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domenica 23 agosto 2026

L’industria cinese avanza: cosa fare? - Vincenzo Comito

Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo. Nelle note che seguono cerchiamo di dare alcune informazioni soltanto su alcuni aspetti di tale fenomeno in atto.

Preliminarmente appare utile ricordare che ci sono alcune presunte regole che si davano per scontate sui manuali di economia e che sembravano apparentemente confermate sino ad oggi nella pratica. La prima prevedeva che nei processi di industrializzazione i vari paesi si specializzassero all’inizio nelle produzioni a basso costo della manodopera e a basso valore aggiunto; man mano che poi il processo di sviluppo andava avanti essi si sarebbero diretti verso produzioni a più alto valore aggiunto e a più alto costo del lavoro, abbandonando progressivamente i settori più arretrati. La seconda, messa a punto a suo tempo da David Ricardo, detta anche dei vantaggi (o dei costi) comparati, teoria alla base degli scambi internazionali, affermava che era opportuno che ogni paese si specializzasse sulle produzioni che sapeva fare relativamente meglio, su cui cioè aveva un vantaggio comparato e che provvedesse poi su queste basi a scambiare i suoi beni sui mercati internazionali; così conveniva al Portogallo produrre vino che poi poteva scambiare con i tessili inglesi; i due paesi avrebbero tratto vantaggio reciproco da tale specializzazione. La terza e forse più importante prevedeva infine che il mercato fosse più forte e più capace di orientare le scelte economiche delle imprese rispetto alla mano pubblica e alla pianificazione, che dovevano quindi lasciare al mercato stesso la massima possibilità di libera esplicazione. Per due secoli in Occidente si è affermato che il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa e che ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento (Arlacchi, 2026). Come si è affermato da qualche parte il mercato era un cavallo selvaggio impossibile da domare. La più evidente conferma a tale ultima legge è sembrata a suo tempo essere stata la pessima performance dell’economia dell’Unione Sovietica, rigidamente pianificata.

Lo sviluppo cinese, soprattutto negli ultimi anni, tende invece a mostrare che ci si può fare sostanzialmente beffe di tutte e tre tali presunte regole e contemporaneamente prosperare. Se guardiamo ai processi di sviluppo della Cina, essi sono andati avanti in maniera apparentemente classica, avviandosi prima nei settori tradizionali come il tessile-abbigliamento per passare poi a produzioni sempre più sofisticate, mentre il costo del lavoro aumentava piuttosto velocemente. Ma questo con alcune varianti. Intanto, mentre oggi il paese è ormai in testa o sostanzialmente alla pari con gli Stati Uniti nella gran parte dei settori avanzati (nel 2024 la spesa in ricerca e sviluppo del paese asiatico ha raggiunto quella degli Stati Uniti ed ormai la ha sorpassata) non ha però abbandonato quelli più tradizionali. Qualcuno ha fatto l’ipotesi che di questo passo la Cina paradossalmente non avrà più bisogno di importare alcunché e si specializzerà in tutto. Si tratterebbe in qualche modo di una smentita clamorosa della teoria dei costi comparati di Ricardo. Visto da un altro punto di vista, il paese tende all’autosufficienza produttiva in tutti i settori, sia per evitare le minacce sempre presenti degli Stati Uniti sia per un richiamo alla Storia del paese che ha sempre teso a tenersi distaccato dal resto del mondo. Naturalmente si tratta di un paradosso. La Cina avrà presumibilmente bisogno di importare ancora per lo meno delle materie prime e presumibilmente dei semilavorati, ma anche qualcosa nel campo dei prodotti finiti.

Come abbiamo indicato, nonostante la forte crescita dei salari nel tempo nel paese la Cina controlla ancora una storicamente inusuale quota di produzioni tradizionali a livello mondiale, superando come capacità competitive anche paesi con dei livelli di salari di diverse volte più bassi. Più in generale si può dire che le produzioni industriali possono essere in generale suddivise in quattro categorie, a bassa, media, alta tecnologia, più quelle basate sulle risorse naturali, quali le raffinerie di petrolio. Ora, tra il 2010 e il 2024 la quota di mercato cinese sulle esportazioni mondiali è cresciuta in tutte e quattro le categorie (The Economist, 2026, a). Tra le ragioni in particolare che spiegano la persistente forza dei settori tradizionali del paese asiatico stanno in primo piano l’utilizzo spinto dell’automazione, della robotica e altre innovazioni tecnologiche, poi le economie di scala, infine il fatto che nel paese ci sono rilevanti scarti di salari tra le sue varie aree geografiche (The Economist, 2026, a) e che quindi per le produzioni tradizionali si possono localizzare le fabbriche in quelle più povere. Per quanto riguarda la terza legge la Cina sembra aver trovato il giusto equilibrio tra piano e mercato, non rinunciando alla direzione cosciente dell’economia, ma ponendola su nuove e ingegnose basi, riuscendo alla fine a domare il cavallo selvaggio. Le teorie economiche tradizionali affermavano che nessuna autorità centrale sarebbe stata in grado di raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi tra milioni di individui che il mercato aggrega invece automaticamente, rendendo quindi il socialismo impossibile; ma i mezzi di calcolo odierni sono ormai in grado di svolgere le due funzioni del mercato, quella di rivelare ciò che la gente desidera e decidere dove occorre investire. Tali compiti sono ora potenziati in Cina dal crescente uso dell’intelligenza artificiale. Del resto è quello che avviene in realtà già da tempo nelle grandi società americane (Arlacchi, 2026). Ma al di là della teoria, è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Cina è riuscita nel compito di conciliare Stato e mercato, sia pure forse al prezzo di qualche più o meno moderato spreco di risorse, che presumibilmente i progressi nell’uso dell’IA dovrebbero contribuire a ridurre.

La situazione nuova portata dallo sviluppo recente dell’economia cinese può essere guardata con riferimento ai paesi avanzati dell’Asia e a quelli dell’Unione Europea. I tre paesi asiatici in argomento (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) stanno registrando un boom economico rilevante grazie in particolare alla spinta derivante dall’IA statunitense, che richiede per andare avanti i prodotti di tali paesi. Ma il resto dell’economia del ricco Nord-Est dell’Asia si va invece deindustrializzando. La ragione di tutto questo sta nella sempre più forte concorrenza cinese (The Economist, 2026, b). Quest’ultimo paese una volta importava dell’Asia del Nord-Est componenti ad alto valore aggiunto e capitali mentre vi esportava poi i relativi prodotti finiti con un’attività di assemblaggio a basso valore aggiunto. Ma ora essa compete su tutta la catena del valore con gli altri paesi e anzi li spinge verso il deficit della loro bilancia commerciale. Auto, macchinari, batterie, prodotti chimici sono alcune delle produzioni nelle quali la Cina aumenta la pressione. I tre paesi non sembrano avere delle idee chiare su cosa fare in presenza anche di una domanda interna molto debole e in relazione anche al fatto che per decenni le loro politiche sono state orientate prioritariamente a produrre per l’export (The Economist, 2026, b).

Nel 2025 i paesi dell’UE hanno registrato un deficit commerciale complessivo con la Cina di 360 miliardi di euro, praticamente un miliardo di euro al giorno, contro i 295,8 del 2024. E i primi cinque mesi del 2026 segnano un’ulteriore, rilevante crescita del fenomeno, con un aumento delle esportazioni cinesi verso i paesi dell’area di più del 16%. Da tempo l’UE ha avviato una specie di guerra a piccoli passi verso i produttori del paese asiatico. Intanto Bruxelles ha imposto una sovratassa sulle vetture elettriche del paese asiatico; vanno poi registrate delle clausole di salvaguardia nei settori dell’acciaio e delle ferroleghe; inoltre una tassa sui piccoli pacchi, 12 milioni al giorno, che arrivano dalla Cina. Con il suo Industrial Accelerator Act, con cui la UE si è posto il ridicolo obiettivo di passare da una percentuale del 14% ad una del 20% nel 2030 per l’incidenza del settore industriale sul pil, essa condiziona tra l’altro l’accesso agli aiuti e ai mercati pubblici al rispetto di una percentuale di fabbricazione locale per certi settori ritenuti strategici. Ora con un progetto di revisione del Cybersecurity Act del 2019 si propone di sostanzialmente bloccare i fornitori provenienti dai paesi ad alto rischio in 18 settori. Intanto il Commissariato francese per il Piano propone di tassare tutte le merci cinesi al 30%, mentre singoli paesi dell’UE, dall’Italia all’Olanda, hanno adottato ulteriori provvedimenti discriminatori contro i produttori cinesi. Da rilevare che comunque l’area euro rimane complessivamente con un surplus commerciale. Bisogna poi ricordare la recente folle proposta della signora Kallas, titolare degli Affari esteri della Ue, che vorrebbe imporre sanzioni a tutti i paesi che continuano ad avere rapporti economici significativi con la Russia e quindi in particolare Cina, India, Turchia. Proposta chiaramente autodistruttiva.

In ogni caso sembrano aumentare le probabilità di una guerra commerciale tra la Cina e l’UE, anche se alcuni paesi, a cominciare dalla Germania, pensano invece che si tratti di una risposta sbagliata ad un problema reale. La UE non dovrebbe e non può permettersi di combattere una guerra commerciale con la Cina, afferma il Global Times, organo del partito comunista cinese (Global Times, 2026). In effetti il paese asiatico reagirebbe con contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che la UE non può permettersi, vista la difficile situazione attuale della sua industria con, tra l’altro, l’ostilità totale verso la Russia e la crisi con gli Stati Uniti; combattere contemporaneamente su tutti i fronti appare difficile. Da un altro punto di vista la UE vorrebbe la transizione energetica a costi contenuti e un basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che appare in grado di offrire tali risultati. La Cina è l’unica a possedere le tecnologie senza le quali la transizione energetica richiederà molto più tempo e costi più elevati; inoltre essa possiede i prodotti di adeguata qualità e a prezzi moderati in grado di sostenere il tenore di vita delle classi medie e popolari europee, fornendo un contributo essenziale alla lotta contro l’inflazione (Khalid, 2026). Per altro verso, la supposta minaccia cinese all’industria europea è, almeno per alcuni versi, esagerata (Sandbu, 2026). Prendiamo il caso dell’auto. Certo le esportazioni cinesi verso i paesi dell’UE sono aumentate dalle 750 mila unità nel 2023 a poco più di un milione nel 2025, ma tali vendite hanno semplicemente sostituito le importazioni da altri paesi, mentre il numero totale di auto importate nell’UE è rimasto stabile. Poi il mercato tedesco assorbe molte meno auto di prima e la frugalità di tale paese è un colpo maggiore alla sua industria dell’auto delle esportazioni cinesi. Semmai la maggiore concorrenza del paese asiatico è uno stimolo per spingere la produttività in casa. Ma il protezionismo invece permette all’industria domestica di innovare meno.

L’unica risposta ragionevole alla pretesa minaccia cinese sarebbe quella di tentare un grande accordo, come da tempo si sta verificando nello stesso settore dell’auto, dove le intese tra i produttori francesi e tedeschi con le controparti del paese asiatico sono ormai moltissime; si tratterebbe di spingere parallelamente gli investimenti in innovazione, attività nella quale i paesi dell’UE sono rimasti molto carenti nell’ultimo periodo, facendosi sopravanzare di molte lunghezze dagli Stati Uniti e dalla stessa Cina. In ogni caso, il mondo vuole i prodotti tecnologici del paese asiatico (The Economist, 2026, c).

Testi citati nell’articolo:
– Arlacchi P., Cina, Socialismo e IA contro Occidente, Il fatto quotidiano, 27 maggio 2026
– Global Times, China firmly opposes EU’s discriminatory practices, vows necessary measures to protect Chinese firms, www.globaltimes.cn, 22 gennaio 2026
– Khalid I., Why the world needs a China shock 2.0, 
www.asiatimes.com, 7 maggio 2026
– Sandbu M., Europe is running from a phantom China threat, 
www.ft.com, 1 giugno 2026
– The Economist, The pterodactyl’s downdraft, 23 maggio 2026, a
– The Economist, Boom and bust, 30 maggio 2026, b
– The Economist, The world wants Chinese tech, 25 aprile 2026, c

da qui

sabato 4 luglio 2026

Dissidenza, repressione politica, libertà. In ricordo di Ambro

L’11 giugno scorso abbiamo pubblicato un articolo di Claudio Novaro teso a sottolineare, fin dal titolo (“Quando la giustizia esclude e uccide”) la scarsa consapevolezza da parte di settori della magistratura del “potere terribile” di cui sono titolari, «un potere il cui esercizio discrezionale incide profondamente sui diritti fondamentali, sulla libertà e sulle condizioni personali dei soggetti che lo subiscono» e richiederebbe, per questo, «un minimo di empatia con la vita reale delle persone, con le loro relazioni, con le loro fragilità, anche». L’articolo prendeva le mosse, tra l’altro, dalla tragica vicenda, di un giovane che si era tolto la vita tre mesi prima, dopo che gli era stata applicata, dal giudice per le indagini preliminari di Torino, «la misura del divieto di dimora a Torino, città dove viveva da diversi anni, dove aveva studiato, dove aveva le sue più importanti relazioni amicali e affettive», misura confermata dal Tribunale del riesame e che «l’aveva gettato nello sconforto». L’articolo – che, per doverosa delicatezza, non conteneva indicazioni funzionali alla identificazione del giovane ed evitava giudizi tranchants e strumentalizzazioni – è stato ampiamente ripreso, non sempre con la stessa attenzione ai risvolti personali, da diversi organi di stampa e dai social, con commenti spesso sguaiati e volgari. Volutamente ci siamo astenuti dal riprendere e commentare. Venerdì scorso, peraltro, il manifesto ha pubblicato una lettera accorata e, insieme, rigorosa in ricordo di Ambro (questo il nome del giovane) e a commento della sua vita e della sua drammatica conclusione, che ci sembra importante far conoscere ai nostri lettori: in memoria di quel giovane e con l’auspicio che il suo gesto susciti una riflessione rispettosa e capace di rendere anche l’intervento giudiziario più umano. (la redazione)

Ambrogio era un ragazzo di 27 anni, arrivato a Torino per gli studi in Filosofia e Storia delle Religioni. Ambro è sempre stato un idealista, attento agli ultimi, con un grande senso di empatia e gentilezza. Era un anarchico, un testone, un polemico. Ambro aveva anche i suoi demoni e i suoi irrisolti, ed una generosità e capacità di offrire agli altri che spesso sconfinava nel sacrificio. Era anche un ragazzo arrabbiato con il mondo, per le sue ingiustizie e le sue storture. Ambro aveva ben chiaro il concetto e il senso di collettività, mettendo in atto ogni giorno, in ogni gesto e parola. Ha sempre creduto nella politica dal basso, cioè quella tangibile fatta da chi vive in questo sistema precario per sostenere le persone colpite dallo stesso, criticando con lungimiranza e lucidità lo Stato e le varie politiche susseguitesi negli anni, sia nel nostro paese che a livello globale.

Ambro il 15 Marzo si è tolto la vita lanciandosi da un ponte in un piccolo paese dell’entroterra ligure, un luogo scelto probabilmente perché vicino alle sue care falesie. Era stato privato della libertà in quanto sottoposto a misure cautelari.

Noi tutti, amici, familiari e conoscenti, ci siamo ritrovati a dover far senso di un dolore enorme, nessuno riusciva a credere che quanto accaduto fosse reale. In questo gesto però rivediamo una delle parti più autentiche di Ambro, una parte scomoda, non facile da comprendere, ma non per questo da non raccontare. Ambro credeva che ovunque nel mondo le persone tutte avessero un valore, e che la libertà e la dignità andasse sempre difesa, e le violazioni denunciate a gran voce. Anche per questo ha partecipato alle manifestazioni dell’anno scorso a supporto del popolo palestinese volte a denunciarne gli abusi subiti. Non aveva bandiere o affiliazioni, non sarebbe stato da lui. Aveva ricevuto in febbraio l’avviso di garanzia che lo informava del procedimento pendente e dei capi di indagine relativi proprio a quelle manifestazioni. Una lista gonfiata da un caso diventato politicamente sensibile. Si dovevano trovare colpevoli, e li si doveva punire duramente. Si sentiva dalle istituzioni la pretesa di muoversi subito e colpire duro. Poco dopo venne disposto dal GIP l’obbligo di firma giornaliera e il divieto di dimora a Torino. Il PM aveva chiesto la custodia cautelare. L’aveva chiesta per tutti gli 11 indagati. La maggior parte, poco più che maggiorenni incensurati. Studenti per lo più.  A seguito di richiesta di riesame, non solo erano state confermate le misure in essere, ma era anche stato condannato al pagamento delle spese. Poco dopo tenne alcuni colloqui telefonici con l’avvocato che lo seguiva. Si era detto talvolta preoccupato dalla mancanza di informazioni chiare ricevute. Parlava di alcune sviste. Era seguito con il gratuito patrocinio. In un primo momento era sconfortato, ma poi sembrava si stesse muovendo per cercare un lavoro a Torino, sperando in occasione del prossimo riesame di farsi rimuovere la misura dell’allontanamento. E invece la sua decisione del 15 marzo racconta un’altra storia.

Dopo la morte di Ambro ci siamo presi tempo di elaborare e abbiamo collettivizzato il dolore e condiviso la perdita, raccontando del suo impegno politico il 25 aprile. Quel giorno, prima del corteo, abbiamo raccontato di lui e affisso una targa in ricordo della sua lotta accanto a quelle dei partigiani. Ambro infatti, per noi, rappresenta un partigiano dei giorni nostri e abbiamo considerato importante raccontarlo tra le vie di Torino, durante una manifestazione alla quale lui sicuramente avrebbe partecipato. Nelle ultime settimane il caso è stato reso pubblico dall’avvocato che lo seguiva nel procedimento. Grazie alla volontà dell’avvocato di portare alla luce una serie di considerazioni in merito al problematico utilizzo spropositato delle misure cautelari, il caso di Ambro è diventato un caso mediatico. Il giornale la Repubblica ha quindi deciso di scrivere in merito e vari esponenti politici e attivisti hanno ricondiviso gli articoli, riprendendo quello che di Ambro si leggeva nell’articolo dell’avvocato. Da qui nasce l’urgenza per noi di raccontare chi era Ambro, per quanto possibile rispettando il suo modo di sentire. Vogliamo anche condividere alcune riflessioni su come la vicenda sia stata gestita, a livello mediatico e non, perché ci sembra opportuno porre l’attenzione ad alcuni aspetti che ci hanno riguardato in prima persona.

La strumentalizzazione della vicenda di Ambro definito in maniera piatta come Pro Pal dai giornali, speriamo possa essere un punto di partenza per comprendere la difficoltà di parlare del suicidio di una persona, che non può essere stigmatizzata o ridotta ad una definizione ideologica. La deriva è ben rappresentata dai commenti, molto violenti, che si leggono sotto i post sui social dove gli articoli vengono parzialmente riportati. La criminalizzazione delle persone che sono scese in piazza dopo il decreto legge sicurezza è un tema che finalmente ha preso lo spazio che merita, anche se non siamo d’accordo con il modo con cui la vicenda è stata trattata. Si parla poco e male di salute mentale e di suicidio. Basterebbe dare solo uno sguardo ai numeri degli ultimi anni per apprendere che il suicidio è una scelta sempre più paurosamente ricorrente e le cause vanno ricercate proprio laddove il nostro sistema latita e anzi, tende ad affossare i singoli. Proprio in merito agli ultimi provvedimenti giudiziari, in vigore dopo il decreto legge sicurezza, ci sono già molte persone che stanno subendo le conseguenze massacranti di scelte politiche volte ad annichilire le persone e ogni movimento di dissenso verso il potere. A tal proposito speriamo che questa nostra riflessione possa aiutare e far risuonare le voci di chi oggi si trova in questa situazione e che ha bisogno di aiuto. Speriamo che questo possa essere l’inizio di una riflessione più ampia riguardo alla gestione delle misure cautelari e alle considerazioni relative alla delicatezza con cui il sistema giudiziario dovrebbe agire in questi casi. L’empatia e il tener conto delle fragilità di chi subisce certe misure e degli affetti intorno a queste persone, deve essere un tema centrale nella riconsiderazione dell’applicazione delle misure cautelari, ma anche della gestione da parte degli operatori della giustizia di ogni aspetto che riguarda le vicende giudiziarie.

Crediamo che quanto sottolineato dall’avvocato nel suo articolo sia di estrema urgenza e che sia importante riflettere sulle pericolose conseguenze di misure cautelari così violente nei casi che riguardano la lotta politica. Allo stesso tempo, riteniamo urgente comunicare la difficoltà, da parte di chi vive in prima persona questo tipo di situazioni, a relazionarsi con una società che, nel suo insieme, non si fa carico del peso emotivo e politico della cura che dovrebbe essere riservata a chi vive un lutto. Pur rispettando il dovere di cronaca, riteniamo doveroso richiamare l’attenzione sulla necessità di riflettere sulle modalità attraverso cui si parla di suicidio. Sentiamo un vuoto perché non se ne parla abbastanza e se ne parla male. Parlare di chi non c’è più senza avere la cura di contattare con il giusto livello di umanità gli affetti, senza tenere in considerazione la delicatezza della situazione, è già di per sé molto violento. Vorremmo che in futuro questa cosa potesse cambiare: la vicenda di Ambro è stata raccontata fin dal primo giorno senza di lui, avendo pochissima cura delle persone che tengono a lui. Proprio in virtù di questo abbiamo deciso di scrivere questo articolo, ma chiediamo di essere rispettati nel nostro dolore e speriamo che tutto questo possa davvero far riflettere su temi che non spetta a noi sviluppare. Abbiamo bisogno che la società tutta si assuma la responsabilità e la fatica di affrontare gli aspetti qui richiamati che hanno necessità di essere approfonditi da chi effettivamente ha gli strumenti per farlo. Abbiamo bisogno della collaborazione di tutti.

Amore che resiste. Oltre tutte le manipolazioni e i discorsi distorti, alla fine rimani tu in ogni parte di noi. E questo ci salva, riempie quel vuoto profondo nato dalla tua assenza, che è però data solo dal tuo non essere più fisicamente qui, sempre in giro, mai tra i baretti, con la tua Galath che sa di ferro e storie da raccontare. Adesso non racconti più, passi la palla a noi. E noi ci siamo Ambro, narriamo con te e per te. Sicuramente storcerai il naso e con il tuo sorrisetto sguincio penserai: «Mamma mia questi qui, proprio non hanno capito niente di me». Forse è così, forse per descriverti non bastano tutti questi amici riuniti per ricordarti, ma è proprio questo che racconta tanto di te, ed è proprio così che abbiamo deciso di narrarti. Tu che non amavi parlare di te ma che chiedevi sempre degli altri, una persona irriverente, che non scende a compromessi se questi comportano il girare le spalle ai propri valori, un cane sciolto, ma anche un buffone, uno spavaldo, un romantico, il migliore compagno di viaggio che tu possa mai incontrare per le strade della tua vita. Siamo qui per dirti che siamo così felici di sapere che ti abbiamo incrociato.
Per sempre.

Le tue amiche ed i tuoi amici.

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giovedì 2 luglio 2026

Contro la scuola di classe (a margine della “riforma dei tecnici”) - Giovanna Lo Presti


Sfoglio il giornale: mi colpisce una fotografia. Sono ragazzi e ragazze che reggono uno striscione su cui c’è scritto: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Poi leggo un articolo: «Le punte più avanzate che oggi conducono le lotte nelle scuole sono senz’altro gli istituti professionali e tecnici e le scuole aziendali. Sono infatti i posti in cui si sente più vicino e incombente lo sfruttamento del lavoro in fabbrica. Chi fa le scuole professionali dopo tre anni si ritroverà in mano un diploma con cui potrà fare l’apprendista, l’operaio. E sarà soggetto al potere, all’arbitrio del padrone, che di solito se ne frega del diploma, è il primo a non riconoscerlo e a usare i giovani per i propri profitti, pagandoli di meno, ricattandoli, facendogli fare i lavori più snervanti. […] Si vede subito la funzione reale che ha la scuola: che non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta ai suoi ordini nella fabbrica”. Sto leggendo il secondo numero di Lotta continua – novembre del 1969 – e, se non fosse per alcuni termini (“fabbrica”, forza lavoro, snervante) avrei difficoltà a datarlo, se dovessi partire dai contenuti.

Andiamo in ordine: “I professionali non sono il ghetto della scuola”. Imperativo categorico, vero allora e vero adesso. Ma in realtà verso i professionali vengono dirottati dopo le scuole medie (secondarie di primo grado, oggi) due categorie di studenti, a volte sovrapponibili: quelli che otto anni di scuola hanno decretato essere poco portati per lo studio e quelli che provengono da famiglie non abbienti e con basso grado di istruzione. Non voglio essere impietosa con chi fa un mestiere davvero difficile: dico soltanto che, poiché la nostra scuola non è diventata quello che dovrebbe essere – un luogo aperto, democratico, critico – è bene anche tener conto, se vogliamo uscire dall’odierno pantano, che molti insegnanti sono stati complici del processo di stagnazione e che la loro unica scusante è che il loro datore di lavoro (lo Stato) non ha mai provveduto a metterli nelle condizioni materiali di lavorare con tranquillità.

Torno all’argomento centrale del mio discorso. Non mi affanno a dimostrare un’evidenza: la scelta della scuola superiore anche oggi è influenzata dalla famiglia di origine ed è dunque una scelta di classe. La piramide costituita dalle scuole superiori vede, ancor oggi, in cima il liceo (il classico, prima di tutti gli altri) e poi digrada giù giù, dai tecnici verso i professionali. Siccome l’espressione “scuola di classe”, nella sua brutalità, non piace né a sinistra né a destra, nell’ultimo trentennio (“il trentennio senza gloria”, per rovesciare una definizione famosa) in modo bipartisan i nostri governanti si sono affannati per ridare smalto all’istruzione tecnica e professionale. Da Berlinguer a Moratti, da Gelmini a Renzi-Giannini e poi sino a Bianchi e Valditara (i ministri dell’istruzione che non abbiamo nominato erano comunque fedeli alla linea) è stato un coro all’unisono per affermare che l’istruzione tecnica e professionale non è di serie B. Parallelamente, e in contraddizione con l’assunto, i ministri si sono mossi per farla passare dalla “serie B” alla “serie C”, negando a questo importante segmento dell’istruzione superiore italiana le risorse per colmare il gap che lo divideva dai licei. Poco è stato dato materialmente e molto è stato elargito in termini di riforme, riformine e riformette, tutte di segno regressivo. Se guardiamo ai risultati, i “non ammessi” (bocciati) nei licei sono il 3,1%, nei tecnici l”8,1% e nei professionali il 9,2% (i dati sono relativi al 2025). Se poi guardiamo alla competenza rispetto alla lingua italiana (una competenza che ha nettamente a che fare con l’esercizio dei diritti di cittadinanza) vediamo che l’ultimo rapporto Invalsi è impietoso: negli istituti professionali «il risultato generale non raggiunge mai la soglia dell’accettabilità, rispetto ai traguardi definiti dalle Indicazioni nazionali. Infatti, l’esito medio si attesta al livello 2 (su 5 livelli ndr) solo in Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, provincia autonoma di Bolzano–lingua italiana, provincia autonoma di Trento, Veneto e Friuli-Venezia Giulia; mediamente tra livello 2 e livello 1 in Emilia-Romagna e in Umbria. In tutte le restanti regioni il risultato generale non va oltre il livello 1». In sintesi: tecnici e professionali possono vantare il massimo di selezione e il minimo di istruzione generale ricevuta. Inoltre, negli ultimi trent’anni, il processo noto come “aziendalizzazione delle scuole” ha avuto come primo corollario l’asservimento delle scuole al mercato del lavoro – quasi il senso dell’imparare fosse, in primo luogo, garantire l’accesso ad un futuro lavoro.

L’ultimo tassello in ordine di tempo per consolidare la scuola di classe lo ha messo a punto il ministro Valditara, coerentemente con la visione di destra che gli è propria. La parte più vitale del mondo della scuola sta protestando da tempo contro la “riforma dei tecnici” e la cosiddetta “filiera del 4+2”, entrambe giustificate dalla volontà di colmare il mismatch (la mancata corrispondenza) tra offerta formativa e possibilità di occupazione nel mondo del lavoro. Non mi occuperò delle numerose incongruenze della “riforma dei tecnici” (si trovano in rete tanti articolati documenti; ne segnalo uno qui), prima tra tutte la balzana idea di diminuire le ore di materie generali e formative e di “coordinare” la scuola alle “esigenze produttive” del territorio; né starò a ribadire che il “4+2”, che sottrae alla formazione superiore addirittura un anno, pone ancor più problemi (dalla frequenza universitaria anticipata, visto che non si è pensato a un anno propedeutico, alla difficoltà di redistribuire il quadro orario previsto per il quinquennio in quattro anni: teniamo conto che tutto ciò coinvolgerà proprio gli studenti più deboli). Qui il mio discorso si chiude in modo circolare: in questo momento ci troviamo su posizioni più arretrate rispetto a ciò che nel 1969 rivendicavano gli studenti. Anche la più che doverosa protesta in atto si perde dietro lo stillicidio di imprecisioni, mancanze, stupidaggini di cui il superiore ministero ha disseminato i decreti legge che regolamentano la cosiddetta “riforma” (sempre decreti legge, come si fosse perseguitati da una maledetta fretta!) .

Credo che sarebbe ora di andare al sodo e di lasciar perdere i particolari: la scuola NON può essere allineata con il mercato del lavoro, soprattutto in un momento di accelerazione tecnologica. Se inizio oggi un corso di studi lo finirò tra cinque anni – e, a meno che non si preveda l’aggiornamento dei programmi just in time, quello che avrò imparato in ambito tecnologico sarà, inevitabilmente, superato nell’arco del corso di studio. Proprio da ciò deriva l’importanza di una salda formazione di base, che consentirà successivi aggiornamenti. Essi dovrebbero toccare alle imprese, proprio quelle stesse imprese che pretendono che la scuola fornisca loro manodopera pronta all’uso, facendo così evitare all’impresa stessa costi vivi per la formazione del personale. E mica sono scemi. Anzi, sono furbi: questa storia del mismatch ha preso piede a forza di ripeterla. Le aziende lamentano carenza di personale; ma in un paese con un tasso di disoccupazione giovanile pericolosamente vicino al 20% forse la carenza di personale dipende da altro. Condizioni di lavoro inaccettabili e salari troppo bassi, per esempio. I nostri soloni dell’economia e dell’impresa spiegano che l’Italia presenta un «quadro preoccupante che evidenzia per giunta un paradosso: in un Paese con meno giovani [La quota di giovani tra i 15 e i 34 anni è scesa dal 25% del 2005 al 20,6% nel 2025 ed è destinata a ridursi ulteriormente fino al 18,6% nel 2070], i livelli di occupazione restano tra i più bassi d’Europa. Nella fascia 15-24 anni lavora solo il 19,7%, contro oltre il 50% in Germania. A questo si aggiunge la fuga di capitale umano. Tra il 2019 e il 2023 circa 190 mila giovani hanno lasciato l’Italia, circa la metà dei quali laureati». La citazione è tratta dal Rapporto di previsione di primavera 2026 di Confindustria. Preoccupato, quindi anche il padronato? Sì, a modo suo: infatti, le cause dell’emorragia di giovani che lasciano l’Italia sono, secondo loro, da ricercarsi negli incentivi alle assunzioni come provvedimento centrale. Non si incide, dicono i padroni sulle «cause strutturali della bassa occupabilità giovanile, come il mismatch tra competenze e domanda di lavoro». Rieccola, la grande bugia!

Sta a noi dire che non è vero, dire che la scuola deve essere libera e formativa per tutti. E ribadirlo sino allo stremo, affinché un nuovo senso comune si affermi e sostituisca, alla penosa bugia del mismatch, la dura verità delle cose: non può esistere una scuola migliore se la nostra società diventa sempre più diseguale. E quindi, basta battersi – e lo dico a chi lavora a scuola – per le minuzie, per un’ora di geografia in meno o in più. Battiamoci per l’unica cosa che merita: una scuola che sia luogo in cui i bambini e i ragazzi crescano liberi, senza perdere la curiosità, desiderosi di imparare, sottratti all’egemonia dei nuovi media, sottratti alla inconcludente frenesia di ritmi sempre più accelerati. Miriamo in alto, insomma. È dal 1969, almeno, che qualcuno ricorda che la scuola non è uno strumento di promozione sociale ma uno strumento nelle mani del padrone per controllare, preparare, dividere tutta la forza lavoro che gli serve e per averla pronta. Chi si sente educatore faccia risuonare dentro di sé quella voce inascoltata e si opponga: l’occasione di oggi è il contrasto alla riforma dei tecnici ma l’obiettivo, che è poi quello che conta, si colloca molto più in alto.

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lunedì 22 giugno 2026

I volontari della Flotilla come i partigiani

La Flotilla ha vinto: nonostante tutto - Livio Pepino

Ora che i riflettori sulla spedizione verso Gaza della Global Sumud Flotilla si stanno spegnando, è tempo di valutazioni, anche in prospettiva. C’è un punto fermo: le imprese, per mare e per terra, della Flotilla sono state uno degli eventi più importanti e innovativi degli ultimi anni. A dispetto della repressione violenta e indiscriminata delle autorità israeliane, della macchina del fango messa in campo dalla destra, delle sottovalutazioni e dei silenzi (iniziali ma non solo) della stampa e della sufficienza di molti (anche a sinistra). Ancora una volta la politica ufficiale non ha capito nulla e anche in settori non pregiudizialmente ostili alla Flotilla si è detto e ripetuto che si trattava solo di un’impresa dimostrativa, che l’impossibilità di approdare a Gaza era scontata e rendeva l’impresa sostanzialmente inutile, che ci vuole ben altro per aiutare i Palestinesi e via seguitando con una sequela di banalità. I fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

L’autunno scorso la prima spedizione della Flotilla ha prodotto, come ha scritto Marco Revelli, «l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento –, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico». Quel che è stato innescato dall’impresa della Flotilla – smentendo la vulgata di un mondo condannato all’indifferenza e all’egoismo – è una voglia di partecipazione, di presa di parola, di protagonismo che ha riempito le vie, le piazze, gli spazi pubblici di un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni uniti nel dire che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi e che ci sono i modi per dirlo e per pretendere il cambiamento. È stato, per molto versi, un miracolo.

Nei giorni scorsi, poi, la seconda avventura della Flotilla, con il nuovo atto di pirateria di Israele contro le barche in navigazione in acque internazionali, il sequestro dei relativi equipaggi, le torture e le umiliazioni inflitte a donne e uomini armati solo delle loro idee è stata altrettanto deflagrante. È stato abbattuto il muro dell’indifferenza costruito, nel nostro Paese e nell’intero Occidente, dalla grande stampa e dalle istituzioni, costrette finalmente ad ammettere quello da tempo – inascoltati – descrivevano prigionieri ed esuli palestinesi, attivisti, giornalisti, film makers e intellettuali non omologati. Di fronte ai maltrattamenti esibiti di propri cittadini i Governi occidentali non hanno potuto continuare a chiudere gli occhi. Non ha potuto farlo neppure il nostro ineffabile e balbettante ministro degli esteri. Certo, le reazioni sono state timide, riduttive, insufficienti ma il muro della complicità si è incrinato. La Palestina e, soprattutto, i palestinesi sono, almeno per un po’, diventati protagonisti, mentre termini come “genocidio” e “Stato canaglia” abbinati a Israele hanno cessato di essere tabù anche nell’establishment. Non basta ma è un salto di qualità importante, attribuibile proprio all’impresa della Flotilla.

Tutto questo ha un rilievo che va oltre la vicenda specifica e apre prospettive nuove e significative per i movimenti e per il variegato arcipelago che persegue un mondo diverso.

Primo. Con l’impresa della Flotilla sono tornati al centro del campo politico due valori desueti che sono, invece, fondamentali e capaci di suscitare entusiasmo e mobilitazione: la mancanza di tornaconto personale e l’universalismo. Le navi dirette a Gaza non hanno avuto sponsor esterni né finalità ulteriori rispetto all’aiuto concreto – diretto e indiretto – a Gaza e ai suoi abitanti. L’impresa è stata il frutto di una mobilitazione dal basso di associazioni, organizzazioni e singoli che hanno messo in campo solo – si fa per dire… – le proprie risorse, il proprio entusiasmo e i propri corpi. La gran parte di chi ha partecipato all’impresa e calcato le prigioni di Israele è sconosciuta ai più e non ha cercato riscontri mediatici né investimenti per il futuro. Il tutto in un mix di lingue, di nazionalità e di provenienze che ha ridato voce all’internazionalismo. La prima, univoca, lezione che se ne può trarre è che il denaro e i media non sono necessariamente il motore della politica e che i confini nazionali sono solo un’invenzione di chi vuole mantenere il mondo in condizioni di disuguaglianza e sfruttamento.

Secondo. Un ulteriore dato, non scontato, ha fatto irruzione sulla scena: l’integrazione di genere e di generazioni che ha caratterizzato le “spedizioni” e anche le manifestazioni che le hanno accompagnate. Donne, uomini, ragazzi e finanche anziani si sono mobilitati insieme e in condizioni di parità come non accadeva da tempo. I vuoti dibattiti da talk show e le pensose analisi sulla incomunicabilità e sull’inevitabile conflitto tra giovani e anziani e tra donne e uomini sono stati spazzati via, a dimostrazione che gli obiettivi condivisi e mobilitanti sono capaci di superare incomprensioni, diffidenze, diversità culturali. Ovviamente – e per fortuna – le differenze restano. Ma possono cessare di essere fattori di debolezza. E la strada tracciata dalla Flotilla può essere ulteriormente percorsa.

Terzo. C’è un’altra lezione: molti degli improvvisati marinai della Flotilla non avevano la più pallida idea di come si governa una barca in alto mare ma tutti sapevano che, per la riuscita dell’impresa, era necessario coniugare radicalità e non-violenza. Non sempre ciò è accaduto (e accade) nell’esperienza dei movimenti e altrettanto spesso la non-violenza è stata scambiata per debolezza o arrendevolezza. Ebbene, la reazione composta, pacifica e senza cedimenti degli equipaggi della Flotilla all’aggressione della marina israeliana ha fatto il giro del mondo mostrando a tutti da che parte sta la violenza e rendendo tangibile che la vittoria non è solo né sempre quella che si ottiene con le armi.

Quarto. L’immagine di questa flotta di barche disarmate che attraversavano, compatte, il Mediterraneo ha bucato i media addirittura al di là delle aspettative. La fantasia, l’inaspettato, finanche l’allegria si sono dimostrati strumenti vincenti di azione politica. Ben più di lunghe spiegazioni e ben prima che l’arroganza, la brutalità e la violenza di Israele aggiungessero il loro carico. La lezione è che la politica deve essere creativa.

Quinto. Quanto sin qui descritto non sarebbe accaduto e non avrebbe avuto l’impatto riscontrato senza il coraggio dei partecipanti all’impresa della Flotilla, ben consapevoli delle violenze, delle umiliazioni, degli insulta cui andavano incontro. La destra ha ironizzando parlando di “crociere” e di “vacanza” ma questa vergognosa speculazione è svanita di fronte alle fotografie e ai video degli attivisti inginocchiati, bendati, ammanettati, percossi, torturati. Senza coraggio, anche fisico, senza disponibilità a pagare di persona questo novello Davide non avrebbe incrinato il potere e la forza di Golia. Perché – come ha scritto su queste pagine Karim Metref – «per fare una rivoluzione bisogna pur sacrificare qualcosa: soldi, benessere, sicurezza, tempo, energia. Qualche volta bisogna sacrificare tutto: la vita».

C’è molto nell’impresa della Flotilla di cui fare tesoro. Se accadrà sarà più facile contrastare lo strapotere dei signori del mondo. Nulla è acquisito ma una strada è tracciata e non è cosa da poco.

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I volontari della Flotilla come i partigiani: un paragone azzardato ma forse non troppo - Leonardo Botta

Fu la lotta partigiana, dopo le vergogne del fascismo, a consentire ad Alcide De Gasperi di rivendicare il pur compromesso orgoglio italiano alla Conferenza di Pace di Parigi

Quali effetti concreti, in termini di aiuti per Gaza, hanno prodotto le missioni della Global Sumud Flotilla? Oggettivamente pochi: non ho idea di quanti viveri o medicinali quelle imbarcazioni siano riuscite a recapitare nella Striscia, ma immagino si tratti di quantità risibili, se non nulle.

Dunque parliamo di missioni inutili? Tutt’altro: secondo me sono servite, e servono, a tenere in piedi l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale verso le tragedie del tormentato fronte mediorientale. Certo, il salpaggio di quelle vele ha scatenato strascichi di polemiche e anche l’evocazione di qualche opacità di cui non si sentiva l’esigenza: al netto di reiterate accuse di connivenza dei volontari con Hamas (finora mai provate e, anzi, fondate perlopiù su qualche documento falso prodotto dal governo israeliano), male non avrebbero fatto, i portavoce della missione a condannare pubblicamente e in maniera netta anche i crimini del terrorismo palestinese.

 

Ma spero comunque che di fronte alla storia recente qualcuno, come De Gasperi, dopo le posizioni cerchiobottiste di Meloni, La Russa, Tajani (quello secondo cui “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”), quando ci sarà da spiegare come mai non si è quasi battuto ciglio nei confronti del governo di un paese che “democraticamente” bullizza buona parte del Medio Oriente da Gaza, al Libano, alla Cisgiordania, che utilizza mezzo Mediterraneo come la propria vasca da bagno, che ha risposto al vile e criminale attacco di Hamas del 7 ottobre con la mattanza di oltre 70 mila gazawi tra cui 20 mila tra bambini e adolescenti (ormai sono rimasti in pochi a contestare questi numeri), ecco, spero che quel qualcuno avrà l’onestà di affermare: “La nostra reputazione è salva anche grazie ai volontari della Flotilla”.

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sabato 20 giugno 2026

Contro l’“educazione smartphone” - Federico Repetto

 

1. L’abuso degli schermi nel periodo formativo. L’allarme di due psicopedagogisti americani

Il libro dello psicopedagogista americano J. Haidt, Generazione ansiosa (Rizzoli 2025), comincia con una terribile metafora: se vostra figlia di dieci anni vi chiedesse di partecipare a una spedizione per andare su Marte, dato che tutte le sue amiche ci vanno, di certo le rispondereste di no anche a costo di contrariarla gravemente, mentre le mettete tra le mani un cellulare sui cui contenuti non sapete niente e non avete controllo. Già nel 2018 Iperconnessi di J. M. Twenge aveva cominciato a scuotere l’opinione pubblica globale su questo tema. La preoccupazione di educatori e genitori ha indotto molti governi occidentali e asiatici a vietare l’uso dei social al di sotto dei 16 anni, e pare che l’Italia si appresti a farlo. In realtà, come vedremo, il problema non riguarda solo adolescenti e preadolescenti, e non solo i social. Tuttavia partiamo da qui perché Twenge e Haidt documentano un aumento molto rilevante dell’ansia e della depressione dichiarata dagli adolescenti, nonché dei casi di suicidio, di autolesionismo e di ricorso ai servizi psicologici, e non solo negli Usa, ma in tutto il mondo anglofono e in vari paesi europei. E fanno partire la svolta dalla diffusione maggioritaria dell’iphone nel loro paese tra i ragazzi verso il 2012.

Haidt sostiene poi che tale diffusione ha non solo una correlazione statistica con l’aumento della depressione e di altre patologie psichiche degli adolescenti, ma è una vera e propria causa di esso. Egli sostiene che tra il 2010 e il 2015 si arriva negli USA a una trasformazione strutturale dell’infanzia, il cui sviluppo psicologico è legata allo smartphone e da esso dipendente. Ad esso i ragazzi sono connessi 24h su 24 e 7gg su 7, facendo uso di piattaforme che massimizzano engagement (cioè le interazioni on line), confronto sociale e dipendenza. L’infanzia delle generazioni precedenti, ancora intorno agli anni sessanta-ottanta, si era formata attraverso il gioco fisico, sociale, libero, con possibilità di fare un’esperienza relativamente autonoma in contatto con l’ambiente. L’infanzia “amministrata” dagli adulti già da tempo era una realtà diffusa, ma solo l’uso dell’iphone e l’accesso ai media e ai videogiochi on line hanno portato a una drastica trasformazione nella formazione. Anche per lui, come per Twenge, questa trasformazione coincide con la diffusione dell’iphone tra adolescenti e in particolare con l’introduzione di Instagram (2010), che è specializzato nella diffusione di immagini, e in genere col passaggio dai social “testuali” (com’era Facebook all’inizio) a social “visivi” (più pericolosi per l’autostima, soprattutto femminile), con l’introduzione del feed infinito o scroll infinito (2011-2012) e delle notifiche continue.

L’aumento rilevante dell’ansia e della depressione dichiarata dagli adolescenti e dei casi di suicidio, di autolesionismo e di ricorso ai servizi psicologici è ben documentato non solo negli Usa, ma in tutto il mondo anglofono e in vari paesi europei. Haidt però non attribuisce ai nuovi cellulari, ai social e ai videogiochi presi da soli questo aumento, ma ritiene che essi abbiano spinto all’isolamento digitale una generazione iperprotetta dai genitori, che non aveva fatto l’esperienza basilare del gioco tra coetanei senza la supervisione degli adulti, privata di autonomia e riempita di paure riguardo al mondo reale.

Haidt mostra tre curve parallele di fenomeni la cui coincidenza temporale non può essere considerata semplicemente una correlazione statistica, ma piuttosto una correlazione causale. I fenomeni da lui considerati riguardano non solo gli Usa, ma anche UK, Canada, Australia e Nord Europa, che hanno condizioni di vita, di educazione e di uso dello smartphone analoghe. Le diverse statistiche nazionali, a partire dall’adozione dello smartphone da parte degli adolescenti, mostrano in parallelo: a) aumento della depressione (soprattutto ragazze), b) aumento dell’ansia, c) aumento dei casi di autolesionismo e dei tentativi di suicidio. Il punto cruciale è che tutte le curve cambiano pendenza nello stesso periodo: 2012–2013.

Naturalmente non è semplicemente possedere e usare questo nuovo dispositivo elettronico che produce immediatamente depressione, ansia e autolesionismo. Haidt mostra quali siano le conseguenze dell’uso e abuso dello smartphone che a loro volta causano direttamente questi fenomeni patologici: (1) privazione di sonno: gli adolescenti dormono 1–2 ore in meno rispetto al 2010, e lo smartphone ne è la causa principale (uso notturno, notifiche, luce blu sempre accesa); (2) confronto sociale permanente: Instagram e TikTok amplificano il confronto sociale visivo, con effetti più forti sulle ragazze riguardo allo loro immagine corporea, con possibile diminuzione dell’autostima (i dati di Haidt mostrano un aumento diffuso di insoddisfazione per il proprio corpo); (3) il nuovo cellulare rende possibile il cyberbullismo e l’umiliazione pubblica delle persone prese di mira: il bullismo diventa continuo, non più limitato alla scuola, la persecuzione può colpire in qualunque luogo o momento; le ragazze subiscono più bullismo relazionale e reputazionale, e infatti sono più soggette a depressione dei maschi; (4) la dipendenza da smartphone riduce fortemente il tempo per il gioco libero e l’interazione sociale reale: si passa meno tempo all’aperto, si sviluppa meno autonomia nel mondo reale, si hanno meno esperienze formative, aumenta l’ansia sociale e la fragilità emotiva. Per Haidt dunque la diffusione dello smartphone non è la causa unica del fenomeno, ma la causa scatenante, che ha reso gli adolescenti sensibili a tutte le altre cause.

2. Non ci sono solo gli smartphone, ma anche diversi altri schermi

Allarghiamo il discorso dai cellulari agli altri schermi seguendo il fondamentale libro di Simone Lanza, L’attenzione contesa. Come il tempo-schermo modifica l’infanzia (Armando editore, 2025).

Così comincia questo testo: «Sempre più spesso, subito dopo il parto, avviene qualcosa di inedito fino a qualche tempo fa. Le madri, mi ha raccontato un’ostetrica parigina, anziché prendere il bambino e portarlo a sé, cercano il cellulare e, mentre con una mano reggono il neonato, con l’altra si scattano subito un selfie. Da una dozzina d’anni questa abitudine è sempre più diffusa, e alcune ostetriche italiane me lo hanno prontamente confermato». Poi l’autore mette in luce come lo schermo, sia esso tv, tablet, smartphone o videogioco, non solo attira l’attenzione con le sue immagini, ma fa da schermo agli sguardi tra le persone. Non solo il bambino già alla nascita è visto e fotografato attraverso lo schermo, cosa che permetterà di esibirne orgogliosamente l’immagine, ma l’attenzione dei genitori verso il bambino è spesso contesa da vari schermi, simultaneamente in funzione, così come quella del bambino verso i genitori. L’esperienza virtuale sugli schermi è senza dubbio stimolante, multiforme e ampia, ma prende sempre più ore, mentre nei primi anni di vita abbiamo bisogno dell’incontro diretto con le persone e con le cose e del gioco con i compagni all’aria aperta, e non della sedentarietà e di rapporti mediati dallo smartphone, in cui manca la gestualità e il contatto fisico. L’attenzione che fa crescere cognitivamente e affettivamente il bambino piccolo è l’attenzione congiunta: lo scambio intenzionale di sguardi con l’adulto che porta il bambino piccolo a guardare un determinato oggetto o fenomeno.

Lanza passa in rassegna gli studi pediatrici, psicopedagogici e sociologici che mettono in luce tutti i diversi rischi (riguardanti lo sviluppo fisiologico e sensoriale, il peso, il sonno, il comportamento, l’isolamento, la sensibilità affettiva o sessuale, la depressione, l’ansia, la dipendenza ecc.), correlati con l’abuso di tempo-schermo in generale e in relazione a specifici mezzi tecnici e a specifici contenuti (cartoni, social, videogiochi, pornografia ecc.). Molti di questi studi riferiscono dati allarmanti sul livello raggiunto da tutti questi diversi rischi: in particolare è unanime l’apprensione per lo sviluppo dei bambini piccoli da parte dei pediatri americani, francesi e italiani. I ricercatori che insistono sui rischi dell’abuso degli schermi secondo Lanza non sono allarmisti, ma semplicemente, di fronte ad alte probabilità, fanno appello al principio di precauzione. Lanza ritiene poi che ad ogni modo gli schermi concorrano ad amplificare e a rafforzare le patologie già esistenti: per qualunque motivo una pre-adolescente tenda alla depressione, questa aumenterà con la frequentazione di social in cui c’è una forte competizione per l’immagine (e in cui le “concorrenti” on line trucchino le loro immagini con i sistemi in dotazione degli stessi social, rendendole inimitabili agli occhi di alcune compagne di chat).

Non bisogna dimenticare che il problema, piuttosto che i mezzi tecnici in sé, sono i contenuti e i modelli di rapporti sociali on line proposti dagli algoritmi delle multinazionali digitali, il cui scopo è catturare l’attenzione e prolungare la fruizione, a beneficio degli inserzionisti pubblicitari. Inoltre questa capacità di catturare l’attenzione dei bambini-ragazzi è posta al servizio di genitori stressati dal lavoro e dalla velocità della vita quotidiana contemporanea: essi sono naturalmente tentati di rilassarsi sui loro propri schermi lasciando i figli a quelli che preferiscono. La raccomandazione di Lanza (e di https://pattidigitali.it/, di cui parleremo) è quella di istituire una giornata familiare “libera da schermi”.

La velocità riguarda anche la fruizione dei video da parte dei bambini. Per esempio, per catturare l’attenzione, molti cartoni animati aumentano a tal punto la velocità delle loro scene esilaranti, che poi ai bambini non è possibile riferirle in nessun modo: non sono più storie narrabili, ma azioni frenetiche. Per questo è importante il più possibile evitare questo tipo di cartoni e sapere che tipo di contenuti vedono i figli, e quando è possibile vederli con loro e commentarli.

L’ultimo libro di Lanza è Un attimo e arrivo! Gestire gli schermi per crescere una generazione attenta, (Sonda, 2026), un testo chiarissimo e pieno di esempi e casi empirici, rivolto a genitori e insegnanti. Tra le altre cose, vi è spiegato l’effetto del ciclo della dopamina, che è stato tenuto presente dagli psicologi che hanno concorso all’elaborazione dei social per tenere i consumatori attaccati al pc o allo smartphone grazie a un uso calcolato dei premi e delle gratificazioni (un metodo impiegato dalle slot machine fin dalle loro origini). Sul tema dei neonati e dei bambini piccoli e dei rischi fisici, psichici e di apprendimento da essi corsi, i libri di Lanza contengono interessanti materiali. Rimando al secondo suo libro citato per gli esempi – tratti dall’esperienza dell’autore e di suoi collaboratori – del collegamento tra disturbi della capacità di relazione, del linguaggio, della lettura e dell’apprendimento e l’abuso degli schermi, spesso attribuiti ad altre cause, o classificati semplicemente come Dsa (disturbi specifici dell’apprendimento) o Dsl (Disturbi specifici del linguaggio). Conviene anche informarsi sui rischi documentati dell’uso di smartphone secondo la Società Pediatrica Italiana. La SPI raccomanda di non dare gli smartphone a bambini al disotto dei tredici anni.

Un punto di riferimento di Lanza è il pedagogista americano Neil Postman (Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo, Marsilio 2002, ediz. originale 1985). Egli negli anni ottanta ha ipotizzato che i media privati centrati sull’intrattenimento, e in particolare la tv, avessero il duplice effetto di far scomparire l’infanzia – precocemente informata sulla realtà della vita adulta – e di infantilizzare gli adulti stessi, abituati ad un intrattenimento senza fine e privati dell’abitudine all’informazione critica, tipica della stampa e dell’apprendimento scolastico. È da allora infatti che è cominciato quel lento declino della lettura, in cui egli vedeva profeticamente un rischio per l’opinione pubblica critica e per la democrazia americana.

Oggi è abbastanza chiaro che la convergenza tra il degrado della scuola pubblica e la prevalenza dell’intrattenimento nei media privati pagati dalla pubblicità ha portato a un abbassamento della qualità degli strumenti critici e dell’informazione in mano ai cittadini. C’è stata una riduzione generalizzata degli spazi democratici e delle opportunità di incontro e di discussione, con un indebolimento delle capacità di organizzazione e di resistenza dei lavoratori, spesso isolati nella figura di partite IVA. Gli adolescenti fragili in formazione rischiano di trovarsi soli esposti alle voci autodistruttive che portano le ragazze alla competizione illimitata per l’aspetto fisico (L. Dalla Ragione e R. Vanzetta, Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari, Pensiero Scientifico Editore, 2023) e i ragazzi alla misoginia e al patriarcalismo (L. Bianchi, https://complotti.substack.com/ , 14-01 e 7-06 2026).

Anche per Lanza siamo di fronte a un grave problema sociale e politico. E la prevenzione contro l’abuso degli schermi necessita di un’organizzazione comunitaria, in cui famiglie, scuola e istituzioni collaborino su base territoriale. Le iniziative restrittive e regolative di singoli genitori possono purtroppo infrangersi contro il lassismo dell’ambiente. Le statistiche dicono, certo, che i genitori individualmente preoccupati sono la maggioranza. Ma non hanno molte probabilità di successo senza accordi con altri genitori, senza una conferma istituzionale e senza organizzazione. Per la limitazione dell’uso i genitori più coscienti e attivi possono però proporre a istituzioni e autorità territoriali di aderire ai “patti digitali”, che sono ormai stati stipulati in diverse città italiane .

Rivolto direttamente ai preadolescenti è invece un altro libro, La generazione fantastica. La guida più incredibile per divertirsi e vivere felici senza smartphone (Rizzoli, 2026), dello stesso J. Haidt e di C. Price. Esso incita i ragazzi a ribellarsi al conformismo dello smartphone e uscire dall’isolamento e dalla vita “amministrata” per vivere avventure comunitarie nel mondo reale, sociale e naturale. È riccamente illustrato e contiene racconti a fumetti.

3. Che fare?

Le buone pratiche raccomandate da Lanza sono molto impegnative, ma proporzionate alla gravità dei rischi: niente schermi prima dei 3 anni, tempo di tv limitato, durante i pasti familiari niente schermi (per nessuno), accesso ai social non prima dei 14 anni («si tratta di seguire le norme vigenti senza creare falsi account che modificano l’età»), niente cellulare a letto ecc. (cfr. L’attenzione contesa, pp. 215-217). In positivo, si tratta di organizzare delle domeniche senza schermi di famiglia o di gruppo (per suggerimenti pratici e riferimenti organizzativi si consulti il cap. 12 di Un attimo e arrivo!). Ecco la sitografia contenuta in quest’opera per l’organizzazione dei “patti digitali”: in generale: https://pattidigitali.it/; più specificamente: https://www.unimib.it/news/patti-digitali-milano-bicocca-offre-supporto-alle-famiglie-gestire-lingresso-nel-mondo-online-dei ; https://pattidigitali.it/famiglie-torino/ ; per il contatto genitori-figli: www.custodidigitali.it. Alla fine del libro, è ricordata la petizione promossa nel 2024 dal pedagogista Daniele Novara e dallo psicoterapeuta Alberto Pellai, rivolta al Parlamento italiano, perché non sia consentito il possesso dello smartphone prima dei 14 anni e l’accesso ai social prima dei 16. La petizione ha raccolto ben presto 100.000 firme, e già nel corso di quell’anno Marianna Madia e Lavinia Mennuni hanno presentato un disegno di legge per regolamentare l’uso del cellulare da parte dei minori.

Sull’attuabilità tecnica e sul senso educativo di queste limitazioni naturalmente il discorso è aperto e non è il caso di lasciare l’iniziativa ai conservatori. Ma il punto fondamentale è che bisogna rompere l’inerzia e l’isolamento sociale dei genitori, costruendo una nuova solidarietà educativa degli adulti e un nuovo patto tra adulti e minori. Talora i sentimenti negativi hanno un effetto salutare di mobilitazione: come l’orrore del genocidio in Palestina ha mosso le giovani generazioni e le ha fatte uscire in massa dall’apatia, così è augurabile che la preoccupazione per le generazioni future muova gli adulti verso un nuovo patto educativo. Tuttavia il singolo genitore, per quanto preoccupato, è impotente di fronte al costume ormai generale e all’influenza della cultura del consumismo e dell’ottimismo tecnologico. Per dare un’educazione sana e razionale alla già esigua schiera dei cittadini futuri è necessaria una forte reazione collettiva organizzata sul territorio.

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mercoledì 10 giugno 2026

Schiavitù, fragole e consolati - Loris Campetti

 

Sono anni, dovremmo dire decenni, che i lavoratori sono stati espulsi dalle agende della politica. Occupazione, diritti, sicurezza, salari, orari ridotti a variabili dipendenti dagli interessi del capitale che può esercitare impunemente il suo potere, ora con la complicità ora con il disinteresse della politica e dei governi. Al massimo, padroni e caporali devono fare i conti con i sindacati, laddove esistono. Lavoratori non più uomini in carne, ossa e cervello ma semplici braccia, appendici delle macchine, se non appendici, macchine essi stessi del processo di produzione e accumulazione.

Chi si chiede le ragioni della sconfitta storica delle sinistre dovrebbe interrogarsi su questo aspetto, potrebbe così comprendere la prima causa per cui tanti lavoratori disertano per sfiducia le urne, quando non votano direttamente per la destra per rabbia cieca che sfocia nell’autolesionismo. Sono soli, abbandonati a se stessi e a un rapporto spesso individualizzato con il padrone, traditi se operano in settori nuovi, dentro filiere dove i sindacati non arrivano o non riescono a entrare. Traditi e soli come i lavoratori dei settori più antichi, agricoltura, meccanica, edilizia. Se la sinistra è complice della cancellazione del lavoro umano reso invisibile, ridotto a merce, se chi vive a stento del proprio lavoro svalutato non vede nella proposta politica alternative a un modello basato sullo sfruttamento selvaggio, pre-novecentesco, antecedente al compromesso keynesiano, perché dovrebbe andare a votare per la sinistra? Per chi ha riconsegnato alle imprese il diritto a licenziare illegittimamente chi vuole, tenuto a pagare al massimo una multa? Chi si chiede se Matteo Renzi debba o non debba far parte del campo largo, smetterebbe di chiederselo se si ricordasse come l’ex presidente del Consiglio ha sfasciato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e, con esso, cancellato il poco consenso residuo dei lavoratori dipendenti per la sinistre e, più in generale, per la politica. Renzi non è il solo responsabile, prima e dopo di lui in tanti a sinistra hanno contribuito al divorzio tra lavoro e politica. E ciò oggi consente alle peggiori destre al governo del Paese di portare a termine il lavoro sporco precedentemente iniziato senza più compromessi sociali e morali.

I confini della marcia omicida (di diritti, dignità e vite) del capitale per riprendersi completamente il potere sul lavoro umano non sono segnati, si estendono verso sempre nuovi territori sociali. Se tra Calabria e Basilicata, così come in Campania, Sicilia, Puglia e Lazio, agisce indisturbato il caporalato gestito dalla criminalità organizzata e funzionale agli interessi dei proprietari terrieri, nel cuore della modernità italiana, nel centro di Milano, le cose non vanno meglio. Qui lo sfruttamento, come nel Mezzogiorno, regredisce allo stadio della schiavitù, organizzato da una grande società statunitense, la Caddell Construction che risponde direttamente al Dipartimento di Stato a cui è affidata la responsabilità della politica estera degli Stati uniti che rappresenta in sede Onu. Tra i 3 e i 400 operai indiani, muratori rastrellati in casa da una società locale, trasferiti a Milano dopo il pagamento di un pizzo da 500 dollari per il visto e il viaggio, con promesse da marinai su diritti e salari vengono ridotti invece in schiavitù a 2 euro l’ora dalla Caddell che ne ha preso possesso al loro arrivo in aeroporto come pacchi postali. Costruiscono il nuovo consolato Usa a Milano, questi operai, dovrebbero essere grati a padroni e caporali che li hanno strappati alla miseria, o accettano in silenzio le condizioni schiavistiche imposte oppure remigrazione, come si dice adesso.

Partiamo dal Sud, da Amendolara nel Cosentino, uno dei luoghi dove i braccianti migranti vengono ammassati come bestiame in dieci a stanza per essere all’alba trasferiti, ammucchiati in minibus e auto scassate, nei campi di fragole, pomodori, frutta e verdura della Calabria e del Metaponto. Alcuni provvisti di regolare permesso di soggiorno per lavoro, altri irregolari chiamati perciò “clandestini”. 10, 12 ore di lavoro sotto il sole, se il mezzo di trasporto non ha avuto incidenti come spesso è capitato e dunque se non sono morti nel viaggio, a fine giornata vengono raccolti dagli stessi caporali e riportati a casa, se non sono schiattati dal caldo al termine di un turno infinito. Valgono meno delle cassette di fragole che hanno raccolto. Si fa per dire riportati a casa, diciamo su un materasso vicino ad altri materassi di poveracci come loro. 2 o 3 euro l’ora perché devono pagare l’alloggio (si fa sempre per dire) e persino il trasporto, la metà del quasi nulla che resta a fine mese lo spediscono a mogli e figli nei paesi d’origine, in Africa e in Asia. Se pretendono un contratto, o anche solo il misero pagamento del lavoro pregresso, o anche solo di non pagare il trasporto, vengono chiusi in un’automobile e bruciati vivi. Le regole vanno rispettate, i caporali le fanno rispettare. Così sono stati uccisi, bruciati vivi, tre braccianti afghani. Amin, Ullah e Safi e uno pakistano, Wasseem da due caporali pakistani, ex braccianti promossi a rango superiore così come venivano promossi capò nei lager gli ebrei che i nazisti ritenevano affidabili. Un orrore, uno scandalo ma per pochi, Giorgia Meloni in Calabria è andata ma non ad Amendolara bensì a Reggio al lancio di un francobollo e alla festa dei Carabinieri. Appuntamenti così importanti da costringerla a rinunciare a rendere un omaggio ai caduti sul lavoro criminale e persino a rinunciare a un vertice europeo in Montenegro. In fondo vittime e carnefici non sono che pakistani e afghani, che c’entriamo noi che abbiamo il passaporto e la pelle di un altro colore? E guai a far presente che se ci sono i caporali ci sono anche i capitani mafiosi a organizzare il business e che a loro volta lavorano oltre che per sé stessi per il bene dei generali, i proprietari dei campi di fragole, di meloni, di pomodori. Per gran parte dei giornali la strage merita solo una notizia, un richiamo in prima pagina, successivamente declassata a pagina 15 per un paio di giorni. Poche eccezioni in Tv, una o due belle inchieste al massimo e poi il silenzio. La stagione della raccolta è appena iniziata, the show mast go on. A volte sono gli stessi padroni dei campi e delle serre a fare in proprio il lavoro sporco, magari per accorciare la catena del profitto (o si dice del valore?) come nelle campagne del sud del Lazio, dove, quando una macchina trancia un braccio a Satnam, bracciante indiano, il padrone butta lui e il braccio in macchina, va a scaricarlo davanti casa moribondo, il braccio amputato in una cassetta della frutta.

Migranti indispensabili nella raccolta di frutta e verdura, invisibili a chi non vuol vederli nella casa accanto o nel capannone dismesso a cento metri. Uccisi se tentano di alzare la testa come i quattro migranti dati alle fiamme in un distributore di benzina a Amendolara, il quinto si è salvato aprendo a testate il portellone posteriore dell’auto e aiuta gli inquirenti a individuare i responsabili della macabra esecuzione. Al ritorno a casa le quattro vittime portavano un po’ delle fragole raccolte ai bambini dei vicini. Nessuno però li aveva visti, da quelle parti. Braccianti odiati come Sako, lavoratore maliano, ammazzato di botte a Taranto da un branco di ragazzini, la sua colpa il colore della pelle. E nel trapanese, in Sicilia, altri 5 casi di braccianti migranti bastonati. Ad Amendolara la Cgil ha fatto quel che andava fatto: ha organizzato una grande manifestazione in cui agli operai si sono aggiunti attivisti dei movimenti antirazzisti e antischiavistici, e, deo gratias, dirigenti e militanti dei partiti democratici per dire basta schiavismo, basta sfruttamento, basta silenzi e ipocrisie. Le leggi ci sono, potrebbero migliorare certo, ma ci sono. Dove sono invece quelli che dovrebbero farle applicare? E tutti gli altri, quelli che non vedono, non conoscono, non sanno, hanno paura, hanno altro da fare? “Odio gli indifferenti”, scriveva Antonio Gramsci. E giustamente Maurizio Landini, segretario della Cgil, dopo aver ricordato colpe, responsabilità politiche e padronali e chiesto per l’ennesima volta l’applicazione delle leggi, ha lanciato un appello alla “rivolta morale e sociale, una rivolta delle coscienze”.

Lasciamo la Calabria e saliamo a Milano, nel centro della città dove è stato aperto in pompa magna il cantiere per la costruzione del nuovo Consolato statunitense, a tagliare il nastro c’erano il sindaco Sala con la fascia tricolore, il presidente della Lombardia Fontana e il console Usa. Fine lavori prevista nel 2028, costo 200 milioni di dollari. Non sapevano, i nostri amministratori, non conoscevano i metodi usati dagli amici americani per costruire il loro maledetto Consolato. Non sapeva il prefetto, “ingannato” dagli atti depositati dalla ditta Usa che parlavano di 10-12 euro l’ora per otto ore di lavoro quotidiano e invece nelle buste paga gli euro erano crollati a 4 mentre quelli realmente erogati agli operai indiani erano solo 2, una volta scalato vitto, alloggio, trasporto. Per fortuna qualcuno sapeva e qualcuno ha agito, ancora una volta la Procura milanese ha tolto il coperchio del calderone ripugnante e ha trovato il marcio. L’aveva già fatto con le società di delivery che sfruttano i rider e con i prestigiosi marchi dell’alta moda italiana che fanno utili sulla pelle di chi lavora per loro. Anche la Caddel è stata sottoposta a commissariamento giudiziario “per garantire la prosecuzione dei lavori in legalità e la regolarizzazione dei lavoratori”. I suoi dirigenti, poveretti, invocano la tutela della riservatezza dell’area della futura sede del Consolato. Perbacco, un po’ di rispetto per l’alleato americano. Il manager responsabile della Caddell per l’Italia, il turco Ulas Demir, nel dubbio e dopo essersi consultato con i suoi capi a stelle e strisce ha deciso di scappare ma il nucleo dei carabinieri dell’Ispettorato del lavoro l’ha ripreso per la collottola all’aeroporto di Bergamo un attimo prima che riuscisse a involarsi alla volta di Istanbul. Adesso sta dove deve stare, in carcere. L’accusa, “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”, un lavoro che la Procura definisce “paraschiavismo”. Benvenuti nel Belpaese.

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venerdì 5 giugno 2026

Tassare i grandi patrimoni

Tassare i grandi patrimoni: una proposta dal basso - Alfonso Gianni

Sono ormai molteplici gli studiosi, anche, se non soprattutto, al di fuori del nostro paese, che sostengono la necessità urgente di introdurre un’imposta sulle persone dotate di grandi ricchezze. Ce lo spiega con la consueta precisione Gabriel Zucman, da molti anni studioso della materia, in un piccolo, quanto prezioso, libro recentemente uscito anche in edizione italiana (I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla, Einaudi, 2026). In realtà la questione non si pone soltanto nel nostro paese. Anzi si può dire che costituisce un tratto caratteristico dei paesi a capitalismo maturo, dove gli ultraricchi riescono ad eludere l’imposta sul reddito individuale, uno dei pilastri di qualsiasi sistema che si prefigga il compito di raggiungere una giustizia fiscale.

La ragione è facilmente comprensibile: i ricchi riescono facilmente a strutturare la composizione del loro patrimonio in modo tale che alla fine il reddito tassabile risulti assai basso o addirittura nullo. Basta guardare a quello che succede negli Stati Uniti. Una testata no profit – ProPublica – ha dimostrato che per diversi anni notissimi miliardari, quali Elon Musk e Jeff Bezos, non hanno pagato quasi nessuna imposta sul loro reddito individuale. Anzi, per quanto sia incredibile, Bezos in un’occasione ha dichiarato talmente poco da potere chiedere e ottenere i sussidi familiari previsti per le persone effettivamente povere. Un altro studio molto accurato, frutto del lavoro di quattro economisti italiani (Guzzardi, Palagi, Roventini e Santoro) ha chiarito come anche in Italia le casse dello Stato sono impoverite non tanto dall’evasione fiscale – che pure esiste e va ovviamente combattuta – cioè da chi si sottrae completamente al fisco, quanto dall’elusione fiscale, ottenuta attraverso una serie di artifici a cui solo coloro che hanno diverse fonti di creazione di ricchezza possono accedere. Il che peggiora enormemente il quadro fiscale del nostro paese, già reso ingiusto dalla drastica riduzione del criterio di progressività che pure è contenuto a chiare lettere nell’articolo 53, secondo comma, della nostra Costituzione.

I dati a disposizione di chiunque abbia la voglia di consultarli – non sto rivelando segreti di Stato – dimostrano che il sistema fiscale italiano è solo leggermente progressivo fino al 95° percentile della distribuzione del reddito, mentre è grandemente regressivo per il restante 5 per cento. Questo fa sì che i miliardari non pagano neppure la metà di quello che un cittadino medio onesto versa al fisco. C’è da domandarsi come si possa essere giunti in questa situazione di così evidente ingiustizia. La risposta va cercata in quelle teorie e pratiche, che comunemente vengono chiamate neoliberiste, che si sono imposte a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

Per quanto riguarda l’ambito fiscale ha fatto testo la cosiddetta curva di Laffer. Dal 2015 i visitatori del Museo nazionale di storia americana, possono vedere esposto un tovagliolo disegnato dall’economista Arthur Laffer, durante un pranzo in un noto ristorante. Si tratta (o si dovrebbe trattare) dell’originale tovagliolo su cui, nel 1974, l’economista disegnò la famosa curva per convincere Donald Rumsfeld (poi diventato segretario alla Difesa sotto la presidenza di Gerald Ford e vent’anni dopo nello stesso ruolo con il presidente George W. Bush) che più le tasse erano elevate minori sarebbero state le entrate per lo Stato. E purtroppo ci riuscì, visto che Ronald Reagan accolse il suggerimento e lo trasferì in pratica, seguito in pochi anni dai governanti degli altri paesi occidentali. Eppure durante i cosiddetti trenta anni gloriosi, cioè dal dopoguerra fino alla fine degli anni settanta, il capitalismo si sviluppò potentemente pur in presenza di una tassazione per le maggiori ricchezze che non ha paragoni con quella attuale. Si pensi che – prendendo sempre ad esempio gli Usa – nel 1960 l’aliquota marginale era del 91 per cento, colpendo i redditi che superavano la soglia del reddito nazionale medio di quasi cento volte. Ma non si trattava di un’eccezione, poiché elevate tassazioni sulle grandi ricchezze erano praticate in tutti o quasi i paesi a capitalismo maturo. Nel Regno Unito, prima del sopravvento della Thatcher, l’aliquota marginale raggiungeva il 98 per cento. Eppure il sistema non ne soffriva. Anzi. I tassi di crescita dell’economia erano, come noto, ben superiori a quelli attuali.

Quelle elevate tassazioni, praticate su una fetta ristretta di super ricchi, unitamente ad un sistema progressivo, corrispondevano non solo a un principio di maggiore giustizia fiscale e sociale, ma anche alla convinzione – storicamente dimostrata – che l’estrema diseguaglianza danneggia la società da ogni punto di vista, mentre l’economia funziona assai meglio se si scoraggia la rendita, sia che questa provenga da beni immobiliari che da titoli finanziari. È proprio questo elementare principio che è stato rovesciato dal neoliberismo, creando il mito dell’arricchimento senza limiti e senza doveri verso la società.

Nel caso italiano la riforma fiscale, entrata in vigore nel primo gennaio del 1974, aveva introdotto l’Irpef strutturandola originariamente su ben 32 scaglioni di reddito, con aliquote progressive dal 10% al 72%. Ora abbiamo invece tre aliquote (la maggiore è del 43 per cento) e c’è chi sogna di introdurre la flat tax. La conseguenza è che il peso del gettito fiscale grava in modo prevalente sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati, impossibilitati sia ad evadere quanto ad eludere, e la capacità di spesa dei governi è limitata, soprattutto per finalità sociali (anche per il vincolo del pareggio di bilancio introdotto in Costituzione, all’articolo 81, nel 2012). Cosicché si è costretti a pietire in sede europea la sospensione del Patto di stabilità, come sta facendo il Governo Meloni, ricevendo finora risposte negative.

È chiaro che ci vorrebbe un ridisegno complessivo del sistema fiscale italiano, informato a criteri di progressività. Ma è altrettanto evidente che si tratta di un lavoro complesso, che tuttavia potrebbe bene entrare nel programma di un Governo alternativo a quello attuale. In attesa che maturino le condizioni perché ciò accada, abbiamo sottoscritto e lanciato una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare (Lip) per introdurre una imposta sui grandi patrimoni e coerentemente portare la tassa di successione almeno ai livelli europei. Abbiamo quindi previsto di istituire una imposta patrimoniale annuale sulle persone fisiche applicata esclusivamente alla quota eccedente 2 milioni di euro, escludendo la prima casa dalla base imponibile. Le aliquote previste variano dall’1% al 3,5%, a seconda dell’entità della quota eccedente i 2 milioni. Per la tassa di successione è previsto un aumento, anch’esso progressivo, fatta salva la franchigia di un milione di euro. Non è la rivoluzione come si vede, ma permetterebbe un introito per le casse dello Stato di decine di miliardi capaci di aumentare la capacità di spesa per i bisogni dei cittadini, come per la sanità e l’istruzione. È evidente che tale misura non aggraverebbe la tassazione per la stragrande maggioranza della popolazione, ma solo per quel ristretto numero di coloro che hanno grande capacità contributiva. Una prima misura di giustizia fiscale e sociale e nello stesso tempo di sostegno per una economia sociale basata sui bisogni dei cittadini e la difesa dell’ambiente.

Perché la proposta di legge possa essere discussa dal Parlamento servono almeno 50mila firme da raccogliere in sei mesi, a partire dal 13 maggio, ma ci auguriamo di poterne ricevere molte di più. Naturalmente sappiamo che i rapporti di forza parlamentari non ci sono favorevoli. Ma il regolamento del Senato, a differenza del passato, impone che entro termini di tempo precisi una Lip venga discussa e votata. In questo modo possiamo contribuire ad accendere un dibattito attorno a questo tema anche nelle istituzioni, oltre che nel paese. Per leggere il testo integrale della Lip e altre notizie utili, fra cui l’indicazione di come firmare sulla apposita piattaforma del Ministero, basta visitare il sito: www.unpercentoequo.it. Per raggiungere la piattaforma del Ministero per apporre la firma digitale con Spid o Cie: https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500014 .

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La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi - Chiara Brusini

Il Global Justice Report degli economisti del World Inequality Lab, tra cui Thomas Piketty, propone una radicale trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100 per evitare la catastrofe ambientale: "La compressione delle disuguaglianze è condizione necessaria". Il reddito medio mensile di tutti gli Stati convergerebbe a 5mila euro.

Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso. Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in occasione dell’inizio della World Inequality Conference 2026, sono ben lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100. Vasto programma, a dir poco.

Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per evitare il collasso

La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la stabilità climatica. E senza una drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la catastrofe ambientale. “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico – dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4% l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5% l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.

Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo sovrano mondiale

Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico), soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori – tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione.

A ogni Paese dividendi in base alla popolazione

Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi, riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”, sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.

Cinquemila euro al mese per tutti

Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie condizioni.

Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la settimana cortissima

Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce “sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000 all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.

La camera di compensazione sognata da Keynes

Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie ricche.

Utopia o scelta politica?

Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità. Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione – che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste consolidate.

“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’ che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i suoi danni climatici.

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