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martedì 19 aprile 2022

Democrazia? - Paolo Mottana

 

Senza voler entrare più di tanto nel merito di un argomento complesso, vorrei far notare quanto nel tempo la nostra esperienza di democrazia si sia modificata e quanto oggi definire i nostri paesi, specialmente quelli appartenenti alla Nato ma più in generale quelli connessi in qualche misura con l’influenza statunitense, come democrazie, sia sempre più discutibile. Non si tratta semplicemente di mostrare, come è sempre più evidente, che l’informazione è sempre più controllata ed egemonizzata da cliché di liberalismo e democrazia del tutto obsoleti rispetto a ciò che effettivamente poi una tale informazione offre ma che in generale le nostre, o meglio, in particolare la nostra democrazia liberale sia una pura finzione.

È evidente che, a onta di una moltiplicazione sempre più vasta delle fonti di notizie, che tuttavia a me pare una frantumazione in porzioni sempre più irrilevanti, il cui limite è ovviamente la cosiddetta pagina personale su fb o su twitter (milioni!), in verità quelle che producono un’influenza significativa siano non solo sempre più ristrette ma anche sempre più controllate, tenute al guinzaglio di lobbies economiche estremamente elitarie e in generale spaventosamente inclini a espellere dal novero dei propri rappresentanti (o a non includere), chiunque sia portatore di istanze veramente diverse da quelle rappresentate secondo le linee di controllo stabilite dai vari poteri che le sostengono. Magari ospitano voci contrarie ma ben attenti a selezionarle tra personaggi poco credibili o che vengono facilmente ridicolizzati o demonizzati nei contesti predisposti a questo.

È verissimo che oggi tutti parlano e scrivono ma sortendo solo un rumore diffuso che nessuno sente. La liberalizzazione della rete ha partorito il nulla ed è di fatto del tutto complice del fatto che a parlare veramente restano solo le poche fonti di informazione innocue per il sistema di potere (quello sì, sempre lo stesso nei decenni), i cui rappresentanti sono previamente sottoposti a castrazione sistematica di ogni capacità di critica radicale. Io stesso mentre redigo il mio blog o posto qualcosa sulla mia pagina sono perfettamente consapevole di parlare a un gruppo di persone infinitesimale che mi serve più che altro per non sentirmi solo (come invece di fatto sono) e che quando raramente mi sono proposto in sedi più potenti sono stato sistematicamente rifiutato o censurato. Anni fa una specialista in pubbliche relazioni e consulenza editoriale mi seguì, per amicizia, per circa un mese, per aiutarmi a far pubblicare nelle sedi importanti le cose che scrivevo. Dopo un mese riuscì in effetti a far pubblicare un mio articolo sulla Lettura del Corriere. Il problema è che non era più il mio articolo, ma una riscrittura (fatta da lei) in cui tutti gli elementi radicali del mio discorso erano stati rimossi e rovesciati. Il prezzo da pagare per accedere a una importante fonte informativa o culturale (discorso non molto dissimile può essere fatto per le case editrici, i programmi televisivi ecc.) è, più che la capacità di bucare lo schermo, molto relativa in realtà, l’essere stati castrati della propria carica eversiva e proporre opinioni facilmente condivisibili e indolori per le strutture di potere.

La nostra democrazia funziona così, ce lo hanno spiegato già un secolo fa gli autori della Scuola di Francoforte: ti danno l’illusione di essere libero e di poter cambiare le cose. In realtà non puoi mai cambiare niente se non le tue percezioni. Non sarà un caso che oggi siamo bombardati da una psicologia che mira a convincerci che la salvezza può essere frutto solo di una decisione personale. Se non sei felice è colpa tua, è il suo mantra, per essere felice basta deciderlo. Non sono gli altri ad essere cattivi, non è il sistema, sei tu che non hai ancora preso la decisione di guardare il bicchiere mezzo pieno. I teorici del sistema economico neoliberale del resto lo dicono da tempo: se sei povero è solo perché hai deciso di essere povero, quindi dipende da te migliorare la tua condizione economica.

 

Non è il sistema sbagliato, sono io

 

La fine delle formazioni collettive, unico vero spauracchio per queste false democrazie, la manipolazione del linguaggio, di cui non riusciamo neppure a seguire l’andamento delirante, la colpevolizzazione sottile ma efficace dell’infelicità e dell’insuccesso, la frammentazione della comunicazione, hanno prodotto la loro verità. Non è il sistema sbagliato, sono io.

È incredibile come funzioni bene questo apparato. Se solo pensiamo alla deformazione del linguaggio che ormai utilizziamo da cui sono stati espunti i termini che denunciavano la lotta delle classi, che ha eufemizzato ogni forma di figura di potere nei suoi risvolti di sfruttamento e di violenza, se pensiamo all’immissione spaventosa dell’inglese che ha mascherato ogni trasformazione in slogan di cui non percepiamo più alcun significato (ma che a ben vedere è il calco permanente della razionalità strumentale applicata semplicemente a tutto: in breve, interessati solo di ciò che ti serve per il tuo successo personale, poi buttalo via), l’aumento spropositato delle sigle e delle abbreviazioni, per farci scordare più in fretta di quale materia vile sia fatto il nostro universo simbolico, se solo ci rendessimo conto di tutto questo, forse il nostro giudizio sulla nostra “democrazia” sarebbe un poco meno convinto.

Le nostre vite scorrono su un nastro trasportatore su cui in realtà non abbiamo alcuna padronanza, ad onta di tutto, e il fantasma di quello che ha ben descritto Erik Gandini nel suo documentario sulla Svezia, “La teoria svedese dell’amore”, è sempre più vicino e reale. Viviamo soli, consumiamo soli, scriviamo soli, moriamo soli e ogni tentativo di uscire da questo è semplicemente inibito da servomeccanismi efficientissimi che non appena sgarri ti riconducono automaticamente alla tua condizione di solitudine assoluta e di impossibilità a solidarizzare con altri (tutto è competizione).

Quando Giorgio Gaber, che aveva ben imparato, con Luporini, la lezione della Dialettica dell’illuminismo (o se preferite quella della “religione americana” e del neoliberismo di cui tutti siamo solo i prodotti ormai), parlava di libertà come partecipazione, non intendeva ovviamente dire che basta partecipare ai dibattiti o alle elezioni (in un’altra canzone metteva bene alla berlina il gesto grottesco del voto elettorale) ma partecipare ai processi di trasformazione della società.

Ci rendiamo conto che questo nostro paese, come la maggior parte delle democrazie occidentali, nelle sue strutture profonde, non cambia mai? Altro che gattopardo! Ma possibile che in ormai settant’anni si sia riuscito a mantenere sempre gli stessi gruppi di potere, le stesse famiglie, gli stessi gruppi dirigenti? Ma come mai in questo paese non si è mai riusciti a ottenere di tassare i più ricchi, di aggredire il tema dell’evasione fiscale, della redistribuzione della ricchezza?

Certo, in tempi diversi, quel breve frammento della storia che il nostro sistema informativo contribuisce ogni giorno a maleficare dietro la sigla di “anni di piombo”, anni violenti (la demonizzazione del ’68 è una delle operazioni più schifose che l’intera industria del consenso abbia mai fatto nel nostro paese) e così via, si ottennero diritti per i lavoratori, statuti, liberazione da molte condizioni di oppressione, che ormai oggi sono già stati già tutte ripristinate.

 

Dominio

 

Fu proprio quella stagione a indurre i potenti a lavorare alla più grande opera di mistificazione culturale e sociale che mai sia stata compiuta sulle nostre coscienze e sulle strutture della nostra stessa formazione per essere già pronti ad essere consumati sul mercato del lavoro coatto, delle merci e degli spropositati guadagni che esse offrono a una ristretta élite di “porci” unicamente dediti al proprio tornaconto. Si legga al proposito il testo Dominio di Marco D’eramo, curiosamente un intellettuale che non si sente mai citare nei nostri media e nei nostri giornali, al pari di altri, ovviamente, tenaci nel non mollare certi strumenti di analisi e la consapevolezza che viviamo in un sistema tutt’altro che democratico. In quel testo si mostra come sia stata realizzata una vera e propria campagna di guerra che ha avuto di mira, con successo, la colonizzazione delle università, dei centri di cultura e soprattutto della direzione della ragione economica all’insegna di una pervasiva ideologia neoliberista, in gran parte responsabile del degrado sociale, economico, ambientale e culturale in cui oggi viviamo.

Ma di cosa parliamo quando difendiamo a spada tratta il nostro sistema liberal-democratico? Di quale società migliore possibile? Siamo davvero convinti che sia la migliore possibile o siamo semplicemente assuefatti al messaggio che ci vuole tutti anestetizzati sui disastri che questa società continua a compiere su di noi, sui nostri figli, sull’ambiente, sugli altri popoli, nella sua pretesa di globalizzare le sorti del mondo alla luce della sua fiaccola devastatrice? Quale potere abbiamo di cambiare le cose? Quale potere ci è rimasto? Quello di inveire come faccio io sul mio blog o sulla mia pagina facebook o di scrivere libri come quelli di D’eramo che quasi nessuno legge e che mai saranno promossi da qualche fonte d’informazione rilevante?

Certo, possiamo fare quasi tutto, purché nulla cambi, come sappiamo bene. Ma il fatto che nulla cambi induce frustrazione, depressione, infelicità. Questa è la nostra reale condizione e tutta l’industria dell’intrattenimento e delle varie dipendenze più o men indotte non può mascherare la spaventosa infelicità che oggi di fatto costituisce la cifra della nostre vite. Non basta cambiare partner, rivista, giornale, luogo di villeggiatura, dieta o partito politico per raggiungere la felicità. La felicità, parafrasando Gaber, è partecipazione. Partecipazione autentica, in carne e ossa, che produce nuovi mondi, non la parata grottesca del nostro contributo al chiasso universale su fb o su twitter.

Ma questo è interdetto, bloccato, in fondo neppure sui nostri canali privilegiati possiamo davvero dire ciò che vogliamo, sempre più strette si fanno le maglie e le censure e i blocchi aumentano quanto più il sistema si sente minacciato.

Si potrebbe analizzar tutto ciò in maniera molto più dotta. Lo lascio a chi ne è esperto. I disastri di questo sistema io li vedo nell’educazione e ne ho già parlato altrove.

Un’ultima cosa però mi preme dire. Qualcosa sul termine libertà, che ultimamente vedo impugnato da tutti come il totem della democrazia.

 

Libertà

 

Perdonatemi, sono cresciuto in un altro tempo, o forse in un altro interstizio del tempo ma il termine libertà non è così nobile come crediamo. Libertà e giustizia si cerca sempre di coniugarli insieme ma non è affatto ovvio. E neppure libertà e felicità. Forse occorrerebbe anche iniziare un periodo di digiuno dalle richieste di libertà, dei diritti di ogni genere e cominciare a optare per una chiamata alla responsabilità, ai doveri, a una morale, come diceva ancora Gaber alla fine di un suo spettacolo famoso sulla libertà obbligatoria.

Come scriveva un antropologo tanto tempo fa esistono (esistevano sarebbe meglio dire) popoli che vivono nella povertà, nell’indigenza, che non conoscono l’uso dell’elettricità o del gas ma hanno culture incredibilmente complesse, ricche di simboli, di riti, di cerimonie collettive, di feste, di uno spirito non dedito al lavoro e allo sfruttamento. Muoiono giovani ma forse più felici o semplicemente più ingenui.

Poi esistono le grandi civiltà, dove l’immaginario diurno della bonifica, della tecnologia, della razionalità calcolante hanno distrutto ogni traccia di simbolo, di rito, di festa autenticamente sentita. Abbiamo auto incredibilmente confortevoli per i nostri viaggi solitari da casa al lavoro tutti i santi giorni, abbiamo tecnologie potentissime per comunicare con chiunque stando seduti da soli alle nostre scrivanie nelle nostre case igienizzate, riscaldate, dove il fiume di parole e immagini televisivi sono l’espediente per non sentirsi soli, abbiamo mezzi per salvare vite e prolungarle fino a cent’anni, volenti o nolenti, spesso nolenti o solo persuasi che domani troveranno un altro farmaco per tenerci in piedi. Forse conquisteremo l’immortalità. Ma a quale prezzo?

da qui

mercoledì 16 marzo 2022

L'Ucraina non entrerà nella Nato

 



I cattivi hanno sicuramente capito qualcosa che i buoni ignorano! – Woody Allen

 

Premesso che sono contro tutte le guerre, contro tutte le occupazioni (in Ucraina, in Palestina, in Iraq, in Afghanistan, ecc. ecc.), gli esodi forzati, ed è vero che non esistono poteri buoni, provo a fare alcune considerazioni.

 

 

1 – Quando la coraggiosa Marina Ovsyannikova, apparsa durante il tg della tv russa Channel One esponendo il cartello “non credete alla propaganda, vi stanno mentendo” sapendo di rischiare fino a 15 anni di prigione (ma per ora se la cava con una multa, qui), viene osannata in tutto l’Occidente come eroina, mi è venuto in mente Julian Assange (e Wikileaks).

Assange non solo ha detto “non credete alla propaganda, vi stanno mentendo”, ma l’ha anche mostrato e dimostrato.

Purtroppo non è diventato l’eroe del Mondo, anzi è chiuso in carcere di massima sicurezza, e verrà estradato negli Usa per scontare 175 anni di galera, d’accordo tutti i governi (siano maledetti!) che amano adesso Marina.

 

2 – Se il Kosovo vuole diventare indipendente e il governo di Belgrado non vuole, la Nato interviene a suon di bombe (mai intelligenti), ma se il Donbass vuole diventare indipendente e il governo di Kiev non vuole la Nato e l’Onu fanno gli indifferenti.

E quando toccherà alla Scozia, o alla Catalogna, o ai Paesi Baschi?

Qualcuno dirà, e sempre il Kosovo, ma nel diritto internazionale (quello che esiste quando non c’è la guerra) i precedenti pesano come macigni.

 

3 – Ci preoccupiamo per tutte le persone che fuggono dall’Ucraina (giustamente), ma per le persone scappate negli ultimi otto anni dal Donbass bombardato e rifugiate in Russia ci siamo preoccupati?

E per tutte le persone che arrivano dall’Africa e dall’Afghanistan e dalla Siria, ecc. ecc,.  via mare e via Balcani ci preoccupiamo allo stesso modo?

 

4 – E che dire della divisione dei ruoli, lo Stato, maschio, lo dice l’articolo, fa la guerra, la società civile, femmina, lo dice l’articolo, accoglie i rifugiati.

E dopo la società civile interverranno i professionisti dell’accoglienza, che gioiscono come chi gioiva per il terremoto dell’Aquila (ascolta qui).

 

5 – Con tutte le risorse economiche destinate, in maniera crescente, alle armi e al ministero della Difesa (più spesso dell’Offesa, diciamoci la verità) che cosa si sarebbe potuto fare, in Italia?

Per esempio far sparire tutti i ticket sanitari, assumere personale sanitario a tempo indeterminato, potenziare la sanità pubblica, eliminare tutte le tasse scolastiche, comprese quelle universitarie, aumentare le pensioni, finanziare una parte delle spese per i consumi essenziali per le famiglie, dall’energia elettrica all’acqua.

Ma questo andrebbe contro le regole del capitalismo, diranno. Allora si fotta il capitalismo.

 

6 – Quando Lenin scrisse “L’imperialismo ultima fase del capitalismo” era un ottimista, il cancro del capitalismo si rinnova, trova nuove strade, per esempio l’oikocrazia (I principali protagonisti di questa fase storica non sono più gli stati-nazione, ma gruppi che agiscono come clan: mafie, gang, terroristi, signori della guerra, ma anche partiti e alte sfere della finanza e delle corporation multinazionali. l network di questi gruppi ha dato vita a una nuova forma di governo, che Fabio Armao (nel libro”L’età dell’oikocrazia”) definisce “oikocrazia”: la prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici, ripreso dal sito della casa editrice Meltemi).

 

7 – il capolavoro delle armi date agli ucraini è una sconfitta per l’Europa-zerbino, la Comunità Europea tornerà a fare il lavoro che sa fare, misurare la lunghezza delle banane, la dimensione delle vongole, la curvatura dei cetrioli (qui)

 

8 – il riarmo della Germania è terribile, per chi conosce la storia, il 2% del Pil tedesco, non del Lussemburgo, per la difesa è un’ottima notizia, per le guerre che verranno.

Si aggiunga che nelle Forze Armate tedesche i neonazisti godono di ottima salute (qui e

qui)

 

Un’ipotesi interpretativa per capire cosa succede (secondo me, naturalmente)

 

se è vero quello che scrive Giuseppe Cassini, ex ambasciatore e diplomatico, che

“Lo stillicidio di morte potrebbe essere fermato se l’Occidente negoziasse alcune richieste di Mosca: 1° la neutralità dell’Ucraina garantita per trattato internazionale; 2° l’annessione della Crimea se confermata da un nuovo e libero referendum; 3° l’autodeterminazione del Donbass a statuto speciale. Gli Usa – oggi miracolosamente uniti agli europei di fronte all’orrore della guerra – potrebbero negoziare con Mosca e con noi un nuovo sistema di sicurezza europea, dal momento che l’intero continente, Russia inclusa, si trova ora pericolosamente esposto.”

da qui

 

E quando poi si farà la pace, speriamo presto, i punti da discutere saranno quelli che elenca Giuseppe Cassini.

 

e allora, perché la guerra?

 

Quando sento Vittorio Feltri dire una cosa saggia, dal primo giorno, e cioè è meglio che l’Ucraina si arrenda, per evitare danni enormi a quel paese, e che ceda alle richieste della Russia, cosa fa in comico teleguidato Zelensky, che ha i suoi soldi nei paradisi fiscali (qui)? Chiama il paese alle armi, contro l’invasore, sapendo lui e i suoi burattinai cosa sarebbe successo.

 

So che è come una bestemmia in chiesa, fare un esempio calcistico, ma non troppo.

Quando un giocatore subisce calci alle caviglie, spinte, sgambetti e l’arbitro mai fischia, e quando quel giocatore reagisce l’arbitro lo espelle.

Fuor di metafora, quando Eltsin l’ubriacone vendeva a prezzi di saldo o regalava la Russia alle imprese occidentale, Usa soprattutto, la Russia era molto simpatica. Quando la Russia ha deciso che bisognava smetterla con questa politica di saldi, allora la Russia è diventata il nemico.

In questi anni l’arbitro che si chiama Onu non ha ascoltato le proteste del capitano della Russia, non ha mai visto niente, non è mai intervenuto, molto impegnato fra un happy hour e l’altro.

 

Intanto Zelensky dice adesso che non si può entrare nella Nato, cioè Zelensky è d’accordo con la Russia.

Fra qualche giorno dirà che di avere il Donbass dentro l’Ucraina gli fa schifo, vedrete.

 

 

Lasciamo perdere l’Europa, beata nel girone degli ignavi.

Passiamo agli Usa, paese guidato da un sonnacchioso presidente, che parla solo se ha l’auricolare, padre di un giovanotto che ha fatto affari di qualche tipo con l’Ucraina negli anni scorsi.

Crozza ricorda qui che Biden, quando era in sé, escludeva allargamenti della Nato.

(che Vittorio Feltri e Crozza dicano cose molto più sensate del governo italiano è preoccupante, ma da anni l’Italia ha governi senza qualità)

 

Chi comanda a Washington?

Ricordate Dick Cheney, vicepresidente degli Usa dal 2001 al 2009, “famoso per la sua dottrina dell’un per cento (che recita: «se esiste un per cento di probabilità che qualcosa costituisca una minaccia, gli Stati Uniti sono tenuti a reagire come se la minaccia fosse certa al cento per cento»)” (qui)?

Era presidente della Halliburton (qui), che ha fatto un sacco di soldi per le commesse del governo, dopo l’invasione dell’Iraq del 2003 (a proposito, gli stati europei avevano inviato armi agli iracheni che lottavano contro l’invasore?).

 

Probabilmente è successa una cosa semplice, un insieme di imprese potenti, Halliburton e Blackwater (qui), e le imprese di armi, fra le altre, che attente al saggio di profitto (di marxiana memoria) e mai passato di moda, anzi, sanno che i (maledetti) dollari si fanno non con il turismo, la cultura, la pace, si fanno con la guerra, meglio se fatta dagli altri.

Cosa c’è di meglio che ricostruire un paese, le sue infrastrutture, i suoi palazzi, produrre nuove bombe per fare i soldi, una montagna di soldi come l’Everest (sarebbe brutto dire Cayman), riuscendo a farsi pagare dai russi che hanno creato le macerie?

L’Onu, a comando, finirà gli happy hour e si risveglierà per un nuovo Trattato di Versailles per le riparazioni attribuendo l’onere alla Russia.

Zelensky, quello dei paradisi fiscali, perfetto rappresentante delle classi dirigenti dell’Occidente, lo preannuncia: “la comunità internazionale vi spoglierà di tutto ciò che avete guadagnato negli anni. Ci stanno lavorando.” (da qui)

 

Chi vivrà vedrà.

 

nel 1992 Franco Battiato andò a Baghdad sotto embargo Usa ed europee per fare un concerto (qui), qualche musicista italiano romperà il fronte delle sanzioni e andrà a fare un concerto a Mosca?


Francesco Masala...

continua qui


giovedì 15 aprile 2021

Breve la felice vita delle fake news – Marco d’Eramo

 

Non credere a nulla che non sia stato ufficialmente smentito
Claud Cockburn*

 

Qui nescit dissumulare, nescit regnare
Louis XI le Prudent, re di Francia (1461-1483)**

 

È affascinante seguire le traiettorie dei modi di dire. Ci fu un periodo in cui il verbo “tracimare” era sulla bocca di tutti. Poi scomparve. Viene da chiedersi perché. Fortuna e sfortuna delle espressioni linguistiche seguono un corso erratico, indecifrabile. Come mai nello scorso anno, di tornata elettorale Usa, è stato usato così poco il termine fake news? Eppure solo quattro anni infuriava su tutti i media; su di esso si scrivevano persino disegni di legge in vari parlamenti, mentre ora sembra quasi cancellato dal nostro vocabolario. E non è che quest’anno si sia mentito meno di allora. Anzi.

Il che suggerisce la domanda contraria: come mai solo nel 2017 l’umanità attonita ha scoperto che in guerra e in politica si dicono bugie?

La figura della “spia sacrificata” era già delineata ne L’arte della guerra attribuita al cinese Sun Tzu e redatta al più tardi nel IV secolo a. C. Nel capitolo 13 (“Sull’uso degli agenti segreti”), Sun Tzu distingue cinque tipi di spie: indigene, infiltrate, agenti doppi, sacrificati e sopravvissuti. Gli agenti sacrificati “sono le nostre spie a cui diamo deliberatamente informazioni fabbricate di sana pianta”. La frase è così commentata, più di mille anni dopo, da Tu Yu, morto nell’812 d. C.: “Lasciamo sfuggire informazioni che sono realmente false e facciamo in modo che i nostri agenti vengano a saperle. Quando questi agenti, viaggiando in territorio nemico, saranno catturati, non potranno non rivelare queste informazioni false. Il nemico vi presterà fede (perché le avrà estorte, n.d.a.) e farà i suoi preparativi in conseguenza. Ma noi agiremo in tutta un’altra direzione e il nemico metterà a morte le spie”.[1]

Già 2400 anni fa, l’arte della menzogna in guerra era così sofisticata da elaborare il sacrificio dei propri agenti per fargli confessare notizie false al nemico! Era l’equivalente discorsivo della mossa a scacchi che sacrifica un proprio pezzo per far cadere in trappola l’avversario. Non stupisce che la massima “La prima vittima della guerra è la verità” abbia potuto essere attribuita (a torto) persino a Eschilo, mentre le fonti più vecchie risalgono solo alla Prima guerra mondiale (il dottor Samuel Johnson aveva scritto qualcosa di simile nel 1758[2]).

Quindi questo primo tipo di fake news, la menzogna di guerra, anzi la guerra come arte della menzogna, risale alla notte dei tempi: non per nulla i latini dicevano “timeo Danaos dona ferentes”, pensando al cavallo in legno donato dagli achei ai troiani: questo inganno costituisce l’atto conclusivo della guerra che fonda la cultura occidentale.

Vi è un secondo tipo di fake news, di carattere più “sociale”, più da guerra civile che da guerra fra stati, e può essere catalogato sotto la voce “calunnia”. Le calunnie e le denunce anonime non hanno aspettato i social media per provocare sciagure: dalla cassetta (“tamburo”) del duomo di Firenze in cui nel 1476 fu depositata la denuncia di sodomia contro Leonardo da Vinci, fino alle innumerevoli denunce anonime di stregoneria nella Germania e nella Scozia del ‘600, che portarono ad altrettanto innumerevoli roghi: come si vede, il tam-tam “virale” per cui Barack Obama non sarebbe stato cittadino americano (come ha varie volte insinuato sui mass nel media Donald Trump) e avrebbe studiato in una madrassa islamica, ha precedenti se non illustri, almeno antichi e più letali.

Ma è nel XVII secolo che si moltiplicano i trattati sull’arte del mentire, o del non dire: e si capisce, se a dire quel che uno pensava rischiava il rogo o la decapitazione. È in quel secolo che fu stabilita la definizione canonica: “si simula quel che non è, si dissimula quel che è” scrive l’italiano Torquato Accetto (c. 1590- 1640) in Della onesta dissimulazione (“Of the Honest Dissimulation”) pubblicato postumo.[3] Definizione condivisa da Francis Bacon nel saggio Of simulation and dissimulation (1625): “Dissimulazione…. Quando un uomo lascia trasparire Segni e Argomenti che egli non è ciò che è. E Simulazione, …. quando un Uomo, industriosamente e appositamente, Dissimulation, …. finge e pretendere di essere ciò che non è.”

Saltiamo tre secoli e troviamo il grande storico francese Marc Bloch che nel 1921 si volge a guardare tutte le falsità che sono state usate durante la Prima guerra mondiale, finita solo tre anni prima: Réflexions d’un historien sur les fausses nouvelles de la guerre.[4] Ricordiamo che con la Prima guerra mondiale si diffonde la radio e con essa la propaganda di massa. E nella neolingua Orwelliana di 1984, il ministero della propaganda è il Ministero della verità (Minitrue)

Perciò oggi non ci stupisce affatto un testo come questo: “Mai si è mentito quanto ai giorni nostri. Né mentito in un modo così sfrontato, sistematico e costante. Si dirà forse che così non è, che la menzogna è vecchia quanto il mondo, o, almeno, quanto l’uomo, mendax ab initio; che la menzogna politica è nata con la cittadinanza, come, stracopiosamente c’insegna la storia… Tutto vero, certo. O quasi. È certo che l’uomo si definisce per la parola e che questa comporta la possibilità della menzogna e che … il mentire, molto più che il ridere, è proprio dell’uomo. È ugualmente certo che la menzogna politica è di ogni tempo, che le regole e la tecnologia di quel che una volta si chiamava ‘demagogia’ e oggi ‘propaganda’ sono state sistematizzate e codificate da migliaia di anni… È incontestabile che l’uomo ha sempre mentito. Mentito a se stesso. E agli altri. Mentito per il proprio piacere – il piacere d’esercitare questa stupefacente facoltà di ‘dire ciò che non è’ e di creare con la propria parola un mondo di cui è il solo autore e responsabile. Mentire anche per difesa: la menzogna è un’arma. L’arma preferita dell’inferiore e del debole che, ingannando l’avversario, s’afferma e si vendica di lui… Ma restiamo convinti che in questo campo l’epoca attuale … ha potentemente innovato”. [5]

Tutto condivisibile: l’unico problema è che “i giorni nostri in cui si mente come non mai” sono di 78 anni fa, durante la Seconda guerra mondiale: a scriverlo era il filosofo della scienza Alexandre Koyré, a riprova che la sensazione di essere avviluppati da un mondo di bugie e di falsità, di nuotare in una realtà illusoria, è propria di ogni epoca.

Perciò non c’è dubbio: la scoperta improvvisa delle fake news non può essere stata che totalmente strumentale. Ma a che serviva? E perché proprio in quel momento? Perché mentitori incalliti s’indignano perché altri mentono? Vi è una sola spiegazione. Se per Max Weber lo stato è l’entità che detiene il monopolio della violenza legittima, nel mondo moderno della comunicazione, in cui le tv contano più delle divisioni corazzate, lo stato, o più esattamente l’establishment, è colui che detiene il monopolio della menzogna legittima. L’unico ad avere il diritto di mentire e di imporre le proprie menzogne come verità. Si può quindi ipotizzare che l’indignazione quasi isterica contro le fake news sia stata causata dal timore dei gruppi dominanti di avere perso il monopolio della menzogna legittima.

Sono stati i social media a mettere in pericolo il monopolio. Ricordiamo che Facebook è nato nel 2004, QZone (Cina) nel 2005, Twitter e VKontakt (Russia) nel 2006, Instagram nel 2010. C’è voluto qualche anno perché la loro diffusione dispiegasse appieno la loro potenza nel riconfigurare il mercato della verità e della menzogna. Ed è stato nel 2015 con la Brexit e nel 2016 con l’elezione di Donald Trump negli Stati uniti che l’establishment si è sentito franare la terra sotto i piedi quando ha visto trionfare menzogne che non erano le proprie. La campagna contro le fake news si è perciò subito riconfigurata come una campagna per riprendere il controllo dei social media, per introdurvi una sorta di censura o di autocensura: per definizione la censura consiste nell’attribuirsi il diritto di decidere ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che può essere detto e ciò che è vietato dire, ciò che i cittadini possono conoscere e ciò che non devono sapere. Da come si sono comportati i social media durante le elezioni Usa di novembre scorso, almeno in parte l’obiettivo di riprendere il controllo del flusso di notizie sembra essere stato raggiunto. La categoria di fake news può quindi andare in letargo, può essere riposta in magazzino, sempre pronta a essere tirata fuori in caso di necessità, quando un mentitore migliore del potere verrà a incrinare il potere dei mentitori.

(articolo ripreso da “Sidecar”, blog della New Left Review)

NOTE

* Claud Cockburn (1904-1981), giornalista comunista e anticonformista, fu padre di una tribù di noti giornalisti britannici: Andrew e Patrick, e il caro, beffardo, compianto Alexander Cockburn (1941-2012), cofondatore del sito Counterpunch, che mi riferì questo aforisma paterno

** Chi non sa mentire, non sa governare”, citato da Gabriel Naudé (1600-1653) in Considérations politiques sur les Coups d’État (1639).

[1] Nelle varie traduzioni le spie “sacrificate”, diventano “liquidabili” o “condannate”, e simili. Uso la traduzione francese, perché il testo riporta i vari commenti successivi alle varie affermazioni apodittiche di Sun Tzu: L’art de la guerre, Flammarion, Paris 1972. Il conclusivo capitolo XIII sulle spie va da p. 194 a p. 200, la citazione è a p. 196.

[2] “Tra le calamità della Guerra, si può giustamente annoverare la diminuzione dell’amore per la verità, per le falsità che l’interesse detta, e la credulità incoraggia.” In “The Idler” apparso su The Universal Chronicle l’11 novembre 1758.

[3] Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta (1641), Milano, Rizzoli 2012, ch. VIII, p. 31.

[4] Ripubblicato da Allia (Paris) in 2012.

[5] Alexandre Koyré, Réflexions sur le mensonge, Éditions Allia, Paris 1996, pp. 9-11. Il testo originario era apparso in Renaissance, rivista trimestrale pubblicata dall’École libre des Hautes Études, vol. I, fascicolo I. gennaio-marzo 1943, New York.

http://data.parliament.uk/writtenevidence/committeeevidence.svc/evidencedocument/culture-media-and-sport-committee/fake-news/written/47129.html.

 

da qui


martedì 5 luglio 2016

Il mondo è caduto dalle nuvole - Marco D’Eramo


Ma i cavalli dei cosacchi non si stanno abbeverando a Trafalgar square né la svastica sventola su Buckingam palace. Eppure proprio questo verrebbe da credere stando alla reazione, ai limiti dell'isteria, all'esito del referendum britannico sull'uscita dall'Unione europea. I mitici “mercati” (sempre al plurale, e sempre “razionali”) hanno bruciato in un giorno, dopo il voto, 2.000 miliardi di dollari, più dell'intero prodotto interno lordo annuo dell'Italia. Ora i britannici hanno sì compiuto una scelta critica, ma in definitiva non hanno fatto che rescindere il contratto di adesione a un'associazione internazionale, già piuttosto malconcia di per sé. Ammettiamo pure che per qualche oscura ragione i “mercati” non avessero previsto l'esito del voto. E allora?
Per decenni i cantori della globalizzazione ci hanno frastornato le orecchie raccontandoci che il capitale si è deterritorializzato, che non ha più radici, che è gioiosamente nomade come un soggetto di Guattari o di Rosi Braidotti, che è apolide e in perpetuo movimento. Perciò, se anche i quartier generali di banche, assicurazioni e fondi d'investimento dovessero emigrare da Londra in un'altra global city, siamo sicuri che i mercati nella loro infinita razionalità troverebbero una residenza vivibile per continuare a macinare profitti. 
Né è spiegabile la ben orchestrata indignazione europea che questo voto ha suscitato. Mutatis mutandis, se la Scozia si fosse separata dall'Inghiterra (e magari lo farà), sarebbe stata una lacerazione ben più grave e dolorosa, visto che scozzesi e inglesi hanno condiviso la stessa nazione, la stessa lingua, lo stesso impero coloniale per più di trecento anni, ma certo non avrebbe suscitato l'indignazione che ha sollevato la Brexit, che pure ha deciso la separazione di un'unione durata solo 43 anni, ma mai davvero celebrata e tanto meno consumata, senza comunità di progetto e di obiettivi (il Regno unito non ha mai fatto propria la carta fondamentale dei diritti europei, ha aderito solo a quelle norme del trattato di Lisbona che non contraddicono la sua legislazione, e così via). Il Regno unito non fu uno dei fondatori dell'Unione europea e anzi ha sempre remato contro, sempre recalcitrante; ma ora improvvisamene l'Europa scopre che la Gran Bretagna era il suo socio più importante e che senza di lei la catastrofe incombe. 
Anche all'interno dello stesso Regno unito la reazione è stata tutt'altro che british. La sola proposta di far ripetere il referendum è assai più che balzana. Immaginate se in Italia nel 1946 i monarchici avessero voluto far ripetere il referendum che instaurò la repubblica, o se nel 1974 la Chiesa cattolica avesse lanciato una campagna di massa per far replicare il referendum che aveva rifiutato l'abrogazione della legge sul divorzio. Non solo è insensato, ma è una sfida alla democrazia e costituisce un precedente pericolosissimo, dalle conseguenze, queste sì, incalcolabili. Sulla proposta di ripetere il voto ha scritto Wolfgang Munchau sul Financial Times: “Non riesco a immaginare una singola misura che produca più acrimonia, più divisione e più danno economico della decisione di ignorare un voto democratico”. Eppure questa proposta letteralmente eversiva è stata appoggiata con giulivo entusiasmo dai più benpensanti organi di stampa europei, dalla Repubblica alla Süddeutsche Zeitung. 
Dietro la proposta di ripetere il voto, si delinea, neanche tanto nascosta, l'idea di invalidare la volontà popolare. È quel che l'Europa fece esattamente un anno fa con Atene quando cancellò il voto dei greci nel loro referendum sull'austerità. Allora la Troika decise di chiarire al mondo che le schede elettorali i greci potevano usarle solo come carta da toletta e che la volontà popolare non ha alcun potere di fronte alla superiore volontà dei banchieri, dei mercati e delle cancellerie. I greci erano abbastanza deboli da dover ingoiare questo pitone salato (altri rettili avrebbero ingerito in seguito). Con il Regno unito l'Europa ha provato la stessa mossa: costringere la classe politica inglese a vanificare il voto britannico. Solo che l'Inghilterra non è la Grecia (la Grecia non siede nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, non è la quinta economia al mondo, non ha un arsenale atomico, non è un ex impero coloniale, non ospita il più importante centro della finanza mondiale). Ma ciò non vuol dire che alla lunga non si riesca ad annullare il voto britannico, come si è annullato quello greco.
La definizione più precisa della scomposta reazione mondiale alla Brexit è quella di “lesa maestà”. 
Gli inglesi hanno osato sfidare, “ledere” il volere dei partner europei, della grande finanza, del padronato industriale, della potenza imperiale (gli Usa). È questa sfida all'ordine costituito che ha mandato tutti nel pallone e ha fatto dare a tutti di matto. Se avessero potuto, avrebbero emanato una lettre de cachet per l'intero popolo inglese per rinchiuderlo tutto nell'equivalente odierno della Bastiglia. 
Eppure le avvisaglie c'erano. Intanto in Gran Bretagna, dopo Edward Heath nel lontano 1973, nessun politico nazionale ha mai osato esporsi come europeista convinto. Nessun premier si è mai dichiarato fautore dell'Unità europea, semplicemente perché sapeva che avrebbe perso voti. C'era chi era poco o molto antieuropeista, come i laburisti Wilson e Callaghan, i conservatori Thatcher, Major e Cameron, o più possibilista verso l'Europa come Tony Blair. Il consenso nazionale era che la Gran Bretagna avrebbe dovuto far parte del mercato unico europeo, ma mai e poi mai di un'entità politica europea (e questo consenso è durato solo finché persino la semplice appartenenza al mercato unico non ha significato anche frontiere aperte agli immigrati europei). 
In secondo luogo, per 40 anni con i tabloid in testa – ma non solo –, la stampa britannica – anch'essa controllata da quel gran capitale che oggi recrimina – , ha martellato l'opinione pubblica inglese descrivendo l'Europa come l'origine di tutti i mali, come la pretesa di legiferare sui minimi aspetti della vita degli inglesi (litri invece di pinte, chili invece di libbre), come una burocrazia stolta, tracotante, pignola e parassita. 
Da tempo frequento la Gran Bretagna (e non solo Londra, a differenza di molti) e mai ho sentito una voce che spingesse per più Europa. Al massimo, invece degli insulti, un silenzio pudico. Perciò non aveva la minima possibilità di successo una campagna basata sul ricatto della paura: “o l'Europa o la catastrofe”. Scrive sempre Munchau a proposito della reazione al voto: “Gli anti-Brexit sono ancora intrappolati nella seconda delle cinque fasi del lutto: la fase della rabbia. La prima fase è il rifiuto, che è quella in cui sono rimasti durante tutta la campagna: negavano persino la possibilità che la parte opposta potesse vincere e negavano il disastro politico di una campagna basata sul Progetto Paura”. 
L'antieuropeismo inglese è così radicato che nel 2012, solo quattro anni fa, uno dei padri spirituali dell'Unione politica europea, Jacques Delors, invitava Londra a lasciare l'Europa: “Se i britannici non seguono la tendenza che va verso una maggiore integrazione nell'Unione europea, potremmo malgrado tutto restare amici, ma in un'altra forma”, “una forma come quella dello spazio economico europeo”, o un accordo di libero scambio”.
Perciò nel voto di uscita dall'Unione l'unica cosa che stupisce è lo stupore che ha suscitato. Tutti caduti dalle nuvole. 
Questo stupore, questo sdegno è stato condito dal solito, ennesimo vituperio del populismo. E sempre più si dimostra che questa categoria, “populismo”, è totalmente inutile da un punto di vista euristico. Anzi, essendo usata come puro insulto, impedisce di capire quel che sta succedendo e funziona da paraocchi perché veicola solo un malcelato disprezzo per il volgo, per la plebe, per la teppaglia sempre irrazionale, sempre bestiale, sempre preda dei demagoghi. En passant, fu la Santa Alleanza monarchica e reazionaria che in nome dell'amoreimprigionò i demagoghi, come avvenne con i Decreti di Carlsabd (1822) e per l'Hambacher Fest (1832) con la vituperata (ma oggi rivalutata)Demagogenverfolgung (“persecuzione dei demagoghi”).
Usando la categoria del “populismo” qualunque evento viene letto in chiave regressiva, di ritorno al tribalismo, ricaduta nella barbarie. O tempora, o mores! 
È ancora sotto i nostri occhi il sorrisino sprezzante con cui ci è stato annunciato che i fautori del Restare (in Europa) erano giovani, colti, agiati (magari anche belli), mentre i fautori della Brexit erano poveri, ignoranti e anziani. 
Tutto vero, mi si obietterà, ma intanto chi è uscito vincitore dalla Brexit in Inghilterra è Nigel Farage, leader dell'Ukip (United Kingdom Independence Party) e in Europa Marine Le Pen del Front National francese. A parte il fatto che la Francia non ha aspettato la Brexit per far volare il lepenismo: già 14 anni fa, nel 2002, il candidato della sinistra Lionel Jospin fu estromesso dal secondo turno delle elezioni presidenziali che si giocarono tutte a destra tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, va rilevato che questo spauracchio dell'estrema destra è curiosamente selettivo e viene sbandierato solo in alcuni casi e mai in altri. Il fascista Viktor Orbán in Ungheria non preoccupa nessuno, come viene tollerato che in Polonia governi l'altrettanto fascista partito Prawo i Sprawiedliwość (Diritto e Giustizia) di Jarosław Aleksander Kaczyński; mentre si regalano miliardi di euro a un aspirante dittatore come il premier turco Recep Tayyip Erdoğan (leader del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) che tiene l'Europa sotto ricatto aprendo e chiudendo il rubinetto dei rifugiati, mentre imprigiona oppositori e chiude giornali critici. 
Non solo, ma con la “vibrata indignazione” nei confronti del populismo, ci si esime dal capire perché in Francia i comuni delle banlieues rouges siano passati da giunte di sinistra a giunte lepeniste, perché a Roma le borgate e le roccaforti del Pci siano tutti passate ai 5 Stelle. 
Questa narrazione ci fa dimenticare che a votare per la Brexit è stato il proletariato inglese in massa, sono state le aree del declino industriale, mentre a votare per l'Europa sono stati i quartieri bene, i centri finanziari, i suburbi residenziali delle classi agiate. E ci fa regalare la Brexit alla destra. Mentre è vero l'inverso (non il contrario) e cioè che è l'involuzione autoritaria della politica continentale, lo svuotamento progressivo della democrazia sia a livello nazionale, sia a livello europeo ad aver spinto gli inglesi fuori dall'Europa. 
Non è la Brexit che mette in crisi l'Unione europea, ma è la crisi dell'Unione europea a provocare le spinte all'uscita. Come ha scritto prima del voto un lettore della (assai di sinistra) London Review of Books, “La Ue di cui la Gran Bretagna è membro, è la stessa Ue che ha brutalizzato il popolo greco. È la stessa Ue che attualmente, con un piccolo aiuto della Nato, cerca di respingere i disperati rifugiati dalla Siria, dall'Afghanistan, dall'Eritrea e da altrove. È la stessa Ue che sta conducendo trattative segrete sul Ttip (il trattato commerciale transatlantico), sul Ceta (Ue-Canada Comprehensive Economic and Trade Agreement) e Tisa (Trade in Services Agreement), trattati che mirano a rafforzare il ruolo dellecorporations multinazionali e a scalzare le regole che proteggono le persone da esse. I socialisti non dovrebbero scusarsi per lanciare una campagna indipendente e internazionalista contro l'Ue”. 
Resto convinto che se l'Europa non avesse trattato la Grecia come ha fatto, se non avesse dato questa brutale dimostrazione di come si schiaccia una volontà popolare in nome di ragioni sovranazionali, forse il voto inglese sarebbe stato diverso. Non ci rendiamo conto che di quest'Europa è restato ben poco da difendere. Destra e sinistra propongono le stesse politiche, tanto che spesso, come in Italia e in Germania, governano insieme, mentre in Francia la politica di Hollande è indistinguibile da quella di Sarkozy. Non sono i partiti cosiddetti populisti a svuotare la democrazia, ma è lo svuotamento della politica a produrre le scelte elettorali a cui assistiamo. Cosa deve fare un elettore che non la pensa come i benpensanti moderati unanimi gli impongono di pensare? Sono decenni che la sinistra non offre più soluzioni “di sinistra”, ma fa propria la vulgata neoliberista secondo cui l'equità costituirebbe un ostacolo all'efficienza economica (e quindi, all'inverso, l'ingiustizia va ricercata per avere un'economia più “efficiente”). 
Non so se per opportunismo, calcolo, per vocazione o per convinzione, ma Angela Merkel è stata nell'ultimo decennio la regista della più grande controrivoluzione sociale a livello continentale che l'Europa abbia mai visto. L’Ue della Merkel ha fatto a livello europeo quello che alla Thatcher non era pienamente riuscito in ambito inglese: lo smantellamento dello stato sociale, l'annientamento dei sindacati, lo sbriciolamento della sinistra politica. Negli ultimi 10 anni in tutti i paesi, Germania compresa, la diseguaglianza è cresciuta (l'indice Gini è aumentato), in tutti i paesi (Germania compresa) i cittadini delle fasce basse hanno perso potere d'acquisto e hanno visto scemare il loro tenore di vita. Le protezioni sociali sono state smontate, le possibilità di ascensione sociale stoppate. A un numero sempre crescente di giovani è stato letteralmente scippato il futuro. 
Perciò l'unico modo per superare la crisi dell'Europa non è criminalizzare la Brexit, non è tuonare contro i populismi o il ritorno al tribalismo. È infondervi democrazia, è invertire rotta nelle politiche sociali, abbandonare il dogma dell'austerità neoliberista. Solo così saranno sottratti argomenti all'euroscetticismo. A meno di non ritenere che la ricetta giusta fosse quella ironicamente suggerita da Bertold Brecht quando lesse che il segretario generale dell'Unione degli scrittori della Ddr, di fronte ai moti operai del 1953 aveva detto: ”Il popolo ha tradito la fiducia che il governo gli aveva riposto: ora dovrà lavorare il doppio per riconquistarla”. Brecht disse “Non sarebbe più facile se il governo sciogliesse il popolo e ne nominasse un altro?”
(Fonte: MicroMega online) 

domenica 19 luglio 2015

La pagnotta del Quarto Reich. Luglio 2015: il mese che ha riaperto la questione tedesca – Marco d’Eramo

Uno dei più frequenti, e stupefacenti, fenomeni della storia umana è la prevaricazione esercitata sentendosi vittime: vittime si sentono gli israeliani che rinchiudono i palestinesi in una prigione a cielo aperto, vittime del terrorismo palestinese, vittime dell'insicurezza, vittime dell'ostilità araba. Vittime si sentono i razzisti italiani che rinchiudono i richiedenti asilo in lager inumani: vittime dell'invasione di immigrati clandestini, di rifugiati che minaccerebbero la loro sicurezza, le loro vite, il loro benessere.
Vittime si sentono i tedeschi delle sanguisughe greche che stanno succhiando il benessere così duramente conquistato. Perché non c'è dubbio che a leggere gli economisti tedeschi, la crisi greca sembra una truffa fraudolenta attuata da fannulloni, incapaci, disonesti meridionali che vanificano l'alacre, parca, industriosa morigeratezza dei paesi dell'Europa del nord: è assai istruttivo il rendiconto che Jacob Soll ha pubblicato sul New York Times di un convegno di economia tenutosi a Monaco di Baviera all'inizio di luglio, convegno a cui partecipavano nomi tedeschi di rilievo come Hans-Werner Sinn, Clemens Fuest, Henrik Enderlein, Daniel Gros.
Mentre per tutto il convegno l'atmosfera era stata equilibrata, “quando gli economisti tedeschi presero la parola nella sessione finale, un tono completamente diverso prevalse nella sala. Dietro le teorie economiche e dietro i numeri venne un messaggio morale: i tedeschi erano gli onesti gonzi e i greci corrotti inaffidabili e incompetenti. Ambedue le parti erano ridotte a caricature di se stesse: questa storia l'abbiamo sentita durante tutte le trattative, ma in quella stanza era chiaro quanto grande fosse il risentimento che plasma le opinioni degli economisti tedeschi”.
Per chi, come me, in questo momento sta in Grecia, è quasi surreale la rabbia che traspira dai media tedeschi nei confronti di Atene: soggiornando in un paese che è costretto a vendersi tutto, persino le isole, leggere che sono i greci che stanno derubando i tedeschi sembra di sognare a occhi aperti. Rendersi conto del vittimismo tedesco è forse l'aspetto più preoccupante nell'attuale vicenda europea. Semplicemente perché, dopo 70 anni, ripropone in Europa una questione tedesca che sembrava essere stata risolta per sempre. E forse gli storici ricorderanno il luglio 2015 non solo come il mese in cui fu affossato il progetto europeo, ma soprattutto come il momento in cui riemerse con forza la questione tedesca, dove l'aggettivo “tedesco” non riguarda i singoli cittadini della Germania, ma designa lo Stato e il governo politico ed economico tedesco, la classe dominante tedesca. Esattamente come, quando si parla di “imperialismo americano”, non si attribuiscono certo mire imperialistiche a una ragazza madre di un ghetto urbano statunitense.
E uno dei pochi motivi di gratitudine che avevamo nei confronti dell'imperialismo americano era che, semplicemente grazie alle loro dimensioni schiaccianti, gli Stati uniti avevano costretto sia le élites francesi, sia quelle tedesche a rendersi conto di “non fare il peso”, di essere gattini in un mondo di elefanti, e avevano così liberato noi europei dall'insopportabile prospettiva di altri tre secoli di guerre franco-tedesche. Ricordiamo che la Germania unita è una costruzione statale recentissima nel panorama europeo, persino più giovane della stessa Italia unita. E fin dalla sua riunificazione nel 1866, la Germania ha posto all'Europa un “problema tedesco”: in 79 anni, prima di essere ridivisa di nuovo, aveva scatenato due guerre europee (con l'Austria nel 1866 e con la Francia nel 1870) e due guerre mondiali (nel 1914 e nel 1939): una media di una guerra ogni 19 anni; solo lo Stato d'Israele (anch'esso una creazione recentissima) si sta dando da fare per battere questo record, con cinque guerre e varie guerricciole in 66 anni: a confronto, gli Stati uniti stanno a 11-12 guerre (a seconda se si considerino due guerre separate oppure la stessa guerra l'invasione dell'Iraq e quella dell'Afghanistan) in 241 anni, una guerra ogni 20-21 anni. Tanto che dopo la seconda guerra mondiale, quando la Germania fu divisa in due, molti condivisero la battuta che viene attribuita allo scrittore francese François Mauriac: “Amo talmente tanto la Germania che sono felice che ce ne siano due”.
Quasi a confermare le parole di Mauriac, appena dopo la riunificazione nel 1989, alcuni segnali avevano suscitato un po' d'inquietudine: il ruolo della nuova Germania unita nel favorire la dissoluzione della Jugoslavia e quindi nel suscitare il susseguente conflitto; la fretta nell'annettere all'Unione europea i paesi dell'Est, una fretta che ha provocato non pochi scompensi e problemi di dissonanza politica; una certa megalomania imperiale nei piani di ricostruzione di Berlino capitale. Vi si riconosceva il senso di una nuova assertività politica, anche se questi segnali potevano essere considerati errori d'inesperienza, prodotti da un'euforia che si sperava transitoria.
Né vale la pena appellarsi alla memoria collettiva. Innanzitutto è dubbio che esista qualcosa chiamato memoria collettiva. Ma se esistesse, sarebbe una memoria piena di amnesie, come dimostra il fatto che, nonostante Hiroshima e Nagasaki, più della metà dei giovani nipponici (il 52 % esattamente) ignora che vi sia mai stato un conflitto tra Giappone e Stati uniti. Il modo in cui gli italiani trattano gli immigrati è totalmente immemore delle umiliazioni, discriminazioni, persino dei linciaggi subiti dagli immigrati italiani nell'ultimo secolo e mezzo (e sono stati complessivamente decine di milioni). Anche il modo in cui gli israeliani abusano del proprio potere militare sembra incompatibile con la memoria delle angherie subite per millenni dal popolo ebraico.
Perciò quando si parla di questione tedesca, non è in gioco un ipotetico, improbabile carattere etnico collettivo di supposta “teutonica” arroganza autoritaria, bensì di un atteggiamento proprio della classe dominante che sembra discendere in linea diretta dagli Junker prussiani perché, come loro, accompagna con una violenta svolta conservatrice ogni sua spinta espansionistica. E bisogna spazzare dal tavolo il paragone con il Terzo Reich, perché proprio l'enormità delle devastazioni prodotte dal nazismo, e dunque proprio l'improponibilità del confronto, in un certo senso “assolve” la Germania attuale da ogni responsabilità. Più utile sarebbe ricordare la Germania bismarkiana e guglielmina. Innanzitutto perché proprio quell'esperienza ha plasmato la nascita dell'euro.
Vale la pena ricordare che una moneta unica europea (prima il Serpente monetario europeo – Sme – poi l'Ecu, infine l'euro) fu la condizione che il presidente francese François Mitterrand impose per acconsentire alla riunificazione tedesca, come strumento per imbrigliare lo strapotere prevedibile di una Germania unita. L'euro fu quindi vissuto dalla classe dominante tedesca come l'ultimo diktat esercitato dalle potenze vincitrici mezzo secolo dopo la disfatta della seconda guerra mondiale. Ancora tre anni fa l'ex socialdemocratico, ed ex membro del Direttorio della Deutsche Bundesbank, Thilo Sarrazin scriveva un libro dal titolo significativo: Europa braucht den Euro nicht. Wie uns Wunschendenken in die Krise gefürt hat (Deutsche Verlags-Anstalt), (“L’Europa non ha bisogno dell’euro: come i nostri pii desideri politici ci hanno condotto alla crisi”). Sarrazin scriveva esplicitamente che la Germania si è lasciata trascinare “nell’euro e nell’unità europea a causa del senso di colpa per la seconda guerra mondiale” (die Kriegsschuld: in tedesco “colpa” e “debito” sono espressi dallo stesso vocabolo: die Schuld): “I fautori (dell’euro e degli eurobonds) sono spinti dal riflesso squisitamente tedesco per cui la penitenza per l’olocausto e la guerra mondiale è davvero conclusa solo quando noi affidiamo tutti i nostri averi e il nostro denaro in mani europee”.
Assistiamo qui a un ennesimo esempio del fenomeno descritto all'inizio: viene descritto come strumento dell'oppressione e umiliazione subite dai tedeschi quell'euro che in realtà si è rivelato per la Germania il suo più importante strumento di dominio, controllo e sopraffazione. È l'euro che ha permesso la metamorfosi del progetto europeo dal perseguimento di una Germania europea all'instaurazione (destinata al fallimento) di un'Europa tedesca.
Innanzitutto perché nel XX secolo il progetto di unificazione europea ha preso a ricalcare in modo sempre più pedissequo il processo di unificazione tedesca nel XIX secolo: primo passo un’unione doganale col Mercato comune europeo, sulle orme dello Zollverein del 1834 tra 38 stati della Confederazione tedesca, ognuno con diritto di veto. Poi una nuova unione doganale come quella stabilita nel 1866 (dopo la guerra austro-prussiana), ma in cui i singoli stati membri non avevano più diritto di veto, e con un nucleo forte costituito dai 22 stati della Confederazione tedesca del nord che si erano dotati di un parlamento comune con però poteri limitatissimi rispetto al Consiglio federale che rappresentava gli stati: per continuare il paragone, il Consiglio federale era l’equivalente della Commissione europea, mentre il Reichstag corrispondeva all’Europarlamento e la distinzione tra Confederazione tedesca del nord e area-Zollverein corrispondeva all’Europa a due velocità, con l’Eurozona dei 17 rispetto all’Unione europea dei 27 membri. La similitudine finisce qui perché, dopo soli cinque anni, nel 1871 la Confederazione tedesca fu assorbita dalla Prussia e inglobata nell’impero tedesco. Ma in realtà non finisce qui, perché in Europa la Germania vede se stessa sempre più nella funzione e nello status che aveva avuto la Prussia nell'unificazione della Germania.
Naturalmente la deriva antidemocratica, francamente autoritaria, del progetto euro non può essere ascritta alla sola Germania: la sua data d'inizio va cercata nel referendum sulla Costituzione europea bocciato nel 2005 dai francesi e dagli olandesi. Fu a partire da allora che si allontanò la prospettiva di un'unione politica e quindi di un possibile controllo democratico sulle scelte di Bruxelles.
Ed è altrettanto naturale che ogni soggetto economico e politico del pianeta cerchi di sfruttare a proprio vantaggio le circostanze che si presentano. E che perciò la crisi economica sia stata vista come un'opportunità (e usata come tale) per perseguire i propri scopi politici e finanziari. Così i poteri finanziari di tutto il pianeta hanno sfruttato (con successo) la crisi per sottrarre ai lavoratori conquiste che avevano richiesto secoli di lotta per essere ottenute. Così la Cina ha sfruttato la recessione atlantica per affermare definitivamente il proprio status di officina del mondo. Così la Germania ha usato la crisi per sottrarre alla Francia una bella fetta di sovranità nazionale, con l'ironico risultato che l'euro pensato per imbrigliare Berlino ha finito per imprigionare Parigi (in questo scontro la Grecia è solo un birillo sul tavolo da biliardo). Ma, appunto, il problema è definire il soggetto.
Ed è chiaro che, almeno dalla riunificazione in poi, la classe dominante tedesca ha pensato sempre meno in termini di Europa e sempre più in termini di Germania. Tanto che, a tutt'oggi, come scriveva sul Financial Times Wolfgang Münchau, l'euro ha funzionato bene praticamente per la sola Germania (in misura minore per l'Austria e l'Olanda, anche se adesso l'Olanda è in crisi). Ma l'euro è stato disastroso per l'Italia; sta rivelandosi letale per la stessa Francia; la Finlandia è in piena recessione; la Spagna e il Portogallo sono più poveri di sette anni fa; per la Grecia non ne parliamo. Ancora una volta la narrazione prevalente in Germania è il contrario della realtà: l'euro viene visto come un regime di cui Berlino deve sopportare tutti i costi, da buona formica nordica che paga per tutte le cicale meridionali. Mentre è l'euro ad aver garantito la possibilità di esportate i prodotti tedeschi nell'eurozona: un ritorno al marco, e la sua conseguente rivalutazione, farebbero immediatamente crollare le esportazioni tedesche nel mondo.
Ed è questa la maggiore responsabilità storica delle élites tedesche: quella di aver consentito, incoraggiato e infine imposto alla stragrande maggioranza della popolazione tedesca una visione della storia che niente ha a che vedere con la realtà e che favorisce tutti gli stereotipi più nazionalisti, xenofobi e persino razzisti. Per cui assistiamo a una commedia del potere, al gioco delle parti di una classe dominante che si dice costretta a esigere dalla Grecia insane misure di austerità, perché altrimenti perderebbe i favori di un'opinione pubblica che questa stessa classe dominante ha plasmato nello stampo più reazionario; che è costrettaa esercitare una dittatura del capitalismo per ragioni democratiche, perché altrimenti perderebbe il consenso popolare. Il risultato è l'evoluzione della Spd tedesca che, dopo aver cacciato Sarrazin, adotta oggi con il socialdemocratico vicepremier Sigmar Gabriel tutta la visione del mondo di Sarrazin, con tutte le sue conseguenze politiche.
Quanto sia distante la narrazione che la Germania racconta a se stessa della crisi greca e della gestione da parte della Trojka, risulta lampante dalla vicenda dei panettieri greci. A prima vista può sembrare ridicolo che in un disastro economico come quello greco, i paesi creditori si ostinino a esigere misure urgenti come la liberalizzazione della vendita del pane non solo presso i fornai ma perché no anche nei saloni di bellezza, e che considerino l'equiparazione dell'Iva sul pane nelle panetterie e nei supermercati (che finora pagavano di più per salvaguardare il piccolo commercio). Ma il ridicolo si trasforma in grottesco quando la Trojka impone in modo ultimativo il diktat sul peso delle pagnotte: finora nei negozi greci si vendevano forme o da un chilo o da mezzo. Ora sarà obbligatorio venderne in pezzature diverse e graduali.
Ma che gliene può fregare ai creditori del peso della pagnotta greca? Quattro anni fa avevo iniziato un editoriale del manifesto con una frase che mi provocò indignate reazioni da parte dei miei amici tedeschi: “Dove non era giunta la Wehrmacht, è arrivata la Bundesbank” (mi riferivo per esempio a Lisbona e a Madrid). Rispetto ad allora, c'è da aggiungere che neanche i generali prussiani si sarebbero mai sognati di legiferare sulla pezzatura delle pagnotte in terra d'occupazione.
(17 luglio 2015)