La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
lunedì 2 febbraio 2026
sabato 27 gennaio 2024
martedì 19 aprile 2022
Democrazia? - Paolo Mottana
Senza voler
entrare più di tanto nel merito di un argomento complesso, vorrei far notare
quanto nel tempo la nostra esperienza di democrazia si sia modificata e quanto
oggi definire i nostri paesi, specialmente quelli appartenenti alla Nato ma più
in generale quelli connessi in qualche misura con l’influenza statunitense,
come democrazie, sia sempre più discutibile. Non si tratta semplicemente di
mostrare, come è sempre più evidente, che l’informazione è sempre più
controllata ed egemonizzata da cliché di liberalismo e democrazia del tutto
obsoleti rispetto a ciò che effettivamente poi una tale informazione
offre ma che in generale le nostre, o meglio, in particolare la nostra
democrazia liberale sia una pura finzione.
È evidente
che, a onta di una moltiplicazione sempre più vasta delle fonti di
notizie, che tuttavia a me pare una frantumazione in porzioni sempre più
irrilevanti, il cui limite è ovviamente la cosiddetta pagina personale su fb o
su twitter (milioni!), in verità quelle che producono un’influenza
significativa siano non solo sempre più ristrette ma anche sempre più
controllate, tenute al guinzaglio di lobbies economiche estremamente elitarie e
in generale spaventosamente inclini a espellere dal novero dei propri
rappresentanti (o a non includere), chiunque sia portatore di istanze veramente
diverse da quelle rappresentate secondo le linee di controllo stabilite dai
vari poteri che le sostengono. Magari ospitano voci contrarie ma ben attenti a
selezionarle tra personaggi poco credibili o che vengono facilmente
ridicolizzati o demonizzati nei contesti predisposti a questo.
È verissimo
che oggi tutti parlano e scrivono ma sortendo solo un rumore diffuso che nessuno
sente. La liberalizzazione della rete ha partorito il nulla ed
è di fatto del tutto complice del fatto che a parlare veramente restano solo le
poche fonti di informazione innocue per il sistema di potere (quello sì, sempre
lo stesso nei decenni), i cui rappresentanti sono previamente sottoposti a
castrazione sistematica di ogni capacità di critica radicale. Io stesso mentre
redigo il mio blog o posto qualcosa sulla mia pagina sono perfettamente
consapevole di parlare a un gruppo di persone infinitesimale che mi serve più
che altro per non sentirmi solo (come invece di fatto sono) e che quando
raramente mi sono proposto in sedi più potenti sono stato sistematicamente
rifiutato o censurato. Anni fa una specialista in pubbliche relazioni e
consulenza editoriale mi seguì, per amicizia, per circa un mese, per aiutarmi a
far pubblicare nelle sedi importanti le cose che scrivevo. Dopo un mese riuscì
in effetti a far pubblicare un mio articolo sulla Lettura del Corriere. Il
problema è che non era più il mio articolo, ma una riscrittura (fatta da lei)
in cui tutti gli elementi radicali del mio discorso erano stati rimossi e
rovesciati. Il prezzo da pagare per accedere a una importante fonte informativa
o culturale (discorso non molto dissimile può essere fatto per le case
editrici, i programmi televisivi ecc.) è, più che la capacità di bucare lo
schermo, molto relativa in realtà, l’essere stati castrati della propria carica
eversiva e proporre opinioni facilmente condivisibili e indolori per le
strutture di potere.
La nostra
democrazia funziona così, ce lo hanno spiegato già un secolo fa gli autori
della Scuola di Francoforte: ti danno l’illusione di essere libero e di poter
cambiare le cose. In realtà non puoi mai cambiare niente se non le tue
percezioni. Non
sarà un caso che oggi siamo bombardati da una psicologia che mira a convincerci
che la salvezza può essere frutto solo di una decisione personale. Se non
sei felice è colpa tua, è il suo mantra, per essere felice basta deciderlo. Non
sono gli altri ad essere cattivi, non è il sistema, sei tu che non
hai ancora preso la decisione di guardare il bicchiere mezzo pieno. I teorici
del sistema economico neoliberale del resto lo dicono da tempo: se sei
povero è solo perché hai deciso di essere povero, quindi dipende da te
migliorare la tua condizione economica.
Non è il
sistema sbagliato, sono io
La fine
delle formazioni collettive, unico vero spauracchio per queste false
democrazie, la manipolazione del linguaggio, di cui non
riusciamo neppure a seguire l’andamento delirante, la colpevolizzazione
sottile ma efficace dell’infelicità e dell’insuccesso, la frammentazione della
comunicazione, hanno prodotto la loro verità. Non è il sistema sbagliato, sono
io.
È
incredibile come funzioni bene questo apparato. Se solo pensiamo alla
deformazione del linguaggio che ormai utilizziamo da cui sono stati espunti i
termini che denunciavano la lotta delle classi, che ha eufemizzato ogni forma
di figura di potere nei suoi risvolti di sfruttamento e di violenza, se
pensiamo all’immissione spaventosa dell’inglese che ha mascherato ogni
trasformazione in slogan di cui non percepiamo più alcun significato (ma che a
ben vedere è il calco permanente della razionalità strumentale applicata
semplicemente a tutto: in breve, interessati solo di ciò che ti serve per il
tuo successo personale, poi buttalo via), l’aumento spropositato delle sigle e
delle abbreviazioni, per farci scordare più in fretta di quale materia vile sia
fatto il nostro universo simbolico, se solo ci rendessimo conto di tutto
questo, forse il nostro giudizio sulla nostra “democrazia” sarebbe un poco meno
convinto.
Le nostre
vite scorrono su un nastro trasportatore su cui in realtà non abbiamo alcuna
padronanza, ad onta di
tutto, e il fantasma di quello che ha ben descritto Erik Gandini nel suo
documentario sulla Svezia, “La teoria svedese dell’amore”, è sempre più vicino
e reale. Viviamo soli, consumiamo soli, scriviamo soli, moriamo soli e ogni
tentativo di uscire da questo è semplicemente inibito da servomeccanismi
efficientissimi che non appena sgarri ti riconducono automaticamente alla tua
condizione di solitudine assoluta e di impossibilità a solidarizzare con altri
(tutto è competizione).
Quando
Giorgio Gaber, che aveva
ben imparato, con Luporini, la lezione della Dialettica dell’illuminismo (o se
preferite quella della “religione americana” e del neoliberismo di cui tutti
siamo solo i prodotti ormai), parlava di libertà come partecipazione,
non intendeva ovviamente dire che basta partecipare ai dibattiti o alle
elezioni (in un’altra canzone metteva bene alla berlina il gesto grottesco del
voto elettorale) ma partecipare ai processi di trasformazione della società.
Ci rendiamo
conto che questo nostro paese, come la maggior parte delle democrazie
occidentali, nelle sue strutture profonde, non cambia mai? Altro che gattopardo! Ma
possibile che in ormai settant’anni si sia riuscito a mantenere sempre gli
stessi gruppi di potere, le stesse famiglie, gli stessi gruppi dirigenti? Ma
come mai in questo paese non si è mai riusciti a ottenere di tassare i più
ricchi, di aggredire il tema dell’evasione fiscale, della redistribuzione della
ricchezza?
Certo, in
tempi diversi, quel breve frammento della storia che il nostro sistema
informativo contribuisce ogni giorno a maleficare dietro la sigla di “anni di
piombo”, anni violenti (la demonizzazione del ’68 è una delle operazioni più
schifose che l’intera industria del consenso abbia mai fatto nel nostro paese)
e così via, si ottennero diritti per i lavoratori, statuti, liberazione da
molte condizioni di oppressione, che ormai oggi sono già stati già tutte
ripristinate.
Dominio
Fu proprio
quella stagione a indurre i potenti a lavorare alla più grande opera di
mistificazione culturale e sociale che mai sia stata compiuta sulle nostre
coscienze e sulle strutture della nostra stessa formazione per essere già
pronti ad essere consumati sul mercato del lavoro coatto, delle merci e degli
spropositati guadagni che esse offrono a una ristretta élite di “porci”
unicamente dediti al proprio tornaconto. Si legga al proposito il testo Dominio di
Marco D’eramo, curiosamente un intellettuale che non si sente mai citare
nei nostri media e nei nostri giornali, al pari di altri, ovviamente, tenaci
nel non mollare certi strumenti di analisi e la consapevolezza che viviamo in
un sistema tutt’altro che democratico. In quel testo si mostra come sia
stata realizzata una vera e propria campagna di guerra che ha avuto di mira,
con successo, la colonizzazione delle università, dei centri di cultura e
soprattutto della direzione della ragione economica all’insegna di una
pervasiva ideologia neoliberista, in gran parte responsabile del degrado
sociale, economico, ambientale e culturale in cui oggi viviamo.
Ma di cosa
parliamo quando difendiamo a spada tratta il nostro sistema
liberal-democratico? Di quale società migliore possibile? Siamo davvero
convinti che sia la migliore possibile o siamo semplicemente assuefatti al
messaggio che ci vuole tutti anestetizzati sui disastri che questa società
continua a compiere su di noi, sui nostri figli, sull’ambiente, sugli altri
popoli, nella sua pretesa di globalizzare le sorti del mondo alla luce della
sua fiaccola devastatrice? Quale potere abbiamo di cambiare le cose? Quale
potere ci è rimasto? Quello di inveire come faccio io sul mio blog o sulla mia
pagina facebook o di scrivere libri come quelli di D’eramo che quasi nessuno
legge e che mai saranno promossi da qualche fonte d’informazione rilevante?
Certo,
possiamo fare quasi tutto, purché nulla cambi, come sappiamo bene. Ma il fatto
che nulla cambi induce frustrazione, depressione, infelicità. Questa è la nostra reale
condizione e tutta l’industria dell’intrattenimento e delle varie dipendenze
più o men indotte non può mascherare la spaventosa infelicità che oggi di fatto
costituisce la cifra della nostre vite. Non basta cambiare partner, rivista,
giornale, luogo di villeggiatura, dieta o partito politico per raggiungere la
felicità. La felicità, parafrasando Gaber, è partecipazione.
Partecipazione autentica, in carne e ossa, che produce nuovi mondi, non la
parata grottesca del nostro contributo al chiasso universale su fb o su
twitter.
Ma questo è
interdetto, bloccato, in fondo neppure sui nostri canali privilegiati possiamo
davvero dire ciò che vogliamo, sempre più strette si fanno le maglie e le
censure e i blocchi aumentano quanto più il sistema si sente minacciato.
Si potrebbe
analizzar tutto ciò in maniera molto più dotta. Lo lascio a chi ne è
esperto. I disastri di questo sistema io li vedo nell’educazione e
ne ho già parlato altrove.
Un’ultima
cosa però mi preme dire. Qualcosa sul termine libertà, che ultimamente vedo
impugnato da tutti come il totem della democrazia.
Libertà
Perdonatemi,
sono cresciuto in un altro tempo, o forse in un altro interstizio del tempo ma
il termine libertà non è così nobile come crediamo. Libertà e giustizia
si cerca sempre di coniugarli insieme ma non è affatto ovvio. E neppure
libertà e felicità. Forse occorrerebbe anche iniziare un periodo di digiuno
dalle richieste di libertà, dei diritti di ogni genere e cominciare a optare
per una chiamata alla responsabilità, ai doveri, a una morale, come diceva
ancora Gaber alla fine di un suo spettacolo famoso sulla libertà obbligatoria.
Come
scriveva un antropologo tanto tempo fa esistono (esistevano sarebbe meglio
dire) popoli che vivono nella povertà, nell’indigenza, che non conoscono l’uso
dell’elettricità o del gas ma hanno culture incredibilmente complesse, ricche
di simboli, di riti, di cerimonie collettive, di feste, di uno spirito non
dedito al lavoro e allo sfruttamento. Muoiono giovani ma forse più felici o
semplicemente più ingenui.
Poi esistono
le grandi civiltà, dove l’immaginario diurno della bonifica, della tecnologia,
della razionalità calcolante hanno distrutto ogni traccia di simbolo, di rito,
di festa autenticamente sentita. Abbiamo auto incredibilmente confortevoli per
i nostri viaggi solitari da casa al lavoro tutti i santi giorni, abbiamo
tecnologie potentissime per comunicare con chiunque stando seduti da soli alle
nostre scrivanie nelle nostre case igienizzate, riscaldate, dove il fiume di
parole e immagini televisivi sono l’espediente per non sentirsi soli, abbiamo
mezzi per salvare vite e prolungarle fino a cent’anni, volenti o nolenti,
spesso nolenti o solo persuasi che domani troveranno un altro farmaco per
tenerci in piedi. Forse conquisteremo l’immortalità. Ma a quale prezzo?
mercoledì 16 marzo 2022
L'Ucraina non entrerà nella Nato
I cattivi hanno sicuramente capito qualcosa che i buoni ignorano! – Woody Allen
Premesso che sono contro tutte le guerre, contro tutte le occupazioni (in Ucraina, in Palestina, in Iraq, in Afghanistan, ecc. ecc.), gli esodi forzati, ed è vero che non esistono poteri buoni, provo a fare alcune considerazioni.
1 – Quando la coraggiosa Marina Ovsyannikova, apparsa durante il tg della tv russa Channel One esponendo il cartello “non credete alla propaganda, vi stanno mentendo” sapendo di rischiare fino a 15 anni di prigione (ma per ora se la cava con una multa, qui), viene osannata in tutto l’Occidente come eroina, mi è venuto in mente Julian Assange (e Wikileaks).
Assange non solo ha detto “non credete alla propaganda, vi stanno mentendo”, ma l’ha anche mostrato e dimostrato.
Purtroppo non è diventato l’eroe del Mondo, anzi è chiuso in carcere di massima sicurezza, e verrà estradato negli Usa per scontare 175 anni di galera, d’accordo tutti i governi (siano maledetti!) che amano adesso Marina.
2 – Se il Kosovo vuole diventare indipendente e il governo di Belgrado non vuole, la Nato interviene a suon di bombe (mai intelligenti), ma se il Donbass vuole diventare indipendente e il governo di Kiev non vuole la Nato e l’Onu fanno gli indifferenti.
E quando toccherà alla Scozia, o alla Catalogna, o ai Paesi Baschi?
Qualcuno dirà, e sempre il Kosovo, ma nel diritto internazionale (quello che esiste quando non c’è la guerra) i precedenti pesano come macigni.
3 – Ci preoccupiamo per tutte le persone che fuggono dall’Ucraina (giustamente), ma per le persone scappate negli ultimi otto anni dal Donbass bombardato e rifugiate in Russia ci siamo preoccupati?
E per tutte le persone che arrivano dall’Africa e dall’Afghanistan e dalla Siria, ecc. ecc,. via mare e via Balcani ci preoccupiamo allo stesso modo?
4 – E che dire della divisione dei ruoli, lo Stato, maschio, lo dice l’articolo, fa la guerra, la società civile, femmina, lo dice l’articolo, accoglie i rifugiati.
E dopo la società civile interverranno i professionisti dell’accoglienza, che gioiscono come chi gioiva per il terremoto dell’Aquila (ascolta qui).
5 – Con tutte le risorse economiche destinate, in maniera crescente, alle armi e al ministero della Difesa (più spesso dell’Offesa, diciamoci la verità) che cosa si sarebbe potuto fare, in Italia?
Per esempio far sparire tutti i ticket sanitari, assumere personale sanitario a tempo indeterminato, potenziare la sanità pubblica, eliminare tutte le tasse scolastiche, comprese quelle universitarie, aumentare le pensioni, finanziare una parte delle spese per i consumi essenziali per le famiglie, dall’energia elettrica all’acqua.
Ma questo andrebbe contro le regole del capitalismo, diranno. Allora si fotta il capitalismo.
6 – Quando Lenin scrisse “L’imperialismo ultima fase del capitalismo” era un ottimista, il cancro del capitalismo si rinnova, trova nuove strade, per esempio l’oikocrazia (I principali protagonisti di questa fase storica non sono più gli stati-nazione, ma gruppi che agiscono come clan: mafie, gang, terroristi, signori della guerra, ma anche partiti e alte sfere della finanza e delle corporation multinazionali. l network di questi gruppi ha dato vita a una nuova forma di governo, che Fabio Armao (nel libro”L’età dell’oikocrazia”) definisce “oikocrazia”: la prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici, ripreso dal sito della casa editrice Meltemi).
7 – il capolavoro delle armi date agli ucraini è una sconfitta per l’Europa-zerbino, la Comunità Europea tornerà a fare il lavoro che sa fare, misurare la lunghezza delle banane, la dimensione delle vongole, la curvatura dei cetrioli (qui)
8 – il riarmo della Germania è terribile, per chi conosce la storia, il 2% del Pil tedesco, non del Lussemburgo, per la difesa è un’ottima notizia, per le guerre che verranno.
Si aggiunga che nelle Forze Armate tedesche i neonazisti godono di ottima salute (qui e
qui)
Un’ipotesi interpretativa per capire cosa succede (secondo me, naturalmente)
se è vero quello che scrive Giuseppe Cassini, ex ambasciatore e diplomatico, che
“Lo stillicidio di morte potrebbe essere fermato se l’Occidente negoziasse alcune richieste di Mosca: 1° la neutralità dell’Ucraina garantita per trattato internazionale; 2° l’annessione della Crimea se confermata da un nuovo e libero referendum; 3° l’autodeterminazione del Donbass a statuto speciale. Gli Usa – oggi miracolosamente uniti agli europei di fronte all’orrore della guerra – potrebbero negoziare con Mosca e con noi un nuovo sistema di sicurezza europea, dal momento che l’intero continente, Russia inclusa, si trova ora pericolosamente esposto.”
E quando poi si farà la pace, speriamo presto, i punti da discutere saranno quelli che elenca Giuseppe Cassini.
e allora, perché la guerra?
Quando sento Vittorio Feltri dire una cosa saggia, dal primo giorno, e cioè è meglio che l’Ucraina si arrenda, per evitare danni enormi a quel paese, e che ceda alle richieste della Russia, cosa fa in comico teleguidato Zelensky, che ha i suoi soldi nei paradisi fiscali (qui)? Chiama il paese alle armi, contro l’invasore, sapendo lui e i suoi burattinai cosa sarebbe successo.
So che è come una bestemmia in chiesa, fare un esempio calcistico, ma non troppo.
Quando un giocatore subisce calci alle caviglie, spinte, sgambetti e l’arbitro mai fischia, e quando quel giocatore reagisce l’arbitro lo espelle.
Fuor di metafora, quando Eltsin l’ubriacone vendeva a prezzi di saldo o regalava la Russia alle imprese occidentale, Usa soprattutto, la Russia era molto simpatica. Quando la Russia ha deciso che bisognava smetterla con questa politica di saldi, allora la Russia è diventata il nemico.
In questi anni l’arbitro che si chiama Onu non ha ascoltato le proteste del capitano della Russia, non ha mai visto niente, non è mai intervenuto, molto impegnato fra un happy hour e l’altro.
Intanto Zelensky dice adesso che non si può entrare nella Nato, cioè Zelensky è d’accordo con la Russia.
Fra qualche giorno dirà che di avere il Donbass dentro l’Ucraina gli fa schifo, vedrete.
Lasciamo perdere l’Europa, beata nel girone degli ignavi.
Passiamo agli Usa, paese guidato da un sonnacchioso presidente, che parla solo se ha l’auricolare, padre di un giovanotto che ha fatto affari di qualche tipo con l’Ucraina negli anni scorsi.
Crozza ricorda qui che Biden, quando era in sé, escludeva allargamenti della Nato.
(che Vittorio Feltri e Crozza dicano cose molto più sensate del governo italiano è preoccupante, ma da anni l’Italia ha governi senza qualità)
Chi comanda a Washington?
Ricordate Dick Cheney, vicepresidente degli Usa dal 2001 al 2009, “famoso per la sua dottrina dell’un per cento (che recita: «se esiste un per cento di probabilità che qualcosa costituisca una minaccia, gli Stati Uniti sono tenuti a reagire come se la minaccia fosse certa al cento per cento»)” (qui)?
Era presidente della Halliburton (qui), che ha fatto un sacco di soldi per le commesse del governo, dopo l’invasione dell’Iraq del 2003 (a proposito, gli stati europei avevano inviato armi agli iracheni che lottavano contro l’invasore?).
Probabilmente è successa una cosa semplice, un insieme di imprese potenti, Halliburton e Blackwater (qui), e le imprese di armi, fra le altre, che attente al saggio di profitto (di marxiana memoria) e mai passato di moda, anzi, sanno che i (maledetti) dollari si fanno non con il turismo, la cultura, la pace, si fanno con la guerra, meglio se fatta dagli altri.
Cosa c’è di meglio che ricostruire un paese, le sue infrastrutture, i suoi palazzi, produrre nuove bombe per fare i soldi, una montagna di soldi come l’Everest (sarebbe brutto dire Cayman), riuscendo a farsi pagare dai russi che hanno creato le macerie?
L’Onu, a comando, finirà gli happy hour e si risveglierà per un nuovo Trattato di Versailles per le riparazioni attribuendo l’onere alla Russia.
Zelensky, quello dei paradisi fiscali, perfetto rappresentante delle classi dirigenti dell’Occidente, lo preannuncia: “la comunità internazionale vi spoglierà di tutto ciò che avete guadagnato negli anni. Ci stanno lavorando.” (da qui)
Chi vivrà vedrà.
nel 1992 Franco Battiato andò a Baghdad sotto embargo Usa ed europee per fare un concerto (qui), qualche musicista italiano romperà il fronte delle sanzioni e andrà a fare un concerto a Mosca?
Francesco Masala...
giovedì 15 aprile 2021
Breve la felice vita delle fake news – Marco d’Eramo
Non credere a nulla
che non sia stato ufficialmente smentito
Claud Cockburn*
Qui nescit
dissumulare, nescit regnare
Louis XI le Prudent, re di Francia (1461-1483)**
È affascinante seguire le traiettorie dei modi di dire. Ci fu un periodo in
cui il verbo “tracimare” era sulla bocca di tutti. Poi scomparve. Viene da chiedersi
perché. Fortuna e sfortuna delle espressioni linguistiche seguono un corso
erratico, indecifrabile. Come mai nello scorso anno, di tornata elettorale Usa,
è stato usato così poco il termine fake news? Eppure solo quattro
anni infuriava su tutti i media; su di esso si scrivevano persino disegni di
legge in vari parlamenti, mentre ora sembra quasi cancellato dal nostro
vocabolario. E non è che quest’anno si sia mentito meno di allora. Anzi.
Il che suggerisce la domanda contraria: come mai solo nel 2017 l’umanità
attonita ha scoperto che in guerra e in politica si dicono bugie?
La figura della “spia sacrificata” era già delineata ne L’arte
della guerra attribuita al cinese Sun Tzu e redatta al più tardi nel
IV secolo a. C. Nel capitolo 13 (“Sull’uso degli agenti segreti”), Sun Tzu
distingue cinque tipi di spie: indigene, infiltrate, agenti doppi, sacrificati
e sopravvissuti. Gli agenti sacrificati “sono le nostre spie a cui diamo
deliberatamente informazioni fabbricate di sana pianta”. La frase è così commentata,
più di mille anni dopo, da Tu Yu, morto nell’812 d. C.: “Lasciamo sfuggire
informazioni che sono realmente false e facciamo in modo che i nostri agenti
vengano a saperle. Quando questi agenti, viaggiando in territorio nemico,
saranno catturati, non potranno non rivelare queste informazioni false. Il
nemico vi presterà fede (perché le avrà estorte, n.d.a.) e farà i
suoi preparativi in conseguenza. Ma noi agiremo in tutta un’altra direzione e
il nemico metterà a morte le spie”.[1]
Già 2400 anni fa, l’arte della menzogna in guerra era così sofisticata da
elaborare il sacrificio dei propri agenti per fargli confessare notizie false
al nemico! Era l’equivalente discorsivo della mossa a scacchi che sacrifica un
proprio pezzo per far cadere in trappola l’avversario. Non stupisce che la
massima “La prima vittima della guerra è la verità” abbia potuto essere
attribuita (a torto) persino a Eschilo, mentre le fonti più vecchie risalgono
solo alla Prima guerra mondiale (il dottor Samuel Johnson aveva scritto
qualcosa di simile nel 1758[2]).
Quindi questo primo tipo di fake news, la menzogna di guerra,
anzi la guerra come arte della menzogna, risale alla notte dei tempi: non per
nulla i latini dicevano “timeo Danaos dona ferentes”, pensando al cavallo in
legno donato dagli achei ai troiani: questo inganno costituisce l’atto conclusivo
della guerra che fonda la cultura occidentale.
Vi è un secondo tipo di fake news, di carattere più “sociale”,
più da guerra civile che da guerra fra stati, e può essere catalogato sotto la
voce “calunnia”. Le calunnie e le denunce anonime non hanno aspettato i social
media per provocare sciagure: dalla cassetta (“tamburo”) del duomo di Firenze
in cui nel 1476 fu depositata la denuncia di sodomia contro Leonardo da Vinci,
fino alle innumerevoli denunce anonime di stregoneria nella Germania e nella
Scozia del ‘600, che portarono ad altrettanto innumerevoli roghi: come si vede,
il tam-tam “virale” per cui Barack Obama non sarebbe stato cittadino americano
(come ha varie volte insinuato sui mass nel media Donald Trump) e avrebbe
studiato in una madrassa islamica, ha precedenti se non
illustri, almeno antichi e più letali.
Ma è nel XVII secolo che si moltiplicano i trattati sull’arte del mentire,
o del non dire: e si capisce, se a dire quel che uno pensava rischiava il rogo
o la decapitazione. È in quel secolo che fu stabilita la definizione canonica:
“si simula quel che non è, si dissimula quel che è” scrive l’italiano Torquato
Accetto (c. 1590- 1640) in Della onesta dissimulazione (“Of
the Honest Dissimulation”) pubblicato postumo.[3] Definizione
condivisa da Francis Bacon nel saggio Of simulation and
dissimulation (1625): “Dissimulazione…. Quando un uomo lascia
trasparire Segni e Argomenti che egli non è ciò che è. E Simulazione, …. quando
un Uomo, industriosamente e appositamente, Dissimulation, …. finge e pretendere
di essere ciò che non è.”
Saltiamo tre secoli e troviamo il grande storico francese Marc Bloch che
nel 1921 si volge a guardare tutte le falsità che sono state usate durante la
Prima guerra mondiale, finita solo tre anni prima: Réflexions d’un
historien sur les fausses nouvelles de la guerre.[4] Ricordiamo
che con la Prima guerra mondiale si diffonde la radio e con essa la propaganda
di massa. E nella neolingua Orwelliana di 1984, il ministero della
propaganda è il Ministero della verità (Minitrue)
Perciò oggi non ci stupisce affatto un testo come questo: “Mai si è mentito
quanto ai giorni nostri. Né mentito in un modo così sfrontato, sistematico e
costante. Si dirà forse che così non è, che la menzogna è vecchia quanto il
mondo, o, almeno, quanto l’uomo, mendax ab initio; che la menzogna
politica è nata con la cittadinanza, come, stracopiosamente c’insegna la
storia… Tutto vero, certo. O quasi. È certo che l’uomo si definisce per la
parola e che questa comporta la possibilità della menzogna e che … il mentire,
molto più che il ridere, è proprio dell’uomo. È ugualmente certo che la
menzogna politica è di ogni tempo, che le regole e la tecnologia di quel che
una volta si chiamava ‘demagogia’ e oggi ‘propaganda’ sono state sistematizzate
e codificate da migliaia di anni… È incontestabile che l’uomo ha sempre
mentito. Mentito a se stesso. E agli altri. Mentito per il proprio piacere – il
piacere d’esercitare questa stupefacente facoltà di ‘dire ciò che non è’ e di
creare con la propria parola un mondo di cui è il solo autore e responsabile.
Mentire anche per difesa: la menzogna è un’arma. L’arma preferita
dell’inferiore e del debole che, ingannando l’avversario, s’afferma e si
vendica di lui… Ma restiamo convinti che in questo campo l’epoca attuale … ha
potentemente innovato”. [5]
Tutto condivisibile: l’unico problema è che “i giorni nostri in cui si
mente come non mai” sono di 78 anni fa, durante la Seconda guerra mondiale: a
scriverlo era il filosofo della scienza Alexandre Koyré, a riprova che la
sensazione di essere avviluppati da un mondo di bugie e di falsità, di nuotare
in una realtà illusoria, è propria di ogni epoca.
Perciò non c’è dubbio: la scoperta improvvisa delle fake news non
può essere stata che totalmente strumentale. Ma a che serviva? E perché proprio
in quel momento? Perché mentitori incalliti s’indignano perché altri mentono?
Vi è una sola spiegazione. Se per Max Weber lo stato è l’entità che detiene il
monopolio della violenza legittima, nel mondo moderno della comunicazione, in
cui le tv contano più delle divisioni corazzate, lo stato, o più esattamente
l’establishment, è colui che detiene il monopolio della menzogna
legittima. L’unico ad avere il diritto di mentire e di imporre le proprie
menzogne come verità. Si può quindi ipotizzare che l’indignazione quasi
isterica contro le fake news sia stata causata dal timore dei
gruppi dominanti di avere perso il monopolio della menzogna legittima.
Sono stati i social media a mettere in pericolo il monopolio. Ricordiamo
che Facebook è nato nel 2004, QZone (Cina) nel 2005, Twitter e VKontakt
(Russia) nel 2006, Instagram nel 2010. C’è voluto qualche anno perché la loro
diffusione dispiegasse appieno la loro potenza nel riconfigurare il mercato
della verità e della menzogna. Ed è stato nel 2015 con la Brexit e nel 2016 con
l’elezione di Donald Trump negli Stati uniti che l’establishment si è sentito
franare la terra sotto i piedi quando ha visto trionfare menzogne che non erano
le proprie. La campagna contro le fake news si è perciò subito
riconfigurata come una campagna per riprendere il controllo dei social media,
per introdurvi una sorta di censura o di autocensura: per definizione la
censura consiste nell’attribuirsi il diritto di decidere ciò che è vero e ciò
che è falso, ciò che può essere detto e ciò che è vietato dire, ciò che i
cittadini possono conoscere e ciò che non devono sapere. Da come si sono
comportati i social media durante le elezioni Usa di novembre scorso, almeno in
parte l’obiettivo di riprendere il controllo del flusso di notizie sembra
essere stato raggiunto. La categoria di fake news può quindi
andare in letargo, può essere riposta in magazzino, sempre pronta a essere
tirata fuori in caso di necessità, quando un mentitore migliore del potere
verrà a incrinare il potere dei mentitori.
(articolo ripreso da “Sidecar”, blog della New Left Review)
NOTE
* Claud Cockburn (1904-1981), giornalista
comunista e anticonformista, fu padre di una tribù di noti giornalisti
britannici: Andrew e Patrick, e il caro, beffardo, compianto Alexander Cockburn
(1941-2012), cofondatore del sito Counterpunch, che mi riferì
questo aforisma paterno
** Chi non sa mentire, non sa governare”, citato da
Gabriel Naudé (1600-1653) in Considérations politiques sur les Coups
d’État (1639).
[1] Nelle varie traduzioni le spie “sacrificate”,
diventano “liquidabili” o “condannate”, e simili. Uso la traduzione francese,
perché il testo riporta i vari commenti successivi alle varie affermazioni
apodittiche di Sun Tzu: L’art de la guerre, Flammarion, Paris 1972.
Il conclusivo capitolo XIII sulle spie va da p. 194 a p. 200, la citazione è a
p. 196.
[2] “Tra le calamità della Guerra, si può
giustamente annoverare la diminuzione dell’amore per la verità, per le falsità
che l’interesse detta, e la credulità incoraggia.” In “The Idler” apparso
su The Universal Chronicle l’11 novembre 1758.
[3] Torquato Accetto, Della dissimulazione
onesta (1641), Milano, Rizzoli 2012, ch. VIII, p. 31.
[4] Ripubblicato da Allia (Paris) in 2012.
[5] Alexandre Koyré, Réflexions sur le
mensonge, Éditions Allia, Paris 1996, pp. 9-11. Il testo originario era
apparso in Renaissance, rivista trimestrale pubblicata dall’École
libre des Hautes Études, vol. I, fascicolo I. gennaio-marzo 1943, New York.
martedì 5 luglio 2016
Il mondo è caduto dalle nuvole - Marco D’Eramo
Per decenni i cantori della globalizzazione ci hanno frastornato le orecchie raccontandoci che il capitale si è deterritorializzato, che non ha più radici, che è gioiosamente nomade come un soggetto di Guattari o di Rosi Braidotti, che è apolide e in perpetuo movimento. Perciò, se anche i quartier generali di banche, assicurazioni e fondi d'investimento dovessero emigrare da Londra in un'altra global city, siamo sicuri che i mercati nella loro infinita razionalità troverebbero una residenza vivibile per continuare a macinare profitti.