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sabato 27 novembre 2021

Abusi sessuali in parrocchia

 

Abusi sessuali del clero: altro che mele marce, il problema è strutturale - Marco Marzano

 

La pubblicazione del Rapporto della Commissione Indipendente francese sugli abusi sessuali commessi dal clero cattolico (CIASE) ha fatto molto rumore, almeno per qualche giorno. A essere entrato nella comunicazione pubblica è stato tuttavia un unico dato: quello sul numero di preti abusatori sul totale dei sacerdoti cattolici. Il Rapporto contiene però molti altri elementi interessantissimi che ispirano queste prime considerazioni:

1. Per far luce sul fenomeno la costituzione di una commissione indipendente (composta da scienziati di diverse discipline) è uno strumento indispensabile e praticamente insostituibile. È stato così ovunque: negli Stati Uniti, in Irlanda, in Australia, in Germania e ora in Francia. Solo le commissioni di inchiesta possono ottenere l’accesso agli archivi parrocchiali e diocesani e sollecitare su larga scala la deposizione delle vittime di ieri e di oggi, conseguendo un formidabile progresso nella conoscenza e nella misurazione del fenomeno. In Francia, la commissione CIASE, in poco più di un anno, ha ricevuto quasi 4000 telefonate e 2800 tra lettere ed email. I membri della commissione hanno incontrato personalmente quasi 200 vittime che hanno accettato di farsi intervistare per molte ore (in media tre per ciascuna intervista audioregistrata). Sono stati ascoltati una moltitudine di esperti e addirittura un piccolo gruppo di abusatori, che si è spontaneamente reso disponibile a raccontare la propria versione. L’inerzia assoluta della Conferenza Episcopale Italiana su questo terreno sconcerta e testimonia ancora una volta il livello di paurosa arretratezza del nostro paese, delle gerarchie ecclesiastiche così come della gran parte della stampa laica, sempre preoccupata di non disturbare le élites vaticane e nei fatti indifferente alle terribili sofferenze di tanti minori.

2. La questione degli abusi clericali non è affatto risolta, il problema non appartiene in alcun modo al passato. La commissione CIASE ha riconosciuto che la Chiesa ha iniziato, nell’ultimo ventennio, a prendere sul serio la questione, ma lo ha fatto in misura timidissima e quasi mai di propria iniziativa, con molte differenze da diocesi a diocesi, in definitiva in una forma così debole da non impedire, a partire dagli anni Novanta e dopo un periodo di apparente declino, una decisa ripresa del fenomeno, un significativo aumento nel numero di abusi sessuali commessi da membri del clero. E tutto questo, aggiungo io, avviene malgrado il consistente declino nel numero dei sacerdoti e in quello dei frequentatori di parrocchie e oratori. Quindi ci sono meno preti e meno fedeli, ma gli abusi invece che diminuire crescono.

3. Quello della Chiesa Cattolica si conferma l’ambiente organizzativo più pericoloso per la salute e l’integrità fisica e psichica dei minori, molto più rischioso, secondo i dati del rapporto CIase, dei campi estivi per giovani, delle scuole pubbliche, dei club sportivi, delle istituzioni culturali o artistiche.

4. Il report francese non manca di indicare anche alcune delle probabili cause degli abusi clericali: il diritto canonico, pensato per proteggere i sacramenti e cambiare l’animo dei peccatori, ma non per riconoscere in alcun modo il dolore delle vittime e per rispettare i loro fondamentali diritti umani; il clericalismo, e cioè l’eccessiva “santificazione” della figura del prete e la sopravvalutazione del suo status di celibe e casto; l’esaltazione delle virtù dell’obbedienza e del valore della gerarchia a discapito di tutti gli altri; una falsa interpretazione delle Scritture in relazione ai temi dell’affettività e della sessualità; l’assenza di qualsiasi forma di separazione tra i poteri.

5. Nel rapporto CIASE si trovano indicati anche alcuni rimedi suggeriti con forza alla Chiesa francese: dare più spazio ai laici e soprattutto alle donne; ascoltare le vittime; migliorare la valutazione psicologica dei candidati al sacerdozio e incrementare gli insegnamenti delle scienze umane e sociali; assumersi la responsabilità di aver protetto gli abusatori e rendersi non solo disponibile ad avviare processi di giustizia riparativa, ma anche a risarcire le vittime, tutte le vittime, anche quelle di settant’anni fa o i loro eredi. È su quest’ultimo terreno che il Report mostra le sue maggiori debolezze. Sono convinto infatti che le generiche richieste di cambiamento contenute nel rapporto siano del tutto insufficienti a risolvere il problema. L’abuso sessuale è un comportamento strutturalmente legato alla forma attuale del sacerdozio cattolico, ovviamente non nel senso che tutti i sacerdoti siano abusatori, ma che, per coloro che lo sono, siano stati decisivi la formazione seminariale, l’obbligo celibatario, il rapporto con la sessualità e l’affettività imposti dalla Chiesa Cattolica. La teoria delle “mele marce”, cioè dei pedofili che si infiltrano nella Chiesa approfittando della buona fede e delle disattenzioni di vescovi e formatori, è del tutto priva, e da tempo, di ogni solido riscontro scientifico. Se il nodo è strutturale dev’essere affrontato con riforme strutturali, prime fra tutte la chiusura dei seminari e la fine del vincolo celibatario, le uniche vie per raggiungere l’obiettivo auspicato anche dalla commissione Ciase, di “desantificare” i preti.

Tutto il resto, l’aumento delle ore di insegnamento delle scienze umane, gli appelli a diminuire il clericalismo e ad aprire le donne, eccetera, è al più un modesto palliativo, inutile nella sostanza e adatto nella forma solo a dare l’impressione che la Chiesa Cattolica si muova mentre invece rimane completamente immobile. Il papa tuona contro il clericalismo da anni, ma gli effetti sulla struttura sono stati praticamente insignificanti. È venuto il momento di esigere di più, di non accontentarsi delle buone intenzioni e dei proclami. Lo dobbiamo alle bimbe e ai bimbi, ai ragazzi e alle ragazze di domani alle quali dobbiamo offrire un mondo diverso e migliore.

Marco Marzano è autore de “La casta dei casti“, Bompiani, 2021.

https://www.micromega.net/abusi-sessuali-del-clero-altro-che-mele-marce-il-problema-e-strutturale/

 

 

Abusi sessuali - Luigi Zoja


Psicoanalisi e Chiesa Cattolica

 

La storia della psicoanalisi ci consegna un problema etico, che contiene – fatte le inevitabili differenze – paradigmi utili anche per la Chiesa Cattolica: la quale, in forma ricorrente, deve affrontare i casi di abuso commessi da sacerdoti.

Nelle prime generazioni, gli analisti erano prevalentemente uomini e le pazienti donne. In alcune occasioni, l’estrema intimità che si crea nel processo analitico è divenuta anche sessuale. Come la Chiesa, le società analitiche hanno cercato di affrontare questi problemi con procedure interne. Come per la Chiesa, questo ha due implicazioni: da un lato, permette che l’estrema delicatezza delle rispettive materie (l’educazione religiosa e il processo psicanalitico) non venga affidata a un apparato giuridico impersonale e impreparato. Dall’altro, sia le società analitiche sia le istituzioni ecclesiastiche hanno seguito questa strada anche per proteggersi dallo scandalo pubblico.

 

Libertà e abuso

 

La valutazione di un rapporto sessuale come atto libero o abuso varia, prima di tutto, con l’età del presunto abusato: questo è un fatto assolutamente naturale, legato alla crescita. Un bambino desidera sia abbracci sia dolciumi. Può lasciarsi sedurre. Crescendo, potrà capire che quell’adulto, il quale dava a lui caramelle e affetto, in realtà prendeva per sé. Travalicare i limiti dell’intimità durante lo sviluppo psichico porta al formarsi di un Io che può rimanere, anche da adulto, permeabile, fragile, impaurito. Questo complica le terapie con cui si cercherà di rimediare alla violenza. Dall’altra parte, però, spesso chi è stato vittima di abuso matura nel tempo una particolare profondità morale, non così diversamente da chi ha superato esperienze di guerra o di internamento: in un certo senso, è anche lui un sopravvissuto.

 

Relatività storica e culturale dell’abuso

 

Ancora più evidente è la variabilità storica dell’abuso. La definizione di molti crimini – per esempio il furto – cambia poco nei millenni. Invece, fino alla seconda metà del secolo XIX in diversi paesi esisteva la schiavitù: quella che oggi appare forma più che ovvia di ab-uso – il rapporto sessuale del padrone con una schiava – era uso. Lo schiavo, infatti, era una proprietà. In Europa esiste poca consapevolezza di quello che, in ogni senso, è stato un cuore nero d’America: nel Vecchio Continente le proteste degli afro-americani giungono soprattutto come lontana eco di rivendicazioni socio-economiche, espresse oggi dal gruppo più povero dei ricchi Stati Uniti. Ma sono ben di più. Da quando esiste la genetica, tutte le analisi hanno confermato che, oltre a un’ovvia maggioranza di caratteri provenienti dall’Africa Occidentale, nel sangue degli afro-americani c’è anche tra un'altissima percentuale (circa un quarto) di traccia genetica trasmessa da maschi bianchi. Un gigantesco stupro, trauma storico di cui nessun libro aveva parlato, viene alla luce con un secolo e mezzo di ritardo. Decine di milioni di persone sono sconvolte da questa immagine, nuova ma vera: esse esistono, sono in vita, perché è stata commessa – nel silenzio, nella completa impunità – una violenza sessuale vasta come un continente.

Per non essere abuso, un rapporto sessuale deve avere il suo posto nelle leggi in vigore e nella mentalità prevalente: questo però è variabile. La valutazione dei reati sessuali è radicalmente cambiata non solo dall’abolizione della schiavitù, ma durante l’ultimo mezzo secolo, attraverso la clinica psicoanalitica e psicoterapeutica.

 

Spesso si pensa, soprattutto in Italia, che la cresciuta sensibilità verso ogni abuso sessuale abbia origine negli USA (o nei paesi anglosassoni) e derivi dall’importanza del “politicamente corretto”. Invece, il radicale cambio di prospettiva non proviene da nuove tendenze politiche o giuridiche, ma dagli studi clinici sugli effetti del trauma. Essi si sono estremamente differenziati e raffinati, in ogni direzione. Nell’individuo, le conseguenze di un serio evento traumatico restano identificabili per tutta la vita: e la violenza sessuale, che include la categoria di abuso, è fra i traumi gravi. Con gli ultimi decenni si è sviluppata inoltre una vasta letteratura sulla permanenza di cicatrici psichiche non solo durante la vita della vittima, ma anche attraverso le generazioni: in Europa, fra i discendenti dei sopravvissuti al genocidio ebraico; mentre negli Stati Uniti riguarda proprio la persistenza di sofferenze ereditate dalla schiavitù.

 

La contagiosità psichica dell’abuso

 

La permanenza dei traumi da abuso sessuale è legata anche a un circolo vizioso non sufficientemente noto. L’abuso è così difficile da estirpare perché, se scaviamo nel passato di un abusatore, quasi sempre scopriamo che egli è stato a sua volta abusato, soprattutto nell’infanzia. L’abuso, dunque, è auto-perpetuante. Purtroppo, il nostro Occidente è individualista. È normale che ci si interessi a simili problemi soprattutto quando qualcuno reclama un danno personale. Così, quello di cui stiamo discutendo si affronta nel singolo caso: con una terapia, a sua volta individuale. Alla sua base sta un crimine (il quale rimane tale anche quando si manifesta in forme indirette e subdole di seduzione) che ha radici sia in una patologia personale sia in una degenerazione di costume più vasta di quanto appaia.

Naturalmente, classificare chi commette un crimine come malato introduce un’attenuante. Questa, però, può esser fatta valere se il pedofilo si riconosce responsabile e malato insieme, facendosi curare. Il che apre un delicato capitolo su efficacia e sincerità di psicoterapie ricercate per mitigare dei castighi. 

 

Individuo e società

 

Se l’abuso non nasce nell’individuo isolato ma per “etero-infezione”, riguarda la collettività. Avendo un corpo frutto della evoluzione, l’uomo è anche un animale e non riesce mai a liberarsi completamente dall’istinto. Lo studio delle pulsioni nella specie homo ci dice che, in senso lato, il “contagio psichico” della sopraffazione e della violenza si trasmette con facilità all’interno di molti gruppi umani. Lo dimostrano fenomeni non appresi, ma in gran parte “spontanei” quali il pogrom o il linciaggio: amplificazioni di un impulso animale ad aggredire collettivamente, scatenate soprattutto da situazioni di disagio sociale presso i gruppo più rozzi. Non a caso, la divulgazione parla spesso di comportamenti “da branco”: il fatto che tutti partecipino al crimine fa perdere la coscienza della sua im-moralità (dal latino mores, costumi prevalenti). Una ulteriore estensione di questo istinto a masse sempre più grandi è rappresentata dalle violenze politiche del XX Secolo. Intere nazioni civili possono trasformarsi in “branchi”. Purtroppo, nessuna clinica, nessun Ministero della Salute se ne occupa. La patologia psichica è lasciata ai trattamenti individuali.

 

Etica 

 

Torniamo ora alla mia professione. Durante una lunga presidenza del Comitato Etico Internazionale di psicologia analitica, ho incontrato la difficoltà di trattare adeguatamente l’abuso sessuale. Esso ha infatti zone di sovrapposizione con Eros e affettività, qualità ben difficili da definire e, al tempo stesso, irrinunciabili. È quasi superfluo aggiungere che una simile, lacerante confusione riguarda spessissimo anche il compito del sacerdote. Dall’altra parte, ho anche appreso quanto una sua prevenzione possa poggiare su una base semplice: si tratta prima di tutto di spezzare la catena del contagio che si auto-alimenta. Nelle società psicoanalitiche, decenni di dibattiti hanno portato a una maggior consapevolezza dei traumi, conseguenti al trasformarsi (per definizione, mai del tutto libero) di certi rapporti professionali in intimità anche fisica; si sono istituiti comitati etici, corpi giudicanti, codici che prevedono serie punizioni. È stata rotta la frequente, originaria collusione di quando le associazioni psicoanalitiché erano nuclei autocratici e lo studio del trauma restava un campo quasi ignoto. 

 

La psicoanalisi ha argomentato che un paziente in terapia si trova, per diversi aspetti, nella condizione di “minorenne” di fronte all’analista. Se vi è un abuso, difficilmente potrà denunciarlo subito. Spesso cercherà, con fatica, un altro analista, tentando di nuovo un percorso psicologico. Solo al compimento di questo ulteriore lavoro, tornato in un più vasto senso “maggiorenne”, potrà decidere se denunciare il trasgressore. Ma qualunque vittima di un abuso sessuale continuato si troverà in simili condizioni. Di nuovo siamo di fronte a un’analogia con l’abuso ecclesiastico. Le vittime dei religiosi, persone educate e condizionate a non metter in discussione l’autorità del clero, sono spesso, di fronte ad essa, “minorenni”, indipendentemente dalla loro età. Inoltre, mentre chi ricorre allo psicoanalista dispone in genere di una certa cultura, l’aiuto ecclesiatico può esser ricercato anche dalle persone più semplici, culturalmente indifese e più manipolabili: una fragilità costituzionale che rende particolarmente immorale chi ne approfitta.

 

Permanenza delle ferite psichiche

 

Perché i tempi di prescrizione sono essenziali? Usciamo dal campo psicoanalitico, guardando all’abuso in senso lato.

Per ogni crimine esistono tempi-limite per chiedere la punizione. Nel caso di abuso su minori, però, i tempi sono particolarmente lunghi: per definizione, le vittime possono prendere piena coscienza del sopruso solo quando la loro mente è diventata autonoma, cioè a partire dalla loro maggiore età. Per chi era stato abusato a dieci anni, tradizionalmente si attendeva che raggiungesse i 18 anni e solo da allora si cominciavano a contare gli anni entro i quali poteva sporgere denuncia. Ma anche questo non è sufficiente, se non è stato interrotto il rapporto di sottomissione dove l’evento ha preso corpo: questa “minorità psicologica” si trasforma in una vera maggiore età solo quando la vittima diviene sotto ogni aspetto indipendente. La particolare gravità dell’abuso sta proprio nel suo approfittare della debolezza di chi è affidato, in qualunque senso, a una cura; e, contemporaneamente, di inibire la sua crescita naturale verso la maggiore età.

 

Secondo un luogo comune la tolleranza verso gli abusanti sarebbe maggiore nei paesi latini, per via di un secolare maschilismo. L’allargarsi delle conoscenze sugli effetti a lungo termine dei traumi sta però rimescolando le carte: di recente la Spagna ha elevato in modo radicale l’età – attenzione! – non di prescrizione, ma a partire da cui si può iniziar a conteggiare il tempo della prescrizione stessa per sporgere denuncia: dai 18 anni (maggiore età, come in Italia) l’ha portato a 35. In Italia gli anni necessari alla prescrizione possono essere più di 10. Sommando le cifre, intuiamo come leggi di questo tipo rendano possibili accuse per eventi avvenuti una generazione prima. Una severità, purtoppo, in sé non esegarata: perché il principale problema è dato dalla frequenza di pedofili seriali, per giunta recidivi nei decenni, proprio come nei decenni permangono le conseguenze del trauma.

Questo aspetto riguarda in particolare la Chiesa: come ha portato alla luce un’indagine commissionata da quella francese, senza precedenti sia per le dimensioni, sia per la pubblicità ricevuta.

 

Il CIASE

 

Nell’ambito della Chiesa Cattolica, prevenzione e punizione sembrano dipendere in buona parte dalle Conferenze Episcopali dei singoli paesi. Quella francese ha messo in moto il CIASE (Commission Independante sur les Abus Sexuels dans l’Eglise). Ha poi partecipato ai suoi studi e li ha divulgati. Il loro Riassunto è scaricabile da internet in francese e inglese. Nel periodo 1950 – 2020 i minorenni vittime dirette di abuso da parte di sacerdoti sono valutati intorno ai 216.000 fra la popolazione francese maggiorenne: escludendo quindi i minori possibilmente ancor oggi abusati (Riassunto Rapporto CIASE, p. 4). Salgono a 330.000 se fra i perpetratori si include il personale laico di istituzioni religiose (ibidem, p. 14). Il silenzio e la negazione sono stati la regola negli anni 1950–70, durante cui il fenomeno ha toccato il culmine, per poi rifluire nel periodo 1970 – 90 e apparentemente tornar a crescere in seguito (ibidem, pp. 12 e 16). I pedofili responsabili sono valutati come minimo tra 2.900 e 3.200. Questo fa sì che, in Francia, la Chiesa cattolica sia l’ambito più vasto in cui si commettono violenze sessuali: dopo la famiglia, che in ogni paese detiene il primo posto (ibidem, p. 15). 

 

Complessivamente, però, negli ultimi anni sono molto cresciuti la consapevolezza del problema e gli studi su di esso. Ho potuto verificarlo nel 2017, quando sono stato invitato a Parigi per un convegno Liberté et autorité, in cui si confrontavano giuristi e religiosi. Vi ho partecipato perché simile è il dibattito su responsabilità e libertà nell’esercizio della psicoanalisi (che ho trattato nel testo Al di là delle intenzioni, Bollati Boringhieri). E in Italia? Malgrado uno psicoanalista abbia un numero limitato di pazienti, in oltre 50 anni di lavoro mi è capitato che fra le loro sofferenze ci fosse anche l’abuso da parte di sacerdoti. Non sono, però, venuto a conoscenza di denunce che abbiano portato a indagini, a punizioni, o a pubblici convegni sul tema.

 

Una confessione: fatta allo psicoanalista

 

Nella mia professione si invita spesso il paziente a esprimersi con scritti, disegni o altro, per cercare di estendere il lavoro di scavo psicologico fuori dalla seduta, nella vita quotidiana.

Il tema abuso ha una grande importanza per tutta la società italiana, dove la Chiesa continua a nutrire radici ed esercitare influenza, non estranea a meriti storici. Ho avuto il permesso di citare, preservandone l’anonimato, il tormentato scritto che un paziente di professione sacerdote mi ha di recente affidato…

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domenica 15 marzo 2020

Paranoia e virus - Luigi Zoja



Il 11.9.2001, quando una aggressione terrorista distrusse le Torri Gemelle, abitavo a New York. Mi misi a studiare tutto quello che riguardava la paranoia e cominciai a scrivere un libro sulla presenza di questo disturbo: non nelle istituzioni psichiatriche ma nella popolazione “normale” e nella vita quotidiana. Non ero rimasto sconvolto tanto dall’attacco: si conosceva già l’esistenza di un fondamentalismo islamico paranoico, i proclami di Osama Bin-Laden si leggevano in internet. A quello si poteva esser preparati. Nuova era invece la paranoia collettiva che in un attimo ci aveva circondato. Quella che Jung chiamava “infezione psichica” stava contagiando tutti: malgrado i nostri sforzi per mantenerci lucidi, anche me e i colleghi psicoanalisti.

Così, ho dedicato anni a studiare non l’11 settembre, ma il 12, 13 e così via. Lo scatenarsi di una psiche primordiale nell’uomo comune di quello che si crede un mondo civilizzato. A New York cominciarono a circolare le tipiche “voci”, che prendono vita spontaneamente nelle situazioni di allarme e di pericolo collettivo: un ritorno involontario alla civiltà orale, studiato da Marc Bloch nella Prima Guerra Mondiale. Alle voci, infatti, si crede più che alle notizie ufficiali. E in guerra, ogni notizia è sottoposta alla censura militare. I bollettini dell’esercito dicono che tutto va bene, mentre intorno si muore. Durante il 1914-18, nell’esercito francese nacque spontaneamente un proverbio: “Tutte le notizie possono essere vere, tranne quelle dei comunicati ufficiali”.  Va notata una cosa, poco nota a chi non ha esperienza psichiatrica: le allucinazioni dei malati mentali gravi non sono quasi mai visive: giungono in forma di voci. Questo termine, quindi, è molto efficace, perché stabilisce un collegamento diretto tra il delirio del caso clinico psichiatrico e quello della società che perde il controllo.

La casa in cui abitavo era fuori da Manhattan, in una zona verde. Vicino a noi stava un grande lago artificiale che costituiva una delle principali fonti d’acqua per la città. Le “voci” sussurrarono che i terroristi vi avrebbero gettato un potente veleno. Dopo poco, il racconto cambiò: i malvagi non avrebbero utilizzato veleno, ma l’LSD, così avrebbe fatto impazzire la maggiore città americana. Questa idea era non solo più credibile – dal momento che mancavano casi di avvelenamento – ma anche più in sintonia con l’inconscio collettivo. Anche questa voce non era materialmente vera: non successe nulla, l’unica novità furono i guadagni fatti dai venditori di acqua minerale. Ma, in modo inconsapevole, finiva col risultare vera sul piano simbolico: gli abitanti di New York sembravano vivere fra le allucinazioni, anche se non avevano ingerito LSD.

L’11 settembre fu l’unico attacco subito dagli Stati Uniti sul loro territorio durante la loro storia. Nessuna aggressione terrorista di gravità paragonabile avvenne dopo: ma, come conseguenza, gli Stati Uniti andarono a far guerra in due paesi lontani, Afghanistan e Iraq. L’opinione pubblica e i politici approvarono la mossa di Bush, il quale – proprio come si legge nelle descrizioni psichiatriche della paranoia – dichiarò che la compiva per eliminare un arsenale di “armi di distruzione di massa” accumulato da Saddam: e rivelatosi inesistente, quando gli invasori americani lo cercarono. Dopo quasi due decenni gli USA, che possiedono metà delle forze militari del mondo, non le hanno ancora davvero vinte: sono le guerre più lunghe della loro storia.
Questa constatazione ci porta già al cuore del problema: se si manifesta non sul piano individuale e clinico, ma nella mentalità collettiva, la paranoia si diffonde per infezione psichica e fa perdere il senso delle proporzioni. La comunicazione orale peggiora le cose, perché la sua estrema variabilità semina il panico. Oggi il suo strumento di amplificazione sono i cosiddetti social, affidati ad ogni individuo ed usati soprattutto per scaricare emozioni di cui il soggetto ha perso il controllo, anche quando pretende di comunicare qualcosa di obbiettivo.

In questo periodo il mondo non fronteggia un potere terrorista distruttivo, ma un virus: dunque un avversario che, all’opposto delle organizzazioni terroriste, non è guidato da un capo e non ha un consapevole scopo. È troppo presto per sapere se si tratta di una epidemia o di una pandemia. Il covid-19 è un virus è di tipo nuovo, solo recentissimamente è passato dagli animali all’uomo.
Nel 2018 un gruppo di esperti coniò il termine Disease X (malattia X) per una pandemia che, in un futuro imprecisato, sarebbe passata dagli animali all’uomo, diffondendosi rapidamente nel mondo sia per la mancanza di difese negli umani, sia per i contatti che legano ormai tutti i paesi attraverso la globalizzazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità comunicò la notizia al mondo: ma non sembra che gli stati abbiano stanziato grandi cifre per prevenire il male. Peter Daszak, uno degli esperti a cui dobbiamo il termine Desease X, ha ora (28 febbraio 2020) confermato sulla prima pagina del New York Times che il covid-19 è la malattia preannunciata 2 anni fa. Per il momento non solo non esistono vaccini, ma nessuno, in nessuna popolazione, possiede contro di essa le difese che ci riparano dalle malattie più “normali”. Le informazioni di cui disponiamo sul virus fanno pensare che si tratti di qualcosa che ha analogie con la influenza: è più seria di questa, ma non è una malattia ad alta mortalità, come le antiche epidemie o l’Ebola di recente. Ci sono invece sorprendenti analogie con la peste nera che uccise buona parte della popolazione europea nel 1300. Anche allora la malattia veniva da oriente attraverso la Via della Seta: dopo l’isolamento del Medio Evo, si stava velocemente avviando una prima globalizzazione dei commerci. Giunse in Europa in groppa ai topi, a loro volta trasportati con la merce nelle navi: oggi il contagio arriva dai loro parenti alati, i pipistrelli.
Le previsioni sono ben difficili, perché troppe sono le variabili in gioco. Sarebbe come azzardare che tempo farà, diciamo, il 22 ottobre dell’anno prossimo: anche il metereologo più esperto non ci proverebbe. 

Sulla infezione bacillare, dunque, dobbiamo sospendere il giudizio. Ma oltre a quella fronteggiamo due problemi psicologici non piccoli.
Il primo, di non facile contenimento, riguarda appunto la paranoia. In teoria i politici e i mezzi di comunicazione potrebbero fornire una informazione contenitiva, corrispondente a una psicoterapia di massa. In pratica possono spesso peggiorare la situazione. Durante il fine settimana scorso il premier Conte ha tenuto una lunga conferenza stampa. A un’ora di domande dei giornalisti sugli interventi in corso rispondeva sempre che il governo aveva preso provvedimenti adeguati. Lo spettatore veniva quindi indotto a immaginarsi due le possibilità: che non conoscesse i provvedimenti del suo stesso governo; o che temesse di elencarli, magari perché avrebbe dato l’impressione di una situazione gravissima? Purtroppo gli studi sulla paranoia ci informano che l’alludere senza dire – non offrendo certezze ma rinforzando il sospetto - è proprio il modo migliore per nutrirla. In questo modo il primo ministro ha rinforzato nell’ascoltatore la sensazione che ciò che lo preoccupava era soprattutto difendersi da accuse di inadeguatezza, che nessuno gli aveva rivolto. Una valida collaborazione gli è stata offerta da Fontana, governatore della Lombardia, residenza della maggioranza di casi accertati, il quale ha ripetuto che la popolazione collabora ammirevolmente: come se suo compito fosse fugare dubbi non sulla sanità, ma sulla possibilità che i cittadini si opponessero agli interventi sanitari. Ugualmente de-costruttiva la giornalista Annunziata: che a raffica non avanzava una domanda, ma almeno tre insieme, rivelando che la gestione dell’ansia era un problema, prima che per la popolazione, per lei stessa. Una combinazione che ha garantito allo spettatore una anoressia di risposte, ma obese crescite del panico. Come la paranoia, l’ansia è psicologicamente molto infettiva. Piazzare davanti alle telecamere chi non riesce a trattenerla è un rischio sociale.

Anche i soldati della Prima Guerra Mondiale erano scagliati insieme nella stessa trincea da un caso beffardo. Per rassicurarsi a vicenda, inventavano forme di saggezza popolare come il proverbio dell’esercito francese. Oggi, i milioni di italiani gettati casualmente dalla minacciosa epidemia in una comunanza virtuale di schermi finiranno purtroppo per uscire dal notiziario scuotendo la testa: “Tutto potrebbe essere vero, tranne quello che dicono i comunicati e i telegiornali”. Solo col protrarsi nel tempo, a parità di penetrazione del virus, la follia generale ora acuta dovrebbe recedere verso forme più moderate. 

La massa reagisce con la psicologia della massa. Ma sarebbe più esatto dire: della folla. Cioè di una massa che si trova ad essere investita contemporaneamente da un unico problema per circostanze casuali: la massa si ritrova tutta in piazza perché segue l’annuncio di un comizio, la folla, invece, è quella che vi accorre inaspettatamente perché ha sentito una esplosione. Ora, si ricorda, quello del virus non è un arrivo programmato: si è trattato di una esplosione inattesa. Ma a dirlo sono proprio i mezzi di comunicazione o i politici a cui sarebbe spettato prendere sul serio l’allarme dato dalla OMS, avvertire la popolazione e investire in una prevenzione senza precedenti. Purtroppo, l’attenzione sia dei primi che dei secondi è sempre più indirizzata ai tempi brevi: al massimo, alle prossime elezioni. L’avversario – la pandemia – lavora invece sui tempi lunghi. Basta essere andati a scuola e aver studiato I promessi sposi per ricordarsi che quella del 1630, descritta da Manzoni, era una delle periodiche riapparizioni della peste in quei secoli. Purtroppo oggi il nostro orizzonte temporale si è gravemente ridotto: non solo non si pensa in termini di secoli, ma la idolatria dei temi effimeri può – indirettamente, tuttavia potentemente – contribuire a farci assegnare gli avvertimenti dell’OMS a uno stantio passato manzoniano. Ci ritroviamo all’improvviso tutti insieme nella piazza virtuale, offerta dallo schermo televisivo o del computer. Di fronte ad esso siamo una folla acefala, che proprio per questo meriterebbe di trovare una guida nelle autorità e nei mezzi di comunicazione.

La seconda difficoltà psicologica collettiva deriva proprio dall’accorciarsi degli orizzonti temporali. Dovremmo accettare che non abbiamo al momento sufficienti informazioni bio-mediche. In realtà questo è sempre avvenuto nel corso del progresso scientifico. Di nuovo c’è il fatto che raramente ciò riguardava il rischio di pandemie; e che siamo abituati alla comunicazione istantanea, soprattutto attraverso internet e i social. Per significativa coincidenza con il nuovo virus, ci siamo anche abituati a definire “virale” (traduzione dell’americano viral) una diffusione molto rapida, per contagio psichico, di certi messaggi lungo la rete. Chi usa questa espressione, però, sottintende che simili narrazioni possono essere sia cattive sia buone: mentre un virus è solo negativo. Stiamo comunque ancora parlando di comunicazione generalizzata, non di informazione scientifica. Questa non può essere istantanea: avrà bisogno dei suoi tempi, come sempre. Eppure, proprio negli ultimi anni stiamo perdendo conoscenza di una verità elementare: il lavoro degli scienziati ha bisogno di tempo, per la cura e per la prevenzione: proprio per questo l’OMS si era mossa già nel 2018. Però, quasi fino a ieri non eravamo così “tossicodipendenti dall’immediato” (soprattutto dal controllo continuo dello smartphone). Senza andare al secolo scorso, ancora ai tempi della SARS (2003) simili “tossicodipendenti” erano infinitamente di meno: lo iphone è entrato in commercio solo nel 2007. Oggi tutti possiedono uno smartphone, quindi la percentuale di popolazione che soffre di “astinenza da notizie immediate” corrisponde alla maggioranza. Quando la maggior parte di una società è in una crisi di acuta astinenza, essa soffre di un serio disturbo psichico collettivo. Gli storici possono ricordarci che nel 1800 l’Inghilterra sottomise l’immensa Cina perché controllava non gli oceani, ma il commercio dell’oppio: da cui buona parte del ceto medio cinese era dipendente.

 La nostra mente non è più abituata ad aspettare e tantomeno a pensare con pazienza. Eppure anche i nostri pensieri difficilmente sono istantanei: quelli veri giungono solo dopo qualche attimo, solo dopo averli “chiamati”. La mente che interviene in modo istantaneo, dunque, si disabitua a pensare articolatamente. Lungo questo percorso, la psiche si sta anche dissociando dal nostro corpo: che dovrebbe formare con esso un’unità, proprio come lo era negli animali o negli uomini storici, forse in via di sparizione. In questa divaricazione, l’impazienza si associa a vistose patologie. Fino a ieri, cucinare richiedeva attenzione e tempo, ma dava risultati gustosi aiutandoci a mantenere la salute e la linea. Oggi si consumano cibi pronti: una conseguenza è l’esplosione incontrollata di obesità e diabete. Gli esperti discutono il perché i quozienti di intelligenza, che nel 1900 continuavano a salire, negli ultimi due decenni tendono a diminuire. Si tratta della nuova malattia del mondo, quella che è stata chiamata “rovesciamento del Flynn Effect” (Flynn è lo studioso a cui dobbiamo la scoperta che nel secolo scorso i quozienti lentamente salivano)? Potrebbe, comunque, corrispondere al periodo in cui abbiamo cominciato a usare lo smartphone: o meglio, non tanto a usarlo, quanto a lasciare che “lui”, prima delle nostre decisioni coscienti, scandisse il ritmo della giornata e della nostra mente.