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domenica 22 aprile 2018

Io impotente davanti all'orrore nazista - Magda Szabó



Quando giunse il momento terribile delle leggi antisemite, le comunità costituite dalle classi si divisero in due. Come i segni dell'angelo dell'Egitto, brillavano le stelle sulle nostre ragazze non cristiane.
Non avevamo fatto noi la legge, ma assistemmo noi alla sua attuazione, e fummo noi a vergognarcene. Faragó, l'intelligente Faragó, che sapeva l'ungherese meglio di tutte, si preparò alla maturità in uniforme stellata. Le istruzioni erano univoche, e, pur non dicendolo apertamente, suggerivano che chi era già calpestato doveva sentire anche nel settore più irrilevante della sua vita che il Paese non aveva bisogno di lui. Ero giovane, adesso ormai so quanto terribilmente lo fossi, all'epoca invece mi sentivo più vecchia di Matusalemme: avevo giusto sei anni più della classe delle maturande. Volevo aiutare in tutti i modi Faragó, le assegnai come tema dell'interrogazione della maturità la poesia patriottica ungherese. Con la ragione di oggi mi rendo conto che non avrei potuto nuocerle più di così, poverina, ma dal momento che ero convintissima di lanciare alla poveretta l'unica vera corda alla quale lei potesse aggrapparsi, il suo tema della maturità era un messaggio, l'attestazione del fatto che era ungherese, che non pensasse affatto di essere altro, di essere estranea al corpo della nazione, che credesse a coloro che dai versi parlavano a lei. Rispose in maniera incantevole, rossa come un peperone, ancora con una coscienza nazionale che superava di gran lunga la rilevanza dell'esame, mi ricorderò fino alla morte come recitò Himnusz e Szózat. «Non può avere la qualifica di eccellente in ungherese» decise l'autorità superiore durante il consiglio. Come non poteva? L'aveva sempre avuta. Ecco i suoi voti, i suoi compiti di ungherese. «Non può essere eccellente» ripeterono, come se fossi una scema a cui bisognava dire tutto più volte. Uscii in corridoio, Faragó era là in piedi, la abbracciai e scoppiai a piangere. Spero che si ricordi di quelle impotenti lacrime che le scorrevano sul collo. Spero che si ricordi solo delle lacrime, e non del fatto che non avrei dovuto piangere. Non avrei dovuto piangere. Tutti sono capaci di piangere. Piangere è semplice.
***
Durante la seconda guerra mondiale io sbagliai quasi tutto, e non ho nemmeno la giustificazione di non aver saputo quale fosse la verità, perché ne sapevo considerevolmente di più delle persone comuni. Non avevo mezzi, contatti, collegamenti intelligenti che avrebbero potuto guidarmi, non so alla fin fine cosa avrei potuto fare dalla stanza in affitto di una cittadina di provincia contro i provvedimenti dei pubblici poteri, ma sicuramente qualcosa di più del nulla, del ribrezzo passivo, del tema di maturità di tenore provocatorio, dei documenti di mio nonno spediti troppo tardi. Fino alla maturità io stessa traslocai all'internato, se c'era un volo di disturbo e bisognava svegliare le ragazze ci rannicchiavamo con loro come i conigli; lo scritto della maturità dovemmo interromperlo due volte per gli allarmi aerei, poi finalmente l'anno scolastico 1943-44 finì. Ciò che venne dopo diede una nuova direzione anche alla mia vita, assieme a quella della classe. Mi trasferii a Budapest, mi sposai, da allora tornai a Debrecen solo in visita. «Il tuo professore di francese è morto» mi accolse una volta mia madre. Fui presa dalla vergogna. Come potevo essermi dimenticata di lui, al pari della storia di Vercingetorige, della gita, del suo diario di guerra! «Come?» chiesi. «In bel modo, serenamente, come se lo meritava, visto che era una persona così buona. Una sera non è arrivato a casa, l'hanno trovato per strada, nel grande gelo, il viso coperto di neve». «Neve pensai, e improvvisamente vidi il prato di Bánkút, le fiamme del fuoco da campo . È morto nella neve. Ecco, malgrado tutto, proprio come i soldati al fronte».
Abigail sia come romanzo sia come film per la televisione avrebbe voluto mostrare che non esiste comunità che non viene toccata dalla guerra, e solo secondariamente essere la raffigurazione di una scuola confessionale femminile al tempo di Hitler. Il motivo per cui il romanzo e il film vennero scritti è ciò che nel linguaggio tecnico del teatro viene chiamato reazione ritardata. Qualcuno si diverte un mondo, ridacchia, poi un tale lo rimprovera, gli dà del mascalzone, per un pezzo lui continua a sorridere, passa un po' di tempo prima che prenda coscienza del complimento che gli è stato rivolto, dal suo viso sorridente scompare l'allegria, con un paio di attimi di ritardo, è vero, ma alla fine ha afferrato: gli hanno detto cosa pensano di lui. In Abigail ho scritto tutto quello che io, che ero stata testimone e coeva, avrei dovuto fare, e invece ero rimasta solo un'osservatrice con senso di colpa. Se è diventato un atto d'accusa, accuso me stessa e quelli come me, se è un riconoscimento, lo è di coloro che sostituivano i documenti, che salvarono innumerevoli Bánki, innumerevoli Gine Vitay, che riprogrammavano le lavagne con l'elenco degli inni da cantare, che ridipingevano le insegne, che mettevano il bavero alle statue. Il libro l'ho scritto per i giovani, che conoscono questi anni solo come materiale di studio, pur essendosene fatti carico sia come lettura sia come esperienza cinematografica anche i più anziani. Mentre scrivevo, risvegliai dalla neve alta di Debrecen il nostro professore di francese, con i suoi due volti, con le sue esperienze che custodivano il ricordo delle morti orrende di morti orrendi, con il suo singolare metodo educativo, nel quale nulla era essenziale, fuorché l'impulso ad aiutare a ogni costo: lui divenne Abigail, lui che aveva ben chiaro che l'anima non scalfita, la persona messa in salvo, la dignità umana protetta erano più importanti delle regole. Il ricordo di due istituti prese vita attorno alla sua figura: quello del meraviglioso complesso scolastico che mi aveva educata e quello della scuola di Hódmezovásárhely, avvolta dai roghi della guerra, i cui begli archi antichi avevano sostenuto una volta il senso di colpa inestinguibile di una giovane spettatrice tutto sommato intelligente, pronta a fare del bene, eppure impotente.

mercoledì 11 luglio 2012

Il vecchio pozzo - Magda Szabó

il mondo dell'infanzia di Magda, con le sue parole e i suoi ricordi.
un mondo magico, per molti, se si ricordano.
un libro da leggere lentamente, col dispiacere che finisca - franz





… In quel pozzo esiste il meraviglioso mondo capovolto dell’infanzia felice e perduta, trasformata poi nel mondo interiore da cui scaturiscono le invenzioni poetiche e narrative della futura scrittrice. E ci sono i genitori, a loro volta scrittori “mancati”, c’è la città ungherese di Debrecen, con la sua bellezza scintillante della primavera e delle feste di Natale, gli animali amati (soprattutto i gatti), i parenti, i giochi, la scuola. Dal pozzo, quando Magda ritorna alla vecchia casa ormai adulta e carica di una vita difficile, saltano fuori tutte queste meraviglie e danno vita ad un nuovo romanzo. Non deve essere stato difficile alla bimba che viveva in quella casa pensare di diventare un giorno una scrittrice, come dimostra la scena rappresentata nelle prime pagine del “Vecchio pozzo”, che spiega come i genitori, , passano le serate a inventare fiabe mirabolanti insieme alla loro figlioletta, la quale partecipa attivamente alla creazione di questi mondi magici, perché , scrive la Szabo’, e da autentici , madre, padre e figlia passano le ore a inventare mostri giganteschi presto debellati, nuvole acchiappate con un semplice fischio, invenzioni strampalate e persino un tantino preveggenti, regni stabiliti in isole remote, dove l’erede al trono assomiglia immancabilmente a Ifi, il gatto di casa.

… Questo è dunque, rispetto agli altri, un libro (del 1970, tradotto ora in italiano) di memorie reali ma raccontate con la forza narrativa di una grande romanziera. Uno poi magari vi ritrova singolari consonanze con la propria esperienza: “chiunque ripensi ai giochi della propria infanzia ricorda quanto poco importante fosse appesantire la fantasia con elementi esteriori, bastava sedersi tra le quattro gambe all’aria del tavolo capovolto, immaginando di essere in un mare in tempesta, e solo un folle non avrebbe visto che le onde intorno…( chi mai non ha rovesciato sedie e tavoli per farne vascelli?). Su un tessuto commovente di episodi, affetti, sogni e timori si innestano memorie più profonde, come nell’ammirazione per il realismo buono della mamma: “la sua leggerezza nel sopportare l’esistenza, l’incrollabile serenità che manteneva in ogni circostanza, la gioia che mostrava assaporando la bellezza prodigiosa elargita spontaneamente dal mondo – la pioggia, un albero, un libro, una serratura insolita, i quadri appesi al museo, un fungo… - erano una specie di miracolo divino”…

mercoledì 11 gennaio 2012

I libri che mi sono piaciuti di più nel 2009

nel vecchio blog per qualche anno ho fatto una lista di libri che mi erano piaciuti di più durante quell'anno. 
la ripropongo per mia memoria e per la curiosità di chi ogni tanto molla tutto e legge un bel libro - franz 

un libro che non ti lascia indifferente, provaci!

Eloì, Eloì - Custovic Alen Si tratta di un libro che si legge in poco tempo, denso, tosto, vivo. Non sembri strano, lo associo a Fanculopensiero, di Cristan Maksim, un libro molto vicino, secondo me. Provare per credere, non te li dimentichi.

Capita, a volte, di incontrare un libro che ti fa entrare in uno stato di partecipazione che lo leggi piano piano, per non perdere nessuna parola. I personaggi sono persone, che ti sembra raccontino a te cosa succede, cosa pensano, che cosa hanno dentro. Ti lasciano guardare e ascoltare la loro vita, la vita che scorre, piena di contrarietà e anche cose belle. Alla fine ringrazi Magda Szabò per il regalo grande che ti/ci ha fatto, ti/ci ha fatto vivere dentro la sua storia, soffrendo e godendo insieme a chi vive nelle pagine.


se qualcuno non lo conosce
provi a leggere "Note. vol.1", pubblicato da Marcos Y Marcos, 
ma attenzione, potreste non staccarvene mai più.

Ho letto il libro con qualche decennio di ritardo, davvero bello. Una storia di un piccolo paese e soprattutto della sua gente, del mondo di allora, fascisti, comunisti, democristiani, qualche anarchico, povera gente che stentava ad arrivare alla fine del mese, o del giorno, gente viva, orgogliosa, ti aspetti di vedere apparire uno come Ligabue da un momento all’altro. Tante storie personali che sono legate tra loro, con un’analisi affettuosa e spietata dell’intellettuale e del politico comunista del tempo. Quando lo finisci capisci che è un libro che vale. Ho comprato i suoi libri di poesia, nelle biblioteche non si trovano, so già che saranno bellissime.

La shoah vista in modo un po’ diverso. Un diario, due fratelli, il padre, Auschwitz, il Gia algerino, le banlieues. L’ho visto per caso in biblioteca, senza mai averne sentito parlare, non ti stacchi, il libro ti prende, appassionante, e arrivi fino alla fine, di sicuro.

Dice Jorge Luis Borges: “Non so niente della letteratura di oggi. Da tempo gli scrittori miei contemporanei sono i greci”.
Ho letto “Apologia di Socrate” e “Critone”, qualcosa di eccezionale. Abbandonarsi all’argomentazione di Socrate, seguirlo nella sua logica, dispiacersi di non essere stato suo discepolo, ringraziare Platone per averci lasciato quei pensieri, è un viaggio alle radici. - franz

Davvero un bel libro, apparentemente lungo, ma di una lunghezza necessaria per far starci dentro tutta la storia/le storie che Gaiman ci racconta. Lasciate da parte la ricerca razionale di verosomiglianza, lasciatevi portare da Neil Gaiman nel mondo degli dei americani, non ve ne pentirete. - franz

Uno scrittore che sa scrivere, storie che si incrociano senza fallire un passo, un regime che è per noi a portata di mano, personaggi vivi e come noi. Cosa volere di più per aprire la prima pagina? A me è piaciuto molto, si sentono gli echi di Mahfouz e Cossery, due sirene niente male - franz

È un libro perfetto per almeno i primi ¾, nell’ultima parte torna con i piedi per terra e resta “solo” un bel libro, che comunque non è poco - franz


Un libro doloroso, insostenibile per lunghi tratti, necessario.
Per capire di cosa vi aspetta vi lascio qualche parola tratta dalla prima parte.


"
L’oscenità del mondo non è nella sfilata dell’orrore e dell’ingiustizia, bensì nell’atteggiamento di chi non sa dire altro che “è tremendo, certo, ma…”, di chi non sa far altro che allusioni tra un caffè e una battuta, altro che compiere il rito dell’indignazione per poi passare ad altro: alla vita normale. Era questo essere rassegnati a ogni disastro, questo non permettere che che il disastro ci travolga per non aggiungere la nostra sventura a quella che schiaccia il mondo: era questo che lei non sopportava più. D’un tratto, l’atteggiamento che si era amorevolmente costruita, in cui si era rifugiata per anni, la disgustò. Ma come si fa ad agire altrimenti?"

Fatevi forza e leggetelo, non vi deluderà, per quanto terribile. E' un grande libro, sull'orlo dell'abisso.