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martedì 24 dicembre 2024

Quali linee guida per insegnare l’educazione civica? - Giancarlo Burghi


lettera al Ministro Valditara

Egregio Ministro,

Le scrivo di nuovo dalla desolazione della “trincea”: quella in cui ogni giorno, con le studentesse e gli studenti, combattiamo l’eterna guerra contro la semplificazione e la superficialità. Oggi, però, le scrivo per ringraziarla delle Linee guida sull’insegnamento dell’educazione civica che ci ha inviato all’inizio dell’anno scolastico. Da oggi abbiamo un punto fermo nel nostro lavoro di docenti ed educatori: ci dirigeremo nella direzione esattamente opposta a quanto ci indica.

L’educazione civica, secondo lei deve «incoraggiare lo spirito di imprenditorialità, nella consapevolezza dell’importanza della proprietà privata». In modo quasi ossessivo nel documento traccia l’idea di una sorta di “educazione alla proprietà ”. Ma cosa dovremmo farci di questo slogan vuoto? Stiamo oltrepassando finanche il senso del ridicolo, andando oltre la teoria delle tre “i” di berlusconiana memoria (inglese, impresa, internet). Ai nostri studenti, signor Ministro, l’articolo 42 della Costituzione lo leggiamo e lo spieghiamo: «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge […] allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti […]. La proprietà privata può essere [..] espropriata per motivi di interesse generale». Dice proprio questo la Costituzione! Però non si ispira a Pol Pot ma alla dottrina sociale della Chiesa, al cristianesimo sociale di Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti.

Nelle Linee guida Lei continua, poi, con l’affermazione di sapore thatcheriano, ma in realtà generica e vuota quanto la prima, per cui dovremmo insegnare che «la società è in funzione dell’individuo (e non viceversa)». Vede Ministro, se le dovesse capitare di sfogliare la Costituzione italiana scoprirebbe che il termine “individuo” semplicemente non compare. E questo perché la rinuncia a questo concetto (l’angusto “io” paleo-liberale chiuso nella rivendicazione egoistica dei propri diritti) faceva parte del patto tra i social-comunisti e i cattolici democratici, che lo sostituiscono con la nozione di “persona” che indica «il singolo nelle formazioni sociali» in cui solo si può realizzare.

La questione della patria, che lei intende come appartenenza identitaria e suggerisce di mettere al centro dell’educazione civica, merita da sola una prossima lettera. Mi consenta però di farle notare che, se sfogliasse la Costituzione, scoprirebbe che il termine “patria” compare solo una volta (perché Mussolini lo aveva profanato e disonorato) e per di più non ha niente a che fare con “i sacri confini nazionali” da difendere o l’italianità quale identità da salvaguardare contro la minaccia della sostituzione etnica. La patria è il patrimonio dei padri e delle madri costituenti, vale a dire le istituzioni democratiche non separabili dai valori costituzionali: l’eguaglianza, la libertà, la pace, la giustizia, il diritto di asilo per lo straniero «che non ha garantite le libertà democratiche». I patrioti non sono quelli che impediscono lo sbarco dei migranti, ma coloro che ogni giorno testimoniano il rifiuto della discriminazione. Cosi come patrioti non erano i fascisti che hanno svenduto la patria a Hitler e l’hanno profanata costringendo milioni di italiani ad offendere altre patrie, ma i membri dei GAP (che non erano i “gruppi di azione proletaria” come ebbe a dire, per dileggio, Berlusconi), ma i “gruppi di azione patriottica” (appunto), che operavano nella Brigate Garibaldi dei patrioti comunisti italiani, protagonisti della Resistenza quale secondo Risorgimento.

Ci consenta di formare i nostri studenti ispirandoci a chi di patria si intendeva: non a Julius Evola o Giorgio Almirante, ma a Giuseppe Mazzini che ha ripetuto per tutta la vita che la patria non è un suolo da difendere avidamente ma una «dimora di libertà e uguaglianza» aperta a tutti: «Non vi è patria dove l’eguaglianza dei diritti è violata dall’esistenza di caste, privilegi, ineguaglianze. In nome del vostro amore di patria, combattete senza tregua l’esistenza di ogni privilegio, di ogni diseguaglianza sul suolo che vi ha dato vita» (Dei doveri dell’uomo). Mazzini non contrapponeva la patria all’umanità, ma la considerava il mezzo più efficace per tutelare la dignità di ogni essere umano: «I primi vostri doveri, primi almeno per importanza, sono verso l’Umanità. Siete uomini prima di essere cittadini o padri. […] In qualunque terra voi siate, dovunque un uomo combatte per il diritto, per il giusto, per il vero, ivi è un vostro fratello: dovunque un uomo soffre, tormentato dall’errore, dall’ingiustizia, dalla tirannide, ivi è un vostro fratello. Liberi e schiavi, siete tutti fratelli» (Dei doveri dell’uomo). E ci consenta, da educatori democratici, di trascurare le sue Linee guida, per illuminare le coscienze dei giovani con le parole di don Milani: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Egregio Ministro, dal momento che la costruzione di una cittadinanza consapevole avviene anche attraverso l’esercizio della memoria storica e civile, Lei ci ha inviato a una circolare con cui ha bandito un concorso per le scuole con lo scopo di celebrare la «Giornata Nazionale delle Vittime Civili delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo». Il titolo del concorso: «1945: la guerra è finita!». Incredibile! Il 25 aprile 1945 che, prima dell’era Valditara, era semplicemente e banalmente la «liberazione dal nazifascismo» ora diventa un momento della «Giornata Nazionale delle Vittime Civili delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo». Cosa dovrebbero ricordare le giovani generazioni nella sua bizzarra idea di memoria civile? Ecco il suo testo: «il popolo che ha subito sulla propria pelle gli orrori di quel tremendo conflitto, dai bombardamenti degli alleati alle rappresaglie nazifasciste [equiparati!] fino agli ordigni bellici inesplosi che, nei decenni a venire, hanno continuato a produrre invalidità e mutilazioni». E tutto per andare «al di là della tradizionale lettura vincitori-vinti», opposizione che attentamente sostituisce quella di antifascisti/liberatori e fascisti. Si tratta dunque, secondo lei, di ricordare una guerra tra tante, quasi un ineluttabile evento naturale in cui tutti sono cattivi (i liberatori, gli aguzzini e i partigiani) e dunque tutti ugualmente assolti nel tribunale della neostoria.

Del resto, Ministro, devo darle atto di una certa garbata compostezza sulla memoria del 25 aprile. La sua sottosegretaria (la nostra sottosegretaria all’Istruzione) Paola Frassinetti la Festa della Liberazione l’ha festeggiata al campo 10 del Cimitero maggiore di Milano per onorare i volontari italiani delle SS. È immortalata in un video in mezzo a un drappello di camerati che sfidano, tra insulti e minacce, alcuni manifestanti antifascisti. Frassinetti si lascia andare alla rabbia ed esclama «ma vai aff…». Sempre a proposito di Linee guida per l’educazione civica… Da sottosegretaria del suo Ministero Paola Frassinetti, il 28 ottobre del 2024, anniversario della marcia su Roma, ha celebrato il «fascismo immenso e rosso».

Capisce, signor Ministro, perché ci sentiamo soli nella trincea? E perché le ho detto che è “passato al nemico” (il nemico è la parzialità, la manipolazione, la contrapposizione faziosa). Ma noi siamo combattenti testardi. Non avendo capi politici da lusingare, la nostra coscienza e la Costituzione antifascista sono le nostre uniche e inderogabili “linee guida” da seguire nel formare cittadine e cittadini liberi e consapevoli.

Egregio Ministro, spero che queste parole non mi costino quella decurtazione dello stipendio che ha inflitto a un mio collega per aver pronunciato delle parole che Lei non ha gradito. Sarebbe non solo grave ma anche di cattivo gusto anche perché di recente insieme ad altri ministri lei lo stipendio ha cercato di aumentarselo.

P. S.

Le sue Linee guida stanno conseguendo i primi risultati. Qualche giorno fa uno studente che aveva studiato la divisione dei poteri di Montesquieu ha osservato che se un ministro fa una manifestazione sotto un tribunale per difendere un altro ministro sotto processo viola la separazione dei poteri. Aggiungendo che un ministro non è un semplice cittadino ma un membro dell’esecutivo, cioè di un potere dello Stato. Gli ho risposto che ha ragione e gli ho dato un ottimo voto in educazione civica.

Con cordialità

da qui

domenica 27 dicembre 2020

L'ombra minacciosa della Chiesa sull'educazione civica

L’Educazione civica terreno di conquista degli insegnanti di religione? - UAAR


L’insegnamento di Educazione civica – introdotto da quest’anno scolastico – rischia di trasformarsi in un’ora di religione cattolica obbligatoria.

È questa la denuncia dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) che, a seguito di segnalazioni in tal senso, ha scritto oggi alla ministra Azzolina affinché sia scongiurato il rischio che l’insegnamento dell’Educazione civica sia impartito dagli insegnanti di religione cattolica.

«L’attacco all’ora di Educazione civica (introdotta dalla legge 20 agosto 2019, n. 92) è preparato da lontano», spiega Roberto Grendene. «È da tempo infatti che si cerca di far passare il messaggio che l’Insegnamento della religione cattolica (Irc) abbia le carte in regola per concorrere ad arricchire le consapevolezze degli allievi su molti temi dell’educazione sociale e civica. Ora che l’Educazione civica è stata inserita nell’offerta formativa si è passati dalle parole ai fatti: gli insegnanti di religione stanno cominciando a sostenere la propria legittimità a insegnare educazione civica e a impartire l’insegnamento. Uno scenario pericolosissimo per scongiurare il quale abbiamo scritto oggi alla ministra affinché intervenga opportunamente».

«Il dirigente scolastico ci ha informati che nelle prime settimane di scuola gli insegnanti di religione cattolica avrebbero “accorpato” le ore di Cittadinanza e Costituzione e che quindi nostra figlia (che non si avvale dell’Irc) sarebbe dovuta rimanere in classe durante tali ore», denuncia una madre che si è rivolta all’Uaar per far valere i diritti della figlia, studentessa del Liceo Statale “Pilo Albertelli” di Roma: «In seguito alla nostra protesta (non si può negare il diritto costituzionale a una scuola laica con la scusa di insegnare la Costituzione: in questo modo si aggrediscono a un tempo sia la laicità sia la Costituzione!) siamo stati ricevuti dal dirigente e mentre parlavamo con lui un’insegnante di religione è piombata in presidenza con un mucchio di libri di educazione civica in braccio per dimostrare la propria preparazione e affermare che gli insegnanti di Irc hanno le competenze per insegnare questa materia. Anzi: gli insegnanti di Irc si sarebbero addirittura offerti di fare i coordinatori dell’educazione civica. Dopo le prime lezioni in cui non le hanno consentito di uscire dalla classe e in cui l’insegnante di religione ha affrontato il tema della laicità (!) spiegando perché nelle aule scolastiche debba esserci il crocifisso, nostra figlia non ha frequentato le lezioni “di educazione civica” dell’insegnante di Irc perché siamo andati a prenderla a scuola, riportandola poi all’ora successiva; la prima volta chi era in portineria non sapeva se fosse permesso farla rientrare, ma quando ho chiesto di parlare con il dirigente si è presentata un’altra insegnante di religione (per la seconda volta le insegnanti di Irc della scuola si intromettevano nelle nostre scelte!) informandomi che lei non stava insegnando religione cattolica ma educazione civica e che a conclusione di queste ore avrebbe anche fatto sostenere una verifica scritta a tutti gli alunni».

«Tutto ciò è inaccettabile», prosegue Grendene: «Prima di tutto, dovendo l’Educazione civica essere svolta nell’ambito del monte orario obbligatorio, non può essere svolta all’interno di una materia non obbligatoria come l’Insegnamento della religione cattolica. Non è inoltre in alcun modo accettabile che venga imposta la partecipazione dei non avvalentesi alle lezioni tenute dal docente di religione cattolica, anche se quest’ultimo dichiara di svolgere insegnamento di educazione civica. Alle violazioni del diritto all’istruzione si aggiungerebbe un’evidente violazione dell’esercizio della libertà religiosa. È inoltre palese la non opportunità di tale scelta, non fosse altro che per il fatto che gli insegnanti di religione cattolica sono sì pagati dallo Stato ma scelti dal vescovo. L’educazione civica si configurerebbe come un’ora di religione, per di più obbligatoria e imposta dunque anche a chi all’ora di religione ha detto no, come dimostra il caso del Pilo Albertelli».

 

Maggiori informazioni:

Pec inviata al dirigente scolastico del Liceo Statale “Pilo Albertelli”.

Pec inviata alla ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina.

Comunicato stampa


da qui

 

 

Scuola, le mire dei vescovi sull’educazione civica – Checchino Antonini


Scuola, il rischio che la Costituzione possa appaltata ai docenti di religione. Nella classifica sulla libertà di pensiero Italia al 101° posto

«Il dirigente scolastico ci ha informati che nelle prime settimane di scuola gli insegnanti di religione cattolica avrebbero “accorpato” le ore di Cittadinanza e Costituzione e che quindi nostra figlia (che non si avvale dell’Irc) sarebbe dovuta rimanere in classe durante tali ore», denuncia una madre che si è rivolta all’Uaar per far valere i diritti della figlia, studentessa del Liceo Statale “Pilo Albertelli” di Roma: «In seguito alla nostra protesta (non si può negare il diritto costituzionale a una scuola laica con la scusa di insegnare la Costituzione: in questo modo si aggrediscono a un tempo sia la laicità sia la Costituzione!) siamo stati ricevuti dal dirigente e mentre parlavamo con lui un’insegnante di religione è piombata in presidenza con un mucchio di libri di educazione civica in braccio per dimostrare la propria preparazione e affermare che gli insegnanti di Irc hanno le competenze per insegnare questa materia. Anzi: gli insegnanti di Irc si sarebbero addirittura offerti di fare i coordinatori dell’educazione civica. Dopo le prime lezioni in cui non le hanno consentito di uscire dalla classe e in cui l’insegnante di religione ha affrontato il tema della laicità (!) spiegando perché nelle aule scolastiche debba esserci il crocifisso, nostra figlia non ha frequentato le lezioni “di educazione civica” dell’insegnante di Irc perché siamo andati a prenderla a scuola, riportandola poi all’ora successiva; la prima volta chi era in portineria non sapeva se fosse permesso farla rientrare, ma quando ho chiesto di parlare con il dirigente si è presentata un’altra insegnante di religione (per la seconda volta le insegnanti di Irc della scuola si intromettevano nelle nostre scelte!) informandomi che lei non stava insegnando religione cattolica ma educazione civica e che a conclusione di queste ore avrebbe anche fatto sostenere una verifica scritta a tutti gli alunni».

L’insegnamento di Educazione civica – introdotto da quest’anno scolastico – rischia di trasformarsi in un’ora di religione cattolica obbligatoria. Lo denuncia l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaar) che, a seguito di segnalazioni in tal senso, ha scritto oggi alla ministra Azzolina affinché sia scongiurato il rischio che l’insegnamento dell’Educazione civica sia impartito dagli insegnanti di religione cattolica. «L’attacco all’ora di Educazione civica (introdotta dalla legge 20 agosto 2019, n. 92) è preparato da lontano», spiega Roberto Grendene. «È da tempo infatti che si cerca di far passare il messaggio che l’Insegnamento della religione cattolica (Irc) abbia le carte in regola per concorrere ad arricchire le consapevolezze degli allievi su molti temi dell’educazione sociale e civica. Ora che l’Educazione civica è stata inserita nell’offerta formativa si è passati dalle parole ai fatti: gli insegnanti di religione stanno cominciando a sostenere la propria legittimità a insegnare educazione civica e a impartire l’insegnamento. Uno scenario pericolosissimo per scongiurare il quale abbiamo scritto oggi alla ministra affinché intervenga opportunamente».

«Tutto ciò è inaccettabile», prosegue Grendene: «Prima di tutto, dovendo l’Educazione civica essere svolta nell’ambito del monte orario obbligatorio, non può essere svolta all’interno di una materia non obbligatoria come l’Insegnamento della religione cattolica. Non è inoltre in alcun modo accettabile che venga imposta la partecipazione dei non avvalentesi alle lezioni tenute dal docente di religione cattolica, anche se quest’ultimo dichiara di svolgere insegnamento di educazione civica. Alle violazioni del diritto all’istruzione si aggiungerebbe un’evidente violazione dell’esercizio della libertà religiosa. È inoltre palese la non opportunità di tale scelta, non fosse altro che per il fatto che gli insegnanti di religione cattolica sono sì pagati dallo Stato ma scelti dal vescovo. L’educazione civica si configurerebbe come un’ora di religione, per di più obbligatoria e imposta dunque anche a chi all’ora di religione ha detto no, come dimostra il caso del Pilo Albertelli».

 

Tutto ciò si intreccia con un’altra notizia uscita nei giorni scorsi. Non solo i credenti, ma anche i non credenti subiscono discriminazioni nel mondo. Atei e agnostici sono discriminati in 106 paesi: in almeno 10 l’apostasia è punibile con la morte; in 68 la blasfemia è un reato; in 35 la legislazione statale deriva in tutto o in parte da norme religiose; in 48 a dirimere questioni familiari o morali sono tribunali religiosi; in 26 è in vigore il divieto per i non religiosi di ricoprire alcune cariche; in 34 è prevista istruzione religiosa obbligatoria nelle scuole statali; in 15 è difficile o addirittura illegale gestire un’organizzazione apertamente umanista; in 12 politici o agenzie statali emarginano e/o molestano i non religiosi quando non incitano apertamente all’odio e/o alla violenza contro di essi. E’ il quadro che emerge dalla nuova edizione, diffusa il 10 dicembre, del Rapporto sulla libertà di pensiero nel mondo promosso dall’Humanists International (di cui l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti fa parte). E c’è di più. Come mostra il Rapporto, la pandemia ha esacerbato la situazione: in alcuni paesi atei e agnostici sono stati additati come capro espiatorio della pandemia; sono aumentate le disuguaglianze preesistenti; e inoltre la Covid-19 è stata utilizzata per imporre restrizioni eccessive sulle libertà di espressione e riunione. Nell’edizione 2020 della classifica stilata dall’Humanists International, tra gli ultimi dieci paesi in materia di libertà di pensiero, si piazzano Mauritania e Pakistan in compagnia di Arabia Saudita, Iran, Afghanistan, Maldive, Emirati Arabi Uniti, Malaysia, Brunei e Yemen. L’Europa non sfugge del tutto alle critiche, anche se si tratta di casi di ben diversa gravità. Si distinguono in particolare l’Italia (101/o posto della classifica globale: paese dell’Unione europea che si piazza peggio), la Polonia (97/o), la Germania (92/o), il Regno Unito (84/o). Ai primi cinque posti: Belgio, Olanda, Taiwan, Ecuador e Nauru.

«Nonostante le difficoltà – ha dichiarato Andrew Copson, presidente dell’Humanists International – siamo lieti di poter segnalare due buone notizie: il rilascio, dopo una campagna durata sei anni, di Mohamed Cheikh Mkhaitir in Mauritania e l’arrivo dell’attivista pakistana Gulalai Ismail negli Stati Uniti, dove ora vive con la sua famiglia». Mkhaitir ha passato sei anni in carcere per un articolo in cui si esprimeva contro il sistema di schiavitù in vigore in Mauritania. Ismail, fondatrice di Aware Girls, un’organizzazione impegnata a fianco delle donne, è stata per anni nella exit control list del Pakistan, non potendo dunque lasciare il paese. «La sezione del Rapporto dedicata all’Italia – sottolinea Roberto Grendene, segretario dell’Uaar – delinea un nutrito elenco di problemi, da sempre denunciati dall’Uaar. L’aspetto più critico messo in luce dal Rapporto di quest’anno riguarda il fatto che le autorità di governo tendono a promuovere un’agenda politica di stampo conservatore, ispirata alla religione cattolica. Un elemento che riscontriamo ogni giorno e che si riflette in qualsiasi ambito sociale, come dimostra il fatto che permangano nel nostro paese l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, con insegnanti scelti dalla Chiesa ma pagati dallo Stato, il sistema dell’8 per mille, il finanziamento pubblico alle scuole cattoliche, la straripante presenza della Chiesa cattolica nel palinsesto televisivo, i ministri di culto pagati dallo Stato per assistenza religiosa in ospedali, caserme, carceri. E l’elenco, sfortunatamente, potrebbe continuare». «L’aggiornamento di quest’anno – aggiunge Giorgio Maone, responsabile relazioni internazionali dell’Uaar – pone un’attenzione particolare sulla gestione della pandemia. Per l’Italia abbiamo segnalato i privilegi accordati alle confessioni religiose, e in particolare alla Chiesa cattolica, rispetto alle (necessarie) limitazioni imposte alla libertà di riunione di cittadini e associazioni non confessionali. Nonostante le ‘criticità ineliminabilì sotto il profilo igienico-sanitario evidenziate nelle cerimonie eucaristiche dal Comitato Tecnico Scientifico, ancora oggi, in piena seconda ondata e con migliaia di morti a settimana, le chiese rimangono aperte, a differenza di teatri e musei, e si discute di come rendere l’orario delle messe di Natale compatibile con il coprifuoco, invece che dell’assoluta inopportunità e pericolosità di tali occasioni di assembramento».


da qui

sabato 17 agosto 2019

Prendiamo in mano quelle 33 ore - Matteo Saudino



Mentre il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti proclamava in pompa magna la reintroduzione della Educazione Civica nella scuola pubblica italiana dalla primaria alla secondaria, il ministro dell’Interno, nonché vicepremier, Matteo Salvini epitetava una donna di Milano, che secondo il leader sovranista lo avrebbe insultato, con il termine zingaraccia e con l’espressione “stai buona, stai buona che arriva la ruspa“, che tanto richiama l’orrore dei pogrom. Ingiustificabile e inaccettabile sotto tutti i punti di vista. La misura è ormai stracolma. Mai, nella storia della Repubblica, una carica istituzionale si era spinta ad un tale livello di violenza verbale e di insulti razziali. E ciò avviene dopo la politica dei porti chiusi in piena violazione del diritto umanitario internazionale e la legittimazione e protezione di partiti che si richiamano apertamente al fascismo.
Non passa giorno senza che dalla Lega non giungano azioni e parole in piena violazione dei valori costituzionali e dei diritti umani. Il tutto nel silenzio assordante degli alleati di governo, del presidente della Repubblica e con la complicità di molti mezzi di informazione e di presunti intellettuali. L’aria di intolleranza che si respira in Italia è insana e velenosa per quel poco che rimane della nostra democrazia, già logorata da decenni di svuotamento del potere legislativo e di smantellamento del welfare state.
La cultura dell’odio nei confronti di chi è considerato diverso dal maschio cattolico eterosessuale bianco (donne, gay, lesbiche, stranieri, rifugiati) sta crescendo in modo inarrestabile e coinvolge negli atteggiamenti quotidiani una parte sempre più grande di cittadini italiani. Di fronte a tale abisso è indispensabile, con coraggio e follia, rimboccarsi le mani e provare ad invertire rotta, attraverso la realizzazione di pratiche concrete di democrazia, di inclusione e di solidarietà che facciano vivere la nostra Costituzione. È il punto di partenza deve essere proprio la scuola, la quale deve ritornare ad essere un reale laboratorio pedagogico di cultura, di pensiero critico e di cittadinanza attiva. Per questo propongo di raccogliere con forza la sfida della educazione civica, al di là della vuota e contraddittoria retorica di un governo che parla di insegnare i valori di quella Costituzione che viola e tradisce ogni giorno, sia formalmente che materialmente.
Iniziamo con il dire che la tanto sbandierata riforma è uno specchietto per allodole, veramente poco furbe: infatti, non è cambiato il quadro orario (dunque le 33 ore annuali di educazione civica sono da ritagliare dalle altre discipline) e non è istituito il profilo professionale che dovrà insegnare la materia. L’unica cosa stabilita è anche la più inutile: il consiglio di classe dovrà dare un voto, un bel numero che certifichi conoscenze e competenze civiche e costituzionali. Di certo quello di Salvini e molti altri ministri sarebbe un bel 3-. Detto questo, proviamo comunque a cogliere l’occasione, progettando e realizzando dei percorsi didattici che facciano crescere i nostri allievi come persone e non come merci, soldatini o webeti.
Costruiamo un programma condiviso di minima attorno ai primi 12 articoli fondamentali della Costituzione italiana e alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, da cui poter sviluppare e affrontare gli argomenti centrali di una sana e robusta democrazia: lavoro, istruzione, ambiente, pace, solidarietà, rispetto. Lavorando su questi temi possiamo dare agli studenti una cassetta degli attrezzi per poter comprendere la realtà per poi difenderla e trasformarla in una prospettiva di libertà, uguaglianza, emancipazione e giustizia. Scegliamo documenti, film, musei, romanzi, musica, uscite didattiche che formino una robusta cultura dei diritti, in modo da comprenderne la universalità, l’interdipendenza, la storicità e l’inalienabilità.
I diritti del lavoro vanno a braccetto con i diritti delle donne, così come i diritti dei migranti sono l’altra faccia dei diritti dei bambini e dell’ambiente. È semplice, ma è proprio lungo questa strada che emergono le ipocrisie e le violenze di chi ci governa.
L’educazione civica deve diventare la bussola di una comunità politica che sia in grado di riconoscere le violenze e gli abusi di potere, le ingiustizie sociali ed economiche, le barbarie della guerra e del neo-colonialismo, e le discriminazioni razziali e di genere. Facciamo di queste 33 ore annuali non un vuoto e buonista esercizio di retorica, un compitino da svolgere perché ce lo hanno detto dall’alto, bensì una palestra di ecologismo, di stato di diritto, di anti-razzismo, di inclusione, di sviluppo sostenibile e di educazione alla nonviolenza come modo di stare al mondo.
Costruita in questo modo, l’educazione civica può diventare un fertile strumento di democrazia nelle mani dei cittadini da usare contro i bullismi e i fondamentalismi politici, economici e culturali che caratterizzano il nostro tempo.
da qui