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martedì 12 luglio 2022

La breve estate dell'anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti - Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger poteva sottotitolare il libro: Buenaventura Durruti nelle parole di chi l'ha conosciuto e amato.

Buenaventura Durruti è stato l'anima della Repubblica durante la guerra civile e senza di lui tanti lavoratori spagnoli non sarebbero stati così coinvolti nella guerra.

il libro si legge con passione e partecipazione, un omaggio necessario a uno Spartaco del '900.

buona (anarchica) lettura.


 

 

Buenaventura Durruti, figura mitica dell'anarchismo spagnolo, impegnato in prima linea contro le truppe franchiste, rivive in questa memorabile raccolta di testimonianze dirette, sapientemente cucite assieme da Enzensberger. Non un saggio né un romanzo; quello che ne esce è un ritratto a più mani, che ha il grande pregio di non scadere mai nella banale agiografia.

da qui

 

Nel 1931 lo scrittore russo Ilya Ehrenburg spiegò perché aveva rinunciato alla suggestione di scrivere un romanzo sulla vita di Buenaventura Durruti, il più popolare tra i leader dell'anarchismo spagnolo, terrorista, combattente e capopolo, destinato a cadere cinque anni più tardi, il 20 novembre 1936 nella battaglia di Madrid: «Mai nessuno si sarebbe deciso a raccontare la storia della sua vita: somigliava troppo a un romanzo d'avventure». Qualcuno invece ci provò, ma molti decenni dopo, nel 1972. Hans Magnus Enzensberger dedicò alla incredibile parabola di Durruti un libro ancora oggi famoso,  La breve estate dell'anarchia, ma nemmeno lui osò cimentarsi col romanzo propriamente detto, compito troppo arduo per una vita che nella sua realtà andava già molto oltre i confini del romanzo d'avventure. Redasse invece un collage di testimonianze dirette, legate dal filo di cinque glosse storiche che ricostruivano il contesto.Nominare Buenaventura Durruti vuol dire automaticamente parlare anche di Francisco Ascaso, il suo gemello politico e militare, uguale e opposto. Esuberante e gigantesco il primo, sottile e gelido il secondo, ucciso 4 mesi prima nella difesa di Barcellona. Avevano fatto tutto insieme l'operaio Durruti e il cameriere Ascaso. Erano la testa e l'anima di "Los Solidarios", il gruppo armato anarchico che a partire dal 1917 aveva risposto col terrore al terrore bianco delle bande armate dagli industriali della Catalogna, "Los Pistoleros". Cercare di ricostruire metodicamente le loro biografie è un'impresa impossibile. Incarcerati o deportati una ventina di volte, condannati a morte in un una quantità di Paesi, vagabondi della rivoluzione in eterna peregrinazione: Parigi, Bruxelles, Argentina, Cile, Cuba, Uruguay, Germania. Impossibile anche stabilire di quante rapine e attentati siano stati davvero autori. Indicarli come colpevoli era diventata un'abitudine: ogni assalto a una banca, ogni omicidio politico venivano addossati ad Ascaso e Durruti, persino quando si trovavano in prigione…

da qui

  












domenica 20 dicembre 2020

LA TRAGEDIA DEL TITANIC NEI CAPOLAVORI DI DE GREGORI, ENZENSBERGER, THOMAS HARDY - Alessandro Carli


Il bisogno di date è nella natura dell’uomo. Così, prima di affrontare (e affondare) nel mare, chiedo lumi a un caro amico che qualche anno fa ha dato alle stampe per Panozzo Editore il libro Vivere a Rimini negli anni della Belle Époque. Lui si chiama Davide Bagnaresi ed è docente a contratto in “Storia dei consumi e delle imprese turistiche” all’Università di Bologna. Gli chiedo se è sbagliato identificare la fine della Belle Époque con la data dal 15 aprile 1912. “Meglio la Prima Guerra Mondiale. Dopo l’affondamento del Titanic, l’economia mondiale continua a crescere” mi risponde. E aggiunge, poco dopo: “Il Titanic come preludio al simbolo del naufragio della società”. Sibillino, ermetico, stimolante.

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Poeticamente e sociologicamente quindi con il Titanic che è colato a picco si è chiusa l’epoca bella. A Rimini, sino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, comparvero nuove industrie con innovativi macchinari mentre importanti imprenditori iniziarono esportare i propri prodotti in buona parte d’Italia. Arrivò l’elettricità, il telefono e si videro le prime automobili. Rifiorì la cultura e grandi personaggi dello spettacolo, del circo e dell’intrattenimento (su tutti Buffalo Bill e Arthur Strohschneider) passarono sotto l’Arco d’Augusto o sopra il ponte di Tiberio, così come alcune corse ciclistiche, automobilistiche e raid aerei.

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Bufalo Bill (con una effe sola) e il Titanic. Sono partito dal basso seguendo la traccia di un nome, quello di Francesco De Gregori, per poi risalire alla sorgente, come fanno certi pesci. Le trote, per essere precisi, che vanno controcorrente per riprodursi.

 

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La fine del Titanic è un’opera poco conosciuta di Hans Magnus Enzensberger: è composta da 33 canzoni (come i canti di ogni singola Commedia di Alighieri) alternate a 16 poesie. Me l’ha suggerita, credo 20 anni fa, proprio Davide. Apprezza Francesco De Gregori e ai tempi mostrava già in segni di quella “malattia” che l’ha portato a diventare un apprezzato ricercatore storico: di recente ha scoperto dove si trova in realtà la vera casa natia del Maestro Federico Fellini.

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Nel 2013 ho intervistato lo straordinario Gianmaria Testa. Assieme a Giuseppe Battiston stava portando il giro lo spettacolo Italy, dedicato agli emigrati che partivano per l’America a cercare fortuna. Gli chiesi anche dell’album. “Francesco De Gregori, in ‘Titanic’, evidenzia le differenti partenze: prima classe, seconda classe, terza classe. Sono storie di emigrati, di poveri cristi. Gli stessi che oggi muoiono nei barconi, nei viaggi della speranza. Il Titanic è stato baciato da un iceberg: l’evento del 1912 fu unico. Oggi invece i morti sui motoscafi sono la quotidianità. Ogni volta che qualcuno muore, credo che dovrebbe essere proclamato il lutto nazionale”.

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Il nome di Hans Magnus Enzensberger non è del tutto sconosciuto in Italia: Nanni Moretti in Caro diario lo cita come modello di intellettuale che rifiuta di assoggettarsi al mezzo televisivo. Nel 1978 decide di scrivere un libro sulla fine della Nave. Già, ma come farlo in maniera innovativa visto che nel 1912, a pochi giorni dalla tragedia, Thomas Hardy aveva pubblicato The Convergence of the Twain? Sezionando il tempo e lo spazio in tre filoni: il punto di vista dei passeggeri (quindi il passato remoto rivisto nel presente), quello dello scrittore mentre è a Berlino che butta giù le prime idee del testo (quindi il presente vissuto nel presente storico) e quello di lui a Cuba negli anni Sessanta quando, andato a passeggiare sulla spiaggia, all’orizzonte vede stagliarsi un iceberg, lo stesso che inabissò il transatlantico (quindi un passato prossimo che tende al passato remoto). Hans lancia lo sguardo oltre il muretto del porto. “È lì che lo vidi, molto più grande e più bianco del bianco, fuori, al largo, lo vidi solo io e nessun altro, nella rada buia, la notte era limpida e il mare nero e liscio come uno specchio, e lì vidi l’iceberg, assurdamente alto e freddo, come una fredda Fata Morgana, avanzare lento, inesorabile, bianco, su di me”.

 

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Anche De Gregori ha sezionato la tragedia in tre parti. Tre i punti di vista: quello dei viaggiatori, a loro volta suddivisi in tre classi (“La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento”). Tutti con lo stesso obiettivo: andare a cercarsi negli States una vita da vivere più felice. In Titanic troviamo i sogni diversi. Quelli delle rampollette ricche sfondate che vanno a divertirsi e a emanciparsi (“per noi ragazze di prima classe che per non sposarci si va in America”) e quelli dei giovani che hanno abbondonato la propria terra per sopravvivere (“Per noi ragazzi di terza classe che per non morire si va in America”).

L’iceberg rese tutti uguali. E fu una ragazza benestante a vederlo prima di tutti. Ma non nel mare: nel viso del marconista e dei suoi “occhi di ghiaccio / così difficili da evitare”. La parola sublimata e congelata appare altre due volte: “Il ghiaccio dentro al bicchiere” e “il ghiaccio che abbiamo nel cuore”. Lo stesso, quello che poi si è materializzato nel mare. De Gregori affida a un semplice mozzo di bordo la descrizione più bella dell’iceberg. Lo fa nel brano I muscoli del Capitano, ed è una pennellata simbolista. Il marinaio dà del tu al Edward John Smith: “Ma capitano non te lo volevo dire/ ma c’è in mezzo al mare una donna bianca / così enorme, alla luce delle stelle / che di guardarla uno non si stanca”. L’iceberg come una sirena: il suo canto però non è sonoro ma visivo. Il Capitano invece dà del lei al ragazzo: “Giovanotto, io non vedo niente / c’è solo un po’ di nebbia / che annuncia il sole / andiamo avanti tranquillamente”.

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Dalle testimonianze dei superstiti, in prima classe l’impatto non fu avvertito se non per un tintinnio dei lampadari di cristallo e per alcuni oggetti che caddero dai comodini. I passeggeri di seconda classe parlarono di “una vibrazione ovattata, strana e breve”. Fu “un botto sordo” per chi viaggiava in terza classe. “Un rumore assordante di ferraglia” dissero i fuochisti, i primi che si resero conto dello sventramento dello scafo.

 

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De Gregori fa partire il viaggio da Southampton con L’abbigliamento di un fuochista – nitidi sono i riferimenti ad America di Franz Kafka: il fuochista è esattamente il primo personaggio che viene raccontato –, il testo più amaro e doloroso: un figlio che parte, una madre che piange perché sa che non lo rivedrà mai più. “Figlio che avevi tutto e che non ti mancava niente / e andrai a confondere la tua faccia con la faccia dell’altra gente / e che ti sposerai probabilmente in un bordello americano / e avrai dei figli da una donna strana / e che non parlano l’italiano”. Accusa e si aggrappa alle fattezze indefinite di una donnaccia americana per mentire a se stessa. E poco importa se è bianca: iceberg non è una parola italiana ma anglofona.

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Nella stesura del suo libro Enzensberger, come ha ammesso, si è fatto trasportare e suggestionare dalla Divina Commedia di Dante. A bordo sono le undici e quaranta. “La pelle d’acciaio / si spalanca sott’acqua / squarciata / per duecento metri / da un impensabile coltello / l’acqua schizza nella chiglia. / Oltre il lucente scafo, scivola trenta metri a strapiombo / sul livello del mare, nero / e silenzioso l’iceberg,/ e resta indietro nell’oscurità”. Uno scricchiolio. Uno scalpiccio. Uno squarcio. Ecco cos’è. Un’unghia di ferro, che contro la porta gratta e si arresta. Qualcosa si squarcia. Un interminabile telone, un’immacolata striscia di schermo, che prima lenta, poi rapida, sempre più rapida e sibilante si squarcia in due. Poi tutto torna tranquillo. Così fu il principio. Il principio della fine è sempre discreto.

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I versi sulla perdita del Titanic di Thomas Hardy diventano verticale nell’imminenza della collisione e su quello che accadde dopo. “Preparava uno sposo sinistro / per lei – così allegramente grande – / una Forma di Ghiaccio, ancora lontana e separata. / E mentre l’elegante nave cresceva / in statura, grazia e colore, / nel silenzio oscuro cresceva lontano anche l’iceberg”. Il Titanic e l’iceberg sono un giuramento degli abissi. Due predestinati che convergono. E che si sono cercati, contando gli attimi e la schiuma delle onde che li separava dal bacio assoluto. Il poeta Iosif Brodskij, con acume illimitato, fa immaginare al lettore che l’Orgoglio della Vita, la nave, e Forma di Ghiaccio, l’iceberg, siano una coppia di sposi promessi che ha scelto il fondale per diventare una parola unica: amore.

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Nel 1912 Thomas Mann esce con Morte a Venezia. Anche in quelle pagine c’è il mare e la perdita degli affetti. Chiudere gli occhi nella Serenissima, sperando che quello che c’è dopo sia più lieve.

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La terza classe non conosceva alcuna lingua diversa da quella madre. E non sempre bene: c’erano i dialetti. Una sola cosa però non gliela doveva spiegare nessuno, a quel popolo di senza cognome che cercava un nome, anche nuovi, anche americanizzato. E cioè che toccava alla prima classe provare a salvarsi perché avevano pagato di più e le loro vite erano più preziose. Perché quando una banca si inabissa, non c’è mai abbastanza spazio per tutti nelle scialuppe. E nemmeno le scarpe, il latte, un vestito asciutto.    

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Non ho visto il film Titanic. Forse è per questo che ho letto Hardy ed Enzensberger. Leggere è un muscolo da allenare. Anche per mettersi in salvo, o per imparare a nuotare. Non tanto in mare. Nella vita.

da qui

lunedì 8 agosto 2016

Omaggio a Gödel - Hans Magnus Enzensberger

Omaggio a Gödel

Il teorema di Münchhausen*
(cavalli, palude e codino)
è delizioso, ma non dimenticare:
Münchhausen era un bugiardo.

Il teorema di Gödel sembra a prima vista
Piuttosto insignificante, ma ricorda:
Gödel ha ragione.

"In ogni sistema abbastanza complesso
si possono formulare proposizioni
che all'interno del sistema stesso
non si possono né provare né refutare,
a meno che il sistema
non sia di per sé incoerente".

Si può descrivere il linguaggio
nel linguaggio stesso:
in parte, ma non completamente.
Puoi analizzare il tuo cervello
col tuo stesso cervello:
ma non del tutto.
E così via.

Per giustificare se stesso
ogni possibile sistema
veve trascendersi
E quindi distruggersi.

Essere "sufficientemente" ricco o no:
la coerenza è
o un difetto
o una contraddizione.

(Certezza = Contraddizione)

Ogni possibile cavaliere,
come Münchhausen
o te stesso, è un sottosistema
di una palude sufficientemente ricca.

E un sottosistema di questo sottosistema
è il proprio codino,
questa specie di leva
per riformisti e bugiardi.

In ogni sistema sufficientemente ricco,
Quindi anche nella nostra palude
si possono formulare proposizioni
che all'interno del sistema stesso
non si possono né provare né refutare.

Prendile in mano queste proposizioni
E tira!


* "Il Münchhausen-Trilemma è un termine coniato dal filosofo Hans Albert (1904-1973) per definire l'impossibilità di provare alcuna verità assolutamente certa. È definito trilemma perché pone tre possibilità, di cui nessuna riesce a soddisfare l'assoluta certezza necessaria a fondare una conoscenza, ed il suo nome proviene ironicamente dal Barone di Münchhausen, che si dice sia riuscito a tirarsi fuori da una pozza di fango tirandosi per i capelli. Albert pose il problema in questi termini:

- Ogni affermazione, per essere assolutamente certa, deve essere giustificata, ma, a loro volta, queste giustificazioni devono essere giustificate. Questo processo, tuttavia, non ha fine, dato che ogni giustificazione dovrebbe essere giustificata, arrivando ad una situazione per cui le giustificazioni dovrebbero moltiplicarsi all'infinito;

- Esiste un principio autoevidente, o accettato dal senso comune, o ritenuto vero per il principio di autorità. In questo caso, però, l'intenzione di fondare una conoscenza assolutamente certa viene a crollare e si cade nel dogmatismo

- Qualsiasi affermazione viene provata tramite un'argomentazione circolare e, quindi, errata.


Questo trilemma scardinò l'idea classica dell'esistenza di una verità assoluta, eliminando anche il problema della giustificazione delle teorie. Albert non fu tuttavia uno scettico assoluto: egli accettò l'impossibilità da parte dell'uomo di giungere ad una conoscenza assolutamente certa, ma contemporaneamente affermò la possibilità di avvicinarsi il più possibile ad essa in modo asintotico, ovvero in base al controllo critico, infatti nessuna attività conoscitiva può pretendere di sottrarsi alla critica razionale". (modificato, da Wikipedia)