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giovedì 30 luglio 2026

Stipendi PA, la riforma Meloni taglia gli accessori: ecco chi rischia di perdere soldi - Federico Giusti

Il Governo Meloni procede spedito con le modifiche al sistema di valutazione delle performance nella Pubblica Amministrazione. Il salario accessorio diventa una variabile dipendente dai cosiddetti "risultati certificati" da dirigenti e funzionari. È un argomento su cui ci siamo già soffermati, ma proprio perché rischia di cadere nell'oblio, torniamo ad esprimere alcune considerazioni. Analizzeremo il rapporto tra la performance e la costruzione di un'ideologia valutativa, fino ad arrivare ai contratti nazionali con aumenti inferiori al costo della vita e istituti contrattuali divisivi.

La Costruzione del "Demerito"

La riforma del Merito, alla fine, persegue due obiettivi rilevanti: ottenere valutazioni più basse e aumentare le differenziazioni tra dipendenti. Questo scenario porterà a penalizzazioni non solo economiche, ma anche sulle progressioni di carriera. Si sta costruendo un sistema in cui ottenere valutazioni elevate sarà assai più difficile rispetto al passato. In questo modo, si potranno spingere verso il basso le retribuzioni reali del personale, dopo aver esaltato la sottoscrizione, in tempi record (visti i ritardi cronici del passato), dell'ultimo contratto per scuola, statali e funzioni locali. Ma su questo torneremo più avanti.

La Retorica del Merito e la Gerarchia

La ratio di questo provvedimento si deduce dall'assenza di credibilità dei meccanismi premiali, delegittimati nel corso del tempo. Spesso la "performance" è una reale perdita di tempo, gli obiettivi conferiti al personale un mero rito, e la formazione una manna per quell'industria privata che banchetta attorno al Pubblico.

Differenziare le valutazioni a tutti i costi sembra essere la soluzione per restituire senso all'intero sistema, stabilendo il principio, di per sé illogico, che una valutazione non funziona se non presenta forti disparità. Si dimentica che, con le regole attuali, è sufficiente mezzo punto in meno per essere esclusi dalle progressioni di carriera; progressioni che, per intervento della Ragioneria Generale dello Stato, non possono comunque essere erogate a più del 50% degli aventi diritto.

Queste considerazioni ignorano che stiamo parlando di soldi dei lavoratori: quella "produttività" che di fatto sostituisce la quattordicesima e che non dovrebbe essere soggetta a una lotteria. Lotteria attraverso la quale si stabilisce anche il sistema di potere dirigenziale e dell'area quadri sul restante personale. Le valutazioni servono anche a rendere palese la gerarchizzazione dei ruoli e la catena di comando. Al resto pensano i codici etici e comportamentali, l'obbligo di "fedeltà aziendale" con regolamenti che possono penalizzare il dipendente anche per comportamenti pubblici tenuti fuori dal luogo di lavoro. Tutto questo non incide positivamente sulla macchina organizzativa e gestionale della PA; chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire.

La Nuova Disciplina e la Carenza di Risorse

La nuova disciplina modifica l’articolo 3 del d.lgs. n. 150/2009, cambiando anche i meccanismi di calcolo per proporzionare la retribuzione al punteggio ricevuto. La cultura della performance e la retorica del merito sanciscono il trionfo delle disparità di trattamento economico, spesso al solo fine di dare un senso burocratico all'intero ciclo valutativo.

L’organo di indirizzo politico-amministrativo (negli Enti locali, il Sindaco) definisce gli obiettivi insieme ai dirigenti. Spesso e volentieri si costruiscono obiettivi a immagine e somiglianza del Programma di mandato della Giunta, a discapito dell'autonomia tra politica e amministrazione. Questa autonomia è già fortemente minacciata dalla possibilità di nominare dirigenti di seconda fascia senza concorso pubblico.

In diverse occasioni, i Governi sono stati richiamati dalla Corte dei Conti a individuare obiettivi da perseguire improntati a una maggiore selezione. Tempo inutilmente perso in una PA che perde, specie in alcuni comparti, migliaia di dipendenti, con dinamiche salariali al ribasso e con strumenti di lavoro risibili se confrontati con altri paesi europei.

Facciamo un esempio concreto: in un ospedale con organici inferiori del 20%, doppi turni e ferie soppresse, il ruolo dei dirigenti dovrebbe essere quello di costruire un sistema che differenzia il punteggio di due infermieri che operano nello stesso reparto, fianco a fianco? Vi sembra possibile con un servizio sanitario al collasso?

La Demagogia del "Cittadino Valutatore"

La riforma introduce un modello di valutazione coinvolgendo nella performance la cittadinanza. Tuttavia, l'utente spesso non ha le conoscenze necessarie per distinguere eventuali errori o negligenze di un singolo lavoratore dalle inadempienze strutturali dei dirigenti e dei vertici amministrativi.

Se un cittadino protesta (legittimamente) per un disservizio, è certo di conoscerne la vera causa? È prodotto da una riduzione di spesa, da organici inadeguati o da scelte politiche che spingono verso la privatizzazione dei servizi? Invocare la valutazione dei cittadini serve per far credere all'opinione pubblica che il loro parere conti, quando invece le istanze sociali reali vengono calpestate. Se interessasse davvero l'opinione dei cittadini, oggi non avremmo i tetti di spesa che limitano fortemente le assunzioni nella PA, avremmo abbattuto le liste di attesa in sanità e avremmo maggiori interventi sociali.

L'Ideologia delle "Eccellenze" a Numero Chiuso

La riforma prevede che, in ciascun ufficio dirigenziale generale, i punteggi massimi non potranno essere attribuiti a più del 30% dei dipendenti appartenenti alla stessa categoria o qualifica. Si stabilisce per legge che solo pochi avranno il punteggio massimo e, di conseguenza, valutazioni più alte. La differenziazione e le disuguaglianze economiche diventano il faro guida dell'agire nella PA. Inoltre, tra quanti avranno ottenuto le valutazioni più elevate, solo il 20% potrà essere considerato "eccellente", con concrete opportunità di carriera e miglioramento economico.

Salari da Fame e Fuga verso il Privato

Il meccanismo che guida questa riforma dovrebbe essere chiaro: bloccare la dinamica salariale. Gli stipendi nella PA italiana continuano ad essere tra i più bassi d'Europa. I rinnovi contrattuali presentano forti sperequazioni tra i comparti del Pubblico e perfino tra Enti dello stesso comparto.

Avere sottoscritto un contratto in tempi accettabili non costituisce un'inversione di tendenza rispetto alle politiche restrittive intraprese da tempo, specie se poi gli istituti contrattuali risultano sempre gli stessi (divisivi e discutibili), e se la tendenza è quella di rafforzare la contrattazione di secondo livello a discapito di quella nazionale. Gli ultimi contratti non recuperano il potere di acquisto perduto. Trovare novità positive nei testi contrattuali è un'impresa ardua.

L'adeguamento dei salari al costo della vita è impossibile fino a quando vigeranno le attuali regole in materia di contratti. Regole che il Governo non cambierà perché, spingendo al ribasso i salari, punta a frenare ogni azione conflittuale. In questo scenario, si piegano i sindacati alla logica perdente del "contenimento del danno", mentre dipendenti formati e preparati scappano dal pubblico verso il privato dove, ironia della sorte, troveranno spesso condizioni retributive e lavorative migliori.

da qui

domenica 7 maggio 2023

Quante bufale ci hanno fatto credere sulla pubblica amministrazione! - Associazione Marco Mascagna

 

E’ convinzione di molti che l’Italia abbia una pubblica amministrazione inefficiente, con una pletora di dipendenti, in maggioranza scansafatiche. Quasi ogni Governo promette e, spesso, effettua tagli ai ministeri e ad altri enti pubblici, perché sa che una gran parte degli elettori plaudirà a questi tagli. Anche il Governo Meloni non è da meno: con la finanziaria 2023 ha approvato tagli alla pubblica amministrazione (all’Agenzia delle Entrate, ai ministeri, alla Sanità ecc.) e un taglio di circa 6 miliardi al “Sostegno e riequilibrio territoriale”, cioè al fondo per colmare le sperequazioni tra Nord-Centro e Sud Italia [1]). Ora ha approvato il Documento di Economia e Finanza (DEF) che prevede tagli per 1,5 miliardi ai ministeri e altri tagli alla pubblica amministrazione [2]. E’ necessario chiedersi: quel che si dice della pubblica amministrazione italiana è vero o no?

Se si vanno a vedere i dati appare evidente che non è assolutamente vero, che è un luogo comune (falso come quasi tutti i luoghi comuni).

L’Italia ha un numero di dipendenti nella pubblica amministrazione al di sotto delle medie UE e OCSE e molto al di sotto rispetto non solo ai Paesi scandinavi, ma anche a Francia, Gran Bretagna, Spagna, Canada, Stati Uniti. In Svezia c’è un dipendente pubblico ogni 7.000 persone, in Francia ogni 11.000, in Gran Bretagna ogni 12.000, negli Stati Uniti (dove gran parte dei servizi che da noi sono pubblici sono svolti da privati) ogni 14.000, in Italia ogni 17.000 [3]. Se si confronta il numero di addetti nel settore privato con quello nel pubblico, la situazione è ancora peggiore: l’Italia è al quart’ultimo posto nella UE nel rapporto lavoratori nella P.A./lavoratori nel privato [3]. Se l’Italia volesse eguagliare la Francia come numero di addetti nella pubblica amministrazione ogni 1.000 abitanti dovrebbe assumere 1.894.000 persone, cioè aumentare del 56% la dotazione [3].

Altro che tagli! Di tagli ne sono stati fatti già tanti, troppi: 200.000 posti in meno tra il 1992 e il 2008 e 400.000 tra il 2008 e il 2014 [4]. Tra il 2008 e il 2017 il personale della pubblica amministrazione si è ridotto del 7,5%. Tra i settori con maggiori riduzioni del personale INPS, INL, INAIL (-27%), l’università (-21%), i ministeri (-18%), le regioni e gli enti locali (-12%), le agenzie fiscali (-10%), la polizia (-8%), la sanità (-6%) [5]. Tagli che sono stati ottenuti con il blocco del turn over, cioè bloccando le assunzioni. Tagli che, come sempre avviene in Italia, hanno interessato soprattutto il Sud Italia. Infatti, rispetto al Nord Italia, la percentuale di personale “tagliato” è stata doppia nel Sud Italia [6]. Tra le regioni a statuto speciale, quelle col maggior numero di dipendenti pubblici (totali) sono la Valle d’Aosta (49 dipendenti ogni 1000 abitanti) e il Trentino-Alto Adige (20 dipendenti/1000ab) e, tra quelle ordinarie, Liguria e Lazio (rispettivamente con 15 e 14 dipendenti/1000ab); ultima in classifica la Puglia (7 dipendenti pubblici ogni 1000 abitanti) [5]. Tagli che purtroppo sono continuati anche dal 2018 in poi (nel solo 2021 il personale della pubblica amministrazione è ulteriormente calato di 30.000 unità [7]).

Il blocco delle assunzioni ha fatto sì che il nostro Paese conseguisse due tristi primati: abbiamo la più alta percentuale di dipendenti sopra i 55 anni (il 45% contro una media OCSE del 24%) e la più bassa percentuale di personale sotto i 35 anni (2,2% contro una media OCSE del 18%) [5].

L’Italia inoltre ha investito e investe poco nella formazione dei dipendenti pubblici: meno di 50 auro all’anno per addetto [7].

Tutto ciò spiega perché spesso i servizi pubblici non funzionano bene. E come potrebbero con poco personale, anziano, poco formato e, talvolta, anche privo degli strumenti e delle risorse necessarie?

Si pensi che un addetto italiano alla sanità deve mediamente servire circa il doppio di utenti rispetto ai suoi colleghi tedeschi, inglesi o francesi; che ogni addetto alla pubblica amministrazione deve occuparsi in media delle pratiche di più di 50 cittadini, mentre un dipendente della P.A. francese, inglese o spagnolo deve svolgerne solo 25-30 (per amore di patria non facciamo paragoni con i Paesi scandinavi) [3]; che l’intero Centro Antico di Napoli è affidato a una sola unità di personale della Soprintendenza (un architetto funzionario).

La nostra pubblica amministrazione non è per niente inefficiente, come si dice e come molti credono. L’efficienza è il rapporto tra le risorse impiegate e i risultati conseguiti: tenendo conto delle scarse risorse che l’Italia impiega i risultati sono di tutto rispetto e l’efficienza quindi non è per niente bassa.

Quando si parla di pubblica amministrazione molti pensano a passa-carte, burocrati, parassiti. La pubblica amministrazione è fatta di innumerevoli servizi, tutti importanti per la vita del Paese: sistema sanitario nazionale; polizia; vigili del fuoco; scuola; università; ricerca; assistenza sociale; tutela dell’ambiente, del paesaggio, delle opere d’arte e della cultura; magistratura; sistema carcerario; trasporti pubblici; sistema bibliotecario pubblico; fisco (entrate, dogane ecc.); sicurezza del volo e delle ferrovie; protezione civile; ecc. Basta andare sul sito del Comune, della Regione o di un Ministero per capire quanti servizi sono erogati da tali enti.

Se la pubblica amministrazione non funziona bene sono danneggiati tutti: cittadini, imprese e l’intero Paese. I cittadini lo sanno bene quando impattano con le lunghe liste di attesa nella sanità, con i rifiuti urbani non prelevati, con i mezzi di trasporto pubblico che non passano. Molti non immaginano che anche le imprese sono fortemente danneggiate. Si pensi, per esempio, ai pagamenti delle amministrazioni pubbliche alle aziende, tempi che ordinariamente oscillano tra i 50 e i 240 giorni e dipendono principalmente da due fattori: la quantità di personale addetto a tale servizio e la dotazione informatica presente [6]. Un altro esempio, se il PNRR è in gran ritardo il motivo principale è lo scarso numero di dipendenti di Ministeri, Comuni, Regioni.

Purtroppo dai primi anni ‘80, non solo in Italia ma in tantissimi Paesi, si è operato un attacco contro tutto ciò che è pubblico. E’ stato un attacco voluto e promosso da soggetti imprenditoriali, da politici di destra e da ideologi ultraliberisti. Una delle parole d’ordine della destra americana fin dalla fine degli anni ‘70 era “Starve the beast”, prendi la belva per fame, cioè taglia le risorse alla pubblica amministrazione. In questa maniera si pensava di avere tre vantaggi: 1) meno controlli e vincoli alle imprese (per esempio i vincoli ambientali, paesaggistici, di tutela dei lavoratori ecc.); 2) nuovi settori di mercato per le imprese (per esempio la sanità, i trasporti, l’istruzione ecc.); 3) meno tasse da pagare per imprese e ricchi [8]. Dai primi anni ‘80 infatti sono diminuite sempre più le tasse a ricchi e benestanti. Per esempio negli USA l’aliquota massima negli anni ‘60 era al 94%, durante l’amministrazione Reagan al 28%. In Italia nel 1974 vi erano 32 diversi scaglioni di reddito e l'aliquota più alta era dell’82% (quella per redditi superiori agli attuali 2 milioni e 850 mila euro). Negli anni ‘80 gli scaglioni sono stati portati a 9 e l’aliquota massima è stata ridotta al 65%. Oggi gli scaglioni sono solo 4 e l’aliquota massima è al 43% e il Governo vuole ulteriormente ridurre le tasse a ricchi e benestanti. Tutto ciò ha causato un’enorme diminuzione delle entrate, con un conseguente indebitamento dello Stato, la svendita di tante aziende pubbliche, il passaggio ai privati di servizi una volta svolti dal pubblico (per esempio la cronica riduzione di risorse del Sistema sanitario nazionale ha fatto espandere enormemente la sanità privata), un enorme aumento delle disuguaglianze.

Non solo, tutto ciò ha anche danneggiato tante aziende, soprattutto quelle oneste e rispettose dei lavoratori e dell’ambiente. Su 62.710 ispezioni effettuate dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) è risultato irregolare oltre il 62% delle aziende. Su 84.679 ispezioni effettuate da INL-INPS-INAIL è risultato irregolare il 69% [6]. Abbiamo visto che i tagli più consistenti sono stati effettuati proprio a INPS, INL, INAIL e alle ASL, cioè a quegli enti che controllano che le aziende rispettino le norme relative ai diritti dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente e della salute pubblica e che devono scoprire le aziende a nero, quelle che più di tutte fanno concorrenza sleale alle aziende rispettose delle norme.

Un gruppo di economisti dell’Università di Torino si è fatto promotore di una proposta per assumere 1 milione di persone in più nella pubblica amministrazione. Ai motivi da noi sopra esposti loro ne aggiungono un altro: quello di ridurre la disoccupazione. Ritengono infatti che solo con una pubblica amministrazione forte, capace di svolgere tutti i servizi che le competono, avremo un’economia forte e stabile: “cercare di ottenere livelli bassi di disoccupazione operando su altri settori vorrebbe dire puntare su un rapporto fra settore privato e settore pubblico anormalmente alto”, che è una delle patologie dell’Italia [9]. I costi verrebbero coperti con un prelievo dell’1% sui patrimoni finanziari (conti in banca, azioni, obbligazioni, bot), con una quota esente di 100.000 euro (quindi solo se tali patrimoni sono superiori ai 100.000 euro).

Una proposta seria e di assoluto buon senso e che, forse proprio per questo, è stata snobbata dal Governo, che continua a lanciare slogan demagogici quali “meno tasse”, “flat tax per rilanciare l’economia”, “tagliamo i fondi ai Ministeri”.

In ultimo i giornali hanno dato la notizia che con il PNRR ci saranno 800.000 assunzioni nella pubblica amministrazione [10]. La notizia è quasi vera, ma mistificante. Le assunzioni previste sono infatti 777.000, ma nel quinquennio 2022-2026 e a fronte di un uscita per pensionamenti stimata di 726.300 dipendenti: cioè i dipendenti pubblici aumenterebbero solo di 4.700 unità, cioè un’inezia.

Note: 1) Qui Finanza: Nel 2023 il Governo cambia il piano di spesa: che fine faranno i fondi, 2/1/23; 2) I tagli ai ministeri e altri enti pubblici sono riportati a pag. 11 e nelle pagg. 146 e seguenti del DEF; 3) I dati, dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e riferiti al 2019, sono riportati in G. Ortona: I dati non lasciano dubbi: in Italia i dipendenti pubblici sono troppo pochi, 29/3/23; 4) Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica: L’occupazione nel settore pubblico in Italia, 20/5/22;  5) Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica: L’andamento dell’occupazione pubblica italiana dal 2008, 17/6/19; 6) Economia e politica: Politiche economiche: una ipotesi di rafforzamento della pubblica amministrazione nel Mezzogiorno, 14/4/23; 7) Ministero della Pubblica Funzione 2021; 8) D’Eramo M: Dominio, Feltrinelli, 2020; 9) Il Manifesto: Il nostro piano straordinario per la pubblica amministrazione, 29/1/22; 10) Si veda per esempio Repubblica del 6/9/22. Il Ministro Brunetta (Governo Draghi) ha addirittura sparato 1 milione di assunzioni (il 23/11/21).

da qui

mercoledì 5 maggio 2021

Come uscire dalla crisi? Assumere nella pubblica amministrazione


Il totale turn-over nella pubblica amministrazione, assumendo un giovane per ogni dipendente che va in pensione è senz’altro necessario, ma è lungi dall’essere sufficiente. Se si vuole attuare una seria riforma della Pubblica Amministrazione è necessario che l’organico aumenti, e di molto. I nostri studi suggeriscono che un aumento di circa un milione di unità è ragionevole e può essere finanziato agevolmente. Non c’è qui lo spazio per riportare tutti i dati, gli argomenti e le elaborazioni che suffragano questa proposta (già in parte illustrata su queste pagine: https://volerelaluna.it/economie/2018/03/15/una-proposta-per-affrontare-la-crisi-assumere-un-milione-di-addetti-nella-pubblica-amministrazione/); il lettore interessato potrà scaricare un documento più ampio dal sito www.centrostudiargo.it.

Un piano straordinario di assunzioni è necessario in quanto gli occupati nel settore pubblico in Italia sono eccezionalmente pochi se confrontati ai paesi coi quali amiamo confrontarci, come la Francia, la Germania e il Regno Unito; in effetti sono assai più vicini al dato di paesi con cui non amiamo confrontarci, come la Grecia. Consideriamo gli addetti totali, pubblici e privati, nell’insieme dei settori tipicamente pubblici, in cui cioè è prevalente l’occupazione pubblica: la pubblica amministrazione stessa, la sanità, l’istruzione, l’assistenza sociale e la fornitura di gas, acqua ed elettricità. Questi dati sono più significativi di quelli relativi al settore pubblico in senso stretto (che comunque compaiono nel documento citato e danno le stesse indicazioni) in quanto non sono influenzati dai diversi livelli di esternalizzazione. Nel Regno Unito ci sono 155 addetti ogni 1.000 abitanti, in Germania 147, in Francia 134, in Grecia 90 e in Italia 84. Questi dati possono essere letti in modo più drammatico osservando che i tassi di disoccupazione di Francia, Regno Unito e Germania sarebbero molto più alti di quello italiano (che oggi – o meglio, ieri, prima del Covid – è del 10,3%, il più alto fra i quattro) se il rapporto fra numero di abitanti e numero di addetti ai settori tipicamente pubblici fosse lo stesso dell’Italia: il tasso di disoccupazione della Francia passerebbe dall’8,7% al 20,4%, quello del Regno Unito dal 4,8% al 19,1% e quello della Germania dal 3,3% al 15,8%. Il discorso non cambia se si fa riferimento agli addetti amministrativi in senso stretto, quelli troppo spesso ritenuti “travet” poco produttivi. In Germania ce ne sono 35 ogni 1.000 abitanti, in Francia 37 e nel Regno Unito 32; in Italia 20. Appare chiaro allora che il problema della bassa produttività della Pubblica Amministrazione (cioè quanto ciascun addetto “produce”) non è separabile da quello della bassa produzione (cioè quanto la Pubblica Amministrazione nel suo complesso produce).

Che il numero di addetti alla Pubblica Amministrazione sia anormalmente basso è dimostrato anche da altri due dati, molto noti: rispetto alla media dei paesi sviluppati in Italia ci sono pochissimi laureati, ma la percentuale di laureati disoccupati è altissima. Questo paradosso viene di solito disinvoltamente spiegato con l’ipotesi che gli italiani “si laureano nelle materie sbagliate”. Come risulta dai dati, ciò spiega ben poco: il motivo più importante è proprio il sottodimensionamento della Pubblica Amministrazione, che per sua natura in un paese sviluppato occupa un alto numero di laureati, dal momento che è competente per la salute, l’istruzione, l’assistenza sociale e, ovviamente, per l’amministrazione stessa.

Quanto costerebbe assumere un milione di nuovi addetti? Secondo le nostre stime, circa 26,5 miliardi all’anno. Questi possono essere reperiti in vari modi; qui indichiamo quello che a nostro avviso è il più semplice, ed è quello che ha più effetti positivi e meno effetti negativi. Sono comunque plausibili anche altre modalità. La nostra proposta è che si ricorra ad una imposta di solidarietà sulla ricchezza finanziaria (quindi non sugli immobili). Tale ricchezza è molto elevata (4.445 miliardi, quasi tre volte il PIL di un anno) e molto concentrata, quindi 26,5 miliardi possono essere ottenuti con aliquote molto basse. È importante notare che la trasformazione di 26,5 miliardi di ricchezza (che non fa parte del PIL)in reddito farebbe crescere automaticamente il PIL di circa l’1,7%, e che gli effetti moltiplicativi consentirebbero l’abolizione dell’imposta straordinaria entro pochi anni, probabilmente quattro. Né va dimenticato che l’esborso per i contribuenti sarebbe inferiore al rendimento normale della ricchezza finanziaria, e quindi che lo stock iniziale di capitale non verrebbe ridotto. Infine, questa modalità è anche, a nostro avviso, quella più etica: in un’emergenza è giusto che chi ha di più aiuti chi ha di meno.

Questo per quanto riguarda i benefici. I costi – peraltro molto modesti ‒ sarebbero sopportati quasi esclusivamente dai due decimi più ricchi delle famiglie. Nel nostro scenario-base, quello con aliquota e quota esente più basse (rispettivamente 1% e 100.000€), il 60% meno abbiente della popolazione non pagherebbero nulla, e il settimo e l’ottavo decimo quasi nulla; l’aliquota effettiva, data l’esenzione, sarebbe minore dell’1% anche per il decimo più ricco. Naturalmente operando sulla quota esente e sull’aliquota si possono ottenere diversi scenari: per esempio, con una quota esente di 200.000€ e un’aliquota dell’1,33% sarebbe l’80% delle famiglie a non pagare nulla, e il decimo più ricco pagherebbe poco più dell’1%, mentre, con una quota esente di 300.000€ e un’aliquota dell’1,73% solo il decimo più ricco sarebbe tassato, pagando l’1,16%. La futura disponibilità di dati più aggiornati potrebbe rendere necessario modificare queste cifre, ma solo di molto poco.

Ci sentiamo di affermare che anche molti tra coloro che dovranno sostenere l’onere di questa imposta di solidarietà non sarebbero pregiudizialmente contrari, come risulta da un sondaggio condotto qualche anno fa (scaricabile da https://econpapers.repec.org/paper/ucaucapdv/185.htm) e anche da alcune recenti interviste di qualche arci-miliardario americano. Dopo tutto in tal modo non solo si darebbe un valido contributo alla crescita dell’economia sia dal lato della domanda sia da quello dell’offerta, ma si darebbe anche lavoro a un milione di giovani, ora disoccupati o sotto-occupati, e certamente la maggior parte delle famiglie conosce qualcuno di essi. Infine, è bene ricordare che i costi di esazione sarebbero praticamente nulli per lo Stato e del tutto nulli per il contribuente, come già è il caso per l’imposta di bollo.

Dove, come, e chi assumere deve essere oggetto di valutazioni tecniche accurate. Pensiamo però che sia possibile avanzare fin d’ora qualche suggerimento riguardo ai criteri cui ci si dovrebbe attenere. In particolare, bisognerà tenere conto dei costi in aggiunta allo stipendio connessi all’attivazione di un posto di lavoro e dell’offerta potenziale di giovani con qualifiche tali da potere essere facilmente addestrati on the job, e operare su quei settori che offrano le maggiori attivazioni sull’economia nel suo complesso. È evidente che tutto ciò – così come la fissazione dell’aliquota e della quota esente – ha anche un aspetto politico. Tuttavia il nostro è e vuole essere un contributo tecnico. Riteniamo quindi di non doverci occupare di questa problematica.

La proposta qui illustrata è stata elaborata da: Filippo Barbera, Università di Torino; Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale; Giancarlo Cerruti, Università di Torino; Bruno Contini, Università di Torino; Ugo Mattei, Università di Torino; Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale; Francesco Scacciati, Università di Torino; Pietro Terna, Università di Torino; Dario Togati, Università di Torino; Willem Tousijn, Università di Torino.

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