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sabato 15 agosto 2026

Impatto della militarizzazione nei percorsi accademici: il caso delle Scienze Penitenziarie - Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

La militarizzazione delle università passa anche attraverso l’inseguimento da parte degli atenei, degli umori, tanto estemporanei quanto superficiali, del “mercato” della formazione accademica, pilotato ad arte, da un sistema politico che strumentalizza e deforma concetti quali sicurezza o difesa.

Da anni, per esempio, in un circolo perverso trascinato proprio da questa strumentalizzazione e parallelamente dal pullulare di serie TV di stampo criminologico e poliziottesco, si è fatto strada anche il filone degli studi sul crimine come ad esempio, tra i tanti, il master di E-campus, in Criminologia e scienze forensi dove si studiano i “reati con armi da fuoco“, la “balistica forense” e la cosiddetta “sicurezza operativa”.

D’altra parte, in un periodo storico in cui tutti i dati relativi a diverse fattispecie di crimini e di devianza sono in calo ormai da 30 anni, (dagli oltre tremila morti ammazzati dei primi anni ’90 ai poco più di 300 di questi ultimi anni), anche promuovere una laurea triennale (L-14) in Scienze penitenziarie, ad esempio, evidenzia in qualche modo un concetto di giustizia diametralmente opposto a quella “riparativa” ovvero potremmo dire tendenzialmente vendicativa o, nella migliore delle ipotesi, ispirata al concetto, anch’esso particolarmente strumentalizzato, di “certezza della pena”.

Con 53.600 detenuti nel 2021 passati in soli cinque anni a 62.400 ovvero, al di là del differenziale, oltre 16.000 in esubero se si considerano i posti effettivamente non disponibili  il sistema penitenziario italiano, anche dopo la sentenza-pilota Torreggiani del 2013, non ha fatto altro che collezionare, uno dopo l’altro, condanne per violazione dei diritti umani comminate dalla CEDU (Corte europea per i diritti dell’uomo).

Sul sito web di E-campus, una delle undici università telematiche riconosciute dal ministero, si legge che “il percorso di studi in Scienze Penitenziarie è destinato alla formazione dell’operatore penitenziario o di chi intende lavorare nell’ambito dell’esecuzione della pena, del recupero sociale e della rieducazione” . Recupero sociale e rieducazione, sono però concetti vuoti e retorici e che nessuno, nei piani alti della politica, da anni ha mai veramente avuto intenzione di perseguire.

I percorsi di esecuzione della pena alternativa al carcere, sempre secondo i dati dell’associazione Antigone, da anni dimostrano, pur nel disastro totale del sistema penitenziario italico che i tassi di recidiva per chi segue un percorso alternativo all’esecuzione penale in carcere, non superano il 15-20% mentre coloro che hanno seguito un percorso di inserimento lavorativo in carcere tornano a delinquere in una minima percentuale che oscilla tra il 20 e il 25% contro quasi 70% di chi non usufruisce di nessun percorso di riabilitazione sociale.

Scienze penitenziarie, però, è solo uno dei tanti “segni dei tempi” che stiamo vivendo, una sorta di trasposizione accademica di un’errata sovrapposizione o analogia, dei concetti di deterrenza e prevenzione. Sempre nell’ambito di un marketing dell’orientamento universitario che insegue un bisogno (indotto) di militarizzazione per presunte necessità di difesa da sempre nuovi nemici in agguato dietro l’angolo, vi è anche il percorso inverso: la cooptazione di giovani (o “giovani adulti/e”) ormai entrati/e nel circuito militare o della pubblica sicurezza, attraverso l’offerta di sconti speciali a loro destinati.

Così si va da dal connubio specifico Forze armate-Scienze motorie, proposto da Unipegaso, ad una scontistica generalizzata ai militari offerta da quasi tutti gli atenei, con quelli “telematici” in prima linea, peraltro coadiuvati da società di consulenza che si propongono online sui vari social, in veste di agenzie formative intermedie, amplificandone la promozione: lo sconto viene offerto grazie alla semplice appartenenza alle forze armate o dell’ordine, con una clausola che tra l’altro si estende anche ai familiari.

Questo può essere considerato anche un vero e proprio “premio sociale” a chi difende, con le armi, o in modo più elegante tramite “l’uso legittimo della forza”, la propria patria, de nemici esterni, o la pubblica sicurezza, per il nemico interno: va considerato infatti che su 100 diplomati nelle scuole secondarie superiori soltanto 35/40 ragazzi/e poi si matricolano all’università e di questi soltanto la metà raggiunge la meta finale ponendo l’Italia agli ultimi posti a livello europeo per tasso di istruzione.

Una delle cause principali di questa disfatta è soprattutto l’aspetto economico considerando rette universitarie che oscillano tra i 2.000 e i 3.000 euro di media (o anche oltre, per facoltà come medicina) senza contare le spese per i fuori sede, necessarie per chi intende inseguire un posto al sole nel mercato locale del lavoro o all’interno di atenei con una solida fama scientifico-accademica. Per chi indossa la divisa, quindi, il vantaggio è molteplice e va dall’alloggio gratuito, al vitto, fino, appunto, alla scontistica presso quasi tutti gli atenei italiani.

Senza scomodare Randall Collins, l’autore che probabilmente ha formulato in modo più sistematico, insieme a Pierre Bourdieu in Europa, la teoria sociologica dell’“inflazione dei titoli di studio”, possiamo sicuramente affermare che il mondo in divisa offre, per chi prosegue il proprio percorso fino alle accademie militari, una possibilità di collezionare in modo agevolato titoli accademici che sono sempre utili non solo in termini di carriera interna ma anche nell’eventualità di una riconversione in ambito civile, un “paracadute” socio-lavorativo che rappresenta, anch’esso, un benefit per chi sceglie una vita lavorativa con le stellette sulle spalle.

In conclusione va anche ricordato che le nuove guerre “ibride” necessitano, sempre più, non tanto di “carne da cannone” ma di intelligenze utili per l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale ad uso bellico, un aspetto di quel dual-use meno appariscente che si sta tragicamente sottovalutando.

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mercoledì 11 marzo 2026

È l’accademia, bellezza! - Linda Brancaleone

 

1. “Oggi la precarietà è dappertutto”: un’introduzione necessaria

La precarietà è ormai la cifra del nostro tempo, si trova «dappertutto»[1], come ammoniva Bourdieu. Non è solo una condizione lavorativa: è una forma di vita, un destino imposto a una generazione che ha fatto dell’incertezza la propria biografia. Il “precariato” – fusione simbolica di precario e proletariato – definisce un nuovo soggetto sociale, sfruttato e vulnerabile, privato di garanzie e diritti, gettato nel limbo di contratti a termine, borse malpagate, rinnovi a singhiozzo. È una condizione «che si radica anzitutto nella sfera occupazionale»[2], ma si estende a tutte le altre: abitativa, relazionale, affettiva. Nulla sfugge al morbo della precarietà.

Né si tratta di una questione privata: la precarietà si fa istituzione, criterio di governo. Come nei sistemi neoliberali descritti dalla sociologia più critica, i meccanismi di welfare vengono piegati per “espellere” i lavoratori instabili, trasformando la mancanza di stabilità in colpa individuale. Il precario diventa, per usare le parole della dottrina, un «impossible group»[3], una moltitudine di esclusi accomunati solo dalla mancanza: di sicurezza, di diritti, di voce. Nessun senso di appartenenza, nessuna “comunità occupazionale”: solo la solitudine di chi naviga a vista in un mare di incertezze.

A rendere questa condizione più insidiosa è la vulnerabilità, intesa come «elevata esposizione a certi rischi»[4] unita all’incapacità di difendersi dalle loro conseguenze. Guy Standing ha descritto bene questa categoria: i precari non sono solo lavoratori poveri, ma cittadini dimezzati, esclusi dal tessuto sociale, privi di riconoscimento[5]. La loro esistenza è frammentata, il loro tempo sequestrato. È qui che la precarietà diventa biopolitica: il potere plasma i corpi e ne regola i ritmi, “autorizzando” solo forme di vita funzionali all’economia dell’incertezza.

2. Il ddl Bernini: la riforma che moltiplica la precarietà

Dentro questo quadro, la recente riforma universitaria – il cosiddetto ddl Bernini (A.S. 1240) – avrebbe dovuto rappresentare una svolta. Invece, perpetua e anzi accentua la logica dello sfruttamento sistemico dei giovani ricercatori. La riforma nasceva con l’intento dichiarato di “valorizzare la ricerca” e “razionalizzare” i percorsi accademici pre-ruolo, ma si traduce in una giungla contrattuale che istituzionalizza la precarietà.

Il cuore della riforma è l’introduzione del contratto di ricerca, che sostituisce il famigerato assegno di ricerca (forma parasubordinata, priva di tutele e con compensi miseri: 19.367 euro annui). Sulla carta, si tratta di un contratto di lavoro subordinato, con durata minima biennale e massima quinquennale. Nella realtà, rappresenta solo un’ennesima tappa nel percorso ad ostacoli del “pre-ruolo”, un girone dantesco che ritarda indefinitamente l’accesso alla stabilità.

Accanto al contratto di ricerca, la riforma immaginava un sistema “ordinato” di reclutamento fondato sul fabbisogno degli atenei. Ma i “buoni propositi” (per quanto buoni possano essere, considerando il modus pensandi della ministra proponente) si scontrano con la realtà di fondi insufficienti, vincoli burocratici e assenza di un piano di stabilizzazione. Il risultato? Un sistema che continua a sfornare ricercatori senza futuro, sospesi fra bandi a tempo e sogni di ruolo.

Le quattro nuove figure previste dal ddl – borse junior e senior, contratto post-doc, professore aggiunto – avrebbero dovuto ampliare le opportunità. In realtà, creano nuove forme di precarietà ancora più deboli e sottopagate. Le borse di assistenza alla ricerca, prive di tutele e retribuzioni definite, appaiono come un ritorno a logiche retrive di apprendistato gratuito. Il contratto post-doc, a tempo determinato, aggiunge obblighi didattici senza garanzie. E il professore aggiunto – figura reclutata senza concorso, su chiamata diretta – spalanca le porte all’arbitrio dei baroni, scardinando il principio del merito e della trasparenza.

In nome della “mobilità” e della “flessibilità”, il ddl riporta indietro le lancette della dignità accademica. Il rischio è la moltiplicazione di forme para-contrattuali, scelte dagli atenei non per valore scientifico, ma per convenienza economica. Le università diventano così aziende del risparmio, dove i corpi precari sono materia a basso costo, sacrificabile sull’altare della competitività.

Particolarmente drammatica è la sorte dei ricercatori PNRR: terminati i fondi straordinari, restano senza prospettive né continuità. È l’emblema di una riforma che promette stabilità e consegna abbandono.

3. Il D.D. 47/2025: tra discriminazioni e sottofinanziamento

La prima applicazione concreta del contratto di ricerca avviene con il D.D. 47/2025, relativo ai “ricercatori internazionali post-doc”. Un provvedimento che, invece di ampliare le opportunità, le restringe con requisiti capziosi e discriminatori. Possono accedere solo candidati under 41 (o 46, con deroga) e con esperienze limitate di direzione scientifica. Ma soprattutto, viene introdotto l’obbligo di un periodo all’estero di almeno tre mesi, requisito “in coerenza” con una Decisione UE che, paradossalmente, non lo prevede.

Si tratta di un criterio che penalizza intere generazioni di dottorandi, specie quelli dei cicli 33°-39°, formatisi in piena pandemia, e di chi opera in settori non internazionalizzabili. Una discriminazione mascherata da “eccellenza”.

Anche sul piano economico, il bando è una beffa: 37,5 milioni per 250 posizioni (150.000 euro ciascuna), durata massima 24 mesi, e con almeno il 40% dei contratti vincolati al Meridione. Briciole, rispetto alla massa di ricercatori formati e ora espulsi dal sistema. Il tutto aggravato da procedure opache, che affidano la selezione alle Host Institutions, libere di presentare fino a venti richieste valutate non per merito scientifico ma per “priorità amministrativa”. Ancora una volta, la logica non è la qualità, ma la velocità burocratica. Un sistema che confonde la ricerca con la compilazione di moduli.

4. L’emendamento Occhiuto-Cattaneo: un colpo di mano parlamentare

Bloccato il ddl Bernini dopo le proteste e l’esposto alla Commissione Europea (per violazione della Carta Europea dei Ricercatori e della Direttiva 2024/1499), il Governo tenta un colpo di mano: inserire la riforma per via surrettizia nel “Decreto Scuola” (DL 45/2025) tramite l’emendamento Occhiuto-Cattaneo. Un’operazione politica spregiudicata che aggira il confronto parlamentare e introduce nuove figure – incarichi post-doc e incarichi di ricerca – peggiorative rispetto al contratto di ricerca.

Gli incarichi post-doc (art. 22-bis L. 240/2010) durano da uno a tre anni, includono didattica e terza missione e sono regolati da diritto pubblico, con compensi fissati per decreto: più rigidi, più poveri, più controllati. Gli incarichi di ricerca (art. 22-ter), riservati a chi abbia conseguito la laurea da meno di sei anni, inaugurano una nuova frontiera del precariato: contratti senza IRPEF, senza IRAP, senza contribuzione pubblica, relegati alla gestione separata INPS. Incompatibili con il dottorato (tranne che per i dottorati Marie Skłodowska-Curie Actions – MSCA), questi incarichi appaiono come un espediente per sfruttare giovani ricercatori “a costo zero”, in barba alle direttive europee.

Il tutto mentre si riduce persino la durata minima della tenure track da tre a un anno, svuotandola del suo senso originario. È la precarietà istituzionalizzata per legge, la stabilità ridotta a miraggio.

5. Numeri e carne viva del precariato: il volto diseguale della ricerca

A denunciare con forza l’impatto di questa deriva è la XII Indagine ADI[6]: un quadro impietoso della condizione post-doc in Italia. Il 73% delle donne è confinato in assegni o borse, contro il 67,2% degli uomini: la precarietà ha un volto femminile. Al Nord i fondi sono più stabili, al Sud dilaga l’insicurezza. Tutti, ovunque, lavorano oltre le 40 ore settimanali, senza diritti, senza voce. Una precarietà che divora tempo e salute, che nega ogni progettualità, che trasforma la ricerca in sopravvivenza.

Come recita l’indagine, «[l]a precarietà accademica non è soltanto una questione categoriale: riguarda l’intera società e il futuro democratico del Paese. Un’università ridotta a fabbrica di precari […] è un’università che non può svolgere la sua funzione di formazione critica»[7]. Dietro la retorica dell’“eccellenza” si cela un disegno politico: piegare l’università a logiche neoliberali, farne un ingranaggio della produzione, dove “valore” significa output, non pensiero critico.

Il precariato accademico incarna così tutti i tratti del lavoro tardo-capitalista: contratti brevi, compensi insufficienti, welfare assente, mobilità forzata, assenza di sindacati. È un lavoro senza tempo, dove «la precarietà tende […] a sottrarre ai singoli la possibilità di controllare il proprio tempo di vita»[8]. E sottrarre il tempo è sottrarre la libertà.

6. Biopolitica della precarietà: i corpi docili dell’accademia

Seguendo la lezione foucaultiana[9], la precarietà diventa strumento biopolitico: un potere che non uccide ma regola la vita, ne scandisce i ritmi, ne detta i limiti. Il precario accademico è il paradigma di questa nuova soggettività: il suo corpo è al servizio della produttività, la sua mente imprigionata da metriche bibliometriche, la sua esistenza frantumata da bandi e scadenze. È un essere “vulnerabile per statuto”, plasmato in funzione di un sapere quantificabile, non critico. È la vittima di quella che è stata definita «epistemonormatività»[10]: la riduzione del sapere a numeri, citazioni, impact factor. L’eterogeneità delle conoscenze è sacrificata sull’altare della performance.

Come mostra la letteratura più recente, questa condizione non solo minaccia la salute mentale e fisica dei ricercatori, ma impoverisce la qualità della ricerca stessa. Un’università di precari produce sapere precario: corto respiro, bassa innovazione, massima competizione.

7. Conclusione: contro la precarizzazione sistemica, per un’università giusta

Il precariato accademico non è una contingenza, ma un dispositivo di governo. Trasforma l’instabilità in norma, la vulnerabilità in destino, la ricerca in sopravvivenza. È il segno tangibile di una politica che ha scelto di rendere la conoscenza precaria, per renderla docile. Ma come ricordava Judith Butler[11], la precarietà non è solo condizione subita: è anche terreno di lotta. Riconoscere la propria vulnerabilità può diventare atto politico, punto di partenza per reclamare giustizia e dignità.

Affrontare la precarietà accademica non è un favore ai giovani ricercatori, ma una questione di giustizia sociale e di sostenibilità democratica. Un Paese che abbandona la sua intelligenza collettiva, che costringe i suoi cervelli alla fuga o alla rassegnazione, è un Paese che rinuncia al futuro.

L’università pubblica, oggi, è il campo di battaglia tra due visioni del mondo: da un lato la conoscenza come bene comune, dall’altro come merce a tempo. Scegliere la prima significa rompere il silenzio, denunciare l’ipocrisia di riforme che promettono “valorizzazione” e consegnano miseria. Significa affermare, con forza militante, che non c’è eccellenza senza giustizia, non c’è ricerca senza diritti, non c’è università senza dignità.


[1] P. Bourdieu, Oggi la precarietà è dappertutto, in Id., Controfuochi. Argomenti per resistere all’invasione neoliberista, Reset, Milano, 1999, p. 98.

[2] R. Luppi, La solitudine dei precari e i bisogni del “noi”, in Jura Gentium, vol. XXI, 2024, n. 2, p. 302.

[3] L. Wacquant, Territorial Stigmatization in the Age of Advanced Marginality, in Thesis Eleven, vol. 91, 2007, n. 1, p. 73.

[4] Definizione fornita dal Department of Economic and Social Affairs delle Nazioni Unite, all’interno del Report on the World Social Situation 2003. Social Vulnerability: Sources and Challenges, disponibile qui https://www.un.org/esa/socdev/rwss/docs/2003/RWSSOverview.pdf, e ripresa in F. Macioce, The Politics of Vulnerable Groups. Implications for Philosophy, Law, and Political Theory, Palrave Macmillan, Cham, 2022.

[5] Cfr. Cfr. G. Standing, The Precariat: The New Dangerous Class, Bloomsbury Academic, New York, 2011.

[6] Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia, Il precariato come condizione strutturale del sistema della ricerca e dell’Università in Italia. Dodicesima Indagine ADI sulla condizione del postdoc in Italia. Rapporto e analisi quantitativa, Centro Studi e Documentazione ADI, Roma, 2025, disponibile qui: https://dottorato.it/content/xii-indagine-adi-su-postdoc-il-precariato-come-condizione-strutturale-del-sistema-della.

[7] Ivi, p. 5.

[8] A. Murgia, Dalla precarietà lavorativa alla precarietà sociale. Biografie in transito tra lavoro e non lavoro, I Libri di Emil, Bologna, 2010, p. 102.

[9] Cfr. in particolare M. Foucalt, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano, 2019, nonché Aa.Vv., Lessico di biopolitica, Manifestolibri, Roma, 2006.

[10] L. Winter Pereira, On Epistemonormativity. From Epistemic Injustices to Feminist Academic Caringzenship, in M. Murphy, C. Burke, C. Costa, R. Raaper (eds.), Social Theory and the Politics of Higher Education: Critical Perspectives on Institutional Research, Bloomsbury, London, 2020, pp. 149-166.

[11] Cfr. J. Butler, Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, New York, 1990, trad. it. Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Sansoni, Milano, 2004.

https://www.lafionda.org/2025/10/06/e-laccademia-bellezza/

lunedì 26 gennaio 2026

Tornerà l'America - Pino Farinotti

La letteratura, il cinema, la musica, le avanguardie artistiche e accademiche, i diritti civili, insomma la “nostra” America com’era e che adesso è umiliata, schiacciata, irriconoscibile, senza forze e senza destino, tornerà.

Dello stato degli USA di questa epoca abbiamo notizia ora per ora, non occorrono mie parole per averne l’istantanea. Mi rifaccio a un libro in uscita di qualcuno che conosce bene l’argomento, avendo vissuto in quel paese, Antonio Caprarica:
"Il Bullo - Come Donald Trump ha distrutto l’Occidente". E io completo … "e ha distrutto l’America". 
Come sempre per ragioni di spazio devo limitarmi a focus su episodi, comunque efficaci ed esemplari. Il “Presidente” versus l’università. Gli aggettivi sopra “umiliata, schiacciata” eccetera vanno implementati. Una vera e propria scure si è abbattuta su Harvard attaccata sulla propria indipendenza e sui diritti costituzionali, e privata di gran parte dei finanziamenti federali. I contributi agli studenti e ai ricercatori sono stati sospesi. Sono stati rivisti i criteri di ammissione di studenti e professori rispetto alle loro posizioni politiche. L’affondo "presidenziale" si è esteso ad oltre 60 atenei. La censura ha ordinato la soppressione di programmi dedicati alla diversità. Credo che possa bastare: un segnale e un modello davvero edificante. 
In tutto l’"affaire Presidente" (non farò il nome): mi risulta incomprensibile come leader di paesi che da millenni hanno creato civiltà e culture, fondato imperi, governato continenti, non riescano a fare argine a quella forza impropria, a questo neo-imperialismo che ci mette tutti in pericolo.

Come spesso nei miei scritti mi concedo una digressione storica, in chiave di affinità. D.T. il Presidente è investito di un potere abnorme, incontrastato, devi tornare indietro nei secoli per scovare delle analogie. Devi tornare agli imperi. Con tutte le relative variabili storiche, civili e umane naturalmente, questo salto può apparire originale, ma non improprio. Ed ecco in azione il meccanismo della memoria che di getto, come internet, sa misurare la qualità e l’importanza. Ed ecco emergere Costantino, Carlo Magno, Carlo V, Napoleone, la Regina Vittoria. Avevano in mano il mondo, come D.T.. Lui ti direbbe subito di essere meglio dell’Imperatore che aveva scatenato sette guerre, mentre lui ne ha chiuse otto. 

L’auspicio mio e di (quasi) tutti è che si appalesino leader capaci di una restaurazione che sappia sorpassare, senza dimenticarlo, l’infortunio di questa brutta stagione. Non può che essere così, lo dice la storia. Ma voglio soccorrere noi tutti, con un promemoria bello e forte, di quando l’America era quella di una volta, repubblica certo imperfetta, ma che quando era il momento accorreva in Europa e in Giappone e sconfiggeva nazismo, fascismo e imperialismo, lasciando là cimiteri con milioni di croci americane. 
Quel tempo e quella guerra, e il dopoguerra cambiarono tante cose. Le prime due parole del mio scritto sono “letteratura e cinema”. Starò a queste due discipline. Prima, nella cultura, nelle biblioteche, nelle librarie, nelle pubblicazioni, nei master, in accademia e nei convegni, prevalevano altre letterature: i russi, i britannici, i francesi, i mitteleuropei, scrittura grande e nobile, ma adesso dall’altra parte dell’Atlantico arrivavano altre forze, gente con addosso l’eredità dolorosa ma ricca e dura della guerra, che raccontava storie nuove e diverse, sesso e azione, disobbedienza, orizzonti di un mondo nuovo, roba potente: quelli, come si dice, “spaccavano”. La mia formazione e la mia generazione e altre, sono figlie soprattutto, non solo, di quel movimento. Avevamo l’età vulnerabile, diciamo prima dei vent’anni, dove leggi, studi, assumi e vieni coinvolto, ti entusiasmi e ti scoraggi. Poi cresci e aggiusti le prospettive. Dico che continuo ad essere “americano” ma sono in buona parte anche “francese”.    

Ancora: sono costretto, dolorosamente, a scelte ed esclusioni, in tutto l’immenso complesso di quella letteratura. Ma le opere emerse fanno parte del cuore e dell’anima di quella nazione. E’ un’eredità che attraverso il tempo e la vicenda umana, arriva a noi. Dico che senza quegli autori, quelle intelligenze, quelle opere, saremmo molto diversi da quello che siamo. Propongo le prime parole di undici libri. Sono poche righe, ma gli incipit sono una sorta di coro greco, di premessa-promessa che anticipa il contenuto intero. Credo che molti conosceranno questi scritti, letti nella stagione che ho detto sopra e allora l’auspicio è che vengano ripresi e riesplorati. Attraverso questa “verifica americana” sarà come tornare alla nostra gioventù, e riscontrare la differenza: come eravamo e come siamo. Sarà bello. 


La lettera scarlatta, 1850 (Nathaniel Hawthorne)

«Una folla d’uomini barbuti, dagli abiti scuri e dai grigi cappelloni a punta, e di donne in cappuccio o a testa nuda, stava raccolta davanti a un edificio di legno, la cui porta di quercia massiccia era guarnita con bulloni di ferro».

Moby Dick, 1851 (Herman Melville)
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione.

Ritratto di signora, 1881 (Henry James) 
Sotto certi aspetti ci sono nella vita poche ore più piacevoli di quelle dedicate alla cerimonia del tè del pomeriggio. Vi sono circostanze in cui, sia che si prenda il tè o no – c’è della gente che non ne vuol sapere. Quel momento è in sé stesso delizioso, 
un assetto mirabile apprestandomi a scrivere questa storia.
 

Huckleberry Finn, 1884 (Mark Twain)
Voi non sapete nulla di me, a meno che non abbiate letto un libro chiamato Le avventure di Tom Sawyer; ma non importa. Quel libro fu scritto dal signor Mark Twain, che per lo più disse la verità. C’erano delle esagerazioni, ma per lo più egli disse la verità. Questo non dimostra nulla.

Il grande Gatsby, 1925 (Scott Fitzgerald)
Quand’ero più giovane e vulnerabile, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

L’urlo e il furore,1929 (William Faulkner)
Sette aprile 1928 – Al di là dello steccato, fra i rampicanti, potevo vederli giocare. Procedevano verso la bandiera, ed io li seguivo, lungo lo steccato. Luster frugava l’erba, sotto l’albero in fiore.

Furore,1939 (John Steinbeck)
Sulle terre rosse dell’Oklahoma le ultime piogge furono leggere, e non lasciarono traccia sui terreni arati. Le lame passarono e ripassarono spianando i solchi piovani. Le ultime piogge fecero rialzare in fretta il mais e sparsero colonie di gramigna e ortiche ai lati delle strade, tanto che le terre cominciarono a sparire sotto una coltre verde. 

Per chi suona la campana,1940 (Ernest Hemingway)
«Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso; ogni uomo è una parte del continente, una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te».

Il giovane Holden,1951 (G.D. Salinger)
Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. 

On the Road, 1951 (Jack Kerouac) 
Incontrai Dean per la prima volta dopo la separazione da mia moglie. Mi ero appena rimesso da una seria malattia della quale non vale la pena di parlare, se non perché aveva a che fare con quella separazione avvilente e penosa e con la sensazione di morte che si era impadronita di me.

Colazione da Tiffany,1958 (Truman Capote)
Ho sempre avuto una certa nostalgia per i luoghi dove sono vissuto, le case e i dintorni. Ad esempio, in una delle strade di Manhattan tra la Settantesima e l’Ottantesima Est c’è un palazzo di arenaria dove, nei primi anni della guerra, ho affittato il mio primo appartamento a New York. 

Le due discipline: libri e film americani, che dittico potente. Sappiamo tutti cos’era Hollywood nella sua età dell’oro. Quando il cinema portava distrazione e serenità nell’epoca tragica della Grande depressione degli anni trenta, grazie ai film di 
Frank Capra, di Walt Disney, e a quelli con Fred Astaire e Ginger Rogers. E anche durante la guerra il compito dei film non era diverso: i figli delle famiglie americane erano in Europa e nel Pacifico, e non si sa se sarebbero tornati. Il cinema aiutava chi era a casa, soprattutto con la proposta quotidiana di documentari che cercavano di essere rassicuranti. Mi fermo a questo quadro generale perché ai lettori di MYmovies non servono altre mie parole sui titoli che seguono. Li conoscono benissimo.    

E’ davvero superfluo rilevare che tutti i romanzi citati sono diventati film, anche più volte. Chiudo con un mio mantra sul primato della letteratura rispetto al cinema: esistono film tratti da libri; salvo improprie anomalie non esistono libri tratti da film. E dunque: nessuno dei film qui sotto è diventato un romanzo.
A chiudere davvero. Un concetto che conosciamo: resistere, resistere, resistere.
L’America ritorna. 

Quarto potere, Viale del tramonto, Un americano a Parigi, Un uomo tranquillo, Fronte del porto, La parola ai giurati, A qualcuno piace caldo, Indovina chi viene a cena, 2001: Odissea nello spazio, Apocalypse Now, Manhattan, Schindler’s list.

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lunedì 5 gennaio 2026

Capodanno armato, masochismo antistatalista e Università sotto assedio - Federico Giusti e Valentina Salada

Premessa

In questi giorni di festa, per molti popoli e ampi strati delle società capitaliste c’è ben poco da celebrare, tra guerre, politiche coercitive, erosione del potere di acquisto, precarietà e tagli al welfare sociale. Non si tratta della consueta retorica buonista di sinistra, di quella solidarietà rivolta alle classi meno abbienti o ai popoli oppressi che talvolta cozza con le pratiche quotidiane: è piuttosto la constatazione di un equilibrio irrimediabilmente infranto. Oltre quarant’anni di neoliberismo hanno prodotto contraddizioni ormai insanabili, che il ritorno al bellico di certo non potrà sanare. Anzi…

In qualunque modo la si voglia leggere e catalogare, la realtà che osserviamo oggi appare, se vista con gli occhi del passato, del tutto paradossale. Quegli stessi alfieri dello Stato forte sono ora divenuti acerrimi antistatalisti.

Ciò è evidente nel settore dell’istruzione: criticano genitori e studenti impegnati politicamente, praticano repressione contro iniziative educative nel pubblico e nel privato, pur avendo in passato disprezzato le teorie pedagogiche dei nidi e delle scuole materne a contatto con la natura, si ergono a difensori di ogni esperienza pur di gettare discredito sulla gestione pubblica dei servizi educativi e non e sul ruolo stesso dello Stato.

Masochismo antistatalista e contabile nelle Università

È ormai evidente che la legge di bilancio 2026 assegnerà risorse esigue per il reclutamento di ricercatori nelle Università e negli Enti pubblici di ricerca. Un’assurdità inconcepibile, un po’ come la barzelletta delle norme sul riscatto degli anni di laurea che rischiano di penalizzare chi ha il maggior numero di anni di studio computabili: investire somme ingenti senza possibilità di anticipare l’uscita dal lavoro si configura come una beffa, confermando la linea imposta dalla riforma Fornero e la accettazione della stessa da parte di chi aveva spergiurato di abrogarla.

Così come le uscite per pensionamento (facendo pesare assai meno il riscatto della laurea e allungando la durata delle finestre di uscita dal mondo del lavoro alla pensione), allo stesso modo le assunzioni saranno estremamente limitate e del tutto inadeguate a garantire la continuità dell’azione amministrativa e dei percorsi della ricerca pubblica. Manca insomma un adeguato processo di stabilizzazione che avrebbe avuto bisogno di risorse economiche ben maggiori che a loro volta avrebbero prodotto numeri adeguati ai reali fabbisogni. Ma una operazione del genere necessitava in partenza di due presupposti: il coraggio politico delle scelte (ad esempio andare in deroga ai tetti di spesa per il personale anche limitatamente alla ricerca) e la volontà di difendere l’università pubblica senza cedere alle lusinghe del privato e dei corsi di laurea telematici.

Un anno fa, con carenze di personale già macroscopiche, si decise il blocco del turnover al 75%, con l’annunciata ghigliottina sui ricercatori fin dal prossimo anno, privando così gli atenei di circa 50 milioni di euro. Per non tacer del fatto che i nuovi contratti di lavoro in base al CCNL prevedono incrementi del 6%, mentre il costo della vita è cresciuto tra il 17 e il 18%. Questo dimostra come i contratti futuri, atipici o contrattualizzati che siano, difetteranno di equità: il personale continua, infatti, a essere penalizzato dalla erosione del potere di acquisto, i salari cresceranno in misura assai minore dell’aumento del costo della vita, la promessa di stabilità poi, che al momento nemmeno intravediamo, non garantirebbe un roseo futuro, trasformandosi in uno scherzo amaro figlio del costante e onnipresente definanziamento.

Precariato diffuso e ignorato

Ignorare i problemi è diventata una prassi politica consolidata. Lo sciopero delle Università del 12 maggio scorso, che ha abbracciato il personale precario e esternalizzato, ha visto una robusta partecipazione ponendo all’ordine del giorno questioni importanti. Ci si era attivati per contrastare la più grande espulsione della storia dell’Università, con circa 30.000 contratti di lavoro in scadenza. E proprio alla luce delle potenzialità della mobilitazione, il Governo era subito corso ai ripari con l’emendamento Occhiuto – per sostituire i precari con altri precari – inserito in extremis nel decreto d’urgenza varato per la Scuola.

La precarizzazione nella Pubblica Amministrazione e nelle Università continua a essere un dato incontrovertibile, responsabile anche della fuga dei ricercatori all’estero. Solo poche centinaia di precari legati al PNRR avranno la possibilità di stabilizzazione. Cinquanta milioni in due anni, tra FFO (= Fondo di Finanziamento Ordinario, principale finanziamento statale alle università) e FOE (= Fondo Ordinario per gli Enti e le Istituzioni di Ricerca, finanzia enti di ricerca pubblici, non le università), rappresentano una goccia nel mare. Secondo i dati ministeriali, i ricercatori coinvolti, tra PNRR e no, vanno oltre le settemila unità, mentre le assunzioni previste non supereranno le 1.600 in due anni. Senza la rimozione dei tetti di spesa per il personale, ogni risultato rimane illusorio. Alla fine il problema insormontabile è dato da un fatto incontrovertibile, ossia il definanziamento reale, silenzioso e devastante dell’Università e della ricerca.

Privatizzazione e reclutamento armato

Nelle Università, il progressivo definanziamento pubblico ha reso inevitabile il ricorso a fondi privati, comprese collaborazioni con finalità militari. Molti Rettori hanno scelto di aderire all’agenda governativa, limitando la partecipazione democratica di studenti e personale tecnico-amministrativo. La logica dei finanziamenti privati condiziona la ricerca e la didattica, orientandole verso interessi esterni e a discapito della missione pubblica dell’Ateneo.

Di recente, il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna ha respinto la proposta di costruire un corso di laurea destinato esclusivamente all’Accademia militare di Modena, difendendo la libertà accademica e l’uso responsabile dei fondi pubblici.

Tuttavia, questo rifiuto non risolve i problemi strutturali del sistema universitario: carichi di lavoro insostenibili, salari stagnanti, tagli ai diritti e appalti al massimo ribasso rendono paradossale discutere di riforme o strategie per intercettare finanziamenti, mentre ciò che serve davvero è stabilizzare, assumere e finanziare chi ogni giorno tiene in piedi le università. La qualità dell’istruzione pubblica dipende dalla dignità riconosciuta a tutto il personale — chi insegna, chi ricerca, chi gestisce laboratori e biblioteche, chi mantiene i servizi — e non dai documenti strategici.

E mentre mancano risorse per le attività ordinarie e si penalizzano decine di migliaia di ricercatori precari, il corso sarà comunque attivato all’Università di Modena, attraverso il Dipartimento di Giurisprudenza, con modifiche all’ordinamento didattico per l’anno accademico 2026-2027.

In modo sincrono, in tutti gli altri atenei alcune collaborazioni con aziende e istituzioni israeliane, pur formalmente civili, comportano rischi concreti di applicazioni militari, dimostrando come proprio il finanziamento esterno possa influenzare l’ autonomia e la stessa reputazione della Università stessa.

Sanità e Università: un parallelismo evidente

Le difficoltà delle Università italiane, tra finanziamenti insufficienti e precarietà, trovano un parallelo evidente nella Sanità pubblica, anch’essa alle prese con carenze croniche e spesa ridotta nel tempo. Nelle Università, la logica è analoga: risorse pubbliche insufficienti e finanziamenti privati vincolati a interessi specifici orientano ricerca e didattica. E alla militarizzazione…

Gli scioperi di fine autunno, in particolare quello del 28 novembre promosso dal sindacalismo di base, hanno cercato di evidenziare questa imminente e grave situazione, ma, ancora una volta, invece di unire le lotte, qualcuno ha scelto di rompere l’unità delle piazze, depotenziando la mobilitazione.

Non hai soldi per vivere dignitosamente? Tranquillo, aumentano le spese militari.

Mentre le Università e il welfare soffrono per mancanza di fondi, la spesa militare continua a crescere, evidenziando le priorità del governo. «1,1 miliardi per la Difesa non bastano, la spesa crescerà ulteriormente nel 2026», ha dichiarato il Ministro Crosetto. I fondi previsti saranno superati, con una crescita costante dal 2021, che porterà la spesa militare a 32,4 miliardi nel 2026. Tagli all’Università e al welfare, combinati a incrementi della spesa bellica, si profilano a partire dalla prossima primavera con il DEF.

Conclusione

La nostra organizzazione sindacale, la CUB, continuerà a lottare per un’Università pubblica, stabile, dignitosa e adeguatamente finanziata, con assunzioni e aumenti salariali significativi, contro la precarietà e le ingerenze esterne, e per rafforzare ogni forma di resistenza accademica a politiche di guerra e sfruttamento. Solo così il sapere potrà restare un bene comune, libero e democratico, a servizio di tutti. Ma per difendere concretamente questo modello pubblico del sapere non basterà una sola, e piccola, organizzazione sindacale, urge acquisire piena consapevolezza che certi obiettivi, specie se stridono con interessi economici e politici oggi dominanti, necessitano di sostegni ben maggiori, dentro e fuori l’università. Se il sapere è un bene della collettività, come possiamo abbandonarlo al destino delle privatizzazioni o piegarlo alle ragioni della guerra?

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domenica 30 novembre 2025

quando si può dire che la galera è troppo poco

Messina, l’ex rettore Cuzzocrea “andava a caccia di scontrini nel negozio cinese per chiedere i rimborsi all’Ateneo” - Manuela Modica

La Procura di Messina ha ricostruito la vicenda nell'ambito dell'inchiesta che ha portato al sequestro di un milione e 600 mila euro. Un esercente ha raccontato che il docente gli chiedeva le ricevute fiscali lasciate dai clienti in cassa o cadute a terra: anche da un euro

“Ricordo che il professore mi ha chiesto di raccogliere gli scontrini fiscali che i clienti lasciavano alla cassa, o quelli caduti a terra, per poi consegnarglieli. Forse per questo motivo trovate scontrini di piccolo importo pagati anche in contanti. Nel tempo ho più volte consegnato gli scontrini raccolti direttamente al professore”. Il piccolo importo in questione riguarda soprattutto 7 scontrini, di 1 euro, 1,20, 1,50, 2 euro, o perfino l’esoso 4,50. Sono scontrini, che – secondo quanto ricostruito dalla procura di Messina – un commerciante di un emporio cinese ha dato a Salvatore Cuzzocrea, che a sua volta li ha presentati all’università di Messina, da lui guidata in quel momento, per ottenere un rimborso.

Gli scontrini presentati sono arrivati poi alla cifra complessiva di 18.240 euro. Era in questo emporio che l’ex rettore di Messina, e presidente della Crui, la Conferenza dei rettori italiani, aveva acquistato “materiale elettrico per un utilizzo edile (bobine di cavo elettrico anche di dimensione sino a 4 mm, pozzetti, morsetti, canaline, tubo corrugato anche di grosso diametro, faretti, interruttori, prese eсс), nonché casalinghi (detersivi, bacinelle, ferramenta, ruote ecc.) in grandi quantità”. Così si legge nel decreto di sequestro firmato dal gip Eugenio Fiorentino, su richiesta della procuratrice aggiunta Rosa Raffa e delle pm Liliana Todaro e Roberta la Speme. Nelle 700 pagine del decreto che dispone il sequestro di 1 milione 600 mila euro si legge anche dei bonifici fatti da 14 ricercatori. Cuzzocrea è anche ordinario di Farmacologia e a capo di una dozzina di studi di ricerca. “Disconosco le firme apposte su tutte le richieste di rimborso che mi sono state poste in visione, ad eccezione di , non ero a conoscenza del fatto che il prof. Cuzzocrea presentasse delle richieste di rimborso a mio nome”, così racconta uno dei 14 ricercatori, ma le versioni sono un po’ tutte uguali. E un’altra racconta: “Non ero a conoscenza del fatto che il prof. Cuzzocrea presentasse delle richieste di rimborso a nome mio. Solitamente, ci rivolgevamo al prof. Cuzzocrea quando mancava qualcosa in laboratorio, e sapevo che lui anticipasse le spese per l’acquisto del materiale di consumo. Pertanto, quando mi venivano accreditate sul conto corrente personale le somme da parte dell’Università, io procedevo immediatamente a rigirarle al professore Cuzzocrea, pensando che si trattasse di rimborsi per spese da lui sostenute per l’acquisto di materiale da laboratorio che, di volta in volta, gli chiedevamo di acquistare. Pensavo fosse una procedura regolare trattandosi comunque di soldi tracciabili e accreditati sul conto corrente da parte dell’università di Messina, procedura tra l’altro avvallata anche dagli uffici amministrativi”.

Non a caso il gip parla dell’esistenza “di un vero e proprio sistema architettato dal Cuzzocrea per appropriarsi di parte dei fondi destinati alla ricerca, di cui egli aveva la disponibilità giuridica, mediante un sistematico abuso delle proprie funzioni pubbliche (di responsabile scientifico dei progetti e di rettore dell’Università), accompagnato dalla predisposizione di atti falsi o di altri artifici, tali da gonfiare gli importi chiesti a titolo di rimborso”, scrive il gip Fiorentino. Che sottolinea anche: “Approfittando del clima di soggezione e, in parte, di lassismo degli organi deputati all’istruttoria ed ai controlli: in taluni casi l’indagato ha chiesto il rimborso quali spese afferenti ai progetti di ricerca di beni destinati alla già menzionata società Divaga, in altri si è addirittura munito di scontrini precedentemente gettati dai clienti all’interno degli esercizi commerciali, ove era solito fare acquisiti”.

Ma non è ancora tutto, in un altro caso il comune di Messina aveva a disposizione del basolato in eccesso, frutto di un lavoro ormai concluso in una struttura, ne ha dunque fatto dono all’università di Messina. Quel basolato, però, secondo quanto ricostruito dalle magistrate, è finito nell’ampio maneggio di cui Cuzzocrea è titolare per l’80 per cento (il restante 20 è della moglie).

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lunedì 17 novembre 2025

Libertà di parola versus libertà accademica: un conflitto ai limiti della post-democrazia - Marco Pitzalis

 

Nel dibattito pubblico si fa largo una questione cruciale che riguarda la libertà di parola, i suoi limiti e il rapporto con le libertà accademiche (Nda Sapiro et alii).
Questa questione è diventata attuale in particolare durante la crisi pandemica, quando tra discorso esperto, comunicazione politica, comunicazione istituzionale, comunicazione nei media tradizionali e nei nuovi social media (la presa di parola diffusa) si realizzò un cortocircuito a livello politico e comunicativo che non è stato ancora decifrato.
Nello stesso tempo, si è rafforzata tra le élite la tendenza a asserire che il sapere esperto debba non solo governare la politica, ma anche essere l’unico principio legittimo della presa di parola.
Questo anche senza considerare che i “saperi esperti”, in casi complessi che esondano da una sola expertise disciplinare (per esempio la virologia), dovrebbero coprire altre dimensioni cruciali quali quella medica, organizzativa, sociale, economica, politica, giuridica e psicologica. Quindi scegliere quale expertise sia l’unica pertinente è già di per sé una scelta “arbitraria” e certamente non democratica.
Di fronte alla crisi pandemica, è stato infatti messo in discussione il principio del diritto di parola, contrapponendo in modo definitivo “expertise” e “free speech”, giacché tutte le questioni relative al diritto, all’umano e al sociale dovevano discendere da un unico discorso legittimato a parlare.

La reazione alla deriva giacobina e iper-positivista nel governo della crisi pandemica ha però avuto l’effetto paradossale di minare la fiducia nelle istituzioni politiche, mediche, nazionali e internazionali. Questo effetto sociologicamente prevedibile non è stato considerato, giacché l’expertise sociologica non è mai stata legittimata a parlare in questa materia. Il risultato è stato di alimentare a dismisura il peso politico e mediatico di forze che rivendicano il principio del “free speech” contro l’expertise.
Questo “free speech”, bisogna fare attenzione, non coincide con la difesa del diritto di parola. Si tratta della rivendicazione della parola libera (o del dire parole in libertà): cioè il potere (non il diritto) di dire quello che si vuole, ivi compresa la menzogna, l’umiliazione, l’offesa e la violenza verbale contro persone in condizione di fragilità personale e politica.
La rivendicazione di free speech trova certamente una forza propulsiva nella rivalsa contro il moralismo e il normativismo woke e di certa “cancel culture”, ma trae la sua linfa dalla particolare struttura della società americana (e europea) e dal peso relativo di capitale culturale ed economico nella distribuzione delle posizioni. Senza comprendere questa struttura non si capirebbe il voto operaio per i partiti reazionari dal punto di vista sociale.
La questione del “free speech” riguarda in modo massiccio la sfera politica e pubblica, non solo in quanto rivendica l’uso di linguaggi razzisti e sessisti, ma perché imbroglia impunemente il confine tra verità e menzogna. A questo imbroglio dei confini contribuisce oggi l’irruzione dell’intelligenza artificiale con la sua capacità di alterare immagini e suoni, rendendo ancora più difficile orientarsi tra realtà e invenzione della realtà.
Il “free speech” in questo contesto non è dunque la libertà di prendere parola, ma l’affermazione di un nichilismo della parola che non ha come obiettivo una ricerca dialettica del consenso, una (ri)negoziazione dei significati e il dibattito come processo dialogico di ricerca collettiva della verità. Al contrario, è semplicemente e brutalmente l’affermazione violenta del punto di vista dei gruppi dominanti e la difesa dei loro interessi.
Nello stesso tempo, in molti paesi occidentali sono messe in questione le libertà accademiche. Negli USA si segnala un ritorno alle purghe che colpirono il mondo accademico, quello della cultura e del cinema (denominate maccartismo, come per delimitare a una persona le responsabilità storiche e strutturali), e anche in Italia il ddl Gasparri che equipara antisemitismo e antisionismo pretende di regolare la presa di parola in contesto accademico sulla questione israelo-palestinese e coopta le università dentro la guerra delle parole (e anche alla presa di parola tout-court).
Al di là di questo, è sempre più forte l’intolleranza verso le manifestazioni di dissidio e protesta degli studenti universitari. Mentre, in Italia, la presa di parola dei ricercatori è oramai un ricordo del passato, i sistemi nazionali ed europei di finanziamento della ricerca si presentano come dispositivi di disciplinamento e mobilitazione morale e politica (vedi il PNRR, i progetti Horizon, Erasmus+ ecc.). Tutti elementi che mettono in luce la crescente crisi di autonomia del campo universitario.
Libertà accademica e libertà di parola non sono però la stessa cosa. E lo dimostra il fatto che chi rivendica il “free speech” attacca la libertà accademica.
Occorre dunque operare una netta distinzione tra libertà di parola nell’arena pubblica e libertà accademiche. Sembra una sottigliezza giuridica o filosofica, ma non lo è. Le due operano in territori diversi, con logiche diverse e responsabilità diverse. Eppure, nella pratica discorsiva quotidiana, tendono a intrecciarsi fino a confondersi.
La libertà di parola è un diritto generale e designa il fatto che tutti possono dire, argomentare, criticare. La libertà accademica riguarda invece la produzione e la trasmissione di conoscenza disciplinata da una metodologia, da prove, da un processo di revisione tra pari, dall’accountability. Non è un privilegio corporativo, ma un dispositivo democratico.
Negli ultimi anni, questa distinzione è stata corrosa dall’esplosione di discorsi indifferenti alla verità, ciò che Harry Frankfurt chiamava “bullshit” (a queste tematiche è dedicato il Symposium “Academic Freedom under Attack” editor by Gisèle Sapiro and Thibaud Boncourt. Sociologica, 19-3, forthcoming). Bullshit non è la menzogna, che perlomeno riconosce la verità per capovolgerla, ma l’indifferenza a qualunque criterio di verifica. È un sintomo del nostro tempo caratterizzato dalla moltiplicazione delle fonti, retto da un’economia dell’apparenza, governato da algoritmi della visibilità. Tuttavia, osservo che ci sia un  rischio anche a voler ridurre tutto il conflitto epistemico a una lotta tra due polarità distinte: verità e “scemenze”. Questo significa negare le zone grigie nelle quali ci muoviamo anche in ambito accademico (tra conflitto interno e presa di parola esterna). Le scienze non sono monoliti e il ruolo dell’intellettuale spesso ambivalente. Nei campi scientifici si litiga e il meccanismo di fondo è quello del dubbio sistemico e dell’opposizione dialettica. Quando la critica al potere viene sistematicamente screditata come “ideologica”, la discussione pubblica si atrofizza.
Sulla questione del cambiamento climatico (vedere a questo proposito Pellizzoni 2007), per esempio, vengono certamente dette molte scemenze. Ma possiamo ridurre tutta la critica al discorso mainstream dell’IPCC alla categoria di bullshit?
Geologi e climatologi discutono da decenni su scale temporali, cause, pesi dei fattori. Qual è il peso del fatto umano? Per quanto l’“Antropocene” sia usato ovunque, dal punto di vista delle discipline geologiche non è considerato ancora un’epoca ufficiale. Questa non è post-verità, non è una scemenza da militante dell’ultradestra illetterato, ma è una forma di pluralismo disciplinato. È esattamente l’arena dove la libertà accademica lavora.
Se appiattiamo tutto, marginalizzando la critica scientificamente fondata, paradossalmente, regaliamo potere a chi decide cosa è “bullshit”. Governi, media, apparati militari e di sicurezza non sono arbitri neutrali. Operano con priorità proprie, spesso estranee ai principi della ricerca. La crisi climatica in questo contesto non è dunque neutra rispetto agli usi che ne vengono fatti per indirizzare le politiche industriali.
Quindi non basta tenersi alla larga dalle scemenze ma occorre anche difendere il campo accademico dall’eteronomia. Le norme morali che ci dicono cosa è legittimo dire non sono solo prodotte all’interno dell’accademia, ma vengono modellate da logiche esterne, dal marketing politico, dalle polemiche mediatiche, dagli scandali istantanei. L’università reagisce spesso inseguendo, anziché anticipando. La tentazione è respingere tutto ciò che “non ci piace” nel recinto del nonsense. Ma la storia ci mostra che molte verità scientifiche nascono minoritarie, sospette, eccentriche. L’università è una macchina fragile. Quando smette di tollerare il disaccordo metodologicamente fondato, smette di essere università.
Occorre distinguere, innanzitutto, la critica dalla censura. Senza critica non esiste progresso, senza limiti non esiste conoscenza. La contestazione degli studenti a un professore non è censura, se questa non porta all’annichilimento della persona. Quindi non è su questa che deve essere concentrato lo sforzo che invece dovrebbe essere diretto a  rendere visibili le pressioni esterne. L’autonomia non è un muro, è un equilibrio negoziato e il rapporto tra campo accademico e campo del potere è un equilibrio instabile che va continuamente monitorato. 

La lotta per l’autonomia del campo è, dunque, una lotta per la possibilità stessa di produrre verità non immediatamente subordinate agli interessi dominanti. È un conflitto costitutivo e ogni volta che l’università cede all’invasione di logiche esterne, ciò che viene indebolito non è una corporazione, ma la funzione pubblicadella conoscenza  Infatti, ciò che conta non è chi parla, ma come parla, cioè con quali prove, con quali metodi, sotto quali forme di responsabilità reciproca. La verità non è una bandierina da apporre su un territorio occupato, ma il processo collettivo di costruzione del consenso intorno alle risposte a una domanda.
Per questo la libertà accademica non è un privilegio della corporazione professorale, ma un investimento pubblico nella possibilità stessa di discutere seriamente. E questa possibilità, oggi, non è mai stata così preziosa né così fragile. 

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venerdì 14 novembre 2025

Il mondo magico dell’occidente liberista: un oceano di menzogne - Andrea Balloni

 

Si ha spesso la chiara consapevolezza che ci vengano raccontate bugie e la spiacevole sensazione di vivere in un mondo falsificato, di avere una visione distorta, quando non ribaltata, di ciò che ci accade intorno; e si fa altrettanto spesso fatica a comprendere e discernere la realtà, mentre si prova un senso di paura nel guardarsi a fianco e vedere masse di persone che, non esenti i congiunti, ipnotizzate da decenni di falsità, non riescono a svegliarsi e, come sonnambuli, diventano perfino violente davanti al tentativo altrui di accendere una luce.

Allora, nel cercare una chiave a questo senso di imbarazzo, pensieri di politica mi si accostano in maniera naturale al ricordo di un libro dell’antropologo Ernesto De Martino, che lessi qualche anno fa, sul ruolo della magia nello sviluppo della psicologia degli individui e della società umana.1

Un sistema liberista, per sua stessa essenza, si nutre di sfruttamento e di povertà, si nutre della fame, della distruzione, dell’ignoranza e della paura; e perciò ha da sempre la continua necessità di creare magicamente un mondo nuovo, in una eterna palingenesi che rinnovi le condizioni e le ragioni di vita all’interno della sua struttura sociale.

In termini più chiari, l’apparato economico-politico che comanda oggi sull’Occidente è costretto ogni giorno a far ricorso alla menzogna come strumento di magia e a ricreare così un mondo nuovo, falso, ma rinnovato nella speranza dei popoli di riaffermare la propria esistenza e il significato di essa, in una società ostile e di fronte a una perpetua crisi culturale.

Ciò accade forse a maggior ragione oggi, quando il nostro sistema vive la sua stagione più paradossale e dicotomizzata, tra una mancanza di alternative organizzate e un tramonto ormai conclamato e dove dunque la menzogna diventa lo strumento maligno della magia archetipale umana, strumento attraverso il quale si soggiogano le nazioni, proprio nel momento stesso in cui esse riaffermano le proprie istanze di cosmos e di armonica convivenza.

La magia americana

Gli Stati Uniti sono il Paese maestro per quanto attiene alla menzogna: è il Paese di Hollywood, del cinema, della finzione che crea realtà parallele, dell’eterno racconto della frontiera americana, delle pistole, della violenza creatrice e del mito americano che fonda una nuova utopica società sull’oblio delle proprie radici; e proprio sulla conseguente ingenuità di una intera Nazione che rifiuta di leggere la storia, di accettarla e di farne tesoro, una Nazione che abbandona le radici appunto, insiste la sua porosa permeabilità al magico.

In tal modo, i suoi vertici ricreano ogni giorno un mondo magico e fasullo, dove nella maniera più strabiliante, perfino la politica e la diplomazia vivono immerse nel gioco della metamorfosi ambientale che prende vita dalle loro mani e dai loro desideri, fino al paradosso che la bugia diventa illusione: illusione di invincibilità, di immutabilità; illusione di essere guida di moralità e giustizia, all’interno dell’illusione fondativa di una predestinazione divina che trova la sua base nella cultura protestante.

La reiterazione eterna dei fallimenti, sia in politica estera che in politica interna, diventa dunque lo specchio dell’illusione americana; l’incapacità di comprendere il mondo che li circonda consiste nella riluttanza a svegliarsi dal sistema onirico che loro stessi si sono prodotti, attraverso un articolato complesso di bugie e di ignoranza.2

Ma parlare di Stati Uniti oggi equivale esattamente a parlare di Europa. Questa parte di mondo che è cresciuta martellata dai film hollywoodiani è figlia dei progetti angloamericani di appiattimento culturale che presero il via già dagli anni cinquanta e che hanno attuato una progressiva sostituzione dei riferimenti di una cultura egemone su un’altra, a partire dalla lingua, e i cui effetti sono purtroppo sempre più evidenti. L’Unione Europea non è quindi che l’epifenomeno istituzionale di un processo magico di sostituzione culturale.

Questo avviene nel quadro di un progressivo annullamento degli Stati nazionali e di una totale genuflessione al potere delle grandi oligarchie, per cui, in ogni istante, ripiombiamo dentro l’ennesima rappresentazione cinematografica di distruzione della realtà, travisamento e ricostruzione magica, ad applaudire i vertici della Commissione Europea, che ci raccontano, per fare un esempio, di come chi vince il Nobel per la Pace sia una paladina di diritti umani, libertà e democrazia.

La bacchetta magica

La parola chiave è dunque magia e la menzogna è il suo strumento, la bacchetta magica.

La menzogna è l’unica cosa di cui un sistema liberista non potrà mai veramente fare a meno. E siccome un sistema liberista, a dispetto di quanto vuole la sua dottrina, si autoregola nel distribuire le risorse solo tra chi le risorse le possiede già, e in maniera la più verticistica possibile, il continuo stravolgimento della percezione di ciò che ci circonda diventa fondamentale per neutralizzare il dibattito politico, renderlo superficiale e mai incisivo, in uno spettacolo che soddisfa la pancia della politica e che mette a tacere la coscienza di popoli resi dipendenti unicamente dai loro bisogni più elementari, sottratti infine alla riflessione e all’azione.

È vero, il potere nella storia ha sempre raccontato bugie, ha sempre deformato la realtà per mantenere i suoi privilegi. Ma, negli ultimi cento anni, la mistificazione è stata messa a sistema. È nata una scienza del falso e della propaganda, con i suoi illustri studiosi, da Edward Bernays a Ivy Lee, da Goebbels3, fino ai teorici delle rivoluzioni colorate.

Migliaia e migliaia di agenzie, fondazioni, associazioni finanziate dai governi occidentali, e capillarmente diffuse in tutto il mondo, operano una costante azione di contraffazione ambientale: bacchette magiche che distribuiscono visioni distorte, nuove prospettive, nuovi mondi.

Si dia un’occhiata al lungo elenco4, realizzato da ricercatori indipendenti, delle agenzie finanziate dal solo NED (National Endowment For Democracy), per avere un’idea seppur vaga della capillarità e del volume dei finanziamenti dei soli Stati Uniti in propaganda, almeno fino alla seconda epoca Trump.

L’Unione Europea, dal canto suo, non si risparmia; la bacchetta magica liberista si abbatte in Europa come uno tsunami di denaro su tutte le Università e su ogni organo di informazione, attraverso finanziamenti a bandi per ricerche, corsi, progetti giornalistici e servizi di informazione su temi funzionali al consenso europeista e contro la cosiddetta disinformazione; cosa che decreta l’evidente fine di quella libertà accademica che sta alla base della ricerca critica e alla base dello sviluppo intellettuale in un società evoluta, almeno quanto decreta la fine della libertà di stampa.

Si leggano in proposito le ricerche di Thomas Fazi sul programma “Jean Monnet”5 e sulla “Macchina mediatica di Bruxelles”6.

Un oceano di menzogne

In questo mondo magico e incantato, ci hanno dunque fatto credere che il nostro nemico erano i poveri, i disgraziati che non hanno niente, il barbone senza casa; ci hanno fatto credere che il nostro nemico era il popolo che viveva a fianco al nostro, perché credeva in un altro dio o parlava un’altra lingua.

Abbiamo visto l’ipocrisia che si fa scudo del diritto internazionale in condanne senza appello, per poi farsene beffe in guerre illegali; abbiamo visto compiere o provocare carneficine; abbiamo visto morire milioni di persone, soldati e civili, indurre la fame e la miseria, per cause inesistenti e totalmente bugiarde; abbiamo visto dividere le nazioni e separare le famiglie; abbiamo visto sostituzioni etniche e la scomparsa di culture millenarie, per interesse e calcoli privati; abbiamo visto ingerenze nei governi nazionali di altri paesi, colpi di stato sanguinari e l’instaurazione eterodiretta di regimi fascisti; abbiamo visto colpi di stato guidati da ripugnanti rivoluzioni colorate, dove spadroneggiavano l’ipocrisia e la mistificazione.

Ci hanno spaventato con le bombe e le stragi e ci siamo rifugiati tra le braccia del potere; ci hanno spaventato con le malattie, con il clima e lo spread e ci siamo rifugiati tra le braccia dei nostri aguzzini.

Ci hanno detto che noi italiani eravamo degli spendaccioni, mentre per decenni abbiamo soltanto finanziato gli interessi passivi su un debito pubblico voluto e deciso altrove, senza ricevere niente in cambio, per vederci anzi imporre austerità e la progressiva distruzione di uno stato sociale costruito in decenni di lotte; ci hanno detto che non c’era alternativa, che la presenza dello Stato era un problema; ci hanno detto che il potere rappresentava il bene e la verità e noi abbiamo chiesto la loro protezione.

Il grande mercato; tifoserie in curva

La percezione della realtà da parte delle masse all’interno di questo ambiente falsificato è talmente stravolta che vi può accadere di tutto. Ogni bugia ha diritto d’asilo, finché non acquista cittadinanza e diventa verità. La società umana inserita in un sistema liberista si riduce a un grande mercato senza alcuna guida morale. Tutto si può comprare, dunque tutto si vende, tutto diventa merce e, nella stessa misura in cui si comprano e si vendono i beni e i servizi, si comprano e si vendono i sostantivi astratti: i sentimenti, la cultura, i titoli e le lauree, l’onestà, la libertà, la verità, così come si comprano e si vendono la morte, gli scandali, i drammi familiari o quelli di intere nazioni. Addirittura “rivoluzione”, la parola più nobile del novecento è comprata e venduta, fino a farla diventare docile strumento di propaganda7.

Le attività intellettuali, anche le migliori, vendute al consumo mediatico, si fanno semplici, digeribili, verità bianche o nere, per essere ingerite da curve di tifosi. Il residuo di ciò che un tempo si chiamava politica diventa perciò tifo, appunto, come quello del calcio.

La realtà si semplifica per le anime semplici, il pensiero si fa grettamente duale, anzi manicheo: questo è buono, quello è cattivo, questo è di sinistra, quello è fascista, senza una riflessione articolata e senza nessun approfondimento culturale, senza sfumature.

Le masse partecipano alle manifestazioni politiche come i tifosi di una squadra di calcio vanno allo stadio: la bandiera, la sciarpa della squadra del cuore e slogan decerebrati, pronunciati solo per fede e all’interno di un gruppo cui affidare ogni responsabilità civile per i propri atti e per le proprie parole.

La politica che diventa tifo soddisfa le coscienze di popolo bambino, ma si rende socialmente inutile, disinnescata e organica al potere.

Normalizzare l’indignazione e il dissenso.

In questo mondo magico dunque, ogni ribellione viene normalizzata, ogni sentore di risveglio alla realtà viene catturata e ricondotta in un alveo di innocuità.

Il mondo si ricrea quando si vuole, quando ce ne sia necessità, basta un colpo di bacchetta magica, e un po’ di faccia tosta.

E così in Italia e in Europa troviamo partiti e sindacati che, dopo decenni di complicità con i servi dell’estremo liberismo che erode la nostra società, che esporta morte e sopraffazione, decenni di complicità perfino con il nazismo ucraino, si arrabattano in piazze che non conoscono più per tentare di avocare a sé e normalizzare movimenti di opinione spontanei e sfuggenti che si fanno pericolosi per la tenuta del loro sistema consociativo; mentre nel Paese più magico di tutti, in un imbarazzante delirio, il Presidente e il Dipartimento di Stato riconducono a sé la lotta per la libertà di espressione,8 parlando di “censura orwelliana” applicata in Europa.9

È il tipico gioco del potere occidentale, quello che cerca di intestarsi ipocritamente lotte sociali, quando si tratta in verità di andare a occupare la relativa casella politica col fine di normalizzarne il movimento. È il gioco dell’oppressore che finge, in sintesi, di salvare l’oppresso per scongiurare lo sviluppo di espressioni di emancipazione e rimettere i destini dei popoli nelle mani del potere.

L’indignazione condivisa, di gruppo, multimediale, l’indignazione indotta, semplice come comprare con un abbonamento a Sky o pagare il canone Rai, si trasforma in propaganda, una dimostrazione plastica di libertà e di pluralismo: la libertà e il pluralismo concessi dal potere che viglia su di essi.

Ci può essere qualcosa di più magico di questo? Una metamorfosi sotto i nostri occhi.

La testa è purificata come dopo una sessione di meditazione indiana, la pancia sazia come dopo il pranzo di Natale e gli spiriti più inquieti e più ribelli possono andare a letto soddisfatti; alla lotta ci penseranno domani.

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Fonti

1-Cfr Il Mondo Magico -Ernesto de Martino, Einaudi 1948

2-https://www.foreignaffairs.com/united-states/lies-america-tells-itself-about-middle-east-gaza?utm_medium=newsletters&utm_source=twofa&utm_campaign=The%20Lies%20America%20Tells%20Itself%20About%20the%20Middle%20East&utm_content=20250919&utm_term=EWZZZ005ZX

3-Gianluca Magi -Goebbels. 11 tattiche di manipolazione oscura, 2021

4-https://docs.google.com/spreadsheets/d/1gaBuueuNy0FRCQgv8iBA1tjyZNM5qBf_u4ulWo6DjLs/htmlview

5-https://brussels.mcc.hu/publication/professors-of-propaganda-how-the-eus-jean-monnet-programme-corrodes-academia

6-https://brussels.mcc.hu/uploads/default/0001/01/18fb1038874ea002371e25e64b22b31da11e46d5.pdf

7 La ribellione addomesticata -Andrea Balloni

 

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