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giovedì 5 ottobre 2017

Sul referendum catalano tutti usano il vecchio trucco della patria - Martín Caparrós


Niente comincia davvero, tutto è proseguimento di qualcos’altro, però se questo fosse un racconto si potrebbe dire che è cominciato nel 2010, quando la crisi economica globale ha raggiunto la Spagna. Quell’anno il Partito popolare ottenne che la corte costituzionale annullasse lo statuto autonomo che i catalani avevano votato quattro anni prima. Al potere in Catalogna c’era allora quello stesso partito della destra catalanista che, pur essendo rimasto al potere più di due decenni, mai aveva parlato di indipendenza per la sua regione. E non lo aveva fatto neanche sette anni fa.
Però la crisi si aggravava e il governo catalano decise di rifarsela sui più deboli. Tra il 2010 e il 2015 ha ridotto il bilancio destinato ad alloggi, istruzione e sanità pubblica di più del 15 per cento. In nessun’altra comunità spagnola i tagli sono stati così brutali. Ci sono state proteste, a migliaia, nelle piazze. Spaventato, il governo ha capito che doveva fare qualcosa.
Freud (quanto tempo era che non lo citavo) parlava dei “ricordi-schermo”, quelli che servono per allontanare ciò che non vogliamo prevedere, le minacce del futuro, come succede in qualsiasi religione e in molti discorsi politici, per fare due buoni esempi. Il partito della destra catalana è ricorso al più classico di essi: il vecchio trucco della patria.
Un’idea paranoica
Tutta la colpa, hanno detto, era di Madrid. E così il governo centrale di destra, a sua volta colpito dalla crisi, vedendo l’opportunità, ci è saltato sopra: cosa c’era di meglio che imitare i colleghi catalani e agitare lo stesso spettro? Si trattava di una curiosa coincidenza: sia Artur Mas a Barcellona sia Mariano Rajoy a Madrid pensavano che i fantasmi patriottici sarebbero serviti a nascondere altri spettri, e hanno cominciato a evocarli a gran voce. “Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”, diceva il dottor Samuel Johnson. Battersi e sventolare bandiere conveniva a entrambi gli uomini: è così che è cominciata questa gara di provocazioni, minacce e assurdità che rischia di dar vita a nuove frontiere.
La patria è un’idea paranoica, che funziona in relazione a una minaccia esterna, e la paranoia è una merce che si vende sempre facilmente. È facile entusiasmarsi con la patria. È facile credersi diversi dagli altri, è facile credersi migliori degli altri. È facile credere che tutti i mali vengano da quelli che si trovano più lontani, quelli che non sono nostri parenti, che non sono nostri vicini, che non sono dei nostri. È più comodo, più rassicurante: evita vari problemi ed evita soprattutto lo sforzo di dover pensare.
Il maggior effetto della patria è appiattire le differenze, le sfumature: fa in modo che qualsiasi altra considerazione scompaia di fronte alla forza di questo gruppo di, così si dice, uguali. Di fronte all’aumento, negli ultimi anni, delle disuguaglianze nella società catalana, come nel resto di quella spagnola, dovuto alla concentrazione della ricchezza, alla perdita di posti di lavoro e agli errori economici, la cosa più facile per molti catalani è stato dire “Espanya ens roba” (la Spagna ci rapina). È quanto hanno fatto anche i britannici che hanno votato a favore della Brexit o gli statunitensi che hanno votato per Trump. Ed ecco i risultati.
Ed è così che la grande destra catalana, stranamente alleata alla sinistra repubblicana, contando sulla maggioranza nel parlamento autonomo, ha convocato un referendum affinché i catalani votino per dire se vogliono o meno l’indipendenza. Il referendum è stato annunciato per il 1 ottobre e la legge che lo regolamenta prevede che in caso di vittoria del sì, tramite una maggioranza semplice di voti e senza un quorum, il parlamento debba dichiarare entro 48 ore l’indipendenza.
L’indipendenza è un concetto sfuggente. Credo che molti catalani non immaginassero lo sforzo, il costo e la volontà richieste per dare vita a un paese nuovo. Non si vedevano, e lo dico avendo vissuto lì vari anni, nella società catalana l’energia e l’urgenza necessaria per inventare un paese, per dare forma concreta a un’idea. Sembrava che immaginassero l’indipendenza come uno stato idilliaco, fatto di amore e tradizione, di ritorno a un passato che non era mai esistito. Come se non pensassero che sarebbe stato necessario creare un grande apparato statale, uscire dalla comunità europea, perdere per un certo periodo il proprio principale mercato economico, la Spagna, e rinunciare ai propri livelli di vita. E accettare che il Barça giochi in un campionato di secondo piano.
La cocciutaggine di Rajoy
Per questo non sarebbe stato difficile, fino a qualche mese fa, contenere questo impulso o, perlomeno, convogliarlo. Il governo centrale avrebbe potuto trovare un modo di farlo: informando sulle complicazioni di un’eventuale separazione, insistendo sul fatto che la Spagna ama e ha bisogno della Catalogna, discutendo migliori termini di convivenza. E, in ultima istanza, organizzando un referendum legale, consensuale, che prevedesse che per convalidare la propria secessione la popolazione di una regione necessita di due terzi o tre quarti dei voti, con un quorum minimo di partecipanti. In fin dei conti, tutti i sondaggi rivelano che tre catalani su quattro desiderano votare e decidere, però meno della metà di loro sceglierebbe l’indipendenza. Votare, e votare a favore dell’indipendenza, sono due cose radicalmente distinte. La cocciutaggine di Rajoy e dei suoi le hanno rese una cosa sola.
Avevano molte possibilità e le hanno sprecate, credendo che per compiacere il proprio pubblico convenisse mantenere l’immagine di galantuomini orgogliosi e inflessibili, che tanto servì ai loro antenati per costruire la celebre leggenda nera spagnola. E ora insistono con la loro assurda miscela di sordità e aggressività: continuando a rifiutare ogni forma di dialogo, sequestrando milioni di schede elettorali, inviando forze di polizia con elicotteri e motoscafi, incriminando più di settecento sindaci, arrestando una dozzina di dirigenti e creando un clima di occupazione che non fa altro che favorire gli altri nazionalisti. L’immagine della guardia civil spagnola che impedisce ai cittadini catalani di votare è una di quelle che possono rimanere impresse per vari decenni.
Il governo del Partito popolare insiste nel dire che il referendum è incostituzionale. Lo è, ai sensi della legge, però non sempre il testo di una legge ne traduce lo spirito. È difficile, in una democrazia, sostenere che un popolo non abbia diritto di esprimersi alle urne. Ed è ancor più difficile reprimerlo quando cerca di farlo. Il referendum è forse illegale. Ma, con la sua violenza, lo stato centrale lo sta legittimando.
Attacchi intollerabili
Si è sempre detto che la principale caratteristica dei catalani era il seny: il buon senso, la ragionevolezza. In questo caso l’intolleranza centralista li sta distruggendo. Sempre più catalani si convincono a sostenere un indipendentismo che, fino a qualche settimane fa, li spaventava o non li interessava. Sempre più persone dicono che non gli interessa quale sarà il prezzo da pagare: non vogliono più tollerare gli attacchi e le prepotenze spagnole. Se in futuro vorremo capire com’è possibile arrivare a situazioni che apparivano impossibili, quello catalano diventerà un caso esemplare: di come due parti che credevano di poter controllare uno scontro a bassa intensità lo hanno trascinato verso l’abisso.
Il 22 settembre Mariano Rajoy ha annunciato che il suo intervento politico e giudiziario era già riuscito a disinnescare il referendum. È probabile che il governo catalano, messo in ginocchio, non riesca a organizzarlo. La votazione sarà sostituita dall’intenzione di votare: il 1 ottobre queste intenzioni si trasformeranno in marce, picchetti e occupazioni varie, come quella cominciata all’Università di Barcellona.
E così non si saprà mai cosa avrebbero votato i catalani. Non ci saranno dati né certezze, ma solo nuove illusioni: i dati si possono discutere, le illusioni no. E nessuno può escludere che lunedì 2 ottobre il presidente catalano Puigdemont dichiari l’indipendenza della Catalogna, che la Spagna intervenga manu militari, che i catalani resistano e chissà che altro. Mariano Rajoy passerà alla storia come lo stolto che, dovendo scalare una dolce collina, la trasformò in un Everest: grazie ai suoi sforzi gli indipendentisti stanno ottenendo quella legittimità che, nelle nostre società, è riservata alle vittime. Niente di meglio per chi ricorre al vecchio trucco della patria.
(Traduzione di Federico Ferrone)

venerdì 4 agosto 2017

La grandezza dei libri che sfuggono a ogni definizione - Martín Caparrós


Camminava, pensava sciocchezze, si odiava per averle pensate, continuava a domandarsi, senza trovare una risposta: se, come ha detto qualcuno, la rosa è nelle lettere di rosa e tutto il Nilo nella parola Nilo, dove diavolo è ciò che non ha nome?
Ci sono dei libri, molti libri, che si somigliano – un po’ – e che non riescono ad avere un nome. O forse ne hanno troppi, che è il modo migliore per non averne nessuno. Ci confondono. La vedi che legge A ferro e fuoco, del risorto Manuel Chaves Nogales, ti avvicini e le chiedi cos’è. Lei ti dice che sono storie della guerra civile e allora tu domandi se è un romanzo, se sono dei racconti, e lei confusa ti risponde no, sono storie che sono successe, non so come spiegarti. Quei libri che non hanno un nome.
Quei libri spesso non hanno neanche un posto. Entri in una libreria e chiedi dove trovare Ebano (faccio per dire), il capolavoro del maestro Kapuściński, e il libraio indipendente o dipendente ti chiede se è un romanzo o un saggio storico o un manuale di autoaiuto o cos’altro e tu rispondi, mettiamo, che è un grande reportage. Ah, be’, quelli non li abbiamo: forse al secondo piano, tra i libri di sociologia e le ricette di cucina, ti dice, senza scomporsi troppo. Ha un alibi facile: qualche mese fa, quando il supplemento di El País ha diviso i libri in tredici (tredici) generi - dalla narrativa spagnola alla filosofia, dalla musica alla fantascienza, dalla biografia al romanzo storico – per offrire consigli per la fiera del libro di Madrid, non ha previsto un genere che comprendesse quei libri. Non hanno un posto. Forse perché non hanno un nome.
È vero che quei libri possono essere molto diversi tra loro: che somiglianza potrà mai esserci tra quelli scritti da Gabriel García Márquez, Vasilij Grossman, Svetlana Alexsievič, John Hershey, Rodolfo Walsh, Truman Capote, Joan Didion, Emmanuel Carrère, Cees Nooteboom, Scott Anderson, Juan Villoro e compagnia. Ma non si somigliano così tanto, su questo saremo d’accordo, neanche quei libri che chiamiamo romanzi – sì, romanzi – di García Márquez, Grossman, Santiago Posteguillo, Marguerite Yourcenar, Julio Cortázar, Luis Martín-Santos, Isabel Allende, David Foster Wallace, Tom Wolfe, Jean-Marie Le Clézio o John Le Carré.
Rifugio, laboratorio, promessa
Insomma, quei libri tra loro non sono più diversi di altri, ma non hanno un nome che li accomuni. La cosa più facile, finora, è stata definirli in base a ciò che non sono: non fiction, dicono. È vero, non sono fiction: non lo sono neanche alcuni manuali di storia, certi saggi, qualche trattato di filosofia, diverse raccolte di poesia, la guida del telefono. E poi è un meccanismo un po’ umiliante. Immaginate di chiamarvi Gonzalo González e di essere definiti così: non è una donna, non è un plantigrado, non è australiano ma neanche tutsi, non è nato due anni fa, non lavora in miniera, non sa la matematica, non ha un villino in montagna e così via. Dire che sono perché non sono sembra una buona strategia. Forse, per sapere come chiamare quei libri, sarebbe meglio sapere cosa sono.
Quei libri sono il rifugio del miglior giornalismo: davanti alla rinuncia della maggior parte dei mezzi di informazione, che temono di dover pagare il prezzo di tentativi di una certa portata e di usare il loro spazio per pubblicarli, alcuni dei giornalisti più preparati, più inquieti, trovano in quei libri uno spazio in cui possono davvero fare il loro lavoro.
Quei libri sono il risultato di un preciso patto con il lettore: ti prometto che quello che ti sto raccontando qui non è il prodotto della mia immaginazione. È successo, l’ho saputo, ci ho pensato, l’ho strutturato, lo scrivo.
Quei libri sono un laboratorio: perché creano uno spazio di libertà, senza regole prestabilite, limiti di pagine o editori che dicono di sapere quello che vuole il pubblico, e al loro interno si sperimentano modi diversi di raccontare che poi, a volte, si riversano sui giornali – o nei romanzi.
Quei libri sono fiumi di storia: al loro interno si può narrare la caduta dello scià di Persia o le forme assunte dalla morte atomica, ma anche l’intimità di una famiglia mafiosa, la vita di un grande rivoluzionario, i viaggi dei migranti più maltrattati, come il mondo non mangia abbastanza o le tribolazioni di un ballerino campione di malambo.
Quei libri sono, per noi che li scriviamo, un’ossessione: contro la velocità del giornalismo che ci mette davanti a nuove questioni ogni giorno oppure ogni settimana, scriverli ci obbliga a dedicarci a lungo alla stessa cosa. Sono progetti a lungo termine, con strutture, forme, difficoltà specifiche: una scommessa lunga diversi anni per persone abituate a giocare al lotto del pomeriggio stesso.
Quei libri esulano dal modello economico egemone: non compensano mai l’investimento in tempo e fatica. Il lavoro per crearli supera sempre le ricompense materiali che possono produrre. In cambio offrono una ricompensa simbolica importante, la decorazione di chi come noi non crede alle medaglie – di chi come noi dice di non credere alle medaglie.
Quei libri sono una trincea. In un’epoca in cui le serie televisive raccontano la realtà più e meglio della maggior parte dei romanzi (e li sostituiscono), c’è qualcosa in quei libri – la vicinanza, la profondità, lo stile – che non è ancora stato rimpiazzato da modalità più contemporanee di narrazione. In quei libri la forma libro sussiste e sfida.
Quei libri sono una riserva di dati e di comprensione: prodotto di una lunga fatica, il loro interesse non viene meno il giorno dopo; non condividono con il giornalismo periodico la vocazione da incarto per il pesce (anche se a volte finiscono così).
Quei libri sono una fonte di piacere. A volte sono scritti così bene che si continua a leggerli ad anni di distanza, quando le storie che raccontano o i problemi che trattano non importano più. È la prova più schiacciante del fatto che sono letteratura: buona letteratura.
Eppure continuano a non avere un nome che li indichi come gruppo, come genere. Qualcuno ha ripreso la perifrasi di García Márquez – “racconti che sono verità” – e ha parlato di storie vere. Il nome mi piace, ma non mi vedo entrare in quella libreria e chiedere al libraio (in)dipendente dove sono le storie vere. C’è chi lo chiama giornalismo narrativo, ma è una denominazione che mi mette a disagio, perché non per forza è “giornalismo”: pensiamo, per esempio, a L’anno del pensiero magico, di Joan Didion. C’è chi lo definisce giornalismo letterario, ma mi infastidisce l’uso di letterario come se fosse un aggettivo di qualità: se il giornalismo è buono è letterario, una cosa che nessuno direbbe, per capirsi, della poesia.
C’è chi lo chiama new journalism, ma a loro vorrei ricordare che quell’etichetta nacque verso il 1960: è una novità un po’ superata. Di non fiction abbiamo già parlato; la parola testimonianza non comprende il lavoro dello scrittore, che trasforma quelle (eventuali) testimonianze in una narrazione; grand reportage ha un bel suono in francese, ma in spagnolo risulta pretenzioso come tutti i francesi.
Migliaia di libri hanno bisogno di un nome, di un cognome. Forse sarebbe una buona idea usare queste pagine per cercarlo. Io per adesso, pur con reticenza, in attesa di qualcosa di migliore, voto per lo spagnolo croníca. Dopotutto si tratta di cercare, ancora una volta, di fissare il tempo.
(Traduzione di Francesca Rossetti)