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mercoledì 6 novembre 2019

Lo Stato di Israele andrà in frantumi e prima di quanto la maggior parte delle persone pensi vedremo una Palestina libera e democratica dal fiume al mare – Miko Peled



(intervista di Stuart Littlewood)

Miko Peled, figlio di un generale israeliano e lui stesso ex-soldato israeliano, è ora un noto attivista pacifista e un instancabile militante per la giustizia in Terra Santa. È considerato una delle voci più limpide che chiedono di sostenere il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) contro il regime sionista e la creazione di un’unica democrazia con uguali diritti in tutta la Palestina storica. Sarà presente al congresso del partito Laburista a Liverpool del 23-26 settembre. Sono stato abbastanza fortunato da avere la possibilità di intervistarlo prima. In una settimana che segna il settantesimo anniversario dell’uccisione di Folke Bernadotte e il trentaseiesimo anniversario del massacro genocida nel campo di rifugiati di Sabra e Shatila, atrocità commesse per perseguire gli obiettivi sionisti, quello che dice Miko potrebbe fornire argomento di riflessione a quanti scrivono sotto dettatura della lobby israeliana.

Stuart Littlewood: Miko, sei cresciuto in una famiglia sionista con una formazione sionista. Cos’è successo perché tu te ne allontanassi?
Miko Peled: Come suggerisce il titolo della mia autobiografia “The General’Son” [Il figlio del generale], sono nato da un padre che era generale dell’IDF [l’esercito israeliano, ndt.] e allora, come evidenzia il sottotitolo, ho intrapreso un “viaggio di un israeliano in Palestina”. Il viaggio ha chiarito a me, e attraverso me spero che chiarisca al lettore, quello che “Israele” è e cos’è la Palestina. È un viaggio dalla sfera dell’oppressore e occupante (Israele) a quella dell’oppresso (Palestina) e del popolo nativo della Palestina. Ho scoperto che di fatto è lo stesso Paese, che Israele è la Palestina occupata. Ma senza il viaggio non me lo sarei mai immaginato. Per me è stato fondamentale. Mi ha permesso di vedere l’ingiustizia, la deprivazione, la mancanza di acqua e di diritti, e via di seguito. Più mi sono permesso, e continuo a permettermi, di avventurarmi in questo viaggio, più sono stato in grado di vedere cosa realmente sia il sionismo, cosa sia Israele e cosa sono io in tutto questo.
Molti mesi fa hai avvertito che Israele stava “impegnandosi al massimo, stava calunniando, stava cercando qualunque mezzo possibile per bloccare Jeremy Corbyn [segretario del partito Laburista inglese e futuro candidato alle prossime elezioni britanniche, ndt.]”, e la ragione per cui viene usata l’accusa di antisemitismo è che non hanno altri argomenti. Ciò si è avverato con Jeremy Corbyn sottoposto a un attacco brutale e continuo persino da parte dell’ex-rabbino capo Lord Sacks. Come dovrebbe affrontarlo Corbyn e quali contromisure gli suggeriresti di prendere?
Nel corso del congresso del partito Laburista dello scorso anno Jeremy Corbyn ha chiarito che non consentirà che le accuse di antisemitismo interferiscano con il suo lavoro come leader del partito Laburista e come uomo impegnato a creare una società britannica e un mondo giusti. In quel discorso ha detto qualcosa che nessun dirigente occidentale oserebbe dire: “Dobbiamo porre fine all’oppressione del popolo palestinese.” E’ sempre stato corretto e il suo appoggio sta aumentando. Penso che stia facendo la cosa giusta. Prevedo che continuerà a farla.
E cosa ne dici dell’esternazione di Sacks?
Non c’è da sorprendersi che un razzista che appoggia Israele se ne possa uscire in questo modo – non rappresenta nessuno.
La direzione del partito Laburista, il NEC, ha adottato in pieno la definizione di antisemitismo dell’IHRA [International Holocaust Remembrance Alliance, organizzazione intergovernativa che si occupa di antisemitismo e ricordo della Shoa, ndtr.], nonostante gli avvertimenti di esperti giuridici e la raccomandazione da parte della Commissione Ristretta della Camera dei Comuni di inserire riserve. Questa decisione è vista come un cedimento a pressioni esterne e ovviamente ha un impatto sulla libertà di parola che è insita nelle leggi britanniche ed è garantita dalle convenzioni internazionali. Come inciderà ciò sulla credibilità del partito Laburista?
Accettare la definizione dell’IHRA è stato un errore e sono sicuro che su quelli che hanno votato per adottarla ricadrà la vergogna. Ci sono almeno due note già emanate dalla comunità degli ebrei ultra-ortodossi, che rappresenta almeno dal 25% al 30% degli ebrei britannici, in cui rifiutano l’idea secondo cui Jeremy Corbyn è antisemita, rifiutano il sionismo e la definizione dell’IHRA.
Tornando all’occupazione, tu hai detto che 25 anni fa Israele ha raggiunto il suo obiettivo di rendere irreversibile la conquista della Cisgiordania. Perché pensi che le potenze occidentali si aggrappino ancora all’idea della soluzione dei due Stati? Come ti aspetti che evolva la situazione?
Gli USA, e soprattutto l’attuale amministrazione, accettano che Israele abbia inglobato tutta la Palestina mandataria e che non ci sia posto per non ebrei in quel Paese. Non affermano il contrario. Gli europei si trovano in una situazione diversa. I politici in Europa vogliono accontentare Israele e lo accettano com’è. Il loro elettorato, tuttavia, chiede giustizia per i palestinesi per cui, con un atto di compromesso poco coraggioso, i Paesi dell’UE trattano l’Autorità Nazionale Palestinese, con uno stile veramente post-coloniale, come se fosse uno Stato palestinese. Penso che sia per questo che gli europei procedono a “riconoscere” il cosiddetto Stato di Palestina, benché non sia tale. Lo fanno per tener buono il loro elettorato senza fare realmente niente per sostenere la causa della giustizia in Palestina. Questi riconoscimenti non hanno aiutato neppure un palestinese, non hanno liberato neanche un prigioniero dalle carceri israeliane, non hanno salvato un solo bambino dalle bombe a Gaza, non hanno alleviato le sofferenze e le privazioni dei palestinesi nel deserto del Naqab [in ebraico Negev, ndt.] o nei campi di rifugiati. È un gesto vuoto, vigliacco.
Quello che dovrebbero fare gli europei è adottare il BDS. Dovrebbero riconoscere che la Palestina è occupata, che i palestinesi stanno vivendo sotto un regime di apartheid nella loro stessa terra, che sono vittime di una pulizia etnica e di un genocidio e che questo deve cessare e che l’occupazione sionista deve finire del tutto e senza condizioni.
Penso che lo Stato di Israele andrà in frantumi e che prima di quanto la maggior parte delle persone pensi vedremo una Palestina libera e democratica dal fiume al mare. La situazione attuale è insostenibile, due milioni di persone a Gaza non spariranno, Israele ha appena annunciato – di nuovo – che due milioni dei suoi cittadini non ebrei non sono accettati come parte dello Stato, e il BDS sta già lavorando.
L’IDF si autodefinisce l’esercito più etico del mondo. Tu hai fatto il servizio militare nell’IDF. Quanto è credibile questa affermazione?
É una menzogna. Non esiste un esercito etico e l’IDF per settant’anni ha partecipato a una pulizia etnica, a un genocidio e a imporre un regime di apartheid. Di fatto l’IDF è una delle forze terroriste meglio equipaggiate, meglio addestrate, meglio finanziate e meglio nutrite al mondo. Benché abbiano generali e belle uniformi e le armi più sofisticate, non sono altro che bande armate di criminali e il loro scopo principale è terrorizzare e uccidere palestinesi. I suoi ufficiali e soldati eseguono con entusiasmo le politiche brutali e crudeli che sono spietatamente inflitte alla vita quotidiana ai palestinesi.
“Breaking the Silence” [Rompere il silenzio, ndt.] è un’organizzazione di veterani dell’IDF impegnata a mettere in luce la verità riguardo a un esercito straniero che cerca di controllare una popolazione civile oppressa da un’occupazione illegale. Sostengono che il loro obiettivo è porre fine prima o poi all’occupazione. Quante possibilità di successo hanno secondo te?
Loro e altre Ong simili potrebbero fare una grande differenza. Sfortunatamente non si spingono abbastanza avanti, non chiedono ai giovani israeliani di rifiutarsi di fare il servizio militare nell’IDF, non rifiutano il sionismo. Senza questi due elementi mi pare che il loro lavoro sia in superficie e non faccia un granché.
Spesso gli israeliani accusano il sistema educativo palestinese di produrre futuri terroristi. Com’è l’educazione in Israele?
Il sistema educativo palestinese viene sottoposto ad uno scrupoloso controllo, quindi ogni accusa di insegnare l’odio è priva di fondamento. Tuttavia Israele fa un ottimo lavoro insegnando ai palestinesi che sono occupati ed oppressi e che non hanno altra scelta che resistere. Lo fanno con l’esercito, la polizia segreta, la burocrazia dell’apartheid, infiniti permessi, divieti e restrizioni sulle loro vite.
I tribunali israeliani insegnano ai palestinesi che non c’è giustizia per loro sotto il sistema israeliano e che non contano niente. Non ho incontrato nessun palestinese che manifestasse odio, ma se qualcuno lo fa è a causa dell’educazione fornita da Israele, non di un qualunque libro scolastico palestinese. Gli israeliani seguono un’approfondita educazione razzista che è ben documentata in un libro di mia sorella, la professoressa Nurit Peled-Elhanan, intitolato “Palestine in Israeli Textbooks” [La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione, EGA Edizioni Gruppo Abele, 2015, ndtr.]
Le comunità cristiane stanno rapidamente diminuendo. Gli israeliani sostengono che i musulmani li stanno cacciando, ma i cristiani affermano che è la spietatezza dell’occupazione che ha determinato il fatto che tanti se ne vadano. Che opinione ti sei fatto? Gli israeliani stanno cercando di seminare zizzania tra cristiani e musulmani? É in corso una guerra di religione che spinge i cristiani ad andarsene?
I cristiani rappresentavano il 12% della popolazione palestinese, ora sono a mala pena il 2%. Non c’è nessun altro colpevole oltre a Israele. Israele ha distrutto le comunità e le chiese cristiane come ha distrutto quelle musulmane. Per Israele gli arabi sono gli arabi e non hanno posto nella Terra di Israele. Raccomando vivamente l’eccellente reportage del defunto Bob Simon nel programma “60 minuti” della CBS del 2012 intitolato “Cristiani in Terra Santa”. Alla fine si è scontrato con l’ex-ambasciatore di Israele a Washington che voleva che la messa in onda venisse annullata.
Attualmente ti definisci una persona religiosa?
Non lo sono mai stato.
Tu conosci Gaza. Come giudichi la capacità di Hamas di governare? E mediatori onesti potrebbero lavorare con essa per raggiungere la pace?
Non ho modo di giudicare Hamas in un modo o nell’altro. Ho parlato con persone che hanno lavorato a Gaza per molti anni, sia palestinesi che stranieri, e la loro opinione è che fin dove può arrivare un governo e prendendo in considerazione le durissime condizioni in cui vivono, meritano un elogio.
Qualcuno sostiene che l’opinione pubblica israeliana è per lo più ignara degli orrori dell’occupazione e che la verità gli viene nascosta. Se è vero, ciò inizia a cambiare?
Gli israeliani sanno benissimo delle atrocità e le approvano. Gli israeliani votano, e votano in gran numero e per settant’anni hanno continuato a votare per persone che hanno portato loro e i loro figli a commettere quelle atrocità. Le atrocità sono commesse non da mercenari stranieri, ma da ragazzi e ragazze israeliani che per la maggior parte fanno orgogliosamente il servizio militare. L’unica cosa che è cambiata è il discorso. Nel passato in Israele c’era un’apparenza di discorso civile, e oggi non esiste più. Oggi affermare che Israele deve uccidere sempre più palestinesi è perfettamente accettabile. Nel passato le persone provavano un certo imbarazzo ad ammettere che la pensavano in quel modo.
Israele ha condotto una serie di attacchi armati in acque internazionali contro imbarcazioni per l’aiuto internazionale che portavano rifornimenti di medicinali urgenti e di altro genere non militare alla popolazione assediata di Gaza. Equipaggio e passeggeri sono stati regolarmente picchiati e incarcerati, alcuni uccisi. Ora gli organizzatori devono rinunciare o rinnovare i loro tentativi utilizzando tattiche diverse?
Le flottiglie di Gaza sono sicuramente da lodare, ma se l’obiettivo è raggiungere le spiagge di Gaza sono destinate a fallire. Il loro valore risiede solo nel fatto che sono un’espressione di solidarietà e ci si deve chiedere se il tempo, lo sforzo, il rischio e le spese giustifichino il risultato. Israele farà in modo che nessuno riesca a passare e il mondo non presta loro molta attenzione. A mio parere le flottiglie non sono la forma migliore di azione. Nessuno dei problemi nella continua tragedia dei palestinesi può essere risolto singolarmente. Non l’assedio a Gaza, non i prigionieri politici, non la questione dell’acqua, non le leggi razziste, ecc.
Solo una strategia mirata e ben coordinata per delegittimare e abbattere il regime sionista può portare giustizia alla Palestina. Il BDS ha il miglior potenziale per questo, ma non viene utilizzato a sufficienza e si perde troppo tempo a discuterne i vantaggi.
Sicuramente una delle debolezze di quelli che si preoccupano di vedere la giustizia in Palestina è che chiunque abbia un’idea semplicemente “vi si dedica”. Ci sono poco coordinamento e poca strategia riguardo alla questione fondamentale di come liberare la Palestina. Israele è riuscito a creare un senso di impotenza da questa parte e a legittimare se stesso e il sionismo in generale, e questa è una sfida impegnativa.
Questa settimana è stato il settantesimo anniversario dell’uccisione di un diplomatico svedese, il conte Folke Bernadotte, da parte di un commando sionista mentre fungeva da mediatore del Consiglio di Sicurezza dell’ONU nel conflitto arabo-israeliano. Tutti sono rimasti stranamente indifferenti a questo, persino gli svedesi.
Questo è stato uno tra i molti assassinii politici perpetrati da gruppi terroristici sionisti di cui nessuno è stato chiamato a rispondere. Il primo fu nel 1924, quando assassinarono Yaakov Dehan [scrittore ebreo olandese antisionista, ndt.]. Poi nel 1933 uccisero Chaim Arlozorov [sindacalista, poeta e politico israeliano, ndt.]. Il massacro nel 1946 dell’hotel King David [sede del governo mandatario britannico in Palestina, ndt.] fu ovviamente motivato da ragioni politiche e provocò quasi cento morti, molti dei quali persone innocenti che si trovarono nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Poi nel settembre 1948 l’assassinio a Gerusalemme dell’intermediario dell’ONU e membro della famiglia reale svedese, Folke Bernadotte, che a quanto pare era arrivato con piani per porre fine alla violenza in Palestina, piani che i dirigenti sionisti non consideravano accettabili. Bernadotte è sepolto in un’umile tomba di famiglia a Stoccolma, che io sappia non sono previste cerimonie commemorative o qualunque riferimento a questo anniversario da parte di alcuna organizzazione ufficiale svedese. Mio nonno fu il primo ambasciatore israeliano in Svezia. Ciò avvenne poco dopo l’assassinio e fece un buon lavoro per garantire che il governo svedese mettesse a tacere la questione.
Ci furono molte più uccisioni e massacri – viene in mente l’attacco contro la nave da guerra USA “Liberty” e il ruolo giocato dalla brutalità dell’apparato sionista che vede l’assassinio come uno strumento legittimo per raggiungere i propri obiettivi politici. Si sa o si ricorda poco di queste brutali uccisioni. Innumerevoli dirigenti, scrittori, poeti, ecc. palestinesi vennero assassinati da Israele.
Il movimento di solidarietà con la Palestina ripone molte speranze nel BDS. Quanto è efficace il BDS e come la società civile può aumentare al massimo la pressione?
Il BDS è un processo molto efficace ma lento. Non funzionerà per intervento magico o divino. Le persone devono accoglierlo a pieno, lavorare duramente, chiedere l’espulsione di tutti i diplomatici israeliani e l’isolamento totale di Israele. C’è troppa tolleranza per quelli che promuovono il sionismo, Israele e l’esercito israeliano e questo deve cambiare. I politici eletti devono essere obbligati ad accettare il BDS in toto. I gruppi solidali con la Palestina devono passare dalla solidarietà alla resistenza totale, e il BDS è la forma ideale di resistenza a disposizione.
Ci sono altre questioni fondamentali che stai affrontando adesso?
Ritengo che a questo punto sia fondamentale passare dalla solidarietà alla resistenza. È importantissimo utilizzare gli strumenti a nostra disposizione, come il BDS. L’approvazione della legge israeliana sullo Stato-Nazione è un’opportunità per unire di nuovo i cittadini palestinesi di Israele con gli altri palestinesi. Tutti noi dobbiamo cercare di portare l’unità totale tra i rifugiati, la Cisgiordania, Gaza e il 1948 [cioè Israele, ndt.] e chiedere la totale uguaglianza di diritti e la sostituzione del regime sionista che ha terrorizzato la Palestina per settant’anni con una Palestina libera e democratica. Spero che questa opportunità venga colta.
Per terminare, Miko, come stanno andando i tuoi due libri – ‘The General’s Son’  e ‘Injustice: The Story of The Holy Land Foundation Five’ [Ingiustizia: la storia dei cinque della “Fondazione della Terra Santa”, sui responsabili di una Ong USA ingiustamente condannati per finanziamenti mai avvenuti ad Hamas, ndtr.]? Mi pare che l’ultimo, che racconta come il sistema giudiziario negli USA sia stato indebolito a favore di interessi filo-israeliani, dovrebbe essere un libro molto letto qui, nel Regno Unito, dove la stessa cosa sta avvenendo nelle nostre istituzioni politiche e parlamentari e potrebbe diffondersi nei tribunali.
Beh, stanno andando bene, benché nessuno dei due sia ancora un best seller, e dato che stiamo dalla parte meno popolare della questione è difficile venderlo. “The general’s son” è uscito nella seconda edizione, per cui va bene, e naturalmente mi piacerebbe vedere questo e “Injustice” in mano a più persone. Purtroppo però poca gente ha capito come l’occupazione in Palestina stia colpendo le vite di persone in Occidente a causa del lavoro di gruppi di controllo sionisti come il Board of Deputies [gruppo di parlamentari britannici che appoggia Israele, ndt.] in Gran Bretagna e AIPAC e ADL [due associazioni lobbistiche a favore di Israele, ndtr.] negli USA.
In questo solo caso, cinque innocenti stanno scontando condanne di lunga durata nelle prigioni federali degli USA solo perché sono palestinesi.
Molte grazie, Miko, ti ringrazio per aver trovato il tempo di condividere le tue opinioni.
La principale delle molte idee positive che ho avuto da questo incontro con Miko è la necessità per gli attivisti di cambiare marcia e accelerare dalla solidarietà alla resistenza totale. Ciò significherà maggiore coinvolgimento, miglior coordinamento, modificare gli obiettivi e una strategia più acuta. Di fatto un BDS MK2, sovralimentato e con benzina ad alto numero di ottani. In secondo luogo, dobbiamo trattare il sionismo e quelli che lo promuovono con molta minore tolleranza. Come ha detto Miko in un altra occasione, “se opporsi ad Israele è antisemitismo, allora come chiamate l’appoggio a uno Stato impegnato da settant’anni in una brutale pulizia etnica?”
Riguardo a Jeremy Corbyn – se legge questo articolo – sì, sarebbe meglio che ci andasse giù pesante con i seminatori d’odio, compresi i veri antisemiti con la schiuma alla bocca, ma dovrebbe anche ripulire il partito Laburista della sua altrettanto spregevole “Tendenza Sionista”. E questo vale per tutti i nostri partiti politici.
(traduzione di Amedeo Rossi)

sabato 30 dicembre 2017

Per alcuni abitanti di Gaza che necessitano di cure mediche, l’attesa per un permesso di uscita porta alla morte - Amira Hass


Yara Bakheet, di 4 anni e Aya Abu Mutalq, di 5, sono tra i 20 pazienti morti quest’anno poiché i loro permessi di uscita non sono arrivati in tempo
A gennaio la bimba di 4 anni Yara Bakheet si ammalò. Vomitò spesso nel corso di un’intera settimana e si disidratò, e dopo una serie di esami all’ospedale europeo di Khan Yunis a Gaza, i medici dissero alla madre, la ventottenne Aisha Hassouna, che sua figlia soffriva di insufficienza cardiaca.
Le venne fissato un appuntamento all’ospedale Al-Makassed di Gerusalemme est dove, così dissero alla madre, vi erano i mezzi adeguati per curare sua figlia.
Gli esami medici, il foglio di appuntamento e l’impegno al pagamento, unitamente alla richiesta di un permesso per Yara e suo padre di uscire da Gaza, furono inoltrati all’Amministrazione israeliana di Coordinamento e Collegamento , che concede i permessi di uscita in base al parere del servizio di sicurezza Shin Bet.
La madre ha raccontato ad un ricercatore dell’associazione per i diritti umani B’Tselem che la prima richiesta venne respinta. Yara mancò l’appuntamento. Ne fu fissato uno nuovo per il 16 febbraio. La famiglia ripercorse l’intera trafila burocratica: documenti, copie, appuntamento, impegno di pagamento, modulo di richiesta ed un viaggio all’ufficio palestinese di collegamento, che inviò i documenti ai dirigenti e funzionari israeliani.
Questa volta, per assicurarsi che la domanda di permesso non fosse respinta a causa dell’identità dell’adulto accompagnatore, fu deciso che l’accompagnatore sarebbe stata la nonna della mamma, di 72 anni. La domanda venne accettata e le due persone partirono per Gerusalemme.
La bisnonna a sua volta soffriva di pressione alta e diabete. Peggio ancora, la piccola Yara non la conosceva bene e rifiutò il suo aiuto all’ospedale. La bambina pensò di essere stata abbandonata dai genitori e per tutto il tempo in cui rimase all’ospedale Al-Makassed, dove le era stato applicato un catetere, rifiutò di parlare con i genitori al telefono. “Mi sembrava che mi si chiudesse il cuore per il desiderio di sentire la sua voce”, disse Hassouna, la mamma.
Yara tornò a casa sciupata e rimase arrabbiata con sua madre che non le era stata accanto. La sua condizione diventava sempre più evidente quando Lara, la sua gemella, era nelle vicinanze. Dopo cure e degenze in ospedale nella Striscia di Gaza, si decise di mandare Yara di nuovo a Al-Makassed. Fu preso un appuntamento per il 2 giugno ed i documenti e certificati furono nuovamente inoltrati all’ufficio israeliano di collegamento.
Una settimana prima dell’appuntamento, la famiglia ricevette sul cellulare un messaggio che diceva che la richiesta era ancora sotto esame. L’appuntamento fu perso. Passarono i giorni, la condizione di Yara peggiorò e quando incominciò a sentire mancanza di fiato e soffocamento, fu portata un’altra volta all’ospedale europeo. Fu preso un altro appuntamento a Al-Makassed per il 20 luglio, per inserire un pacemaker, che a Gaza non era disponibile. Ma Yara morì all’ospedale europeo il 13 luglio.
Yara è una dei 20 pazienti gravemente ammalati che sono morti quest’anno a Gaza poiché la loro richiesta per un permesso israeliano di uscita per ricevere cure non è stato concesso in tempo. Un nuovo rapporto di B’Tselem, che sarà pubblicato questa settimana, si occupa di questo crescente fenomeno di ritardi ingiustificati nell’emissione di permessi di uscita per cure mediche.
I pazienti non hanno ricevuto dinieghi ufficiali, ma solo il messaggio “Stiamo valutando la vostra domanda.” I funzionari israeliani di collegamento inviano questo messaggio agli impiegati dell’ufficio palestinese di collegamento, che invia un messaggio alla famiglia, a volte la sera prima dell’appuntamento.
E’ difficile stabilire se e quando una morte sia causata direttamente da un ritardo nell’emissione di un permesso di uscita per cure mediche. Però è chiaro che l’indecisione, le aspettative e la delusione, la costante incertezza, la tensione e la necessità di affrontare l’intera logorante procedura burocratica nuovamente ogni volta, non sono cose salutari.
Peggioramento negli ultimi quattro anni.
A giugno, quando Yara avrebbe dovuto andare a Gerusalemme per farsi inserire un pacemaker, 1920 pazienti avevano inoltrato richieste per permessi di uscita da Gaza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce che furono approvate 951 richieste, 20 furono respinte (meno dell’1%) e 949 (49,4%) rimasero senza risposta fino alla data prevista del ricovero in ospedale o della terapia. Di queste ultime, 222 erano richieste per minori di 18 anni e 113 per persone ultrasessantenni.
A settembre, il 42% delle 1858 richieste di permessi per cure mediche rimasero nel limbo. Di esse, 140 erano per minori di 18 anni e 99 per persone di oltre 60 anni.
E’ stata una chiara tendenza nel corso dello scorso anno, sulla quale il 9 novembre Haaretz ha riferito: le domande di permessi di uscita per qualunque scopo vengono rinviate senza risposta per settimane e mesi. Nel settembre di quest’anno il loro numero è arrivato a 16.000.
La percentuale di richieste inevase per permessi di uscita per cure mediche è quasi triplicata negli ultimi quattro anni. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, citata nel rapporto di B’Tselem, nel 2014 il 15,4% delle richieste rimasero inevase; nel 2015 la percentuale era del 17,6%. A settembre 2017, vi erano 8555 richieste rimaste inevase, che rappresentano il 43,7% di un totale di quasi 20.000 richieste.
“Ragioni di sicurezza” fu la spiegazione per il rigetto del 2,9% delle richieste, mentre circa il 53% fu approvato. Circa tre quarti delle richieste era per cure mediche in ospedali palestinesi in Cisgiordania e Gerusalemme est.
Lo Shin Bet ha affermato in risposta: “L’anno scorso abbiamo visto un aumento della pratica attraverso cui le organizzazioni terroriste, capeggiate da Hamas, sfruttano l’uscita degli abitanti di Gaza (anche per motivi medici) per promuovere attività terroristiche, incluso il trasferimento di esplosivi e di denaro per i terroristi e altri mezzi di favoreggiamento.
“Lo scorso aprile, due palestinesi a cui era stato consentito di entrare in Israele perché uno di loro potesse ricevere cure per il cancro, sono stati fermati al valico di Erez. Nel loro bagaglio sono state trovate provette per uso medico, all’interno delle quali era stato nascosto esplosivo che era evidentemente destinato ad un attacco di Hamas in Israele.
“Dato il grave pericolo costituito da queste attività, vengono effettuati rigidi controlli di sicurezza su chiunque faccia richiesta di uscire da Gaza. Ovviamente questi controlli prendono del tempo e si fanno costanti sforzi per ridurre questi tempi e dare priorità alle procedure per tutte le richieste, con particolare attenzione a quelle di carattere umanitario inoltrate da chi intende entrare in Israele per ricevere cure mediche salva-vita.”
Circa il 20% delle richieste rimaste inevase nel 2017 si riferivano a bambini e adolescenti minori di 18 anni e circa l’8% (725) a persone di oltre 60 anni.
Una di queste ultime è Fatma Biyoumi, di 67 anni, che soffre di una grave patologia al sangue. Dopo esami e terapie a Gaza, le hanno fissato appuntamenti per il 24 ottobre e il 4 novembre all’ospedale An-Najah di Nablus. Non avendo ricevuto risposte, ha mancato gli appuntamenti. E’ stato fissato un altro appuntamento, questa volta per un giorno di agosto all’ospedale Augusta Victoria di Gerusalemme, e la risposta è rimasta “in fase di valutazione”, benché l’associazione non profit israeliana “Medici per i diritti umani” l’avesse assistita nelle sue richieste per un permesso di uscita.
Un altro appuntamento è stato fissato per il 17 dicembre, e Biyoumi e la sua famiglia vivono in una situazione di continua attesa: la richiesta verrà accettata, oppure verrà approvata all’ultimo istante, in modo da aumentare l’incertezza, e ci sarà abbastanza tempo per organizzarsi?
Nella sua dichiarazione ad Haaretz di giovedì, lo Shin Bet ha detto che Biyoumi “è stata convocata per essere interrogata, dopodiché sarà possibile concludere la procedura per la sua valutazione di sicurezza.” Ci risulta che Biyouni sia stata interrogata dallo Shin Bet al valico di Erez mercoledì.
Huwaida, di 48 anni, malata di tumore al sangue, ha un appuntamento per il 6 dicembre, dopo aver ricevuto la risposta “in corso di valutazione” a tutte le sue precedenti richieste: per terapie il 13 agosto, l’11 settembre, il 24 settembre, il 9 ottobre, il 29 ottobre, l’8 novembre e il 22 novembre. Anche lei è stata aiutata da “Medici per i diritti umani” e anche lei sta vivendo in ansia per il timore di un’altra delusione.
Lo Shin Bet ha detto ad Haaretz che “dopo che è stata interrogata ed il suo caso esaminato, è stata inviata una risposta all’ufficio di collegamento che dice che non vi sono ostacoli legati alla sicurezza per l’approvazione della sua richiesta.”
Delusione il giorno prima
Aya Abu Mutlaq aveva 5 anni quando è morta. Soffriva dalla nascita di paralisi cerebrale ed era curata a Gaza. Nell’ottobre 2016 si decise di mandarla a farsi curare all’ospedale Al-Makassed. Fu inoltrata richiesta per un permesso per lei e suo padre, perché sua madre aveva partorito solo due mesi prima. L’appuntamento era per il 4 febbraio e il 3 febbraio la famiglia ricevette un messaggio che diceva che la richiesta era ancora in fase di valutazione. L’appuntamento fu rinviato al 16 marzo. Di nuovo, un giorno prima dell’appuntamento, arrivò un messaggio che diceva che gli israeliani stavano ancora valutando la richiesta.
La condizione della bambina peggiorò. Venne fissato un nuovo appuntamento per il 27 aprile, ma lei morì il 17 aprile. Suo padre era uscito tre volte da Gaza in passato, per Ramallah e Gerusalemme – per essere curato ad un problema al ginocchio. Non riusciva a capire perché all’improvviso, quando sua figlia aveva avuto bisogno che lui la accompagnasse, la richiesta sia stata rinviata finché lei morì.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa la metà delle persone che fanno richiesta di accompagnare pazienti non ottengono i permessi di uscita – cosa che spesso rimanda le cure al paziente. In base a nuove procedure presso il Coordinatore delle Attività Governative nei Territori [occupati], il tempo richiesto dall’ufficio di collegamento per occuparsi delle domande di permessi di uscita è aumentato significativamente – fino a 70 giorni, esclusi i weekend e le festività ebraiche. Per le situazioni sanitarie (ma non quelle di vita o morte) il tempo massimo previsto è di 23 giorni.
Un attento monitoraggio di “Medici per i diritti umani” dei casi di nove pazienti donne affette da tumore dimostra che l’ufficio di collegamento non rispetta i limiti di tempo stabiliti. Negli ultimi mesi, otto delle nove donne non si sono presentate agli appuntamenti per le terapie mediche perché le loro richieste di permesso erano “in fase di valutazione”.
Ma, secondo lo Shin Bet, “un esame dei casi citati nell’inchiesta di Haaretz” – che si è occupata di 11 pazienti morti e di parecchi altri che hanno atteso l’approvazione della richiesta per diversi mesi – “ ha rivelato che la maggior parte delle loro richieste di ingresso in Israele è stata approvata, ed alcuni hanno già usufruito dei loro permessi per entrare in Israele e ricevere cure mediche.”
Il 29 novembre Ghada Majadala e Mor Efrat, dell’organizzazione israeliana di medici, hanno inviato una lettera urgente al Generalmaggiore Yoav Mordechai, capo del Coordinamento delle Attività Governative nei Territori (occupati), ed a Moshe Bar Siman Tov, direttore generale del ministero della Sanità (israeliano). Nel documento, che si incentra sulle nove donne affette da tumore, Majadala ed Efrat hanno sottolineato che le cure oncologiche disponibili a Gaza non sono adeguate.
Negli ultimi mesi si è verificato un calo nello stock di farmaci utilizzati insieme alla chemioterapia, hanno scritto, ed è difficile operare per asportare i tumori per la carenza di carburante e di elettricità. Inoltre a Gaza non esistono trattamenti di radioterapia o con iodio radioattivo, né esiste l’attrezzatura per seguire l’andamento della malattia. In più, sia la lettera di Majadala ed Efrat, sia il rapporto di B’Tselem affermano che l’Autorità Nazionale Palestinese sta attualmente conducendo una politica di riduzione del numero di pazienti mandati a curarsi fuori Gaza.
Nella loro lettera, di cui è stata mandata copia all’Associazione Medici Israeliani e al Comitato etico degli infermieri, Majadala ed Efrat hanno scritto che le attese provocano non solo sofferenza, ma anche esaurimento per le battaglie burocratiche. “ Una mancata risposta impedisce ai pazienti di far valere il proprio diritto ad appellarsi contro il rifiuto, se esso venisse comunicato”, hanno scritto. “Non dare risposte per mesi dimostra una politica di disprezzo per la sofferenza dei pazienti.”
(Traduzione di Cristiana Cavagna)

sabato 25 novembre 2017

Uno sbadiglio , è così che molti israeliani rispondono al furto di terra - Amira Hass



Finché è ancora terra palestinese. Sanno che prima o poi potranno comprare a prezzo stracciato una villa con una fantastica vista su quella terra.
Cosa sarebbe successo se individui non identificati in Iran, Francia o Venezuela avessero aggredito commercianti ebrei e li avessero obbligati a chiudere i loro negozi? Quali scuse e manifestazioni di sconcerto i nostri diplomatici avrebbero chiesto all’Unione Europea, alle Nazioni Unite e chissà a chi altro? E con quanta esultanza vari ricercatori avrebbero tracciato un grafico dell’odio globale e sarebbero stati intervistati a lungo, con espressione seria, sulle inquietanti caratteristiche antisemite – così evocatrici di un oscuro passato – del privare ebrei dei loro mezzi di sostentamento e della distruzione delle loro proprietà?
Ma per noi israeliani questa domanda retorica ha perso il suo potere di educarci, di metterci in imbarazzo e di farci vergognare. Il fatto che così tanti israeliani siano coinvolti nel derubare così tanti palestinesi dei loro mezzi di sostentamento non è registrato neppure dai nostri sismografi. Questi sismografi sono calibrati per registrare, si dice, furti agricoli che sarebbero stati commessi da palestinesi. Al contrario, tutte le azioni che regolarmente noi portiamo a termine in modo che i palestinesi perdano le loro fonti di reddito provocano un grande sbadiglio. Ascolta, lo puoi già sentire.
Questa domanda retorica non è rivolta agli israeliani, perché essi sono i potenziali beneficiari del furto, se non quelli che già ne stanno beneficiando. Ecco un piccolo, parziale esempio recente: secondo rapporti complementari dell’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari e di due organizzazioni non governative, “Rabbini per i Diritti Umani” e “Yesh Din”, nelle ultime settimane individui non identificati hanno rubato olive da più di 1.000 alberi in 11 villaggi palestinesi in Cisgiordania – Azmut, Awarta, Yanun, Burin, Qaryut, Far’ata, Jit, Sinjil, Al-Magheir, Al-Jinya, Al-Khader. Inoltre individui non identificati, che sembravano ebrei, hanno aggredito raccoglitori dei villaggi di Deir al-Khattab, Burin, As-Sawiya e Kafr Kalil e li hanno cacciati dai loro campi.
A parte Burin, dove l’esercito ha individuato alcuni dei ladri ebrei e riportato il raccolto ai proprietari, questi furti significano che un investimento di tempo, denaro e fatica è andato in fumo. Nella maggioranza dei villaggi il saccheggio è avvenuto in zone che avamposti e colonie hanno recintato con l’uso di intimidazioni e violenze e in cui l’esercito, in cambio, ha punito i palestinesi limitandone l’accesso alle loro terre.
E’ così che ci garantiamo il fatto che nel giro di qualche anno ci saranno terre vuote su cui costruire un altro quartiere di lusso. Gli israeliani indifferenti sanno che presto là potranno comprarsi a prezzi stracciati una villa con una fantastica vista. Quindi sbadigliano.
Ci sono furti perpetrati in apparenza da singoli individui, e poi ci sono i furti di Stato – nel villaggio di Al-Walaja, per esempio. E’ molto probabile che questo sia l’ultimo anno in cui la raccolta delle olive vi abbia luogo come al solito. Il prossimo anno gli abitanti saranno soggetti a un sistema di permessi per poter raggiungere le loro terre attraversando un cancello agricolo nel muro di separazione, che verrà aperto quando l’ufficiale di stato maggiore per l’agricoltura dell’Amministrazione Civile israeliana in Cisgiordania deciderà che debba essere aperto – per due o tre mesi all’anno. La mattina verrà aperto e chiuso immediatamente, e così alla sera.
Venerdì scorso un abitante di Al-Walaja e volontari israeliani di Engaged Dharma, che stavano aiutando nella raccolta, hanno preferito parlare di cose piacevoli: della qualità dell’olio d’oliva, delle olive succose che stavano crescendo vicino alla cisterna, di quelle più avvizzite che erano state raccolte dalla terrazza inferiore, dell’ottimo sapore dei rapanelli e delle cipolle verdi che egli coltiva tra gli alberi. Ma il prossimo anno gli abitanti del villaggio dovranno fare i conti con le restrizioni per avere un permesso – condizioni in contraddizione con l’abitudine palestinese di lavorare collettivamente la terra e che molto probabilmente non consentiranno loro di continuare a coltivarvi ortaggi.
Quelli che sbadigliano stanno già facendo un giro sulle terre di Al-Walaja, che sono state dichiarate dagli ebrei parco nazionale per l’ozio e il relax, per giostre ed immersioni rituali. E, se dio vorrà, il prossimo anno, quando la costruzione del muro sarà completata, non vi si vedranno palestinesi – i proprietari legittimi della terra.
Qui il discorso chiarisce perché, diciamo, un boicottaggio europeo e sudamericano dei, diciamo, prodotti agricoli israeliani sia necessario e giustificato. Questa sarebbe l’unica cosa che potrà far smettere gli israeliani di sbadigliare.
(traduzione di Amedeo Rossi)

venerdì 24 novembre 2017

Contro la pulizia etnica - Rete Ebrei Contro L’Occupazione


Lettera aperta che condanna le decisioni della Corte Suprema Israeliana che aprono la strada alla espulsione di 750-1000 Beduini residenti nel nord della Valle del Giordano.

Noi, la «Rete Italiana degli Ebrei Contro L’Occupazione», chiediamo ai Governi dell’Unione Europea, e in particolare al nostro Governo italiano perché prendano una posizione forte contro la politica di Israele di persecuzione etnica che comprende la espulsione pianificata dei Beduini che vivono nei villaggi di Ein el-Hilweh e Al Maleh, nel Nord della Valle del Giordano, per realizzare la costruzione di una città ebraica su terra localizzata nella parte della West Bank conosciuta come Area C, ora sotto completo controllo israeliano, sia amministrativo che di sicurezza.
Israele progetta la complete demolizione di 300 case Palestinesi, spazzando via del tutto queste comunità.
Condanniamo anche le azioni che il Governo di Israele sta progettando di realizzare nella prossima settimana contro due scuole nella zona di Gerusalemme Est, costruite da una associazione senza scopo di lucro italiana, e dedicate alla istruzione elementare di bambini Beduini, che le autorità israeliane hanno deliberato di distruggere.
Queste attività illegali e persecutorie dello stato di Israele vanno chiaramente contro le leggi internazionali e numerose delibere delle Nazioni Unite rivolte specificamente alla regione palestinese.
Chiediamo ai Governi Europei di rispondere attivando sanzioni economiche contro Israele che vietino ogni scambio commerciale e finanziario con quel Paese, fino a quando esso cessi le sue politiche di espropriazione della terra e di persecuzione etnica del popolo Palestinese, sia nei Territori Palestinesi Occupati che in Israele.
Rete Ebrei Contro L’Occupazione


domenica 28 maggio 2017

L’imperatore visita le province – Miko Peled



Israele tira un sospiro di sollievo, mentre Trump lascia la regione  e senza una proposta di  “accordo”  gli permette di continuare a uccidere, trasferire, arrestare e torturare i palestinesi, prendere la loro terra e l’acqua per darli agli ebrei. La visita di Trump a Gerusalemme è stata come la venuta di Cesare in visita nelle province lontane. Israele lo ha accolto con sorrisi, bandiere e una parata militare perfettamente organizzata, mentre i palestinesi hanno manifestato il loro stato d’animo mettendo in atto uno sciopero generale – il primo sciopero che  dopo oltre venti anni ha incluso anche la Palestina del 1948 . Lo sciopero e le proteste, il cui significato ha raggiunto  probabilmente  Trump, è stata  anche una dimostrazione di solidarietà nei confronti dei prigionieri in sciopero che a questo punto sono  senza cibo da quasi quaranta giorni.
Trump è arrivato a  Tel Aviv dall’Arabia Saudita dove ha annunciato un accordo tra i due paesi che sicuramente porterà alla morte di molti innocenti nello Yemen. Vicino  al corrotto e invecchiato  Re saudita Salman, Trump ha annunciato che l’accordo sulle armi vale molti miliardi di dollari e ha assicurato che questo accordo porterà investimenti negli Stati Uniti e fornirà “lavoro, lavoro, lavoro,” per gli americani.

A Gerusalemme i media non hanno potuto e tuttora non riescono a ottenere abbastanza da Trump. Nessuno si è  lamentato del fatto che, sebbene Trump abbia raggiunto Gerusalemme in volo da Tel Aviv, l’autostrada che collega le due città è stata chiusa per parecchie ore “per sicurezza”. In un notiziario mattutino un gruppo che comprendeva l’intero schieramento politico sionista ha discusso la visita di Trump ed è risultato ovvio dalle loro discussioni chi  effettivamente comanda qui. Trump non rappresenta i  sionisti liberali “sani”,  né  il Likud del “centro destra”, ma piuttosto la fanatica e allucinante Daniella Weiss, la voce  dei più estremisti e fanatici coloni osservanti.

Ha esordito affermando che Trump non avrebbe portato alcun cambiamento, perché anche Trump , bravo a stipulare accordi, non può annullare ciò che è stato concordato tra Dio e il popolo ebraico quando  promise a “noi” la terra d’Israele. Poi ha dichiarato che ora ci sono 750.000 ebrei che vivono in Giudea e Samaria, e nessuno di loro potrà  o sarà mai rimosso.
“Che ne pensa dei circa tre milioni di palestinesi?”, le è stato chiesto.  Ha risposto chiaramente che non fanno parte della sua visione messianica. Il numero tre milioni è quello che i sionisti considerano come il numero degli abitanti palestinesi. Benché in Palestina vivano più di sei milioni di palestinesi, vengono presi in considerazione solo i palestinesi della Cisgiordania. Weiss è stata contestata da Omer Bar-Lev, veterano del gruppo liberista sionista Peace Now e membro della Knesset per il partito “Zionist Camp”, che con fervore ha affermato che “persone come lei stanno distruggendo la visione sionista” perché forzano una realtà in cui gli ebrei non saranno più una maggioranza e finirà in uno stato bi-nazionale (questo è il risultato della “sinistra”).

La differenza tra fanatici zelanti come Daniella Weiss e i liberisti sionisti è che i primi non vedono i palestinesi mentre questi ultimi hanno l’incubo ricorrente in cui Israele è costretto a concedere ai cittadini dei diritti di cittadinanza. Entrambe le parti credono che finché i palestinesi non avranno diritti Israele potrà pretendere di essere uno Stato ebraico.
I sionisti liberali sostengono che perché ci sia la “pace” gli ebrei debbano poter mantenere una maggioranza nella Palestina occupata nel 1948 e pochi “adeguamenti”  dei confini. Quella che gli ebrei liberali considerano  pace è una grande prigione palestinese a cielo aperto che si estende lungo quella che un tempo era la Cisgiordania. Chiameranno questo carcere uno stato e tutto andrà bene. Questo è secondo loro ciò che salverà gli ebrei dal dover vivere in mezzo ad una maggioranza araba. In questa visione pacifica e liberale, la maggior parte della Cisgiordania rimarrà parte di Israele. “Il consenso nazionale”, ha affermato Bar-Lev, “è che i principali blocchi di insediamenti rimangano”. Inoltre, secondo il consenso nazionale, tutta la valle del fiume Giordano e tutta Gerusalemme Est con i suoi sobborghi – o in altre parole la maggior parte di quello che era la Cisgiordania – rimarrà come parte di “Israele”.
Daniella Weiss rappresenta il vero volto del sionismo che ha sempre sostenuto che gli ebrei non dovrebbero preoccuparsi di  cose banali come di alcuni milioni di arabi. Bar-Lev, che comandava una delle unità più criminali di Israele, rappresenta la foglia di fico che copre il vero volto del sionismo. Quando si viaggia nella regione montuosa a sud di Hebron, che è per lo più un deserto bello e selvaggio, si avvistano città palestinesi e piccoli villaggi e si vede l’azione sionista in azione. I villaggi palestinesi sono piccoli, quindici o venti famiglie che vivono in grotte e tende, alcuni hanno costruito case. Di solito non c’è acqua corrente o elettricità e pochissime strade asfaltate. Anche dopo cinquant’anni di controllo israeliano, l’acqua, l’elettricità e le strade asfaltate non hanno raggiunto queste aree remote finché non sono arrivati  i coloni ebrei. Non appena sono arrivati hanno cacciato i palestinesi dalla loro terra e hanno costruito “avamposti” che sono come piccoli insediamenti. Poi, miracolosamente, sono arrivate l’acqua corrente, l’elettricità e strade ben asfaltate che però non hanno raggiunto nessuno dei villaggi palestinesi circostanti.
È così che gli ebrei fanno fiorire il deserto.
“Possiamo sentir dire che Trump è un grande amico”, ha detto un operatore Likud alla televisione. “Parla di pace e naturalmente anche noi vogliamo la pace, ma non abbiamo alcun partner per la pace”.
Così, mentre Trump parla di un “accordo” possiamo leggere i segnali.” I segnali sono il genero come nuovo ambasciatore degli Stati Uniti, che è un vero sionista come Daniella Weiss. Sono stato rimproverato una volta per aver affermato che il genero è ebreo, come se non avesse importanza, ma se qualcuno pensa che l’essere ebraico di Jared Kushner non sia importante, può chiedere a qualsiasi israeliano per strada. Vi diranno esattamente che cosa è un “buon amico” di Israele e quanti soldi la sua famiglia ha dato agli insediamenti e all’IDF.
Quindi, per riassumere la politica in Medio Oriente di Trump, la dinastia saudita è al sicuro e può continuare a uccidere i civili nello Yemen usando le migliori tecnologie in grado di acquistare e, in tal modo, fornisce anche “lavoro, lavoro, lavoro, ” agli americani. Trump è un grande amico di Israele, siamo tutti d’accordo sul fatto che Israele non ha partner per la pace e, a differenza di Obama, Trump sembra non mettere restrizioni all’espansione e alla campagna di pulizia etnica di Israele.
È una grande giornata per Israele quando l’imperatore viene in visita!

domenica 2 aprile 2017

una lettera e due interviste a Michel Warschawski

Lettera aperta al rettore dell’università La Sapienza di Roma

Signor rettore,
sono Michel Warschawski, giornalista ebreo-israeliano di Gerusalemme. Il 23 marzo ero invitato come relatore a un dibattito all’interno dell’università la Sapienza; uno degli eventi organizzati intorno al sessantesimo anniversario dalla firma dei Trattati di Roma.
La Sua decisione di vietarci l’accesso all’università mi ha stupito? Sì e no. No, perché purtroppo siamo abituati alle pressioni dell’ambasciata di Israele e delle sue agenzie locali affinché le voci che criticano la politica dello Stato di Israele siano sistematicamente censurate.
E tuttavia, confesso il mio stupore per una censura messa in atto da un’istituzione tanto prestigiosa. Un’università dovrebbe essere un luogo di riflessione libero, e dunque di parola liberata. Imbavagliare la libera espressione non è degno di un’università come La Sapienza.
Non sarebbe nemmeno necessario precisare che nelle nostre intenzioni, quella del mio amico palestinese e i miei, non c’era odio né razzismo verso chicchessia.
Stéphane Hessel – un grande uomo, esponente della Resistenza e co-redattore della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni unite – in occasione di un incontro davanti alluniversità della Sorbona, anch’essa chiusa a una conferenza destinata alla pace in Israele e Palestina, osservò: «Quando un istituto universitario si piega davanti a pressioni politiche e impedisce la libera espressione, è il segno che la società è gravemente ammalata».
Chiudendoci le vostre porte, ci confermate che l’Europa, e in particolare l’Italia, vive oggi una crisi che potrebbe essere fatale per la sua democrazia.


La democrazia formale non serve più, un'intervista a Michel Warshawski, (di Alessandra Mecozzi)

Abbiamo incontrato Michel Warshawski, giornalista, scrittore e attivista israeliano, nato a Strasburgo nel 1949 da madre francese e padre polacco immigrato e residente a Gerusalemme, in occasione del seminario “E’ tempo di giustizia in Palestina. Le responsabilità dell’Europa”. L’Università La Sapienza di Roma ha negato la sera prima l’aula designata per ospitare l’incontro, Warshawski, co-fondatore dell’Alternative Information Center  (Gerusalemme ovest – Beit Sahour), ne era uno dei relatori più autorevoli. Abbiamo approfittato del suo viaggio a Roma per porgli alcune domande sulla nuova profonda svolta antidemocratica che sta investendo il suo paese.
Come sei arrivato a impegnarti nella lotta contro l’occupazione israeliana? E’ stato il frutto dell’educazione familiare?
Mio padre, rabbino, è diventato una personalità, ma ha dovuto lottare per farsi accettare socialmente. Io non capivo granché, ma da piccolo a scuola mi chiamavano dispregiativamente “polaque” (non polonais). Faccio parte della prima generazione nata dopo la guerra, sono cresciuto con l’onnipresenza dei discorsi e dei ricordi sulla “occupazione” nazista. A 17 anni sono andato nei territori palestinesi, accompagnavo mio padre che portava pellegrini ebrei a visitare i luoghi santi. Mi sono trovato di fronte alla occupazione israeliana senza sapere proprio niente di conflitto arabo-israeliano, della guerra del 1967…ma è lì che ho capito. Nel momento in cui, parlando con un commerciante palestinese, ho visto nei suoi occhi la paura, la paura di un ragazzo israeliano: e di nuovo è risuonata la parola “occupazione”. Ma questa volta noi non eravamo gli occupati, ma gli occupanti. Quella parola, occupazione, evocava nella mia testa storie di violenza, di brutalità, di miseria, ho capito che mi riguardava in prima persona e che dovevo battermi contro di essa, ma dovevo farlo mantenendo sempre aperto e vivo il rapporto tra Israeliani e Palestinesi. Per questo, insieme ad altri, fondammo l’Alternative Information Center, che è l’unica organizzazione “bilaterale” che ha resistito a resiste a tutte le crisi. Siamo riusciti a farne una sola organizzazione, non una partnership tra due diverse. Quelle che hanno scelto la separazione ad ogni crisi si sono fermate, ognuno si è rinchiuso nel suo cerchio. Perfino Neve Shalom che esiste da moltissimi anni…

A che cosa attribuisci questa resistenza?
Per quanto mi riguarda, sono certo che derivi dalla mia formazione internazionalista, per la quale ritengo che ci siano valori che trascendono le diversità di paese, di religione, di etnia….Per molti anni il lavoro, la lotta in comune tra Israeliani e Palestinesi, è stato forte….Oggi purtroppo le cose sono cambiate, ed è diventato molto più difficile. Israele ha costruito un muro di cemento,  che si è alzato anche nelle teste di tantissimi attivisti/e. Ci tengo a dire che io parlo sempre di occupazione coloniale e che tutto il dibattito sull’indipendenza ci porta alla questione del controllo dei confini. Fin da Ben Gurion nella cultura israeliana non ci sono confini. Il termine anglosassone, americano, fronteer indica uno spazio libero da occupare, quello di border indica invece un limite che non va oltrepassato! Dal 1967, con l’occupazione conseguente di territori, il concetto “colonizzazione” è entrato nel discorso politico. Anche l’impatto psicologico è stato forte; si è realizzato nel 1977, quando è avanzata la destra nazionalista, la religione ha preso maggior peso, e i giovani a quel momento sono diventati l’avanguardia dei coloni…
Oggi, e ancor più dopo l’elezione di Trump, sembra che la situazione non permetta più di parlare di “due popoli, due Stati”. Molti dicono che la situazione sul campo è irreversibile. Sei d’accordo?
Assolutamente no. Questo concetto di irreversibilità già negli anni ’70 lo esprimeva Meron Benvenisti (vice sindaco di Gerusalemme) dicendo che il processo di colonizzazione/annessione era un fatto irreversibile e dunque non fattibili i due Stati. Ma non ero e non sono d’accordo. Non c’è niente di irreversibile…tranne se c’è un genocidio!

In Europa, e ancor più in Italia, stiamo assistendo ad una azione repressiva ed escludente rispetto a iniziative che vogliano promuovere informazione sulla Palestina e la cultura palestinese. L’ultimo caso è quello dentro cui anche tu ti sei trovato, con il divieto dell’ Università la Sapienza di fare il seminario a cui sei stato invitato all’interno dell’università. Il divieto è stato espresso su richiesta esterna di un Osservatorio sulle discriminazioni, Solomon, legato alla Comunità ebraica. A tuo avviso questa “stretta” corrisponde ad una stretta anche nella politica interna di Israele?
Sì, in Israele si sta verificando più che una regressione, c’è un passaggio da un regime a un altro. Lo Stato di Israele sta diventando un’altra cosa. Lo stesso Adam Burg, già presidente di Israele, parla di fascismo. La dimensione democratica viene rimessa in discussione. Si parlava di Stato ebraico democratico: adesso il ministro dell’Istruzione, Naftali Bennett, dice apertamente che la parte importante di questa definizione è l’ “ebraico”, non il democratico. E questo viene realizzato attraverso una serie di nuove leggi discriminatorie nei confronti dei Palestinesi in Israele. Per esempio quella detta della regolarizzazione che permette di espropriare un proprietario palestinese e passare la sua terra a uno ebreo. Prima per gli espropri si adducevano ragioni di sicurezza, per la località in cui era situata la terra, per esempio su una certa collina…Con questa legge lo si può fare senza alcuna motivazione. E’ importante notare che la Corte Suprema ancora non si è dichiarata, è stato espresso qualche dubbio di incostituzionalità, ma il ministro della giustizia ha già dichiarato che se la Corte Suprema si immischia nella questione verrà fatto un articolo speciale che proibisce alla Corte di esprimersi sulle decisioni del governo.

Ma come può avvenire una cosa del genere?
E’ semplice, il governo dice: noi siamo la maggioranza, quindi esprimiamo la volontà popolare. Una volontà assoluta, che non può essere contraddetta dalla Corte Suprema. Insomma, c’è una dittatura della maggioranza. Il cambiamento è profondo e viene operato passo dopo passo. Adesso ci sono due argini: la Corte Suprema e certi organi di informazione, dove ci sono buoni giornalisti, articoli critici, reportage. Netanyahou e la ministra della giustizia hanno deciso di rompere entrambi gli argini. Il governo sta distribuendo gratuitamente per strada un suo giornale e ha espresso l’intenzione di far votare una legge per limitare il potere dei mezzi di informazione. D’altro canto, la ministra della giustizia ha già fatto un passo verso la modifica della Corte Suprema, rimpiazzando con propri nominati nella commissione che ne sceglie i giudici, man mano che vanno in pensione i suoi componenti, quelli considerati dell’”attivismo giuridico”, che può cioè intervenire sulla natura della legge. Se la Corte Suprema perde questa prerogativa, diventa una semplice corte d’appello, senza alcun potere.
Sulla informazione non siamo ancora alla censura, ma le ultime leggi rafforzano il “discorso unico”. Al fondo c’è il concetto di “fedeltà allo Stato”. Ad esempio i deputati della Knesset dovranno esprimere fedeltà allo Stato di Israele come Stato del popolo ebreo. Intanto, la ministra della cultura ha dichiarato che non darà più fondi a chi non dimostra fedeltà allo Stato: il Teatro Nazionale si è visto tagliare i fondi perché ha presentato una pièce teatrale scritta in carcere da un ex prigioniero politico palestinese. L’argomento a sostegno di tale scelta è che il bene pubblico va gestito dalla maggioranza eletta, cioè dal governo. Ora la ministra della cultura è piuttosto incolta, ma è significativo che sia stata il generale dell’esercito che operava la censura militare su tutta l’informazione pubblica civile, una censura motivata da questioni securitarie. Questa censura era scomparsa negli anni ’80.

E sul caso dell’Università di Roma in particolare, tenendo conto che non è il primo, cosa ti senti di dire?
Immagino che non sarà neanche l’ultimo. Ricordo che in Francia, nel 2002, Sharon incontrò Cukiermann, presidente del CRIF, Consiglio dei rappresentanti della comunità ebraica in Francia, e disse esplicitamente che bisognava organizzare una controffensiva all’estero utilizzando “l’antisemitismo”. Venne lanciata una campagna di demonizzazione di giornalisti e politici accusati di essere antisemiti. Poi ci fu un po’ di calma. Ma dal 2008, da quando la campagna BDS ha cominciato a mostrare efficacia, dal punto di vista dell’immagine più che economicamente, in Israele si è aperta una nuova fase. In partnership con il ministro degli affari esteri, Lieberman, è stata messa in piedi una task force per una “strategia difensiva di attacco”! Una strategia basata su propaganda e repressione contro chi critica questo Israele. E’ rivolta contro tutti coloro che chiedono qualche forma di sanzione, non solo la campagna BDS. La novità è che da un anno si è costituito un dipartimento con ampio budget statale che, attraverso una task force, è incaricato di tenere sott’occhio e prendere di mira Stati e istituzioni pubbliche, una vera e propria strategia del governo. Quanto è successo a Roma rientra in questa politica e di solito, penso al caso francese, c’è un collegamento con l’ambasciata israeliana del paese interessato.

 

 



intervista a 
Michel Warschawski (di Barbara Monaco)

Michel Warshawski è nato nel 1949 a Strasburgo, dove suo padre era rabbino. All’età di 16 anni va a Gerusalemme per studiare il Talmud, in seguito, ancora a Gerusalemme, studia filosofia presso l’Università Ebraica. Dopo aver per lungo tempo abbandonato la fede, si riavvicina ad alcuni sottili punti della religione ebraica. Nel 1982 Warschawski è uno dei co-fondatori di Yesh Gvul e, nel 1984 dà vita all’Alternative Information Center (AIC), un’organizzazione che vede uniti attivisti anti-sionisti israeliani e palestinesi; è tra i primi israeliani a rifiutare ripetutamente il servizio militare, ed è stato per questo più volte incarcerato.
Warschawski è scrittore e giornalista, i cui articoli appaiono regolarmente sull’International Viewpoint, Le Monde diplomatique, Znet, Monthly Review e Sine Hebdo. In occasione delle elezioni del 2006 alla Knesset si candidò nella lista Balad (L’Assemblea Democratica Nazionale).
Tra i suoi libri apparsi in traduzione italiana:
Israele-Palestina. “La sfida binazionale. Un «sogno andaluso» del XXI secolo” – Edizioni Multimediali – 2002; “A precipizio. La crisi della società israeliana” – Bollati Boringhieri – 2004; in collaborazione con Gilbert Achcar, “La guerra dei 33 giorni. Un libanese e un israeliano sulla guerra di Israele in Libano” – Edizioni Alegre – 2007; “Programmare il disastro. La politica israeliana in azione” -Shahrazad Edizioni – 2009.
Nel 1987 l’Alternative Information Center, da lei fondato 25 anni fa, venne minacciato e lei subì un arresto: com’è la situazione attuale? 
Non abbiamo più problemi adesso, e questo non è un buon segno, perché significa che le autorità non si sentono più minacciate da noi. Nel 1987, quando venni arrestato, il centro rappresentava l’unico passaggio, l’unico centro di comunicazione tra la sinistra israeliana e la società civile palestinese. Il nostro era l’unico centro misto e il problema per il Governo era dato proprio da questo; eravamo gli unici ad aver abolito la frontiera. In Israele il concetto di frontiera è molto importante, al contrario noi avevamo creato un Noi collettivo, senza annullare le nostre differenze. Subito dopo il mio arresto e la chiusura temporanea del centro, scoppiò la Prima Intifada e questo riuscì a fare un’ulteriore breccia nella frontiera; durante gli anni che andarono dal 1987 al 1990 questa divenne una realtà di massa all’interno della stessa società israeliana. A partire dal 2000 cominciò invece un’inversione di tendenza; adesso c’è di nuovo un muro, ed è per questo che le autorità non hanno più problemi con noi; ormai, invece che collera, provochiamo piuttosto un sorriso ironico: siamo retrò…
Leggendo le sue interviste e i suoi testi, il concetto di frontiera di cui parlava poco fa assume sempre un significato profondo; credo che in Europa si sia sempre guardato ad Israele come ad un luogo in cui era diffusa un’idea di confine e di proprietà nazionale da tempo superata dalle democrazie occidentali…quasi un concetto vicino a quello di far-west americano o a quello di un superato colonialismo europeo. Personalmente purtroppo, mi sono fatta l’idea che attualmente questo stesso concetto sia tornato in auge, non solo negli Stati Uniti ma anche in Europa… 
Sono completamente d’accordo, Israele ha tristemente anticipato la filosofia di frontiera del XXI secolo, per la quale le frontiere spaziali sono sempre più aperte e quelle umane sempre più blindate; anche il vostro Trattato di Schengen non è altro che la formazione di un muro ideale, facilmente superabile dalle merci e dai movimenti bancari, ma non dalle persone. Paradossalmente, Israele che da un lato si ostina da sempre a non voler delineare confini con i suoi vicini, per non porre limite alla sua forza espansionistica, fissa frontiere ermetiche ed alimenta il concetto di separazione su cui si fonda, ha anticipato così le tendenze delle politiche occidentali. Lo scopo profondo dello Stato d’Israele, e questo riguarda tutta la società civile del Paese, da destra fino a sinistra, è quello di mantenersi etnicamente il più puro possibile: in questo senso beffardo gli è necessario riconoscere la Palestina, per mantenere la sua purezza etnica. Il concetto di separazione, che qualche volta può rivelarsi un buon mezzo (se due ragazzini fanno a botte è necessario separarli, sul momento), in Israele diventa un valore. Quando mi si dice che, comunque, quella israeliana è una democrazia, devo rispondere che ciò è vero, in Israele abbiamo una democrazia molto avanzata, forse, per certi versi, migliore di molte democrazie europee, ma questo vale solo per la maggioranza ebraica, tanto che un sociologo ha definito quella israeliana una etnocrazia. Sempre per questa ragione essa conserva ancora un altro limite, nuovamente legato al concetto di frontiera: finché la maggioranza ebraica discute della questione palestinese è liberissima di farlo, ma nel momento in cui qualcuno tenta di allacciare un rapporto reale con un membro della società palestinese, viene immediatamente espulso, non gode più dei diritti riconosciuti al resto della comunità. 
In Europa risulta scandaloso paragonare la tragedia palestinese con ciò che gli Ebrei subirono durante la Seconda Guerra Mondiale, cosa ne pensa? 
È sempre molto difficile ed azzardato paragonare due situazioni storiche diverse, poiché nascono e si sviluppano da e per motivazioni sociali, spaziali e storiche differenti. L’atteggiamento d’Israele nei confronti del popolo palestinese si è sviluppato seguendo più fasi e, una di queste, quella cominciata nel ’48, è stata sicuramente volta ad una politica di epurazione etnica, per poi concretizzarsi in una politica coloniale particolarmente dura, fondata sul massacro della popolazione, sulla distruzione, sull’oppressione razziale e sull’espulsione. Certamente, ancora oggi il fantasma dell’epurazione resta nelle menti degli Israeliani: ovvero quello di una cancellazione totale dei Palestinesi, ma questa resta una fantasticheria. Anche parlare di espulsione, ad oggi, non è più corretto, e questo ce lo spiega la recente carneficina di Gaza: se si vuole costringere un popolo ad andarsene lo si circonda da tre lati, non da tutti e quattro, imprigionandolo letteralmente come, appunto, è successo e succede a Gaza.
L’obiettivo israeliano in questa terza fase di colonizzazione è quello di raggiungere la massima espansione territoriale con il massimo numero di Israeliani e il minor numero di Palestinesi possibile al suo interno. Quella israeliana, il cui grande conduttore, seppur in coma profondo, è tutt’ora Ariel Sharon, è quella che io chiamo una politica dell’emmental: dove gli israeliani sono rappresentati dal formaggio e i palestinesi dai buchi.
D’accordo, ma quello che io mi chiedo è: cosa ne pensa la società israeliana? Ovvero, dove spera di arrivare adottando una tale politica, non è allora così tanto preoccupata dagli attentati terroristici, se pensa di poter imprigionare i Palestinesi in simili isole territoriali… 
Paradossalmente sì, la società israeliana ha paura. Se fino al 2000 il grande problema da risolvere era quello dell’Occupazione, a partire da quell’anno l’opinione pubblica israeliana vive nel terrore della minaccia, araba in generale ed islamica in particolare, l’Islam attenta, nel suo immaginario, alla civilizzazione giudaico-cristiana, ed essa vive con la convinzione di non poter aver un dialogo con i propri vicini.
Ma perché sentirsi così minacciati dall’Islam, senza temere in alcun modo la civiltà cristiana che, bene o male, ha ghettizzato gli Ebrei per millenni? 
Prima della rivoluzione, il Cristianesimo ha perseguitato gli Ebrei con una violenza sconosciuta al mondo musulmano, per i duemila anni durante i quali il popolo ebraico veniva perseguitato in Europa, nei Paesi arabi nulla di tutto ciò accadeva, seppur gli Ebrei rappresentassero una minoranza in quell’area: ci troviamo di fronte ad una percezione capovolta della storia… 
 Ma veniamo al suo ultimo testo, “Programmare il disastro”… 
In primo luogo vorrei discolparmi per il titolo, che fu il mio editore francese a scegliere, quando gli presentai il lavoro, e ciò avvenne un anno e mezzo fa, quindi ben prima del disastro di Gaza… Rimanendo ancora sul titolo dico che oggi dobbiamo parlare non di uno, ma di un triplo disastro. Il primo, che è quello dimostrato, e che anche la Comunità Internazionale ha riconosciuto, reso evidente dai 3.000 morti, dalle migliaia di feriti e mutilati provocati, ed alla distruzione di ogni infrastruttura ed abitazione, è quello umanitario; il secondo è il disastro politico israeliano sostenuto dagli Stati Uniti e, ormai da 7 anni, anche dall’Unione Europea. Un simile disastro è stato provocato dalla divisione spaziale tracciata tra Cisgiordania e Gaza, ma anche dalla divisione politica tra ANP e Hamas, avvenuta all’interno della stessa Cisgiordania; si tratta di una crisi interna al Paese provocata anche dall’indifferenza della Comunità Internazionale e dalla collusione esistente tra Stato israeliano e Stati arabi come l’Egitto, che hanno portato la Palestina ad un totale isolamento. La terza dimensione del disastro è quella esistenziale ma, rischiando di scioccarla, le dirò che non riguarda la popolazione israeliana; se infatti, dal 1982, si poteva parlare di due Israele, in quanto, anche se ancora non poteva osservarsi una vera presa di coscienza anti-sionista, esisteva una reale frattura all’interno della società , oggi la caratteristica principale dell’aggressione a Gaza, è data dal sostegno unanime da parte di tutta la popolazione israeliana: non c’è più differenza tra destra e sinistra. Se in passato la frattura era tanto profonda da portare all’assassinio di un primo ministra (Begin), oggi, di fronte alla tragedia di Gaza, si erige un solo Grande Israele, circondato dal suo antico mito, e il risultato è uno: la schiacciante responsabilità di tutta la società israeliana. Il disastro esistenziale, che il popolo israeliano non avverte, è quello a lungo termine, e riguarda la messa in discussione stessa dell’esistenza dello Stato d’Israele. Se durante le tante stragi, Sabra e Chatila, Caana, la prima e la seconda Intifada, il mondo arabo poteva dire, “D’accordo tutto ciò è gravissimo, esiste però anche un altro Israele”, adesso ciò non è più possibile: siamo apparsi a migliaia di nostri vicini come persone infrequentabili, una comunità di selvaggi. All’indomani di uno dei giorni più sanguinosi, quello in cui 35 bambini sono stati massacrati nel centro di Gaza, sono crollato, sono stato assalito da una sorta di profonda depressione; per oltre 24 ore ho sentito un acre odore di cadavere che mi seguiva ovunque andassi. Il giorno seguente, di colpo, quei 35 bambini sono diventati i miei nipoti, e mi sono chiesto: “Oddio, cosa stiamo facendo? Quale avvenire stiamo preparando per i nostri bambini?!”. Avevo veramente voglia di andarmene, lasciare questo Paese, sentivo dentro di me tutto il peso dei pensieri del mondo arabo che, persa ogni speranza, era come se ci dicesse: “Dopo tutti i nostri sforzi, dopo tutti i nostri tentativi di vivervi accanto, veramente, non siete dei vicini possibili!”. Parlavo di questo con un’amica francese che cercava di consolarmi, ricordandomi chi aveva manifestato a Tel Aviv e ad Haifa contro lo sterminio di Gaza; le ho risposto col dialogo tra Dio ed Abramo intorno al destino delle città di Sodoma e Gomorra: “Se ci fossero 50 famiglie di giusti sì”, afferma Dio, “salverei Sodoma e Gomorra”, “e se ce ne fossero dieci?”, domanda Abramo, “anche se ce ne fossero solo dieci”, ma quando Abramo tenta di convincere Dio portando ad esempio la sola famiglia di Lot, Egli non può acconsentire, ed è irremovibile: “No, una famiglia non è sufficiente per salvare tutta la città…”. Allo stesso modo, non sono qualche migliaio di manifestanti a Tel Aviv che salvano l’esistenza…
Ma come è potuto succedere questo? Perché la società israeliana ha deciso di chiudersi fino a questo punto? 
La presa di coscienza che la stava permeando a partire dal 1982 si è chiusa nell’agosto del 2000, con l’elezione di Ehud Barak, candidato a ricostruire il consenso messo in discussione in precedenza. Barak torna da Camp David dicendo di essere riuscito a smascherare le vere intenzioni di Arafat, che viene presentato ora come il nemico numero uno, e riesce in questo modo a distruggere, in soli quindici giorni, tutto il movimento per la pace. Quella di Barak era una colossale menzogna: non poteva esserci interlocutore più disponibile e dialogante di Yasser Arafat. Oggi, in Israele, viviamo ancora nel cuore della menzogna di Ehud Barak, e per questo siamo disposti ad intraprendere ogni genere di guerra, permanente e preventiva: la carneficina di Gaza rappresenta ciò che vogliamo. Il problema quindi non è l’Occupazione ma il popolo ebraico che, per aver rischiato di venir sterminato, intraprenderà ogni genere di folle guerra: “Siete dei bambini viziati”, disse Barak ad un popolo che cercava di normalizzarsi, “non capite la minaccia che pesa sulle nostre spalle: non saremo mai uno Stato normale”. Questa è quella che io chiamo la Controriforma di Barak, Sharon e Netanyahu.
Ma allora, qual è l’atteggiamento che noi Europei dovremmo assumere di fronte al conflitto israelo-palestinese? 
Dovete far capire al popolo israeliano che ciò che non costa nulla oggi costerà caro domani, che non si può pensare di comportarsi, all’infinito, come una società barbara, e pretendere di essere accettati dalla Comunità Internazionale. Israele ha assolutamente bisogno dell’approvazione internazionale, non soltanto da un punto di vista politico, ma anche psicologico; dovete far capire che così come siamo risultiamo infrequentabili, e far passare il messaggio della sanzionabilità di certi atteggiamenti: quando si commette un crimine, prima o poi, si viene sanzionati, è questo che gli Israeliani devono capire e temere. La Questione palestinese resta emblematica per il mondo intero: rappresenta la possibilità di ritornare allo stato della giungla, e la sua soluzione deciderà del tipo di mondo che vogliamo.
Ma in Europa risulta estremamente difficile avvicinarsi al problema senza essere tacciati di antisemitismo… 
Conosco grandi giornalisti che, non riuscendo più a gestire quest’accusa infamante, hanno smesso di scrivere sull’argomento. È un’ottima cosa che in Europa ci sia tanta attenzione nei confronti del problema legato all’antisemitismo, ma l’accusa che viene rivolta, in questo caso, è del tutto pianificata, e di questa il Governo si serve, come è successo riguardo al caso dell’uccisione di Mohammed Al Dura e di suo padre1. Che Israele sia cauto: quando si tappa la bocca, quando censura il pensiero di qualcuno non dandogli la possibilità di esprimersi, tale pensiero non cambia, ma marcisce dentro di lui e allora sì, può rischiare di diventare vero antisemitismo.
Concludendo, quale soluzione, due Popoli e due Stati? 
Sono stato tra i primi a pubblicare in Italia un libro dal titolo “La sfida binazionale” per affrontare la questione etnica, ma ora me ne pento: non avrei mai dovuto scrivere quel libro. Discutere di questa questione ci fa deviare dai nostri compiti, che sono altri. Dobbiamo smettere di parlare in vece dei Palestinesi, non sta a noi, Israeliani o Europei, trovare una soluzione al problema: saranno i Palestinesi a decidere se se la sentono di vivere insieme agli Israeliani o lontani da loro, da coloro che gliene hanno fatte vedere di tutti i colori. Non perdiamo tempo intorno a questo argomento: non è questo il punto