Visualizzazione post con etichetta Luca Casarini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Luca Casarini. Mostra tutti i post

venerdì 6 febbraio 2026

nessun morto a causa del ciclone Harry, dicono

 

Potrebbero essere 1000 le persone disperse in mare durante il ciclone Harry

Nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libya e Tunisia. È chiara la mancanza di informazioni e iniziativa da parte delle Autorità di Malta e Italia.

«Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito». Così denuncia Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, che rilancia le nuove testimonianze e i nuovi elementi raccolti negli ultimi giorni dai Refugees in Libia e Tunisia.

Che cosa sappiamo finora dai canali ufficiali?

Secondo le informazioni trasmesse attraverso i dispacci Inmarsat dall’MRCC (il Centro per il coordinamento del soccorso marittimo) di Roma e segnalate per la prima volta dal giornalista Sergio Scandura, almeno 380 persone risultano disperse in mare al 24 gennaio. L’allerta raggruppava otto casi SAR distinti, corrispondenti a otto imbarcazioni partite da Sfax, sulla costa orientale della Tunisia, tra il 14 e il 21 gennaio 2026, con a bordo il seguente numero di persone: rispettivamente 49, 54, 50, 51, 36, 42, 53 e 45 tra donne, uomini e bambini, per un totale di circa 380 persone. Al 24 gennaio, nessuna di queste imbarcazioni era stata localizzata e non era stato segnalato alcun salvataggio confermato relativo a questi otto casi SAR. Queste partenze hanno coinciso esattamente con il periodo in cui il Mediterraneo centrale, compresa la rotta da Sfax a Lampedusa, era interessato da condizioni marittime estreme: onde superiori a sette metri e raffiche di vento che raggiungevano oltre 54 nodi, causate dal ciclone Harry. In altre parole, le imbarcazioni non sono semplicemente scomparse, ma si sono perse durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.

Da allora questa resta la sola e unica comunicazione ufficiale dell'Autorità marittima europea. Negli ultimi giorni, Ahmed Omar Shafik, comandante della nave mercantile Star, ha condiviso le immagini ( https://www.facebook.com/share/r/1AkvKyKLjn/ ) che documentano il salvataggio di Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. Secondo la sua testimonianza, era partito da Sfax a bordo di un'imbarcazione che trasportava circa 50 persone di diverse nazionalità. L'imbarcazione si è capovolta. Konte è sopravvissuto per più di 24 ore in mare prima di essere avvistato dal mercantile a est della Tunisia e a sud di Malta. Durante il suo salvataggio, si vedevano corpi galleggiare nell’acqua. Konte ha perso suo fratello, la moglie di suo fratello, suo nipote e almeno altre 47 persone. Successivamente è stato consegnato alla Guardia Costiera maltese.

La testimonianza di Konte è importante non solo per ciò che rivela su uno dei naufragi, ma anche per ciò che conferma più in generale: le imbarcazioni che partivano da Sfax in quel periodo si trovavano in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso. Ma sono le testimonianze raccolte da Refugees tra le comunità presenti in Tunisia a fornire un quadro molto più ampio e allarmante. Dicono che, dal 15 gennaio in poi, di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri. Secondo le testimonianze raccolte da persone che avrebbero dovuto trovarsi su queste imbarcazioni ma che sono state costrette ad aspettare per mancanza di denaro, nonché dai parenti di coloro che sono partiti, interi convogli non sono mai tornati.

Si dice che un solo trafficante, conosciuto localmente come Mohamed “Mauritania”, abbia spinto cinque convogli, ciascuno dei quali trasportava tra le 50 e le 55 persone. Dal chilometro 19 al chilometro 21, fonti della comunità parlano di dieci imbarcazioni salpate. Dal chilometro 30 sono partite sette imbarcazioni. Solo una ha raggiunto Lampedusa il 22 gennaio con un corpo senza vita a bordo e due gemelline di un anno disperse in mare, oltre alla sopravvivenza di Ramadan Konte. Le altre sembrano sparite nel nulla. Dal chilometro 33 al chilometro 38 sono partiti altri sette convogli. Solo uno è tornato agli uliveti vicino a Sfax. I sopravvissuti hanno assistito a naufragi in mare. Quando in seguito si sono spostati verso Mahdia, la polizia tunisina li ha arrestati. Nell’ultima settimana continuavano ad emergere nuovi nomi: persone che si sapeva essere partite e che ora risultano irraggiungibili, senza chiamate dalla Libia, senza contatti dai centri di detenzione, senza conferma della morte e senza tracce dal deserto algerino. Il costo umano è pesantissimo: il medico e attivista, dottor Ibrahim, che gestisce cliniche autorganizzate in Tunisia, ha cinque familiari dispersi: suo figlio, le sue due mogli e alcuni parenti. Anche un noto attivista nigeriano per i diritti umani, partito con un’altra imbarcazione, risulta disperso. Intanto le autorità maltesi hanno recuperato decine di corpi in mare.

Il 30 gennaio il corpo di una donna è stato recuperato dalla nave di soccorso civile Ocean Viking nella zona di ricerca e soccorso maltese e sbarcato sabato a Siracusa. Le informazioni restano frammentarie e talvolta contradditorie, ma un dato è certo: la portata di quanto è accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali finora diffuse. Resta il fatto che centinaia di famiglie, parenti e amici dei dispersi sono disperati. Molti gli interrogativi, in particolare sul comportamento del regime di Kaïs Saïed: come si spiega il “lassismo” delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax?

«Di fronte a questo – conclude la presidente di Mediterranea Saving Humans - il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà. Ma, come all’apertura venerdì scorso del processo per la strage di Cutro, insieme a Refugees in Libia e Tunisia, non smetteremo di chiedere con forza verità e giustizia anche di fronte a questa tragedia di inaudite proporzioni».

https://mediterranearescue.org/it/news/potrebbero-essere-1000-le-persone-disperse-in-mare-durante-il-ciclone-harry

 

 

Mille morti in mare per il ciclone Harry: perché la Tunisia non ha fermato le partenze? – Paolo Hutter

Quando si dice “dispersi” è rarissimo che qualcuno riappaia. E questo è particolarmente vero per le vittime delle rotte del Mediterraneo. Per quanto riguarda ciò che è successo nel Mediterraneo al largo delle coste tunisine e libiche attorno al 20 gennaio, nel pieno del ciclone Harry, c’è solo da sperare che la cifra sia sotto i mille morti. Ma lo sarebbe di poco. Ci sono stati infatti, più o meno negli stessi giorni, 380 dispersi partiti dalla Tunisia segnalati dalle Ong e confermati dalle autorità italiane. A questi si aggiungono le 51 vittime di un naufragio a Tobruk, ma soprattutto le ultime stime delle Ong hanno aggiunto circa 500 persone che risultano partite dalla costa tunisina nell’area di Sfax e non arrivate. Il totale si avvicinerebbe a 950.

Nell’ anno più tragico, il 2016, le vittime della rotta mediterranea erano state poco più di 5 mila. Ancora qualche numero: in tutto il mese di gennaio di quest’anno gli sbarcati in Italia sono stati 1.400 cioè meno della metà del gennaio 2025. Piantedosi l’ha vantata come gestione dei flussi, ma la differenza l’hanno fatta i naufragi. Il ciclone Harry, devastante conseguenza del cambiamento climatico, ha incrociato la crisi migratoria, o meglio il proibizionismo migratorio: i due grandi temi del nostro tempo. Ma intanto in Italia si parlava di coltellini e martellini.

Per quanto riguarda la responsabilità morale e materiale di questi naufragi, indubbiamente le più dirette sono quelle degli scafisti. Come si fa a far partire le barche con le previsioni metereologiche di ciclone? L’allerta meteo era stata data abbondantemente. E’ accertato che la stragrande maggioranza dei naufraghi provenga dagli accampamenti provvisori negli uliveti sul mare vicino a Sfax. In quella zona non mancano controlli polizieschi, militari e marittimi. Ma sembra che ultimamente, pur di ridurre la presenza dei migranti subsahariani, sia la stessa polizia a forzarli a partire.

Luca Casarini mi ha detto che non si esclude una corruzione della Guardia Costiera tunisina da parte di uno scafista noto col soprannome di Mauritania. Potenziata e foraggiata da Italia e Unione Europea, in questo frangente drammatico, la Guardia tunisina se n’è completamente infischiata di intercettare le partenze.

Ovviamente intercettare non è la stessa cosa di soccorrere e salvare ma in questo caso lo sarebbe stato. Logicamente è impossibile controllare perfettamente tutta la costa tunisina. Ma che tutte queste imbarcazioni siano partite perché la Guardia costiera tunisina non se n’è accorta è impossibile dopo tutti gli accordi col presidente Saied. Sembra incredibile, ma al momento in Tunisia non se ne parla.

Sono appena passati 15 anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini e dalla immediatamente successiva ondata di partenze verso l’Italia. Fu anche un anno di tragedie del mare. Ricordo ragazzi della periferia di Tunisi entusiasti della libertà (“partiamo domani”) e poi scomparsi. Poi il tristissimo movimento delle madri degli scomparsi tunisini, convinti che i loro figli fossero in carcere in Italia impossibilitati a comunicare. Ma quelle partenze avvenivano nello sbandamento e nell’assenza della Guardia Costiera. Ora si parla di migliaia di subsahariani, emarginati e maltrattati in Tunisia senza soluzioni. Ci sono attivisti solidali anche in Tunisia ma fanno sempre più fatica a prendere la parola.

Il contrasto dei flussi da parte del governo italiano per interposta Tunisia questa volta ha preso le dimensioni di una tragedia grande.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/03/migranti-morti-mediterraneo-ciclone-harry-notizie/8279008/

 

scrive Luca Casarini:

Prendete mille cadaveri. Metteteli in fila, uno ad uno, la testa di quello prima che tocca i piedi di quello dopo. Dall’Altare della Patria fino a Palazzo Chigi, lungo tutta Via del corso. Ci stanno, è un kilometro circa. Perché ci sono i bambini piccoli oltre agli adulti. Misurano di meno in altezza. Ecco, un kilometro di morti, lungo il marciapedi così da non intralciare il traffico. Ma bisogna passarci accanto mentre ci si reca al lavoro, oppure a fare shopping in galleria.

Tocca scavalcarli, e allora lo sguardo forse viene rapito da quei volti tumefatti, da quei corpi gonfi d’acqua salata, coperti da vestiti sfilacciati come fossero fatti di alghe. Non sono più scuri di pelle, come quando sono nati, in Sudan, in Mali, in Niger, nella Costa d’Avorio e chissà in quali altri invisibili paesi. No, adesso sono grigi, quasi bianchi. Scoloriti dall’acqua che ha lavorato, lì in fondo al mare.

Il ministro passa pure lui, ma non si accorge di niente. E’ sulla sua auto blindata, corre veloce. Forse scorge da dietro il vetro, quelli che ai suoi occhi potrebbero essere sacchi di immondizia abbandonati ai lati della strada, segno del degrado urbano, una vera piaga per il decoro della capitale, lo ha sempre detto. E invece sono sacchi di ossa, di pelle, di occhi, di capelli, di denti, di mani e di piedi. Ma non ha tempo il ministro di fermarsi. E’ atteso nel Palazzo, per il decreto sicurezza. La violenza di Torino, di quei terroristi urbani. Bisogna colpire loro e tutta quella gente che si ostina a coprirli, partecipando alle manifestazioni. E colpire duro, con leggi speciali. Lo stato di diritto è diventato un intralcio alla “nazione”.

La violenza, la violenza!.

In mare non ci sono né lacrimogeni né fuochi d’artificio. Tutto è silenziato, avvolto dal rumore delle onde che sbalzano quelle bare galleggianti di ferro come fuscelli. Forse è per questo che la morte in mare di donne, uomini e bambini, nessuno la considera una violenza. Non fa rumore, non ci sono ne video né telecamere. E’ una morte che scivola via, sul fondo, portandosi dietro come fosse una palla al piede, le vite degli abbandonati. Dei più disperati di tutti che non possono avere nemmeno una tomba con il loro nome.

Non avranno una lapide, ma un numero però ce l’hanno: mancati sbarchi. Finiranno nei comunicati come un grande successo “delle politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”.

da qui


A Radiotre

Potrebbero essere più di 1000 i morti nel Mediterraneo per il ciclone Harry. Le cifre ufficiali della guardia costiera parlano di 380 dispersi ma le ong temono che in quei giorni le vittime siano state molte di più. "La gravità di ciò che accade nel mediterraneo non si misura più nel numero delle vittime ma nel livello di indifferenza e assuefazione che accompagna queste stragi", queste le parole di Oliviero Forti della Caritas, parole che ci pongono qualche domanda. Come sono cambiate le nostre politiche sull'immigrazione? E come è cambiata in questi anni la nostra attenzione? Ospiti di Pietro Del Soldà Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, Leonardo Martinelli, giornalista, collabora sul Maghreb da Tunisi per Repubblica e Stampa, Beppe Caccia, coordinatore delle operazioni di Mediterranea, padre Camillo Ripamonti, presidente del centro Astalli di Roma, Gianfranco Schiavone, vicepresidente ASGI, Associazione di Studi Giuridici sull'Immigrazione, ieri a Bruxelles ha partecipato al seminario "Ferite di confine" sulle proposte di riforma del sistema europeo dei rimpatri.

https://www.raiplaysound.it/audio/2026/02/Tutta-la-citta-ne-parla-del-04022026-50abe581-cf47-4440-b197-1bd55011c6a7.html

mercoledì 24 luglio 2024

Loro uguali nel tempo, noi fratelli tutti - Luca Casarini

 

Nel parcheggio oltre il cancello di ferro della caserma di Bolzaneto, c’erano sei blindati, un’ambulanza incastrata tra due defender, un’alfetta dei carabinieri. I ragazzi venivano fatti scendere alla svelta, braccia incrociate dietro la testa, qualcuno ammanettato con le fascette di plastica. Quattro gradini e oltre la porta in vetro, cominciava la festa. Stavano in piedi su due file, manganelli alzati, tirapugni, caschi in mano da usare come clava. Era il benvenuto per i prigionieri, le prede catturate senza nemmeno troppa fatica. La gragnuola di colpi cominciava subito, dai primi della fila, in testa, in faccia, sulle costole. Per chi cadeva bloccando la “sfilata” dell’orrore, calci in bocca, anfibi sulla testa, mani con i guanti neri d’ordinanza che stringevano il collo tirando su di peso, lasciando senza più fiato. Sangue, odore di urina, di paura, di morte. “Un due tre, Viva Pinochet!”, “Viva il Duce, comunisti di merda, ora vi ammazziamo”. Non c’era il tempo per neanche per gridare, e le urla comunque erano quelle dei militari, eccitati, onnipotenti.

Sudati come maiali gli agenti godevano, erano in orgasmo collettivo, si caricavano uno con l’altro. “Te lo passo, dai, al volo!”. Il ragazzetto con i rasta, diciott’anni scarsi, aveva già gli occhi tumefatti, e non vedeva più nulla, solo rosso che diventava nero. Sentiva in bocca il sapore ferroso del sangue che gli colava dalle ferite in testa, dai dread impastati che qualcuno, da dietro, aveva afferrato per lanciarlo in avanti. Il colpo gli arrivò tra la bocca e il naso, al volo come promesso. Il tonfo secco gli aveva spaccato il setto nasale, i denti dell’arcata superiore, lo zigomo già gonfio da prima. “Dammi il cinque camerata!”.

Una volta superate le forche caudine dell’ingresso, si apriva il cancello interno che dava accesso alle celle. Li spingevano al di là del varco, buttandoli dentro come sacchi di immondizia. Dall’altra parte della porta, il sole accecante del deserto ti veniva incontro con così tanta forza che non sapevi se era per abbracciarti o per soffocarti. Il viaggio era stato di un tempo indefinito, anche se quel pulsare delle ferite e degli ematomi, era come avere un orologio interno.

Le botte al porto di Sfax, le fascette strette ai polsi tanto da farti gonfiare le braccia, facevano ancora troppo male per pensare a cosa sarebbe successo. Nel cassone del pick-up dei militari l’ordine era di guardare a terra, di non provare ad alzare lo sguardo nemmeno per sbaglio. Le donne invece erano distese. Le due incinte le avevano colpite alla pancia appena avevano capito il loro stato. “Meglio ammazzarli prima che nascano” diceva sempre il capo brigata. D’altronde per guadagnarsi quei gradi nella sgangherata Guardia Nazionale Tunisina, ci aveva pur dovuto mettere del suo. Il pick up era nuovo di pacca invece. Donato dall’Italia per deportare “le scimmie” come li chiamavano al porto, dopo la cattura in mare. Dalla “Mare Jonio”, la nave del soccorso civile, avevano visto tutto. I lacrimogeni sparati dalla motovedetta direttamente in faccia ai naufraghi, che avevano fatto l’errore di chiedere pietà, almeno per i bambini. Quindici morti, alcuni galleggiavano altri erano già sul fondo del mare al largo di Sfax. Ai ripescaggi dei morti affogati ci avrebbero pensato i pescatori, dalla spiaggia. Tanto poi finivano tutti nella fossa comune dietro l’Istituto di Medicina Legale.

La Guardia Nazionale aveva ordini precisi: non devono arrivare in Italia, altrimenti sarebbero saltati gli accordi e soprattutto, i soldi del programma “cooperazione per l’Africa” non sarebbero stati accreditati. “Adesso stai in piedi, faccia al muro, e se vuoi pisciare ti pisci addosso”. Mentre urlava, l’agente dei Gom, il Gruppo Operativo Mobile della Penitenziaria, istituito nel 1999 dall’allora ministro “comunista” Oliviero Diliberto, spingeva con il manganello puntato sulla schiena. Scaraventando la donna incinta, ferita ad un fianco e mezza svenuta, giù dal cassone, il militare era stato chiaro “Voi adesso dovete morire qui”. Il deserto era diventato una grande cella nascosta. Chi poteva vedere adesso? A chi si poteva chiedere aiuto? “Mettiti a quattro zampe e fai cane, abbaia, puttana!, che qui non vede niente nessuno, e non puoi chiedere aiuto a nessuno”. La ragazza piena di sangue in faccia e sulle gambe tremava come una foglia. L’unico pensiero era stampato fisso sui suoi occhi: il dolore, la morte.

A Bolzaneto non s’era mai vista una “festa” del genere. Non c’erano ordini precisi, ma i grandi capi erano tutti passati in visita, e avevano dato il via libera con grandi pacche sulle spalle ai loro sottoposti. Il medico stesso, il dottor Toccafondi, aveva appeso il camice bianco all’attaccapanni. “Datemi una mimetica, che non voglio sporcarmi con il sangue di questi bastardi”. Ma la sabbia del deserto, lì, oltre il cancello, confonde ogni traccia. È così bollente che appena tocca la ferita, è come cauterizzarla. E quel caldo, quella distesa di sole sconfinata, lavora instancabile per prenderti ogni goccia di liquido che scorre nel tuo corpo. All’inizio stavano seduti, in cerchio, vicini, mentre le guardie scaricavano gli ultimi. Poi, quando ancora la nuvola di polvere della sgommata del pick up che se ne andava, li avvolgeva, alcuni hanno cominciato a camminare.

“Là c’è la Libia”. Le donne ferite, e due mamme con i loro bambini piccoli che avevano smesso di parlare, di piangere, di chiedere e solo respiravano, con gli occhi chiusi, dicevano di no, che non ce la potevano fare. Sarebbero diventate presto una macchia del deserto. Prima ti svuoti dei liquidi, cominciano a uscire da ogni buco del tuo corpo senza che tu possa fermarli. Assomiglia al mare, a quando anneghi, ma è l’esatto contrario. Mentre affondi nell’acqua e vai giù, il liquido vuole entrare, e lo fa mano a mano che scendi, da ogni buco del tuo corpo. Mentre muori nel deserto invece tutto vuole uscire, abbandonare quella situazione. Si crea una macchia attorno a te, e piano piano la sabbia la inghiotte. Poi tocca alla tua carne, ai bulbi oculari, alle ossa. La sabbia adesso sei anche tu. Come Fati, come Marie.

“Avanti, zecca di merda, canta faccetta nera”.

Bolzaneto, e il deserto. Loro uguali, nel tempo. Noi fratelli tutti.

da qui

domenica 12 marzo 2023

Le accuse contro le ong sono copia incolla degli 007 - Luca Casarini

  

Io non ho mai capito a cosa diavolo servano veramente queste “relazioni” dei servizi segreti. Capiamoci, mica intendo che l’attività degli apparati di sicurezza interna ed estera non abbiano un ruolo nel nostro e negli altri paesi. C’è una storia lunga che parla. Dalla mafia alle stragi, dai depistaggi alle schedature di massa, alle operazioni coperte di relazioni con i peggiori criminali. Ma la narrazione vuole che questi siano quelli “deviati”. Invece le “relazioni” le fanno quelli “politically correct”, i buoni.

Mi sono letto anche questa appena presentata in pompa magna dal sottosegretario Mantovano. Le leggo ogni anno queste mappazze, sfogliandole come si fa con i quotidiani alla ricerca della pagina con gli annunci mortuari. Per vedere se ci sono anche io, non si sa mai, oppure se c’è qualcuno che conosco. Avrei potuto farne a meno: i titoli che servivano al governo c’erano tutti, e ci avrei giurato. Ong e anarchici. A pag. 37, 6 righe dico 6, assolvono il primo compito. Quello di dire che “la presenza di naviglio – questo deve essere un copia incolla di un verbale di polizia, visto il termine – delle Ong” che fanno soccorso in mare “incentiva” le partenze perché i trafficanti, sapendo che ci sono, pubblicizzano la vendita del “viaggio” per i migranti, come “più sicuro”.

Poi, seguendo le più accorte regole di impresa, questi trafficanti “sapendo che ci sono le Ong” spendono di meno in barche, e dunque usano quelle più scarse e meno adatte ad affrontare il mare, tanto “ci sono le Ong”. Il viaggio è sicuro, anche se la barca è di merda, perché c’è Mediterranea lì fuori. Venghino signori, che i biglietti stanno per finire. Mi viene il dubbio davvero che chi ha scritto queste puttanate, non sappia nemmeno di cosa stia parlando. Non abbia mai nemmeno sentito un racconto di come gli esseri umani vengano, a volte mitra alla testa, caricati sui gommoni di notte, senza nemmeno l’acqua che altrimenti toglie spazio. Questo che ha scritto deve essere uno stagista, pagato spero bene almeno, per assemblare un po’ di verbali di polizia insieme a dati Onu, rintracciabili da chiunque, e dati statistici sulle rotte e partenze, che noi facciamo – devo dire – molto, molto meglio. Quelle 6 righe però, ci dovevano stare. “Servivano”, per questo il nome “servizi”.

Ora, queste relazioni, sono sempre riferite ai dati dell’anno prima, così generiche da non essere nemmeno aggiornate sul fatto che senza le navi delle Ong gli sbarchi sono raddoppiati. Che sulla rotta della strage di Cutro, e l’assenza delle navi del soccorso civile è stata usata addirittura come una clava dal governo in questi giorni –“perché lì voi non andate mai”- solo l’anno scorso sono arrivate 18.000 persone. Come si affanna a dire sconsolato l’Ispi, un istituto di ricerca serio, non c’è mai stato nessun “pull–factor” rappresentato dalla presenza delle navi di soccorso, ma invece esistono eccome i “push–factor”, cioè ciò che spinge le persone, donne, uomini e bambini, a scappare da qualche posto, anche a costo di mettersi nelle mani di trafficanti senza scrupoli.

Avessero scritto nella relazione, qual è la condizione di profughi e rifugiati in Libia. Avessero scritto quali sono le milizie che “gestiscono” nelle varie zone libiche il business, chi siano i capi, che tipo di rapporti intrattengano con le “autorità” governative – sempre di “famiglie” stiamo parlando – se siano le stesse che ci chiedono il pizzo per non far saltare i pozzi di petrolio o gas in concessione ad Eni. Cose che sanno tutti, ma che meriterebbero, queste sì, di essere conosciute dal Parlamento e dal Paese. Addirittura nel compitino dei servizi, c’è “apprezzamento per gli sforzi profusi dall’autorità libica, nel contrastare il fenomeno (dei profughi che tentano di scappare da quell’inferno) attraverso l’attività in mare”.

Ma lo sa, lo stagista, che c’è un fascicolo aperto presso il Tribunale penale Internazionale, per la violazione sistematica della Convenzione di Ginevra ex art.33, per respingimenti illegali e disumani operati anche con l’ausilio di mezzi italiani? Che l’anno scorso 32.000 donne, uomini e bambini sono stati catturati e deportati di nuovo in un paese dove ci sono i lager, non gli asili nido, per i bambini? Lo sa che uno di quegli “ufficiali” della cosiddetta “guardia costiera libica”, quello che controlla con la sua milizia anche il porto di Zawija, è ricercato per crimini contro l’umanità? Macché. Nemmeno l’ombra di una informazione di “intelligence”. Servivano due titoli utili al governo da far sparare sui giornali? Ecco fatta la “relazione”.

Mi chiedo se questo tipo di informative, di grandi analisi strategiche, siano alla base del convincimento poi, dei vari governi, dei vari ministri, sulla bontà delle loro ricette politiche. Quelle che ci hanno condotto al disastro di oltre 100 morti innocenti a 100 metri dalla costa calabra. O se queste relazioni vengano fatte, tra copia e incolla e aggiunte varie, per compiacere i committenti. Sarà tutte e due, in un perverso circolo vizioso che può fare molti danni. Ma perché, invece di perdere tempo, non viene istituita una commissione di inchiesta parlamentare su ciò che accade nel Mediterraneo da almeno dieci anni, Ong comprese, ma anche accordi con la Libia?

Ho chiesto al Copasir, al suo presidente Guerini, di poter essere ascoltato. Ho un bel po’ di documentazione da condividere, per incentivare la lotta agli scafisti, e a chi li finanzia. C’è il rischio, mi rendo conto, che i titoli dopo possano non piacere a qualcuno. Ma secondo me potrebbe essere utile per la costruzione di una verità non addomesticata.

da qui

martedì 9 marzo 2021

Sono colpevole - Luca Casarini

 

Riesco solo ora (venerdì 5 marzo) ad avere accesso ai sistemi di comunicazione. Con l’operazione di polizia di lunedì all’alba, mi hanno sequestrato computer e telefoni, bloccandomi account e ogni cosa. Sono accusato con i miei compagni di una vita di battaglie, del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, un reato che già per il nome che porta non riconosco e non accetto, né davanti allo Stato né davanti a nessuno.

Sono accusato di aver aiutato degli esseri umani a raggiungere un luogo dove non li attendessero campi di concentramento, torture, sevizie, morte. Lo rivendico davanti a chiunque, sono colpevole fino in fondo di questo. Il Signor Procuratore di Ragusa ne prenda pure nota.

Non occorreva mettere in moto una macchina del fango come questa per farmelo dire. Non occorreva inventarsi accuse false, o scrivere la trama di uno scandalo di quelli che piacciono tanto agli odiatori di professione, o che fanno vendere più copie a giornalini e giornaloni. Dal 2018 la mia vita, per intero, è dedicata a questo: organizzare una nave che faccia soccorso civile in mare, mantenerla, riuscire a farla ripartire ogni volta superando ogni ostacolo che qualcuno ha sempre tentato di mettere. Non c’è nulla di eroico in quello che faccio. Gli unici eroi di questa storia sono le donne, gli uomini e i bambini che resistono attaccati alla vita mentre qualcuno li vorrebbe annegati nella morte per sempre. Io sono solo uno dei tanti e delle tante che in questo tempo hanno deciso di aiutarli. Di non voltarsi dall’altra parte.

Non sono una vittima. Sono privilegiato tre volte: la prima perché ho due figli che mi amano, che mi hanno stretto in questi giorni nel loro abbraccio come so che faranno sempre quando mi vedranno inginocchiato, messo a terra da qualcuno che mi ha colpito al cuore, quando mi vedranno in difficoltà. Loro sono la mia prima grande, inesauribile, fonte di forza, tenera come una carezza, potente come il mare.

La seconda perché dopo tanti anni di lotte, di errori, di battaglie, molte perse, altre vinte, sono arrivato a toccare una cosa che voi, uomini potenti degli apparati degli Stati, non potrete mai conoscere: cosa può l’amore verso altri esseri umani, che senti come fratelli e sorelle anche se non li hai mai incontrati prima. Ho passato una vita a tentare di dare una forma e un senso al mio odio. Ora finalmente sono giunto altrove. Non odio nemmeno voi che adesso mi fate questo. Provo pena per voi, così potenti e così aridi da non capite quanto meraviglioso possa essere salvare una vita invece che ucciderla.

La terza perché sono circondato da persone meravigliose, cominciando dai miei fratelli accusati con me, che non ti abbandonano mai al tuo destino anche quando la tempesta è forte. Sono gli amici veri, quelli che ti vogliono bene davvero, quelli che si vedono nel momento del bisogno. Sono la mia comunità, quelli con cui posso spezzare il pane, continuare il cammino anche se sono stanco. Sono quelli che non tradiranno.

Le cose infamanti messe in piedi per distruggere cadranno, come cadono le cose costruite sul fango: arriverà la pioggia, laverà via ciò che di sporco voi, potenti uomini degli apparati, avete inventato per darvi legittimazione nel vostro obiettivo. Che è, e rimane, impedire che qualcuno aiuti gli esseri umani a scappare dagli inferni dove voi li avete messi. Volete impedire il soccorso in mare e in terra, ma non avete il coraggio di dirlo chiaramente, e per questo vi inventate di tutto. Ma invece io lo dico chiaramente, subito: rifarei ogni cosa che ho fatto, dalla prima all’ultima, per aiutare persone che chiedono aiuto. Non mi sono voltato dall’altra parte e adesso non abbasserò lo sguardo. E appena potrò tornerò a fare quello che facevo prima, con più forza, con ogni mezzo, con tutti gli aiuti che troverò per farlo, costi quel che costi. Perché ne vale la pena.

Un pensiero a Mimmo Lucano, che con la sua vicinanza mi onora. E ai miei fratelli e sorelle di Mediterranea, che condividono con me ogni cosa, anche il dolore. Sono felice che i ventisette esseri umani che erano abbandonati su una petroliera in mezzo al mare, adesso stiano bene. Sono felice per tutti coloro che ho incontrato in mezzo al nostro mare e adesso vivono finalmente. Penso ogni minuto alle donne uomini e bambini che sono ancora nei campi di concentramento in Libia. Penso a come si può fare per aiutarli a fuggire, per salvarli, per impedire che li uccidano o che li torturino. Se questo è un reato, sono colpevole. Lo sarò sempre.

https://comune-info.net/sono-colpevole