domenica 4 ottobre 2026

Lavinia Marchetti e i giovani in rivolta

 

Il “senso comune” che vorrebbe giudicare le rivolte giovanili

Il cappio del doppio vincolo messo al collo dei giovani

Il doppio vincolo funziona bene perché qualunque cosa una persona scelga di fare sbaglierà. Il sistema del giudizio è truccato e non esiste alcuna scelta giusta, la colpa arriverà in un modo o nell’altro. Applichiamolo alla stampa e al senso comune (gramsciano) che ci circonda per quanto riguarda le rivolte studentesche (e non solo, le lotte in generale, ma la cosa peggiora con i giovani). Mi sono (poco) divertita a fare un elenco delle cose che ho letto in questi due giorni. Se resti a casa sei apatico. Se scendi in strada sei un vandalo. Se chiedi un salario dignitoso pretendi troppo. Se accetti paghe miserabili ti manca l’ambizione. Il giovane ideale, a sentire il senso comune dovrebbe lavorare dodici ore al giorno per il minimo del salario, pagarsi un affitto impossibile, essere colto, informato, politicamente consapevole, possibilmente docile con l’autorità anche se l’autorità lo sfrutta e non lo rispetta e soprattutto protestare senza disturbare nessuno. Una creatura mitologica.

I giovani di oggi nel “senso comune”

·         I giovani stanno sempre sul cellulare.

·         I giovani non hanno voglia di fare nulla.

·         Alla loro età io…

·         Ai miei tempi protestavamo, ora stanno a casa dai genitori. (Prova a prendere un affitto!).

·         I giovani di oggi non hanno ideali.

·         Vogliono tutto e subito.

·         Non sanno cosa significhi fare sacrifici.

·         Cambiano lavoro appena qualcosa va storto.

·         Nessuno vuole più fare i lavori faticosi.

·         Studiano troppo e lavorano troppo poco.

·         Hanno troppe lauree inutili.

·         Pretendono stipendi alti appena entrano nel mondo del lavoro.

·         Se fanno due lavori, evidentemente devono ancora «farsi le ossa».

·         Se emigrano sono quelli della fuga dei cervelli, ma se rimangono, evidentemente manca loro il coraggio di andarsene.

·         Vivono con i genitori a trent’anni, dunque sono eterni adolescenti. Il prezzo di un monolocale è accessorio.

·         Spendono per un aperitivo e poi si lamentano di non riuscire a comprare casa. (Si sa che ormai gli appartamenti si comprano rinunciando agli spritz).

·         Non mettono su famiglia perché sono egoisti.

·         Non fanno figli perché pensano soltanto a divertirsi.

·         Hanno ansia, depressione ai nostri tempi queste cose non esistevano, (naturalmente si soffriva in silenzio!)

·         Parlano troppo di salute mentale.

·         Sono troppo sensibili.

·         Si offendono per tutto.

·         Non leggono.

·         Se leggono e studiano, sono intellettualoidi scollegati dalla realtà. Zecche.

·         Non partecipano alla politica.

·         Se partecipano, sono manipolati.

·         Non sanno nulla del mondo.

·         Se prendono posizione sul mondo, qualcuno domanda subito chi li abbia indottrinati.

·         Vogliono lavorare meno. (leggasi: vorrebbero avere una vita oltre il lavoro)

·         Accettano contratti indegni, ma poi vengono rimproverati perché «si fanno sfruttare».

Poi, quando arriva il momento meraviglioso in cui gli stessi adulti che hanno passato anni a lamentarsi dell’apatia giovanile scoprono che i giovani hanno deciso di protestare, per il futuro, per la scuola, l’università i propri diritti.

Giovani che protestano secondo il “senso comune”

·         Terroristi, vandali.

·         Figli di papà.

·         Sono tutti pro-pal musulmani.

·         Che gli facciano ripagare tutto.

·         Non sanno nemmeno perché sono in piazza.

·         Qualcuno li manovra.

·         Sono stati indottrinati dai professori.

·         Pensassero a studiare.

·         Pensassero a lavorare.

·         Se hanno tempo per manifestare significa che non hanno problemi veri.

·         Se occupano una scuola danneggiano gli altri studenti.

·         Se bloccano una strada danneggiano i lavoratori.

·         Se fanno un corteo autorizzato che procede ordinatamente, «tanto così non cambia niente».

·         Se il corteo esce dal percorso previsto, diventano immediatamente delinquenti.

·         Se urlano sono violenti.

·         Se stanno in silenzio la protesta è ridicola.

·         Se lanciano vernice hanno superato il limite.

·         Se si siedono per terra impediscono alla gente di vivere.

·         Se bloccano il traffico che protestassero nel deserto, io devo andare a lavorare.

·         Se interrompono un evento pubblico impediscono la libertà di parola.

·         Se manifestano davanti a un’università stanno politicizzando l’università.

·         Se manifestano fuori dall’università, qualcuno domanda che cosa c’entrino gli studenti.

·         Se hanno diciotto anni sono troppo giovani per capire.

·         Se ne hanno venticinque dovrebbero pensare a costruirsi una carriera.

·         Se vengono caricati dalla polizia, «qualcosa avranno fatto».

·         Se filmano le cariche, cercano soltanto materiale per i social.

·         Se denunciano un abuso, stanno facendo propaganda.

·         Se vengono arrestati, l’arresto diventa retroattivamente la prova della loro colpevolezza.

·         Se una persona rompe una vetrina, l’intero corteo viene trasformato in quella vetrina.

·         Se cento persone vengono ferite e un cassonetto prende fuoco, il protagonista del telegiornale sarà quasi certamente il cassonetto.

·         Se chiedono conto delle scelte del governo vengono accusati di odiare il proprio paese.

·         Se protestano contro una guerra vengono accusati di sostenere il nemico.

·         Se prendono posizione per Gaza diventano, a seconda delle necessità del commentatore, estremisti, antisemiti, islamisti o utili idioti.

·         Se rifiutano queste etichette, si dirà che «non capiscono la complessità».

·         Se studiano quella complessità e rispondono punto per punto, diventano arroganti.

Per concludere: abbiamo passato anni a chiedere ai giovani dove fossero, che cosa pensassero, e perché non scendessero in strada. Adesso una parte di loro è in strada e improvvisamente li preferivamo sul divano.

Eccolo il doppio vincolo: il giovane accettabile deve avere ideali purché restino privati, deve essere politico ma non deve fare nulla, né urlare, né reagire alle cariche, né bloccare il traffico, deve fare una scampagnata, deve indignarsi purché lo faccia con educazione, a un orario concordato e lasciando perfettamente pulito il marciapiede e che si lavi pure il sangue, altrimenti è un vittimista.

da qui

 

PERCHÉ IN ITALIA NON PROTESTIAMO COME IN FRANCIA? È OVVIO, TENIAMO TROPPO ALLE VETRINE E AI CASSONETTI!

Leggo spesso parole di ammirazione per i «rivoltosi» francesi. È successo con i Gilet gialli, con gli agricoltori, con i vigili del fuoco e succede di nuovo in questi giorni con gli studenti. La protesta che attraversa la Francia ha coinvolto centinaia di licei, mentre insegnanti e lavoratori del settore pubblico scioperano contro i tagli e il deterioramento dei servizi. Ci sono stati oltre mille arresti in due giorni e di 119 feriti tra studenti e personale scolastico. In alcune città sono bruciati cassonetti e scuole, ci sono stati scontri con la polizia. Eppure in Francia il problema politico rimane sulle prime pagine e nei TG: carenza di insegnanti, classi sovraffollate, edifici degradati, servizi pubblici che perdono pezzi. Esattamente come da noi.

Liquidare tutto con la famosa «tradizione rivoluzionaria francese» spiega poco. Charles Tilly (che consiglio sempre di leggere) dedicò buona parte della propria ricerca proprio alla storia del conflitto sociale in Francia e parlava di repertori dell’azione collettiva. Che significa? Che una società impara nel tempo quali forme di conflitto considera praticabili, comprensibili, e persino normali quando un gruppo vuole costringere il potere ad ascoltarlo. Sciopero, occupazione, blocco, manifestazione, scontri hanno una storia e vengono appresi e trasmessi. La Francia possiede da quasi due secoli una consuetudine particolarmente forte con queste forme di conflitto. La Francia possiede una lunga abitudine a considerare il conflitto sociale un fatto politico e non un mero problema di ordine pubblico.

In Italia abbiamo 5,7 milioni di persone in povertà assoluta secondo gli ultimi dati disponibili, quasi un residente su dieci. Nel 2025 oltre 13 milioni di persone risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale. Eppure basta che una manifestazione esca dal percorso previsto, che voli una transenna, venga rotta una vetrina, o incendiato un cassonetto (spesso e volentieri da infiltrati che ormai conoscono il giochetto) e una parte enorme della discussione pubblica scivola immediatamente sulla proprietà danneggiata. Il cassonetto vale molto di più di gente che non arriva a fine mese o a cui danno una visita dopo un anno. Le ragioni che hanno portato migliaia di persone in strada si perdono. Succede sempre in questo paese. Mentre comincia l’interminabile processo pubblico al manifestante abbastanza arrabbiato da avere manifestato "male", e allora via con "facinorosi", "terroristi", "vandali", "sempre dalla parte delle forze dell'ordine", bla, bla bla.

Ricordate Francesco Cossiga? Era maestro di questa dinamica. Nel 2008, e c'ero dentro gli scontri, parlando delle proteste studentesche contro la riforma Gelmini, suggerì a Maroni di lasciare inizialmente spazio ai disordini, infiltrare provocatori e attendere che le devastazioni producessero consenso nell’opinione pubblica, solo dopo, sosteneva, sarebbe arrivato il momento della repressione poliziesca.

Quando vi chiedete: perché? Pensate a quanti Cossiga conoscete, a quanti Cossiga date il vostro plauso. Il cassonetto, la vetrina in Italia hanno una forza attrattiva invincibile e per qualche ora riescono a farci dimenticare perché tanta gente fosse scesa in strada prima. Quindi va bene così. Difendiamo i cassonetti e sprofondiamo. Tanto la povertà tocca solo agli altri, no?

da qui

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