Visualizzazione post con etichetta Greta Thunberg. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Greta Thunberg. Mostra tutti i post

mercoledì 8 ottobre 2025

Free Palestine! - ritorno dalle prigioni israeliane

 




«Voglio essere molto chiara. Davanti ai nostri occhi si sta consumando un genocidio. Un genocidio trasmesso in diretta streaming su tutti i nostri telefoni. Nessuno ha il privilegio di dire di non essere consapevole di ciò che sta accadendo. Nessuno in futuro potrà dire che non lo sapevamo. In base al diritto internazionale, Gli Stati hanno l’obbligo giuridico di agire per prevenire e fermare un genocidio. Ciò significa porre fine alla complicità, esercitare una pressione reale e porre fine al trasferimento di armi. Non lo vediamo. Non vediamo nemmeno il minimo indispensabile da parte dei nostri governi. I nostri sistemi internazionali stanno tradendo i palestinesi. Non sono nemmeno in grado di impedire che si verifichino i peggiori crimini di guerra. E non capirò mai come gli esseri umani possano essere così malvagi, da voler deliberatamente far morire di fame milioni di persone intrappolate in un assedio illegale, come continuazione di decenni… e decenni di soffocante oppressione. Occupazione dell’apartheid. [...] Il nostro obiettivo con la Global Sumud Flotilla è stato quello di intervenire quando i nostri governi non hanno adempiuto ai loro obblighi legali. I nostri governi parlano di garantire i diritti umani e dell’importanza di far arrivare aiuti umanitari a Gaza, ma non fanno la loro parte e non fanno nemmeno il minimo indispensabile, per garantire la sicurezza di questa missione. Questa missione non dovrebbe esistere. E questo è una vergogna. Quello della Global Sumud Flotilla è stato il più grande tentativo di rompere l’assedio illegale e disumano di Israele via mare. È una storia di solidarietà internazionale globale di persone che si sono fatte avanti, quando i nostri governi non sono riusciti a farlo. I miei leader, i cosiddetti leader che dovrebbero rappresentarmi e che continuano ad alimentare un genocidio, morte e distruzione, non mi rappresentano. E questa è l’ultima risorsa a cui questa missione deve ricorrere. È una vergogna… è una vergogna. E potrei parlare per molto, molto a lungo dei nostri maltrattamenti e degli abusi subiti durante la nostra prigionia, credetemi, ma non è questa la storia. Quello che è successo qui è che Israele, mentre continua a peggiorare e a intensificare il suo genocidio e la sua distruzione di massa - con intento genocida, tentando di cancellare un’intera popolazione, un’intera nazione davanti ai nostri occhi - ha violato ancora una volta il diritto internazionale impedendo agli aiuti umanitari di arrivare a Gaza, mentre la gente muore di fame. E vogliamo anche sottolineare che non abbiamo bisogno solo di aiuti umanitari per entrare a Gaza. Dobbiamo porre fine all’assedio. Dobbiamo porre fine all’oppressione. Questa azione è stata una sfida al nostro solito modo di fare estremamente violento, che impedisce che questi crimini di guerra si verifichino. Ed è di questo che parla questa storia. Non possiamo distogliere lo sguardo da Gaza e da tutti i luoghi del mondo che soffrono, che vivono in prima linea in questo sistema: Congo, Sudan, Afghanistan, Gaza e molti, molti altri. Quello che stiamo facendo è il minimo indispensabile. Questo genocidio e altri genocidi sono resi possibili e alimentati dai nostri governi, dalle nostre istituzioni, dai nostri media e dalle nostre aziende. È nostra responsabilità porre fine a questa complicità. […] No, non siamo eroi. No, no… stiamo facendo il minimo indispensabile. Ciò che stiamo facendo non lo è in alcun modo. Nessuno è obbligato a venire in soccorso del popolo palestinese. Ciò che stiamo facendo è ascoltare e agire in base alle loro richieste affinché le persone in tutto il mondo agiscano e pongano fine alla complicità nell’uso dei nostri privilegi, delle nostre piattaforme, per prendere posizione contro ciò che è in ogni modo ingiustificabile.»

Greta Thunberg

6 ottobre 2025

da qui


Diamo il Nobel per la Pace alla Global Sumud Flotilla! – Shady Hamadi

 


Il Nobel per la Pace dovrebbe andare alla Global Sumud Flotilla. Ci hanno insegnato che la Pace si cerca con l’azione non violenta: quella di cercare di rompere un blocco che affama una intera popolazione che muore sul palcoscenico globale. A guardare, complici o inermi, i governi mondiali che non sono capaci di dare una risposta coesa. Il loro immobilismo, però, è stato scosso dall’azione di semplici cittadini che si sono riuniti pensando che qualcosa andasse fatto. Non violenza; non altra morte ma il semplice aiuto: di cibo e dell’apertura di un passaggio che si trasformi in un corridoio umanitario.

La Sumud, così come altri in passato, personaggi che hanno invertito gli equilibri sconquassando il mondo, sono oggi al centro di conflitti e cospirazioni volte solo allo screditarne l’operato.

Ma lo abbiamo visto tutti: mani in alto attivisti, hanno gridato i carcerieri di Gaza israeliani, assaltando come pirati le navi liberatrici. In silenzio, con il coraggio della gente semplice, gli attivisti hanno accettato il fato. Mentre altri stanno proseguendo. L’etica dell’azione, la perseveranza nel progetto di alleviare le sofferenze di un popolo solo, abbandonato e orfano di compassione, fanno dire: Nobel per la Pace alla Sumud!

da qui



mercoledì 19 luglio 2023

Per Greta&C. un’amnesia chiamata “capitalismo” - Angelo D'Orsi

 

“Il più peculiare e anche il più nocivo assetto sociale mai emerso nel corso della storia umana, che identifica il progresso con la competizione e la rivalità più aspre; lo status sociale con l’accumulazione rapace e illimitata di ricchezze; i valori della persona con la meschinità e l’egoismo”. La manifestazione di tre giorni fa a Strasburgo in occasione del voto del Parlamento Ue sulla difesa della natura mi ha indotto a sfogliare un testo di Murray Bookchin, Per una società ecologica (1989, ed. it., Elèuthera 2021). Non so se Greta Thunberg e i numerosi combattenti contro cambio climatico, riscaldamento globale, devastazione ambientale, lo conoscano, ma ne consiglierei loro vivamente la lettura. Sempre più ho l’impressione che in questi eco-warriors, i guerriglieri dell’ambiente, i partecipanti alle ormai rituali manifestazioni dei Friday for future, dimentichino che alle spalle di tutto c’è l’economia, o più esplicitamente, c’è il capitalismo, che da quattro-cinque decenni, ha assunto il volto feroce del turbo-capitalismo, una macchina spietata che macina profitti per i pochi e produce sofferenze per i molti.

A Strasburgo la giovane Greta era in prima fila, e ha ripetuto le sue invettive, ma accusare l’umanità di tendenza all’autodistruzione significa dire tutto senza dire nulla. Del resto Greta è riuscita nei giorni scorsi a portare e a notificare al mondo il suo sostegno a Zelensky, accusando la Russia di crimini ambientali, dimenticando le fondamentali responsabilità della leadership ucraina, a cominciare proprio dal presidente-comandante in capo che sta favorendo il massacro (incoraggiato, o tollerato, da Nato e Usa); massacro di persone, di strutture e dell’ambiente, magari preparando un “incidente nucleare”, di cui, come per la semidistruzione della diga, si attribuirà la colpa ai russi. Come Greta Thunberg ha ripetuto, impudicamente, nell’incontro con Zelensky. In altre parole, separare la lotta per l’ambiente da quella per una radicale sovversione degli assetti sociali, condannare le “fonti fossili” o il climate change rinunciando a vedere e denunciare le responsabilità politiche del turbo-capitalismo e della sua base teorica, il neoliberismo, rischia di non produrre né la salvezza della natura, né, meno che meno, quella dell’umanità.

da qui

mercoledì 11 dicembre 2019

Chi applaude Greta e vuole il TAV non la racconta giusta - Claudio Giorno




La corsa all’accaparramento di Greta Thunberg registra ogni giorno nuove sospette adesioni; e si fa asfissiante (quasi più dell’effetto-serra) il corteggiamento del Movimento FFF, nato per lo stimolo potente, la coraggiosa intransigenza e la determinazione sorprendenti di una ragazzina che ha avuto il coraggio di denunciare i tanti re nudi che ci circondano e senza che nessuno li indicasse prima alla pubblica disapprovazione.
Visto dalla Valle di Susa questo vero e proprio tentativo di abbraccio mortale rivela particolari addirittura grotteschi: se c’è un luogo dove in 30 anni si sono adoperati tutti i vecchi arnesi oggi raggruppabili nello slogan “ecocompatibilità” è il nostro. “Ecocompatibile” per antonomasia (prima ancora che divenisse d’uso comune lo stesso termine ecologia) fu la realizzazione a scopo idroelettrico di uno dei più grandi bacini d’alta quota (2 mila metri s.l.m.): il lago del Moncenisio, un invaso lungo circa 6 Km ottenuto sbarrando il pendio italiano del valico ceduto alla Francia come “bottino di guerra” ma dove di comune accordo EDF & ENEL (del resto partner anche sul nucleare) realizzarono, decapitando una montagna, una della più grandi dighe in terra d’Europa! Sommergendo per sempre la strada napoleonica, lo storico ospizio, il paese con la sua chiesetta e il piccolo cimitero sotto oltre 300 milioni di metri cubi d’acqua che alimentano le sottostanti centrali idroelettriche in caverna (quella “nostra” è a Venaus): un movimento terra da leccarsi i baffi, per i mafiosi mandati al confino… Poi, più di mezzo secolo dopo, si sbarra, questa volta con calcestruzzo e paratoie metalliche, l’altro versante (quello della Dora Riparia), che viene semi-prosciugato per alimentare un nuovo e moderno sistema idroelettrico marchiato IREN, che dell’ecocompatibilità ha fatto la sua mission, soprattutto grazie alla catena di termovalorizzatori pubblicamente sovvenzionati, a corredo di vecchie e nuove centrali idroelettriche o policombustibile. Nello spazio dei 50 anni racchiusi nell’arco voltaico alla valle viene fatto dono – negli anni ’80 – del raddoppio (quasi completamente in galleria) del binario unico sul tratto più acclive e tortuoso (Bussoleno-Salbetrand) della ferrovia che collega Italia e Francia fin da quando il tutto ancora si chiamava Savoia. Per venire ai giorni nostri agli impegnativi e onerosi lavori di risagomatura del traforo ferroviario del Frejus. Un ampliamento destinato a rendere più scorrevole il trasporto di camion su treno sul tratto a cavallo del confine, da Bardonecchia a Modane. Poco meno di un miliardo di euro di denaro pubblico interamente speso, ma che viene “svalutato” dagli stessi amministratori delegati che adesso siedono ai vertici di TELT (il nuovo logo scelto per quel che resta del TAV Lyon-Turin, vale a dire il tunnel Bussoleno-St.Jean): gente che, prima della folgorante conversione sulla via del ferro, adorava la dea gomma e sedeva sulla poltrona SITAF (traforo & autostrada del Frejus); gli stessi personaggi che hanno spinto per la realizzazione di un tunnel e di un’autostrada (quasi tutta in galleria) e che (come aperitivo al buco per l’eco-treno) hanno scavato il raddoppio del tunnel stradale per i futuri eco-Tir (del resto chi vende camion li dichiara sempre più ecocompatibili, prossimamente elettrici): la quadratura del cerchio tra SITAF, IREN, ENEL & TAV…
Chi ha avuto la pazienza di seguirmi sin qui si sarà fatto un’idea di quante infrastrutture sono state messe a dimora negli ultimi 50 anni in Val di Susa, ma forse non tutti sanno che il fondovalle “utile” è largo mediamente poco più di un Km. Le due grandi centrali elettriche di Venaus, ad esempio, trasportano l’energia a grandi distanze con imponenti elettrodotti che determinano pesanti servitù di passaggio; e il più recente – che collega la rete elettrica italiana a quella francese – sta venendo interrato sotto la rete stradale. Abbiamo sempre affermato senza mai essere smentiti che, sia per metri quadri di “territorio utile” che per metri cubi di calcestruzzo pro capite, siamo una delle vallate alpine a più alta concentrazione di infrastrutture (e di denaro pubblico in esse riversato in luogo di una sempre più necessaria politica di prevenzione idrogeologica, resa drammaticamente urgente proprio dal cambiamento climatico). E le grandi infrastrutture proteggono solo se stesse, e neanche sempre: Genova, tragicamente, insegna.
Ora, per la sua caratteristica di lotta popolare straordinariamente longeva, con momenti di vera e propria ribellione di popolo come nel dicembre 2005, ci siamo (ci hanno?) caricati addosso aspetti simbolici che vanno anche ben al di la della posta in gioco, per cui la propaganda a tappeto dei giornali di “proprietà finanziario-palazzinara” ha svolto il suo istituzionale ruolo di disinformazione con un accanimento particolare (ampiamente e approfonditamente documentato nei lavori del Controsservatorio Val Susa). Ai No TAV non solo non la si può dar vinta, ma per poter costruire indisturbati la fabbrica dei conci di galleria (in zona esondabile!) si è deciso di mettere mano alla costruzione di una nuova “fabbrica del consenso” che, nel fritto misto di fake news di regime, ha posto l’accento proprio sulla pretesa ecocompatibilità della Grandeopera, sulla sua taumaturgica azione virtuosa contro il cambiamento climatico, ottenuta grazie al trasferimento modale gomma/ferro.
In 30 anni di studi, dopo decine di libri di autorevolissimi (e disinteressati) esperti è stata prodotta una documentazione mai smentita, anzi confermata dai dati reali e addirittura rivelata dai dati progettuali dei proponenti. Dati sui quali, peraltro, ci siamo sempre rigorosamente basati citandoli nelle nostre controdeduzioni. C’è in rete una montagna di gigabyte di argomentazioni che nessuna talpa riuscirebbe mai a perforare… Ma per confutare la propaganda di coloro che tentano di usare Greta e il movimento giovanile che da lei ha preso vita basta dire che nei documenti ufficiali di Italia, Francia e UE non vi è traccia della fu Torino Lione (oltre 300 km desaparecidos) e che i francesi sono sì favorevolissimi allo scavo della galleria di valico, ma solo perché la pagano gli italiani e l”Europa” e hanno formalmente deciso che prima del 2035 non intendono rimettere mano neanche alle carte progettuali delle cinque gallerie (ben più complesse e onerose di quella di valico) tra St. Jean e Chambery (nonostante le solenni promesse delle prime e ormai storiche brochure di propaganda). Anzi, l’attuale governo transalpino per il traffico merci ha optato per l’uso della ferrovia esistente Torino-Digione (in luogo di una nuova Torino-Lione)! Ma soprattutto va evidenziato che scavare le gallerie di una intera ferrovia ex novo aumenterebbe le emissioni di CO2 fino al 2038 (dati del Quaderno 8 dell’Osservatorio del Governo italiano). E a patto che (con un tocco di bacchetta magica?) sparisca più della metà dei camion e le merci salgano spintaneamente in carrozza!
Se davvero l’obiettivo perseguito fosse quello di mettere le merci (possibilmente utili) sui treni e non le mani su una montagna di denaro pubblico a favore di lobby private, si potrebbe lavorare da subito al riempimento dei binari esistenti, oggi ben al di sotto di un quinto delle loro potenzialità: chi sa se nel 2038 ci sarà ancora un solo ghiacciaio sulle Alpi, nel frattempo ridotte a una groviera dalla banda dei buchi che ha rubato l’adolescenza di Greta?

domenica 20 ottobre 2019

L’urlo della terra - Miguel Martinez



Sto leggendo una rivista su carta, e un dodicenne mi chiede,
“ma come mai leggi il giornale?”
Il giornale infatti è un curioso oggetto che legge solo suo nonno.
“No, non è Repubblica, è l’Urlo della terra“, spiego.
Il “giornale”, provocatoriamente su carta, me lo hanno mandato da Bergamo, dove c’è un piccolo gruppo di persone che affronta questioni di enorme importanza.
Si dichiarano anarchici, ma in Italia qualunque cosa si trasforma istantaneamente in folcloristico tifo di gruppo, con una serie di associazioni irrilevanti (“ah, anarchici, ho capito, come quello che suonava i bonghi in piazza l’altra sera”) che distruggono ogni comunicazione.
Per cui, se vi segnalo alcune loro riflessioni, vi prego di non soffermarvi su tutti i dettagli di linguaggio che possono attirare o respingere, ma di riflettere sul senso generale.
Provo a riassumere, se sbaglio qualcosa, spero che gli amici dell’Urlo della Terra mi correggeranno; comunque alla fine verrà fuori un intreccio inestricabile tra le mie riflessioni e le loro, per cui vi invito semplicemente ad acquistare una copia della rivista.
Noi stiamo vivendo un momento davvero unico nella storia del pianeta, il più significativo da quando i dinosauri furono spiaccicati da un meteorite (o qualcosa del genere).
A farlo notare al mondo è un’improbabile ragazzina svedese, che in sostanza dice,
“voi – esperti e politici – che avete creato questo disastro, dovete ripararlo”.
Questo approccio ha un enorme vantaggio –  per la prima volta pone l’intera umanità davanti al fatto che si sta andando a gran velocità verso il precipizio.
Per poter parlare, però, con l’umanità intera, si deve restare vaghi su tutto: l’unico colpevole, pare, sarebbe un misterioso Agente CO2 (in realtà, Greta non dice esattamente così, ma pensiamo a cosa arriva alla fine a giovani sommersi da messaggini su Whatsapp).
Considerando com’è fatta la nostra specie, aggiungendo com’è fatta la cultura globale oggi, e la complessità pazzesca della questione ambientale, questo già costituisce un miracolo: non mi voglio aggiungere agli innumerevoli denigratori e sghignazzatori e struzzi che ficcano la testa in mucchi di calcestruzzo.
Però è anche vero che se non capiamo come reagisce il sistema che Greta chiama in causa, non arriveremo lontano.
L’urlo della Terra nota come l’appello di Greta sia stato accolto con grandi sorrisi praticamente da tutti. Compresi ovviamente quelli che hanno creato questo disastro, e cioè i grandi imprenditori e i loro tecnici.
Gli imprenditori, a differenza dei chiacchieroni su Facebook che vivono di dispetti reciproci, sono persone pratiche e se ne fregano se qualcuno li insulta.
Hanno invitato Greta a Davos al Forum economico mondiale (1500 jet privati parcheggiati fuori) e le hanno sorriso dall’inizio alla fine mentre diceva,
“Se tutti sono colpevoli, allora nessuno è colpevole, ma qualcuno è colpevole… Alcune persone, alcune aziende, alcune persone in grado di prendere decisioni, in particolare, sanno esattamente quali valori senza prezzo hanno sacrificato pur di continuare a fare quantità inimmaginabili di denaro e penso che molti di voi che siete qui oggi appartenete a quel gruppo di persone.”
Se avete mai avuto la sfortuna di assistere a discorsi aziendali-motivazionali, vi ricorderete l’immancabile momento in cui  lo scaricamiracoli di turno vi informa che “in cinese, lo stesso ideogramma significa crisi e opportunità”. Che in cinese è più o meno falso, ma nella storia no.
Le crisi accelerano incredibilmente l’inventiva, fanno strage degli incompetenti, affinano le possibilità di nuovi saccheggi.
Pensate agli occhi felici degli imprenditori edili che si aggiravano tra i ruderi delle città bombardate alla fine dell’ultima guerra.
Ogni impresa del nord del mondo, e ognuna del sud che esporta verso il nord, sta affinando mille nuovi trucchi per sembrare verde – e farti sentire figo se compri il loro prodotto ecobio, e far vergognare la plebaglia di non essere alla moda.
E questo è già un immenso problema, perché tra poco, parole come ambiente saranno percepite come sinonimi di truffa.
Ma soprattutto stanno pensando a nuovi rimedi per salvare il pianeta.
Futurism.com è un sito dedicato a esaltare ogni nuova frontiera tecnologica, ricco di titoli che mettono alla prova anche il mio inglese, come questo:
“Rogue Bitcoin-Funded Biohacker Wants to Gene-Hack Designer Babies”
Il sito elenca una serie di soluzioni finali al “cambiamento climatico”; la mia preferita è uno specchio, delle dimensioni della Groenlandia, da piazzare da qualche parte tra la Terra e il Sole.
L’appalto di tutti i tempi, per chi lo vincerà; e se si risbatte nello spazio l’Agente CO2, non ci saranno più limiti alla possibilità di saccheggiare la Terra.
Ma ben più preoccupante di queste fantasie, e molto più vicina a realizzarsi, c’è l’opportunità che la crisi offre per distruggere non solo la natura, ma anche l’uomo.
Dino Giagtzoglou è un anarchico greco, in carcere per motivi che non mi interessano qui, che ha scritto un saggio molto lucido, pubblicato sul sito di “Resistenze al Nanomondo”.
Qualcuno troverà da eccepire alla sua critica radicale ai “tecnici”: in fondo, se sappiamo che esiste una catastrofe ambientale, è grazie al lavoro paziente di decine di migliaia di ricercatori universitari; ma è anche vero che esiste un numero molto maggiore di tecnici del dominio che lavorano per agevolare il saccheggio del mondo (ma il ruolo della ragione scientifica è il tema di un altro articolo sull’Urlo della Terra, che meriterebbe un’analisi a sé).
E molti, moltissimi di questi stanno lavorando incessantemente per accelerare quello che i futuristi chiamano il momento della Singolarità, cioè
“il momento nello spazio-tempo terrestre in cui l’Intelligenza Artificiale raggiungerà un livello di trascendenza maggiore della più alta intelligenza umana, e dopo il quale nessuna previsione sul futuro dell’umanità avrà più senso”
Già si stanno gettando le basi fisiche per questa singolarità con la Rete 5G, un sistema interamente nuovo di connessione, molte volte più potente di qualunque altro che conosciamo, che tra poco dovrebbe contare – in Italia – “un milione di dispositivi connessi per Km2“.
Di 5G si parla soprattutto in termini di rischi per la salute, un campo controverso, visto che non è semplice capire se qualcosa che non è mai stato sperimentato e improvvisamente viene applicato a ogni essere vivente del pianeta provocherà a lungo termine tumori.
Più sicuro è che lo scopo è di trasformare radicalmente la vita, e non solo perché dovrete buttare i vostri vecchi iPhone, con buona pace dei minatori congolesi morti per darvi il coltan. Anzi, l’iPhone diventerà soltanto un elemento di qualcosa di molto più vasto.
Un entusiasta descrive così il mondo 5G:
“Immagina di giocare a una sparatoria cooperativa, come Fortnite Battle Royale o PUBG con un visore VR — in tempo reale, con zero ritardo — attraverso il tuo telefono, mentre viaggi in una flotta di auto senza guidatore che vanno a 300 chilometri l’ora. Tieniti stretto, perché il futuro del gaming, e di tutto il resto, sta per cambiare per sempre”.
Un brano che rende l’idea dell’umanità ideale dei nostri tempi…
L’approdo finale è una rete unica, a cui nulla sfugge, e a lavorarci non è qualche scienziato pazzo: i  singoli tasselli li stanno mettendo a milioni (forse anch’io, con qualche traduzione che faccio).
Facebook è quella cosa che gli amici ti dicono, “ma è uno strumento neutrale, dipende da come lo usi!“
Bene, lo strumento neutrale sta mettendo insieme i dati di tutti i suoi 2,4 miliardi di lavoratori non pagati, per realizzare un visore in grado di collegarsi direttamente al cervello.
La Royal Society – che svolse un tempo un ruolo fondamentale nella creazione del mondo in cui viviamo – in un rapporto recente, parla di come saremmo vicini all’inserimento della mente umana stessa nella Rete. Mentre il 5G viene venduto con l’idea del gaming, qui la nostra fine viene associata alla vacanza:
“Si potrebbero trasmettere non solo pensieri, ma anche esperienze sensorie, di cervello in cervello. Qualcuno in vacanza potrebbe indirizzare una ‘cartolina neuronale‘ di ciò che vedono, sentono o assaporano al cervello di un amico a casa”.
Mi immagino una cartolina che mi arriva dicendo, “Sei stato appena scelto per un premio da cinque milioni di dollari, pensami intensamente e avrai una sorpresa!”
Un mio amico informatico (che tra l’altro è pagato per stare otto ore al giorno solo a cercare come far restare più a lungo sulla smartphone i visitatori a un sito) mi racconta di qualcosa che, con il 5G, diventerà subito possibile:
“Io lascio il lavoro a un orario sempre diverso… Google, che traccia la mia posizione, ordina l’accensione del riscaldamento. Sa che vado innanzitutto nel salotto, per cui l’accensione parte da lì; e per ultimo nella camera da letto; un sensore che porto sa quando i miei battiti cardiaci indicano che mi sto addormentando, e spegne il riscaldamento”.
L’esempio è certamente meno terrificante delle cartoline neuronali, ma fa parte dello stesso identico percorso. E come tutti ai nostri tempi, passa attraverso tre chiavi molto seducenti: il comfort, il risparmio economico e il risparmio ambientale. Potremmo definirlo un ecocontrollo.
Infine, un brano della lettera di Dino Giagtzoglou. Lui parla dei transumanisti, gli intellettuali che si entusiasmano per queste prospettive futuristiche; ma in realtà il loro modo di pensare, con parole meno alate, anima tutte le grandi imprese della “quarta rivoluzione industriale”:
La redenzione della natura umana (e non solo) viene portata avanti attraverso il nuovo “deus ex-machina” dei transumanisti: il Dio-uomo Cyborg.
Così girano per il mondo indisturbati esibendo la propria mercanzia come soluzione a tutti i problemi del mondo.
Per cui, sentiamo parlare di varie inconcepibili “toppe” da mettere sui vari buchi che la civilizzazione ha aperto nei corpi di tutti gli animali e nel corpo della Terra. Dalle interfacce cervello-computer per superare i naturali limiti umani agli “ecosistemi” statali digitali automatizzati come “soluzioni” per il cambiamento climatico, ai “trattamenti” per le malattie provocate dall’esistenza della civiltà industriale, fino all’immortalità.
I transumanisti hanno una “soluzione” artificiale o robotica per ogni cosa, come hanno escogitato un’ideologia metafisica assolutista che detta la causalità della trasformazione degli esseri umani in trans-umani e poi in post-umani o il loro declino a sub-umani.
In breve, essi affermano che i “difetti” fisici, i processi emotivi e biologici “superflui”, i problemi genetici e riproduttivi e le deficienze cognitive possono e devono essere eliminate attraverso l’intervento e letteralmente l’integrazione della tecnologia nel corpo umano, incluso il cervello. In un simile contesto la naturale procreazione umana diviene obsoleta o persino inutile, dal momento che i nuovi tecno-bambini con un’intelligenza tecnologicamente aumentata saranno in grado di riprodurre e pianificare la propria evoluzione.
I figli e le figlie non apparterranno più alle proprie famiglie, comunità o ambienti naturali, ma saranno di proprietà di quelli che possiedono i laboratori in cui verranno costruiti o replicati.
Di conseguenza, l’ideologia trans-umanista abbraccia con reverenza religiosa la fusione uomo-macchina.”
Alla ricerca di un frammento d’aria dopo queste riflessioni, penso alle parole dell’Incredible String Band, in Maya:
“The book, man, bird, woman, serpent, sea, sun
Blessed O blessed are they of the air
Your eyes are the eyes
Of the glad land
Ye twelve that will enter the seasons”


da qui

giovedì 17 ottobre 2019

Greta Thunberg non è una ragazzina - Antonio Lucci


È difficile restare indifferenti di fronte a Greta Thunberg, l’attivista climatica svedese che da qualche tempo è salita agli onori della cronaca per il notevole successo, anche mediatico, incontrato dai suoi appelli per un risveglio della coscienza ecologica globale. 
Greta è una donna, giovane, che si è esposta nel dibattito pubblico fin dall’inizio senza filtri particolari, e soprattutto sfuggendo a ogni stereotipo di sessualizzazione della propria immagine. 
Il volto, la figura tutta, di Greta attirano per questo, fin dal principio, sentimenti di identificazione o di repulsione, ma più raramente i commenti sessisti e gli shitstorming dal disgustoso sfondo sessuale riservati ad altre donne influenti o particolarmente presenti dal punto di vista mediatico.
Da parte dei suoi detrattori il primo livello di delegittimazione delle sue argomentazioni e prese di posizione si gioca su questo livello primario e basale, quello della sua immagine e della narrazione che essa veicola. 

Come ha sostenuto, infatti, il filosofo e mediologo Stefano Di Pietro nel suo Comunicazione di massa e scienze della mente (2016) anche con riferimento a Trump e Berlusconi, è dall’incrocio tra narrazioni, tradizioni locali ed eventi che va ricercato il motivo dell’impatto mediatico di un fenomeno, quindi del suo successo a livello di grande pubblico. 
Il che vuol dire, tradotto in termini più concreti, che – ad esempio – nel nostro paese la narrazione di un uomo “forte”, che si è fatto da solo, che agisce per un bene superiore (ad esempio, quello di quell’entità infinitamente manipolabile e sempre ridefinibile chiamata “popolo”) senza stare a guardare al cavillo, alla forma (cioè alle leggi) e che esibisce nella sfera pubblica i caratteri fenotipici di una mascolinità dominante, è un tipo di narrazione estremamente popolare, e radicata. Quella del percorso di “redenzione”, per cui un politico o un uomo di successo che si è fatto da solo “cade”, perdendo di conseguenza popolarità a causa dei suoi errori, per poi rialzarsi e ritornare ad essere una figura dominante, è, invece, una narrazione estremamente di successo negli Stati Uniti, ma meno da noi.
Il frame, la cornice narrativa, entro cui si presenta Greta Thunberg spiazza, attirandosi di conseguenza antipatie per più motivi: essa, infatti, mette in crisi delle narrazioni ben consolidate, entro cui ci muoviamo agilmente, e ne propone di diverse, a cui non siamo abituati.

Greta è “brutta”, “inquietante”, “antipatica”, dicono i suoi critici. I meme su di lei la dipingono come una jettatrice, come una bambina autistica che ci giudica, rompendoci le scatole per il nostro stile di vita consumistico. Il fatto che a Greta Thunberg sia stato diagnosticato l’Asperger è un elemento che va a supportare questa narrazione: abbiamo a che fare con una bambina monomaniaca, inquietante e rompiscatole. 
Una bambina, secondo moduli narrativi ben consolidati che le clip sul tema “kids” di youtube non fanno che confermare, attira l’attenzione perché dolce, carina, innocente, al massimo simpatica. Una donna, invece, interessa, principalmente, per l’immagine che dà di sé, innanzitutto fisica. Una bambina malata suscita pena, tenerezza, rimorso.
Greta Thunberg, invece, è una bambina che parla di cose serie, che vuole avere ragione, e che accusa, imputa. Non è identificabile primariamente come “carina”, anche se è una bambina, è una donna che pretende di essere considerata per attributi che non coinvolgono l’aspetto esteriore, ed è una malata che non vuole fare pena, ma che neanche nasconde la sua condizione. Queste narrazioni discordanti, da un lato, irritano chi si identifica coi modelli narrativi che non le prevedono, mentre dall’altro stimolano coloro che in quelle narrative si riconoscono, o che in quelle antagoniste non si vedono rappresentati. Su questo punto tornerò in seguito. 

Il secondo livello di delegittimazione della figura di Greta è immediatamente connesso al primo livello, quello immediatamente corporeo: ne è, per così dire, il corollario. 
Se Greta è una bambina, infatti, e per di più monomaniaca, non può essere di certo lei all’origine del movimento globale che ha iniziato: deve essere una sorta di epifenomeno, una manifestazione di poteri e volontà più grandi, oscuri e potenti. Greta Thunberg non sarebbe altro che la faccia dietro cui si nascondono conglomerati di potere enormi, che in realtà non hanno nulla a che vedere né con lei né col suo messaggio, ma con interessi altrettanto forti di quelli che lei va a contrastare. Su questo secondo punto è bene richiamarsi al sano realismo del Nietzsche della Genealogia della morale (1887): non esiste storia che non sia storia del potere e della potenza. Tutte le dinamiche che si danno – e non sono condannate a scomparire perché irrilevanti – sul panorama storico sono frutto di un certo quantum di potere. Personalmente non contesto il fatto che Greta Thunberg sia o possa essere espressione di uno o più poteri, quanto il fatto che ciò infici, o invalidi, la potenza del suo messaggio e della narrazione ad essa connessa. Stante il fatto – Realpolitik oblige – che nell’agone storico-concreto le idee si affermano solo se hanno il potere concreto di imporsi, molto più interessante di scoprire quali (presunti) “poteri forti” ci siano dietro Greta, è piuttosto capire quali sono i modelli alternativi che la sua figura e la sua narrazione veicolano, e se queste hanno le potenzialità per diffonderli (se non di imporli). 

Il modello thunbergiano non è un modello del tutto nuovo, ma appare tale perché esso porta le caratteristiche di una figura storica che era scomparsa dalle narrazioni collettive da qualche centinaio di anni: quella dell’asceta. L’asceta, nella storia della cultura, è sempre stato colui che ha detto di no al proprio secolo, al proprio mondo, in virtù di una vita e di una realtà “altra”. Il sociologo e antropologo Arnold Gehlen ha sostenuto – a ragione – che gli asceti compaiono laddove ben oliati meccanismi e costrutti sociali vanno in crisi: essi sono individui che riescono a vedere le crepe nella totalità di un convoluto sociale. Asceti e ascete sono stati per secoli figure della rivolta, tesi verso valori ultramondani, superiori a quello che si può vivere ed esperire in ciò che veniva chiamato con disprezzo “questo mondo”. Modelli alternativi a una vita ridotta alla mera fatticità, essi si sono fatti spesso, tramite la forza espositiva dei propri corpi, con i propri discorsi, con i propri scritti, e non di rado con la loro morte, veicolo di una dissidenza trasformativa nei confronti dell’esistente. A volte questi modelli hanno fallito, e sono rimasti delle mere curiosità nascoste negli archivi della storia. In altre occasioni, però, essi hanno avuto un reale successo, hanno incarnato dei problemi fattizi, concreti della propria epoca, e veicolato passioni collettive in maniera così potente da portare a cambiamenti reali dell’esistente: figure come San Francesco e Gandhi valgano come nomi “angolari” di questa lunga tradizione. 

Imponendosi, laddove sono riuscite, queste figure si sono inevitabilmente mischiate col potere di questo mondo, ma ciononostante hanno creato un “prodotto” (sociale, storico, culturale) diverso da quello di partenza, che se forse non era esattamente quello da loro stessi auspicato, ha comunque modificato lo status quo iniziale. 
Nella nostra epoca interconnessa e altamente mediatizzata il potere dei modelli e la velocità della loro propagazione sono infinitamente maggiori rispetto al passato: per questo l’azione e la visibilità dei singoli, così come il loro potere trasformativo nei confronti dell’esistente non possono assolutamente essere sottovalutati.
Chi sostiene che non può essere “una ragazzina” a contrastare il cambiamento climatico, non coglie proprio questo punto: Greta Thunberg non è una ragazzina. 
Greta Thunberg (oltre ad essere un individuo razionale, che merita di essere preso in considerazione in quanto tale) è una narrazione, un simbolo e un messaggio a fortissimo impatto “virale”. 
Su questo punto il livello macrosociale e il livello microsociale non possono essere separati: il singolo, riciclando la sua bottiglietta d’acqua, ovviamente non salverà il mondo. Ma non lo farà neanche un apparato sociale, economico e politico che – a livello globale – fino ad oggi ha fatto davvero poco in questa direzione. Greta Thunberg possiede il potenziale per incarnare una narrazione di raccordo tra singolo e collettivo: facendosi portavoce e simbolo di un movimento d’opinione può creare pressioni sull’establishment politico che non possono essere ignorate.

È in questo senso che va presa la sua presenza al vertice climatico delle Nazioni Unite: non tanto nella direzione di una collusione con quei poteri, quanto come un tentativo di addomesticamento, da parte di quei poteri, del potenziale antisistemico del simbolo-Greta. Nelle parole chiare, ma al contempo cariche di emozione e rabbia dell’attivista, già divenute iconiche (il suo “How dare you?” ha le carte in regola per diventare uno slogan devastante dal punto di vista mediatico), è racchiuso proprio questo potenziale: quello di non lasciarsi addomesticare, da un lato, e di non poter essere ignorata, dall’altro.
La rabbia di Greta, però, deve anche essere motivo di una riflessione che prenda sul serio, fino in fondo, la sua proposta. Vorrei qui ricollegarmi al primo punto che ho discusso, quando ho parlato dei suoi detrattori. Questi, principalmente, fanno parte di coloro che si trovano a loro agio con quelle narrazioni che non prevedono che una figura come la sua possa essere presa seriamente come punto di riferimento. Se si dovessero identificare queste persone, potremmo dire che esse sono le stesse che hanno contribuito attivamente a costruire lo status quo in cui ci muoviamo a livello economico e sociopolitico, ossia coloro che hanno strutturato il mondo, potremmo dire, precrisi. 

Rispetto ad essi, quanto meno nella frazione occidentale e occidentalizzata del pianeta, sono le nuove generazioni che hanno ricevuto un’educazione mediamente sensibile nei confronti delle questioni di genere e ambientali, e per cui modelli alternativi al consumismo imperante nei decenni 1980-2000 sono diventati parte integrante dei frame di riferimento. 
Il messaggio di Greta si rivolge a queste giovani persone, per lo più. 
Greta non invita tanto noi a riciclare, quanto i suoi coetanei a rivoltarsi contro le generazioni che hanno creato il sistema sociale, politico ed economico attuale. Il vivere il presente come imperativo, il benessere a breve e medio termine, riforme concrete, tangibili e non pianificazioni pluridecennali sono stati i diktat politici degli stati nazionali dopo gli eccessi “futuristi” delle ideologie del secolo scorso, quelle pensate per “durare mille anni”. 

Questa strategia del consumo a breve termine ha portato, però, al rapido esaurimento dei beni planetari, ai fini di un godimento qui ed ora, dove ormai il “qui” e l’“ora” cominciano a venire meno. Greta, rispetto a questo status quo, invoca, invece, una vita anche per la propria generazione, che vada al di là delle oscure previsioni scientifiche attuali sui mutamenti climatici e sul loro impatto sulla sopravvivenza delle specie attualmente esistenti sul pianeta Terra, uomo compreso. Un pensiero futuristico, “utopico” in senso puro, in quanto immagina un luogo che non c’è per la sua generazione, a cui quelle precedenti hanno (letteralmente) “mangiato” il pianeta. In questa visione è implicita una lotta generazionale: visto che le generazioni precedenti non hanno badato a quelle future, queste ultime devono costringere i propri “padri” a cambiare direzione, a occuparsi dei loro figli, assicurando loro una vita. I modi di questa “costrizione” non sono totalmente chiari: la rabbia di Greta espressa di fronte alle telecamere – “We will never forgive you”, “Non vi perdoneremo mai” – può essere una molla emozionale forte, che porti alla mobilitazione molte persone, talmente tante da non poter essere più ignorate dalle autorità. 
Ma può essere anche una molla esplosiva: se la questione diventa salvare la propria vita, il patto tra generazioni che Greta invita a rispettare potrebbe prendere anche i contorni inquietanti di una guerra tra generazioni.

Tra la visione del mondo propugnata dalla svedese e quella delle generazioni precedenti, infatti, non c’è, al fondo, nessun punto d’accordo possibile: questi ultimi non credono nel futuro, ma solo nel presente, e vivono senza domani, in un orizzonte senza trascendenza, fatto di un assoluto presentismo. La sfida che porta il nome di Greta, invece, consiste nella polarizzazione delle nuove generazioni sul versante opposto: credere in un mondo non presente, nell’umanità da preservare come specie piuttosto che negli esseri umani concreti, di cui occuparsi con politiche immediate. 
Si tratta di decidere, in questo senso, tra due prospettive: la prima, quella di Greta, è una prospettiva radicalmente “umanista”. Essa vuole preservare la specie umana, considerandola un valore in sé, proponendo un radicale cambiamento dei costumi – nel senso di una riduzione drastica – da sopportare per l’umanità attuale. La seconda è quella propugnata dalle politiche statali attuali, che considerano prioritario il benessere qui ed ora degli uomini esistenti, e solo un valore secondario la possibile esistenza a lungo termine di esseri umani della specie sapiens.

In tutto questo, la retorica che investe il pianeta e la sua salvazione, è solo un fattore accessorio, dal mero valore propagandistico: il pianeta, in ogni caso, sopravviverà. Quello che potrebbe morire è la biosfera che rende possibile la vita così come la conosciamo, specie umana inclusa. L’alternativa è tra essere gli ultimi uomini a vivere secondo standard di benessere individuale impensabili per gran parte della storia della civilizzazione (con le dovute – enormi – differenze regionali, naturalmente) o essere i primi a intraprendere politiche concrete e radicali in favore di esseri umani non ancora nati.   

giovedì 3 ottobre 2019

Quando l’informazione distrugge il pianeta - Esperance H. Ripanti




Le parole profetiche di Greta e l’onda verde
«Non possiamo risolvere una crisi se non la trattiamo come tale: dobbiamo lasciare i combustibili fossili sottoterra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza. E se le soluzioni sono impossibili da trovare all’interno di questo sistema significa che dobbiamo cambiare il sistema. […] Siete rimasti senza scuse e noi siamo rimasti senza più tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no». Greta Thunberg pronunciò queste parole al Cop 24 di Katowice avvenuto nel dicembre del 2018.
Parole semplici, chiare e durissime. Che hanno letteralmente scatenato – da quando è partita la sua rivoluzione Friday For Future– un’ondata verde e un punto di vista ancora più profondo e attento nei confronti della Terra.

Un nuovo tipo di comunicazione
Un’attenzione mediatica che negli ultimi mesi ha permesso anche a chi di cambiamento climatico o inquinamento dei mari non sapeva nulla di permettersi un approfondimento aggiornato su ciò che sta accadendo in tutto il mondo. Associazioni, registi, scrittori, attivisti, attori, politici, cantanti, giornalisti e la società civile si sono messi in prima linea per difendere il clima e trovare soluzioni concrete per non perdere tempo.
Nell’attesa di queste soluzioni le testate giornalistiche, internet, portali di divulgazione, l’allerta degli studiosi e le calamità naturali stanno costruendo una nuova comunicazione sul tema.
È grazie a testate come il Guardian, BBC, New York Times, Al Jazeera, rilanciate poi dai nostri quotidiani nazionali, che siamo venuti a conoscenza immediatamente dei dieci miliardi di litri di acqua dolce che partendo dalla Groenlandia si sono riversati nell’oceano Atlantico all’inizio di quest’estate. Un record di scioglimento che rischia di battere quello segnalato nel 2012.
Anche l’esistenza della “Pacific Trash Vortex” è stata una scoperta dell’ultimo periodo; il più grande accumulo di spazzatura galleggiante al mondo. Si trova nell’Oceano Pacifico, è composto da plastica, metalli leggeri, residui organici e misura tra i 700.000 km² fino ai 10 milioni di km², per un totale di circa 3 milioni di tonnellate di rifiuti accumulati.: le sue dimensioni sono simili a quelle della Penisola Iberica.
Altri numeri, altrettanto spaventosi, arrivano dal futuro: entro il 2030 si prevedono 135 milioni di profughi climatici dovuti alla desertificazione dei terreni. Africa Sub-Sahariana, Nord Africa e Europa sono al centro di un’azione di desertificazione, erosione e soil sealing(vera e propria impermeabilizzazione dei terreni).
Dati, immagini forti, discussioni, servizi giornalistici, talk show, timore collettivo e anche informazione. Soprattutto informazione; un aspetto che non manca mai ma che talvolta, rischia di seguire correnti, esagerati allarmismi e fake news che rischiano solo di intralciare gli studiosi, riportare dati errati e confondere i lettori.

Gli incendi in Amazzonia
L’estate appena conclusa è stata letteralmente invasa dalle immagini di un mondo in fiamme. Sono andate a fuoco le steppe russe, le colline californiane, alcune foreste europee ma sopra ogni altra cosa lo sgomento mondiale si è manifestato dinanzi le immagini della foresta Amazzonica; la vegetazione di tipo tropicale più estesa del Pianeta, custode del 10% delle specie globali.
L’allarme sul numero degli incendi estivi però ha subito erroneamente una stima sopravvalutata in quantità e danni. Lo scienziato Dan Nepstad, ha spiegato a Forbes che l’allarme sul numero degli incendi in Amazzonia è fortemente esagerato, essendo di poco superiore alla media degli ultimi dieci anni, e anche la Nasa ha confermato questa visione.

I mari avvelenati del Giappone
“L’acqua radioattiva di Fukushima avvelenerà il mare”.
Titoli preoccupati e allarmanti di questo genere hanno invaso le testate internazionali e nazionali, trasmettendo l’idea che il Giappone avrebbe versato nell’oceano Pacifico l’acqua radioattiva originaria dagli scarti nucleari della centrale danneggiata dal sisma e dallo tsunami del marzo 2011.
Anche Greenpeace Japan ha organizzato una vera e propria campagna a seguito della notizia: «L’acqua contaminata radioattivamente attualmente immagazzinata a Fukushima Daiichi non dovrebbe essere rilasciata nell’oceano».
Niente di più falso e fuorviante: l’acqua che viene usata per raffreddare il reattore (ormai spento, ma che emana ancora molto calore) si contamina con diversi elementi più o meno radioattivi; dopo processi “di pulizia” vari, gli scienziati riescono a eliminare queste parti radioattive ad eccezione del trizio, un isotopo dell’acqua già presente in natura (si pensi che parte del potassio presente nelle banane è ben 70 volte più radioattivo del trizio). Inoltre, si calcola che se avverranno gli ipotetici rilasci in mare saranno graduali, con intervalli di tempo e modalità di dispersione che garantiranno una buona diluizione.
Il rischio divenuto reale ha fatto sì che una notizia poco approfondita si sia tramutata in una fake news a tutti gli effetti- tramite le varie condivisioni sui social – dando origine ad un’ondata di indignazione e preoccupazione generica e esagerata.

Le radiazioni russe
Un’esplosione di gas è avvenuta a inizio agosto in Russia, nel centro statale di virologia e biotecnologia russo Vektor (fondato nel 1974) ha causato un incendio in un laboratorio di ricerca sui virus di vaiolo, antrace e ebola.
Le autorità del Paese inizialmente hanno dichiarato la completa assenza di contaminazione obbligando lo staff dell’ospedale in cui è stato ricoverato l’uomo di non mettere al corrente il rischio di radiazione con cui sarebbero potute venire in contatto le vittime.
Solo qualche giorno dopo l’esplosione sono venuti fuori ulteriori dettagli, spesso contraddittori. Ma la linea del governo russo rimane fissa sull’assoluta certezza che nella stanza in cui è avvenuto l’incendio non ci sia stata alcun tipo di pericolo.
Una notizia che, per assurdo, nella sua gravità, è passata in secondo piano nonostante nell’incidente sia rimasto ferito un uomo, ricoverato in terapia per gravi ustioni. Ed essendo il centro interessato l’unico, insieme a un altro negli USA ad Atlanta, in cui il virus di vaiolo sopravvive per scopi scientifici.
L’Amazzonia di Bolsonaro attaccata dai politici e dagli attivisti di tutto il mondo, il falso avvelenamento dei mari da parte della centrale di Fukushima e, per finire, l’esplosione silenziosa a rischio contaminazione dal Cremlino che non ha preoccupato nessuno.
Tre aree geografiche differenti, tre notizie che hanno ricevuto ognuna un’attenzione mediatica in piena linea con i tempi dell’ondata verde senza farsi mancare nulla, neppure i refusi o la ricerca di un articolo “virale” ma errato. Una luce puntata su fatti reali, importanti che si dovrebbero affrontare con la lucidità e la professionalità che la spinosa e attualissima questione ambientale si merita.


giovedì 11 luglio 2019

Tutti parlano dei capitani, quella brava e quello pessimo

Capitane coraggiose e movimenti - Lea Melandri

Nel suo articolo sull’ultimo numero de L’Espresso (del 7 luglio 2019, «Il dissenso è donna», Michela Murgia parla di un protagonismo femminile, che va da Malala, Nadia Murad, Greta Thunberg, fino a Carola Rackete. E osserva giustamente che ciò che le accomuna è aver agito «non contro persone ma contro sistemi, contro un potere che si manifesta in modo violento qualunque forma assuma. Ma quando è il potere stesso, forte di un ampio consenso popolare, a prendere un corpo e un volto riconoscibili – come nel caso di Trump e Salvini – è inevitabile che anche chi vi si oppone diventi figura unica, eroica, simbolo di una volontà collettiva di resistenza. «Viva la Capitana, abbasso il Capitano!», «La Capitana contro il Capitano: braccio di ferro Rackete-Salvini»: sono solo alcuni dei titoli comparsi sui giornali quando Carola ha deciso di forzare il blocco e portare in salvo nel porto di Lampedusa le 42 persone che aveva a bordo della Sea Watch.
SU UN ALTRO versante, ha preso un analogo rilievo la calciatrice e attivista per i diritti Lgbtqi, Megan Rapinoe, quando ha sfidato Trump rifiutandosi di cantare l’inno nazionale e di incontrarlo dopo la vittoria della squadra statunitense per stringergli la mano. Attorno a loro c’erano altre donne, da quelle presenti sulla Sea Watch, alla Gip di Agrigento Alessandra Vella, che ha rilasciato Carola, alle calciatrici compagne di Megan. Il condensato di ingiurie – dal sessismo al razzismo alla lesbofobia – e di minacce che si è scatenato nei media e nei social, non le ha risparmiate, così come sono finite sotto le aggressioni di un maschilismo selvaggio tutte le donne che hanno espresso la loro solidarietà alle «capitane». Senza voler negare l’efficacia che hanno le azioni esemplari, quando avanzano governi autoritari e politiche liberticide, non si dovrebbe tuttavia mai dimenticare il tessuto collettivo da cui nascono, le relazioni e le battaglie che le hanno faticosamente precedute, oltre alle ragioni complesse che più o meno consapevolmente le muovono.
IN UNA BREVE intervista uscita su www.vita.it, Anna Spena mi chiedeva: «E se Carola fosse stata un uomo?» «Perché con tanta facilità a una donna si augura di essere stuprata?». Se avesse aggiunto che nell’augurio gli stupratori, a cui si faceva riferimento, erano «i negri che aveva salvato», sarebbe apparsa con evidenza la parentela tra sessismo e razzismo, rimasta a lungo confusamente sepolta nell’eredità remota della storia umana, e, al medesimo tempo, la consonanza profonda tra la condizione del migrante, che compare sconosciuto ai confini di una comunità, e il destino toccato per millenni a quel primo «straniero» che è per l’uomo il corpo femminile da cui nasce.
È tristemente consolatorio dover riconoscere, nel contesto in cui viviamo, che sono gli odi, i rancori, i pregiudizi più arcaici e violenti a portare allo scoperto il potere e la violenza in tutte le loro forme, che sono i casi esemplari della combattività delle donne a far calare paradossalmente il silenzio sui movimenti femministi che, come la rete transnazionale Nudm (Non una di meno) ha posto fin dalla sua comparsa in Italia il tema della «intersezionalità», le appartenenze diverse – di sesso, genere, classe, razza, orientamento sessuale- che si intrecciano e sovrappongono nella vita di ogni persona.
NON È UN CASO che siano donne, in Italia come altrove, a denunciare, contrastare le politiche disumane dei governi rispetto ai migranti. «Nuda vita», «nient’altro che corpi», sfruttati come risorse e tenuti sotto controllo per una sessualità considerata minacciosa nei suoi eccessi, sono stati sia le donne che i popoli di pelle diversa, soprattutto se nera. Quindi non dovrebbe meravigliare che siano loro oggi in primo piano a mostrare la discrepanza tra le affermazione di valori, diritti umani, e le leggi che dovrebbero darvi applicazione. Per quanto suggestivo, il richiamo ad Antigone come figura della disobbedienza alle leggi della città, non ha molto a che vedere con una scelta che Carola stessa ha definito nei suoi termini più concreti: obbligo di soccorrere i naufraghi e condurli in un porto sicuro, così come sancito dalle consuetudini internazionali sul diritto del mare e dai trattati che le specificano, assunzione del rischio di violare una legge, il decreto sicurezza bis, incompatibile con l’articolo 2 della nostra stessa Costituzione.
OPPORSI alle molteplici forme di dominio, tenendo presente la matrice sessista che le sorregge, combattere i governi che le legittimano, è oggi, nell’azione singola come nelle pratiche collettive del femminismo, un riferimento essenziale per tutti i movimenti che, nella loro frammentarietà, condividono la speranza e l’impegno per un mondo più giusto, più umano e più vivibile.
Fonte: il manifesto, 10 luglio 2019
da qui


CAROLA È NEL GIUSTO, AD ESSERE ILLEGITTIMO È IL DECRETO SICUREZZA

Francesca De Vittor è Docente di Diritto Internazionale e Diritti dell'Uomo presso la Cattolica e non ha dubbi: il d.s. è 'manifestamente in contrasto con la Convenzione dei diritti dell'uomo'

Francesca De Vittor, Docente di Diritto Internazionale e Diritti dell'Uomo all'Università Cattolica di Roma, ha scritto un lungo articolo su Cattolica News in cui spiega perché ad essere completamente fuori legge è proprio il decreto sicurezza bis di Salvini, e non Carola Rackete: "Nonostante la si accusi ora di aver violato le leggi dello Stato italiano, e in particolare il divieto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina previsto dall’art. 12 del d.lgs. 186/1998 e il divieto di ingresso imposto dal Ministro dell’Interno sul fondamento del DL 53/2019, c.d. sicurezza-bis, la comandante Rackete, fin dall’inizio dei soccorsi, non ha fatto altro che rispettare un obbligo imposto dal diritto internazionale e dalle leggi sia italiane sia del suo stato di bandiera. Ciò che in tutta questa vicenda appare invece manifestamente illegittimo, sia dal punto di vista del diritto costituzionale italiano sia del diritto internazionale è proprio il c.d. decreto sicurezza bis" spiega la docente.
"L’obbligo di soccorso in mare è previsto sia dal diritto internazionale consuetudinario (che nel nostro ordinamento ha valore di diritto costituzionale in base al rinvio operato dall’art. 10 Cost.), sia dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (CNUDM) e dalla Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il soccorso in mare (SAR) (entrambe ratificate dall’Italia e che nel nostro ordinamento hanno valore di legge, anzi superiore alla legge per l’art. 117 Cost.). Per previsione espressa di quest’ultima Convenzione il soccorso si conclude solo con lo sbarco delle persone in un porto sicuro, che è un porto in cui la loro vita non è più in pericolo e i diritti umani fondamentali sono loro garantiti".
Com'è noto, l'unico porto che aveva dato la sua disponibilità era il porto di Tripoli in Libia, che - lo ripetiamo per la centesima volta - non è un porto sicuro: lo ha ripetuto l'Onu, Medici Senza Frontiere, Bruxelles, lo stesso ministro Moavero.
E infatti la docente ribadisce: "come deciso dal GIP di Trapani in una recente sentenza l’essere riportati in Libia avrebbe costituito un’offesa ingiusta alla quale i migranti stessi avrebbero potuto opporsi anche con la forza in legittima difesa (art. 52 c.p.).

Una volta chiarito che verso Tripoli la Sea Watch non avrebbe in alcun caso potuto dirigersi, la comandante si è lecitamente diretta verso il porto sicuro più vicino, e quindi Lampedusa. Tutti gli stati membri della Convenzione SAR hanno l’obbligo di cooperare affinché il comandante della nave che ha prestato soccorso sia liberato dalla propria responsabilità (ovvero possa far sbarcare le persone soccorse) nel minor tempo possibile e con la minor deviazione dalla propria rotta".
Riguardo al destino della Comandante e dell'equipaggio, la De Vittor scrive: "Starà alla magistratura valutare eventuali responsabilità penali a carico della comandante e dell’equipaggio della nave, ma è presumibile che anche qualora eventuali comportamenti illeciti siano constatati venga comunque riconosciuta la scriminante dello stato di necessità (art. 54 c.p.) o dell’aver commesso il fatto in adempimento di un dovere (art. 51 c.p.). Va in ogni caso ricordato che in nessuno dei casi in cui sono state aperte indagini a carico di Ong per i soccorsi in mare si è mai giunti a una condanna".
"Se di responsabilità si vuole parlare" conclude la docente, "sarebbe meglio parlare di quelle dell’Italia. Va infatti considerato che la nave, probabilmente già da prima, ma sicuramente da quando è entrata nelle acque territoriali italiane, si trova sotto la giurisdizione dell’Italia per l’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo pertanto il prolungarsi del trattenimento a bordo della nave dei migranti, già estremamente provati, integra da parte dello Stato italiano una violazione dell’art. 3 e dell’art. 5 della Convenzione".
da qui

SALVINI TRA LAKOFF, PAVLOV E FREUD – Luigi Di Gregorio

Premessa. Questo articolo ha un taglio tecnico, di comunicazione e di psicologia politica. Prende spunto dalla vicenda Sea Watch e poi allarga il quadro, ma non entra nel campo delle valutazioni politiche o morali. Insomma non è pro o contro Salvini (o le sue scelte politiche), è piuttosto un tentativo di spiegare perché funziona (e funzionano) in termini di costruzione del consenso. 
Come ogni vicenda di interesse per l’opinione pubblica, anche il travagliatissimo sbarco della Sea Watch ha finito per essere immediatamente brutalizzato e ipersemplificato in un derby tra due icone personali: Capitano vs. Capitana.
In quel tipo di scontro, Salvini è un maestro, non c’è che dire. Infatti, mentre nel giorno-chiave dello sbarco Carola Rakete scriveva “so a cosa vado incontro, ma i 42 naufraghi a bordo sono allo stremo. Li porto in salvo”, il Ministro dell’interno rispondeva a modo suo, con l’immancabile video, in cui dichiarava: “questa sbruffoncella della comandante fa politica sulla pelle degli immigrati” per poi aggiungere un sempre utile (perché pop, liberatorio, volontaristico e politicamente scorretto) “mi sono rotto le palle”.

In sintesi, da una parte la capitana decideva (e annunciava pubblicamente) di infrangere la legge assumendosene la responsabilità e le conseguenze; dall’altra, il capitano personalizzava immediatamente la vicenda ed etichettava il nuovo nemico del popolo (”sbruffoncella”), ponendo la questione della legalità e dell’arresto e “dimenticandosi” di tutte le volte in cui egli stesso ha invitato a infrangere la legge: (almeno) su IMU, unioni civili, normativa europea. I suoi “me ne frego” hanno fatto scuola ormai. Allo stesso modo, come è noto, egli può attaccare in serenità i “magistrati che vogliono fare politica”, senza porsi il problema contrario: quante volte ha provato a sostituirsi ai magistrati, il ministro? O ancora, può a baciare il rosario e appellarsi al “buon cuore immacolato di Maria” e festeggiare lo sciopero della fame in un centro di permanenza per risparmiare… Eppure, giocando efficacemente sulla memoria brevissima e sul cherry picking del pubblico, Salvini sa che chi sta con lui sceglie accuratamente quali comportamenti contra legem e quali contraddizioni abbiano un peso e quali no.
Nel caso Sea Watch, i suoi due potenti attivatori cognitivi ed emotivi – sintetizzabili in “sbruffoncella” e “arrestatela” – hanno ben presto scatenato le truppe e incendiato il confronto pieno di pathos a cui ogni giorno non vediamo l’ora di partecipare, per una ragione o per un’altra. È una di quelle cose che ci fa sentire vivi, “importanti” e a costo zero (comodamente sul nostro divano o palmo di mano e senza sanzioni reali): riceviamo gratificazioni immediate dalla nostra tribù a colpi di “like” e simultaneamente ci sfoghiamo con qualche intruso da ostracizzare con l’aiuto dei commilitoni tribali in massa, per rinfocolare le nostre credenze. La versione digitale dei “due minuti d’odio” di orwelliana memoria.
Salvini dimostra, ogni giorno che passa, di essere simultaneamente il sogno di Lakoff e una specie di reincarnazione di Pavlov.
Ha la issue ownership dei temi caldi per l’emozione pubblica (immigrazione e sicurezza in primis), cioè tutti noi ci scaldiamo essenzialmente per i temi a lui più cari e funzionali. Perché in realtà lui si è posizionato abilmente sui nostri; il suo programma sono le nostre paure, ingigantite quando non del tutto create dai media. A dirla tutta, egli ormai è l’agenda. Ecco perché è il sogno di Lakoff: Salvini è l’elefante.
Inoltre, possiede più di ogni altro leader politico le chiavi dei nostri stimoli condizionati. Le armi vincenti in questo caso sono lo stile “popolare” (il politicamente scorretto che sovente si trasforma in qualcosa di peggio), la centralità delle immagini e la personalizzazione del nemico del popolo di turno (tutto è sempre basato su foto e video simbolici e personalizzanti, sia dal lato dell’ “amico” che dal lato del “nemico”).
Infine, la sua narrazione ha l’abilità di nutrirsi anche delle apparenti sconfitte. Se Carola è scarcerata è solo per via di magistrati politicizzati. Se l’Europa non fa nulla per aiutarci è perché a Bruxelles sono egoisti e cinici, non perché non proviamo neanche a negoziare. Se Francia e Germania ottengono i nuovi vertici dell’UE, idem. Se l’unica carica italiana in Europa è David Sassoli è sempre perché quelli “brutti e cattivi” cospirano contro l’Italia. Una costante applicazione, molto ben riuscita, del principio della trasposizione di Goebbels: trasformare difetti e sconfitte in vittorie. Il Capitano può benissimo perdere in termini “reali”, ma vincere in termini “simbolici”, ossia psicologici. Quelli che muovono il consenso.
Insomma, il capo della Lega suona la campanella (cioè trasmette i suoi stimoli), e mezza Italia sbava, per richiamare (neanche tanto metaforicamente) il cane di Pavlov. Mentre il film dello sbarco va in onda, il pubblico sospende l’incredulità e si fa trascinare da chi riesce a emozionarlo meglio di altri, in sintonia con le proprie credenze. Al segnale di Salvini, si scatena l’inferno. Perché è un segnale tecnicamente perfetto (sfrutta al meglio euristiche e bias dei cittadini) e si autoalimenta nell’effetto polarizzante e radicalizzante dei social network, nei quali ognuno si riscopre tuttologo e depositario della “verità”, scegliendo con cura tutte le conferme della sua tesi ed evitando – con altrettanta cura – tutto ciò che la smentisce, favorito da “bolle” e “camere dell’eco” che fungono da rinforzi positivi del nostro fisiologico bias di conferma. Sono cose note e hanno a che fare con la natura umana. Esaltate dalla società di massa e dai mass media contemporanei. Tutto sta a saper sfruttare queste dinamiche. E nessuno lo fa bene come il nostro.
Certo, occorrerebbe anche porsi qualche domanda sul punto di caduta di quello sfruttamento. E su questo mi pare che ogni leadership/followship contemporanea sia latitante: se l’obiettivo è sintonizzarsi sull’opinione pubblica istante per istante e cavalcare istinto per istinto, il medio periodo non rientra più nei piani. Ma prima o poi arriva e non sappiamo in quali condizioni ci troverà in questo piano inclinato divisivo e febbrile, in cui l’odio online va a sovrapporsi alla (giusta) opposizione al politicamente corretto come “ideologia”, ma che ormai sembra aver aperto le porte a una diffusa quanto preoccupante inciviltà di massa, orgogliosamente resa pubblica. In termini freudiani, è come se il super-io fosse sempre più rimosso in favore del riemergere dell’Es, come aveva anticipato Lasch 40 anni fa parlando del narcisismo. E l’Io che ne deriva risulta clamorosamente sbilanciato sul lato dell’inconscio, a discapito della coscienza morale. Se quello diventa il modello vincente, i futuri pseudo-leader continueranno a inclinare il piano, to be popular. Non oso immaginare fino a che punto e con quali ripercussioni sulle comunità politiche.
Ovviamente esiste anche l’altra tribù, quella della capitana, il PD e dintorni. In quel “fan club” si stanno commettendo errori che proprio Lakoff sottolineerebbe con la matita blu. Il fatto che diversi esponenti del partito scelgano di andare a Lampedusa e di dormire sulla Sea Watch in segno di solidarietà con i migranti e con Carola Rakete può certo dare un segnale forte alla propria tribù, ma lo fa su un terreno in cui essi sono perdenti. È esattamente l’elefante di Lakoff: reagire in maniera ipervisibile all’altrui narrazione in onda 24 ore su 24 ha un senso, perché dà un segnale di vita, ma implica una vocazione minoritaria se lo si fa su un argomento non dominato.
Allo stesso modo, è insensato quanto inutile trasformare in icone vincenti queste meteore (che si chiamino Greta o Carola) peraltro sistematicamente straniere e dunque fuori dal circuito politico italiano, quando hai in casa un leader politico vincente da contrastare. Esse durano il tempo del ciclo di vita di una notizia e danno l’impressione (peraltro fondata) che la sinistra sia sistematicamente a corto di leader.
La vera sfida, per la sinistra come per la destra non salviniana, è trovare altre tematiche di cui impossessarsi e renderle “stimolanti” per media e opinione pubblica tanto quanto l’immigrazione (e i suoi derivati securitari). Non pensare all’elefante (migrante), in sintesi.
Insomma, il “dì qualcosa di sinistra” di morettiana memoria non funziona per recuperare terreno, se il campo di gioco è quello dell’avversario. Tanto meno in questo momento storico iperdivisivo in cui prevalgono sentimenti e atteggiamenti difensivi e livorosi verso l’altro (che sia straniero o semplicemente facente parte di una comunità percepita come diversa) e in cui è diffusa la percezione di una sinistra ormai lontana dagli ultimi e pronta ad attivarsi solo per gli stranieri (magari per sfruttarli). Al contrario, ogni reazione su quel terreno continua a mantenere in agenda vicende e tematiche che portano tanta acqua al mulino di Salvini.
Tornando a Nanni Moretti: “mi si nota di più se vado o se non vado a Lampedusa, cioè alla festa di Salvini?” Sicuramente se vai… ma proprio per questo, se non vai è meglio. A quel punto, meglio aspettare che la festa finisca e che gli invitati si stufino del padrone di casa.
da qui


Il dito e la Luna - Enrico Tomaselli

Non guardare il dito, guarda il mondo

Si dice che lo sciocco, quando gli si indichi la Luna, fissi invece il dito. É una metafora perfetta, per descrivere il tempo presente, in cui una pletora di dita si levano verso l’alto, ma noi non riusciamo comunque a vedere oltre. La Luna continua a sfuggirci.
In questo inizio d’estate, immersi nella crescente tropicalizzazione del Mediterraneo, ci appassioniamo furiosamente al dito del momento, indifferenti a qualsiasi luna possa esservi oltre. E non parlo qui del cambiamento climatico - seppure non veda problema più grande e urgenza maggiore; la spettacolarizzazione con cui i media internazionali hanno trattato Greta Thunberg, se da un lato ha posto sì l’attenzione sulla malattia del pianeta, dall’altro l’ha però concentrata sulla piccola svedese, polarizzando su di lei l’opinione pubblica. Ingigantisci il dito, per occultare la luna.
Ma, appunto, non è della Terra che parlo, ma di noi.
Di questa schizofrenia che ci induce a una feroce attenzione per il particolare, perdendo di vista il generale.
Due sono i fatti che hanno colpito la mia attenzione, e soprattutto a colpirmi è lo scarto enorme con cui sono stati trattati: tantissimo interesse per il meno rilevante, pochissimo per quello più importante.
Anche qui, c’è di mezzo una giovane donna ‘nordica’. Carola Rakete, capitana della Sea Watch 3, la nave dell’ONG in azione nel Mediterraneo, fa quel che ciascuno di noi dovrebbe essere capace di fare, cioè semplicemente agisce coerentemente con ciò che ritiene giusto, assumendosene la responsabilità. Si può ovviamente essere d’accordo o meno con quello che fa, ma non ci dovrebbero essere dubbi che il suo sia un comportamento esemplare, sotto questo punto di vista. Comunque, certamente Carola segue la sua coscienza, e semmai vorrebbe porre l’attenzione sulle ragioni del suo agire, non su se stessa. Né ‘puttana’ né ‘eroina’, ma solo una persona che vede un problema e lo affronta, secondo le sue convinzioni.
Ma lei, come Greta, diventa il dito dietro cui nascondere i problemi.
A bordo della Sea Watch 3 arrivano a Lampedusa 42 persone (perché questo sono, persone; comunque la si pensi, di questo non ci si dovrebbe dimenticare mai). 42 persone che arrivano in un paese di 60 milioni di abitanti, una delle 20 potenze economiche del pianeta. 42 persone che arrivano in un continente di 741 milioni di abitanti, con una tra le più alte concentrazioni di ricchezza al mondo.
Ma quelle 42 persone sono una goccia nel mare anche rispetto al totale degli arrivi.
Ad oggi, in Italia nel 2019 sono arrivate 1400 persone, in fuga da guerre, dittature, povertà e cambiamento climatico (che nel loro caso non significa ‘più caldo’, ma desertificazione, siccità, carestia...). Di queste 1400, solo una piccola parte hanno compiuto il tratto finale del proprio viaggio a bordo di una nave ONG.
Ma le ONG sono il (comodo) dito.
A fronte di un importante fenomeno migratorio, che investe buona parte del pianeta (e che per la gran parte è di brevissimo raggio: le persone in fuga si fermano quasi sempre nel paese più vicino), e che ha visto nel Mediterraneo uno snodo rilevante, posto com’è tra Africa, Medio Oriente ed Europa, “Aiutiamoli a casa loro” è sempre rimasto un vuoto slogan. Non solo non si fa nulla di serio per combattere le cause del fenomeno, ma al contrario le si moltiplicano. Scateniamo guerre, le alimentiamo con la vendita di armi, deprediamo le ricchezze di quei paesi per sostenere la nostra. Questa è la spinta dietro le migrazioni. Rispetto a questo fenomeno, abbiamo sempre assunto l’atteggiamento emergenziale: considerare (appunto) come un’emergenza ciò che invece è un fenomeno strutturale, di lungo periodo, per evitare di affrontarne le cause e cercando invece di ‘tamponarne’ gli epifenomeni. Uno dei quali era l’alto tasso di morti durante le traversate (oltre 30.000 persone sono annegate nel Mediterraneo, negli ultimi 15 anni). All’inizio, il problema fu affrontato con la missione Mare Nostrum, finalizzata proprio al salvataggio delle persone in pericolo in mare. Nel 2014, la missione venne terminata e sostituita da una nuova, questa volta europea, denominata Triton, che però spostava il suo focus dal salvataggio al contrasto, e arretrava considerevolmente il suo raggio d’azione, allontanandosi dalle coste africane. É in questo ‘vuoto’ che intervengono le ONG, cercando di supplire a quanto non fanno più gli stati europei.
Ma noi ci concentriamo su Carola Rakete.
L’altro fatto di cui dicevo ha un nome seducente: Libra. Si tratta di una ‘criptovaluta’ (una moneta digitale) che sta per essere lanciata universalmente da Facebook e da un consorzio di big del digitale e dei servizi finanziari (Visa, Mastercard, Paypal, Uber, E-bay, Spotify, Booking...). L’obiettivo, più o meno apertamente dichiarato, è quello di creare una moneta planetaria, alternativa al dollaro o all’euro (o al renmimbi cinese...). A partire da un miliardo e mezzo di persone che - dice il comunicato di Menlo Park - possiedono uno smartphone ma non un conto in banca.
Libra sarà una moneta esclusivamente digitale, ma anche una ‘stablecoin’, cioè il suo valore sarà garantito da "depositi bancari e titoli di Stato in valute da banche centrali stabili e rispettabili". Sarà quindi convertibile in qualsiasi momento in una qualsiasi valuta ‘corrente’.
Non credo occorra essere degli esperti di finanza mondiale, per capire tutte le implicazioni potenziali - sul piano economico, ma anche su quello sociale e ‘culturale’.
Basti pensare all’impatto sulle economie più fragili, quelle di paesi instabili politicamente, ma anche sul nostro modo di usare il denaro. Da anni c’è un continuo tira-e-molla sull’uso del contante, sulla rilevanza che l’uso delle carte (di credito, di debito, prepagate...) potrebbe avere sull’evasione fiscale. E Libra, a dispetto del suo nome, potrebbe squilibrare tutto, e far pendere la bilancia in favore della moneta elettronica.
Tutto ciò, per non parlare dell’aspetto forse più rilevante, quello dei big data. Che non è una questione strettamente di privacy: alle multinazionali del ‘capitalismo di piattaforma’ non interessa tanto associare le informazioni a un nome, a una specifica identità; l’interesse non è per cosa faccio io o tu (dove vado, cosa compro, quanto spendo...), ma cosa facciamo noi. La macro-dimensione, i big-data, appunto.
Non è tanto il controllo onnicomprensivo, un orwelliano panopticon digitale, ad essere dietro l’angolo. Piuttosto Libra sarà un nuovo tassello nel complesso mosaico dell’estrazione di valore dalla nostra vita. La nostra vita, condensata in dati digitali, a loro volta elaborati da algoritmi, diviene una merce. E questa merce verrà venduta a chi la userà per potere, a sua volta, venderci meglio i suoi prodotti e/o servizi.
É il mondo del futuro prossimo, su cui abbiamo sempre meno possibilità di intervenire nel disegnarlo. Il mondo dello sviluppo tecnologico, che ci appare così ‘etereo’, immateriale, ma che invece è assolutamente basato su una enorme ‘fisicità’, fatta di consumi energetici (il settore dell'Information Technology consuma da solo il 7% dell’elettricità globale) e di minerali ‘strategici’.
Quanti di noi hanno sentito parlare di coltan, o di tantalio? Quanti sanno da dove proviene, a cosa serve? Sono entrambe indispensabili per la realizzazione di componentistica elettronica. Di coltan, ad esempio, sono ricchissimi il Congo e il Venezuela (che è anche il paese più ricco di petrolio al mondo...). E anche il tantalio viene soprattutto dal Congo. E in Congo c’è una guerra, terribile1. Per fare la guerra, si comprano armi. Noi produciamo e vendiamo armi, loro le comprano. E le pagano anche vendendo a loro volta quei minerali. Le guerre producono morte, distruzione e carestia (in Congo, si stima circa 5,4 milioni di persone sono decedute in conseguenza del conflitto). Dalle guerre si fugge. E il cerchio si chiude.
Il punto, ovviamente, non è la demonizzazione della tecnologia, che certamente migliora la nostra vita. Semmai, è aver cura che contribuisca a liberarla, non a costruire nuove (anche se nascoste) schiavitù. In questi giorni, per dire, al Maxxi di Roma, si sperimenta una apparecchiatura che utilizza una tecnologia d’avanguardia - la conduzione ossea - per migliorare l’esperienza museale. Basterà avvicinare un dito all’orecchio, per usufruire di contenuti audio.
Ecco, il dito. Usiamolo, guardiamolo, ma non dimentichiamo di guardare anche ciò che ci indica. Il mondo può a volte apparire terribilmente complesso, tanto da avere la tentazione di non vedere per non sapere. Ma spesso questa complessità deriva proprio dalla mancanza di attenzione che vi rivolgiamo. Non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. É il principio del Rasoio di Occam: "Pluralitas non est ponenda sine necessitate" (non considerare la pluralità se non è necessario).
Non guardare il dito, guarda il mondo.
1 “Non mi sono mai occupato di una guerra peggiore di quella del Congo, e mi ossessiona. In Congo, ho visto donne mutilate, bambini forzati a mangiare la carne dei loro genitori, ragazze vittime di stupri e distrutte nel loro io. I signori della guerra finanziano parte delle loro scorribande attraverso la vendita di minerali grezzi contenenti tantalio, tungsteno, stagno e oro”. Nicholas Kristof (premio Pulitzer), New York Times.
da qui


Urlare dell’immigrazione per tacere dell’emigrazione - Francesco Sylos Labini
La tragica vicenda dei 42 migranti della nave Sea Watch è stato il tema centrale per giorni nel dibattito pubblico, come già avvenuto in passato per casi analoghi. Ma nel corso del 2019 ci sono stati 2500 migranti arrivati in Italia: la speculazione politica su queste vicende è dunque enorme come anche l’incessante copertura mediatica che serve solo a mantenere un alto livello emozionale di coinvolgimento del pubblico su un problema, umanamente drammatico e vergognoso per com’è stato gestito, ma del tutto marginale sul piano strutturale (ma che segna una regressione strutturale sul piano civile). Sembra anzi che l’attenzione sull’immigrazione sia utile solo per coprire l’altra faccia della medaglia, l’emigrazione dall’Italia: e questo è sì un problema strutturale.

Secondo il report dell’Istat sulla mobilità interna e le migrazioni internazionali della popolazione residente, tra il 2013 e il 2017 oltre 244mila connazionali con più di 25 anni sono migrati all’estero, di cui il 64%, 156 mila, laureati e diplomati. La tendenza negli anni è in vertiginoso aumento: i laureati italiani che si sono trasferiti all’estero nel 2017 sono stati il +4% rispetto al 2016 ma +41,8% rispetto a 2013. La migrazione tuttavia non è solo verso l’estero (Regno Unito, Germania e Francia in primis) ma anche interna: negli ultimi 20 anni, dice l’Istat, la perdita netta di popolazione nel Sud, dovuta ai movimenti interni è stata pari a 1 milione 174mila unità. Questo è un sintomo di un problema strutturale del paese che espelle i giovani, soprattutto i più formati – ovvero la prima ricchezza su cui investire – e che è volutamente ignorato o marginalizzato nella discussione pubblica.

Com’è possibile che, invece di accanirsi per mesi sulle sorti di 42 disperati, tale migrazione “biblica” non sia al centro dell’attenzione pubblica e politica? A mio avviso, perché la politica che ha prodotto in maniera consapevole questa situazione non ha alcuna idea o volontà per invertire la rotta. Eppure questo è un problema all’ordine del giorno per milioni di cittadini, per chiunque abbia figli che stanno finendo la scuola o l’università, poiché il fardello delle scelte scellerate del passato ricade innanzitutto sulle spalle delle nuove generazioni. La rimozione del tema è dunque l’altra faccia della medaglia dell’incapacità d’affrontarlo. Anche perché il problema non riguarda solo chi va via, ma purtroppo riguarda anche e soprattutto chi rimane. Il sistema produttivo italiano ha sempre meno bisogno di lavoro qualificato, ma predilige lavoratori con bassa istruzione tra loro intercambiabili e facilmente sostituibili: è lo specchio dell’arretramento tecnologico e produttivo del paese che è stato anche il motore delle oscene riforme della scuola e dell’università effettuate nell’ultimo ventennio con crescente aggressività.
Il concorsone per “navigator” ha da poco fornito uno spaccato inquietante sulla situazione del lavoro giovanile: 70 mila laureati a contendersi un ulteriore percorso lavorativo incerto e precario. Questo concorso è, infatti, la cartina di tornasole che dimostra come chi ha investito tempo, fatica e risorse nella propria istruzione non ha avuto e non ha ancora le opportunità a livello della propria formazione. Se questo è un problema drammatico per i singoli, diventa un’enorme emorragia di competenze e opportunità per il Paese. La “generazione del trolley”, persone che vanno di concorso in concorso e di lavoro precario in lavoro precario con una valigetta dove portare la propria vita, dovrebbe destare un allarme sociale enorme ma, come nel caso dell’emigrazione, non è all’ordine del giorno delle preoccupazioni della politica.
Il taglio alle politiche di formazione avvenuto dal 2008 in poi ha prodotto un calo del 10% degli immatricolati (ma fino al 20% se ci limitiamo fino al 2013), tanto che il nostro paese ha raggiunto l’ultimo posto in Europa per percentuale di numero di laureati nella fascia d’età 25-34 anni (superati anche dalla Turchia), con un valore del 27% mentre la media UE è poco sotto il 40%; dal 2007 i posti di dottorato banditi si sono ridotti addirittura del 43,4%. Il paradosso italiano consiste nel fatto che, malgrado questa situazione disastrosa e preoccupante, pochissimi riescono a trovare un lavoro che sia adatto al grado d’istruzione acquisito e di qui fenomeni come l’emigrazione di massa e la competizione per lavori precari di basso livello.
Questo è il nodo che una forza politica di sinistra dovrebbe mettere in testa alla sua priorità, imponendolo con forza nel dibattito pubblico e segnando così una forte discontinuità con le politiche fin qui attuate che si sono focalizzate sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti dei lavoratori, invece che sulla competizione basata sulla specializzazione tecnologica, sul mito delle piccole e medie imprese, o addirittura delle effimere start-up, come motore dell’innovazione, invece che sul ruolo di uno Stato imprenditore che sia creatore di duraturi nuovi settori tecnologici e mercati. Questo cambiamento di rotta politica deve essere necessariamente accompagnato, come suggerisce, tra gli altri, Varoufakis, dall’apertura di una discussione per cambiare le regole europee: se non si può parlare di rapporto di causalità diretta, certamente c’è stata una correlazione tra l’ingresso dell’Italia nell’euro e, ad esempio, il crollo della produzione industriale del 25% che ha coinciso con lo smantellamento delle grandi industrie a partecipazione statale e con il cambiamento di obiettivo dall’aumento della produttività e della specializzazione tecnologica a quello dell’abbassamento della qualità e del costo del lavoro. Perché è proprio in questo snodo che la paura dell’immigrazione, con il suo conseguente sfruttamento politico e mediatico, e il fenomeno della migrazione e del popolo dei trolley trovano la loro sintesi. Perché essere poco formati e meno garantiti nei loro diritti e opportunità, rende le persone più fragili e più facilmente manipolabili attraverso un’informazione e una politica che giocano sull’emozione anziché sulla riflessione.
da qui

Carola Rackete ora chiede al giudice di sequestrare i profili social di Salvini
Il sequestro dei profili Facebook e Twitter riconducibili al leader della Lega, Matteo Salvini, e di altri social "propalanti messaggi d'odio". È quanto chiederà l'avvocato Alessandro Gamberini, difensore della comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, nella denuncia che verrà presentata domani alla procura di Roma. Denuncia per diffamazione e istigazione a delinquere contro il ministro dell'Interno.
La Rackete chiede questo sequestro perché "le pagine Facebook e Twitter, che hanno pubblicato e condiviso i post e le riprese video" dal contenuto ritenuto lesivi della propria reputazione, "possono contare su numerosissimi utenti". Le "molteplici esternazioni" del ministro degli Interni pro tempore, "lungi dall'essere manifestazioni di un legittimo diritto di critica sono state aggressioni gratuite e diffamatorie alla mia persona con toni minacciosi diretti e indiretti, coinvolgenti anche il gip di Agrigento Alessandra Vella". È questo un passo della denuncia-querela che sarà presentata nelle prossime ore alla procura di Roma dall'avvocato Alessandro Gamberini, difensore della donna.
"Molti di questi utenti - si legge ancora - si sono profusi a loro volta in commenti offensivi e implicitamente minacciosi nei miei confronti, che riproducono pedissequamente il suo lessico offensivo: vengo così apostrofata come 'ricca comunista tedesca delinquente' e 'mercenaria', 'la delinquente rimane libera', 'la delinquente è stata rilasciata', 'fuorilegge'". Quanto al reato di istigazione a delinquere, la comandante della nave punta il dito contro la sua foto 'da ricercata'. "Una fotografia pubblicata da Matteo Salvini - scrive - lo ritrae insieme a un gruppo di donne che svolgono le funzioni di agenti di polizia in divisa; sotto la stessa compare la mia fotografia con la scritta 'una criminale'.
Un'immagine che assume - secondo Rackete - la connotazione di una segnalazione pubblica e rimanda ai manifesti dei ricercati (Wanted) e mi indica come bersaglio di condotte minacciose, ingiuriose e diffamatorie, quando non violente. Si tratta di un'istigazione pubblica a delinquere'. "Nelle parole di Salvini - fa sapere Carola Rackete - risultano veicolati sentimenti viscerali di odio, denigrazione, delegittimazione e persino di vera e propria de-umanizzazione. Le frasi diffamatorie di Salvini, in questo senso, sono strumento di un messaggio di odio concretamente idoneo a provocare da un lato la commissione di nuovi delitti di diffamazione ai miei danni e dall'altro di espormi tal pericolo di aggressioni all'incolumità fisica"…
da qui





Mario Vargas Llosa si schiera con Carola e chiede che le venga dato il Nobel per la Pace
 Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura, si schiera dalla parte di Carola Rackete, la comandante della Sea Watch 3. “Ha fatto bene”, ha scritto Llosa su El Pais, citando il fondatore di Open Arms, Oscar Camps, che ha detto: “Dalla prigione si esce, dal fondo del mare no”. La capitana potrebbe infatti essere condannata a 10 anni di carcere e a pagare una multa di 50mila euro.
“Quando le leggi, come quelle invocate da Matteo Salvini, sono irrazionali e inumane, è un dovere morale non rispettarle, come ha fatto Carola Rackete”, scrive ancora il premio Nobel nel suo editoriale.
Secondo Llosa, il leader leghista e il suo partito sono agli antipodi delle tradizioni dell’Occidente democratico e liberale, e rappresentano una “caricatura razzista dello stato di diritto”.
La Lega e i suoi seguaci in Europa, secondo il premio Nobel, incarnano la barbarie, proprio la stessa barbarie di cui accusano gli immigrati.
“Non sarò l’unico a chiedere a quella giovane capitana il Nobel per la pace quando arriverà il momento”, scrive ancora lo scrittore su El Pais.
Lo scrittore mette in guarda contro i pregiudizi e i falsi miti che circolano intorno all’immigrazione.
“La verità è che l’Europa ha bisogno di immigrati per mantenere i loro elevati standard di vita. Gli immigrati, che ci piaccia o no, finiranno col riempire quel vuoto”, scrive Llosa che sostiene che l’integrazione sia l’unica strada percorribile, “a condizione di sradicare i pregiudizi e le paure che, sfruttate inesorabilmente dalla demagogia populista, creano Matteo Salvini e i suoi seguaci”.
da qui
dal 1996 Vargas Llosa non ha cambiato idea, leggi qui