle spalle sono l’evidenza non di un episodio ma di un sistema che abbiamo pensato di poter correggere e che non abbiamo mai corretto, sperando che la cultura, da Beccaria in avanti, potesse metterci al riparo, potesse educarci al rispetto della persona e del diritto. Hanno imparato gli altri. Dostoevskij ha scritto uno dei capolavori della letteratura universale (“Delitto e castigo”), dopo aver letto Beccaria.

Dopo il fascismo e dopo la guerra di Liberazione, la Costituzione ha dettato principi insuperabili. Mario Gozzini ha promosso una legge (approvata nel 1986) che richiama al senso di umanità e alla rieducazione del condannato. Si sono combattute aspre battaglie, dentro e fuori il parlamento, per introdurre elementi di democrazia tra i regolamenti della polizia, perché venissero riconosciuti doveri e diritti (e tra questi anche il diritto a migliori condizioni di vita). Solo un paio di anni fa, Andrea Orlando, allora ministro della Giustizia, aveva avviato riforme dell’ordinamento penitenziario, contro il sovraffollamento, per le pene alternative…

Alla fine, Santa Maria Capua Vetere mostra come accanto alle strade più coraggiose e lungimiranti e utili continuino a snodarsi percorsi di segno opposto, tracciati appunto da certa politica, da chi all’interno delle carceri deve operare, in alto e in basso nella scala gerarchica, dall’opinione pubblica, perché vi è anche un’opinione pubblica che condivide, che ispira, che non riesce a superare le proprie paure, che cerca vendetta e rassicurazioni dalla cancellazione in una cella dei suoi “nemici”, veri o immaginari.

L’istituzione totale, dal manicomio alla prigione, continua ad affascinare: resistono in altre forme i manicomi, reinventati in cliniche private o in servizi psichiatrici che non funzionano, malgrado una legge del 1978 (la legge 180, approvata dopo la ventennale battaglia condotta da Franco Basaglia) li avesse aboliti, resistono gli ospedali giudiziari (anche questi esclusi da una legge del 2014), figuriamoci le carceri (al di là di qualche esperienza modello). Separare, rinchiudere, alzare muri, occultare: un’idea di società punitiva sopravvive e talvolta prospera nel paese di Beccaria, di Basaglia, di Gozzini, della Costituzione, di tanti spiriti liberi, un’idea che si può presentare in tante forme e assai diverse… Di istituzioni totali si dovrebbe parlare anche a proposito di luoghi di lavoro, teatri imperscrutabili di tante sciagure…

Accanto alle sequenze dei pestaggi a Santa Maria Capua Vetere, non dovrebbero mai mancare una fotografia di Stefano Cucchi (un tempo immemorabile per superare grossolane bugie e arrivare ai colpevoli) o il film (dalle telecamere di sorveglianza, presentata in parte anche dalla Rai) della fine di Franco Mastrogiovanni, il maestro incolpevole morto dopo ottantasette ore trascorse legato a un letto di contenzione nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania, cui era stato affidato per un tso, un trattamento sanitario obbligatorio, e neppure il volto di Luana D’Orazio, uccisa dagli ingranaggi del macchinario, al quale era stata sottratta una protezione, giusto per accelerare la produzione, come nessuna ispezione aveva mai rivelato.

da qui

mercoledì 18 settembre 2019

Vivere con il disturbo bipolare - Fuani Marino



Storia e sintomi di una patologia di cui si parla poco, tra stigma sociale, miti e insidie quotidiane.

Sulla copertina dell’ottavo album di Kanye West, Ye, campeggia la scritta in verde fluo: “I Hate Being Bi-polar – It’s Awesome”. Che il rapper sia realmente affetto da un disturbo dell’umore oppure no, l’affermazione “odio essere bipolare, è fantastico” sembra racchiudere tutte le contraddizioni che questa patologia rappresenta. I quadri clinici un tempo indicati col termine generico di “psicosi maniaco-depressiva”, consistono infatti in sindromi di interesse psichiatrico caratterizzate da un’alternanza fra due diverse condizioni dell’attività psichica: il suo eccitamento (la cosiddetta mania) e all’opposto la sua inibizione, ovvero la depressione, unita a nevrosi o a disturbi del pensiero. La giornata mondiale dedicata al disturbo bipolare cade ogni 30 marzo, giorno della nascita di Vincent van Gogh, che ne soffriva. Ai suoi tempi, però, non esisteva il DSM, il principale manuale di classificazione delle malattie mentali, e al pittore sono stati attribuiti, nel corso delle sua breve vita, innumerevoli e disparati disturbi senza tuttavia giungere a una cura efficace.
Secondo il film documentario Vincent van Gogh: un nuovo modo di vedere, oltre cento cinquanta psichiatri hanno tentato negli anni di classificare i sintomi del pittore, con il risultato di circa trenta diagnosi diverse, e il World Bipolar Day potrebbe quindi configurarsi come un tributo tardivo da parte della psichiatria a quello che Antonin Artaud definì il “suicidato della società”. Nel suo saggio, il drammaturgo francese sostiene la tesi radicale secondo cui il genio di van Gogh sarebbe “una di quelle nature di una lucidità superiore che permettono loro in ogni circostanza di vedere più lontano, infinitamente e pericolosamente più lontano del reale immediato e apparente dei fatti”. Persone che per questo sono “piene di intuizioni, di premonizioni, di prescienze, di divinazioni, che hanno sempre costituito un disagio incombente per la coscienza d’ogni giorno”, “la coscienza volgare e comune d’ogni giorno, la quale da un secolo si è inventata la psichiatria come difesa”. Questa visione, per certi versi anti-psichiatrica, secondo cui “la psichiatria è stata inventata (…) per togliere a certe facoltà sovra-normali ogni diritto a entrare nella realtà”, anticipa la rivoluzione italiana di Franco Basaglia che con la legge 180 sancì la chiusura dei manicomi. Rispetto a soli cinquant’anni fa, la psichiatria e la società hanno entrambe fatto immensi passi in avanti. In termini diagnostici e di cura la prima, di inclusione la seconda. Ma quando van Gogh cominciò a manifestare i primi sintomi, nella seconda metà dell’Ottocento, la psichiatria non era affatto preparata ad affrontare l’incedere della sua malattia, né era preparata ad accoglierlo la piccola comunità di Arles in cui viveva come un reietto.
La giornata mondiale dedicata al disturbo bipolare cade ogni 30 marzo, giorno della nascita di Vincent van Gogh, che ne soffriva.
A oggi non vi è ancora un consenso unanime su quanti tipi di disturbo bipolare esistano. Nell’ICD, la classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, è presentato come uno spettro di disturbi che si verificano lungo un continuum. La distinzione fra i vari sottotipi clinici avviene sostanzialmente sulla base del decorso e della connotazione sintomatologica delle diverse fasi raccolte con l’anamnesi.
Il DSM elenca tre sottotipi specifici: il Disturbo Bipolare di I tipo, caratterizzato dalla presenza di almeno un episodio depressivo maggiore intervallato da almeno un episodio maniacale spontaneo (ovvero su cui non si sia virato in seguito all’assunzione di farmaci antidepressivi). Nella maggior parte dei casi gli episodi maniacali sono seguiti da uno o più episodi depressivi, anche se questi non sono affatto necessari alla formulazione della diagnosi. In effetti, in una piccola percentuale di casi si verificano esclusivamente ricadute maniacali, forme queste ultime che mostrano più spesso un esordio tardivo. Diversamente, il disturbo bipolare di tipo II mostra un decorso clinico caratterizzato da almeno un episodio depressivo maggiore, intervallato da almeno un episodio ipomaniacale, di entità quindi attutita rispetto alla mania del tipo I. E infine il disturbo ciclotimico, connotato dallo sviluppo di svariati episodi ipomaniacali, alternati a periodi caratterizzati dalla presenza di sintomi depressivi, non sufficienti a porre diagnosi di depressione maggiore.
Quando diversi anni fa uno specialista mi consegnò la mia diagnosi di bipolare, prescrisse insieme ai farmaci la lettura di un testo di Kay Redfield Jamison, la psicologa clinica americana considerata fra i principali esperti del disturbo dal quale lei stessa è affetta. Quello che emerge nelle pagine di Una mente inquieta, è dapprima il tentativo di comprendere la propria condizione e, una volta fatto, quello di tenerla nascosta, in particolare al mondo accademico in cui la Jamison lavorava e che temeva potesse bollarla danneggiando la sua carriera. Molti dei suoi sforzi erano orientati a dissimulare i sintomi, oltre che a occultare il litio nell’armadietto del suo bagno quando riceveva ospiti a casa. Questo accadeva perché, come per ogni patologia di tipo psichiatrico, anche il disturbo bipolare, purtroppo, proietta su chi ne soffre un’ampia dose di pregiudizio e stigma sociale.
Non esiste un solo disturbo bipolare, ma diversi sottotipi per identificare i quali sono necessarie una specifica competenza e una lunga esperienza.
L’obiettivo del World Bipolar Day e di altre manifestazioni analoghe (il 2 aprile si celebra la giornata mondiale dedicata all’autismo, messo in luce anche dal recente caso mediatico di Greta Thunberg, la giovane attivista svedese affetta da sindrome di Asperger) è proprio quello di combattere lo stigma associato alla patologia facendo conoscere meglio le sue caratteristiche. Nel caso del disturbo bipolare, gran parte della confusione deriva dal fatto che in realtà non ne esiste uno solo, ma diversi sottotipi per identificare i quali sono necessarie una specifica competenza e una lunga esperienza.
Oggi, accanto alle forme classiche (disturbo bipolare I e II), si distinguono anche altri sottotipi in base alla polarità di esordio (ovvero se il disturbo si è manifestato per la prima volta con una fase depressiva o con una di euforia), la polarità prevalente (o semplicemente la maggiore tendenza del disturbo e delle sue ricadute), e il tipo di evoluzione nel tempo (il modo in cui si alternano gli episodi depressivi o maniacali e la presenza o meno di un periodo di benessere tra gli uni e gli altri).
Una diagnosi precisa, e formulata prendendo in considerazione tutte queste variabili, consente al clinico di fare una previsione (tecnicamente “prognosi”) su quale evoluzione può avere la patologia nel singolo caso e, soprattutto, su quali cure a breve e a lungo termine siano più utili. Il messaggio veicolato dal World Bipolar Day è che il disturbo bipolare è una malattia che come tale può e deve essere curata. Se tenuta sotto controllo medico risulta compatibile con una vita normale e produttiva ma, come accade per l’asma o per il diabete, spesso le cure alle quali bisogna sottoporsi durano per sempre. Accettare la diagnosi e la necessità di doversi curare non è facile, e a raccontare bene questo duplice aspetto è la graphic novel Marbles. Mania, depressione, Michelangelo e Me (traduzione Micol Beltramini, Edizioni BD) cui la disegnatrice americana Ellen Forney consegna la sua esperienza di paziente psichiatrica. Si tratta di un memoir sulle insidie che il disturbo bipolare nasconde e sulla cura dello stesso attraverso i farmaci giusti e l’ausilio della psicoterapia. Quella a orientamento cognitivo risulta la più indicata, mentre da un punto di vista psicofarmacologico gli stabilizzanti dell’umore permettono di tenere sotto controllo le oscillazioni e di prevenire le ricadute. Come per la depressione unipolare, il disturbo presenta una stagionalità (per van Gogh i sintomi tendevano a ripresentarsi nei mesi invernali, mentre io temo ogni anno l’arrivo del caldo e dell’estate) e una periodicità, in quanto tende a ripresentarsi ciclicamente.
Forse per consolarsi delle loro stesse diagnosi, sia Forney che Jamison (quest’ultima nel testo Manic-Depressive Illness. Bipolar Disorders and Recurrent Depression che firma con lo psichiatra Frederick K. Goodwin), elencano le molte personalità geniali affette dal disturbo bipolare. Jamison, in particolare, sottolinea la maggiore predisposizione di persone brillanti e creative a manifestare la malattia maniaco-depressiva e, in base ai risultati di uno studio realizzato su alcuni sedicenni svedesi, alla probabilità quattro volte superiore di sviluppare questa patologia per quelli che fra di loro primeggiavano per intelligenza.
Per ogni manifestazione di genialità presunta o reale, esiste un rovescio della medaglia, e una delle conseguenze più gravi del disturbo è l’ideazione suicidaria.
Jamison non è l’unica studiosa a sostenere questa correlazione, e alcuni psichiatri hanno ripreso gli studi di Cesare Lombroso o analizzato le opere di Johann Wolfgang von Goethe e Richard Wagner tentando di dedurre in quale fase di bipolarismo si trovassero gli autori. Esiste tuttavia una diversa scuola di pensiero, e nuovi studi sembrano confutare la tesi di una qualche connessione fra creatività e malattia mentale.
Per ogni manifestazione di genialità presunta o reale, esiste un rovescio della medaglia, e una delle conseguenze più gravi del disturbo è l’ideazione suicidaria, che porta a compiere tentativi, al punto che un paziente su tre con disturbo bipolare ha una storia passata di tentativi di suicidio, con una media da 10 a 20 volte superiore rispetto a quella della popolazione generale. La fascia di età più a rischio per il suicidio è compresa tra i 15 e i 25 anni, durante l’esordio della malattia, quando il soggetto e i suoi familiari non sanno ancora come affrontare quest’ultima. Le oscillazioni del tono dell’umore e, in generale, del funzionamento della persona causate dal disturbo, possono inoltre compromettere attività lavorativa e rapporti sociali. Questo accade non solo nei due estremi del disturbo (cioè quando si è completamente depressi oppure in uno stato di mania o di ipomania) ma anche nelle fasi in cui si manifesta uno stato misto, caratterizzato da una compresenza di sintomi depressivi e maniacali, con il predominio di irritabilità, ansia e irrequietezza. Perché come canta Kanye West nel suo brano Waves, le onde non finiscono, né si fermano, e noi bipolari non possiamo far altro che imparare a conviverci.

giovedì 9 agosto 2018

Matti. Mauro Vallinotto e la fotografia di Maria - Dorino Piras































Esiste una fotografia che è diventata uno spartiacque nella storia della psichiatria italiana e più specificamente torinese.  Non tutti la conoscono perché, ancora oggi, suscita un’emozione forte anche nell’epoca in cui pensavamo di aver visto oramai tutto. La storia viene riproposta nella recente mostra “Matti, dall’emarginazione all’integrazione a 40 anni dalla Legge Basaglia” allestita a Rivalta nel castello degli Orsini segnalatami dall’amico Nicola de Ruggiero sindaco di Rivalta. La foto di Mauro Vallinotto fu pubblicata nel paginone centrale dell’Espresso del 26 luglio 1970 e si riferiva al manicomio per bambini di Villa Azzurra di Grugliasco, sempre nella cintura torinese. Raccontano che dopo poche ore dalla pubblicazione, Carabinieri e Magistrato arrivarono a Villa Azzurra iniziando il percorso che portò alla chiusura del manicomio dei bambini e successivamente di tutta la struttura. Molti si sono esercitati anche meritoriamente nella ricerca di significati più o meno nascosti di questa immagine, di trovarne un senso che potesse essere compreso dalla mente di ognuno di noi mentre guardavamo una bambina classificata “senza” una mente. A tanti anni di distanza credo sia ancora importante e necessario riuscire a guardare questa foto, meglio forse senza commentarla o cercarne un racconto. Come se non ci fosse un prima o un dopo.
Il 19 settembre 1978, a pochi mesi dall’approvazione della stessa legge 180, Franca Ongaro (moglie di Basaglia), scriveva: «Il 13 maggio non si è stabilito per legge che il disagio psichico non esiste più in Italia, ma si è stabilito che in Italia non si dovrà rispondere mai più al disagio psichico con l’internamento e con la segregazione. Il che non significa che basterà rispedire a casa le persone con la loro angoscia e la loro sofferenza».


qui, sul sito di repubblica.it, un documentario di Giulia Destefanis sul manicomio per bambini di Villa Azzurra di Grugliasco-

domenica 7 maggio 2017

ancora sul TSO e non solo, botta e risposta fra Anna Grazia Stammati e Piero Cipriano

Botta.../Non basta eliminare il manicomio, bisogna distruggerne gli elementi costitutivi
Sui numeri 408 e 411 di “A” - rivista anarchica, sono state pubblicate due interviste sulla psichiatria, una fatta a Giorgio Antonucci da Moreno Paulon (Psichiatria e potere), l'altra fatta a Piero Cipriano da Daniela Mallardi (La dignità dei devianti).
Ringrazio per questo la redazione della rivista che pone sul tappeto la controversa e annosa questione “psichiatrica”, attraverso la diretta rappresentazione del pensiero di chi opera in quei contesti. Leggendo le due interviste sono rimasta, però, a dir poco perplessa dal gratuito, violento e immotivato “attacco” che Piero Cipriano, lo psichiatra che si autodefinisce “anarchico-riluttante”, ha sferrato nei confronti di Giorgio Antonucci, uno dei protagonisti della lotta per la liberazione dei degenti psichiatrizzati condotta negli anni settanta in Italia e uno degli ultimi rimasto sulla scena internazionale a testimoniare e lottare per la liberazione dal “pregiudizio psichiatrico”.
Premetto di aver letto tutti e tre i libri di Cipriano e di averli trovati (eccezion fatta, forse, per l'ultimo) testi interessanti, perché in questi viene ben descritta sia la realtà “manicomiale” dei reparti degli ospedali italiani ancora destinati ai “malati di mente”, sia la pratica dell'annichilimento farmacologico dei pazienti da parte degli stessi psichiatri.
Ma quale colpa ha commesso Antonucci, per attirarsi tale veemente aggressione, proprio lui che slegava insieme a Cotti e Basaglia i degenti e ai quali proprio a Cividale quest'ultimo inviava i casi più difficili? Quella di aver sostenuto (allora come ora) la necessità di abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), ovvero il ricovero coatto, il dispositivo medico-giuridico ancora presente nella legge 180/78, che, pure, ha determinato la morte violenta di Francesco Mastrogiovanni, Mauro Guerra, Massimiliano Malzone, Andrea Soldi (solo per citare gli ultimi casi), deceduti proprio a causa del TSO. Il manicomio non è solo un edificio, è un criterio.
“Fintanto che lo Stato si potrà permettere di sequestrare un cittadino per il suo pensiero, i manicomi saranno dappertutto” dice Antonucci, affermando che questo ha segnato da sempre un punto di distanza con Basaglia, il quale non si è mai espresso contro il trattamento sanitario obbligatorio. Ma procediamo con ordine.
L'Antonucci “demagogo”
Cipriano definisce Antonucci “demagogico”, ma non dovrebbe sfuggirgli che il significato originario del termine è “arte di guidare il popolo” e, in realtà, Antonucci, dal 1970 al 1972 (dopo l'esperienza di Cividale, dunque), ha diretto il Centro di Igiene Mentale di Castelnuovo Ne' Monti (sull'Appennino reggiano), mobilitando la popolazione contro il manicomio di Reggio Emilia e Modena e utilizzando proprio l'arte di guidare il popolo per scardinare l'istituzione manicomiale, non certo per ingannare il popolo con facili promesse o facili discorsi.
Non ci sembra però che lo psichiatra “anarchico-riluttante” utilizzi l'aggettivo in tal senso, quando afferma “Quello di Antonucci è un discorso demagogico. La malattia mentale certo che non esiste in quanto malattia, siamo d'accordo, ma la sofferenza psichica, o il disagio, o chiamiamolo come vogliamo, quello c'è, lo vediamo, e una persona così sofferente la libertà l'ha già perduta prima ancora che intervenga la psichiatria con le sue armi di precisione e repressione. Quindi non si tratta solo di liberare le persone sofferenti dalla psichiatria, ma liberarle da quella sofferenza [...] non contesto lo strumento del TSO”.
Lo psichiatra “anarchico-riluttante”, dunque, sostiene che coloro che incappano nel TSO sono persone “sofferenti” che vengono internate nei reparti psichiatrici di diagnosi e cura per essere “liberate” da una sofferenza che gli ha fatto perdere la libertà. Purtroppo non possiamo più chiedere a Francesco Mastrogiovanni, maestro e anarchico, la sua opinione in merito a questa teoria della “liberazione” dalla sofferenza, sostenuta e praticata dagli psichiatri attraverso il ricovero coatto, visto che è morto dopo quattro giorni di torture perpetrate sul suo corpo di condannato, nel reparto di diagnosi e cura dell'ospedale di Vallo della Lucania; né purtroppo possiamo chiederlo ai tanti altri come lui deceduti a causa del TSO.
L'Antonucci di Cividale
Il tentativo di demolizione della figura di Antonucci continua a a pag. 30 (“A” 411), quando Cipriano, sostenendo che le premesse teoriche avvicinavano tra di loro Basaglia, Antonucci e Szas, sottolinea che era la pratica a dividerli: il primo dedito al suo impegno sisifico di liberare interi manicomi, il secondo dedito alla sua “marginale e irrilevante” esperienza di Cividale conclusasi dopo solo sei mesi, il terzo dedito al lieve esercizio di psicoterapia.
E qui si capisce che dietro l'attacco ad Antonucci c'è lo psichiatra che vede messo in discussione il proprio ruolo, visto che Antonucci, proprio a proposito di Cividale, senza cedere alle lusinghe di chi vedeva in quell'azione l'inizio del movimento di riforma della psichiatria, ribadì già allora, senza alcuna ambiguità, il punto di vista fondamentale che aveva guidato l'azione del gruppo di Cividale: “Noi non riteniamo possibile separare la negazione delle istituzioni psichiatriche dalla negazione della psichiatria come scienza, perché è per l'appunto la psichiatria che ha costruito i manicomi, che li costruirebbe ancora, e che continua a giustificarne l'esistenza”.
“Sul piano politico si potrebbe fare un parallelo molto significativo. Non è possibile apprestarsi a distruggere i lager e i ghetti senza negare e distruggere l'ideologia della razza, di cui i lager e i ghetti sono una logica e inevitabile conseguenza”. Peraltro quello di Cividale è stato solo il primo (seppur importantissimo) dei numerosi incarichi ricoperti da Antonucci nella sua lunga vita di medico (svolta tutta negli ospedali pubblici e, fuori da questi, prestata solo gratuitamente nei confronti di tutti e tutte coloro che ne hanno richiesto l'intervento) che solo quando si conclude, per la repressione poliziesca che porta alla chiusura del reparto, aveva 12 pazienti.
Ma dopo quell'esperienza, Antonucci, l'anno successivo, viene invitato a Gorizia, a lavorare nello stesso ospedale di Basaglia e poi a Reggio Emilia, chiamato da Jervis, come responsabile del Centro di igiene mentale nel 1970, dove matura la definitiva distanza tra una pratica tesa a ragionare in termini di tutela dell'ordine pubblico (Jervis) e una tesa a ragionare in termini di conflitto tra individuo e società e di diritto dell'individuo ad essere rispettato nella sua libertà (Antonucci).
Terminata l'esperienza a Reggio Emilia, Antonucci si dedica, dal 1973 al 1997, allo smantellamento dei reparti manicomiali di lungodegenti negli istituti di Imola e dal 1997 continua a dedicarsi (gratuitamente) alla sua battaglia per lo smantellamento dei residui manicomiali, i reparti psichiatrici dei servizi di diagnosi e cura, proprio dove lavora Cipriano, che non a caso dedica il terzo attacco ad Antonucci proprio in difesa di questi reparti.
L'Antonucci “eretico” smantellatore del TSO
Afferma Cipriano: “Si può lavorare da manicomiale in un CSM e da territoriale in un SPDC. Facendo, in fondo, ciò che Antonucci dice di fare: revocare i TSO o non convalidarli, sciogliere i legati o non legarli, ridurre il carico dei farmaci, dimettere qualche paziente”.
C'è da rimanere sbalorditi, ma cosa significa “facendo, in fondo, ciò che Antonucci dice di fare”? Antonucci non dice di farlo, lo ha fatto (e questo appartiene oramai alla storia) attuando concretamente e incessantemente tale pratica dal 1968 al 1997, ben oltre la data dell'approvazione di una legge che, se non avesse avuto medici e infermieri ad applicarla, sarebbe rimasta semplicemente lettera morta.
Ma Antonucci non si è fermato a quello, è andato oltre tale pratica, evidenziando ancor prima che fosse approvata la legge 180, i limiti di un'azione tesa ad abolire i manicomi, senza preoccuparsi di demolire il vero elemento su cui si basa il potere psichiatrico, “l'arresto psichiatrico”. D'altra parte lo dice già Foucault quando inquadra gli spostamenti da lui operati, nel Corso al Collegè de France del 1973, rispetto alla Storia della follia, sostenendo che uno di questi spostamenti riguarda proprio la nozione di istituzione, poiché la cosa essenziale non è tanto l'istituzione quanto piuttosto il potere psichiatrico che ne consente il funzionamento. “L'aspetto importante – sostiene Foucault – non è dunque costituito dalle regolarità istituzionali, bensì, e in misura molto maggiore, dalle disposizioni di potere, dalle correlazioni, dalle reti, dalle correnti, dagli scambi, dai punti di appoggio, dalle differenze di potenziale che caratterizzano una forma di potere [...]. Detto in altri termini, prima di riferirci alle istituzioni, dobbiamo preoccuparci dei rapporti di forza sottesi alle disposizioni tattiche che attraversano le istituzioni.” (Michel Foucault Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France 1973-74, Feltrinelli, pagg. 24-28).
È esattamente questo che sostiene Antonucci quando parla di abolire il TSO: se si elimina il manicomio, ma se ne lasciano intatti gli elementi costitutivi, l'istituzione manicomiale tende a riprodursi, con i suoi meccanismi, i suoi reticoli di potere, appoggi e rapporti di forze che lo riperpetuano eternamente.
Anna Grazia Stammati
(presidente Telefono Viola)
Roma

...e risposta/ Ma il TSO, usato con etica, è uno strumento di tutela

Tanto per sottolineare l'importanza delle parole: non mi sono mai definito anarchico-riluttante. Mi sono definito psichiatra riluttante, e mi sono definito anarchico, non è la stessa cosa ripetere, a ogni frase, che sarei “anarchico-riluttante”. Quando si dice del potere della parola, in cui gli psichiatri sarebbero maestri, l'arte della prestidigitazione semantica con cui imbrigliare esistenze in etichette diagnostiche: ebbene, mi pare che non occorra essere psichiatri per adoperarsi in quest'arte.
Sarò breve, perché servirebbe un intero libro per affrontare l'annosa questione tra psichiatria e antipsichiatria da una parte, e psichiatria anti-istituzionale dall'altra. La mia polemica con Antonucci non è affatto violenta. Segnalo, semplicemente, un'evidente differenza di peso, e di ricadute concrete, anche sul piano legislativo, tra le pratiche dei due (Antonucci e Basaglia). Ho sempre trovato debole, effimera, la proposta antipsichiatrica di cui si fa portavoce, come trovo debole la proposta del suo ideologo di riferimento più noto, Thomas Szasz. Ma questo l'ho scritto in un capitolo de Il manicomio chimico, dal titolo Basaglia, Szasz e l'antipsichiatria, e non mi voglio ripetere. Chi vuole si vada a leggere là come la penso.
Infine, ribadisco ciò che già dico nell'intervista: non penso che il problema sia il TSO, né la psichiatria: non è il TSO che ha ucciso Mastrogiovanni e Casu e Soldi e Guerra e Malzone e centinaia di altri che non raggiungono le cronache, sono le pratiche psichiatriche repressive, manicomiali, poliziesche ad averli uccisi. Ed è queste che io contesto. Il TSO, usato con etica, è uno strumento di tutela, è più violento, a mio parere, l'abbandono di una persona che ha una sofferenza psichica grave e non accetta aiuto alcuno. E chi ha avuto esperienza con persone in tale difficoltà sa di cosa parlo.
Abbandonare una persona con un grave delirio, o una grave depressione, in nome della sua libertà, è più violento che porlo in TSO. Dunque: sì a eliminare le fasce, sì a eliminare l'elettrochoc, sì a ridimensionare il dominio del farmaco, sì a eliminare i SPDC, in presenza di CSM fortissimi, sempre aperti, accoglienti, popolati da operatori etici e dalla società cosiddetta civile, no ad abolire il TSO, perché questo è un falso problema: in assenza di TSO significa consegnare una persona, con una sofferenza psichica grave (mettiamo che ha un pensiero delirante per cui si chiude in casa col gas aperto), alle forze dell'ordine. Invece dell'arresto sanitario (come viene definito talvolta il TSO) ci sarebbe l'arresto tout court. Che non sarebbe meglio.
Piero Cipriano
Roma

giovedì 6 aprile 2017

intervista a uno psichiatra riluttante

(intervista di Daniela Mallardi)

Dopo “La Fabbrica della cura mentale” e “Il manicomio chimico”, Piero Cipriano pubblica con Elèuthera il suo terzo e ultimo libro di psichiatria riluttante, dove esamina come, a partire dal luogo-non luogo dove si deposita la massima sofferenza psichica (il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, appunto), si imbatta quotidianamente in diagnosi sbrigative e facili. In questo atto di narrazione finale, Cipriano spiega il rischio di una società che a ogni deviante appiccica la sua etichetta, che diventa nulla più che un insieme obbligato di regole e di come si possa, invece, sovvertirne percorsi, farmaci e forse perfino l’idea stessa della cura. 
Come già aveva fatto in precedenza nel testimoniare la difficoltà di accondiscendere all’imbruttimento del manicomio e alle abbuffate farmacologiche, con “La società dei devianti”, Cipriano, psichiatra e psicoterapeuta, a partire dal Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura in cui lavora, si e ci interroga sul paradigma dell’ideale di salute, e ridefinisce lo statuto della tristezza, senza ascriverla necessariamente alla depressione. Ad animare il libro compare lui, il personaggio narrativo, psichiatra basagliano e a tratti autobiografico, che ricorda come la vischiosità classificatoria delle forme di depressione con l’uso a cascata di farmaci, rappresenti la delegittimazione della tristezza. 
In questo libro con uno stile tra saggistica, racconto e divulgazione, Cipriano esprime come in una società performativa e prestazionale, qualsiasi forma di devianza venga non solo mal tollerata ma anche patologizzata, come se l’officina della salute mentale dovesse produrre sempre e nuovi malesseri su cui orientare una presunta direzione di cura. 
D’altronde, per Basaglia, lavorare al cambiamento sociale significava proprio superare i rapporti di oppressione e vivere la contraddizione del rapporto con l’altro, accettare la contestazione, e dare valenza positiva al conflitto, alla crisi, alla sospensione di giudizi, all’indebolirsi dei ruoli e delle etichette identitarie.
D.M.
Sul penultimo numero di “A” rivista anarchica (giugno 2016, anno 46, n. 5) Giorgio Antonucci si professa diverso da Basaglia in quanto sostiene che mentre quest’ultimo fosse contro il manicomio, lui invece è contro il ricovero coatto (il TSO, insomma). E tu? Tra Antonucci l’antipsichiatra e Basaglia lo psichiatra anti-istituzionale, dove ti collochi? 
Quello di Antonucci è un discorso che trovo demagogico. La malattia mentale certo che non esiste in quanto malattia, siamo d’accordo, ma la sofferenza psichica, o il disagio, o chiamiamolo come vogliamo, quello c’è, lo vediamo, e una persona così sofferente, la libertà l’ha già perduta prima ancora che intervenga la psichiatria con le sue armi di precisione e repressione. Quindi non si tratta solo di liberare le persone sofferenti, dalla psichiatria, ma liberarle pure da quella sofferenza che un tempo si chiamava follia. Allora, in certi casi, bisogna assumersi la responsabilità di decidere, per quella persona non più in grado di farlo. Per cui, io pure revoco, o non convalido, moltissimi Trattamenti Sanitari Obbligatori, quasi sempre inutili, ingiustificati. Però non contesto lo strumento del TSO.
L’impresa titanica di Basaglia
Non mi pare che sia questo strumento, se usato con parsimonia e in casi eccezionali, il vero problema. Invece contesto i manicomi. I manicomi in ogni forma e modo, anche quelli più sofisticati fatti di diagnosi, psicofarmaci, perfino psicoterapie (anche in queste vi sono rapporti di potere, è chiaro). Ed è per questo che non ho mai amato Szasz, nonostante i libri che lui ha scritto siano condivisibili, perché sul piano della pratica uno che proclama: non darò mai farmaci né metterò piede in un ospedale, ma erogherò solo parole e relazione, ha fatto una scelta di campo, si è ritagliato una comoda attività professionale borghese, dedicandosi a gente ricca e poco sofferente. Altro che le fosse di serpenti (i 600 internati del manicomio di Gorizia o i 1200 del manicomio di Trieste in cui si gettò Basaglia). Insomma, Basaglia accetta di non essere un puro. Accetta la contraddizione di prescrivere psicofarmaci, pure di continuare ad avere persone legate e rinchiuse, ma riuscendo, con la tecnica di “infiltrare gli infiltrati”, usando le stesse armi dei manicomiali, ad abolire i manicomi per la prima volta al mondo dopo due secoli dalla loro invenzione. Lascia stare che poi quelli si sono riprodotti sotto altre forme. Ma l’impresa è stata titanica. Riesce a violentare la società. La società che voleva e vuole i manicomi. I manicomi esistono perché qualcuno espelle lo sragionante, è ovvio.
Eppure Basaglia parte, se ci pensi, dalle stesse premesse teoriche di Szasz (e Antonucci): quando dice non so cosa sia la follia, è una condizione umana, in noi la follia esiste come esiste la ragione, ma la società per dirsi civile dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece no, si incarica di trasformare la follia in malattia (per mezzo degli psichiatri) e come tale la relega nei manicomi; le premesse sono simili. È la prassi che è stata drammaticamente diversa. Szasz dedito all’esercizio della lieve psicoterapia, e Antonucci la cui impresa più rilevante è stata troppo veloce, pretenziosa e controproducente. Nel senso che non sono confrontabili la marginale e irrilevante esperienza di Cividale (durata poco più di sei mesi, conclusasi con un’occupazione del reparto con i dodici pazienti rimasti – tanti quanti ve ne sono oggi in un SPDC) che vide protagonisti Cotti e Antonucci, con l’impegno sisifico che si assunse Basaglia, di interi manicomi da svuotare, ma facendolo gradualmente, attento a non causare l’incidente, l’incidente sempre atteso che rischia di confermare, per eterogenesi dei fini, che pratiche troppo liberatorie non sono possibili e dunque non è possibile fare a meno dei manicomi. Per cui, tra Antonucci e Basaglia, io non ho dubbi.

Contro la psicanalisi, ma non in senso univoco
Nel tuo ultimo libro La società dei devianti (Elèuthera, 2016), figuro come uno dei rari casi di terapeuti che si occupano di inconscio e di cui tu hai fiducia. Ma, a parte rare eccezioni, sembra quasi che il tuo sia un “j’accuse” generale verso la psicoanalisi, da intendersi quale onerosa pratica borghese che diventa cialtrona non tanto per via di un suo mancato pragmatismo quanto per una tua mancata conoscenza. Voglio dire: come mai la posizione di pensiero riluttante parrebbe non farsi spazio anche sulla questione psicoanalitica? Non corri così il rischio di diventare monodimensionale ed etichettante pure tu, a tuo modo? 
Ma la psicanalisi questo a me pare, in genere: un’onerosa pratica borghese dalla quale il poco abbiente è estromesso, salvo qualche eccezione. E c’è poco da essere originali. Non è la mia visione della psicanalisi un cliché, è la psicanalisi a essere un cliché, e sapessi quante macchiette ho visto al lavoro. Un cliché per individui abbienti, e poco gravi. Ma sbagli a dire che il libro è un “j’accuse” univoco alla psicanalisi. Nel lunghissimo capitolo in cui cerco di raccontare cos’è quella cosa che da circa un secolo chiamiamo schizofrenia, scrivo di Jung antinosografico e sostenitore della curabilità degli psicotici, e perfino lo considero un precursore di Basaglia (attraverso Minkowski, ovviamente).
Diciamo che non ne vedo molti di psicanalisti in giro (salvo alcuni, che cito pure nel libro, non so, Mario Colucci il lacaniano che lavora in un CSM di Trieste, Gianluigi Di Cesare lo junghiano che opera in un CSM di Roma) che hanno voglia di uscire dal circuito privato e occuparsi, nei servizi pubblici, di pazienti molto sofferenti. Gli altri, la gran massa degli psicanalisti: cosa ha fatto (diceva Basaglia) di buono la multinazionale della psicanalisi, nel 900, per tutti gli internati dei manicomi? E cosa fa di buono adesso, per tutti i pazienti “hard” dei SPDC, dei cronicari vari, dei mille contenitori della follia sparsi nel territorio? Perfino Thomas Szasz l’antipsichiatra era uno di loro, un bravo narratore ma terapeuta esclusivamente per quel pezzo di clientela che si poteva pagare la seduta con lui. Cosa fa la gran massa degli psicanalisti se non: parlare e lasciar parlare in uno studio borghese, in un quartiere borghese, pazienti borghesi, prendendo un tanto all’ora, dove quelli quasi esenti da disturbi o sofferenze si gioveranno di questa colta e gentile relazione, gli altri più problematici non ce la faranno e dopo cinque dieci sedute non li vedranno più. E nemmeno lo sapranno se saranno finiti legati in un letto di SPDC o bivaccheranno in una clinica privata a ingoiare farmaci. Allora, a chi serve la psicanalisi?
Tuttavia, non sei la prima che mi provoca su questo punto: la psicanalisi mi starebbe antipatica perché non la conosco, non le ho mai stretto la mano e non ho mai depositato il mio danaro nella bianca mano di un analista, perché non mi sono mai allettato su un lettino analitico. Rispondo, nel mio piccolo, come rispose Foucault alla stessa provocazione. Disse: io ne voglio parlare, di psicanalisi, e contestarla, ma restandone fuori. Per cui è vero il contrario, cioè, proprio in quanto non psicanalizzato mi posso permettere di parlarne. Altrimenti che obiettività potrei avere. Diceva Tobie Nathan, probabilmente il più interessante etnopsichiatra vivente, che molti psicanalizzati sono come degli zombie, un po’ come i posseduti da certi stregoni africani, sono gusci vuoti, che dentro non hanno più se stessi ma la teoria dell’analista che li possiede.
Diciamo che mi sento molto etnopsichiatra, da questo punto di vista. A volte, quando vedo individui (anche psicanalisti giunti all’ultimo grado di iniziazione) che al primo inceppo esistenziale ritornano dal proprio analista, a rifare il tagliando, un po’ come un farmacofilo ritorna a farsi prescrivere l’antidepressivo, ecco, ci trovo un tale grado di non emancipazione, di dipendenza, che mi pare più perniciosa ancora della dipendenza dagli psicofarmaci.
Tu dici: parli di ciò che non conosci. Ma perché (ora mi vengono in mente molti lacaniani) pensi che davvero si capisca ciò che scrive Lacan?, o che tra lacaniani si capiscano? Ricordo un fisico, Alan Sokal, irritato dalla lettura di Lacan e dei suoi epigoni e dal loro esoterismo lessicale, che scrisse un testo davvero astruso, lo inviò a una rivista, fu pubblicato, e dopo un po’ di mesi raccontò il fatto in un libro, dal titolo Imposture intellettuali, dove parlava di tutti questi autori fumosi alla Lacan, che, quando li leggi (scrive Marco Innamorati in un ottimo articolo) hai la sensazione di essere preso per il culo, un po’ come ti prendono per il culo i protagonisti di “Amici miei” quando ti fanno la supercazzola prematurata. Ecco, io ho semplicemente detto che molti di questi parlano di supercazzole. Non si tratta di monodimensionalità. Ma di essere, anche nel mio lavoro, sufficientemente anarchico, da rifiutare certi dogmi, soprattutto se sono pure incomprensibili.
Il diritto al suicidio
Appare chiara, dunque, questa tua modalità di voler andare “in direzione ostinata e contraria” dalla parte dei disperati – per parafrasare De André – ma questa perseveranza nel rimanere a lavorare in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura ospedaliero di cui tu denunci l’orrore e l’errore della pratica, non è forse più una necessità di raccontarti di poter essere l’unico psichiatra diverso in un luogo di psichiatri uguali? 
Potrei rispondere di no, perché è necessario un infiltrato, nei piccoli manicomi, per rompere l’ingranaggio oliato della manicomialità. Invece ti rispondo: forse sì. Infatti me ne vorrei andare, dopo una dozzina d’anni di lavoro ospedaliero vorrei tornare a lavorare in un Centro di Salute Mentale. Ritornare sul cosiddetto territorio. Andare di casa in casa a trovare le persone. Prevenire, se possibile, le crisi. Impedire che le persone poi arrivino furiose nei pronto soccorsi, dove vengono accolte con le armi pesanti: farmaci e fasce. Ma per ora mi hanno bloccato il trasferimento. Però ti dico, anche, che si può (capita spessissimo) lavorare da manicomiale in un CSM (o perfino in uno studio privato, per tornare al discorso di prima sugli psicanalisti o su chi esercita la psicoterapia in studioli privati) e lavorare da territoriale in un SPDC. Facendo, in fondo, ciò che Antonucci sostiene di fare: revocare i TSO o non convalidarli, sciogliere i legati o non legarli, ridurre il carico di farmaci, dimettere qualche paziente, prendere (come ho fatto alcuni giorni fa) un paziente da molti mesi ricoverato in SPDC e, con la mia auto (perché la ASL non ne ha a disposizione), portarlo a visitare sua madre che non vede da tre anni in casa di riposo, e poi andare a pranzo insieme a lui a ristorante. Ora: come mai tutto ciò non lo ha fatto lo psichiatra del CSM che lo ha in cura? Probabilmente perché il manicomio non è un luogo, ma è nella testa delle persone.
“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio, quello del suicidio”. Camus, ne Il Mito di Sisifo, apre il varco di questo buco su cui tu ti riaffacci. Qual è – se c’è – la soglia per definire un suicidio diverso da un altro? Si può parlare di responsabilità dello psichiatra? Quale eredità ti hanno lasciato coloro che lo hanno messo in atto? 
Domanda molto complessa, troppo, a cui serve una risposta semplice e pragmatica (chi vuole poi si legge il capitolo: “Il dovere di vivere, il divieto di morire”, nell’ultimo libro). Di solito gli psichiatri (me compreso) rispetto ai gesti di suicidio, potenziali o messi in atto, si difendono. Perché, altrimenti, il rischio è che uno (il suicida) muoia, e l’altro (lo psichiatra) muoia socialmente (finisce in galera, o viene sospeso dall’esercizio del suo mestiere). Perché c’è un terzo elemento (un giudice), che per mestiere cerca la colpa. Io penso (in quest’ultimo libro lo scrivo chiaramente) che le persone debbano avere il diritto di disporre del proprio corpo (habeas corpus), e dunque di scegliere se vivere o morire. Ma nel paese confessionale che siamo ciò è incredibilmente difficile. Se uno muore c’è bisogno, sempre, di un colpevole. E questa è un’ulteriore ragione del manicomio.

Il riluttante è un anarchico che…
A proposito del personaggio narrativo dello psichiatra riluttante, non temi che possa essere un azzardo? Nel senso, non temi che questa non-fiction novel alla Carrère possa falsificare la professione dello psichiatra e farla quasi eroica? (Il carteggio con una Madonna, poi, farebbe il verso a una dimensione quasi mistica). 
Non sono d’accordo con questa tua visione. Pochi giorni fa il cantante Capovilla del Teatro degli Orrori mi diceva esattamente il contrario. Diceva: cazzo, Piero, in questo libro ci sei andato giù duro. In che senso, gli domando. Ti dai addosso come non mai, ti definisci un killer, un boia gentile, un carnefice. E così via. Allora, non mi pare di aver raccontato un personaggio, lo psichiatra riluttante, così eroico come dici: è sempre sul punto di lasciare, minaccia di abbandonare il campo, la partita, smettere. Proprio nel capitolo sulla psicanalista Centauro, che ti riguarda, dice che non vuole cadere nella sindrome del salvatore onnipotente, che lui con questo lavoro in fondo ci piglia lo stipendio per campare la famiglia.
Dove lo vedi l’eroe? Io non ce lo vedo. Il carteggio con la madonna, dici, rasenta il mistico? Ma no. Innanzitutto è la decima madonna, non la prima. Poi è una madonna designata tale (decima appunto) da uno che ha passato la vita nei manicomi e si credeva dio. Per questo, più che deriva mistica, è un carteggio blasfemo, dove io mi confesso a una madonna nominata tale da un pazzo, diciamo. Cosa le confesso? Le confesso proprio il mio non riuscire a fare a meno di raccontare queste storie di persone stritolate, annientate dai manicomi. E lei è stata la madonna di un pazzo e di uno psichiatra, che sono le due facce della stessa medaglia. Due onnipotenti, se ci pensi. Un uomo che si crede dio, e un altro uomo che si crede psichiatra e in quanto tale più potente dell’uomo che si crede dio, quindi più potente di dio, perché lo può obbligare a curarsi, a prendere farmaci, a scrollarsi di dosso la folle convinzione di essere dio. Ma allo psichiatra nessuno mai lo potrà convincere (o curare) del suo errore, della sua presunzione di verità. E di essere ancora più dio di dio.
Colpisce che in tutto il libro non compaia mai la parola desiderio che a me pare, invece, una parola assai preziosa, un moto perpetuo che mai soddisfa e che mai può soddisfare finché c’è orizzonte. In questo modo, forse il desiderio è da intendersi anarchico. Quale è allora il tuo desiderio adesso e dove è la tua anarchia? 
Non compare la parola desiderio però il desiderio c’è. Non serve metterci la parola perché una cosa esista. Ci sono molti desideri, nel libro. E non li elenco che forse non c’è più spazio in quest’intervista. Il desiderio di convincere, per esempio. Il riluttante è uno psichiatra ego distonico, uno psichiatra contro voglia, apparentemente non più desiderante, appunto, sempre sul punto di mollare, però non molla, resta lì, a fare la sentinella, l’infiltrato, perché, in fondo, vuole convincere, ma convincere chi? I giovani infermieri, i tirocinanti, gli specializzandi in psichiatria, quelli che ancora non si sono arresi e consegnati alla logica della custodia, del manicomio, della securità. Fargli vedere che se arriva un agitato è possibile rassicurarlo senza legarlo. Fargli vedere quanto è semplice sciogliere un uomo legato. E poi quando è notte, durante le guardie di notte, scrive. E pubblica libri. Perché? Perché desidera ancora convincere. Convincere chi non sa nulla di questo nostro mondo a parte. E se non vincere, che non si può, almeno convincere.
E la sua anarchia, non molto esibita, ostentata, c’è, nascosta in questa sua riluttanza al potere psichiatrico. Nella prima versione de La fabbrica della cura mentale che proposi a Elèuthera il protagonista era lo psichiatra anarchico, ma l’ossimoro era troppo scandaloso, e virai, avendo apprezzato Il fondamentalista riluttante, su quest’altro aggettivo.
Il riluttante è un anarchico che accetta di fare a meno della purezza cui sempre gli anarchici anelano, rispetto al potere, accetta la contraddizione, di poter disporre della vita, della salute, della libertà degli altri. E prova a ridimensionarsi in quanto psichiatra, e tutto il suo lavoro è un attacco al potere psichiatrico. Potere che si esprime sia con armi pesanti (farmaci, fasce, elettrochoc, ricoveri coatti) sia con armi apparentemente più innocue (diagnosi, interpretazioni, buoni consigli).

sabato 8 ottobre 2016

Psichiatria e potere - intervista a Giorgio Antonucci (di Moreno Paulon)




Dalla collaborazione con Franco Basaglia fino alla chiusura dei manicomi di Imola, uno dei più noti psicanalisti italiani ripercorre la sua vita professionale, ci ricorda che le “malattie mentali“ non esistono e spiega perché il principale nemico è ancora lo Stato.

Giorgio Antonucci (Lucca, 1933) è un medico italiano che ha dedicato i suoi studi e il suo lavoro ad abolire la violenza psichiatrica. Ha lavorato con Franco Basaglia nell'ospedale di Gorizia, ha diretto vari istituti psichiatrici sul territorio nazionale ed è autore di numerose pubblicazioni di ispirazione libertaria nelle quali pone in discussione gli assunti stessi dell'epistemoligia psichiatrica. Assumendo lo spirito dell'etica basagliana, ha lavorato allo smantellamento del manicomio di Imola. Nel 2005 è stato insignito del premio internazionale Thomas Szasz «per eccezionali contributi nella lotta contro lo Stato terapeutico», vale a dire contro uno Stato che adotta il pregiudizio psichiatrico per reprimere le devianze dall'ordine costituito.
Storicizzando la natura dell'apparato psichiatrico, decostruendone i concetti e abdicando personalmente alle sue pratiche repressive, Antonucci riconduce il patologico al sociale, indicando il ruolo politico delle concezioni mediche assunte al servizio delle relazioni di potere fra gli individui e fra i gruppi sociali. L'ho intervistato a casa sua, a Firenze, con l'intenzione di chiarire il ruolo dell'apparato statale di fronte alle spinte più progressiste della società italiana negli anni '70, di indagare lo scarto fra la sua visione e quella di Franco Basaglia e di scoprire quali siano gli ultimi muri, ancora da abbattere, nella lunga lotta contro la discriminazione sociale di ispirazione psichiatrica. Nelle lucide considerazioni di Giorgio Antonucci la psichiatria depone senza appello la sua maschera scientifica e svela un volto fatto di uomini, di comunicazione e di potere.
M.P.



Quando arrivò la polizia
noi ci chiudemmo dentro
L'Italia può gloriarsi oggi della legge 180/1978, del “metodo Basaglia“ e della chiusura dei manicomi come un progresso sociale nazionale. Ma quali furono realmente le prime reazioni dello Stato di fronte alle innovazioni promosse da te, da Cotti, da Basaglia?
Richiamo un episodio su tutti. Nel 1968 Basaglia stava trasformando il manicomio di Gorizia, Cotti era impegnato a Bologna al reparto manicomiale di villa Olimpia ed io lavoravo a Firenze. Quando Cotti si trasferì per assumere la dirigenza del nuovo reparto “neurologico“ di Cividale del Friuli, Basaglia pensò di inaugurare anche lì un discorso nuovo, così si rivolsero a me sapendo che avevamo le stesse idee. Io da Firenze, Cotti da Bologna e Leopoldo Tesi da Gorizia impostammo insieme il lavoro a Cividale secondo i nostri criteri: le persone si rivolgevano a noi soltanto volontariamente, non erano invitate ad assumere farmaci di nessun tipo, non erano contenute da camicie di forza ed erano anzi tutte libere di muoversi in giro per la città. Cotti aveva letto Il mito della malattia mentale di Thomas Szasz e sapeva che le persone non hanno malattie di mente, ma problemi di relazione da risolvere, così parlavamo con loro, singolarmente o in assemblee.
Fuori da questi incontri le persone andavano nei bar, in farmacia, a teatro, in chiesa, dove volevano. Cividale del Friuli è una cittadina piccola, la situazione divenne subito nota e il sindaco Guglielmo Pelizzo, sindaco democristiano, allineato con il governo Leone, governo democristiano, decise che queste persone non dovevano stare liberamente fra le altre, ma rinchiuse come da tradizione repressiva. Un giorno si seppe, attraverso Basaglia, che avevano intenzione di chiuderci. Mandarono la polizia. I poliziotti partirono da Udine in colonna. Il dispiegamento di forze era tale che i cittadini pensarono si trattasse di una mobilitazione legata ai fatti cecoslovacchi oltreconfine. Fu la sola volta, a mio sapere, che in una nazione non totalitaria un ospedale venne aggredito dallo Stato senza che fosse accaduto nulla.
Quando arrivò la polizia, noi ci chiudemmo dentro. Dopo un po' si iniziò a parlamentare e Cotti fece l'errore, decise di fidarsi e aprì la porta. Gli passarono addosso con tutta la violenza della polizia quando interviene per reprimere, la violenza che conosciamo anche oggi. Fummo aggrediti e ci buttarono fuori. Poi volevano portarsi via i nostri utenti, li volevano prendere e rinchiudere. Sia io che Cotti ci opponemmo fisicamente per evitare il sequestro, l'internamento delle persone, e ci riuscimmo. Però l'esperienza di Cividale fu chiusa. Ne parlarono tutti i giornali, anche all'estero, perché era un modo di intervenire inammissibile. Credo sia stata la prima volta nel mondo.

Quindi la lotta contro l'istituzione psichiatrica fu una lotta contro lo Stato?
È ancora una lotta contro lo Stato. Non c'è da stupirsi: persino Freud, da ebreo a Vienna in quegli anni e promotore di tutte le sue novità, trovava spesso la polizia nel suo studio.


Se si abolisse
il ricovero coatto...
Quali sono i nuovi orizzonti che la psichiatria dovrebbe porsi nei confronti dello Stato?
C'è una legge dello Stato, che secondo me non coincide con la Costituzione, che consente di rinchiudere un cittadino che non ha fatto niente, che non ha commesso nessun reato. Questa legge ammette la pratica del ricovero coatto, che oggi chiamano “trattamento sanitario obbligatorio“.
Se una persona dice di essere San Francesco, solo perché fa un discorso che non mi convince può finire sequestrata. Uno psichiatra emette un certificato medico, questo viene accompagnato da un'ordinanza del sindaco (il quale dovrebbe garantire il benessere dei cittadini, ma poi non si reca mai sul posto a controllare per davvero che cosa succede), e la persona viene presa e messa da parte, chiusa in un edificio chiamato comunità terapeutica, o clinica psichiatrica. Ci viene portata con la forza e contro la sua volontà. Se poi si arrabbia e spacca tutto (e ne ha tutte le ragioni) gli mettono pure la camicia di forza. Tutto legale.
Se si abolisse, come io chiedo da anni, il ricovero coatto, cambierebbe tutto il discorso. Essere presi con la forza e portati un in posto senza difesa è inammissibile. Lo Stato prevede ancora che una persona possa essere sequestrata con la forza quando un'altra crede che il suo pensiero non sia accettabile: è una questione repressiva. Con il trattamento sanitario obbligatorio lo Stato commette una violenza contro cittadini assolutamente innocenti e senza alcuna difesa. L'unico sequestro di persona concepibile nel nostro ordinamento è quello per un'ipotesi di reato. Ma in quel caso ci vuole un'iniziativa della Procura della Repubblica, poi c'è l'avvocato difensore, poi ci sarà il processo, un secondo grado e un terzo grado, poi la cassazione, per cui anche sotto ipotesi di reato un cittadino è garantito da una serie di difese. Invece la persona che sostiene di essere San Francesco, per questo o per altri discorsi, può essere sequestrata con un certificato medico di proposta, uno di conferma, e la benedizione di un sindaco. L'obiettivo da porsi è l'abolizione del ricovero coatto. Decaduto questo, il potere del controllo è finito. Per questo nessuno avanza questa richiesta, nemmeno Basaglia l'ha mai avanzata.

Quali sono le somiglianze e le differenze fra il tuo lavoro e quello di Basaglia?
Sul lavoro abbiamo agito in parallelo, abbiamo svolto le stesse attività e con la medesima etica. La differenza è che io cerco un rapporto diretto e individuale con le persone, mentre Basaglia era una figura più marcatamente anti-istituzionale. Su questo piano istituzionale, inoltre, Basaglia si è occupato giustamente di smantellare il manicomio, mentre io metto in discussione il ricovero coatto, l'ho impedito ogni volta che ho potuto.
Ho sempre cercato di evitare gli internamenti, e da dentro ho liberato le persone internate. Quando ricevevo richieste di ricoveri forzati le respingevo. Io sostengo, diversamente da Basaglia, che il nocciolo del problema è il ricovero coatto, più che il manicomio in sé. Gli altri medici, quelli tradizionali, mi fecero mettere sotto osservazione da parte della Pretura. Perché tutte le persone che arrivavano con ricovero coatto io le facevo togliere dall'ambulanza, mandavo via l'infermiere, entravo in una stanza con loro e dicevo che potevano scegliere se restare o andarsene. Tutto questo avvenne metodicamente. Gli altri medici dicevano che gli sciupavo il lavoro, ed era vero. Il mio lavoro principale è sempre stato quello di evitare i ricoveri o aprire i manicomi e liberare i detenuti, come a Cividale.

Basaglia negli anni '60 e '70 lavorò per ottenere la riabilitazione ufficiale dei pazienti, con tanto di richieste inviate alla Procura della Repubblica perché riconoscesse la fine della degenza. La malattia mentale è un fatto reversibile oppure no?
Il discorso della reversibilità o irreversibiltà è ancora legato alla concezione psichiatrica antecedente a Szasz. Questa sostiene che il cittadino considerato “malato di mente“ (termine che non uso mai perché non significa niente, perché è un'invenzione) ha un difetto del cervello e quindi va curato per modificare questo difetto. Allora pone la questione se questo difetto sia reversibile oppure no. Ma il nostro pensiero non ha malattie, ha semplicemente un'infinità di modi di declinarsi. C'è solo qualcuno che dice che alcune cose si possono pensare e altre no.
Quando ho lavorato al manicomio di Imola ho trovato un “ricoverato“ in camicia di forza.
Io e Cotti l'abbiamo liberato e lui ha ricominciato a vivere. Qualche tempo dopo ha vinto un concorso per l'unità sanitaria locale e ne è diventato un funzionario. Così un uomo è stato, nella stessa unità sanitaria, rinchiuso in manicomio e impiegato dell'amministrazione. Questo caso dimostra indiscutibilmente che i soggetti psichiatrici non hanno niente in meno degli altri, visto che una volta liberato ha fatto ciò che fanno tutti gli altri cittadini, che non hanno mai avuto contatto con la psichiatria. In manicomio non c'erano persone diverse da noi, ma persone sfortunate che nel corso della loro vita, per vari motivi, erano state sequestrate.


Il problema è il sequestro,
non il manicomio
Parliamo del manicomio diffuso. Dopo la legge 180/1978, oggi abbiamo cliniche, sezioni della sanità o dell'igiene mentale, tecnici e professionisti che pervadono il tessuto sociale. I manicomi sono stati chiusi o sono stati aperti?
Il manicomio non è solo un edificio, è un criterio. È un luogo in cui le persone vengono portate contro la loro volontà per via del loro pensiero. Fintanto che lo Stato si potrà permettere di sequestrare un cittadino per il suo pensiero, i manicomi saranno dappertutto. Ma ripeto: il problema non è il manicomio – e in questo sono in dissenso con Basaglia. Un limite di Basaglia è che non si è mai espresso contro il ricovero obbligatorio. Non importa se i vecchi manicomi sono stati svuotati. Inutile esprimersi contro il manicomio se non si dice che non si devono sequestrare le persone per il loro modo di pensare. Nei manicomi le persone venivano prese in carico per modificarne il pensiero, si credeva che non dovessero stare in mezzo agli altri perché pensando in modo differente erano socialmente pericolose.
Oggi esistono altre strutture. L'eliminazione manicomiale funziona perché appare diversa, il potere non ci fa cattiva figura, anzi finge di procurare assistenza e cura. Chiudere uno scrittore in manicomio, per esempio, è più utile al potere che non ucciderlo. Evita la glorificazione di un martire.

C'è una contraddizione che sottende al tuo lavoro di Imola: quella di un dirigente interno all'istituzione che per suo spirito libertario promuove l'abolizione di quella stessa struttura. Il caso richiama il tipo del sovrano illuminato; è in queste figure che dobbiamo sperare per ottenere un progresso sociale?
Ci sono anche queste figure. Storicamente si dà il caso di Leopoldo di Toscana, che abolì la pena di morte e la tortura. Fu il primo al mondo e lo fece addirittura tre anni prima della Rivoluzione francese. Il sovrano illuminato è una figura che detiene un potere, ma lo usa per smaltire questo potere.

Vuoi dire che esiste un potere buono?
Esiste un potere che nega se stesso. Anche Basaglia era in questa situazione, o Cotti. «Il potere è un male in sé», dice Burckhardt, che non era un anarchico. Potremmo poi considerare che quando qualcuno lotta contro un potere costruisce altri poteri, che è il limite della Rivoluzione. Ma tornando sull'argomento, è importante che il potere sospenda se stesso anche nelle relazioni psicanalitiche e psicoterapeutiche, oltre che in quelle psichiatriche, perché anche qui esiste. Troppo spesso abbiamo visto il terapeuta impedire al paziente di esprimersi e autodeterminarsi, condurlo a dire ciò che vuole sentire l'analista: Freud interpretava ogni colloquio dal punto di vista dei problemi sessuali, Jung in termini simbolico-religiosi, Adler mediante la volontà di potenza. C'è sempre il rischio che il terapeuta non permetta al paziente di parlare dei suoi problemi reali. Questo potere va mitigato, sospeso, negato.


Sintomi e sofferenza
Poniamo il problema dell'istruzione dei tecnici e dei professionisti borghesi, ovvero dell'educazione dei medici. Come si comporta l'Università nei confronti delle correnti iniziate da Ronald Laing, Thomas Szasz, Cooper, Basaglia, Goffman e altri?
Le università per lo più li ignorano, li trascurano oppure li travisano. A volte li fanno passare per buone persone che trattavano bene i ricoverati, altre volte li spacciano per teorici ingenui, che avevano certe loro strane fantasie poco fondate.

Possiamo interpretare l'esordio di un “disturbo mentale“ come un'istanza di rivolta sociale intrapresa da un soggetto sottoposto ad una relazione di potere?
Non precisamente. Solo perché ho pensieri diversi da quelli imposti o da quelli della maggioranza, non divento con ciò immediatamente un critico del potere. Tuttavia possiamo dire che entro in conflitto con quel potere non appena cerco di applicarli. Allora sì, ci si ribella o ci si ritira, adeguandosi pian piano alle forme dell'ordine costituito, vuoi per paura, vuoi per reali minacce, per vivere, per convivere. Parliamo di conformismo, ma questa è già la banalità del male, è già Hannah Arendt.

E i sintomi?
Non parlo mai di sintomi. Parlo di sofferenza. A provocare sofferenza è il fatto che tutte le esigenze di libertà ed espressione interiore che abbiamo si scontrano con una società che ci limita.
Schizofrenico, per esempio, è un termine che non accetto, è l'etichetta attribuita a una presunta malattia mentale. Significherebbe che un cervello è diviso in due, che è un'assurdità. Il cervello è divisibile in quanto organo, il pensiero non è divisibile. Dobbiamo storicizzare. Il termine fu inventato da Bleuler, uno svizzero dei tempi di Freud, per definire il comportamento di coloro che erano già stati rinchiusi. Doveva descrivere alcune presunte contraddizioni dei suoi pazienti reclusi, che reinterpretate alla luce delle situazioni dei soggetti appaiono invece perfettamente coerenti. Spesso gli intellettuali credono di farsi belli pronuncindo il termine “schizofrenico“ in luogo di “contraddittorio“ o apparentemente contraddittorio, ma non significa niente.

Che ne è allora dei sintomi positivi, anche rinunciando all'etichetta, che ne è di chi sente le voci?
Non sono sintomi. Qui si tratta di trovare delle scuse per rinchiudere certe persone. Tutti possiamo sentire delle voci. Sono stati gli psichiatri a dire che questo è un sintomo di malattia. Io non uso mai termini psichiatrici, ricorrere al gergo psichiatrico è già l'inizio di un equivoco. Sentire le voci è immaginazione. Io posso sentire ancora la voce di mia madre che mi parla, posso sentire la tua voce quando te ne sarai andato, come è possibile stabilire se la sento fisicamente o interiormente? Con quali paramentri? Il problema è che il paziente si abitua a pensare con la logica dello psichiatra, con l'interpretazione che gli viene imposta a suo danno. Si tratta unicamente di potere.
Se Padre Pio rientra nell'istituzione della Chiesa diventa un santo, gli portano persino in giro il corpo da morto, se invece una persona che non conta nulla dice molto meno di Padre Pio, per esempio dice che si sente un santo, lo sbattono in manicomio. Il manicomio colpisce le persone che hanno poco potere, oppure che ne hanno meno di chi ha deciso di internarle. La psichiatria è una questione di potere. Se nella famiglia tradizionale il marito ha più potere della moglie, è facile che sarà ricoverata la moglie se lui decide che lei non va bene e la vuole far “curare“. Attraverso uno psichiatra la farà prendere con la forza e portare via. Non può succedere il contrario, se la moglie ha meno potere.
C'è sempre qualcuno che ha più potere e decide sulla testa di chi ha meno potere. Anche un uomo privilegiato, un pezzo grosso, può finire ricoverato, ma è perché ci sono altri che hanno interesse ad eliminarlo, i concorrenti, i figli o altre persone. Lo fanno passare per uno che non ragiona bene e lo mettono da parte. Lo Stato usa la psichiatria per mantenere l'ordine così come stabilito dalla ristrettezza dei costumi, o dalla ristrettezza delle sue leggi o usanze, tuttavia chiunque entra nella vita di una persona per eliminarla psichiatricamente è una persona che ha più potere di quella che viene eliminata.
Pensiamo al famoso caso Dora, di Freud. Dora è insidiata da un uomo anziano (lei è giovanissima), che è il marito dell'amante di suo padre. Il padre, avendo un'amante, chiude un occhio sul concorrente che insidia sua figlia. Quando Freud se ne occupa non dice che bisogna prendere questi due uomini e dirgli di smettere di fare prepotenze sulle donne: cura Dora, invece. Questo per mostrare che gli uomini di potere, quando fanno cose non giuste, si rifanno su persone che non hanno potere (infatti la ragazza, nel gruppo, era quella con meno potere di tutti). Freud accettò questo stato di cose, patrocinò questo squilibrio di potere. Anche Freud era prigioniero di questo modo di pensare, anche Freud assunse un potere insieme agli altri due uomini, e a Dora non restava niente.
Ovunque arrivano gli psichiatrici interpretano fatti culturali. I fatti culturali non sono semplici. Bisogna interpretarli nei termini di quelle culture e delle variazioni di culture, senza bisogno che vi si introducano i termini della psichiatria, che si inserisce non solo con le parole, ma con i fatti. Non solo procede senza rispettare quel pensiero e chi ce l'ha, ma lo reprime.

Secondo te esistono presunti isterismi, schizofrenie, attacchi di panico che possono essere ricondotti all'azione di rapporti di potere quotidiani, anche in famiglia, che instaurano un controllo sociale, impongono aspettative unilaterali, orizzonti d'attesa soffocanti e altro?
Se tu dici che molte delle nostre sofferenze derivano dal fatto che non possiamo esprimerci appieno, è qualcosa che diceva anche Freud. Basta pensare alla limitazione costumi della donna, per esempio.



Origini storiche
e legittimazione
Quali sono le origini storiche della psichiatria?
Schematizzando possiamo trovare un primo sviluppo della psichiatria durante l'Illuminismo, con l'alternativa secondo la quale una cosa è logica o non lo è. Lo sviluppo vero e proprio però è dalla Rivoluzione francese in poi, con Pinel e altri. C'è poi chi mette in relazione, sul piano degli approcci, la psichiatria con l'Inquisizione. Questo è interessante perché l'Inquisizione, struttura di potere, giudicava sulla base del pensiero, o anche dell'intenzione, cosa che fa anche la psichiatria. Un inquisitore non condannava soltanto per un fatto avvenuto, ma anche per uno che sarebbe potuto accadere. Poteva esserne interessata una donna che con certe erbe curava i dolori del parto, perché non era un medico ufficiale. Oppure una donna che si metteva in testa di trovare dei rimedi senza essere un medico. Sia il fatto sia l'intenzione sono motivo di repressione.
Quando uno psichiatra sostiene che qualcuno può essere pericoloso spesso fa un processo alle intenzioni, perché è possibile che quella persona non abbia mai fatto niente di male a nessuno. Recentemente hanno applicato il trattamento sanitario obbligatorio a due persone a Padova e a Torino, Mauro Guerra e Andrea Soldi, due persone che non avevano fatto niente e le hanno ammazzate. Si tratta di un processo all'intenzione, al pensiero.

Sul piano medico la psichiatria come si è guadagnata la sua posizione, la sua legittimazione?
C'è stata la congiunzione, all'epoca di Pinel, del pensare diversamente con l'avere un cervello diverso. L'idea ha avuto seguito con alcuni successori, come Lombroso, secondo il quale la prostituta ha un cervello e l'artista ne ha un altro. Idea assurda, tant'è che anche Tolstoij quando incontrò Lombroso lo definì “un vecchietto insignificante“. I seguaci di Lombroso poi volevano rinchiudere Leopardi, semplicemente perché aveva un punto di vista differente e critico su tutto. Decisero che aveva un cervello che funzionava male, che aveva un problema fisico: la malattia di mente. Quando morì Leopardi qualcuno scrisse sul Corriere della sera che era un fortuna che fosse morto, altrimenti sarebbe finito in manicomio. *
Oggi lo “squilibrio chimico“ è esattamente una sostituzione della teoria lombrosiana della diversità del cranio. Lombroso diceva che il cervello del deviante era diverso, gli psichiatri di oggi dicono che c'è uno squilibrio chimico.

Nel 1961 Thomas Szasz propose l'interpretazione dell'isterismo di conversione come una forma di comunicazione non verbale, inaugurando un approccio semiotico del comportamento umano. Come si spiega questo fenomeno?
Se mia moglie soffre per un mio comportamento, e non me lo può dire, dirà che ha mal di testa, o le verrà il mal di testa. Si può usare il proprio corpo per esprimersi quando ci viene impedito di farlo direttamente. La psicanalisi ha fatto il percorso al rovescio: siccome un soggetto aveva dolori di testa, il mal di pancia o altri fastidi che non avevano un'eziologia fisica ma derivavano da un'impossibilità di comunicare, rimediava a questo cercando di comunicare. Se la terapia riesce a fare questo aiuta la persona. Chi non può comunicare si serve di altri mezzi, se invece riprende a esprimersi questi mezzi non servono più.
Il problema è che la psichiatria classifica questi problemi come malattia, non come disagio; è molto diverso. Se io rifletto sugli attentati che possono verificarsi a Parigi o a Berlino, oppure penso che sto andando avanti con gli anni ed è facile che muoia, faccio degli esempi, a un certo punto l'attacco di panico è una conseguenza dell'accumularsi di queste paure. Quando la paura è così forte e le paure sono così tante, a un certo punto hanno anche degli effetti fisici, come insegna la medicina psicosomatica.


In realtà si tratta solo
di pregiudizio
Quali sono i fattori in base ai quali si stabilisce che una persona è malata di mente? Chi ha l'autorità di farlo?
Il fattore è solo il pregiudizio. Un pregiudizio dice che certe esperienze sono esperienze che non devono esserci e che derivano da un difetto della persona, del suo cervello. Chi lo decide naturalmente è uno psichiatra.
Se in tribunale emerge il problema della sanità mentale, l'avvocato difensore assume un perito che dimostri che l'imputato è malato di mente per farlo fuggire alla pena, l'accusa ricorre a un perito che sostiene sia sano di mente per fargliela pagare. Succede che due periti psichiatri, sulla stessa persona, per la stessa ipotesi di reato, nello stesso momento dicano rispettivamente che sia sano e malato di mente. Il fatto è puramente arbitrario, ce lo dimostra bene il tribunale. La psichiatria è arbitraria, può sostenere contemporaneamente che la luna è qui un satellite e lì una stella.
Un perito psichiatra si arroga la possibilità di dire se una persona ragiona o non ragiona bene. Se non ragiona bene ha dei difetti nella testa, un tempo fisici e oggi biochimici. Al servizio del potere costituito.

Quando gli strati più avanzati dell'intellighenzia hanno superato certi criteri e paradigmi (l'inconscio, l'isteria, l'omosessualità come malattia...) ecco che questi sono appena stati assorbiti dagli strati più popolari, dove si inizia a pronunciare la parola inconscio, ad accusarsi di isteria o di schizofrenia negli scambi più prosaici e quotidiani. La realtà è anacronistica?
Questi fatti corrispondono piuttosto al fatto che la psichiatria ha dominato il pensiero tanto delle popolazioni quanto delle persone più importanti, compresi i filosofi, che hanno usato queste categorie a servizio del potere dello Stato e della psichiatria.

Se una relazione di potere può essere foriera di sofferenza, senza il supporto della psichiatria quali sono gli strumenti di chi soffre per gestire un abuso di potere o un controllo sociale?
Se è possibile parlare con la persona e capirne i problemi, magari indicando anche le soluzioni utili, questo è sufficiente. Non si nega che l'aiuto sia necessario, ma che lo sia la figura dello psichiatra. In una società con un elevato livello di comunicazione forse gli psichiatri non esisterebbero nemmeno, ma lasciamo le utopie. Il problema è che una persona che soffre ha bisogno di comunicare per capire cosa fare per liberarsi della sofferenza. Ma è difficile pensare a un mondo in cui la libertà sia davvero un valore di fondo, in cui non esistono stratagemmi per limitare le persone e costringerle a pensare ciò che si vuole far loro pensare.


Moreno Paulon


* In relazione a questa frase, sul numero successivo ("A" 409, estate 2016) è stato pubblicato il seguente errata corrige: "Giorgio Antonucci fa riferimento a quanto scrisse il Corriere della sera quando morì Giacomo Leopardi.
Si tratta di un evidente errore, dato che Leopardi morì nel 1833 e il Corriere della sera iniziò le pubblicazioni nel 1876. Ci fu effettivamente uno scritto in tal senso sul Corriere della Sera, ma al momento Giorgio Antonucci non è in grado di rintracciarne il ritaglio e quindi di specificarne la data. Se ne scusa con i lettori".