La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
venerdì 12 settembre 2025
mercoledì 24 aprile 2024
povera sanità pubblica
In aumento i
cittadini che rinunciano a visite mediche ed esami
Nel 2023 sono stati 4,5 milioni, pari al 7,6% della popolazione, erano il
7% nel 2022. I motivi: problemi economici, liste d’attesa e difficoltà di
accesso
Sono stati circa 4,5 milioni nel 2023 i cittadini che hanno dovuto
rinunciare a visite mediche o accertamenti diagnostici per problemi economici,
di lista di attesa o difficoltà di accesso, il 7,6% della popolazione, in
aumento rispetto al 7,0% del 2022 e al 6,3% del 2019, probabilmente
per recupero delle prestazioni sanitarie differite per il Covid-19 e difficoltà
a riorganizzare efficacemente l’assistenza sanitaria.
E’ quanto si legge nel Rapporto sul Benessere equo e sostenibile
(Bes) dell’Istat, presentato oggi.
Secondo i dati c’è un raddoppio della quota di chi ha rinunciato per
problemi di lista di attesa (da 2,8% nel 2019 a 4,5% nel 2023), stabile la
rinuncia per motivi economici (da 4,3% nel 2019 a 4,2% nel 2023), ma comunque
in aumento rispetto al 2022: +1,3 punti percentuali in un solo
anno. Torna inoltre ai livelli pre-Covid l’emigrazione
ospedaliera extra-regione: nel 2022 l’8,3% dei ricoveri in regime ordinario per
acuti. Basilicata, Calabria, Campania e Puglia sono le regioni con maggiori
flussi in uscita non compensati da flussi in entrata; in Sicilia e Sardegna,
sebbene l’indice di emigrazione ospedaliera sia contenuto, è molto superiore
all’indice di immigrazione ospedaliera. Risulta
in continuo aumento la quota di anziani assistiti in Assistenza domiciliare
integrata (Adi), dal 2,9% nel 2019 al 3,3% nel 2022, ma resta una forte
variabilità territoriale: dal 3,8% nel Nord-est al 2,6% al Sud. Se si
considera anche l’assistenza residenziale, rimane il Nord-est l’area con la
maggiore presa in carico di anziani fragili (6,2% nel 2021) e il Sud con quella
più bassa (2,8% nel 2021). Dal rapporto emerge anche che è in crescita
in Italia la speranza di vita: al 31 dicembre scorso “è pari a 83,1
anni, in aumento rispetto al 2022 (82,3)”, un dato con cui si “recupera quasi
del tutto il livello del 2019 (83,2 anni)”. In particolare, “gli uomini con
81,1 anni di vita media attesa tornano allo stesso livello del 2019, mentre per
le donne (85,2 anni) mancano ancora 0,2 anni (85,4 nel 2019)”.
“La speranza di vita in buona salute nel 2023 è pari a 59,2 anni e si
riduce rispetto ai 60,1 anni del 2022″, si precisa nel testo, e “tale
riduzione ha riportato l’indicatore quasi al livello del 2019 (58,6 anni),
ridimensionando l’incremento anomalo verificatosi tra il 2020 e il 2022 dovuto
alla componente soggettiva, per effetto della più diffusa percezione di
condizioni di buona salute in tempi di pandemia”, indica l’Istituto di
statistica. Nel 2021, va avanti il dossier, nella Penisola “il tasso di
mortalità per tumori della popolazione adulta di 20-64 anni è pari a
7,8 per 10.000 residenti e si è ridotto rispetto a quanto osservato nel 2020 (8,0
per 10.000 residenti)”. Tuttavia, “si osservano disuguaglianze socioeconomiche
anche per la mortalità per tumori della popolazione adulta, con uno svantaggio
che aumenta al diminuire del livello di istruzione”, e “sono più marcate nei
maschi, dove gli individui meno istruiti hanno una mortalità 2,1 volte maggiore
dei più istruiti, nelle femmine tale rapporto scende a 1,4”.
L’autonomia differenziata
porterà alla fine del Servizio Sanitario Nazionale
Convegno a Bologna: “AutoNOmia Differenziata, quali rischi per il SSN?”.
Migliore: “In sanità l’autonomia regionale è già una realtà, la riforma deve
essere un’opportunità per individuare i correttivi per una maggiore equità”
“Se passa l’autonomia differenziata sarà la fine del servizio sanitario
nazionale“. Con queste parole Pierino Di Silverio, Segretario
nazionale Anaao Assomed, ha rappresentato al numeroso pubblico che ha
partecipato al Convegno di Bologna dal titolo “Autonomia differenziata. Quali
rischi per il Servizio Sanitario Nazionale?” le preoccupazioni dell’intera
categoria di medici e dirigenti sanitari.
“Il servizio sanitario nazionale – ha affermato Stefano Bonaccini,
Presidente dell’Emilia Romagna nel suo intervento di saluto – non è mai stato a
rischio come oggi. Il Governo lo sta smantellando e il risultato è che sono
esplose le assicurazioni private, medici e infermieri, a causa di salari troppo
bassi e di turni massacranti, emigrano verso il privato o cambiano
lavoro. Presto potrà curarsi solo chi ne avrà le possibilità
economiche.
Serve una grande mobilitazione, perché ormai siamo di fronte a un’emergenza
nazionale. Dobbiamo batterci per riaffermare che il diritto alla salute deve
essere garantito a chiunque, ad un povero esattamente come ad un ricco”.
“L’autonomia differenziata in campo sanitario rappresenta una sfida per le
Regioni, ma una sfida che può portare con sé grandi benefici: per
quanto mi riguarda, dunque, ritengo sia necessario proseguire nel percorso
intrapreso – ha dichiarato il presidente di Regione Liguria Giovanni
Toti nel messaggio inviato all’Anaao Assomed. In primo luogo,
autonomia significa assunzione di responsabilità da parte di chi
amministra un territorio, senza la possibilità di “distribuire” gli effetti
delle scelte fatte e di ciò che non va sul governo centrale ma con la necessità
di rispondere in prima persona alle critiche e alle richieste dei cittadini. In
secondo luogo, perché permetterà di adattare i servizi forniti alle esigenze
specifiche del territorio, tenendo conto delle caratteristiche uniche di ogni
area del Paese e con la possibilità di avere un costante dialogo con i
cittadini, anche attraverso la digitalizzazione. Insomma l’autonomia consentirà
di essere più competitivi ed efficienti”.
Preoccupazione per il rischio di un servizio sanitario frammentato e
disuguale è stata espressa dagli esperti intervenuti.
Per Francesco Pallante, Professore Associato di Economia Politica,
l’Autonomia differenziata, così come proposta, non risponde all’attuale crisi
del diritto alla salute e rischia di acuire le disuguaglianze tra le diverse
regioni. Risolvere l’attuale crisi del diritto alla salute a beneficio delle
sole regioni più dinamiche è una prospettiva che si colloca al di fuori dal
quadro costituzionale e ha suggerito l’esigenza di tornare alla Costituzione, a
partire dal pieno rispetto dei principi di uguaglianza e di unità.
Sull’identificazione e finanziamento dei Leps si è concentrato l’intervento di
Francesco Porcelli Associato di Economia Politica – Università degli
Studi di Bari “Aldo Moro” e membro del Comitato scientifico per la definizione
dei livelli essenziali delle prestazioni, il cui percorso, iniziato a maggio
del 2023, dovrebbe portare a una normativa organica in tema di LEP. L’attività
di ricerca ha cercato di rispondere a domande cruciali come: Cosa si intende
per LEP? Quali sono i potenziali LEP che si possono rinvenire nella normativa
vigente nelle materie che interessano i diritti sociali e civili? Quali sono
i passaggi che consentono di tramutare i LEP in fabbisogno di spesa,
sviluppando modelli di perequazione che ne consentono il finanziamento
rispettando gli equilibri di finanza pubblica? Anche se le risposte non sono
ancora complete e univoche, la definizione organica dei LEP, indipendentemente
dall’attuazione dell’autonomia differenziata, è un’operazione di grande
portata, in quanto attua una parte della Costituzione che pone le basi per la
riduzione dei divari territoriali.
Le preoccupazioni si basano su dati concreti per Enrico Coscioni, Presidente
di Agenas, che sottolinea l’importanza di un dibattito attento e
responsabile, che ponga al centro la salute dei cittadini e l’equità del SSN:
“Alla luce dei dati sulla spesa sanitaria, sulla carenza di personale e sulle
disomogeneità regionali, è fondamentale interrogarsi se il SSN sia pronto per
questa nuova fase. Il dibattito sull’autonomia differenziata deve essere
condotto con attenzione e senso di responsabilità, ponendo al centro la tutela
della salute dei cittadini e la garanzia di un SSN equo ed efficiente.” E
ricorda alcuni dati sul confronto impietoso sulla spesa sanitaria
pubblica e privata rispetto a Germania e Francia: nel 2022 la spesa sanitaria
pubblica italiana è pari a circa 131 miliardi rispetto ai 423 della Germania e
ai 271 della Francia, mentre l’incidenza della spesa sanitaria pubblica in
rapporto al Pil è stata pari al 6,8%, inferiore di ben 4,1 punti a quella
tedesca (10,9%), di 3,5 punti a quella francese (10,3%), e inferiore di mezzo
punto anche a quella spagnola (7,3%).
Anna Lisa Mandorino Segretaria Generale di Cittadinanzattiva ha
evidenziato i rischi di una frammentazione nell’accesso alle cure sanitarie,
con cittadini di serie A e di serie B a seconda della regione di residenza,
richiamando l’urgente necessità di stabilire i Livelli Essenziali di
Prestazioni (LEP) come standard minimi garantiti a tutti i cittadini. “Se
facessimo l’ipotesi, estrema ma possibile, che tutte le Regioni chiedessero per
sé forme di regionalismo asimmetrico così articolate, l’Italia, come Stato
unitario, semplicemente non esisterebbe più e lo si sarebbe deciso senza alcun
tipo di partecipazione popolare”.
I rischi di un sistema sanitario frammentato sono stati evidenziati da
Giovanni Trianni di Medicina Democratica Emilia Romagna. Teme un
“marasma istituzionale” con gravi conseguenze per la sanità pubblica. “Siamo a
dieci giorni dalla discussione del ddl di autonomia differenziata e Medicina
Democratica propone azioni concrete quali una stagione di scioperi generali,
preparazione a referendum abrogativi eventualmente possibili, la preparazione
di ricorsi alla Corte Costituzionale, una campagna di sensibilizzazione verso i
cittadini e cittadine di non votare candidati e candidate, alle prossime
elezioni europee/amministrative che sostengono la autonomia differenziata”.
“Il convegno – ha concluso Pierino Di Silverio – ha messo in luce le
profonde criticità dell’Autonomia Differenziata per il SSN. Le voci degli
esperti e delle associazioni chiedono un dibattito pubblico aperto e
costruttivo sul futuro della sanità in Italia, con l’obiettivo di tutelare il
diritto alla salute per tutti i cittadini”. “È fondamentale che il dibattito
sull’Autonomia Differenziata si svolga in modo aperto e trasparente,
coinvolgendo tutti gli stakeholder interessati, al fine di trovare soluzioni
che tutelino il diritto alla salute e garantiscano un SSN di qualità per tutti
i cittadini”.
“In sanità sperimentiamo l’autonomia regionale da quasi venticinque
anni. La modifica del Titolo V del 2001 ha creato di fatto 21 sistemi
sanitari. La riforma può e deve essere dunque un’opportunità per garantire
maggiore equità e stabilità al sistema sulla base dell’esperienza che abbiamo
maturato”. Questa la posizione che il presidente della Fiaso, Giovanni
Migliore, porterà come contributo nel convegno “AutoNomia differenziata: quali
rischi per il SSN?” organizzato da Anaao a Bologna.
“La tutela della salute è un bene costituzionalmente garantito – spiega
Migliore – e lo Stato, attraverso i Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), definisce le prestazioni e i
servizi che il SSN deve offrire sul territorio a tutti i cittadini. Nel 2022
sette regioni, di cui cinque al Sud, non hanno raggiunto la sufficienza rispetto all’erogazione dei Lea. E’
necessario quindi intervenire con strumenti nuovi, lì dove ormai ci sono
difficoltà consolidate nel tempo, per ridurre le disuguaglianze di
accesso ai servizi sanitari”.
I LEA, negli anni tra il 2020 e il 2023, sono stati finanziati per l’87,3%
dall’imposizione fiscale diretta ed indiretta, per l’1,6% dai ricavi e
dalle entrate proprie delle Aziende sanitarie, per l’8,5% dalla partecipazione
delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome e per il 2,6% dalla
voce relativa al Fondo sanitario nazionale.
L’imposizione fiscale, quindi, costituisce la parte preponderante delle
fonti che finanziano il Fondo sanitario nazionale: la componente diretta,
rappresentata dalle risorse derivanti dall’Irap e dall’addizionale Irpef,
incide per il 26,2% (Irap 18,1% e addizionale Irpef 8,1%), la componente
indiretta (Iva e accise) per il 61,1%.
“Il riparto delle disponibilità finanziarie per il Servizio sanitario
nazionale – continua Migliore – avviene sulla base di criteri che sono
cambiati più volte nel corso degli anni, per adeguare le risposte alle
criticità che emergevano via via nella assegnazione delle risorse. Ci sono
dunque i margini, anche attraverso il Fondo di garanzia dello Stato, per
assicurare a tutte le regioni la copertura dei livelli essenziali delle
prestazioni, magari anche aumentando le risorse stanziate per il Fondo
sanitario nazionale, storicamente sotto finanziato rispetto alla media
dei paesi europei più avanzati”.
“Ma non basta – conclude Migliore – serve avere il coraggio di cambiare le
regole ed è necessario uno sforzo straordinario di sistema, per dare
ai cittadini risposte adeguate ed in tempi congrui ai loro bisogni. Fino ad
oggi, nonostante tutte le difficoltà, grazie alla capacità di innovazione delle
aziende, con un sistema che abbiamo definito frugale siamo riusciti a
garantire uno stato di salute della popolazione buono ed una aspettativa di
vita tra le più elevate nei paesi occidentali. Adesso è necessario fare
di più. E noi non ci sottraiamo dalla discussione, anzi, abbiamo anche
chiesto alla politica di ridefinire la figura del direttore generale, per
valorizzare ancora di più competenza ed esperienza, indispensabili per gestire
bene le risorse affidate alle aziende sanitarie”.
Dalla sanità
pubblica alla sanità del lusso - Ilaria Marciano
A
differenza di altri Paesi europei, in Italia si disinveste sulla sanità.
Mancanza di disponibilità e ripetuti tagli nel settore spingono sempre più
italiani a spostarsi dal Mezzogiorno verso nord per farsi curare. La riforma
dell’autonomia differenziata rischia di rendere l’accesso alle cure, più che un
diritto, un privilegio.
C’è un
diritto, quello alla salute, che sempre meno cittadini possono dare per
scontato: le lunghe liste d’attesa, la mancanza di disponibilità
nelle strutture pubbliche, i costi nel settore privato che diventano sempre
meno accessibili hanno reso ormai la sanità italiana un lusso.
Il
Servizio sanitario nazionale, infatti, è al centro di un profondo
divario tra il Nord e il Sud del Paese, un divario che nel corso
degli anni, secondo il rapporto Svimez 2024, si è ampliato significativamente.
E le cifre parlano chiaro: mentre le risorse pro capite investite nel SSN sono
diminuite del 2% tra il 2010 e il 2019, altri Paesi europei hanno visto un
incremento significativo. Come la Spagna, che nello stesso periodo ha
registrato un +9%, o il Regno Unito (27%), ma anche Francia (+32%) e Germania
(+38%). Solo la pandemia da Covid-19 ha portato un’incerta inversione di
tendenza, con un aumento della percentuale di PIL investita nella sanità in
tutti i Paesi. Gli effetti di questa mancanza di investimenti e ripetuti tagli
nel settore sanitario, dunque, hanno dato vita a disuguaglianze sempre più
marcate tra il Nord e il Sud Italia: secondo il rapporto, infatti, le regioni
meridionali mostrano livelli di spesa per abitante inferiori alla media
nazionale di 2140 euro. In particolare, la spesa corrente più contenuta si
registra in Calabria (1748 euro), seguita da Campania, Basilicata e Puglia. Per
quanto riguarda gli investimenti, i valori più bassi emergono in Campania (18
euro), Lazio (24 euro) e Calabria (27 euro), rispetto alla media nazionale di
41 euro. Oltre ai dati finanziari, il fattore sociale aggiunge un ulteriore
strato di disuguaglianza: su 1,6 milioni di famiglie italiane che
vivono in povertà sanitaria, 700mila di queste vivono nel Mezzogiorno: in
particolare, le famiglie considerate in povertà sanitaria sono l’8% al Sud, il
5,9% al Nord-Ovest, il 5% al Centro e il 4% al Nord-Est. Le conseguenze
di questo divario, naturalmente, non sono solo statistiche, e producono degli
effetti concreti che si traducono in una costante migrazione di
pazienti dal Sud al Centro-Nord del Paese, soprattutto per le patologie più
gravi. Per esempio, nel 2022, su un totale di 629 mila migranti
sanitari, il 44% proveniva da una regione del Mezzogiorno; per le patologie
oncologiche, oltre 12.400 pazienti meridionali si sono dovuti spostare per
ricevere cure al Centro o al Nord.
I dati
del rapporto Svimez, dunque, restituiscono l’immagine di un Paese diviso a metà
nell’accesso alle cure ed evidenziano un quadro preoccupante del sistema
sanitario italiano. E adesso il rischio, se verrà approvata la
riforma dell’autonomia differenziata – passata a fine gennaio al Senato e ora
in attesa di essere discussa alla Camera – è che questo divario si acuisca,
rendendo l’accesso alle cure, più che un diritto, un privilegio.
L’allarme di Cartabellotta: salviamo la Sanità pubblica dal disastro dell’autonomia
Si scrive «autonomia differenziata» ma
si legge «frattura del Paese», sicuramente in sanità. Ecco perché, con l’avvio
della discussione parlamentare del ddl Calderoli, è cruciale ribadire che la
tutela della salute deve essere espunta dalle materie su cui le Regioni possono
richiedere maggiori autonomie. Perché in caso contrario si finirebbe per
legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio
costituzionale di uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto alla
tutela della salute. Ed esistono almeno sei buone ragioni per farlo.
Primo. Il Servizio sanitario nazionale attraversa una gravissima crisi di
sostenibilità e il sotto-finanziamento costringe anche le Regioni virtuose del
Nord a tagliare i servizi e/o ad aumentare le imposte per scampare al piano di
rientro. E guardando alla crescita economica del Paese, all’impatto atteso del
nuovo Patto di Stabilità e all’assenza di misure concrete per ridurre evasione
fiscale e debito pubblico, non ci sono risorse né per rilanciare il
finanziamento pubblico della sanità, né tantomeno per colmare le diseguaglianze
regionali. Inoltre, con l’autonomia differenziata le Regioni potranno
trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più redistribuito su base
nazionale, impoverendo ulteriormente il Mezzogiorno.
Secondo. Il Comitato istituito per definire i livelli essenziali delle
prestazioni (Lep) ha ritenuto che non sia necessario assolvere tale compito in
materia di salute, perché esistono già i livelli essenziali di assistenza
(Lea). Una pericolosa scorciatoia, visto che il ddl Calderoli rimane molto vago
sul finanziamento oltreché sulla garanzia dei Lep secondo quanto previsto dalla
Carta costituzionale. Ed è evidente che senza definire, finanziare e garantire
in maniera uniforme i Lep in tutto il territorio nazionale è impossibile
ridurre le diseguaglianze regionali.
Terzo. In sanità il gap tra Nord e Sud è sempre più ampio, al punto da
configurare una vera e propria «frattura strutturale», come dimostrano sia i
dati sugli adempimenti ai Lea sia quelli sulla mobilità sanitaria. Il
monitoraggio 2021 dei Lea documenta infatti che delle 14 Regioni adempienti
solo 3 sono del Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica:
alla maggior parte dei residenti al Sud non sono dunque garantiti nemmeno i
Lea. E queste diseguaglianze alimentano il fenomeno della mobilità sanitaria:
nel 2021 4,25 miliardi scorrono prevalentemente dalle Regioni meridionali verso
Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, le Regioni che hanno già sottoscritto i pre-accordi
per le maggiori autonomie e che complessivamente raccolgono il 93,3% dei saldi
attivi. Di conseguenza, l’attuazione di maggiori autonomie in sanità nelle
Regioni con le migliori performance sanitarie e maggior capacità di attrazione
inevitabilmente amplificherà le diseguaglianze già esistenti.
Quarto. Le maggiori autonomie già richieste da Emilia-Romagna, Lombardia e
Veneto ne potenzieranno le performance sanitarie e, al tempo stesso,
indeboliranno ulteriormente quelle delle Regioni del Sud, incluse quelle a
statuto speciale. In tal senso risulta ai limiti del grottesco la posizione dei
presidenti delle Regioni meridionali governate dal centrodestra, favorevoli
all’autonomia differenziata. Una posizione autolesionistica che dimostra come
gli accordi di coalizione partitica prevalgano sulla salute delle persone.
Alcuni esempi: la maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale
provocherà una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni più ricche, in
grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose, impoverendo
ulteriormente quelle del Sud; così come l’autonomia nella determinazione del
numero di borse di studio per scuole di specializzazione e medici di medicina
generale determinerà una dotazione asimmetrica di specialisti e medici di
famiglia. Ancora, le maggiori autonomie sul sistema tariffario, di rimborso,
remunerazione e compartecipazione rischiano di rendere i sistemi sanitari
regionali delle entità con regole proprie, sganciate anche da un monitoraggio
nazionale, agevolando anche l’avanzata del privato.
Quinto. Nonostante gli entusiastici proclami sui vantaggi delle maggiori
autonomie anche per le Regioni del Sud, in sanità è certo che non ne esistono
affatto per una ragione molto semplice. Essendo tutte, Basilicata a parte, in
piano di rientro o addirittura commissariate (Calabria e Molise), non si
trovano nelle condizioni di poter avanzare la richiesta, visto che i piani di
rientro di fatto «paralizzano» dal punto di vista organizzativo i sistemi
sanitari regionali.
Sesto. Il Pnrr, sottoscritto dall’Italia e per il quale abbiamo indebitato
le future generazioni, persegue il riequilibrio territoriale e il rilancio del
Sud come priorità trasversale a tutte le missioni. Ovvero, l’intero impianto
normativo del ddl Calderoli contrasta il fine ultimo del Pnrr, che dovrebbe
costituire un’occasione per il rilanciare il Mezzogiorno, accompagnando il
processo di convergenza tra Sud e Centro-Nord quale obiettivo di crescita
economica, come più volte ribadito nelle raccomandazioni della Commissione
europea.
Ecco perché è fondamentale espungere la tutela della salute dalle materie
su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie. Se così non fosse,
saremmo di fronte a una legittimazione normativa della «frattura strutturale»
Nord-Sud che comprometterebbe l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del
diritto costituzionale alla tutela della salute, rendendo le Regioni
meridionali sempre più «clienti» dei servizi prodotti dalle Regioni del Nord e
assestando il colpo di grazia al Servizio sanitario nazionale. Un disastro
sanitario, economico e sociale senza precedenti, che viene oscurato dallo
«scambio di favori» tra i fautori dell’autonomia differenziata e quelli del
presidenzialismo.
domenica 14 aprile 2024
Contro la privatizzazione del servizio sanitario nazionale
Appello di 14 scienziati per salvare il servizio sanitario nazionale (pubblico)
“Dal 1978, data della sua fondazione, al 2019 il Ssn in Italia ha contribuito a produrre il più marcato incremento dell’aspettativa di vita (da 73,8 a 83,6 anni) tra i Paesi ad alto reddito. Ma oggi i dati dimostrano che il sistema è in crisi: arretramento di alcuni indicatoridi salute, difficoltà crescente di accesso ai percorsi di diagnosi ecura, aumento delle diseguaglianze regionali e sociali. Questo accade perché i costi dell’evoluzione tecnologica, i radicali mutamenti epidemiologici e demografici e le difficoltà della finanza pubblica, hanno reso fortemente sottofinanziato il Ssn,
al quale nel2025 sarà destinato il 6,2% del Pil (meno di vent’anni fa).
Il pubblico garantisce ancora a tutti una quota di attività (urgenza, ricoveri
per acuzie), mentre per il resto (visite specialistiche, diagnostica, piccola
chirurgia) il pubblico arretra, e i cittadini sono costretti a rinviare
gliinterventi o indotti a ricorrere al privato. La spesa sanitaria in Italia
non è grado di assicurare compiutamente il rispetto dei Livelli Essenziali di
Assistenza (Lea) e l’autonomia differenziata rischia di ampliare il divario tra
Nord e Sud d’Italia in termini di diritto alla alute.
È dunque necessario un piano straordinario di finanziamento del Ssn e
specifiche risorse devono essere destinate a rimuovere gli squilibri territoriali.
La allocazione di risorse deve essere accompagnata da efficienza nel loro
utilizzo e appropriatezza nell’uso a livello diagnostico e terapeutico, in
quanto fondamentali per la sostenibilità del sistema”, prosegue l’appello.
2/2
Parte delle nuove risorse deve essere impiegata per intervenire in profondità
sull’edilizia sanitaria, in un Paese dove due ospedali su tre hanno più di 50
anni, e uno su tre è stato costruito prima del 1940. Ma il grande patrimonio
del Ssn è il suo personale: una sofisticata apparecchiatura si installa in un
paio d’anni, ma molti di più ne occorrono per disporre di professionisti
sanitari competenti, che continuano a formarsi e aggiornarsi lungo tutta la
vita lavorativa. Nell’attuale scenario di crisi del sistema, e di fronte a
cittadini/pazienti sempre più insoddisfatti, è inevitabile che gli operatori
siano sottoposti a una pressione insostenibile che si traduce in una fuga dal
pubblico, soprattutto dai luoghi di maggior tensione, come l’area dell’urgenza.
È evidente che le retribuzioni debbano essere adeguate, ma è indispensabile affrontare
temi come la valorizzazione degli operatori, la loro tutela e la garanzia di condizioni
di lavoro sostenibili” si legge ancora. “Da decenni si parla di continuità assistenziale
(ospedale-territorio-domicilio e viceversa), ma i progressi in questa direzione
sono timidi. Oggi il problema non è più procrastinabile: tra 25 anni quasi due
italiani su cinque avranno più di 65 anni (molti di loro affetti da almeno una
patologia cronica) e il sistema, già oggi in grave difficoltà, non sarà in
grado di assisterli.
La spesa per la prevenzione in Italia è da sempre al di sotto di quanto
programmato, il che spiega in parte gli insufficienti tassi di adesione ai
programmi di screening oncologico che si registrano in quasi tutta Italia. Ma
ancora più evidente è il divario riguardante la prevenzione primaria; basta un
dato: abbiamo una delle percentuali più alte in Europa di bambini sovrappeso o
addirittura obesi, e questo è legato sia a un cambiamento – preoccupante –delle
abitudini alimentari sia alla scarsa propensione degli italiani all’attività
fisica. Molto va investito, in modo strategico, nella cultura della prevenzione
(individuale e collettiva) e nella consapevolezza delle opportunità ma anche
dei limiti della medicina moderna. Molto, quindi, si può e si deve fare sul
piano organizzativo, ma la vera emergenza è adeguare il finanziamento del Ssn
agli standard dei Paesi europei avanzati (8% del Pil), ed è urgente e indispensabile,
perché un Ssn che funziona non solo tutela la salute ma contribuisce anche alla
coesione sociale”,
Firmano il documento Ottavio Davini, Enrico Alleva, Luca De Fiore, Paola Di
Giulio, Nerina Dirindin, Silvio Garattini, Franco Locatelli, Francesco Longo,
Lucio Luzzatto, Alberto Mantovani, Giorgio Parisi, Carlo Patrono, Francesco
Perrone e Paolo Vineis
La sanità è solo
per i ricchi? “Non ancora, ma non vorremmo lo diventasse” - Carlotta Di Santo
La sanità oggi è solo per ricchi? Non
ancora, ma questo è il motivo per il quale siamo preoccupati. Non vorremmo che
lo diventasse. Ci sono dei segnali di scricchiolio del Servizio
sanitario nazionale pubblico che vanno compresi, recepiti e che
chiedono di avere delle politiche di reazione. Fare la manutenzione è
assolutamente fondamentale per mantenere funzionante ed efficiente il SSN
pubblico. Quello che noi vogliamo sottolineare con il Manifesto è che la sanità
è una grande ricchezza dell’Italia e che si deve lavorare per fare
manutenzione. Così il presidente dell’Associazione Italiana Oncologia Medica
(AIOM), Francesco Perrone, interpellato dalla Dire in merito al manifesto ‘Non
possiamo fare a meno del servizio sanitario pubblico’, firmato da 14
scienziati di livello internazionale, tra cui Perrone stesso e il premio
Nobel Giorgio Parisi, rilanciato oggi dai media nazionali. Ma siamo ancora in tempo
per salvare il SSN? “Certamente- risponde Perrone- noi riteniamo di essere
ancora in tempo, altrimenti non avremmo fatto un appello, che vuole essere
costruttivo. Siamo tutti convinti che, pur nella necessità di fare scelte
coraggiose, vi sia assolutamente lo spazio per riavvicinare l’Italia ai Paesi
dell’Europa occidentale, che investono molto di più. Dobbiamo essere coscienti
che si tratta di investimenti e non di costi“. Lanciare un appello
e chiedere che si faccia una riflessione, dunque, viene fatto nell’ottica di
“dare un contributo, di spingere chi in qualche modo ha la possibilità di
modificare le politiche. Vale per questo governo, vale per il prossimo, ma vale
anche per quello che non hanno fatto i governi precedenti”. Il messaggio,
dunque, è capire che la sanità e gli investimenti nel Servizio sanitario
nazionale rappresentano una “ricchezza di tutti quanti”.
Come ha detto Silvio Garattini (anche lui firmatario della manifesto, ndr)
in una intervista, in Italia “alla fine i soldi si trovano per un sacco di
cose, ma purtroppo per quello che riguarda la manutenzione del SSN siamo sempre
un po’ indietro- prosegue Perrone- non tanto come numeri assoluti, perché il
governo sicuramente ha messo più soldi rispetto agli anni precedenti, quanto
piuttosto per il fatto che nel frattempo il potere d’acquisto dei soldi
è diminuito. Ed è questo il motivo per cui ci siamo concentrati su una
unità di misura che è la percentuale del PIL investito nella sanità. L’Italia
da questo punto di vista rispetto all’Europa è indietro, lo dimostrano i
numeri, non è colpa di nessuno ma del fatto che negli ultimi venti anni non
abbiamo sufficientemente capito che bisogna investire molto di più in
questo settore“.
Secondo Perrone, è allora necessario fare scelte che “vadano oltre la
legislatura, oltre il tempo di un governo e oltre il tempo di un ministro.
Bisogna fare delle scelte che garantiscano la salute delle generazioni future”.
Ma il manifesto ha sottintesa anche la preoccupazione attuale per le fasce di
popolazione con redditi medio-bassi, che dovranno inevitabilmente iniziare a
sostenere dei costi per essere curati? Si può prospettare uno scenario in cui
le persone meno abbienti saranno anche le più malate? “La difficoltà
socio-economica, storicamente, dappertutto e non solo in Italia si accompagna
anche a condizioni di salute peggiori e ad un maggiore rischio di malattia-
risponde Perrone alla Dire- per quello che riguarda il cancro, AIOM ogni anno
pubblica una monografia, ‘I numeri del cancro’, e da questa emerge che c’è una
convergenza di cattivi stili di vita, di scarsa propensione allo screening con
anche condizioni di disagio socio-economico maggiore. E tutto questo
chiaramente fa un cocktail che inevitabilmente va a colpire di più alcune fasce
della popolazione”.
Secondo Perrone è “semplicemente l’analisi di un fenomeno che è in
contrasto per certi versi con quello che è il dettato dell’articolo 32 della
Costituzione, cioè l’Italia è un Paese nel quale la possibilità di accesso al
Ssn deve essere uguale per tutti. La differenza tra ricchi e poveri, nel mio
modo di vedere e in quello di molte persone, sarà il fatto che si pagano tasse
in maniera differenziata a seconda della propria ricchezza, ma una
volta che un cittadino contribuisce al mantenimento della macchina dello Stato in
misura proporzionale a quella della sua capacità di reddito, dopo la
garanzia della salute deve essere uguale per tutti”
“Il Servizio Sanitario Nazionale rischia di morire”. Intervista con Nino
Cartabellotta (di Roberto Bertoni)
Nino Cartabellotta, presidente del GIMBE, lancia un allarme accorato e
suffragato da dati incontrovertibili sui rischi che corre il Servizio Sanitario
Nazionale in questepoca5 di tagli, autonomia differenziata e altre misure volte
ad accrescere le disuguaglianze anziché ridurle.
Il rischio è la privatizzazione, di fatto già in corso, di un bene
primario, previsto dalla Costituzione ed essenziale per la tutela dei diritti
individuali e collettivi. Se dovesse venir meno il Servizio Sanitario
Nazionale, verrebbe di fatto meno un cardine della Costituzione. Uno dei tanti
che sono a repentaglio in questa tristissima stagione.
Premi Nobel e scienziati hanno lanciato un allarme relativo alla sanità
pubblica, ormai talmente in difficoltà da star uscendo dagli standard europei.
Durante il Covid si era detto che la sanità fosse un bene comune, medici e
infermieri venivano considerati eroi. Perché non appena si è allentata
l’emergenza, anziché far tesoro di un’esperienza così drammatica, si è
addirittura tornati indietro?
Nel pieno dell’emergenza tutte le forze politiche osannavano il valore
della sanità pubblica, celebravano come eroi medici, infermieri e tutti i
professionisti della sanità. Ma soprattutto convergevano sulla necessità di
rilanciare un Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che la pandemia ha trovato
profondamente indebolito. Tuttavia, passata l’emergenza, la sanità è “rientrata
nei ranghi”, ovvero è stata relegata dai Governi degli ultimi vent’anni:
governi di “tutti i colori”, che hanno sempre considerato la spesa sanitaria
come un costo e mai come un investimento, attingendovi a piene mani per
soddisfare le esigenze del proprio elettorato o per risanare i conti pubblici.
Di conseguenza, se nel 2010 la spesa sanitaria pubblica pro-capite era pari
alla media dei paesi europei, nel 2022 l’Italia ha speso circa € 47,3 miliardi
in meno. E dal 2010 al 2022 il gap complessivo ha superato la cifra di € 330
miliardi Riguardo al fabbisogno sanitario nazionale (FSN), ogni anno è sempre
aumentato in termini assoluti e sempre aumenterà: per questo ogni governo in
carica potrà sempre affermare di aver messo più risorse di chi lo ha preceduto.
Nel 2024 la Legge di Bilancio ha aumentato il FSN di ben € 3 miliardi, ma oltre
€ 2.400 milioni sono destinati all’improcrastinabile rinnovo dei contratti per
il personale sanitario. E, soprattutto, per gli anni successivi la Manovra non
sancisce alcun rilancio progressivo del finanziamento pubblico per la sanità:
perfettamente in linea con la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e
Finanza del settembre 2023, dove il rapporto spesa sanitaria/PIL precipita dal
6,6% del 2023 al 6,1% del 2026.
Quali sono le principali carenze del Servizio Sanitario Nazionale?
Con un simile livello di definanziamento è evidente che il SSN si è
innanzitutto profondamente indebolito nella sua componente strutturale
(ospedali e strutture vetuste, non in regola con norme antisismiche e
antincendio), tecnologiche (“parco macchine” inadeguato e distante anni luce
dalle innovazioni più recenti), organizzativa e soprattutto professionale. È
stato, infatti, il personale sanitario a scontare più di tutti l’imponente
definanziamento, complice il tetto di spesa per la spesa del personale che fa
ormai riferimento a parametri del 2004. Ma ovviamente non è solo questione di
soldi, perché di fatto, a fronte di varie transizioni (epidemiologica,
demografica, tecnologica, digitale), negli ultimi 25 non c’è stata alcuna
riforma del SSN e il finanziamento, i criteri di riparto del FSN,
l’organizzazione dei servizi sanitari, i sistemi premianti e tanto altro ancora
seguono regole definite da riforme che risalgono ad oltre un quarto di secolo
fa. Dopo un lento e silenzioso sgretolamento del SSN, dunque, oggi tutti i nodi
sono venuti al pettine e la vita quotidiana delle persone, in particolare
quelle meno abbienti, è sempre più condizionata dalla mancata esigibilità del
diritto fondamentale alla tutela della salute: interminabili tempi di attesa
per una prestazione sanitaria o una visita specialistica, necessità di pagare
di tasca propria le spese per la salute sino all’impoverimento e alla rinuncia alle
cure, pronto soccorso affollatissimi, impossibilità di trovare un medico o un
pediatra di famiglia vicino casa, enormi diseguaglianze regionali e locali sino
alla migrazione sanitaria.
Un altro argomento delicatissimo è quello relativo ai Livelli Essenziali
d’Assistenza (LEA). Quali conseguenze potrebbe avere, a tal riguardo,
l’autonomia differenziata?
Il nostro SSN è ormai profondamente indebolito e segnato da inaccettabili
diseguaglianze regionali. Nel 2021, su quattordici Regioni adempienti ai Livelli
Essenziali di Assistenza – le prestazioni che il SSN è tenuto a fornire a tutti
i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento del ticket – solo tre sono del
Sud (Abruzzo, Puglia e Basilicata) e tutte a fondo classifica. Non solo: la
fuga per curarsi al Nord vale € 4,25 miliardi, un fiume di denaro che scorre
prevalentemente da Sud a Nord. E l’attuazione delle maggiori autonomie in
sanità legittimerà normativamente la “frattura strutturale” Nord-Sud: il
Mezzogiorno sarà sempre più dipendente dalla sanità del Nord, compromettendo
l’uguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto costituzionale alla
tutela della salute. Ecco perché la Fondazione GIMBE, in audizione alla 1a
Commissione Affari Costituzionali del Senato prima e della Camera poi, ha chiesto
di espungere la tutela della salute dalle materie su cui le Regioni possono
chiedere maggiori autonomie.
Lei si è occupato, in un recente articolo sulla Stampa, dei poveri che non
possono curarsi. Chiara Saraceno ha parlato di coesione sociale mai così a rischio.
Ci spieghi nello specifico, specie alla luce dei dati relativi
all’indebitamento dei ceti sociali meno abbienti per accedere alle cure.
L’indebolimento del SSN e le conseguenti minori tutele pubbliche hanno un
rilevante impatto economico sulle famiglie, in particolare quelle meno abbienti
e residenti nel Mezzogiorno. Questo genera un effetto disastroso sulla crescita
economica del Paese perché se le famiglie si impoveriscono, si indebitano o
rinunciano a curarsi e crolla il livello di salute della popolazione, che è
strettamente correlato alla crescita del PIL: perché chi è malato non produce,
non consuma e, spesso, limita anche l’attività lavorativa dei propri familiari.
E ovviamente erode spesa pubblica, sanitaria e socio-sanitaria. Ecco perché la
perdita del nostro SSN, che dobbiamo assolutamente scongiurare, porterebbe ad
un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti.
Qual è e quale sarà, in futuro, l’impegno del GIMBE, di cui lei è
presidente, per far fronte a questa drammatica situazione?
Dal 2013 la nostra organizzazione indipendente ha un’ambiziosa mission:
salvare il Servizio Sanitario Nazionale. Crediamo infatti fermamente che, per
quanto vicini al punto di non ritorno, sia ancora possibile non solo salvare,
ma anche rilanciare il SSN. E a undici anni dall’avvio della campagna #SalviamoSSN, abbiamo lanciato
una rete civica nazionale: riteniamo indispensabile diffondere a
tutti i livelli il valore del SSN, come pilastro della nostra democrazia,
strumento di equità e giustizia sociale, oltre che leva di sviluppo economico.
L’obiettivo è coinvolgere sempre più persone nella tutela e nel rilancio del
SSN nonché promuovere un utilizzo informato di servizi e prestazioni sanitarie,
al fine di arginare fenomeni consumistici. Perché, al di là delle difficoltà di
accesso ai servizi, la maggior parte delle persone non ha ancora contezza del
rischio incombente: quello di scivolare lentamente ma inesorabilmente, in
assenza di una rapida inversione di rotta, da un SSN fondato su princìpi di
universalità, uguaglianza ed equità per tutelare un diritto costituzionale a
ventuno sistemi sanitari regionali basati sulle regole del libero mercato.
Mancano medici e infermieri, al punto che alcune regioni li stanno
importando da paesi stranieri e addirittura extra-europei. Come valuta
l’ipotesi di abolire il numero chiuso a Medicina?
In termini assoluti, secondo i dati OCSE 2021, non c’è una carenza di
medici in Italia. La realtà è invece ben diversa: sia perché l’OCSE include
tutti i medici dalla laurea alla pensione sia perché l’emergenza COVID-19 ha
slatentizzato una crisi motivazionale che oggi determina licenziamenti
volontari e pensionamenti anticipati, con fughe verso il privato o per
l’estero, oltre che lo spopolamento di alcuni corsi di laurea (es. scienze
infermieristiche) e specialità mediche (es. emergenza-urgenza). Ovvero, oggi
mancano medici in varie specialità oltre che medici di famiglia.
Riguardo la mera abolizione del “numero chiuso” – in realtà “numero
programmato” – oltre a ridurre la qualità della formazione universitaria,
aumenterebbe solo il numero di laureati e non la forza lavoro per il SSN. Con il
rischio ulteriore che le nuove leve si trasferiscano all’estero o scelgano di
lavorare nella sanità privata, vanificando gli investimenti per la loro
formazione. Ecco perché serve un’adeguata programmazione del fabbisogno di
medici, mantenendo flessibili gli accessi alla Facoltà di Medicina e adeguando
il numero di borse di studio per le scuole di specializzazione a quello dei
laureati attesi. Di gran lunga peggiore è la carenza del personale
infermieristico. Nel 2021, con 6,2 infermieri per 1.000 abitanti, l’Italia si
colloca ben al di sotto della media OCSE (9,9). La parola chiave per il
personale sanitario, vera colonna portante del SSN, è “rimotivazione”:
aumentare le retribuzioni, migliorare le condizioni organizzative di lavoro
(sicurezza, tempo libero, formazione, prospettive di carriera), ma soprattutto
fare sentire i professionisti sanitari parte integrante di un pilastro della
nostra democrazia che tutela un diritto costituzionale delle persone. Perché la
loro demotivazione è innanzitutto figlia della svalutazione del loro ruolo
sociale.
Quali investimenti sono necessari, nell’immediato e utilizzando al meglio i
fondi del PNRR, per favorire l’immissione di nuovi camici bianchi nelle
strutture sanitarie?
La Missione Salute del PNRR rappresenta una grande opportunità per
potenziare il SSN, ma la sua attuazione deve essere sostenuta da azioni
politiche: urgono infatti interventi straordinari per reclutare in tempi brevi
il personale infermieristico, investimenti certi e vincolati per il personale
sanitario dal 2027, oltre ad un sostegno concreto per consentire alle Regioni
del Mezzogiorno di recuperare, almeno in parte, gli imponenti divari. In altri
termini il PNRR deve essere inserito in un quadro di rilancio complessivo del
SSN e non essere utilizzato come “stampella” per una sanità pubblica
“claudicante”. Altrimenti avremo indebitato le future generazioni per
finanziare solo un “costoso lifting” del SSN, senza alcun beneficio reale per
l’organizzazione sanitaria e per i pazienti.