In Egitto c’è una piattaforma di controinformazione chiamata Matsadaksh,
in arabo significa ‘non crederci’. E’ formata da giornalisti indipendenti che
prova a continuare a informare la popolazione. Nonostante il clima di terrore
instaurato da quei mukhabarat di cui si serve il dittatore-presidente al
Sisi, attivi da mane a notte fonda nello spiare direttamente o con l’aiuto di
cittadini corrotti a suon di denaro i possibili oppositori. Chi vive sulla
strada come i venditori ambulanti del Cairo e di Alessandria, metropoli assai
frequentate per ragioni culturali da turisti e stranieri, riesce a osservare e
a sapere e costituisce una fonte preziosa per gli agenti della National
Security. La vicenda del “sindacalista” degli ambulanti cui Giulio Regeni
si rivolgeva per raccogliere dati sulla sua ricerca in quel settore, e che per
denaro ha venduto il giovane agli aguzzini di regime, la dice lunga su un
fenomeno diffusissimo con cui l’apparato politico-militare tiene sotto il
controllo pezzi di Paese grandi come le città, e ancor più località periferiche
dove tutto si conosce. Poi ci sono le figure che appaiono pubblicamente per la
loro militanza trascorsa, come l’attivista perseguitato Alaa Fattah oppure lo
studente Patrick Zaki, rei d’avere espresso punti di vista sui social e per
questo di essere finiti nel trappolone dell’ “arresta e rilascia” studiato dal
regime per fiaccare la resistenza psico-fisica anche di giovani come i due
citati. I magistrati asserviti a Sisi (figurarsi se potevano collaborare col
processo avviato dai colleghi italiani sull’omicidio Regeni) emettevano un
decreto d’arresto via l’altro, con un’interruzione fra le detenzioni che
illudeva il malcapitato, costretto dopo giorni o settimane a tornare in
prigione. Così per mesi. Così per anni. E a costoro andava ancora bene, perché
altre persone sono da tempo scomparse senza lasciar traccia. Rapite
sequestrate, ingabbiate, torturate, parecchie uccise dallo Stato egiziano che
non rende conto del proprio operato a nessuno, neppure a quegli organismi
internazionali come la Corte penale dell’Aja che in un’illusione di civiltà
qualcuno invoca come soluzione d’un problema che è esclusivamente
politico.
Beh, nei giorni scorsi sei giornalisti sei di Matsadaksh: Muhammad
Mahmoud, Omar Hilal, Muhammad Ashraf, Abdullah Qadri, Islam Barakat,
Muhammad Adel, praticamente l’intero gruppo editoriale della struttura, sono
stati arrestati e non si conoscono né le ragioni giuridiche della misura, né il
luogo di detenzione. Gli avvocati che ne prendono le difese hanno diffuso un
comunicato con cui Matsadaksh conferma che “i sei detenuti sono
giornalisti che praticano la propria professione in modo pubblico, hanno
percorsi professionali distinti avviati in famosi istituti mediatici egiziani,
il loro lavoro sulla piattaforma rientra nel quadro d’una pratica professionale
pubblica basata sulla preparazione di materiali giornalistici, sulla verifica e
pubblicazione d’informazioni in conformità con gli standard professionali”.
E ancora: “La detenzione di questi cronisti senza motivi pubblici o accesso
alle protezioni legali di cui hanno diritto, è inaccettabile e richiede
l'istantanea informazione delle circostanze che motivano la detenzione.
Quest’ultima colpisce non solo i giornalisti, minaccia la capacità d’un ufficio
stampa indipendente di svolgere il proprio lavoro e priva il pubblico del
diritto di conoscenza”. Perché in fatto d’informazione quel che resta sono
le veline governative che guidano le notizie del mainstream interno con
cui ogni cosa è dipinta a favore del potere militare che ha caratterizzato la
Storia dell’Egitto moderno. E che nell’ultimo decennio è risultata ampiamente
rafforzata da una geopolitica in cui il grande Paese arabo viene collocato come
una pedina autoritaria a controllo d’un ridisegno del Medioriente. E’ il
sistema con cui l’Occidente imperialista tuttora in vita designa un alleato
capace di fare il lavoro sporco contro le velleità alternative interne e
sostiene l’avanzata coloniale d’Israele nel triangolo libanese-siriano e della Cisgiordania.
Con quest’Egitto l’Italietta meloniana, e prima quella contiana, gentiloniana e
renziana, continua a fare affari vendendo sistemi di aerospazio di Leonardo
e Finmeccanica, fregate di Fincantieri e trafficando con Eni sui
depositi gasieri nel Mediterraneo orientale. In cambio il “piano Mattei” riceve
una stretta sulla migrazione, mentre della giustizia per un italiano da
bene martirizzato nelle stanze di tortura di Sisi, chissenefrega.
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