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lunedì 20 ottobre 2025

L’irresistibile escalation delle guerre - Raúl Zibechi

Il capitalismo reale sta moltiplicando le guerre perché è l’unico modo in cui può sopravvivere. Guerre tra stati, guerre interne mascherate da lotta al narcotraffico o difesa della democrazia, guerre non dichiarate per accaparrarsi beni comuni, guerre imperialiste sempre più spietate. La prossima sarà probabilmente contro il Venezuela, poiché la fragile tregua a Gaza, che chiamano la “fine della guerra”, consente loro di scegliere altri scenari per continuare l’escalation militarista.

Secondo l’analista Rafael Poch, l’espansione della guerra in Ucraina è imminente e potrebbe coinvolgere tutta l’Europa, minacciando di sfociare in una guerra tra le tre grandi potenze militari (La ampliación de la guerra de Ucrania está servida y bien anunciada). Dice che le élite europee mancano di storia, “non capiscono di cosa stiamo parlando e mancano sia delle conoscenze di base che della vitalità intellettuale per cercare di comprenderlo”. L’incapacità di comprendere o accettare la realtà è la strada verso il disastro.

Il milionario Ray Dalio lancia da mesi l’allarme sui problemi dell’enorme e in crescita esponenziale debito degli Stati Uniti, che lui definisce la “bomba del deficit e del debito”, che rappresenterebbe una minaccia per l’ordine monetario. Ora aggiunge che “diverse guerre civili si stanno preparando in diverse parti del mondo”, in particolare nel cuore dell’Impero (Ray Dalio anticipa la economía que viene: varias guerras civiles, mucha deuda y “diferencias irreconciliables). Il mega-speculatore sostiene che si stia iniziando a percepire “un clima molto simile a quello degli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale”. Solo che coinvolgerà le armi nucleari.

Gli economisti dell’establishment ammettono che la Cina sia già la più grande economia mondiale, rappresentando il 20% del PIL globale misurato a parità di potere d’acquisto, mentre quello degli Stati Uniti è sceso al 14%. Il 2014 è stato l’anno in cui la Cina ha superato l’Impero, ma il divario continua a crescere e aumenterà ulteriormente con le nuove politiche di Trump che si stanno rivelando controproducenti.

Il rifiuto dell’immigrazione è un duro colpo per l’innovazione tecnologica, poiché è responsabile di una parte significativa delle nuove imprese del settore. “Il 29% degli imprenditori sono immigrati (sebbene rappresentino solo il 15% della popolazione); il 44% dei fondatori delle attuali aziende unicorno sono immigrati; e il 26% degli immigrati lavora nei campi della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica”, secondo la National Science Foundation.

Cosa fai quando tutto è perduto, quando non hai più la possibilità di affrontare il tuo avversario con la minima possibilità di batterlo? Nel calcio, diciamo “infangare il campo”, sperando di prolungare il fischio finale dell’arbitro che sancirebbe la sconfitta. Le classi dominanti stanno facendo proprio questo. In questo caso, la sopravvivenza del capitalismo è genocidio, più guerre e una strategia di confusione che mira a intorbidire le acque, a confondere le persone per rimanere… le classi dominanti, al di là del nome del nuovo sistema.

Parte di questa strategia di confusione è la presunta firma del trattato di pace a Gaza. Sappiamo tutti che la guerra è iniziata con la Nakba nel 1948, l’espulsione forzata di quasi un milione di palestinesi, la distruzione di centinaia di villaggi e della stessa società palestinese. Non c’è mai stata pace. Ciò che è iniziato due anni prima è stato un genocidio, una fase superiore della guerra contro quel popolo. La presunta fine della guerra è stata decisa per continuare a saccheggiare la Palestina senza troppa attenzione mediatica, lasciando le mani libere per iniziare una nuova guerra.

L’enorme mobilitazione globale a sostegno del popolo palestinese, che ha dovuto essere riflessa anche dai media mainstream, ha portato i responsabili a fare ciò che fanno sempre: mascherare il dominio con nuove modalità, cambiando semplicemente la veste grafica per mantenere tutto uguale. Questo è il cuore del cosiddetto progressismo, solo che questa volta la manovra è stata orchestrata dall’estrema destra di Trump.

Ancora una volta, la domanda è cosa faremo noi, quelli di noi che si definiscono anticapitalisti e antimperialisti. Potremmo soccombere a questa manovra allentando la nostra resistenza e solidarietà, il che rappresenterebbe una grave sconfitta. Possiamo affrontare direttamente la guerra del sistema con la nostra guerra, il che ci porterebbe a facilitare un nuovo genocidio. Possiamo adottare, in ogni luogo a modo suo, la proposta zapatista di resistere e creare qualcosa di nuovo, come i Beni Comuni, che rappresentano una sfida enorme perché implicano percorsi completamente nuovi, percorsi che nessuna rivoluzione al mondo ha mai percorso fino ad ora. A poco a poco, stiamo arrivando a capire che i Beni Comuni sono una nuova strategia o forma di lotta e resistenza. Se ho capito qualcosa, credo che sia un modo per rafforzare la resistenza e, allo stesso tempo, un percorso verso la costruzione di un mondo nuovo. Una sorta di cardine che dobbiamo esplorare, trapiantare in ogni realtà, testare, fallire e così via.

da qui

domenica 20 agosto 2023

La rivoluzione dell’attivismo indigeno - Ferdinando Cotugno

 

Beni comuni, sostenibilità, responsabilità: i rappresentanti dei popoli indigeni non vogliono essere solo le Cassandre della Terra.


Durante l’ultima conferenza delle parti dell’ONU sui cambiamenti climatici in Egitto, un giornalista, esperto di quell’ambiente e di ambiente, non giovanissimo ma gioviale, scuotendo la testa mi dice: “Ma questi non sono veri indigeni, li ho visti arrivare col trolley, uno stava facendo una diretta su Instagram”. 

Davanti a noi c’erano gli attivisti dei popoli nativi brasiliani, nutrita delegazione al seguito di Lula. Il neo-presidente li aveva portati a Sharm el-Sheikh come testimonial del nuovo corso ecologista del Brasile. Per il collega, tutta finzione. Puoi essere indigeno, o puoi avere il trolley e l’iPhone, ma non entrambe le cose. Questo brandello di conversazione contiene tante storie diverse: la rilevanza dell’attivismo indigeno nell’ecologia contemporanea, la loro partecipazione sempre più politica agli eventi internazionali come le COP, l’uso dei social media come strumento per riprendersi la parola e diventare soggetti e non più solo oggetti di narrazione e soprattutto la nostra inflessibile pretesa di integrità altrui. Un’addetta alla comunicazione di una catena di alberghi di lusso mi disse una volta, con analogo senso di delusione: “Sono stata in Tanzania, ma non c’erano i veri Maasai, quelli che ho visto io avevano i Ray-Ban”. I Maasai, popolazione dell’Africa orientale del gruppo nilo-camitico, sono stati tra i fondatori dell’attivismo indigeno transnazionale contemporaneo, grazie all’azione di Moringe Parkipuny, che negli anni Ottanta creò le prime connessioni politiche tra i popoli indigeni dell’Africa e quelli del Nord America. 

In Occidente quando guardiamo ai popoli indigeni oscilliamo tra l’immagine del selvaggio malvagio e pericoloso e quella del buon selvaggio ecologicamente nobile. Entrambe queste idee vengono dalla stessa postura.

Come dice Fiona Watson, direttrice ricerca e advocacy di Survival International (l’ONG specializzata nei diritti umani dei popoli indigeni), “oscilliamo tra l’immagine del selvaggio malvagio e pericoloso e quella del buon selvaggio ecologicamente nobile”. Entrambe queste idee vengono dalla stessa postura, prendere quasi mezzo miliardo di esseri umani e metterli fuori dalla storia e dal tempo, proprio nel momento in cui loro stanno usando ogni mezzo possibile per esserci a pieno titolo: narrazioni, social media, diplomazia internazionale, alleanze globali. In una fase di riflusso e stanchezza per i movimenti per il clima dopo l’euforia scoppiata nel 2019, l’attivismo indigeno è l’unico che appare in salute, in ascesa, con un potenziale politico ancora tutto da esplorare, con più futuro davanti che alle spalle. 

“Ogni popolo è contemporaneo”, dice Watson, “dobbiamo solo decidere di quale contemporaneità stiamo parlando”. E questo è un primo punto fondamentale: alcuni di noi, indipendentemente dal livello di istruzione e cosmopolitismo, ancora vedono come un controsenso un indigeno con il trolley – e sembrano fermi alla battuta di Corrado Guzzanti sulle potenzialità della comunicazione via internet: “Aborigeno, ma io e te, che cazzo se dovemo di’?”. Era la fine degli anni Novanta. Nel frattempo però l’ecologia più avanzata sta ponendo ai popoli indigeni della Terra le sue domande più complesse: cosa c’è dopo il nostro modello di sviluppo? Cosa facciamo dopo la fine della crescita? Che senso può avere la nostra esistenza fuori da una società dei consumi? Cos’è la responsabilità collettiva e come ci educhiamo a essa? E poi: cos’è la natura?

La prima cosa che ci sfugge, quando affrontiamo il tema, è la scala: le popolazioni indigene superano 400 milioni di persone, sommate sarebbero la terza potenza demografica al mondo dopo l’India e la Cina. Come spiega Alessandro Mancuso, antropologo dell’Università di Palermo, “in seguito ai processi colonizzazione e creazione degli stati nazione, molti di questi popoli sono stati spinti in zone che non sembravano utili allo sfruttamento economico”. Confinati dove non c’era interesse a vivere o capacità di vivere, insomma, le zone marginali della Terra. Però poi ci siamo accorti che quelle zone corrispondono all’80 per cento della biodiversità, fronte sul quale le domande rivolte alle popolazioni indigene si stanno trasformando in una preghiera. Non è mistica, è scienza. Un rapporto FAO del 2021 stabiliva come, secondo ogni metrica ecologica e climatica analizzata da oltre 300 ricerche nell’arco di un decennio, le popolazioni indigene dell’America Latina sono i migliori gestori delle foreste. Il rapporto chiedeva agli stati amazzonici (Brasile, Perù, Bolivia) di affidare loro la governance “proprio nel momento in cui l’Amazzonia è a un punto di rottura, con impatti preoccupanti sulle temperature, le precipitazioni, la produzione di cibo e il clima globale”. Aborigeno, io e te che ci dobbiamo dire? Per esempio: aiutaci.

L’ecologia più avanzata sta ponendo ai popoli indigeni della Terra le sue domande più complesse: cosa c’è dopo il nostro modello di sviluppo? Cosa facciamo dopo la fine della crescita? Che senso può avere la nostra esistenza fuori da una società dei consumi?

Le popolazioni indigene hanno sempre posto anche un problema di tassonomia, perché non esiste una definizione univoca per questo concetto che deriva al latino e che è stato per la prima volta usato nei termini moderni da un diplomatico per descrivere un gruppo di nativi della Siberia. Non tutti quelli che sono arrivati prima su un territorio ne sono considerati indigeni. Gli scandinavi sono arrivati nelle attuali Norvegia, Svezia e Finlandia tra il 4000 e il 2500 A.C., ma sono i Sami a essere considerati indigeni di quelle terre, pur tracciando il loro arrivo 1500 anni dopo. Gli stessi Maasai sono arrivati in Tanzania solo secoli fa: non tutti i popoli indigeni sono nativi, non tutti i nativi sono indigeni. Nella nostra postura mentale coloniale, la linea viene tracciata quando vediamo “simulacri del passato”, come scrive l’antropologo Mark Rifkin, cioè usi e costumi che identifichiamo come primitivi, ma ovviamente è primitiva solo questa linea di demarcazione. Per le Nazioni Unite, è indigeno chiunque si definisca come tale, ma nemmeno questo criterio è sempre stato efficace, almeno non da solo. 

È difficile districarsi nell’infinita varietà di popoli che hanno sviluppato culture, credenze e idee politiche in luoghi così diversi tra loro. Juan Pablo Gutierrez è un attivista yukpa dalla Colombia, delegato internazionale di ONIC Colombia (l’organizzazione nazionale indigena colombiana). Nel suo ruolo, ne ha conosciuti in Tibet, Malesia, Mongolia, Africa, America Latina. Collegato via Google Meet da un caffè di Parigi, dice “Sono giunto alla conclusione che siamo tutti diversi, ma due cose ci accomunano sempre: la prima è una visione collettiva della vita e della società. La seconda è un rispetto profondo della natura”. E già qui si intravede perché l’ecologia contemporanea metta i rappresentanti questi popoli in testa ai cortei, virtualmente o fisicamente (come successo alla COP26 di Glasgow, dove erano protetti da un cordone di attivisti urbani europei e nordamericani, quasi un’infografica vivente). Visione collettiva della società e rispetto della natura vuol dire essere depositari delle grandi questioni ecologiche irrisolte del presente: beni comuni, sostenibilità, responsabilità. 

Attraverso questa ondata di attivisti per il clima e per i diritti umani che girano per il mondo come politici venuti da un altro mondo, i popoli che rappresentano (cioè il proprio di origine e tutti gli altri) provano a porsi come interlocutore politico alla pari: non la cosa più facile dopo secoli di sterminio, oppressione, furto di terra e privazione di potere. La prima linea di conflitto, però, è culturale, perché la “romanticizzazione”, come la chiama Gutierrez, è solo un’altra forma di sottomissione. “La società egemonica ci chiede di mettere in scena noi stessi, se non ci dipingiamo il viso e se non abbiamo copricapi di piume ci accusano di non essere davvero indigeni. Da un lato, i paesi occidentali ci chiedono di essere un faro, di aiutarli a risolvere problemi che loro stessi hanno creato, dall’altro di continuare a essere marginali, senza potere, senza diritti”.

Come nel processo delle COP, dove sono di fatto osservatori di decisioni prese da altri, perché l’ONU procede per consenso, basta un veto e tutto salta, ma quel veto lo possono mettere solo gli stati nazione. Privati del potere sulle loro terre, le tradizioni e i costumi diventano una sorta di patria portatile. Ma dobbiamo ricordarci che la cultura si evolve più velocemente della geografia. Come dice Massimo Canevacci, antropologo e autore di Stupore indigeno – Le culture native in Brasile tra rituali iniziatici e sfide digitali (Mar dei Sargassi, 2023), “in ogni popolo c’è un rapporto dinamico tra tradizione e mutamento. Questo processo nei popoli indigeni che conosco – nel Mato Grosso – ma direi in ogni popolo indigeno, è forte, complesso ed è stato attivato potentemente dal digitale. Non è vero che il mutamento distrugge la tradizione, i rituali si modificano, le identità stanno diventando fluide, molteplici”. È quello che nel 2011 scriveva in Native Acts Joanne Barker, esperta di origine lenape (popolo del Delaware) di femminismo e autodeterminazione nei popoli indigeni: “Certi standard di autenticità rendono impossibile ai nativi la narrazione delle loro complessità storiche e sociali, lo scambio culturale, il cambiamento, la trasformazione, la possibilità di affermare che le identità sono conflittuali, complicate, storte, moderne, tecnologiche e meticce”.

Nella nostra postura mentale coloniale, la linea viene tracciata quando vediamo usi e costumi che identifichiamo come primitivi, ma ovviamente è primitiva solo questa linea di demarcazione.

La politica è il punto di contatto principale. Nel consesso degli stati nazione ereditati dal novecento, quasi mezzo miliardo di persone si ritrova senza voce e senza diritto di voto, ma il movimento per il clima negli ultimi anni ha strutturato un contro-potere in quella che il costituzionalista Luigi Ferrajoli definisce “società civile internazionale”, quella che va da Greta Thunberg a Papa Francesco, in cui i popoli indigeni stanno a pieno titolo e hanno trovato legittimità e possibilità di azione, dopo secoli di lotte e sangue. In Brasile il nuovo corso di Lula è indigeno, negli Stati Uniti hanno guidato il movimento contro le infrastrutture fossili, ne sono stati collante emotivo e strumento di organizzazione delle comunità in lotta. Nel suo primo giorno da presidente degli Stati Uniti, Biden riporta il paese nell’accordo di Parigi (dopo la fuga di Trump) e firma il blocco dell’oleodotto Keystone XL, un riconoscimento diretto alle lotte indigene (poi contraddetto dai permessi di estrazione su suolo federale in Alaska, ma nessun percorso è lineare). 

Non c’è solo la politica, c’è anzi un altro settore che in questi anni ha definito le linee di conflitto tra nord globale e popoli indigeni: il turismo, e in particolare il turismo della conservazione e della biodiversità. È uno dei mandati politici più forti di Survival International: mostrare come i grandi parchi nazionali di Africa e Asia siano dei furti di terra su vastissima scala, come la protezione della fauna all’occidentale abbia coinciso con militarizzazione, violenza e violazione dei diritti umani. Il prodotto venduto da quella forma di turismo è l’incontaminato, per essere incontaminato i suoi abitanti devono essere cacciati e non ci devono essere attività umane. In questo modo sono state spazzate via agricoltura e pratiche pastorali che da millenni convivevano con la fauna. 

Il messaggio di quel prodotto turistico è che esseri umani e natura non possono convivere, un’idea che ha prodotto nuove storie di violenza e che è una forma di rassegnazione anti-ecologica. Per questo motivo le organizzazioni indigene sono scettiche, e spesso ostili, ai piani votati dall’ONU all’ultima COP sulla biodiversità (COP15, Montreal 2022) di arrivare al 30 per cento di aree protette entro il 2030. Oggi siamo al 14 per cento circa, raddoppiare la quota in sette anni vuol dire candidare altri popoli indigeni all’espulsione, proprio mentre la scienza ci dice che loro sono i migliori guardiani di quelle terre, di quelle foreste, di quelle savane, di quella biodiversità. 

“L’organizzazione ufficiale degli indigeni in Colombia ha come mandato politico insegnare alle società non indigene che abbiamo bisogno della natura per vivere, superare il più grande errore delle civiltà occidentale: averla demistificata, desacralizzata, averla considerata come un oggetto da conquistare”, dice Gutierrez. Vasto programma. Ogni popolo indigeno vede se stesso e il mondo a partire da una propria cosmologia, e forse è questo un altro punto di contatto: l’Occidente ha perso la propria.

È diventato un luogo comune che il nostro modello di sviluppo è al capolinea, perché si stanno esaurendo le risorse su cui è fondato. Il problema è che non sappiamo cosa mettere al suo posto.”I movimenti per il clima dicono system change per il climate change, ma forse non siete veramente coscienti di cosa significhi cambiare un intero sistema, tutto il modello di vita, chi siete, come vivete, e riconoscere che chi siete e come vivete dipende interamente dalle risorse che sfruttate sulle nostre terre”. I rappresentanti dei popoli indigeni non vogliono essere solo le colorate Cassandre della Terra in abiti tradizionali. Vogliono essere molto più di questo: è come se volessero offrire gli elementi di una nuova cosmologia. 

Visione collettiva della società e rispetto della natura vuol dire essere depositari delle grandi questioni ecologiche irrisolte del presente: beni comuni, sostenibilità, responsabilità.

In Occidente le scienze dure hanno svolto il loro compito, hanno definito in modo inequivocabile i termini della crisi che stiamo affrontando, da luglio si stanno rincorrendo nuovi record, i giorni più caldi mai affrontati dalla civiltà umana, nello stesso periodo l’Organizzazione meteorologica mondiale ha dichiarato che siamo entrati nella fase El Niño, riscaldamento antropico e riscaldamento ciclico si potenzieranno a vicenda nei prossimi anni e con ogni probabilità sfonderemo quota +1.5°C rispetto all’era pre-industriale nel corso degli anni Trenta. Sappiamo tutto quello che c’è da sapere, quello che ci manca è tutto il resto, le idee sociali, le narrazioni, un’immaginazione non ansiogena della crisi, una proposta ridefinizione dei rapporti sociali ed esistenziali che vada oltre il messaggio di terrore con cui i movimenti per il clima hanno spesso tradotto la crisi climatica. 

Come dice l’attivista yupka, gli oltre 400 milioni di umani di cui è una delle voci avrebbero due basi da cui ripartire: una società di ispirazione collettiva e una natura soggetto e non più oggetto, i due assi del che il pensiero ambientalista prova a combinare da decenni. Per essere efficace l’ecologia ha bisogno di una proposta, un mondo nuovo da mettere al posto del mondo vecchio. È come se tutti stessero in questo momento sperando che un nuovo Karl Marx sia al lavoro da qualche parte del mondo su un Capitale ambientalista da usare come ispirazione. E non è detto che il Karl Marx del ventunesimo secolo non sia un attivista indigeno.

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domenica 19 giugno 2022

Il sistema economico neoliberista ha ucciso le Comunità locali e nazionali - Paolo Maddalena

 

Gli avvenimenti oggi descritti dalla stampa fanno capire che l’idiozia occidentale di aver puntato su un mercato globale informato al sistema economico predatorio neoliberista è fallita e, per l’occidente, ha dato i frutti peggiori.

Sul piano geopolitico si sta consolidando la divisione economica del mondo tra un frastagliato Occidente da un lato, e un fortemente unito asse Russia-Cina-India dall’altro, con la caratteristica di un aumento di potenza economica e di materie prime da parte di questo secondo gruppo.

Come risulta dall’incontro a Kiev con Zelensky di Draghi, Macron e Scholtz, la conclusione è che la guerra in Ucraina continuerà a lungo, tenendo acceso il carbone di una possibile deflagrazione mondiale tra i due accennati opposti schieramenti.

In questo quadro si pone la necessità assoluta di un’Europa unita sul piano politico, tenendo presente che, allo stato, è impossibile realizzare un mercato unico europeo e che è indispensabile che ogni Stato sviluppi innanzitutto la propria economia in condizioni di parità con quella degli altri Stati, arrivando così a realizzare l’indispensabile presupposto di una reale unione politica, come prevede l’articolo 11 della Costituzione.

All’Italia, che resta l’ultima in classifica, non resta che riconquistare, come più volte ho avvertito, la proprietà pubblica dei suoi beni demaniali, da individuare, non più secondo il superato demanio civilistico, ma sulla base del sistema costituzionale con una interpretazione ermeneutica che discenda dai principi e dai diritti fondamentali.

Si tratta di riportare sotto la proprietà pubblica del Popolo, tenendo presente che beni comuni, beni demaniali, beni pubblici e beni fuori commercio, sono aspetti diversi di un’unica realtà, la cui connotazione principale è quella di essere beni collocati fuori mercato, a tutela dei bisogni della Comunità.

Si tratta infatti dei beni costitutivi, identificativi e funzionali all’esistenza della Comunità nazionale. Si tratta, come accennato, di sostituire al vecchio e inadeguato demanio civilistico, oggetto di proprietà privata dell’Ente pubblico (e per questo denominato pubblico), il demanio costituzionale, oggetto di proprietà pubblica del Popolo, cioè di un soggetto plurimo, i cui beni spettano a tutti e non possono essere ceduti a singoli.

Insomma occorre tener presente che le privatizzazioni e le cosiddette concessioni dei beni e dei servizi sono da ritenere illegittime ai sensi della vigente Costituzione, in quanto svuotano di contenuto il demanio costituzionale che è non solo inalienabile, inusucapibile e inespropriabile, ma è anche e soprattutto non svuotabile del proprio contenuto, in quanto, o cedono a singoli un bene di tutti (con le privatizzazioni),o svuotano di contenuto la proprietà pubblica comune ( con le concessioni), trasformandola in una nuda proprietà pubblica.

Il che è vietato dall’articolo 42, primo comma, primo alinea, nel quale si legge che la proprietà è pubblica e privata, intendendo per pubblica una proprietà senza limiti e per privata una proprietà con pesanti limiti volti alla tutela della utilità sociale (art. 41 Cost.) e della funzione sociale (art. 42 Cost.) .

La città che in questo momento sta subendo maggiormente l’eccidio dei beni artistici e storici provocato dal sistema economico predatorio neoliberista è la città di Napoli e spetta ai napoletani di agire in giudizio contro l’amministrazione comunale, la regione e il Ministero dei beni culturali per non essere privati dei tanti beni artistici e storici che sono parte della grande bellezza della città.

Auspico che i cittadini napoletani, sempre distintisi per la loro intelligenza immediata e preveggente, saranno il primo Popolo capace di battersi sul fronte giudiziario e su qualsiasi altro piano legale, affinché le singole comunità e la complessiva Comunità italiana non siano private di loro appartenenza, finendo per essere distrutte dall’azione nefasta del sistema economico neoliberista.

da qui

venerdì 18 marzo 2022

La società autoimmune – Fabio Armao

 Diario eretico di un politologo

recensione di Francesco Masala

Il libro è stato pubblicato nel 2022, per le edizioni Meltemi (costa 20€)

L’autore ci porta in giro per il mondo, a partire dal mondo del Covid, ed espone le sue considerazioni.

Il mondo è sempre uguale e sempre diverso, a seconda degli occhiali che si mettono. Fabio Armao ha ottimi occhiali, e ne approfittiamo.

Si parte da Palermo, passando per il Cile, gli Usa, il mondo della finanza, per Mosul, in Iraq, per Ciudad Juarez, in Messico, per Londra, toccando vari continenti.

I temi toccati sono così attuali e numerosi, che li possiamo citare solo in una piccola parte.

Una lente utile per capire come va il mondo, oltre al cinema (si capisce l’amore dell’autore per la settima arte), è quella dell’oikocrazia, a cui è dedicato il libro precedente di Fabio Armao.

Molto interessanti sono i concetti di eguaglianza e di ineguaglianza, nel capitolo secondo, che secondo me ha a che vedere col bene comune, sarebbe bello che l’uguaglianza e il bene comune fossero il metro per giudicare una politica o le decisioni politiche.

Faccio un esempio, una riforma fiscale che avvantaggia il 10% dei cittadini e se svantaggia il 70% (anche se solo in termini relativi) va a favore del bene comune e dell’uguaglianza o aumenta la ineguaglianze?

Questo dovrebbe essere il metro di giudizio per l’operato di un politico o di un qualsiasi decisore, se ha favorito un clan (l’oikocrazia) o la maggioranza dei cittadini, così interpreta il recensore il ragionamento di Fabio Armao.

Negli ultimi anni, in maniera crescente, gli Stati hanno perso un bel po’ del loro potere, acquisito in misura crescente da famiglie e clan, reti di relazioni, gruppi di interesse e di potere, occulti o palesi.

Se parliamo dell’Italia i primi clan che vengono in mente sono quelli della mafia e della criminalità organizzata, ma sono in ottima compagnia, tutto il mondo è paese.

Si passa per le “porte girevoli”, quei giochi di prestigio per cui uno sta in un organismo pubblico che autorizza le medicine o i vaccini e dopo due anni diventa un pezzo grosso dell’impresa farmaceutica di cui aveva autorizzato i farmaci, come membro dell’organismo di valutazione.

Questo è uno degli innumerevoli esempi che dimostra che il sistema economico chiamato capitalismo(*) è corrotto e inefficiente.

Armao tratta anche dei casi di Cipro e Malta, buchi neri tollerati alla Comunità Europea, coincidenza, al Parlamento Europeo viene eletta come presidente una politica maltese.

Passando per Mosul l’autore si interroga sull’appalto e il subappalto della violenza a dei soggetti privati, i contactors, nulla più che mercenari, e sui pericoli della “cessione” dell’uso della violenza da parte degli stati.

L’autore si sofferma poi su Ciudad Juarez, che è il luogo di una delle tante guerre che purtroppo godono di ottima salute in tutto il mondo, ma in Messico di più, quella contro le donne.

Si passa anche per Londra, per tratteggiare i tema delle bande giovanili (e non solo)

Si arriva in Cambogia, la cui capitale è regina del gioco d’azzardo, delle droghe e della prostituzione

A partire dall’assassinio di chi dedica la sua vita a proteggere l’ambiente Armao affronta il tema della guerra contro la natura e dei sopravvissuti alle guerre, un esercito di disgraziati che non vengono mai considerati fra le bellezze della guerra.

L’epilogo sembra trattare di questi giorni, sulla libertà di opinione dello studioso e del ricercatore e del futuro.

A chi mi chiede perché leggere il libro la risposta è chiara: è uno sguardo sul mondo come è, e da lì si deve partire per qualsiasi ragionamento.

(*) https://www.labottegadelbarbieri.org/il-capitalismo-e-insostenibile/


da qui

domenica 28 novembre 2021

Ma siamo proprio tutti d’accordo? - Gianni Gatti

 

Ragionando sugli accadimenti della politica che si sommano ogni giorno e non è vero che sono fermi, anzi…. In ordine sparso:

– la PAC( politica agricola comunitaria) è stata approvata con ovvio sbilanciamento concreto verso l’agricoltura industriale e gli allevamenti intensivi ( votata da F.I. F.d’I., PD e M5S oltre ad altre formazioni ) segnando il definitivo abbandono dell’agricoltura di prossimità

– L’energia che riceve sostanziali incentivi e capacity market rimane quella delle fossili e anzi sono stati messi paletti disastrosi al bonus 110% ( e altri ) che già avevano avviato migliaia di cantieri , molti con la formula delle comunità energetiche sui territori che di conseguenza non vedranno buon fine.

– Il DDL concorrenza (come altri approvati dalla “cabina di regia”) prevede semplificazioni per appalti come lasciapassare per cementificatori e mafiosi del lavaggio dei soldi

.- Il DDL concorrenza toglie poteri ai singoli comuni decidendo quote di discrezionalità del governo su materie fino ad ora di pertinenza dei comuni locali- La sanità come strumento di spesa è decisamente convogliata su iniziativa anche dei vari governatori ad approfittare del PNRR per rivendicare, in presenza di emergenza imposta, uno scivolamento verso una privatizzazione (per altro mai fermata) che assorbe ogni tentativo di riprendere possesso da parte delle comunità territoriali di una sanità essenziale.

– La guerra e la produzione di armi in espansione con le sue conseguenze nefaste internazionali attraverso gli accordi NATO, assegna all’Italia nel silenzio generale dei media, il comando del fronte IRAQ con 4.500 uomini e mezzi oltre agli altri presidi….presunti di pace per controllo energia fossile o minerali rari o altro.

– I sindacati confederali e la sinistra “sinistra” hanno ormai abolita la protesta di fatto, accettando contratti al ribasso senza condizioni e senza occuparsi dei risvolti sociali della revisione delle pensioni dell’abolizione di quota 100, senza dare protezione con battaglie importanti come servirebbe (lasciate ai sindacati di base), cioè di fatto aprendo la strada a Draghi e sodali.

– Alcuni beni comuni sono da tempo, ma oggi c’è accelerazione, sotto attacco nonostante referendum ostativo. Ormai non si contano più le deposizioni in mani di Grandi Imprese delle varie partecipate o similari che hanno la gestione di acqua, rifiuti, energia, servizi di assistenza ad anziani ed ai ragazzi.

– Poco importa che giornalisti d’inchiesta facciano inchieste importanti anche su istituzioni, su sanità, sui vaccini, ecc. e chiarificatrici da cui ci si aspetta cambiamenti epocali che poi regolarmente non si verificano. L’elenco potrebbe continuare davvero per molto, chiunque abbia attenzione sociale lo può verificare e aggiungere di suo…

Perché succede oggi?

Dalle commissioni Europee, che ormai votano compatte al’80% su provvedimenti liberticidi e senza democrazia applicata, sino alla famosa “cabina di regia in Italia”. In cui i vari ministri vanno a fare ammujna e per dare beneplacito ai pizzini di Draghi che “interpreta” gli interessi di tutti i partiti.

Il punto è proprio che ormai sia in Eu sia in Italia non c’è più nessuna opposizione, ma, se anche cercano fra le varie componenti di differenziarsi alla fine approvano ogni cosa e quando c’è agitazione lui mette la fiducia e chiusa lì.

Anche questo è verificabile, basta curiosità ed attenzione, non sono opinioni mie, ma fatti che accadono con la velocità del capitalismo finanziario che infine non ha più nemici e si battaglia sul commercio globale per estrarre profitto da ogni aspetto, poiché il liberismo è diventata la nuova religione da Tafazzi.

Qual’è l’elemento che manca?

Una voce forte e solidale di quelli che essendo l’oggetto delle varie decisioni, infine hanno pure in parte votato questi partiti o Partito Unico di fatto. Compresi anche quelli che non hanno votato per sfiducia nella misura media del 50% e poi non fa seguire alla minimale protesta fatti concreti. La voce che la manovra che toglie poteri ai comuni ultimo baluardo di democrazia è la definitiva scelta, come anche il green pass senza altre varianti sociali di impatto sulla sanità, dell’abbandono degli interessi sociali.

La voce di chi vede proseguire il cambiamento climatico a cui la COP 26 non ha dato alcuna soluzione con l’accordo solidale in negativo dei vari governi europei e mondiali. Continuiamo a chiudere gli occhi ripetendoci se non vedo non esiste questa realtà e continuiamo a dare delega in bianco ai vari soliti noti nessuno escluso?

da qui

sabato 21 novembre 2020

IL MANIFESTO PER LA SOCIETA' DELLA CURA

  

USCIRE DALL'ECONOMIA DEL PROFITTO, COSTRUIRE LA SOCIETA' DELLA CURA

 

Premessa

 

Un virus ha messo in crisi il mondo intero: il Covid 19 si è diffuso in brevissimo tempo in tutto il pianeta, ha indotto all'auto-reclusione metà della popolazione mondiale, ha interrotto attività produttive, commerciali, sociali e culturali, e continua a mietere vittime.

 

Dentro l'emergenza sanitaria e sociale tutt* abbiamo sperimentato la precarietà dell'esistenza, la fragilità e l’interdipendenza della vita umana e sociale. Abbiamo avuto prova di quali siano le attività e i lavori essenziali alla vita e alla comunità. Abbiamo avuto dimostrazione di quanto sia delicata la relazione con la natura e i differenti sistemi ecologici: non siamo i padroni del pianeta e della vita che contiene, siamo parte della vita sulla Terra e da lei dipendiamo.

 

Decenni di politiche di tagli, privatizzazione e aziendalizzazione della sanità, di globalizzazione guidata dal profitto, hanno trasformato un serio problema epidemiologico in una tragedia di massa, dimostrando quanto essenziale ed ampia sia invece la dimensione sociale del diritto alla salute.

 

La pandemia ha messo in evidenza come un sistema basato sul pensiero unico del mercato e sul profitto, su un antropocentrismo predatorio, sulla riduzione di tutto il vivente a merce non sia in grado di garantire protezione ad alcun*.

 

La pandemia è una prova della crisi sistemica in atto, le cui principali evidenze sono determinate dalla drammatica crisi climatica, provocata dal riscaldamento globale, e dalla gigantesca diseguaglianza sociale, che ha raggiunto livelli senza precedenti.

 

L’emergenza climatica è vicina al punto di rottura irreversibile degli equilibri geologici, chimici, fisici e biologici che fanno della Terra un luogo abitabile; la diseguaglianza sociale si è resa ancor più evidente durante la pandemia, mostrando la propensione del sistema economico, sanitario e culturale vigente a selezionare tra vite degne e vite di scarto.

 

Giustizia climatica e giustizia sociale sono due facce della stessa medaglia e richiedono in tempi estremamente brevi una radicale inversione di rotta rispetto all'attuale modello economico e ai suoi impatti sociali, ecologici e climatici. 

 

Niente può essere più come prima, per il semplice motivo che è stato proprio il prima a causare il disastro. 

 

Oggi più che mai, ad un sistema che tutto subordina all'economia del profitto, dobbiamo contrapporre la costruzione di una società della cura, che sia cura di sé, dell'altr*, dell'ambiente, del vivente, della casa comune e delle generazioni che verranno.

 

1. Conversione ecologica della società 

 

L'emergenza climatica è drammaticamente vicina al punto di non ritorno. Il tempo a nostra disposizione si sta esaurendo: il riscaldamento climatico si aggrava, aumentano gli incendi, accelera la scomparsa dei ghiacciai, la morte delle barriere coralline, la sparizione di interi ecosistemi e di specie animali e vegetali, aumentano le inondazioni e i fenomeni meteorologici estremi. 

 

Anche la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie ha la sua causa profonda nella distruzione degli ecosistemi naturali, nella progressiva industrializzazione della produzione, in primo luogo di quella agroalimentare, e nella velocità degli spostamenti di capitali, merci e persone. Un modello produttivo basato sulla chimica tossica e sugli allevamenti intensivi ha provocato un verticale aumento della deforestazione e una drastica diminuzione della biodiversità. Tutto questo, sommato a una crescente urbanizzazione, all'estensione delle megalopoli e all’intensificazione dell’inquinamento, ha portato a un cambiamento repentino degli habitat di molte specie animali e vegetali, sovvertendo ecosistemi consolidati, modificandone il funzionamento e permettendo una maggiore contiguità tra le specie selvatiche e domestiche.

 

Una radicale inversione di rotta in tempi estremamente rapidi è assolutamente necessaria e inderogabile.

 

Occorre promuovere la riappropriazione sociale delle riserve ecologiche e della filiera del cibo, sottraendola all'agro-business e alla grande distribuzione, per garantire la sovranità alimentare, ovvero il diritto di tutt* ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica.

 

Occorre avviare una profonda conversione ecologica del sistema tecnologico e industriale, a partire dalla decisione collettiva su “che cosa, come, dove, quanto e per chi” produrre e da un approccio eco-sistemico e circolare ai cicli di lavorazione e alle filiere, dall'estrazione dei materiali alla produzione, dalla valorizzazione ai mercati, al consumo finale.

 

Occorre invertire la rotta nel sistema del commercio internazionale e degli investimenti finanziari, sostituendo l'inviolabilità dei diritti umani, ambientali, economici e sociali all'attuale intoccabilità dei profitti, e rendendo vincolanti tutte le norme di tutela sociale e ambientale per tutte le imprese, a partire da quelle multinazionali, anziché concedere loro di agirle solo volontariamente o come forme di filantropia.

 

Un nuovo paradigma energetico, con l’immediato abbandono dei combustibili fossili, deve fondarsi su energia “pulita, territoriale e democratica” invece che “termica, centralizzata e militarizzata”. Un approccio sano al territorio e alla mobilità deve porre fine al consumo di suolo e alle Grandi e meno grandi Opere inutili e dannose, per permetterci di vivere in comunità, città e sistemi insediativi che siano luoghi di vita degna, socialità e cultura, collegati tra essi in modo sostenibile.

 

Va profondamente ripensata la relazione di potere fra esseri umani e tutte le altre forme di vita sul pianeta: non possiamo assistere allo sterminio di molte specie animali e al brutale sfruttamento di diverse altre, pensando di restare indenni alle conseguenza epidemiologiche, climatiche, ecologiche ed etiche.

 

Occorre una conversione ecologica, una rivoluzione culturale, che ispiri e promuova un cambiamento economico e degli stili di vita.

 

2. Lavoro, reddito e welfare nella società della cura

 

La pandemia ha reso più evidente che nessuna produzione economica è possibile senza garantire la riproduzione biologica e sociale, come il pensiero eco-femminista e la visione cosmogonica dei popoli nativi sostengono da sempre.

 

La riproduzione sociale - intesa come tutte le attività e le istituzioni necessarie per garantire la vita, nella sua piena dignità - significa cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente: ed è è attorno a questi nodi che va ripensato l'intero modello economico-sociale.

 

La pandemia ha fatto ancor di più sprofondare nella disperazione le fasce deboli della popolazione, dai migranti ai senza casa, dai disoccupati ai disabili, dalle persone fragili ai non autosufficienti, e ha allargato la condizione di precarietà, con altri milioni di persone che si sono trovate senza alcun reddito.

 

Non può esserci società della cura senza il superamento di tutte le condizioni di precarietà e una ridefinizione dei concetti di benessere sociale, lavoro, reddito e welfare.

 

La conversione ecologica è una lotta per abbandonare al più presto tutte le attività che fanno male alla convivenza degli umani, tra di loro e con la Terra, per promuovere altre attività che prevedono la cura di sé, dell'altr* e di tutto il vivente: la riproduzione della vita nelle condizioni migliori che si possono conseguire. 

 

L'attività lavorativa deve basarsi su un'ampia socializzazione del lavoro necessario, accompagnata da una netta riduzione del tempo individuale a questo dedicato, affinché l'accesso al lavoro sia l'esito di una redistribuzione solidale e non di una feroce competizione fra le persone e i Paesi, dentro un orizzonte che subordini il valore di scambio al valore d'uso e organizzi la produzione in funzione dei bisogni sociali, ambientali e di genere.

 

Se la cura di sé, dell'altr* e dell'ambiente sono gli obiettivi del nuovo patto sociale, il reddito è il dividendo sociale della cooperazione tra le attività di ciascun*, e il diritto al reddito è il riconoscimento della centralità dell'attività di ogni individuo nella costruzione di una società che si occupa di tutt* e non esclude nessun*, eliminando la precarietà, l'esclusione e l'emarginazione dalla vita delle persone.

 

Va pienamente riconosciuto il diritto alla conoscenza, all'istruzione, alla cultura, all'informazione corretta, al sapere, come fattore potente di riduzione della diseguaglianza, di cui la povertà culturale è una causa chiave.

 

Va realizzato un nuovo sistema di welfare universale, decentrato e depatriarcalizzato, basato sul riconoscimento della comunità degli affetti e del mutualismo solidale, sull'autogoverno collettivo dei servizi e sulla cura della casa comune.

 

3. Riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi pubblici

Nessuna protezione è possibile se non sono garantiti i diritti fondamentali alla vita e alla qualità della stessa. Riconoscere i beni comuni naturali -a partire dall'acqua, bene essenziale alla vita sul pianeta- e i beni comuni sociali, emergenti e ad uso civico come elementi fondanti della vita e della dignità della stessa, della coesione territoriale e di una società ecologicamente e socialmente orientata, richiede la sostituzione del paradigma del pareggio di bilancio finanziario con il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere.

 

La tutela dei beni comuni, e dei servizi pubblici che ne garantiscono l'accesso e la fruibilità, deve prevedere un'immediata sottrazione degli stessi al mercato, una loro gestione decentrata, comunitaria e partecipativa, nonché risorse adeguate e incomprimibili.  

 

Occorre socializzare la produzione dei beni fondamentali, strategici ai fini dell'interesse generale: dai beni e servizi primari (i prodotti alimentari, l'acqua, l'energia, l'istruzione e la ricerca, la sanità, i servizi sociali, l'edilizia abitativa); a quelli senza l'uso dei quali una parte considerevole delle altre attività economiche non sarebbe possibile (i trasporti, l'energia, le telecomunicazioni, la fibra ottica); alle scelte d'investimento di lungo periodo di carattere scientifico, tecnologico e culturale, in grado di modificare, nel tempo e in maniera significativa, la vita materiale e spirituale della popolazione.

 

4. Centralità dei territori e della democrazia di prossimità 

 

La crescita interamente basata sulla quantità e velocità dei flussi di merci, persone e capitali, sulla centralità dei mercati globali e delle produzioni intensive e sulla conseguente iperconnessione sregolata dei sistemi finanziari, produttivi e sociali, è stata il principale vettore che ha permesso al virus di diffondersi in tutto il pianeta a velocità mai viste prima, viaggiando nei corpi di manager e tecnici specializzati, così come in quelli di lavoratori dei trasporti e della logistica, e di turisti.

 

Ripensare l'organizzazione della società comporta la ri-localizzazione di molte attività produttive a partire dalle comunità territoriali e dalla loro cooperazione associata, che dovranno diventare il fulcro di una nuova economia trasformativa, ecologicamente, socialmente ed eticamente fondata. 

 

Le comunità sono i luoghi dove convivono umani, altri animali, territorio e paesaggio, ciascuna con la propria storia, cultura e identità insopprimibile. La pialla della globalizzazione ha provato a omologare differenze e peculiarità, producendo resistenze  che sono state troppo spesso governate verso una versione chiusa ed escludente del comunitarismo. La sfida, anche culturale, è progettare il futuro come un sistema di comunità aperte, cooperanti, includenti e interdipendenti.

 

Questo comporta anche la ri-territorializzazione delle scelte politiche, con un ruolo essenziale affidato ai Comuni, alle città e alle comunità territoriali, quali luoghi di reale democrazia di prossimità i cui abitanti partecipano fattivamente alle decisioni collettive.

 

Attraverso forme di riappropriazione popolare delle istituzioni di livello nazionale ed internazionale si potrà garantire, tutelare ed affermare l’uguaglianza nei diritti e nelle relazioni fra le diverse aree dei sistemi paese, dei sistemi regionali e continentali e del sistema mondo.

 

5. Pace, cooperazione, accoglienza e solidarietà 

 

La pandemia non ha rispettato nessuna delle molteplici separazioni geografiche e sociali e nessuna delle gerarchie costruite dagli esseri umani: dalle frontiere alle classi sociali, passando dal falso concetto di razza. Ha dimostrato che la vera sicurezza non si costruisce contro, e a scapito degli altri: per sentirsi al sicuro bisogna che tutt* lo siano.

 

Perché questo succeda, occorre che ad ogni popolazione venga riconosciuto il diritto ad un ambiente salubre, all'uguaglianza sociale, all'accesso preservativo alle risorse naturali. 

 

Occorre porre termine ad ogni politica di dominio nelle relazioni fra i popoli, facendo cessare ogni politica coloniale, che si eserciti attraverso il dominio militare e la guerra, i trattati commerciali o di investimento, lo sfruttamento delle persone, del vivente e della casa comune. Non possiamo più accettare che i nostri livelli di consumi si reggano sullo sfruttamento delle risorse di altri Paesi e su rapporti di scambio scandalosamente ineguali, né l'esistenza di alleanze militari che hanno l'obiettivo del controllo e sfruttamento di aree strategiche e delle loro risorse.

 

La società della cura rifiuta l'estrattivismo perché aggredisce i popoli originari, espropria le risorse naturali comuni e moltiplica la devastazione ambientale. Per questo sostiene l'autodeterminazione dei popoli e delle comunità, un commercio equo e solidale, la cooperazione orizzontale e la custodia condivisa e corresponsabile dei beni comuni globali.

 

La guerra contro i migranti è ormai uno degli elementi fondanti del sistema globale attuale. Intere aree del pianeta – mari, deserti, aree di confine – sono diventati giganteschi cimiteri a cielo aperto, luoghi dove si compiono violenze e vessazioni atroci, e dove a milioni di esseri umani viene negato ogni diritto e ogni dignità. 

 

La società della cura smantella fossati e muri e non costruisce fortezze. Rifiuta il dominio e riconosce la cooperazione fra i popoli. Affronta e supera il razzismo istituzionale e il colonialismo economico e culturale, attraverso i quali ancora oggi i poteri dominanti si relazionano alle persone fisiche, ai saperi culturali e alle risorse del pianeta.

 

La società della cura rifiuta ogni forma di fascismo, razzismo, sessismo, discriminazione e costruisce ponti fra le persone e le culture praticando accoglienza, diritti e solidarietà.

 

6. Scienza e tecnologia al servizio della vita e non della guerra

 

La ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica sono fondamentali per la costruzione di una società della cura che permetta una vita degna a tutte le persone, ma possono divenire elementi di distruzione se non sono messe al servizio della vita ma del dominio e della guerra. Indirizzi e risultati vanno ricondotti all’emancipazione delle persone e non al controllo sociale autoritario, in direzione della redistribuzione della ricchezza e non dell’accumulazione, verso la pace e la solidarietà e non in direzione della distruzione di vite, società e natura.

 

E’ di particolare gravità che continui la corsa al riarmo atomico e al perfezionamento dei sistemi di puntamento delle armi nucleari, mentre si allentano gli impegni internazionali per il bando al ricorso all’arma più micidiale. I saperi e le risorse di una società non possono essere indirizzati alla costruzione di armi, al mantenimento di eserciti, all'appartenenza ad alleanze basate sul dominio militare, alla partecipazione a missioni militari e a guerre, al respingimento dei migranti, alla costruzione di una realtà manipolabile e falsificabile digitalmente.

 

Il controllo sui Big Data, l’Intelligenza Artificiale e le infrastrutture digitali determineranno la natura delle istituzioni del futuro e le persone devono essere in grado di esercitare una sovranità digitale su tutti gli aspetti sensibili della propria esistenza. Occorre immaginare un futuro digitale democratico in cui i dati siano un’infrastruttura pubblica e un bene comune controllato dalle persone.

 

7. Finanza al servizio della vita e dei diritti

 

La pandemia ha dimostrato che per curare le persone l’Unione europea ha dovuto sospendere patto di stabilità, fiscal compact e parametri di Maastricht. Significa che questi vincoli non solo non sono necessari, ma sono contro la vita, la dignità e la cura delle persone. 

 

La finanziarizzazione dell'economia e la mercificazione della società e della natura sono le cause della profonda diseguaglianza sociale e della drammatica devastazione ambientale.

 

Mettere la finanza al servizio della vita e dei diritti significa riappropriarsi della ricchezza sociale prodotta, cancellando il debito illegittimo e odioso e applicando una fiscalità fortemente progressiva, che vada a prendere le risorse laddove si trovano, nei ceti ricchi della società, nei grandi patrimoni, nei profitti delle grandi imprese.

 

Nessuna trasformazione ecologica e sociale sarà possibile senza fermare l'unica globalizzazione che il modello capitalistico è riuscito a realizzare compiutamente: quella dei movimenti incontrollati di merci e capitali. Un capitale privo di confini che può indirizzarsi senza vincoli dove gli conviene, determinando le scelte di politica economica e sociale degli Stati, costretti a competere tra loro, offrendo agli investitori nazionali e esteri benefici sempre più lesivi dei diritti dei propri cittadini e dell’ambiente.

 

Per questo bisogna socializzare il sistema bancario, trasformandolo in un servizio pubblico per risparmi, credito e investimenti, gestito territorialmente con il coinvolgimento diretto degli utenti organizzati, dei lavoratori delle banche, degli enti locali e dei settori produttivi territoriali.

 

Senza una nuova finanza pubblica e partecipativa, nessuna trasformazione ecologica e sociale del modello economico e produttivo sarà possibile, e le decisioni di lungo termine sulla società rimarranno appannaggio delle lobby finanziarie e delle grandi multinazionali.

 

 

Vogliamo una società che metta al centro la vita e la sua dignità, che  sappia di essere interdipendente con la natura, che costruisca sul 

valore d'uso le sue produzioni, sul mutualismo i suoi scambi, 

sull'uguaglianza le sue relazioni, sulla partecipazione le sue decisioni.

 

 

Lotteremo tutte e tutti assieme per renderla realtà

 

da qui