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mercoledì 3 febbraio 2021

Il terremoto di Salvemini - Franco Arminio

Questa è la storia di un uomo che nasce nel 1873 a Molfetta. Studi in seminario, poi primo incarico di insegnamento a Palermo. Per due anni è docente a Faenza, poi a Lodi e a Firenze. Nel 1901, a ventotto anni, diventa docente di storia all’università di Messina. E qui accade il terribile, il terribile che tanti riescono a schivare arrivando a consegnarsi alla morte senza che sia successo niente di particolare nella loro vita. 

 

La mattina del 28 dicembre 1908 la terra trema per trentasette secondi tra Messina e Reggio Calabria. Cadono le due città e i paesi vicini, cade anche la terra dentro il mare. Muoiono più di centomila persone. Per alcuni giorni di lui non si sa nulla, lo danno per morto. Arriva persino un telegramma di condoglianze al suocero da parte di Mussolini. Ma lui è vivo e due mesi dopo scrive a un amico "Io mi sono messo al lavoro, e vedo con gioia e con terrore che mi interessa", e prosegue: "tutti pensano che io ne sia uscito, mi credono forte, e non pensano che io sono un poveretto".

Salvemini ha perso la moglie, Maria Minervini, figlia di un ingegnere pugliese, e i suoi cinque figli, Filippo, Leonida, Corrado, Ugo ed Elena. Il terremoto gli ha portato via pure la sorella e tanti amici e colleghi. Gaetano si era sposato con Maria il 21 ottobre 1897: “presi moglie con venticinque lire in tasca, e fui felice, pur dovendo vivere con 150 lire al mese”. 

 

Nella piccola Italia c’è sempre stata una grande distanza tra il centro e il margine. Ce lo segnala ogni volta la storia del ritardo nei soccorsi dopo il terremoto. Il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, viene informato dai primi dispacci nella tarda mattinata del 28 dicembre, ma sottovaluta le proporzioni della catastrofe e le liquida come "l'ennesima fastidiosa lamentela meridionale per il crollo di qualche comignolo!".

Salvemini sull’"Avanti!" così descrive il terremoto: “Ero in letto allorquando sentii che tutto barcollava intorno a me, e un rumore sinistro che giungeva dal di fuori. In camicia come ero, balzai dal letto, e con uno slancio fui alla finestra per vedere cosa accadeva. Feci appena in tempo a spalancarla che la casa precipitò come in un vortice, si inabissò, e tutto disparve in un nebbione denso, traversato da rumori come di valanga e da urla di gente che precipitando moriva. Tutto disparve tranne il muro maestro ove si trovava la finestra alla cui m’ero avvinghiato con la frenesia della disperazione. Sotto di me – si deve pensare che ero al quarto piano – le macerie avevano fatto un cumulo tale che il mio urto fu meno forte di quanto poteva aspettarmi. Mi feci male ma non mi uccisi». 

 

Le grandi tragedie ci mettono davanti a un bivio: andare avanti con più furore o abbandonarsi al lento suicidio del rancore verso la vita che ci può togliere tutto quello che ci è caro. Salvemini perse perfino gran parte dei suoi scritti storiografici. Solo al mondo, ricomincia a testa alta la sua attività di studioso e di attivista politico. 

Nel 1910 ottiene la cattedra pisana di storia moderna. In quegli anni toscani prova a superare in qualche modo lo strazio delle giornate passate a frugare tra le macerie per disseppellire i corpi dei familiari, uno strazio che puoi accantonare di giorno, riempiendolo di nuove faccende, ma che torna ogni notte in sogno fino alla fine della tua esistenza. 

 

Nel 1916 approda all’università di Firenze e nello stesso anno sposa Fernande Dauriac. Questa donna ha due figli, Jean e Margherita, e con loro Salvemini ritrova la paternità perduta, ma molti anni dopo avrà un grande e doloroso dissidio con Jean in seguito alla sua scelta di sposare la causa del nazismo, che lo renderà noto a tutti come il "Fuhrer della stampa collaborazionista" in Francia.

 

Torniamo indietro, alla vita in salita e all’opposizione di Gaetano Salvemini. Si batte contro Giolitti e poi contro il fascismo: viene arrestato nel giugno del 1925. Usufruisce di un’amnistia e ad agosto si rifugia clandestinamente in Francia dove si ritrova coi fratelli Rosselli con i quali fonda il movimento Giustizia e libertà.  

Dopo un trasferimento in Inghilterra, nel 1934 approda negli Stati Uniti, va ad insegnare ad Harvard e qui gli tocca imparare l’inglese a cinquant’anni per poter continuare il suo lavoro, per continuare la sua fuga da quella notte a Messina, da quei suoi cinque figli a cui forse non dedicò molto tempo, preso com’era dalla passione per i suoi studi e per le sue battaglie civili. 

Torna in patria nel 1947 e riprende a combattere contro i dogmatismi clericali e comunisti, ma è una posizione che ha poco spazio. Muore a Sorrento il 6 settembre del 1957. 

 

Nell’Italia ciarliera e impaurita del 2020 forse è utile ricordare la vita fittissima di un uomo che ha saputo rispondere al dolore del caso con la passione della libertà: per lui “libertà significa il diritto di essere eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale.” 

Una vita come la sua ci fa capire che siamo in uno spazio in cui si possono fare tante cose. Lui le ha fatte in 84 anni, ma si possono fare anche nei 53 di Pasolini o nei 35 di Mozart. Bisogna narrare la vita fitta che c’è stata un tempo, era fitta per ognuno, anche per quelli che non sono diventati famosi, la vita fitta di chi è emigrato o dei contadini rimasti nei loro paesi e che facevano tre ore al giorno solo per andare a piedi a zappare un pugno di terra. 

 

Gaetano Salvemini spesso è citato per le sue idee politiche, ma andrebbe ricordato soprattutto per come è riuscito a vivere altri 43 anni dopo aver perso la sposa e i suoi cinque figli e sua sorella. La sua storia prima ancora che le sue idee di storico dovrebbe essere conosciuta da chi si ferma a volte davanti a ostacoli molto piccoli: siamo circondati da ammutinati per dolori che hanno solo immaginato, sconfitti da guerre che non hanno neppure combattuto. È volgare e mediocre una nazione che non sa dare fama durevole a persone come Salvemini. Lui ha combattuto idee che oggi hanno trovato nuovi figuranti, ma in fondo sono sempre le stesse, figlie di un paese poco interessato agli spiriti liberi, ma solo alla manutenzione delle sue furbizie. Bisogna defurbizzare l’Italia, diceva Gianni Celati, uno che è andato via dalla patria di Dante perché non sopportava quello che siamo diventati.

da qui

sabato 20 luglio 2019

ricordo di Agnes Heller






ADDIO A AGNES HELLER, CHE ANDAVA IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA – David Bidussa

La scomparsa, ieri, di Agnes Heller probabilmente solleciterà una riflessione da parte del mondo dei filosofi su ciò che resta. Non sono un filosofo e dunque mi asterrò dall’analizzare i testi e i temi che accompagnano il suo percorso riflessivo nel corso di una lunga vita come la sua proposta intorno alla teoria dei bisogni, oppure che cosa significhi oggi etica.
C’è tuttavia un tema, tra quelli su cui Heller ha scavato con pazienza, nel corso della sua vita, su cui vale la pena riflettere anche da non filosofi: quello della vergogna.  Meglio del potere della vergogna, un sentimento, anzi a suo giudizio “l’unico sentimento morale innato di cui possiamo parlare”. Un sentimento su cui più volte Agnes Heller ha tessuto l’elogio perché ritenuto da lei un sentimento reattivo cui segue la coscienza, un sentimento di tipo orientativo, in cui le scelte contano.
Della reazione indotta dalla vergogna credo che sia bene riflettere come un aspetto che riguarda la funzione pubblica di un intellettuale che voglia presentarsi come voce pubblica. Un aspetto che riguarda non genericamente gli intellettuali, ma quella porzione di intellettuali che pongono al primo posto la loro funzione pubblica e critica, anzi che scelgono di essere la voce critica radicale non di ciò che non condividono o di un mondo migliore che auspicano, ma prima di tutto del proprio mondo di appartenenza, del mondo culturale, politico in cui si riconoscono, ma con cui confliggono radicalmente perché il potere, le persone al potere che lo rappresentano, praticano una gestione del potere, diffondono una giustificazione culturale del loro potere come stravolgimento e dunque come sconfessione della loro scelta di identità e di campo.
È una condizione che spesso riconosciamo come onere e onore di alcune figure intellettuali nei regimi dittatoriali o totalitari. Non è detto che questo sia sempre vero. Accade anche nei regimi democratici e riguarda la condizione di chi pone domande scomode al senso comune. Se noi restassimo in Italia e scegliessimo questa chiave per parlare pubblicamente diffusamente, documentariamente delle figure di questo tipo non troveremmo certamente difficile discutere di figure come Pier Paolo Pasolini, come Ignazio Silone, oppure come Leonardo Sciascia. Scelgo Sciascia
Voglio ancora soffermarmi su Sciascia.
Nel novembre 1977, Sciascia (Intellettuali e terrorismo, in “La Stampa” 25 novembre 1977), così definiva l’intellettuale:
“Uno che esercita nella società civile la funzione di capire i fatti, di interpretarli, di coglierne le implicazioni anche remote e di scorgerne le conseguenze possibili. La funzione, insomma, che l’intelligenza, unita a una somma di conoscenze e mossa, principalmente e insopportabilmente dall’amore alla verità, gli consentono di svolgere”.
In questa frase noi dobbiamo concentrare la nostra attenzione sull’avverbio «insopportabilmente».
Mi sembra, infatti, che questa sia la famiglia concettuale entro cui riconoscere l’esperienza riflessiva di Agnes Heller. Quell’esperienza definisce una famiglia di intellettuali specifici che è stata propria del Novecento e che si sintetizza in alcune figure solo che nella nostra memoria sono marginali, ma a cui la nostra possibilità di pratica della libertà deve molto.
Mi sembra, infatti, che questa sia la famiglia concettuale entro cui riconoscere l’esperienza riflessiva di Agnes Heller. Quell’esperienza definisce una famiglia di intellettuali specifici che è stata propria del Novecento e che si sintetizza in alcune figure solo che nella nostra memoria sono marginali, ma a cui la nostra possibilità di pratica della libertà deve molto. Ne voglio considerare uno – Gaetano Salvemini – fotografandolo  in un  momento decisivo del Novecento: quello del trionfo dei totalitarismi tra anni ’30 e anni ’40.  Lo voglio considerare non in generale, ma in quella congiuntura, perché quel suo agire specifico dice anche della sua solitudine di allora, ma anche della nostra smemoratezza nei suoi riguardi, oggi.
È il 28 giugno 1935. Salvemini come molte altre figure intellettuali di fama mondiale è a Parigi al Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura. Prende la parola la sera, nel momento di massima affluenza. Tutti si aspettano che parli del fascismo italiano. E a quel tema infatti accenna, tra gli applausi di tutti presenti.  Ma poi vira bruscamente e così prosegue:
“C’è ancora un punto su cui vi chiedo il permesso di esprimere tutto il mio pensiero. Dopo aver ascoltato il discorso di André Gide, io gli domando umilmente di ammettermi nella sua società individualista comunista che garantisce la libertà a tutti i suoi figli, non a taluni soltanto. Se mi ci accoglie, gli prometto di non chiedergli mai un posto: nemmeno quello di commissario del popolo o di ambasciatore. Ma io mi domando se la società sovietica così come si presenta oggi è veramente quella società comunista individualista dove io mi auguro di essere ammesso non in qualità di funzionario, ma come cittadino”.
Un gelo passa per la sala e nel silenzio degli sguardi attoniti conclude:
“Siamo tutti d’accordo che libertà significa il diritto di essere eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale e che la cultura, in quanto creatività, sconvolge la tradizione ufficiale. La libertà di creazione nelle società borghesi di tipo non fascista è compressa. Nelle società borghesi di tipo fascista è totalmente repressa. Altrettanto repressa è nella Russia sovietica.  Mi dispiace di aver scosso parecchie convinzioni. Forse occorre aver vissuto l’esperienza di uno Stato totalitario per rendersi conto dell’odio e del disprezzo che qualsiasi Stato totalitario, qualsiasi dittatura suscita nel mio animo”.
Forse. Ma diversamente si potrebbe dire occorre essere attraversati da una dimensione profetica, intendendo con questo termine non colui che è dotato di una visione del futuro, ma chi si sente investito di un compito che riguarda prima di tutto il richiamare con durezza e coerenza quelli della propria parte, i “propri”.
Agnes Heller apparteneva a questa ristretta compagnia di figure pubbliche controcorrente, decise a muoversi in direzione ostinata e contraria, comunque a non sottomettersi.Ovvero a non omaggiare il potente, anche quando il potente di oggi sia stato, fino a ieri, oppositore. Perché non è il suo passato a garantire del suo presente e del suo avvenire e con lui, fino a quando incarna potere, del nostro presente e del nostro avvenire. Ciò che conta è  solo ciò che fa una volta divenuto potente. Da ieri, anche per questa sua intransigenza, siamo più soli.
da qui