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lunedì 12 gennaio 2026

Vi auguro due cose - Marco Sommariva

 

Un omaggio a Stig Dagerman per augurarvi cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono più importanti

 

Muoio di vergogna se non combatto la vostra idea che ogni pensiero conservatore non è solo farina del sacco reazionario; la stessa logica che vi porta a ritenere innovativa qualsiasi cosa provenga dall’area progressista.

Non è così, maledizione!

Muovendomi tra voi, in una società così ottusa, mi fate sentire come un anarchico durante la guerra civile spagnola, esposto a un fuoco incrociato; loro venivano colpiti in petto da tedeschi e italiani e alle spalle dai proiettili russi, io davanti dai conformisti e dietro dai riformisti.

Se continuate così non riuscirete mai a combattere seriamente le stridenti disuguaglianze nella distribuzione del cibo, dei vestiti e delle possibilità di istruzione, e tantomeno arriverete a realizzare che queste ingiustizie non sono l’unico criterio per giudicare la mostruosità di un sistema sociale

Se sistemi di terrore come il nazismo rivelano immediatamente la propria natura con una sfrenata violenza fisica, non dimenticatevi che bisogna diffidare pure delle autorità politiche che incutono terrore senza bastonare fisicamente le persone: anche i sistemi statali più democratici esercitano sui governati una pressione e incutono un’angoscia a cui non c’è romanzo horror o poliziesco che possa far concorrenza.

Occorre molta attenzione per capire quale lavoro compiono quelle matasse di fili invisibili che connettono tra loro stato e alta finanza, governanti e chi li manovra, politica e denaro. E quel che capite dovete raccontarlo a tutti, per intero, senza menzogne.

Se tacete di fronte a un’ingiustizia o alla violazione di un valore irrinunciabile fate quanto è in vostro potere per uccidere nel silenzio la giustizia e, in generale, il principio della libera opposizione.

Sappiate che negli anni Trenta veniva consigliato a chi era svedese di rimanere in silenzio mentre gli antifascisti tedeschi venivano torturati a morte nei campi di concentramento e gli ebrei costretti a spazzare le strade nelle città tedesche: dicevano che erano tutte questioni interne della Germania in cui gli svedesi non dovevano immischiarsi e che solo le questioni interne della Svezia li riguardavano. Sfortunatamente troppi seguirono quel cattivo consiglio e lasciarono che gli oppositori tedeschi se ne morissero in pace.

I cattivi consiglieri vennero poi smascherati come gente che, per vigliaccheria o per denaro, invitava a star zitti su quel che il nazismo faceva.

Il silenzio della gente comune è stata una ruota spaventosamente efficiente nell’ingranaggio della macchina nazista; diversamente non avrebbe funzionato per così tanti anni. Altra ruota indispensabile fu l’oblio dei poteri forti: Hitler era un uomo riconosciuto da tutto il mondo, gli statisti andavano in Germania e stipulavano trattati, il Papa è stato il primo a riconoscerlo, ho visto coi miei occhi una foto dove gli stringe la mano.

Spero che l’esperienza della Germania nazista vi convinca che esistono persone che ci consigliano di tacere quando accadono nel mondo cose contro cui il nostro senso di giustizia si ribella.

Ribellatevi a quel che vi ripugna, a persone come quel direttore di banca di Amburgo secondo cui i norvegesi avrebbero dovuto, nonostante tutto, essere contenti dell’occupazione tedesca, visto che si erano date loro un bel po’ di strade di montagna; o a quel tipo che è andato in Norvegia come medico militare dopo la laurea e ha raccontato solo di meravigliose discese con gli sci al chiaro di luna nelle località di montagna, che a sentirlo sembra quasi che i tedeschi abbiano occupato la Norvegia per amore degli sport invernali.

Vi scrivo di ribellarvi, di non tacere.

Vi scrivo come scrittore, non come giornalista perché il giornalismo è l’arte di arrivare troppo tardi il più in fretta possibile, e io non la imparerò mai. Non la voglio imparare.

Vi scrivo perché lo scrittore può ricoprire il modesto ruolo del lombrico nel terriccio della cultura che altrimenti si disseccherebbe nell’aridità delle convenzioni; essere il politico dell’impossibile in un mondo dove sono troppi i politici del possibile è un ruolo che personalmente mi può soddisfare come essere sociale e come individuo.

Scrivo per chi ha fame, perché la fame non favorisce la ricerca delle cause, e chi è permanentemente affamato non riesce a stabilire alcun’altra relazione se non la più immediata: chi vive alla soglia-limite della sopravvivenza non combatte per una democrazia, ma per allontanarsi il più possibile da tale limite.

Scrivo per chi è costretto a contare i suoi spiccioli anche mentre dorme.

Scrivo perché nessuno debba mai più ritenere il carcere più libero della società in cui vive e l’ospedale più salutare dello spietato campo di battaglia della lotta per la vita.

Scrivo perché le condizioni sociali hanno costretto sempre più persone a smettere di cercare un conforto tra le afflizioni, ma considerano l’afflizione in sé un conforto, a tal punto che si rattristano se si dice loro che altrove si sono viste cose peggiori.

Scrivo per scuotere chi è schiavo della necessità di guadagnare, di farsi strada, di diventare qualcuno.

Sapete bene che c’è un’ora della notte fonda in cui ognuno deve togliersi la maschera, ma immagino siate tutti convinti di poter sgusciare via poco prima della mezzanotte; v’invito a chiedervi cosa potrebbe succedervi se in quel momento inciampaste, se vi accadesse una di quelle cose che non si riescono più a dimenticare e veniste rimessi al vostro posto in modo così definitivo da non poter più sfuggire a voi stessi.

Spero pensiate un poco alle mie parole e, intanto, vi auguro due cose che spesso ostacolano il successo esteriore e hanno tutto il diritto di farlo perché sono più importanti: l’amore e la libertà.

Ma sì, perché no?!, vi auguro anche buone feste.

https://www.osservatoriorepressione.info/vi-auguro-due-cose/

venerdì 28 novembre 2025

Auguro al capitalismo un venerdì Nero - Marco Sommariva

I prossimi tatuaggi saranno dei codici a barre sui dorsi delle mani, così che ogni consumatore possa diventare ciò che più ama, un’inutile merce

Il consumismo celebra la possibilità di stare insieme, condividendo sogni e valori condivisi da quasi tutti, un po’ come quando persone che non si sono sopportate sino a un attimo prima si ritrovano davanti alla TV per tifare la nazionale di calcio.

Il consumismo è qualcosa di molto teatrale, ma in fondo piace anche per questo. È spinto dalle emozioni, questo è vero, ma è evidente che le sue promesse sono raggiungibili: una nuova asciugatrice o un tablet nuovo non sono retorica.

Il mondo consumistico è un enorme amnesia del passato, non ci sono ieri, non ci sono corsi e ricorsi storici, ma soltanto un intenso presente commerciale.

I consumatori corrono da un negozio all’altro. A guardarli sembrano ricchi e contenti mentre si muovono con passo sicuro fra negozi e piccoli supermercati, magari in cittadine senza nome, dove per terra non ci sono giornali svolazzanti né marciapiedi tempestati di chewing-gum, luoghi dove è impossibile prendere in prestito un libro, andare a un concerto, dire una preghiera, consultare gli archivi dell’anagrafe o fare beneficenza.

I centri commerciali, dove file di fari illuminano la notte come luci perimetrali di una colonia di campi di prigionia, sono i nuovi gulag in cui si sconta la pena coi lavori forzati dello shopping e dei soldi da spendere, dove la gente cerca nuovi sogni per controbilanciare l’incubo della propria esistenza vuota.

I consumatori pascolano come docili bovini, tutti portatori sani di un nuovo tipo di odio, silenzioso e disciplinato, un razzismo fatto di tessere fedeltà e codici pin, e di borse e sacchetti della spesa che dondoleranno sotto il naso di chi il pascolo può vederlo solo da lontano.

La società consumistica è la versione soft di uno stato di polizia: crediamo di poter scegliere, ma è tutto già deciso.

I consumatori devono continuare a comprare, se no falliscono come cittadini. Metà delle merci che si comprano al giorno d’oggi sono solo giocattoli per adulti.

Il consumismo può sembrare una cosa pagana, in realtà è l’ultimo rifugio dell’istinto religioso. Un giorno vedremo comunità di fedeli che si raduneranno per adorare le lavatrici, magari all’interno di autosilo, gigantesche e labirintiche costruzioni di cemento a dieci livelli, così da esser certi di trovar parcheggio per le proprie automobili sempre più larghe e più alte.  E non è una bestemmia. Non lo è perché la gente s’annoia, s’annoia a morte, e quando la gente s’annoia a morte tutto è possibile: potrebbero arrivare ad adorare un simbolo matematico o un buco nel terreno.

La gente non fa altro che cambiare il contenuto della propria casa, rimpiazzare le stesse auto e le stesse macchine fotografiche, le stesse cucine di ceramica e gli stessi bagni su misura, e dietro questo folle avvicendamento di merci c’è soprattutto una noia gigantesca.

Le persone sembrano bambini viziati: quando sono stati in vacanza una prima volta si sono così divertiti che tutti i giorni vogliono tornare lì e lì restare per sempre.

Molta gente oggi vive una vita confortevole, ma questa vita l’annoia, e allora chiede regali. Da chi siano acquistati non importa, va bene anche da loro stessi.

La noia porta anche a uccidere, a regalarsi un cadavere.

Tutti i centri commerciali sono uguali. Pieni di gente senza vere e proprie radici. Persone che, quando va bene, sono in grado di entrare in contatto con la realtà soltanto quando s’ammalano. Una classe media di pupazzi la cui finzione è talmente parte integrante della loro vita che l’onestà e la franchezza sembrano loro subdoli stratagemmi, mentre la bugia più sfacciata è quanto più s’avvicina a quella che ritengono la realtà.

Qualcuno è riuscito a far credere ai più tanti che le società sono più felici quando la gente può spendere e non risparmiare, e così siamo ormai prossimi a un consumismo delirante, a una specie di eterna campagna elettorale.

Il consumismo riempie quel vuoto che è alla base delle società secolari. Le chiese sono deserte e la monarchia è naufragata schiantandosi contro la sua stessa vanità. La politica è un caos e la democrazia è soltanto un servizio pubblico come il gas o la luce. Non c’è quasi nessuno che abbia un briciolo di senso civico. La gente ha un enorme bisogno di autorità che soltanto il consumismo può soddisfare. È il consumismo a dare la misura di certi valori: per esempio, il consumismo insegna loro che ogni merce ha un codice a barre a cui corrisponde un prezzo da pagare, un valore, appunto.

Il consumismo è una forma di fascismo soft. Niente passo dell’oca, né stivaloni, ma lo stesso tipo di emozioni e di aggressività. La ragione è andata a farsi benedire, è l’emozione che guida tutto. Ma il puro materialismo non basta. Le persone hanno bisogno di qualcosa di più drammatico, vogliono che le loro emozioni vengano manipolate, vogliono essere presi in giro e blanditi. E il consumismo è proprio quello che ci vuole. Comprare è l’unica vera forma di politica che rimane loro al giorno d’oggi.

La gente accumula capitale emotivo oltre che soldi in banca e ha bisogno d’investire quelle emozioni in una figura di leader. Non ha bisogno di fanatici in divisa che delirino affacciati a un balcone. La gente vuole leader rassicuranti che conducano programmi televisivi con ospiti che parlino con garbo di faccende che la riguardano direttamente, mentre pubblicità e consigli per gli acquisti interrompano con la frequenza di un’offerta speciale, ogni tre per due. Ci stiamo avviando a un nuovo tipo di democrazia dove si voterà alla cassa invece che alle urne.

Il consumismo è lo strumento migliore mai inventato per controllare le persone. Bisognerebbe preparare i ragazzi a questo nuovo tipo di società, una società dove si ha la libertà di parola, ma si è stati ridotti in condizioni tali da non avere più nulla da dire.

Le persone hanno voglia di affermarsi, di celebrare, vogliono sentirsi unite, e quando vanno a fare shopping partecipano a una cerimonia collettiva di affermazione. Nuove fantasie, nuovi sogni, nuove empatie, nuove anime da salvare. Per qualche strana ragione tutto questo è stato chiamato shopping, ma in realtà è la forma più pura di politica.

I consumatori non hanno spina dorsale né fiducia in loro stessi. Hanno una visione del mondo da tabloid.

I consumatori hanno occhi stretti, passivi, mentre stringono in mano le loro carte di credito dei grandi magazzini. Credono a qualsiasi cosa viene detta loro dall’ultimo degli imbonitori. Vogliono essere presi in giro, vogliono essere convinti a comprare delle emerite schifezze. La loro istruzione si basa sugli spot televisivi. Sanno che le uniche cose che valgono sono quelle che possono mettere nella busta della spesa

Presto saremo invasi da supermercati aperti tutta la notte circondati da chilometri quadrati di parcheggi illuminati a giorno.

I prossimi tatuaggi che andranno tanto di moda saranno dei codici a barre disegnati sui dorsi delle mani, così che ogni consumatore possa diventare ciò che più ama, un’inutile merce.

P.S.: quanto avete letto è fortemente ispirato al romanzo Regno a venire di James Graham Ballard edito da Feltrinelli.

da qui

mercoledì 26 novembre 2025

i bambini nel bosco

Io, al momento, mi schiero col bosco - Marco Sommariva

Non è che siamo più portati per il giardinaggio, ossia per la fede nel futuro, per la certezza che le cose accadranno secondo i piani?

In questi giorni si sta parlando molto della vicenda dei tre figli dei coniugi anglo-australiani Catherine Birmingham e Nathan Trevallion sottratti ai genitori su ordinanza del Tribunale dei Minori di Chieti.

Sul sito di RaiPlay leggo che i cinque vivevano in un bosco a Palmoli (CH) una “vita primordiale, con una filosofia improntata al massimo rispetto della natura […]. Nella casa non c’è acqua e non ci sono servizi igienici, manca la luce e i bambini non vanno a scuola”.

Come sempre più spesso succede di fronte ad avvenimenti complessi dove media e persone comuni si guardano bene dall’analizzare le informazioni nella loro specificità, anche questa storia della famiglia Birmingham/Trevaillon è diventata il pretesto per una battaglia politica che vede, a grandi linee, schierati da una parte coloro che difendono a prescindere la famiglia come istituzione-totem e dall’altra chi concepisce l’azione della magistratura come un intervento sempre e comunque giustificato.

Potrei iniziare un’arringa difensiva scrivendo che, da quanto risulta da più fonti, i piccoli Trevaillon/Birmingham non hanno subito alcuna violenza fisica o psicologica e che non soffrono di denutrizione oppure, al contrario, redigere un j’accuse verso i due adulti partendo magari dal fatto che la loro abitazione è priva di “collaudo statico” e quindi di agibilità, ma commetterei lo stesso errore di chi, oggi, s’avventura in conclusioni senza conoscere approfonditamente l’intera situazione o, ancora peggio, finirei con lo schierarmi da una parte o dall’altra magari sulla base di pregiudizi, quindi, sul niente. Ma non sto sfuggendo: alla fine, anche il mio sarà in qualche modo uno schierarsi, visto che ho deciso d’essere qui a scriverne.

La prima cosa che mi auguro è che a condannare momentaneamente questo nucleo famigliare non sia stata la scelta di vivere nel bosco come fosse la decisione di un gruppo di fannulloni, di chi fugge da responsabilità varie, fosse anche quella di combattere il sistema, perché nel caso vorrei ricordare cosa scrisse in Vita senza princìpi, Henry David Thoreau: “Se un uomo cammina nei boschi, per il piacere di farlo, metà di ogni giornata, egli corre il rischio di essere considerato un fannullone, ma se egli spende la sua intera giornata come uno speculatore, tagliando quegli stessi alberi e rendendo spoglia la terra prima del tempo, egli è stimato un cittadino industrioso e intraprendente. Come se una città non avesse interesse a conservare le proprie foreste ma a tagliarle!”. Non solo, sulle stesse pagine, Thoreau scrive che “vedere il sole sorgere o tramontare ogni giorno, così da poter raccontare a noi stessi un fatto universale, ci manterrà per sempre assennati”, e benché vivano nei boschi e non vedano benissimo il sorgere e il tramontare del sole, credo che fatti universali che li mantengano assennati ne vedano molti più di noi che di senno ne abbiamo sempre meno, quotidianamente chiusi dentro scatole d’acciaio in movimento che ci portano su posti di lavoro quasi mai gratificanti, a consumare la quasi totale nostra esistenza.

La seconda cosa che mi auguro è che la famiglia Birmingham/Trevaillon non sia stata confusa con gli assaltatori di quest’epoca industriale che divora boschi e montagne che, molto tardivamente, un giorno s’è resa conto di quante piante e animali aveva estinto o portato sull’orlo dell’estinzione. Forse, nella penombra dei boschi, gli anglo-australiani sono semplicemente giunti alla conclusione che la fase coloniale nella relazione tra uomo e natura era finita. Il che, naturalmente, è più facile da dire che da fare, ma, come tutte le utopie, allettante. Qualcosa di simile l’ha scritta anche Erri De Luca in Il contrario di uno: “Chi veniva con il mulo e l’ascia, sapeva togliere al bosco. Chi viene con il camion e con la motosega, lo lascia spoglio”.

La terza cosa che mi auguro è che i figli sottratti a questi signori non siano stati allontanati da mamma e papà perché ritenuti, i due adulti, resistenti. Resistenti a un sistema che, se vivi nel bosco, non riesce a controllarti come vorrebbe, un sistema che teme lo spirito di emulazione di altri. Spero non sia così anche perché sarebbe tempo perso: “[…] la Resistenza non è nei boschi che la trovi, ma dentro di te” – da Il terrorista nero di Tierno Monénembo.

La quarta cosa che mi auguro è che non siano state questioni religiose ad aver messo in movimento la sottrazione dei minori perché, per onorare un Creatore, come scriveva Gustave Flaubert in Madame Bovary, non si ha bisogno di una chiesa o di ingrassare buffoni che mangiano meglio di noi, potrebbe bastare contemplare la volta celeste in un bosco: “Credo nell’Essere supremo, in un Creatore, sia chi sia, che m’importa?, che ci ha mandato quaggiù perché facciamo il nostro dovere di cittadini e di padri di famiglia. Ma non ho bisogno, io, di andare in una chiesa a baciare piatti d’argento e a fare ingrassare di tasca mia un mucchio di buffoni che mangiano meglio di noi! Perché si può onorarlo lo stesso: in un bosco, in un campo, magari contemplando la volta celeste, come gli antichi. […] non concepisco un povero diavolo di buon Dio che passeggia nel suo giardino con il bastone in mano, che dà alloggio ai suoi amici nel ventre delle balene, che muore mandando un grido e resuscita dopo tre giorni. Cose assurde in sé e completamente in contrasto, d’altra parte, con tutte le leggi della fisica. E ciò dimostra, sia detto tra parentesi, che i preti sono rimasti sempre a imputridire in una torpida ignoranza, nella quale tentano di trascinare anche i popoli”.

La quinta cosa che mi auguro è che nessuno si sia fatto spaventare da questa nuova minoranza, che nessuno abbia avuto l’ennesimo rigurgito discriminante verso il diverso, in quanto è forse proprio dalla famiglia Trevaillon/Birmingham che dovremmo imparare qualcosa, perché “se le nostre vite fossero più conformi alla natura non avremmo bisogno di difenderci dal caldo e dal freddo, ma troveremmo in lei una leale nutrice ed amica, come già fanno le piante e i quadrupedi. Se i nostri corpi si nutrissero di elementi puri e semplici non avrebbero bisogno di più nutrimento di quanto ne necessita un ramoscello senza foglie, e prospererebbero come gli alberi, che trovano persino l’inverno favorevole per la loro crescita” – ancora Henry David Thoreau, da Il mattino interiore.

Conoscenti abruzzesi mi dicono che, dalle loro parti, s’è sentito dire che la casa della “famiglia nel bosco”, così com’è stata ribattezzata dai media, sorgerebbe in un’area coinvolta da un progetto eolico e che i genitori si sarebbero rifiutati di venderla ma, come scritto a inizio pezzo, preferirei non avventurarmi in questi dettagli che potrebbero essere smentiti il giorno dopo.

Piuttosto, oltre a tutto quel che mi auguro, mi domando se per caso questa allergia verso chi vive nel bosco non sia un segnale. Mi spiego meglio. Non è che ci infastidisce l’armonia tra un gruppo di esseri umani e il bosco, questo sconosciuto groviglio squilibrato, asimmetrico, questo disordine naturale dove non sai cosa accadrà l’indomani ma dove tutto funziona, in cui piante e arbusti crescono e si muovono indipendentemente dall’Uomo favorendo insetti e fauna selvatica? Non è che siamo più portati per il giardinaggio ossia, come dice Joel Edgerton nel film Il maestro giardiniere di Paul Schrader, “per una manipolazione del mondo naturale [creando] ordine dove l’ordine sarebbe appropriato, [una] capillare correzione del disordine là dov’è necessario”? Perché, in fondo, al contrario del bosco, il giardinaggio rasserena, “è fede nel futuro, è convinzione che le cose accadranno secondo i piani, che il cambiamento arriverà a tempo debito” – sempre Joel Edgerton nel film di prima.

C’è chi si schiera dalla parte di coloro che difendono a prescindere la famiglia come istituzione-totem e c’è chi si schiera con chi concepisce l’azione della magistratura come un intervento sempre e comunque giustificato.

Io, al momento, mi schiero col bosco. Voi?

da qui


Ora anche esperti in assistenza sociale! Basta leoni da tastiera sui bimbi nel bosco – Luciano Casolari (Medico psicoanalista)

Io che lavoro da quarant’anni nel campo non riesco a proporre un giudizio. Confesso di essere meno capace di tanti nostri concittadini che sdottorano sui social

 Finalmente molti italiani sono divenuti esperti in assistenza sociale e possono decidere rispetto a come aiutare i genitori dei “tre bambini nel bosco” a Chieti. Sono validamente coadiuvati da stuoli di politici che per avere un voto in più venderebbero anche la loro mamma. Questa competenza mancava ai nostri concittadini. Erano già esperti, come i medici, nel definire quali vaccini o medicine sia giusto somministrare poi, come i giudici, nell’affibbiare la colpevolezza o l’innocenza a dei ragazzi; ora finalmente tutti hanno, in quattro e quattr’otto, acquisito un dottorato in assistenza sociale.

Io che lavoro da quarant’anni nel campo affine della psicologia e psichiatria non riesco a proporre un giudizio. Confesso di essere meno capace di tanti nostri concittadini che sdottorano sui social.

Le notizie che sui giornali si possono trovare mostrano lati positivi rispetto a questa famiglia che pare serena con un legame affettivo valido fra genitori e figli. Accanto emergono lati oscuri come la mancata frequentazione scolastica con trascuratezza rispetto alla eventuale educazione parentale, assente socializzazione dei ragazzi e condizioni igieniche molto precarie.

Ognuno di noi dentro di sé ha delle suggestioni che derivano dalle proprie esperienze. Per quanto mi riguarda ricordo un caso occorso quando ero giovane psichiatra. Il sindaco del paese mi chiamò per segnalarmi la situazione di un anziano che viveva in condizioni estremamente precarie. Andai a visitarlo con un infermiere e vidi che viveva in un bosco in un rudere senza riscaldamento, senza acqua e servizi igienici. Gli parlai e dopo alcune riluttanze lui accettò di andare a vivere in una casa di riposo per anziani del Comune ove lo avrebbero accudito meglio. Dopo due mesi chiesi al sindaco come andava la sistemazione di quel vecchietto. Mi rispose che purtroppo era scivolato sul pavimento bagnato dalla signora delle pulizie, si era rotto il femore ed era deceduto. Negli anni successivi ho sempre pensato che “chissà se sarebbe stato ancora vivo?” se lo avessi lasciato nel suo rudere senza convincerlo ad andare in una casa di riposo “troppo pulita”.

Coi miei nipotini recentemente ho rivisto il film Il libro della jungla. Si tratta di un’opera molto bella tratta da un romanzo di grandissimo successo. E’ bello vedere il bambino allevato dai lupi, che gioca con un orso e viene protetto da una pantera. Nella realtà però io non lascerei certo i miei nipotini in balia di un branco di lupi. Dubito molto dell’accudimento che potrebbero offrire un orso. Sfido i leoni da tastiera, che imperversano sul web, ad andare a fare le moine a una pantera.

Insomma la vita agreste, bucolica, va bene per una foto durante la bella stagione ma risulta difficile senza medicine e presidi sanitari. Una volta espresse le mie “suggestioni” per venire alla situazione dei bambini nel bosco mi pare sia giusto sottolineare che il provvedimento emesso dal giudice minorile, su indicazione dei carabinieri e degli assistenti sociali, non prevede l’allontanamento dei genitori dai figli e men che meno la decadenza della loro potestà genitoriale (al momento sospesa). Si prefigge, da quel poco che ho capito dai giornali, di mettere i bambini e la mamma in condizioni igieniche migliori per valutare se vi sia o meno in atto un isolamento sociale patologico e una mancata educazione scolastica.

Tutelare i bimbi che possono avere genitori stravaganti è un mestiere difficile. Dirimere fra una ideologia legittima e un delirio in cui il malato ha delle fissazioni incrollabili che cozzano con la realtà e mettono a rischio lui e i minori è complesso. Occorre affidarsi a degli esperti che potrebbero sbagliare ma che, in linea di massima, hanno minori probabilità di compiere errori grossolani rispetto a utenti del web che si alzano la mattine per urlare al mondo le loro idee maturate senza avere tutte le notizie e gli strumenti di conoscenza per interpretarle.

Se entriamo come comunità in un mondo paranoico per cui c’è sempre un complotto dietro o degli interessi oscuri e aboliamo ogni principio di autorità e autorevolezza sarà dura mantenere la convivenza fra le persone. Quando viene l’ingegnere a decidere quanto devono essere grandi le travi della mia casa, quando chiamo l’elettricista e mi propone un filo elettrico di un certo spessore, quando mando il figlio in pullman e il guidatore segue un itinerario e in innumerevoli altri momenti della mia vita devo affidarmi e fidarmi. Non posso pretendere tutte le volte di decidere io quale cosa sia giusta altrimenti la nostra possibilità di vivere in una civiltà deflagra.

Già si notano le avvisaglie di questo “mondo paranoico” in cui molti individui si sentono soli, vessati dalla società cattiva che li vuole controllare e soggiogare negando le loro libertà. Speriamo che la deriva in atto negli Usa ove tanti cittadini riempiono la loro casa di armi contro nemici, spesso immaginari, che vogliono invaderli non si propaghi anche nel nostro paese.

da qui

lunedì 9 giugno 2025

L'Eternauta – scritto da Héctor Oesterheld e disegnato da Francisco Solano López

ho letto l'Eternauta (I) e l'Eternauta II, pubblicati da 001 Edizioni, dopo aver visto la serie con Ricardo Darin.

ero curioso e allora ho preso i volumi in biblioteca.

una grande sorpresa!

la storia è coinvolgente e non riesci a staccarti, la serie tv di Netflix è povera cosa.

 il fumetto di Héctor Oesterheld e Francisco Solano López è molto più ricco e più profondo.

chi si vuol bene lo cerchi e sarà sorpreso della grandezza di questo fumetto (in realtà letteratura e fantascienza insieme).

buona (straordinaria) lettura.

  


qui una bella (più che) recensione di Marco Sommariva.

 



…In Italia è stato pubblicato nel 1977 sul numero 27, anno III, del settimanale Lanciostory e successivamente su una rivista omonima.[3] Per l'edizione pubblicata sul settimanale Lanciostory le tavole vennero rimontate con l'approvazione di López per essere adattate al formato della rivista. Si è anche intervenuto nel dare a qualche oggetto un aspetto più moderno (per esempio la radio così com'era stata disegnata da Solano López è diventata una a transistor) e a dare un'ambientazione più attuale alla vicenda (all'inizio della storia, ad esempio, il disegnatore dice a Khruner, quando gli chiede in che epoca si trova, di trovarsi verso la fine del XX secolo, anziché a metà di esso, mentre, riguardo ad una rivista sulla scrivania, dice che in copertina vi è la foto del lancio di un missile, invece di una di Chruščёv).[20]

Nel 1979 è stata pubblicata, in versione integrale, dall'editore Comic Art. Negli anni 1990 venne ristampato dalla Eura Editoriale in tre volumi nella collana Euracomix (nn. 55-56-57) e nei primi tre volumi della collana Fantacomix Day.

Nel 2003 ebbe larga diffusione, come allegato al quotidiano La Repubblica nella serie I classici del fumetto di Repubblica, la prima versione con i disegni di Solano Lopez.

In seguito, per lungo tempo non è stato possibile ristampare in Italia nuove edizioni per problemi sui diritti:[21] una nuova edizione si ebbe nel 2011 edita dalla 001 edizioni effettuando nuove scansioni dalle tavole originali recuperate. L'Eternauta II nel 2012 è stato ristampato dalla 001 con il titolo L'Eternauta - Il ritorno.[22] L'ultimo Eternauta venne pubblicato in 5 volumi da 001 Edizioni, 2016-2017[23]; noto anche come L'Eternauta, il ritorno pubblicato incompleto su i Giganti dell’Avventura n. 63, Editoriale Aurea[18].

L'Eternauta III è stato pubblicato nel 2019 da 001 Edizioni[24].

A partire da aprile 2024 Panini Comics ha iniziato a ristampare l'intera saga, in volumi cartonati di pregio:

·         L'Eternauta (aprile 2024),

·         L’Eternauta – Parte seconda (settembre 2024),

·         L'Eternauta: Il ritorno (aprile 2025)…

da qui 

 

 

…Il Narratore-scrittore: metanarrazione e memoria

Il personaggio del narratore — l’autore stesso? — introduce un livello metariflessivo. Egli è l’ascoltatore, il cronista, colui che riceve e trasmette. Rappresenta la funzione civile dello scrittore, ma anche il lettore ideale: colui che ascolta per ricordare, che ricorda per agire. Il racconto diventa così atto politico e dispositivo memoriale.

In sintesi, i personaggi de L’Eternauta non sono semplici pedine della trama, ma portatori di senso. Essi traducono, attraverso la narrazione, le grandi domande dell’umanità: come si resiste? Per cosa si lotta? Cosa significa essere comunità? La loro forza è nella semplicità apparente, nella capacità di incarnare, nel quotidiano, l’epica della dignità.

L’Eternauta: struttura narrativa, stile grafico e innovazioni formali

La struttura narrativa de L’Eternauta è uno degli elementi più distintivi dell’opera, rendendola non solo un classico del fumetto argentino ma anche un laboratorio formale di avanguardia. Il racconto, pubblicato a partire dal 1957 su Hora Cero Semanal, si articola secondo una doppia temporalità e una complessità strutturale che anticipano molte tecniche narrative della graphic novel contemporanea.

Struttura a cornice e metanarrazione

La storia si apre nel presente narrativo, con l’apparizione di Juan Salvo nello studio di un autore (alter ego di Oesterheld). Da qui si dipana il racconto principale, che è già memoria, testimonianza, documento. Questo dispositivo a cornice introduce una riflessione metanarrativa: chi racconta? Perché racconta? A chi? Il fumetto si fa così racconto del racconto, e la narrazione diventa strumento di trasmissione intergenerazionale della memoria.

Uso del tempo e ritmo narrativo

Oesterheld e Solano López manipolano il tempo con grande consapevolezza: alternano ellissi, flashback, tempi lenti e accelerazioni drammatiche. La sequenza della nevicata letale è esemplare nella sua dilatazione temporale, che permette al lettore di interiorizzare la catastrofe. Il ritmo, modulato anche dalla disposizione delle vignette, costruisce una suspense che deriva più dalla costruzione formale che dal colpo di scena.

Stile grafico e composizione della tavola

Il disegno di Francisco Solano López è parte integrante della narrazione. Il suo realismo non è mai neutrale: è selettivo, espressivo, drammatico. Gli ambienti domestici, le strade deserte, i dettagli urbani di Buenos Aires sono resi con precisione documentaria, ma sempre carichi di tensione. Le tavole alternano griglie regolari a soluzioni dinamiche, sfruttando lo spazio bianco come elemento drammaturgico.

Inquadrature e linguaggio cinematografico

Le scelte di inquadratura ricordano lo storyboard cinematografico. Plongée, contre-plongée, dettagli ravvicinati e campi lunghi si susseguono in funzione della tensione emotiva. Questo linguaggio visivo permette al lettore di muoversi nello spazio del racconto come se fosse un osservatore in soggettiva. L’effetto è una lettura immersiva, quasi sensoriale…

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…La forza e il coraggio di L’Eternauta non sono solo narrativi: sono anche esistenziali. Héctor Oesterheld pagò con la vita il suo impegno politico e umano. Negli anni ’70, l’autore si avvicinò sempre più alla sinistra rivoluzionaria e aderì al movimento dei Montoneros. Questo lo rese un bersaglio della giunta militare argentina, che prese il potere con il golpe del 1976 e instaurò un regime di terrore.

Nel 1977 Oesterheld fu rapito dalla polizia militare. Morì torturato in un centro clandestino di detenzione. Non fu mai ritrovato il suo corpo. Ma la tragedia non finì con lui.

Anche le sue quattro figlie, Estrela Ines, Diana, Marina e Beatriz, furono rapite e uccise. Estrela Ines fu uccisa con il marito. Una di loro, Marina, era incina di 8 mesi. Come molte delle vittime del regime, anche lei è oggi considerata tra i cosiddetti “desaparecidos“, le decine di migliaia di persone scomparse sotto la dittatura.

L’Eternauta, dunque, non è solo una grande storia: è una testimonianza, una denuncia, un atto di resistenza. L’opera e la biografia del suo autore si intrecciano in un nodo inseparabile, che trasforma il fumetto in memoria viva, necessaria.

Il segno di Solano López

I disegni di Francisco Solano López contribuiscono in modo essenziale all’atmosfera del fumetto. Il suo tratto realistico, espressivo e dettagliato immerge il lettore in una Buenos Aires cupa, paralizzata dal silenzio e dalla paura. Non si tratta di un mondo astratto, ma di una città reale: le strade esistono davvero, gli edifici sono riconoscibili, le espressioni dei personaggi sono quelle di persone comuni, sopraffatte dalla tragedia.

Il bianco e nero, lontano da ogni effetto spettacolare, amplifica il senso di isolamento e di imminente catastrofe. Ogni vignetta è carica di tensione, e il ritmo visivo accompagna perfettamente la narrazione incalzante di Oesterheld.

Eredità e attualità

L’Eternauta è stato ripubblicato più volte, tradotto in numerose lingue e reinterpretato da vari artisti. In Italia uscì per la prima volta nel 1977 su Lanciostory. Nel 1976 Oesterheld ne scrisse una seconda versione, più apertamente politica, che fu pubblicata postuma. L’opera è diventata simbolo della memoria collettiva argentina, ed è oggi studiata nelle scuole, oggetto di mostre e omaggi, nonché riferimento per riflessioni sulla storia e sui diritti umani.

Nel suo viaggio senza fine, Juan Salvo, l’Eternauta, continua a camminare nel tempo, portando con sé la voce di chi non c’è più, e quella di chi continua a lottare per ricordare.

L’Eternauta è un’opera imprescindibile. È fumetto, sì, ma anche romanzo filosofico, manifesto politico e tragedia esistenziale. È una storia di fantascienza che diventa cronaca della realtà. È l’urlo silenzioso di un’intera generazione, inghiottita dalla dittatura, ma che ha lasciato dietro di sé una scintilla di speranza e dignità.

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martedì 11 marzo 2025

Da tempo ci stanno togliendo l’ossigeno - Marco Sommariva

Giorni fa la Grecia si è fermata per chiedere giustizia per il disastro di Tebi che, la notte tra il 28 febbraio e il primo marzo del 2023, provocò la morte di cinquantasette persone in uno scontro frontale tra un treno passeggeri partito da Atene e diretto a Salonicco e un treno merci che viaggiava sullo stesso binario in direzione opposta; il quotidiano raccontava che era in atto uno sciopero generale che stava coinvolgendo l’intero Paese perché, a due anni di distanza, non era ancora stato avviato un procedimento penale; non solo, il governo era accusato di non aver fatto abbastanza per far emergere la verità su cosa avvenne quella notte.

Le manifestazioni, che hanno registrato pesanti scontri, sono state capaci di radunare centinaia di migliaia di persone, forse un milione, se si sommano quelle svoltesi nelle altre principali città greche a quella tenuta ad Atene.

Leggo esserci stati cortei in 361 località e che le immagini trasmesse dalle tv elleniche hanno mostrato fiumi di persone che protestavano; secondo il giornale di sinistra Efsyn, i raduni di quel giorno sono stati “i più grandi nella storia del Paese”, mentre l’emittente statale Ert ha riportato che raduni di sostegno alla protesta sono stati organizzati dai greci della diaspora nelle città di New York, Melbourne, Stoccolma e Copenaghen.

La giornata era iniziata con un Paese paralizzato: trasporti via terra e via mare fermi, aerei rimasti a terra e stragrande maggioranza di locali commerciali chiusi.

La mobilitazione di massa, alimentata dal risentimento dell’opinione pubblica contro l’inazione del governo conservatore che nega la propria responsabilità in una delle tragedie peggiori della storia della Grecia, ha raccolto studenti, lavoratori e famiglie con bambini al seguito, riempito strade e piazze, mostrato striscioni con slogan tipo “Il loro profitto, le nostre vite”, “Mai più Tebi” e, forse quello più usato, “Mi manca l’ossigeno”.

“Mi manca l’ossigeno” è la frase pronunciata da una ragazza poco prima di morire in uno dei vagoni del treno passeggeri, resa pubblica dai media locali a gennaio suggerendo, tra le altre cose, che decine di vittime potrebbero esser morte come la ragazza, a causa dell’incendio divampato subito dopo lo scontro frontale fra i due treni.

Detto che le cose da chiarire sono veramente tante, a iniziare da quanto riportato da swissinfo.ch , ossia che nel gennaio scorso una perizia indipendente commissionata dall’Associazione dei familiari delle vittime ha sostenuto che sul luogo dell’incidente è stata rinvenuta la presenza di alcuni solventi chimici, come lo xilene, e che la stessa perizia ha sollevato interrogativi sul treno merci e ha alimentato sui social media l’ipotesi secondo la quale il mezzo avrebbe trasportato un carico non dichiarato di materiale infiammabile di contrabbando che avrebbe causato il vasto incendio dopo lo scontro dei treni… dicevo… detto questo, ho sentito il bisogno di soffermarmi sulla frase pronunciata dalla povera ragazza, “Mi manca l’ossigeno”.

È una frase che mi ha riportato alla mente un bel po’ di cose.

Nel 1829 Victor Hugo scrisse L’ultimo giorno di un condannato a morte, libro che voleva spezzare una lancia a favore dell’abolizione della pena di morte, anticipando quei temi sociali che costituiranno gli elementi centrali delle opere dello scrittore francese. Racconta di un uomo di cui non conosciamo né il nome né la colpa, che sta aspettando il momento dell’esecuzione in una cella tetra e scura e, nell’inutile attesa di una grazia che non verrà, nel suo ultimo giorno di vita decide di ripercorrere la sua esistenza, raccontare il suo terrore, i suoi dolorosi ricordi: “Fino alla condanna a morte, m’ero sentito respirare, palpitare, vivere nello stesso spazio degli altri uomini; adesso distinguevo chiaramente una barriera tra me e il mondo. Niente m’appariva più sotto lo stesso aspetto di prima. Le ampie finestre luminose, il bel sole, il cielo puro, il fiorellino, tutto era bianco, pallido, del colore d’un lenzuolo. Mi pareva che gli uomini, le donne, i ragazzini che s’affollavano al mio passaggio, avessero l’aria di tanti fantasmi”.

E così ho conferma di qualcosa di facilmente immaginabile, che una volta condannati a morte viene a mancare il respiro.

Se qualche “spiritoso” suggerisse di attaccare a dei respiratori questi condannati a morte per aiutarli, sappia che è già stato pensato e realizzato, anche se non esattamente pensando a loro: “Vivo in un mondo in cui quattordici persone condannate a morte a Taiwan […] sono state uccise con un colpo di pistola mentre erano attaccate a dei respiratori così che i loro organi potessero essere raccolti integri e trapiantati in Giappone”.

Lo racconta Ivan Illich a David Cayley nel libro Conversazioni con Ivan Illich, edito per la prima volta nel 1922. Sono conversazioni, appunto, in cui Illich si fa interrogare e s’interroga sui passaggi cruciali della sua vita intellettuale, spaziando su tutti i temi di cui si è occupato con eretica lucidità, dall’educazione alla storia, dal linguaggio all’ambiente, alla medicina.

Altri condannati a morte ebbero a che fare con particolari respiratori, e furono i soldati tedeschi che nella Prima guerra mondiale fecero uso di maschere antigas: “[…] arrivò il gas a invadere le trincee. Facemmo in tempo a indossare le maschere, ma quella di Middendorf era guasta. Quando se ne accorse era troppo tardi, e prima che se la potesse strappare e ne trovasse un’altra aveva già inspirato troppo gas e vomitava sangue. Morì la mattina seguente, tutto nero e verde in viso. Aveva il collo dilaniato dai graffi nel tentativo di liberarsi per respirare”.

Ce lo racconta Erich Maria Remarque nei Tre camerati, un romanzo pubblicato per la prima volta in Germania nel 1936, capace d’immergerci nella tragedia dei sopravvissuti “perseguitati” nel quotidiano postbellico dall’immagine dei cadaveri dei loro compagni morti.

Si sa, respirare è vitale, ma da diverso tempo pare non essere un esercizio da persona seria, e persino respirare un fiore potrebbe risultare qualcosa di cui non essere particolarmente orgogliosi: “Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni. E tutto il giorno ripete […]: Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio! E si gonfia di orgoglio”.

Sono parole tratte da Il piccolo principe, un racconto pubblicato nel 1943, un’allegoria della società moderna e contemporanea – l’autore è Antoine de Saint-Exupéry, nato in una famiglia cattolica di nobili origini il quale, durante la Seconda guerra mondiale, s’arruolerà nell’aeronautica militare francese.

Vi chiederete cosa c’entra tutto questo con la tragedia greca.

Forse sbaglio, ma ripensando a chi, due secoli fa, ci faceva mancare il respiro perché ci aveva condannato a morte; a chi, un secolo fa, ci concedeva un po’ d’ossigeno unicamente per mantenere i nostri organi integri così da poter trapiantarli; a chi, poco meno di un secolo fa, ci ha fatto respirare gas velenosi in una guerra che non ci avrebbe portato in tasca nulla e che chi aveva deciso di combattere s’era guardato bene dal praticarla sui campi di battaglia; a chi, oltre ottant’anni fa, già provava a farci sentire persone poco serie se ci fermavamo a respirare un fiore e non a far addizioni magari per calcolare il capitale accumulato… bene, ripensando a tutto questo, ho come l’impressione che la morte della povera ragazza che dice “Mi manca l’ossigeno” e delle decine di altre persone coinvolte nel disastro di Tebi, siano tutte collegate a questi stralci di storia, di letteratura: la fretta di guadagnare quanto più possibile nel minor tempo possibile, il farlo sempre e comunque sulla pelle di chi non riceverà un centesimo di questi guadagni, la possibilità di decidere sui destini altrui senza che quest’ultimi possano muovere un dito anche fosse solo per deviare leggermente il proprio destino, mi sembrano un unico gigantesco comune denominatore delle tragedie che subiamo da secoli in nome del Capitale perché, ricordiamocelo, anche i criminali o presunti tali ai quali si somministra la pena capitale, sono frutto di come s’è deciso di strutturare, organizzare e mantenere la società: “[…] ogni società ha i criminali che si merita” – Riflessioni sulla pena di morte di Albert Camus.

Aggiungo un’ultima cosa: forse sbaglio anche stavolta, ma quando penso che, fra le tante cose che già ci hanno tolto o che pensano di toglierci, non mi sembra si sia mai ipotizzato di eliminare le ferie d’agosto, il Natale o la festività della domenica, non è perché si tema la discesa in piazza di centinaia di migliaia di persone, è solo per via del bisogno che ha il sistema di riprendersi i soldi dello stipendio che ci ha versato dopo averci sfruttato per un mese, facendoceli spendere in un modo o nell’altro; insomma, ci stanno tenendo in vita grazie al respiratore del consumismo, ma temo siano pochi a essersene resi conto.

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giovedì 30 gennaio 2025

Nazisti su Marte - Marco Sommariva

 

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa i vecchi o a chi ha deciso di deportare in massa su un pianeta-penitenziario, tutti coloro che sulla Terra disturbano l’equilibrio della società.

 

Leggo che ieri, 20 gennaio 2025, Donald Trump ha detto e poi ripetuto che “l’età dell’oro dell’America comincia in questo momento”; l’ha fatto all’inizio e alla fine del discorso d’inaugurazione che voleva celebrare la rinascita di un Paese “forte, ricco, sicuro, in crescita e in espansione territoriale, e che nessuno potrà fermare”.

Fra le tante cose, “Trump ha anche promesso di «riprendersi il canale di Panama» […] di mettere fine alle politiche ecologiche del New deal verde (e alle quote di veicoli elettrici fissate da Joe Biden) per dichiarare una «emergenza energetica nazionale» che autorizzerà la più grande trivellazione di petrolio e gas della storia [e che questa] ondata di «oro liquido» finanzierà a sua volta un’espansione dell’apparato militare americano che metterà gli Stati Uniti in condizione di «vincere come non mai»”.

Non che quanto sopra m’abbia sorpreso, sia chiaro: duranti i mesi scorsi, spesso s’era letto delle intenzioni del tycoon, deportazione di massa compresa.

In un articolo pubblicato il novembre scorso su Avvenire  avevo letto che, durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso che la deportazione di massa non porterà che benefici: “Ci libereremo dai criminali e i salari dei cittadini statunitensi smetteranno di scendere” – la deportazione di massa in questione prevedeva l’arresto, detenzione ed espulsione dagli Stati Uniti di circa undici milioni d’immigrati.

L’articolo proseguiva facendo presente che gli esperti di immigrazione mettevano in dubbio la riuscita di un’operazione del genere, sottolineando il fatto che presentava ostacoli, costi ed effetti negativi enormi.

Non vorrei dilungarmi troppo su ostacoli, costi ed effetti negativi, ma ammetto di non esser rimasto indifferente nel leggere che, logisticamente, arrestare detenere ed espellere undici milioni circa di persone è “un’impresa ciclopica, impossibile da realizzare nei quattro anni di mandato di Trump” – parole di Aaron Reichlin-Melnick, direttore dell’American Immigration Council – e che, più nello specifico, ogni anno, per deportare un milione di immigrati, servirebbero ottantotto miliardi di dollari.

Mi ha pure impressionato leggere che “se effettivamente l’operazione riuscisse, i ricercatori concordano che equivarrebbe a un «disastro economico» per gli Stati Uniti. La rimozione dalla forza lavoro di così tante persone comporterebbe infatti perdite di decine di miliardi di dollari in tasse federali e statali e in contributi previdenziali, oltre a 256 miliardi di dollari di potere di spesa degli immigrati stessi” oltre al fatto che “il contraccolpo dell’assenza di manodopera sarebbe sentito con forza anche nell’ambito dell’ospitalità, delle pulizie, della produzione manifatturiera e dei servizi agli anziani […] le cucine dei ristoranti si svuoterebbero, e nessuno pulirebbe più le stanze degli alberghi”.

Ma la cosa che più di tutto mi ha spaventato è stato l’utilizzo della parola deportazione: “President-elect Donald Trump intends to launch a «light speed» mass deportation campaign as soon as he «puts his hand on that Bible and takes the oath of office», top aide Stephen Miller has boasted”, ossia, “Il presidente eletto Donald Trump intende lanciare una campagna di deportazioni di massa «alla velocità della luce» non appena «metterà mano su quella Bibbia e presterà giuramento», si è vantato il principale aiutante Stephen Miller”.

Per la Treccani, il significato di deportazione è la “pena mediante la quale il condannato viene privato dei diritti civili e politici, allontanato dal luogo del commesso reato o di residenza e relegato in un territorio lontano dalla madrepatria”, e a questo punto mi vengono in mente le parole di Albert Camus che, nel ’58, scrisse: “Per ristabilire la giustizia necessaria, esistono altre vie che non siano la sostituzione di un’ingiustizia con un’altra ingiustizia” – una frase presa da un libro intitolato Ribellione e morte, che raccoglie diversi suoi saggi politici.

Di questo volume vale la pena ricordare altre due affermazioni dello scrittore e filosofo francese, stavolta datate 1948: “Tutti, con poche eccezioni di mala fede, da sinistra a destra, pensano che la propria verità sia la più adatta a rendere felici gli uomini. Tuttavia, tutte queste buone volontà congiunte mettono capo a un mondo infernale dove gli uomini sono ancora uccisi, minacciati, deportati, dove si prepara la guerra e dove è impossibile dire una parola senza essere subito insultati o traditi” e “Soffochiamo tra gente che crede di aver assolutamente ragione, ragione in nome delle macchine o delle idee”.

Ricordo bene le deportazioni di milioni di persone in lager, gulag e strutture similari, ma ho deciso di non avventurarmi in qualsivoglia parallelismo perché sono certo finirei col commettere errori e sono altrettanto sicuro che, coi tempi che corrono, a nulla servirebbe spiegare la mia buonafede.

Detto questo, torno a ragionare sulla “deportazione” chiedendo aiuto alla letteratura. Nel 1971 viene pubblicato un romanzo di Friedrich Dürrenmatt, La caduta; è un libro spietato in cui l’autore mette a nudo le ipocrisie e le ambiguità delle strutture al potere, dove gli uomini più potenti di un partito al potere di un paese imprecisato ne decidono le sorti stando comodamente seduti intorno a un tavolo: “I tredici del segretariato politico disponevano di un potere immane. Decidevano le sorti di quell’immenso impero, mandavano innumerevoli persone in esilio, in carcere e alla morte, intervenivano nell’esistenza di milioni di cittadini, facevano nascere industrie intere dal nulla, deportavano famiglie e popoli, fondavano grandi città, reclutavano eserciti innumerevoli, imponevano la guerra o la pace, ma poiché il loro istinto di conservazione li costringeva a spiarsi a vicenda, le simpatie e le antipatie che provavano l’uno per l’altro influenzavano le loro decisioni assai più che i conflitti politici e le circostanze economiche a cui si trovavano di fronte. Il potere e di conseguenza il terrore reciproco erano troppo grandi per poter fare della pura politica. La ragione non riusciva a spuntarla”.

È così, non c’è dubbio, chi dispone di un potere immane può intervenire nell’esistenza di milioni di persone, deportare popoli interi. È così, la Storia lo insegna. Il problema è che siamo noi a non essere in grado d’imparare, e alla fine commettiamo sempre gli stessi errori, consegniamo poteri immani nelle mani di qualcuno.

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa i vecchi, così come racconta l’argentino Adolfo Bioy Casares nel suo romanzo del ’69, Diario della Guerra al Maiale, dove i giovani di Buenos Aires decidono un bel giorno che chiunque abbia più di cinquant’anni è inutile alla società scatenando, così, una strana e misteriosa guerra durante la quale, per una settimana, i giovani s’impegnano a dare la caccia ai vecchi, e a sterminarli: persino il loro erotismo verrà considerato pura perversione, un’oscenità da eliminare. Nel Diario della Guerra del Maiale i vecchi si vedono costretti a improvvisare una difesa disperata: imparano a muoversi per la città in orari improbabili e a vivere nascondendosi dai giovani, compresi i loro figli: “In questi giorni ho sentito parlare di un progetto di compensazione: l’offerta, alla gente anziana, di terre nel Sud”, “Lo dicano chiaramente e direttamente che vogliono deportare in massa i vecchi”.

Un giorno scopriremo d’aver consegnato un potere immane a chi ha deciso di deportare in massa su un altro pianeta i ribelli, i criminali, i non-conformisti, tutti coloro che sulla Terra disturbano l’equilibrio della società, tutti quanti spediti su un pianeta-penitenziario e qui, magari, lasciati in totale libertà, nessuna prigione, niente celle, sbarre o carcerieri, si regolino a loro piacere, s’ammazzino pure: sarà mica per questo che, durante il suo discorso d’insediamento, Trump ha nuovamente ricordato che gli U.S.A. pianteranno la loro bandiera su Marte? Gli appassionati di fantascienza avranno già capito che questa mia elucubrazione s’è ampiamente ispirata al romanzo del 1960 di Robert Sheckley, Gli orrori di Omega, dove, tra le altre cose, si racconta di astronavi che pattugliano l’orbita del pianeta-penitenziario perché i galeotti non abbandonino il mondo su cui son stati esiliati: sarà mica per questo che due amici di Trump – Jeff Bezos ed Elon Musk – hanno dato vita alla corsa allo spazio, a una sfida stellare?

Dico che Bezos e Musk sono amici di Trump perché, insieme a Mark Zuckerberg e Tim Cook, c’erano anche loro accanto al tycoon durante l’Inauguration Day. Spero mi perdonerete se vi confido che quest’immagine del neopresidente degli Stati Uniti e di questi quattro signori, mi ha fatto venire in mente il discorso d’insediamento a Cancelliere del Reich di Adolf Hitler quando, a Berlino, nel febbraio del 1933, orbitavano intorno al fuhrer personaggi quali Josef Goebbels, Hermann Goering, Heinrich Himmler e Rudolf Hess; chiedo sinceramente scusa per questo mio corto circuito, ma credo sia scaturito per via del fatto che, così come Hitler nel ‘33 preannunciava durante il discorso d’insediamento il suo piano per riportare grande la Germania, similmente Trump ha preannunciato durante il discorso d’insediamento il suo piano per riportare grande gli Stati Uniti d’America; ma, molto probabilmente, la più grande responsabilità di questa mia fantasia poco ortodossa e assai irrispettosa, lo ammetto, sarebbe da addebitare all’aver assistito al saluto romano di Musk dal palco di Washington dopo il discorso di Trump. Anche se, alla fin fine, “quel gesto, che alcuni hanno scambiato per un saluto nazista, è semplicemente Elon, che è autistico, che esprime i suoi sentimenti”, come dice il referente di Musk in Italia, Andrea Stroppa.

E nulla cambia se, alla fine, i saluti col braccio destro alzato e il palmo della mano rivolto verso il basso dovessero risultare due e non uno: sono certo nulla c’entrino simpatie come quella dimostrata verso l’Alternative für Deutschland – partito politico tedesco di estrema destra –, ma che si tratti di sana e genuina esternazione di entusiasmo e felicità, insomma, di semplice espressione di sentimenti.

La grandezza della Germania… quella degli Stati Uniti d’America… le deportazioni di massa… mi viene in mente cosa scrisse Orwell: “Tutti i nazionalisti hanno la straordinaria capacità di non cogliere la rassomiglianza tra serie simili di fatti. […] Le azioni non sono buone o cattive di per sé ma in relazione a chi le compie e non esiste quasi alcun genere di violenza – la tortura, l’uso di ostaggi, il lavoro forzato, le deportazioni di massa, l’arresto indiscriminato, la mistificazione, l’assassinio, le bombe sugli inermi – che non cambi significato morale se commessa dalla “nostra” fazione” – frase tratta da una raccolta di suoi saggi intitolata Nel ventre della balena.

Data la mia personalissima impressione che le nuove ideologie sembrino assomigliarsi sempre più a quelle vecchie, chiuderei con un’altra frase di Camus, anche questa del ‘48: “non si tratterebbe di edificare una nuova ideologia, ma soltanto di ricercare uno stile di vita. […] per parlare con più concretezza […] opporre, in ogni circostanza, l’esempio alla forza, la predicazione alla dominazione, il dialogo all’insulto e il semplice onore all’astuzia […]”.

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