Prima di tutto Giorgio Stern ci ricorda che non c’è mai stata “la scoperta dell’America”, ma “l’invasione europea delle Americhe”, e le parole sono importanti, importantissime.
Bartolomè de Las Casas parlava, nel 1543, di 15 milioni di nativi assassinati; nel Messico centrale, da 25 milioni di abitanti nel 1519 ne era rimasto un milione alla fine del secolo, mentre in quel territorio chiamato ora Usa i nativi (quelli che sono stati chiamati indiani, per il destino strano e ignorante per il quale se quel continente era l’India, allora gli abitanti erano indiani) passarono in trecento anni (dal 1500 all’inizio del 1800) da 16 milioni a seicentomila. (p.20).
E, siccome le parole sono importanti, a questi numeri possiamo dare a quei numeri il nome di incidenti di percorso nella convivenza dei “selvaggi” americani con i “civili” europei, oppure sistematico sterminio, genocidio, olocausto (a scelta).
La differenza fondamentale fra i “selvaggi” americani e i “civili” europei era in sostanza economica, per i “selvaggi” tutto il territorio e le sue risorse erano beni comuni, che non si potevano comprare e vendere, per i “civili” europei tutto era da accatastare, da rubare, da uccidere (quello che non si poteva rubare), lo sterminio dei bisonti, perseguito scientemente, era un modo per sottrarre ai nativi le risorse vitali per la sopravvivenza, insieme al furto delle terre.
In tutte le grandi crescite economiche, l’accumulazione originaria* (ne parla un certo Karl Marx, che di economia e di storia dell’economia un po’ ne sapeva) aveva bisogno di grandi spazi e di manodopera a prezzi stracciati.
Le grandi compagnie ferroviarie si appropriavano degli spazi necessari, chiunque li abitasse e li vivesse, e anche le miniere (si parla quelle di carbone, non dei cercatori d’oro) avevano bisogno, come le ferrovie, di manodopera obbediente**. Per questo nel libro (come indica il titolo) appaiono insieme indiani e lavoratori, e i soldati che combattevano nativi e lavoratori erano gli stessi (assassini in uniforme, sicari di mandanti intoccabili).
Quello che noi sappiamo di indiani e minatori (tutta brutta gente, antiamericani di sicuro) ce lo ha raccontato il cinema, veicolo di propaganda (e di conoscenza, falsa) principe del secolo breve. Tutti hanno conosciuto le cose, e solo quelle, che la propaganda del cinema faceva passare (per esempio che lo scalpo è una terribile pratica degli indiani***), fino a quando qualcuno ha cominciato a usare (anche) il cinema per cambiare la narrazione. Ed è sempre il Potere che ha la narrazione, è difficile cambiarla, anche al cinema. E quando il tarlo della verità arriva al grande pubblico, prima ignorante e manipolato, gli stermini sono stati già compiuti.
Giorgio Stern fa poi il paragone con la Palestina, senza parole, bastano le carte geografiche (a p.162), c’è una continua sottrazione di territori, ci sono i coloni, in entrambi i casi i media, embedded o solo pigri (e quindi disonesti), hanno parlato sempre di guerra, fra i nativi americani e palestinesi, e i coloni e i loro rappresentanti politici, quando in realtà i nativi sono stati e ancora sono costretti a una lotta di Resistenza, che si paga troppo spesso con la galera.
Naturalmente nel libro leggerete, tra l’altro, di Custer, di Little Bighorn, di Leonard Peltier, di Wounded Knee, dell’American Indian Movement, e dei trattati troppo spesso truffaldini.
(“Nel 1973 portai a Trieste Vernon Bellecourt, esponente di punta dell’American Indian Movement. Assieme a il manifesto e Lotta Continua organizzammo, un lunedì 28 maggio, una manifestazione che si rivelò al calor bianco. Il libro appena uscito per le edizioni Zambon è dedicato a questo militante combattente antimperialista”, scrive Giorgio Stern)
Il “selvaggio west” del popolo dalla pelle rossa è stato così descritto da un esponente Sioux, Standing Bear, nel 1890: “Noi non abbiamo mai considerato le grandi pianure, la distesa delle colline e i tumultuosi torrenti fiancheggiati da folti cespugli, come qualcosa di “selvaggio”. Solo per l’uomo bianco la natura era un “mondo selvaggio”, e solo per lui la terra era “infestata” da animali selvaggi e da gente “selvaggia”: Per noi tutto era famigliare e domestico. La terra ci ricopriva di doni ed eravamo circondati dalle benedizioni del Grande Mistero. Solo quando l’uomo peloso venuto dall’est con la sua brutale frenesia rovesciò ingiustizie, su di noi e sulle cose che amavamo, questo mondo divenne “selvaggio”. Quando gli stessi animali della foresta cominciarono a fuggire davanti ai suoi passi, ebbe inizio per noi l’epoca del “Selvaggio West”.
Nel 1976 ero ospite nella “riserva” degli Cheyenne del Nord, nel Montana, per assistere al pow wow annuale della tribù, quando un violento temporale abbatté la mia minuscola tendina da campeggio ed un indiano mi ospitò nel suo tipii. Davanti al fuoco che asciugava l’umidità gli raccontavo di aver visitato al mattino un chiosco di creazioni artigianali dove un’anziana della tribù aveva insistito nel mostrarmi un libro, e siccome io non parlavo la sua lingua e lei non parlava inglese, quando me lo mise in mano mi accorsi che era una “bibbia” tradotta in cheyenne. Ero molto sorpreso perché fino a qualche anno prima gli indiani avevano le “lingue tagliate”, era loro proibito adoperare o esprimersi pubblicamente nel loro idioma, mentre ora, dieci anni dopo, c’era una “bibbia”, o una sua sintesi, tradotta in cheyenne. L’uomo aspettò che finissi poi, sorridendo, rispose, …vedi è sempre stato così, prima noi avevamo la terra e loro la bibbia, poi loro hanno preso la terra e a noi hanno lasciato la bibbia. Un libro da leggere per riuscire a comprendere la storia dal punto di vista degli “altri”, per vincere i nostri pregiudizi e distruggere alcune delle nostre certezze “hollywoodiane” più radicate. Lo sapevate che la barbara usanza del “taglio dello scalpo” è stata introdotta dalle autorità nordamericane che, prima di pagare il “giusto compenso” pretendevano la prova dell’avvenuta eliminazione fisica dei “selvaggi”?
Viaggiando negli sconfinati territori nordamericani si va per regioni disabitate dove un tempo erano popoli dalla secolare esistenza ed è difficile capire perché quella gente ne sia stata scacciata e sterminata. Seppur nella perversa logica di aprire il loro spazi vitali, l’invasione dei bianchi ha edificato la sua nazione con centri e città sulle due opposte coste di quel paese scrivendone la controversa storia, ma rimane incomprensibile lo sterminio di quei popoli dalle foreste del nord ovest alle grandi pianure e i deserti meridionali ove di quella pretesa nuova civiltà si trova poco. Eppure in un pugno di decenni sono stati sterminati confinando i sopravvissuti in anguste e miserabili riserve solo per cacciarne i bisonti e commerciarne le pelli mentre per quella gente erano vita, tracciare piste di coloni e poi ferrovie verso l’ovest, inseguire l’effimero miraggio di corse all’ oro e invadere terre nell’ epopea dei pionieri celebrati nel il mito del Far West che per gli indiani fu solo sangue e lacrime. Dal nord alle Grandi Pianure fino agli aridi territori meridionali cercarono di resistere valorosamente all’ incontenibile, devastante e sanguinaria avanzata di pionieri, coloni e avventurieri d’ ogni risma protetti dall’ esercito della grande democrazia statunitense decisa a farne genocidio. Quella stessa che ha fondato parte la sua storia con gli orrori della Schiavitù dei neri e ha scritto il suo più nefando capitolo nei territori di quel Far West che ha celebrato come mito mentre ne ha consumato lo spaventoso Genocidio indiano…
…Questa politica delle concessioni simboliche è la norma tra le élite progressiste: quante volte avete visto avvertenze con le quali una particolare istituzione o individuo ammette di trovarsi su un territorio “non concesso” dai popoli autoctoni, cioè sottratto? Eppure quanti sarebbero disposti a rinunciare a quel terreno o ai redditi derivanti dalle istituzioni che occupano quella terra?
La realtà è che raddrizzare un’ingiustizia storica come quella affrontata dai popoli indigeni del Canada è un argomento complesso, e non ci sono risposte facili. Ed è altrettanto vero che, se ogni terreno rivendicato fosse effettivamente restituito, il Canada come lo conosciamo cesserebbe di esistere. È il caso di tutti i paesi del mondo in cui i coloni invadono e poi si impadroniscono della terra dei popoli nativi, i quali finiscono per diventare una piccola sottoclasse emarginata.
Gli indigeni canadesi rappresentano solo il 5 per cento della popolazione. La cruda verità è che non hanno un peso elettorale, a differenza di altri gruppi minoritari. Ecco perché Trudeau o chi dovesse sostituirlo può accontentarsi di una politica di concessioni simboliche, sapendo bene che, semplicemente, non esiste la pressione politica necessaria ad affrontare in modo significativo la situazione.
si può tracciare un filo rosso, che lega i nativi americani al Congo del serial killer belga Leopoldo, che pagava gli assassini dei nativi alla consegna, non dello scalpo, ma delle mani.
o anche ad Haiti, che i civili francesi, quelli della “Liberté, Égalité, Fraternité”, costrinsero alla fame tutti gli haitiani, per secoli, per l’offesa di non voler essere più colonia della Francia rivoluzionaria.
Sono andati di fretta nessuno li ha salutati nessuno li rammenta nessuno li ha guardati. Adesso sono scomparsi persi nel nulla estinti. Le stelle si sono spente nel cielo dei vinti.
1. ETIMOLOGIA.
Sfogliando quel libro inesauribile che è Note, o della riconciliazione
non prematura (1944-54), dello scrittore svizzero di lingua tedesca
Ludwig Hohl, per esempio nella sua ultima sezione, la XII, intitolata Immagine
(Spirito – Mondo – Riconciliazione – Il reale), alla
nota 45 si legge questo:
Sarebbe bello se
il guardare [schauen] e il rabbrividire [erschauern]
fossero legati dall’etimologia.
2. Poche pagine
prima, Hohl scrive: “È impressionante, quello che noi tutti non vediamo”
[nota 25]. E, ancora, qualche nota dopo: “Guardare in realtà è tutto;
sapere sempre induce in errore (questo è il sapere che pretende
durare; il sapere più alto può durare solo un istante,
soltanto l’istante in cui esso sorge è contenuto nel guardare). [...] La nostra
sola possibilità è di guardare.” [nota 34]. Per poi aggiungere: “Gli uomini non
vogliono vedere – solo ciecamente andare al di là di tutto – quando la legge
stessa della vita è la visione.” [nota 46].
2bis. (In una
fotografia che ritrae Ludwig Hohl nello scantinato in cui abitava a Ginevra, si
vedono dei fili tirati lungo una parete e attraverso la stanza, da un muro
all’altro, sopra il tavolo dove lavorava e dove mangiava. Su questi fili lo
scrittore era solito appendere con delle mollette decine e decine di foglietti
scritti a mano, pagine di giornale, ritagli, fotografie, cartoline... che riflettono
bene due dei principi che lo guidavano nel suo lavoro, quello della selezione e
quello della connessione).
3. Il guardare,
dunque, e il rabbrividire. Ma potremmo anche chiederci:
guardare è rabbrividire?
4. Vorrei provare
a prendere sul serio e a esplorare, per quanto brevemente e per accenni, questa
ipotesi: che tra il guardare e il rabbrividire esista una relazione, e grazie
ad essa qualcosa di significativo appaia. Voglio dire: per quanto inatteso e
fragile possa presentarsi, è proprio grazie alla possibile parentela
etimologica tra questi due termini immaginata e auspicata da Hohl che qualcosa
di rilevante emerge. L’etimologia, qui, non è più soltanto quel sapere che
ricerca la radice, la forma originaria (intima?), da cui una parola, o un insieme
di parole, ha preso forma. No, in questo caso l’etimologia agisce piuttosto
come sintomo. Indica una possibile manifestazione. Rileva di quello che Hohl
avrebbe chiamato un “incidente significativo” della percezione.
5. SORPRESA. In
una conferenza tenuta alcuni anni fa a Edimburgo, e intitolata “The
quickening of the unknown” (The Munro Lecture, 2013), l’antropologa Jane
I. Guyer prende spunto da questa citazione tratta dallo scrittore e poeta
nigeriano Ben Okri per delineare quella che chiama un’epistemologia della
sorpresa (in antropologia, ma non solo). Che tipo di conoscenza è questa?
Empirica. Nella sorpresa uno spazio si apre, e nello spiraglio qualcosa
traspare. Incerto. Sfuocato. Sospeso. Siamo presi alla sprovvista, quindi senza
alcuna preparazione, da un’irruzione (un dono?) che ci chiede prima di tutto di
accettare – per quanto inusuale e disorientante possa risultare – il palpito di
qualcosa “non ancora conosciuto”. (L’esperienza a cui rinvia il termine
“quickening” è infatti quella in cui la madre, nel corso della gravidanza,
percepisce per la prima volta i movimenti del feto).
6. La sorpresa,
quindi, come il momento in cui “l’ignoto dichiara se stesso”, ci dice la Guyer.
Un istante prima che il pensiero, in un certo senso, provi ad assestarlo. Ma
prima che questo accada, noi – balbettanti – siamo posti nella condizione di
riconoscere in questa dichiarazione una corrispondenza, delle relazioni, per
quanto inconsuete. Qualcosa che ci riguarda, perché improvvisamente ci chiede
attenzione. Potremmo anche dire: ci riguarda proprio perché un’attenzione
prende corpo. Il nostro. E tra il guardare e il rabbrividire un legame emerge.
7. CRONACA. Nel
suo L’imitatore di voci (Adelphi), in un capitoletto
intitolato Bella vista, Thomas Bernhard rende conto –
obiettivamente – di questo fatto:
Sul Grossglockner,
dopo un’ascensione di parecchie ore, due professori amici tra loro
dell’Università di Göttingen, che erano alloggiati a Heiligenblut, avevano
raggiunto lo spiazzo antistante il cannocchiale installato sopra il ghiacciaio.
Per quanto fossero scettici, non appena ebbero messo piede nel punto in cui era
installato il cannocchiale, non avevano logicamente potuto resistere alla
bellezza senza pari di quelle montagne, come del resto si erano detti più volte
tra loro, e ciascuno dei due aveva insistito perché l’altro guardasse per primo
dal cannocchiale in modo da risparmiarsi l’accusa dell’altro di essersi
precipitato sul cannocchiale. Alla fine i due erano riusciti a mettersi
d’accordo, e il più anziano, il più colto e logicamente anche il più gentile
dei due era stato il primo a guardare dal cannocchiale rimanendo soggiogato da
quello che aveva visto. Quando però era toccato al suo collega avvicinarsi al
cannocchiale, costui, gettato appena uno sguardo attraverso il cannocchiale,
aveva lanciato un urlo lacerante ed era stramazzato morto al suolo. Logicamente
l’amico superstite dell’uomo perito in maniera così singolare si domanda ancora
oggi che cosa effettivamente abbia visto il suo collega nel
cannocchiale, non potendo certo trattarsi della stessa cosa.
8. Guardare.
Rabbrividire. Cosa accade su quello spiazzo sovrastante il ghiacciaio? Che
relazione si instaura tra noi e il mondo? Per quanto scettici, per i due amici
professori tutto sembra iniziare sul piano estetico, della contemplazione: come
resistere di fronte alla riconosciuta e iconica “bellezza senza pari di quelle
montagne”? Una volta accordatisi tra loro, ognuno vede – “logicamente” – cose
diverse, certo. A tal punto diverse. (Seppure, in apparenza, a partire da uno
stesso punto di vista). Poi, però, le cose cambiano. La distanza che separava
uno di loro dall’oggetto del guardare, scompare. Quindi, di cosa effettivamente si
tratta, qui?
9. Proviamo a fare
un passo a lato. Proviamo a spostare per un momento la nostra attenzione
dall’oggetto, dalla forma – la bella vista, il panorama – all’azione, al
processo – ossia all’atto stesso del guardare. Il punto allora diventa un
altro: non più tanto quello di sapere che cosa si è visto, ma piuttosto di
chiedersi cosa implica questo guardare. In altre parole:
cosa, letteralmente, comprende il guardare.
10. Guardare.
Rabbrividire. Proviamo a riformulare la questione in questa forma: che cosa ci
“prende”, bruscamente, quando siamo parte del paesaggio? Che cosa trapela, là
dove siamo, tramite questa “presa”? Perché improvvisamente quel mondo – quella
bella vista – non è più davanti a noi, ossia altro da noi, ma si sostanzia con
noi. Interroga la nostra stessa esistenza, il nostro essere nel mondo,
individuale e collettivo. (Per analogia, la morte, in Bernhard, è “l’ambiente”
della vita, non la sua fine). Il corpo ne fa esperienza.
10bis. (Sul Brunnenkogel,
dopo un’ascensione di pochi minuti, alcuni turisti tra loro sconosciuti, che
erano alloggiati in Pitztal, avevano raggiunto la terrazza panoramica sopra il
ghiacciaio. Mentre – “soggiogati” – ammiravano la bellezza senza pari di quelle
montagne, poche decine di metri più in basso un piccolo gruppo di operai
srotolava e stendeva con grande cura sul pendio dei lunghi veli bianchi a
coprire parte del ghiacciaio. Sulla scheda tecnica allegata si legge: Poliestere
e polipropilene, bianco puro. Disponibile in rotoli di 4.85m di larghezza e
55.00m di lunghezza. Spessore di 3.8mm. Superficie coperta per rotolo: 266.75m2.
Descrizione: tessuto non tessuto composito a due strati assemblati. Resiste
agli UV, agli choc termici. Attutisce gli effetti degli UV. Riduce lo
scioglimento dei ghiacciai, protegge le zone di neve formando un ammortizzatore
termico tra l'atmosfera e gli strati sottostanti. Il prodotto non contiene
sostanze nocive. Riciclabile per incenerimento.)
11. La vertigine
qui è in questo paesaggio di morbide pieghe in mezzo al “grande spettacolo
della montagna”. Guardare. Rabbrividire. Viene da chiedersi, come Max Frisch:
il piede sulla terra, lo posiamo ancora allo stesso modo? Come se il terreno
per tutto ciò, per noi, fosse certo una volta per tutte.
12. TATTO.
Paesaggio: là dove un’impressione ha luogo. Per contatto. Tra noi e il mondo.
Potremmo dire, anche, quella “soglia dell’essere” (Bachelard) in grado di porci
in una condizione particolare per pensare il significato del nostro essere nel
mondo. Andrea Zanzotto ne parlava – nel Ritratto che ne
hanno fatto C. Mazzacurati e M. Paolini (Edizioni dell’immagine) – precisamente
nei termini di “una grande offerta, un immenso donativo”, ampio quanto il
nostro stesso orizzonte e necessario “come il respiro stesso della presenza
della psiche, che imploderebbe in sé stessa se non avesse questo riscontro”.
Qualcosa di vivo e di mutevole, che ci “punge e trapunge e di cui noi siamo una
specie di spoletta, che si aggira in mezzo, che cuce... oppure qualcosa che
taglia”. Lascia il segno, il paesaggio, si imprime dentro di noi. E riceve i
nostri segni, le nostre impronte. Ed è in questo andare e venire che si delinea
la complessa trama della nostra esistenza.
13. Il guardare,
quindi, e/è il rabbrividire. Toccare il mondo, ma anche essere toccati dal
mondo. Se ci pensiamo, non abbiamo un organo specifico per il tatto, come è il
caso per gli altri sensi, perché il tatto ci concerne in quanto totalità. Se le
cose mi toccano è perché, dal principio, “esse formano una stessa carne con
me”, scrive Mikel Dufrenne (L’œil et l’oreille). Poi aggiunge: “essere
al mondo, è essere a contatto, cosa tra le cose, che allo stesso tempo tocca ed
è toccata. Il tatto, è l’apice della prossimità; e allo stesso tempo ho anche
bisogno della contiguità del mondo, perché manifesta al meglio questa
reversibilità per la quale la mia carne è innestata sulla carne del mondo: non
tocco le cose che per quanto esse mi toccano, e spesso esse prendono
l’iniziativa; [...] Le cose non sono allora tangibili che tanto quanto lo sono
io: noi siamo della stessa specie. È da questo fondo di co-naturalità che
emergo.”
14. Non tocco le
cose che per quanto esse mi toccano. E spesso esse prendono l’iniziativa.
Essere toccati allora vuol dire essere coinvolti (travolti?) da qualcosa che
comprende la totalità della nostra esistenza. Non si tratta, quindi, di essere
toccati da qualche parte. Siamo toccati, punto. Ma anche, siamo toccati perché
con il mondo formiamo un “tutto”. E il paesaggio permette di pensarci come
parte di questo tutto. Di farcelo “intuire”. Guardare. Rabbrividire.
14bis. (Una
sequenza da un film di Claudio Pazienza, Scènes de chasse au sanglier:
una mano si muove a tentoni davanti ai nostri occhi. Toccare. La corteccia di
un albero. Il volto di un bambino. Le tende di una finestra. Il padre, morto,
sul suo letto. Le mani di una vicina. La porta di casa. Il piede scava nella
terra... Una voce che dice: “Tocca ciò che le immagini non ti dicono
più”.)
15. È in questa
prossimità e fragilità assoluta che è il paesaggio, come relazione tattile tra
noi e il mondo, che sta la nostra possibilità di essere umani. È qui in fondo
che l’anomalia da cui siamo partiti può – come si dice nel linguaggio musicale
– “risolversi”, e il “guardare” può raggiungere il “rabbrividire” se non
proprio sul piano etimologico su quello ben più importante di un’etica
concepita, direbbe Levinas, come “evento immediato della sensibilità.”
16. REALE. Scrive
ancora Hohl, in un altro dei suoi libri (Tous les hommes presque toujours
s’imaginent, Les Éditions de l’Aire):
Quando un uomo,
senza precipitazione, perviene a riconciliarsi, senza precipitazione: voglio
dire gli occhi completamente aperti, in piena conoscenza della nostra
condizione e della terrificante realtà dei fatti [...], allora vede il
reale. Quando le periferie fanno irruzione, è allora che l’uomo vive veramente
il reale.
Parecchi anni fa, un amico molto misterioso mi ha chiesto
se io sarei stato in grado di leggere qualche pagina in tedesco. Gli ho
risposto che, con un po' di fatica, potevo provarci. Il giorno dopo, mi ha
regalato un libro, che secondo lui mi sarebbe stato utile, e di cui mi invitava
a leggere soprattutto un frammento. Anzi, più che un invito o una segnalazione,
la sua sembrava una preghiera. Il libro era quello di Ludwig Hohl, Dass
fast alles anders ist (pubblicato a Olten nel 1967); il frammento era
invece uno dei più famosi di Hohl (ma questo l'avrei scoperto più tardi): Von
den hereinbrachenden Rändern ("Dei margini che irrompono").
La tesi di Hohl è notissima, quasi proverbiale: il centro non è il luogo del
rinnovamento creativo, che avviene invece, spesso incompreso o deriso, ai margini;
il centro è un luogo abitudinario, inerte, arrogante, pago di
sé; nell'ombra dei margini, al contrario, un segno sottile,
una tensione impercettibile, un'apparizione…, là, dove secondo l'opinione
comune, si possono dar da fare solo gli specialisti "inesperti",
quelli usciti dall'orbita (cito nella traduzione di Paola Galimberti
apparsa in "Idra", R, 1998). Qui dunque appare, timido, quel che si
appresta a modificare la realtà; e qui appunto cerca di abitare chi si sforza
di usare il linguaggio in maniera artistica.
La forza di queste parole e di queste immagini è evidente a
chiunque, e il mio amico aveva ragione di suggerirmele come punto di
riferimento essenziale. Ma la visione che si potrebbe ben dire eroica proposta
da Hohl è forse più complessa di quanto appaia; non è indolore; presenta dei
rischi.
Ai margini, intanto, si è soli e in balia di venti quasi
sconosciuti. L'amico che mi ha regalato il libro di Hohl è morto poco tempo
dopo, d'improvviso, senza ragione: come se fosse stato travolto e inghiottito
dalla sua stessa, voluta, marginalità. Dopo la sua morte, dietro i libri (tutte
edizioni pregiate e rarissime della poesia europea novecentesca) che stipavano
il suo studio/cantina, sui muri nudi, sono apparsi i versi poetici che lui
scriveva disperatamente e in segreto. Altri frammenti, brevissimi, forse
semplici appunti o impreviste illuminazioni, sono affidati a foglietti vaganti,
scritti a matita e talvolta illeggibili: li conservo come un lasciapassare che
forse mi permetterà di attraversare qualche territorio desolato. Eppure mi
domando: è questo, il margine? Questo andare verso il vuoto, questo
smarrirsi? Non lo credo; ma certo costituisce uno dei rischi più concreti per
chi si allontana in un modo o nell'altro dalle rassicuranti banalità del centro.
Uno dei rischi, o forse meglio una delle tentazioni: là in fondo, oltre il
margine, dove l'ultima terra frana e scoscende verso qualcosa di ignoto, una
voce chiama seducente. Il margine, unico luogo in cui la scrittura può
intraprendere una vera ricerca, può allora trasformarsi in una prigione, e
obbligare la parola a girare su di sé, in un inutile gioco solitario e
insensato, pari al silenzio.
Nel marzo del 1973, su un vagone ferroviario in viaggio da
Parigi verso il sud della Francia, un poeta sedeva in silenzio tra due
commercianti che venivano dal Nord del paese e che parlavano di cose loro. Il
primo, un uomo anziano, che si vantava reduce di ben due guerre, raccontava del
suo tentativo di trovare una nuova moglie, dopo la morte della precedente; e di
come avesse schiaffeggiato e scacciato sui due piedi una signora cinquantasettenne
che l'aveva illuso in tal senso; si dichiarava felice che nella sua città
venissero finalmente demoliti i vecchi quartieri. L'altra, una Bretone
orrendamente truccata, si diceva molto contenta di abitare al Nord, ricco di
moderni supermercati, mentre trovava deserta e noiosa la valle del Rodano. Il
poeta, che si chiamava Philippe Jaccottet e che avrebbe poi raccontato la scena
in un breve appunto de La semaison (Gallimard, Paris, 1984,
pp. 196-97), ascoltava con un misto di divertimento e di angoscia. E
concludeva: Quand on vit à l'écart, on oublie comment pensent la
plupart des gens. Je ne sais si cela vaut mieux.
Benché il vivre à l'écart di Jaccottet non
sia forse un esatto sinonimo dei Rändern di Hohl (non potrebbe
invece riecheggiare il classico ideale petrarchesco, De vita solitaria?),
il quadretto ferroviario suggerisce un'altra difficoltà, più sottile e forse
anche più insidiosa della precedente: quella di perdere il contatto con la
realtà, con quella realtà magari orribile, magari ripugnante, in cui vivono
comunque gli altri esseri umani, o almeno molti di loro. La contrapposizione
fra centro e margini potrebbe infatti essere interpretata in
modo troppo netto, troppo compiaciuto; e indurre qualcuno a rifiutare
sdegnosamente la rozza incultura del centro, rifugiandosi in
un'aristocratica, elegantissima marginalità. Il XX secolo ha
conosciuto ampiamente questa tentazione, il richiamo di un nobilissimo
isolamento, di una sprezzante separazione tra scrittura e vita. Ma i margini di
Hohl, come l'écart di Jaccottet, vogliono essere ben altro, o
almeno così tendo a interpretarli, assumendoli come modelli etici:
un'attenzione vigile, un tentativo costante di comprendere, e la capacità di
far passare, attraverso minuscole fessure, un soffio d'aria. Anche nei
supermercati, nelle periferie più tristi e sconsolate. Soprattutto lì,
dove margine e centro si sfiorano e talvolta si confondono.
E forse il problema sta proprio nell'uso e nel significato
delle parole; nel fatto cioè che l'antitesi chiarissima di Hohl finisce per
suggerire un'immagine troppo orizzontale e netta, che noi siamo indotti ad
interpretare, banalizzandola, in termini quasi urbanistici: come se fosse
ancora possibile opporre un vero, riconoscibile centro alle
immense periferie che lo circondano. Ma qual è il centro, oggi? Privi ormai da
tempo, ma finalmente coscienti di esserlo, di un fuori, di un oltre,
di un altrove, siamo contemporaneamente orfani appunto di quel centro che
non esiste più, o che ci sfugge, tanto sul piano geografico quanto su quello
culturale. Condannati a vivere in una sterminata periferia di noi stessi, forse
dovremo trovare un altro modo di definire lo spazio della ricerca creativa.
Un altro brevissimo aforisma di Hohl recita: La
grandezza di un uomo è proporzionale alla grandezza del passato che riesce a
risvegliare. Appaiono qui una nuova dimensione e un nuovo compito: la
verticalità del tempo e della storia (il passato) che può (deve)
essere risvegliata, nella sua grandezza, nella sua profondità. E proprio l'idea
del risvegliare, cioè del rendere nuovamente visibile, la cosa che già esisteva
ma che si è come sottratta alla nostra attenzione (o sarà piuttosto la nostra
disattenzione ad averla espunta dal catasto della realtà), quest'idea mi appare
più importante, più utile e più urgente di altre che tradizionalmente sono
state associate all'atto poetico. Questo forse è qualcosa che davvero si
potrebbe fare, che si potrebbe sperare di fare, dentro le nostre vite
periferiche, lungo i corridoi dei supermercati entro cui vaghiamo: aiutare gli
occhi a guardare con intensità, suggerire alla coscienza individuale una
diversa concentrazione su di sé e sugli altri, riscoprire quel mondo su cui è
calato un velo opaco. Lungo questa via sarebbe forse possibile augurarsi di non
rimanere del tutto prigionieri della marginalità: il margine non sarebbe più
territorio di fuga o di ripiego, ma vero luogo di riscoperta e di condivisione.
Se ciascuno vive il proprio esilio in una periferia (psichica, esistenziale,
culturale), diverso è il grado di coscienza e di comprensione: lungo gli
interminabili scalini che conducono dalla piatta superficie alle zone di
profondità, la scrittura poetica può forse tessere qualche filo d'Arianna,
qualche corrimano.
Si tratta di una speranza eccessiva, di una responsabilità
troppo gravosa per le forze esilissime di cui sembra godere oggi la poesia? Può
darsi; eppure è proprio ciò che sembra suggerire l'ultimo autore che vorrei
chiamare alla sbarra come testimone e come guida: il poeta portoghese Nuno
Júdice, che in una densa pagina di prosa descrive il proprio lavoro di
scrittura (il brano, tradotto in francese dallo stesso Júdice, è apparso con il
titolo La nuit du poème sulla rivista parigina
"Europe" - numero 875, marzo 2002). A notte fonda, sul delta del
Danubio, in un luogo deserto dove si accampano le rovine di un'antica città
romana, un autobus di turisti stranieri si arresta. Malgrado l'oscurità, che
impedisce di vedere e di capire, la guida si attiene scrupolosamente al
programma, che prevedeva una visita al sito archeologico: e, nel buio, descrive
agli ignari turisti le bellezze del passato di cui essi non possono neppure
distinguere i poveri resti. Ma appunto in questo modo sembra risorgere
nell'immaginazione l'intera città, sfolgorante di luce: risvegliata dalla
parola, squarcia le tenebre. Qualcosa del genere, osserva l'autore, accade al
poeta: Il se trouve embarqué par hasard dans ce voyage et fait halte au
seuil d'un monde que la nuit couvre de sa noirceur: c'est le désir de voir,
derrière cette nuit, ce qui existe, ce qui survit ou non de tout ce qui s'est
passé, qui le fait écrire. Dans le poème, comme dans la voix de celui qui
raconte ce qu'il ne voit pas, les choses commencent à paraître. Il s'agit toujours
d'un miracle. Je suis sûr que ce miracle n'a rien de sacré; au contraire, c'est
le seul miracle profane, et il est suffisant pour qu'on puisse regarder le réel
avec des yeux qui le transpercent jusqu'à atteindre sa vérité la plus profonde.
Poesia, dunque, come mezzo per intensificare la percezione
immaginativa, la coscienza profonda di noi stessi e di ciò che ci circonda e ci
ospita, come una terra stratificata e complessa, un'atmosfera fremente di
particelle e di luci? Se è così, il margine da cui è partito
il ragionamento può trasformarsi in una riva: la riva di un fiume
qualsiasi, da cui lo sguardo può cogliere contemporaneamente tre prospettive
diverse e complementari. Quella laterale dell'acqua che fluisce, movimento che
scandisce il trascorrere del tempo, e suggerisce l'idea di un viaggio che
unisce il passato e il futuro, aprendo un varco indefinito. Quella verticale
che scende verso il letto del fiume, luogo d'alghe e di movimenti sinuosi, e da
lì risale verso l'alto come un raggio di luce riflessa, sprigionato dal guizzo
di una coda fuggitiva. E infine quella che si apre proprio di fronte agli
occhi, e parla di una diversa riva, speculare e irraggiungibile, vasta come un
sogno impreciso o incomprensibile. E in mezzo a queste linee immaginarie, a queste
direzioni dell'aria e del paesaggio (non importa che l'aria sia tersa, il
paesaggio idilliaco), la parola poetica cerca in sé l'energia per concentrare
una simile complessità, per preservarla e trasmetterla altrove, dove muri
chiudono la vista, luci abbaglianti accecano: per ricondurla in quel centro
muto del dolore contemporaneo che va riconquistato alla parola e alla
coscienza.
Questo discorso è stato tenuto al Congresso del
Partito Socialista Ticinese nel 2018. Mi pare che valga ancora e ben oltre i
suoi confini geografici. Ho chiesto all’autore di poterlo quindi riproporre su
Nazione Indiana.)
L’originale si trova qui: http://www.ps-ticino.ch/care-compagne-cari-compagni-discorso-fabio-pusterla/ (f.m.)
Discorso per il congresso del Partito Socialista,
Arbedo 18 novembre 2018
Care compagne, cari compagni,
ho pronunciato quattro parole, o meglio due, declinate
al femminile e al maschile, e sono già costretto a fermarmi. Queste due parole
sono state a lungo, per più di un secolo, una formula ovvia d’apertura, dietro
la quale tutti potevano capire una realtà comune e almeno entro certi limiti
chiara. Ma oggi è ancora così? Io ne dubito, e penso che questa formula nota a
tutti oggi forse ponga qualche problema, e chieda di essere interrogata
seriamente. Tutto il mio breve intervento sarà dunque basato sugli
interrogativi sollevati da queste due parole così importanti e oggi così
incerte.
Tanto per cominciare: ci siamo davvero ancora
reciprocamente “cari”? E cosa vorrebbe dire “cari”? “Aver caro qualcuno”
vorrebbe dire, e questo è il significato che la parola porta con sé da secoli,
e anzi da millenni, salendo a noi almeno dall’epoca latina, riconoscerne il
valore, la preziosità, e provare una forma di affetto, di tenerezza, persino di
amore. Da “caro” deriva del resto il concetto importante di “carità”. Allora: è
questo che proviamo reciprocamente: un senso di preziosità, di affetto che ci
unisce al di là delle differenze e delle divergenze? Una comune carità? Tutti
noi sappiamo benissimo che la storia della sinistra è una complessa dialettica
di unità e frantumazione; e che, entro certi limiti, proprio questa
effervescenza ideologica ha a lungo costituito una grande ricchezza e un grande
serbatoio di idee e di energie. Ma in certi momenti storici, di solito
contrassegnati da una particolare difficoltà, come quello che stiamo
affannosamente vivendo, le divergenze hanno preso il sopravvento; le rivalità
oscurato la coscienza della comune carità; le ambizioni individuali o di parte
annichilito la dimensione ideale. Il mondo in queste epoche è spazzato da un
vento cupo e nero, lo stesso vento di cui ha parlato recentemente Igor Righini
in uno suo articolo, e di cui oggi sentiamo la presenza quotidiana, nel piccolo
della nostra realtà, ma anche allargando lo sguardo: dal Brasile di Bolsonaro
all’Italia di Matteo Salvini, dall’America di Trump alla Turchia di Erdogan,
quasi da ogni dove giungono le raffiche gelate di questo vento, e, come nella
pagina iniziale del grande romanzo di Emile Zola, Germinale, la
strada davanti a noi sembra aprirsi dritta come un molo nel buio
accecante delle tenebre. Ma intanto che il vento infuria e le tenebre
si infittiscono, cosa fa la sinistra? A volte, come dimentica di sé e di ciò
che sta accadendo, litiga, si frantuma, si annulla. Perde di vista la “carità”.
Colpa dei gruppuscoli più estremi, si dice allora di solito, che in nome della
loro intransigenza e presunzione di verità assoluta favoriscono la
dispersione. Ma una simile spiegazione è insufficiente, e soprattutto ingiusta,
perché non considera che la vera forza di un grande movimento di sinistra, di
un grande partito di sinistra, sta nella capacità di contenere e accogliere in
sé queste divergenze, di non lasciarle esplodere in maniera distruttiva; e
questo è possibile solo quando, al di sotto delle contingenze e delle
diversità, si mantiene viva e forte una idealità comune, vigorosa e
riconoscibile, una forza progettuale che va ben al di là delle scadenze
elettorali, delle tattiche e delle preoccupazioni spicciole.
Ma questo ci conduce alla seconda parola: “compagni”.
Tutti ne conosciamo la splendida origine, che riconduce alla concreta realtà
del “pane”, l’alimento primario della nostra cultura, e ai suoi significati
simbolici. Colui con cui spezzo il mio pane è il mio compagno: e l’immagine è
così bella e così forte, la parola così ricca di significato evidente, che
tutti coloro che la avversano la invidiano anche, e per questo la irridono non
appena possono: il disprezzo con cui le destre pronunciano come se fosse un
insulto o una parola ridicola il termine “compagni” è l’altra faccia
dell’invidia e del timore: perché si sente rimbombare, in questa semplice
parola, qualcosa di grande. E tuttavia oggi le cose sono più complicate. L’8
luglio 1974 Pier Paolo Pasolini, che sarebbe stato trucidato nell’autunno
dell’anno successivo, scriveva su «Paese sera» un articolo memorabile, in cui
rispondeva a certe critiche che gli aveva mosso Italo Calvino. E diceva,
Pasolini, che un’epoca della storia umana, lunghissima, che lui riassumeva
nell’espressione età del pane era terminata, perché eravamo
ormai entrati nell’età della merce. Nell’età del pane, osservava, «gli uomini
erano cioè consumatori di beni estremamente necessari. Ed era questo, forse,
che rendeva estremamente necessaria la loro povera e precaria vita. Mentre è
chiaro che i beni superflui rendono superflua la vita». Se, come credo,
Pasolini aveva ragione, dobbiamo chiederci cosa possa significare la parola
“compagno” nell’età della merce, che non è più quella del pane. Dobbiamo
chiederci quale possa essere, oggi, il nuovo pane da spezzare tra di noi e con
gli altri, perché solo in questo modo potremo continuare ad usare il termine
“compagni” senza essere patetici. Naturalmente non mi illudo di avere la
risposta; ma suggerisco di considerare con attenzione l’idea che a dover essere
condivisi, oggi, siano soprattutto i diritti. I diritti che già esistono, che
sono il frutto di una faticosa conquista del progressismo otto e novecentesco,
e che oggi vediamo costantemente minacciati da un vasto progetto di
restaurazione volto a indebolire, e talvolta addirittura eliminare questi
diritti umani e sociali, cosa che spinge da molto tempo le forze della sinistra
su una posizione difensiva e logorante, che rischia di minarne lo slancio,
l’inventiva, la creatività. Bisogna senz’altro difendere con forza i diritti
esistenti dalla furia del neocapitalismo selvaggio e del suo talvolta
inconsapevole braccio armato, il populismo dilagante; ma bisogna anche avere il
coraggio di immaginare i diritti che ancora non esistono, quella fetta enorme
di giustizia e di equità che ancora non è stata riconosciuta. Per fare questo,
io penso che ci si debba spingere verso territori ancora sconosciuti; che si
debba avere il coraggio di varcare i confini dei diritti attuali, delle leggi
attuali, per esplorare e illuminare ciò che sta oltre. Perché i diritti non
sono immobili nel tempo, ma mutano con il mutare delle condizioni, con
l’emergere di nuovi soggetti storici, politici, economici. Oltre la soglia
della legalità non abita soltanto l’illegalità, bensì anche il nuovo volto dei
bisogni, la possibilità di una giustizia sociale che oggi non sa ancora essere
pensata. Andare oltre la legalità, in questo senso, significa non accontentarsi
di ciò che già esiste; non appiattirsi su posizioni difensive; non credere che
l’attività politica sia definita semplicemente dal mantenimento delle posizioni
e dalla gestione del potere. Il diritto di avere dei diritti,
intitolava alcuni anni or sono Stefano Rodotà la sua ultima grande opera. Sono
certo che, ascoltando queste parole, la mente di molti di voi sta pensando ai
migranti, ai nuovi diseredati, alle terribili negazioni dei diritti che li
concernono, tanto nei luoghi da cui cercano di fuggire tanto in quelli a cui
provano ad approdare, con tutti gli ostacoli che conosciamo bene. Ma non si
tratta soltanto di questa nuova realtà. Gli studenti che incontro nel mio
lavoro a scuola: hanno il diritto di sperare? Di provare a essere felici? Di superare
il disagio, il senso di catastrofe familiare ed esistenziale che spesso li
accompagna? Di credere nel futuro? Gli anziani: oltre ai diritti già esistenti
hanno anche quello di sentirsi utili e ascoltati, non emarginati e ghettizzati?
E come concretizzarlo? Gli apostoli che spezzavano il pane con Cristo durante
l’ultima cena era tutti uomini; le donne forse erano di là, a lavare i piatti.
Che diritti hanno le donne? In uno scrittore svizzero di lingua tedesca che
certo non simpatizzava per il socialismo, Meinrad Inglin, trovo un po’ a
sorpresa questa domanda: «Ma noi, chi siamo noi alla fin fine? Siamo degni,
siamo all’altezza di questo spazio nel quale abitiamo?». Inglin si riferiva al
Canton Svitto, ma anche noi potremmo porci lo stesso interrogativo; siamo degni
dello spazio, del territorio in cui abitiamo? Troveremo la forza di arginarne
lo scempio e la rovina, o ci siamo già rassegnati ad accettarne la
trasformazione in parcheggio e supermarket, in merce da consumare in fretta tra
nuove passerelle sui laghi e rinnovata svendita delle acque? Solo mantenendo
vive e brucianti queste domande inquietanti potremo sperare di sentirci ancora
reciprocamente cari, ancora compagni di qualcosa e per qualcosa; partecipi di
un’avventura che è infinitamente più importante di una votazione o di una
percentuale. In una lettera del 30 novembre 1969 un poeta italiano, Giovanni
Giudici, scriveva ad un altro poeta, Franco Fortini, comunista e traduttore di
Brecht. Gli diceva: «Ai livelli del temporale, penso che la “compassione” sia
ancora una delle virtù meno indegne di ciò che la nostra specie vorrebbe
essere». Compassione: cioè il patire, il provare passione, insieme; compagni:
cioè il condividere insieme il pane. Perché, come ho letto una volta in un
romanzo di Cormac Mc Carthy, «el compartir es la ley del camino».
E allora, care compagni e cari compagni, adesso provo
ad usarle di nuovo, queste due parole, con tutta la cautela e con tutta la
speranza di cui posso disporre; per augurare buon lavoro a questo congresso, ma
soprattutto per augurare a tutti di saper andare oltre, oltre i regolamenti,
oltre le contrapposizioni inutili e persino oltre le preoccupazioni elettorali,
per ritrovare lo slancio, l’idealità e la forza. La ley del camino.
Dalla parte di una maestra
antifascista e incazzata
Troppo onesti, troppo davvero buoni, questi ragazzi che hanno disimparato a contrapporsi.
(Fabio Pusterla, Per una insegnante cattiva, 2014)
Senza
manganelli, quando volete. Così Lavinia Flavia Cassaro, antifascista, maestra precaria e incazzata,
a Torino inveisce ripetutamente contro il cordone di sicurezza schierato a
protezione dei fascisti di Casapound per impedire che il loro comizio venga
disturbato dalle contestazioni. Non conosciamo Lavinia Flavia Cassaro di
persona, ma ri-conosciamo la sua incontenibile rabbia di fronte ad uno
schieramento di poliziotti in antisommossa che protegge i fascisti, ammessi a
partecipare alle elezioni politiche in un paese, questo, la cui Costituzione
vieta espressamente la ricostituzione di organizzazioni politiche di matrice
fascista. E invece i fascisti non solo vengono ammessi alle elezioni, ma i loro
comizi vengono protetti e garantiti dalle forze dell’ordine, su e giù per lo
stivale. Ri-conosciamo la rabbia di una precaria, trapiantata al nord con uno
stipendio tra i più bassi d’Europa e la rabbia, troppo spesso repressa, di un
corpo docente contro cui sono schierate frotte di pennivendoli in una gara al
massacro, alla diffamazione e alla delegittimazione della scuola statale
nel momento stesso in cui questa viene trasformata, anzi mostrificata, in una
palestra di addestramento al lavoro precario, se non schiavile, mentre,
parallelamente, i percorsi per accedere alla professione docente e diventare di
ruolo vengono resi sempre più incerti e costosi.
Prevedibile
che le parole di Lavinia Flavia Cassaro sarebbero ritornate indietro come
un boomerang in questa italietta piccola piccola, a caccia di capri espiatori e
sicurezze, mentre sprofonda nel baratro di una polarizzazione della ricchezza
che miete sempre più vittime tra la piccola borghesia declassata. Un’italietta
che ha costruito l’immaginario scolastico sulla maestrina con la piuma rossa
del libro Cuore e che, complice la femminilizzazione della professione docente,
confonde un lavoro intellettuale con un lavoro di cura. Lavinia è una cattiva
maestra perché inveisce contro la polizia, quella stessa polizia incaricata di
proteggere fascisti e leghisti e caricare i/le contestatori/trici dei
vari Di Stefano, Fiore, Meloni, Salvini, spesso poche decine di ragazzi
inermi, come è accaduto di recente a Pisa. Lavinia
è una cattiva maestra perché è vicina al movimento No tav e non staremo qui a
ricordare 20 anni e passa di repressione, carcere, lacrimogeni ad altezza
d’uomo, pestaggi contro chi contestava un’opera che ora il governo ha ammesso essere un’opera inutile.
A chi
affidiamo la cura dei nostri figli? Confondendo docenza e cura, di questo si
preoccupa la famigliola che insegue, angosciata, i miraggi di benessere, pace e
serenità della pubblicità del mulino bianco. La preoccupazione è “nelle mani di
chi” lasciare i figli quando si è costretti ad assentarsi, attanagliati da un
lavoro sempre più fagocitante e meno remunerativo; la preoccupazione è dove,
con chi lasciare i figli, ma non l’ odio e la violenza di fascio-leghisti che
sparano da un’auto sui migranti o accoltellano alla schiena chi sta attaccando
manifesti elettorali, salvo poi ribaltare la versione dei fatti e recitare la
parte delle povere vittime con la complicità dei massmedia, come è accaduto
a Perugia.
Una brava
maestra, invece, cosa dovrebbe fare, secondo l’opinione pubblica fascistizzata
e forgiata dai racconti del libro Cuore e dalla pubblicità del mulino bianco?
Forse rimanere in classe con il pallottoliere e il gessetto in mano, tra un’ave
maria e una salve regina, mentre fuori dalle pareti ovattate di un’aula
scolastica i fascisti tengono tranquillamente comizi e fanno proseliti
fomentando le masse, sempre più impoverite, contro chi è ammassato sugli ultimi
gradini della scala sociale? Una brava maestra dovrebbe forse rimanere ferma e
buona al suo posto, pacata, mite, sorridente, addestrare i pargoletti a
ripetere le date delle guerre puniche, distogliendo l’attenzione da quello che
accade oggi e lasciando ad altri la conduzione del ciclo politico reazionario in cui il
nostro presente sprofonda? E così che ci si rende meritevoli di quella
mancetta di poche decine di euro di aumento stipendiale, piovute come una
caritatevole manna dal cielo in prossimità delle elezioni, per tentare di
recuperare terreno dopo l’emorragia di voti che ha seccato il bacino elettorale
della scuola.
Lavinia non
è la maestrina dalla piuma rossa, questo è evidente. Con la sua birra in mano,
con la sua rabbia esplosiva, rompe violentemente con l’immaginario
femminilizzato, e per questa via reso passivo, succube e innocuo,
dell’insegnante tipo, dell’insegnante modello, quella che rimane in classe a
ripetere le tabelline e a ringraziare il suo Signore e Padrone della mancetta
per il buon servizio reso, quella che chiude le finestre e gli scurini quando
fuori infuria la tempesta.
Nel momento in cui scriviamo, la rabbia di Lavinia si sta trasformando in
paura. La stampa ha provveduto a sondare gli umori della pancia dell’utenza
scolastica, nella ricerca morbosa di testimonianze sull’ inadeguatezza
della maestra. Il ministero ha allertato l’ufficio scolastico
regionale, il segretario di un partito in agonia e in cerca di consensi per
rimontare ha sentenziato: dovrebbe essere licenziata.
Se in questa
apologia di una maestra incazzata abbiamo scelto, nostro malgrado, l’anonimato,
è perché stiamo con Lavinia e non vogliamo dover subire la rappresaglia oltre
che dei commentatori abbrutiti e violenti che avvelenano il web, anche di
una ministra agli sgoccioli che può vantare come unico titolo di merito per
l’incarico che ricopre la fedeltà incondizionata – nomen omen, si
direbbe – ad un ex premier, segretario di partito sul viale del tramonto, che
non ha mai lavorato un solo giorno della sua vita, se non nell’azienda di papà,
e che purtuttavia si arroga il diritto di fare la voce grossa e di esprimersi
sulla licenziabilità di chi lavora in maniera precaria, con uno stipendio da
miseria, lontano dai ripari sicuri della casa paterna e intende la politica
come militanza e non come fedele servilismo al potere, ammantato da una patina
di ipocrita rispettabilità, tipica del politicante di professione.
L’attacco a
Lavinia non è altro che un avvertimento preciso rivolto alla categoria intera,
un monito a non uscire fuori dalle righe, a tenere la testa bassa e a
continuare il proprio lavoro in silenzio, nel rispetto di un sistema in cui lo
spazio per dissentire viene progressivamente azzerato.
Stiamo dalla parte di Lavinia perché rivendichiamo il diritto a rifiutare non
solo un modello di insegnamento passivo e, quindi, autoritario, ma
respingiamo anche l’idea secondo cui le/gli insegnanti sarebbero diretta
emanazione dei valori e delle regole dello Stato in cui vivono e della sua
classe politica.
Stiamo dalla
parte di Lavinia perché siamo per una scuola laica, antifascista e
antisessista, in direzione contraria di quella che vorrebbero imporci lo stato
e il ceto politico; siamo per una scuola libera che, se continua in qualche
modo a sopravvivere, è grazie a quelle/quei docenti che dissentono, che
quotidianamente decidono di svolgere il proprio mestiere in un altro modo,
fuori dalle regole e dalle indicazioni ministeriali, e che per questo vengono
spesso isolate/i o attaccate/i.
Stiamo dalla
parte di Lavinia perché non vogliamo educare soldatini obbedienti o bravi
elettori, ma persone in grado di elaborare un pensiero critico sulla realtà in
cui viviamo, la stessa che pensa che la sicurezza sia garantire agibilità
politica ai fascisti.
Stiamo dalla
parte di Lavinia perché abbiamo tutte le ragioni per essere incazzate e tutto
il diritto di urlare ed esprimere la nostra rabbia. Del resto, per quanto dure,
sono solo parole. Non siamo noi a disporre di armi, manganelli, lacrimogeni,
idranti e a usarli contro gente inerme, che non ha altro da opporre che i
propri corpi e la forza della propria voce.
licenziata per eccesso di antifascismo? – bortocal
la vicenda della maestra
antifascista di Torino, ora minacciata di licenziamento da Renzi in persona,
per qualche grido truculento in piazza, dimostra da solo a che punto sta
arrivando il degrado antidemocratico nel nostro paese sotto l’attiva guida del
Partito Demokrat riplasmato da Renzi come partito di destra:
eccola, la riedizione
aggiornata dei partiti collaborazionisti dell’Europa dell’Est sotto la cortina
di ferro.
solo che ora il
collaborazionismo e` non con uno stato del comunismo stalinista degenere, ma
con la finanza internazionale.
. . .
obbediente al diktat
renzino,l’Ufficio
scolastico regionale del Piemonte informa di avere notificato, oggi, un
provvedimento disciplinare a Lavinia Flavia Cassaro, ieri sospesa. La sanzione è stata prospettata “in considerazione della gravità della
condotta tenuta dalla docente”. La “grave condotta” tenuta dalla docente – “seppur non avvenuta all’interno
dell’istituzione scolastica contrasta in maniera evidente con i doveri inerenti
la funzione educativa e arreca grave pregiudizio alla scuola, agli alunni, alle
famiglie e all’immagine stessa della pubblica amministrazione”. Il direttore generale
dell’Ufficio, Fabrizio Manca, “a salvaguardia della serenità della comunità
educativa”, ha “sospeso l’insegnante dal servizio fino alla conclusione del
procedimento sanzionatorio”.
. . .
la maestra puo` essere
processata per il suo comportamento, ci dovrebbe pensare la magistratura e non
i politici in cerca di consenso elettorale, ma… licenziata?
È quello che grida il bullo di Rignano.
bestia! lo conosce il
codice disciplinare dei dipendenti pubblici?
si occupa soltanto dei
comportamenti in servizio, logicamente!
nessuno può essere
licenziato direttamente dall’amministrazione per comportamenti fuori servizio,
salvo casi davvero gravissimi.
il ministero dimostri che
la maestra sta violando, a scuola, i suoi doveri, e lasci perdere il resto.
. . .
se la maestra verrà
condannata ad una pena detentiva prolungata, questa fara` scattare il
licenziamento, ma soltanto per l’assenza obbligata dal lavoro.
l’art. 10 del Codice
disciplinare valido per tutti i dipendenti pubblici parla di Comportamento nei rapporti
privati
1. Nei rapporti
privati, comprese le relazioni extralavorative con pubblici ufficiali
nell’esercizio delle loro funzioni, il dipendente non sfrutta, ne’
menziona la posizione che ricopre nell’amministrazione per ottenere
utilita’ che non gli spettino e non assume nessun altro comportamento che
possa nuocere all’immagine dell’amministrazione.
ma sono rapporti privati
quelli stabiliti dalla maestra con i poliziotti in piazza, anche se in modo
certamente improprio?
. . .
ma anche a volerli fare
rientrare in questo articolo, si giustifica un licenziamento addirittura per
una frase gridata in un momento di rabbia?
ma dai! siamo pur sempre
in uno stato di diritto, anche se i demokrat stanno cercando da tempo di
farcene uscire.
chi sono i populisti, i
populisti cattivi, altrimenti detti fascisti, in questo caso?
. . .
allego a questo punto le
norme disciplinari in vigore, che fanno parte del Contratto Collettivo
Nazionale del Lavoro del personale della scuola, per chi vuole verificarle di
persona: per il licenziamento richiede (ragionevolmente) la recidiva plurima
nell’anno o nel biennio di comportamenti gravi:
4. La sanzione
disciplinare dal minimo del rimprovero verbale o scritto al massimo della
multa di importo pari a quattro ore di retribuzione si applica, graduando
l’entità delle sanzioni in relazione ai criteri di cui al comma 1, per: a) inosservanza delle
disposizioni di servizio, anche in tema di assenze per malattia,
nonché dell’orario di lavoro; b) condotta non conforme a
princìpi di correttezza verso i superiori o altri dipendenti o
nei confronti dei genitori, degli alunni o del pubblico; c) negligenza
nell’esecuzione dei compiti assegnati ovvero nella cura dei locali e dei beni
mobili o strumenti affidati al dipendente o sui quali, in relazione alle
sue responsabilità, debba espletare azione di vigilanza; d) inosservanza degli
obblighi in materia di prevenzione degli infortuni e di sicurezza sul
lavoro ove non ne sia derivato danno o disservizio; e) rifiuto di assoggettarsi
a visite personali disposte a tutela del patrimonio dell’Amministrazione, nel
rispetto di quanto previsto dall’art. 6 della legge n. 300 del 1970; f) insufficiente
rendimento, rispetto a carichi di lavoro e, comunque, nell’assolvimento
dei compiti assegnati; g) violazione di doveri di
comportamento non ricompresi specificatamente nelle lettere precedenti, da cui
sia derivato disservizio ovvero danno o pericolo all’Amministrazione,
agli utenti o ai terzi.
6. La sanzione
disciplinare della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione
fino a un massimo di 10 giorni si applica, graduando l’entità della
sanzione in relazione ai criteri di cui al comma 1, per: a) recidiva nelle mancanze
previste dal comma 4 che abbiano comportato l’applicazione del massimo
della multa; b) particolare gravità
delle mancanze previste nel comma 4; c) assenza ingiustificata
dal servizio fino a 10 giorni o arbitrario abbandono dello stesso; in
tali ipotesi, l’entità della sanzione è determinata in relazione alla
durata dell’assenza o dell’abbandono del servizio, al disservizio
determinatosi, alla gravità della violazione dei doveri del dipendente,
agli eventuali danni causati all’Amministrazione, agli utenti o ai terzi; d) ingiustificato ritardo,
fino a 10 giorni, a trasferirsi nella sede assegnata dai superiori; e) testimonianza falsa o
reticente in procedimenti disciplinari o rifiuto della stessa; f) comportamenti
minacciosi, gravemente ingiuriosi, calunniosi o diffamatori nei confronti
dei superiori, di altri dipendenti, dei genitori, degli alunni o dei terzi; g) alterchi con ricorso a
vie di fatto negli ambienti di lavoro, anche con genitori, alunni o terzi; h) manifestazioni
ingiuriose nei confronti dell’Amministrazione, esulanti dal rispetto
della libertà di pensiero, ai sensi dell’art. 1 della legge 300 del 1970; i) atti, comportamenti o
molestie, anche di carattere sessuale, che siano lesivi della
dignità della persona; l) violazione di doveri di
comportamento non ricompresi specificatamente nelle lettere precedenti da cui
sia, comunque, derivato grave danno all’Amministrazione, ai genitori,
agli alunni o a terzi.
7. La sanzione
disciplinare del licenziamento con preavviso di applica per: a) recidiva plurima, almeno
tre volte nell’anno, nelle mancanze previste nel comma 6, anche se di
diversa natura, o recidiva, nel biennio, in una mancanza tra quelle previste
nel medesimo comma, che abbia comportato l’applicazione della sanzione di
dieci giorni di sospensione dal servizio e dalla retribuzione; b) occultamento, da parte del responsabile della custodia, del controllo o
della vigilanza, di fatti e circostanze relativi ad illecito uso,
manomissione, distrazione o sottrazione di somme o beni di pertinenza
dell’Amministrazione o ad essa affidati; c) rifiuto espresso del
trasferimento disposto per motivate esigenze di servizio; d) assenza ingiustificata
ed arbitraria dal servizio per un periodo superiore a dieci giorni consecutivi
lavorativi; e) persistente
insufficiente rendimento o fatti che dimostrino grave incapacità ad
adempiere adeguatamente agli obblighi di servizio; f) condanna passata in
giudicato per un delitto che, commesso fuori del servizio e non attinente in
via diretta al rapporto di lavoro, non ne consenta la prosecuzione per la sua
specifica gravità; g) violazione dei doveri di
comportamento non ricompresi specificatamente nelle lettere precedenti di
gravità tale, secondo i criteri di cui al comma 1, da non consentire la
prosecuzione del rapporto di lavoro. 8. La sanzione disciplinare
del licenziamento senza preavviso si applica per: a) terza recidiva nel
biennio di: minacce, ingiurie gravi, calunnie o diffamazioni verso il pubblico
o altri dipendenti; alterchi con vie di fatto negli ambienti di lavoro, anche
con utenti; b) accertamento che
l’impiego fu conseguito mediante la produzione di documenti falsi e, comunque,
con mezzi fraudolenti; c) condanne passate in
giudicato: 1. di cui art. 58 del
D.lgs. 18 agosto 2000, n.267 ,nonchè per i reati di cui agli art. 316 e
316 bis del codice penale; 2. quando alla condanna
consegua comunque l’interdizione perpetua dai pubblici uffici; 3. per i delitti indicati
dall’art. 3, comma 1, della legge n. 97 del 2001. d) condanna passata in
giudicato per un delitto commesso in servizio o fuori servizio che,
pur non attenendo in via diretta al rapporto di lavoro, non ne consenta
neanche provvisoriamente la prosecuzione per la sua specifica gravità; e) commissione in genere di
fatti o atti dolosi, anche non consistenti in illeciti di rilevanza penale
per i quali vi sia obbligo di denuncia, anche nei confronti di terzi, di
gravità tale da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del
rapporto di lavoro.