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mercoledì 4 marzo 2026

Le 10 notizie più importanti (e verificate) contenute negli Epstein Files - Enrica Perucchietti

Gli Epstein Files non sono una semplice raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori, ma un archivio che attraversa una ragnatela complessa di relazioni tra finanza, politica, e intelligence. Milioni di documenti restituiscono il profilo di Jeffrey Epstein non come figura isolata, ma come facilitatore e nodo di connessione di un ecosistema di potere globale. Per oltre trent’anni, questa rete ha operato grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e, soprattutto, il rilascio del 30 gennaio 2026 hanno prodotto effetti concreti, travolgendo figure ritenute intoccabili e mostrando come il sistema sacrifichi alcune pedine per preservare la propria struttura. Molto è stato detto, scritto e speculato sul materiale emerso: quelle che seguono sono le dieci notizie più rilevanti e verificate, che emergono dal corpus documentale e che si trovano ampiamente analizzate in Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali.

 

1. La presenza di contenuti violenti

Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha ammesso ufficialmente di aver escluso dai documenti pubblicati immagini e video che mostrano morte, violenze, abusi sessuali sui bambini e pornografia. Nella stessa occasione ha riconosciuto di detenere ancora oltre due milioni di file “in fase di revisione”.

L’ammissione implica l’esistenza di materiale ben più compromettente rispetto a quello reso pubblico. Tra i documenti pubblicati figurano e-mail che attestano lo scambio di video di torture tra Epstein e l’imprenditore emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, che si è dimesso dai vertici di DP World dopo le polemiche. Il rilascio appare dunque parziale e fortemente selettivo.

 

2. I documenti FBI citano l’ipotesi di legami con l’intelligence israeliana

Un memorandum dell’FBI (FD-1023) riporta la testimonianza di una fonte confidenziale secondo cui Epstein avrebbe operato per l’intelligence israeliana, il Mossad. Non si tratta di una prova giudiziaria, ma l’informazione è agli atti. I files mostrano, inoltre, rapporti stretti e duraturi con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak e con Yehoshua “Yoni” Koren, alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana (AMAN) e suo collaboratore diretto, che ha soggiornato per settimane nell’appartamento di Epstein a Manhattan, in almeno tre occasioni tra il 2013 e la fine del 2015.

 

3. Donazioni e flussi finanziari verso nodi centrali dell’ecosistema israeliano

La documentazione fiscale contenuta negli Epstein Files mostra donazioni e trasferimenti economici verso fondazioni e soggetti collegati all’ecosistema istituzionale israeliano. Epstein avrebbe finanziato sia il gruppo Friends of Israel Defense Forces (FIDF) sia il Jewish National Fund (JNF), coinvolto nella gestione dei terreni e nella costruzione di insediamenti, inclusi quelli in Cisgiordania.

 

4. I legami con l’alta finanza globale

Gli Epstein Files ricostruiscono una rete di rapporti con il mondo della grande finanza internazionale. Tra i contatti figurano esponenti di famiglie storiche e dirigenti apicali di importanti istituzioni bancarie, in particolare il gruppo Rotschild. In una mail del 28 febbraio 2026, Epstein scriveva a Peter Thiel vantandosi di essere l’intermediario della famiglia Rothschild: «Come probabilmente sai, rappresento i Rothschild». Un documento del 5 ottobre 2015 indica che la sua società offshore, la Southern Trust Company Inc., aveva siglato un accordo da 25 milioni di dollari con il gruppo Rothschild per servizi di analisi del rischio e algoritmi finanziari. Significativo è anche il caso di Kathy Ruemmler, responsabile legale di Goldman Sachs ed ex consigliera della Casa Bianca, che si è dimessa dopo la pubblicazione delle e-mail che evidenziavano uno stretto rapporto con Epstein, da lei descritto come una figura di riferimento personale.

 

5. Le connessioni con il World Economic Forum

Sono documentati i rapporti di Epstein con figure legate al World Economic Forum, tra cui il CEO Børge Brende e l’intermediario Olivier Colom, di cui sono agli atti mail disturbanti in cui si paragonano le donne a “gamberetti”. Le carte indicano che Brende ha partecipato ad almeno tre cene di lavoro con Epstein tra il 2018 e il 2019 e che vi sono stati numerosi scambi di e-mail, foto e messaggi SMS tra i due. In un’e-mail del 16 settembre 2018, Epstein avanzava delle proposte sul futuro del World Economic Forum (WEF): «Davos può davvero sostituire l’ONU».

 

6. I progetti con Steve Bannon per finanziare la destra sovranista europea

Dai documenti emerge il tentativo di Epstein di collaborare con Steve Bannon per sostenere finanziariamente movimenti e partiti della destra sovranista europea, soprattutto tra il 2018 e il 2019, nel periodo in cui l’ex stratega di Donald Trump cercava risorse, contatti e sponde per iniziative politiche in Europa. I files mostrano discussioni, ipotesi operative e canali di finanziamento transnazionali, anche se molti progetti non si sono concretizzati. Bannon chiese aiuto, nel 2018, per contatti in Europa: «Conosci qualcuno in Europa che voglia controllare il Parlamento europeo e con esso l’UE?», mentre il 5 marzo 2019 scrisse di essere «concentrato sulla raccolta di fondi per Le Pen e Salvini, in modo che possano effettivamente presentare liste complete».

 

7. Epstein come facilitatore di relazioni diplomatiche multilaterali

Gli Epstein Files delineano un quadro di relazioni e mediazioni internazionali che coinvolgono figure come l’ambasciatrice norvegese Mona Juul e l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland. Epstein, modificò il testamento due giorni prima della morte, destinando 10 milioni di dollari  ai due figli di Juul. A questo si aggiungono legami finanziari opachi, soprattutto tramite il marito Terje Rød-Larsen (ex alto funzionario ONU, dimessosi nel 2020 proprio per legami con Epstein), che in passato ammise prestiti e donazioni da Epstein al suo International Peace Institute.

 

8. I tentativi documentati, ma falliti, di incontrare Putin

Le e-mail private di Epstein, soprattutto tra il 2010 e il 2018, rivelano una sequenza ripetuta di tentativi falliti di avvicinamento al Cremlino. Il finanziere appare ossessionato dall’idea di incontrare Vladimir Putin, percepito come un interlocutore strategico su investimenti, economia e potere globale. Un ruolo centrale in questi tentativi è attribuito all’ex primo ministro norvegese Thorbjørn Jagland, all’epoca figura influente nei circuiti diplomatici europei. I tentativi non hanno avuto successo, ma la loro esistenza è indicativa dell’ambizione geopolitica del network in cui Epstein si muoveva.

 

9. I contatti con Gates e JP Morgan sui progetti di “previsione” delle pandemie

Tra il 2015 e il 2017, anni che precedono l’esplosione della crisi da Covid-19, compaiono scambi di mail che chiamano in causa Bill Gates e ambienti riconducibili a Epstein e a JPMorgan Chase, in un perimetro di discussione che ruota attorno alla “preparazione alle pandemie”, alle simulazioni di ceppi patogeni e alla costruzione di infrastrutture – anche finanziarie e tecnologiche – per la gestione delle emergenze sanitarie. I documenti mostrano come, ben prima del 2020, una parte dell’élite economica stesse ragionando su scenari pandemici anche in termini di “opportunità” di intervento, investimento e governance.

 

10. Il finanziamento di progetti di clonazione umana ed editing genetico

Infine, gli Epstein Files documentano il sostegno economico di Epstein a progetti di ricerca avanzata nel campo della clonazione umana e dell’editing genetico. A partire dai primi anni 2000, in diverse occasioni, il finanziere di Brooklyn confidò a scienziati e uomini d’affari le sue ambizioni di utilizzare il suo Zorro Ranch, nel Nuovo Messico, come laboratorio in cui alcune donne selezionate sarebbero state inseminate con il suo sperma e avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. Documenti pubblicati rivelano che Epstein stava finanziando un progetto di Bryan Bishop volto a progettare «la nascita di un bambino umano su misura, e possibilmente di un clone umano, entro 5 anni». Epstein appare coinvolto personalmente anche nella sperimentazione di tecniche di editing genetico, tramite il cosiddetto “Venus Project”, del dottor Joseph Thakuria, all’epoca medico e ricercatore affiliato al Massachusetts General Hospital (MGH) e collaboratore del Personal Genome Project della Harvard Medical School.

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giovedì 13 marzo 2025

La ‘sedo-analgesia’ con cui ci tengono in ostaggio - Angela Fais

Dalla pandemia al riarmo europeo. Come il sistema neo-liberale riesce ad anestetizzare le masse?


Davanti al piano di riarmo da 800miliardi di euro c’è chi definendolo “solo un primo passo”, rilancia e chiede “l’esercito europeo”. D’altronde “la pace è forza” gli fa eco, pronta, la Von Der Leyen. Così attraverso un teatrino di rilanci compulsivi si arriva nel giro di poche ore alla proposta del Ministero dell’economia di un piano di mobilitazione il cui scopo è coinvolgere l'industria privata, sfruttando le garanzie pubbliche (leggi: soldi dei cittadini dal momento che non ci saranno sovvenzioni dell’ Europa). Già Mussolini: “ Il nostro piano economico è dominato da una premessa: la ineluttabilità della guerra”. Un brutto déjà vu? Proprio così. Tra gli anni ’20 e il ’33 Krupp imposta di sua iniziativa il riarmo della Germania, e insieme a Thyssen (Thyssen & Krupp vi dice qualcosa?) e molti altri industriali decidono di finanziare la prima “milizia totalitaria” e la campagna elettorale dei nazisti. In Italia gli industriali e gli agrari della Valle Padana finanziano i Fasci di combattimento e Mussolini dichiara che lo Stato è incapace di gestire i publici servizi. Così industriali e banchieri ‘sponsorizzano’ la guerra: “20 milioni li dà l’Associazione Bancaria, 15 il gruppo massone di Cesare Goldmann, altri la Confindustria e i signori della carta, della gomma, dell’elettricità”, come racconta Giorgio Bocca in uno dei suoi primi libri. 


Il sospetto che l’Europa sia in mano a un manipolo di psicopatici, guerrafondai senza scrupoli acquista sempre maggiore concretezza. Eppure nè a seguito di questo sospetto né a seguito del dejavu, né di fronte alle ripetute violazioni dello Stato di diritto e agli strappi alla Carta Costituzionale segue mai un’ autentica contestazione. Al massimo si levano singole voci, più o meno autorevoli cui non fa mai seguito una forma di protesta strutturata e condivisa che arriva a infiammare la comunità. Oggi “partono tutti incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri”, per cui al massimo si condivide un post sui social. Questo il gesto rivoluzionario più estremo: “L’ho postato su X”. Viviamo un’atmosfera ovattata in cui ciò che accade pare non ci riguardi mai da vicino. Neppure quando le restrizioni delle libertà sono state drammaticamente limitanti, come è occorso durante la pandemia. Un’anestesia generalizzata ci tiene in ostaggio. Non una narcosi vera e propria ma quel genere di anestesia che in chirurgia viene denominata ‘sedo-analgesia’, per cui si versa in uno stato soporoso in cui si è coscienti ma non del tutto, in cui non si connettono più i fatti e le loro concause; determinando così la accettazione incondizionata di tutto ciò che accade. Trionfo del torpore e glorificazione dell’ottundimento. A riprova di ciò il forte incremento di analgesici oppioidi e l’allarme degli esperti preoccupati dall’abuso e dal misuso che  determina una vera e propria dipendenza psicologica. Si riscontra infatti una consistente percentuale di consumo anche in assenza di prescrizione medica grazie alla loro semplice reperibilità.


Molto interessante è considerare l’inquietudine che sopravvive alla anestesia e le modalità in cui questa viene lavorata dal sistema, anche presso il cosiddetto “ mondo del dissenso” che la inscrive e la incornicia, neutralizzandola, attraverso tutta una serie di concetti che di fatto altro non fanno che depotenziarla. 
Soggiogati dalla psicologia positiva, sembra si debba rispondere all’imperativo categorico del benessere a tutti i costi. Si pensi ad esempio che gli psichiatri americani che hanno curato il DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) nella sua quinta edizione, hanno inserito il lutto in una precisa categoria diagnostica, qualora persistano ancora “sintomi” dopo 12 mesi. Il ‘disturbo da lutto persistente e prolungato’  è descritto come l’incapacità di superare il dolore per la morte della persona cara, sofferenza accompagnata da pensieri fissi e ricordi della persona morta avuti quasi ogni giorno dal momento della sua morte. Una condizione universale che riguarda tutti gli esseri umani da che mondo è mondo, viene medicalizzata e patologizzata come ostativa al funzionamento sociale del soggetto.


Oggi assistiamo infatti alla psicologizzazione di ogni forma di analisi: tutto viene interpretato come caratteristica del sentire individuale, come ‘crescita personale’. Se il lavoro è fonte di sofferenza non si fa un’analisi politica, al massimo si fa un pò di Mindfulness, si lavora su sé stessi. Mettendo così a punto e affinando di continuo nuove tecniche di adattamento. Ed ecco che qui entra in gioco un concetto cardine: quello di ‘resilienza’. Mutuato dalla fisica dei materiali, il concetto di resilienza implica una reificazione dell’esistenza. Già di per sé questa analogia con materiali inorganici è rivelatrice della reificazione che ‘gli eroici animi dei resilienti’ subiscono. C’è un’ambiguità di fondo nel concetto di resilienza: assorbire lo shock, adattarsi e infine accettare. Accettare le determinazioni politiche.

L’adattamento è un valore neoliberale. Le vite individuali devono adattarsi e così essere normate, normalizzate. Secondo la definizione di un teorico ordo-liberale governare oggi è una “tecnica di influenzamento, di conduzione come sistema dolce di ricompense e punizioni”. Si governa attraverso la libertà: il governato è condotto a far qualcosa, non è costretto. Nella Governamentalità neoliberale manca la dimensione coercitiva del potere; anzi fare in modo che ci sia la libertà è lo strumento per mezzo del quale si impegnano i comportamenti, il mezzo attraverso il quale vengono disciplinati gli individui. Il potere per funzionare nel neoliberismo ha bisogno di creare alcune libertà presso coloro sui quali si esercita, diversamente sarebbe solo violenza. Ecco a quale idea di potere è funzionale il concetto di ‘Resilienza’, che si rivela il grande anestetico prescritto dal sistema neoliberista, che di dispositivo in dispositivo piega la protesta e dalla piazza la porta in consulenza dal coach.


Stabilito che il potere non è una cosa ma si trasferisce come un meccanismo, Foucault  parla di ‘diffusività del potere’ che si snoda in una catena infinita di rapporti, suscitando una serie di dispositivi molto diversi tra loro che rendono maggiormente invasivo il suo esercizio. Per intenderci il Green pass era un dispositivo. 

In quest’ottica sia la psicologia positiva, sia il coaching, ma anche i vari guru e facilitatori che colorano la caleidoscopica galassia della new age, abbracciando gli alberi mentre fanno ‘lievitare le coscienze’, possono essere equiparati a dispositivi neoliberali che disinnescano e spengono ogni fermento di protesta sociale, riconducendo tutto alla dimensione individuale. Si sottrae così la protesta alla socialità, la si porta lontano dalle piazze. Si ortopedizzano protesta e malcontento che vengono declinati unicamente nella dimensione angusta dell’ego. Grazie anche alle “buone pratiche ” che ormai debordano la dimensione psicologico-esistenziale per diventare diktat anche a livello sociale e politico, vedi gli inviti a stili di vita sostenibili generati dal capitalismo woke. 


Si colga l’importante cambio di paradigma per cui “il potere non è più trionfante ma sospettoso e modesto se confrontato ai rituali maestosi della Sovranità”, scriveva Foucault. I dominati non sanno più di esserlo perché “il potere non incatena più le forze ma cerca di piegarle”. Finchè può cerca di piegarle. Sinora il neoliberismo infatti ha agito in una dimensione seduttiva e ha articolato il potere tramite una serie di dispositivi ben congegnati. Però se in una Europa ormai al collasso, le masse portate al culmine dall' esasperazione e dall’ inflazione, da povertà e guerre, torneranno a protestare e a riempire le piazze, allora cosa farà? A giudicare dai fatti in Romania e dalle manifestazioni pro-Palestina represse con estrema violenza dalla polizia in Germania, aspettiamoci l’annientamento brutale e violento tipico di ogni regime totalitario. E’ proprio lì infatti che il neoliberismo mostra il suo volto più autentico, per cui è lecito chiedersi se non sia forse proprio in vista di un duro scopo repressivo che oggi si pensa alla creazione di un esercito europeo.

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lunedì 26 agosto 2024

Dissociazione cognitiva di massa - Tiziano Tanari

 

Ci nascondono la verità, sempre


Il nostro tempo è caratterizzato da una complessità mai vissuta prima nella storia dell’umanità. Il mondo, e le sue infinite realtà, ci pervadono ogni giorno attraverso media e Internet, un flusso ininterrotto di notizie che ci coinvolgono direttamente o indirettamente e che devono, almeno in buona parte, essere decodificate e recepite nel modo più veritiero; solo questo ci può permettere di sviluppare una visione delle cose lucida e consapevole. E qui inizia il problema, forse il problema più grande; ormai è un dato di fatto incontestabile: l’informazione istituzionale, a tutti i livelli, è totalmente manipolata e funzionale ai poteri dominanti che, oggi più che mai, hanno una natura sovranazionale e obiettivi che nulla hanno a che vedere con l’interesse e la tutela dei Popoli. Stiamo, inoltre, assistendo a un incredibile e sfrontato aumento del livello di censura, soprattutto nei social e nei canali internet in genere, essendo questi ultimi l’unica alternativa alla squalificata e squalificante informazione mainstream.

Sorprende vedere come la massa accetti tutto questo senza nessun tipo di reazione né di sentita indignazione e in questo possiamo iniziare a intravedere  quello che in molti ritengono la grande anomalia del nostro tempo: la strana, irrazionale e limitante apatia con conseguente calo cognitivo delle popolazioni; in particolare intendiamo focalizzarci su quelle occidentali, europee e soprattutto nazionali che paiono particolarmente attenzionate in quanto rappresentano forse l’ultimo baluardo culturale da superare per raggiungere il potere assoluto. Poteri finanziari e multinazionali hanno ridotto il mondo come il loro giardino di casa; pongono e predispongono le loro trame costantemente ma lo devono e lo possono fare solo con il consenso delle masse perché noi siamo in tanti e loro sono pochi, molto pochi. Da qui la loro strategia si basa su alcuni punti fondamentali: depotenziare le capacità cognitive delle persone, condizionare la loro mente con informazioni e metodi comunicativi manipolatori e fuorvianti funzionali all’accettazione inconscia dei loro piani e, in ultimo, di un costante e multilaterale tentativo, sottile ma fortemente invasivo, di dividerci, di impedire le formazioni di comunità che si possano organizzare e imporsi come ostacolo ai loro progetti di dominio.

Il punto di svolta è rappresentato dall’avvio della pandemia; dal suo apparire in poi, abbiamo visto questi fenomeni crescere in modo esponenziale: tutti i media a sostenere maniacalmente le teorie sulla natura dell’epidemia, della sua evoluzione (vedi varianti) e, soprattutto, sull’imposizione dei cosiddetti vaccini, tappa fondamentale di arrivo del progetto pandemico, perchè di un progetto pianificato si è trattato.

Analizziamo il processo folle e palesemente irrazionale di quel periodo: un coronavirus, peraltro avevamo già trattato lo stesso genere di virus nel 2003, viene pubblicizzato come un virus sconosciuto di cui non si hanno cure; con il terrore che ci infondono, ci costringono ad assurdi lockdown; non ci curano !!!!!! Non si è mai visto, nella storia della medicina, che persone malate non vengono curate premeditatamente. Questo ovviamente causa una serie infinita di morti e sofferenze inaudite a persone che arrivavano all’ospedale in condizioni critiche perchè non curate, in quanto “tachipirina e vigile attesa” non si può considerare certo una cura.

Iniziano a comparire le prime testimonianze di medici e specialisti coraggiosi che, andando oltre le regole, seguivano i loro pazienti e li curavano; ebbene, invece di ascoltare le loro esperienze e farne tesoro, venivano invitati nei talk show per essere ridicolizzati e trattati come ciarlatani. Pazzesco! I Premi Nobel venivano oscurati, privati di qualsiasi apparizione pubblica e continuamente delegittimati da altri medici, servi del sistema, e liquidati come vecchi “rincoglioniti”; queste erano le basi che hanno impedito un reale e costruttivo confronto scientifico. Non possiamo esimerci, inoltre, dal sottolineare la violenza e l’acredine con cui hanno scatenato una guerra ai cosiddetti no-vax; e qui iniziamo a vedere come la tecnica del divide et impera viene attuata in tutta la sua più smaccata evidenza. Ultima tappa di questo calvario sociale si è attuata con l’imposizione (di fatto) vaccinale e con il coronamento finale dell’istituzione del green pass, strumento con il quale hanno commesso i più grandi crimini contro i diritti costituzionali dei cittadini, anche se, quasi sin dall’inizio, ne avevano verificato non solo l’inutilità, ma addirittura la sua propensione ad aumentare la possibilità di contagio.

A questo punto, possiamo fare una prima riflessione: senza bisogno di essere degli esperti scienziati, ma solo con un po’ di informazione alternativa e un minimo di buonsenso, come potevamo non accorgerci tutti della criminale malafede e inaffidabilità del sistema e delle sue istituzioni? Eppure, oggi, per l’ignavia di milioni di italiani, si parla di nuovo di programmi di vaccinazione. In Europa addirittura sta per essere varata la nuova tessera vaccinale europea in simbiosi con l’OMS che ha perfino tentato di far passare una legge che le dava potere decisionale assoluto su tutte le nazioni in caso di nuove pandemie; OMS, peraltro, ben rappresentato dal suo presidente (si invita il lettore a documentarsi sulla sua biografia).

Passiamo ora al successivo evento di importanza planetaria: la guerra in Ucraina. Anche qui assistiamo all’imposizione di un nuovo pensiero unico basato su una grottescamente falsa narrazione funzionale alla criminale propaganda atlantista tesa a coprire i veri responsabili delle cause che hanno portato all’attuale e più che preoccupante evento bellico. La tecnica è sempre quella: censurare i canali di informazione non allineati, criminalizzare chi ha visioni diverse dal pensiero unico dominante, falsificare la natura degli eventi e delle motivazioni politiche russe. Con messaggi semplici e slogan immediati tipo “c’è un invasore e un invaso” (sarebbe più giusto definirlo invasato), si comincia a manipolare le menti dei meno informati. E qui vediamo l’inaccettabile posizione della stragrande maggioranza dei cittadini italiani indifferenti e incapaci di rendersi conto dei terribili rischi che corriamo permettendo questa criminale politica occidentale, espressione dei veri aggressori (l’invasione dei territori russi intorno a Kursk ne sono una palese testimonianza).

Mi preme citare, tra gli eventi di importanza planetaria, il Genocidio di Gaza, una vera e propria manifestazione del male assoluto dove violenza, crudeltà, cinismo, razzismo e alienazione mentale hanno toccato vertici impossibili da superare; anche qui, è necessario sottolineare la reazione quasi indifferente del mondo a queste inaccettabili atrocità. La propaganda sionista si manifesta con una contraddizione di fondo palese quanto inaccettabile: vittime dell’Olocausto, oggi, stanno perpetrando lo stesso identico crimine ma, nella narrazione mediatica, riescono a confondere gran parte delle menti dell’opinione pubblica facendosi passare da colpevoli criminali a vittime.

E’di questi giorni la propaganda in corso alle elezioni per la presidenza degli Stati Uniti; vedere masse intere adoranti di personaggi ambigui e altri palesemente squalificati con evidenti deficit cognitivi fanno mettere in dubbio anche una minima capacità di raziocinio di queste persone.

Il fenomeno incredibile è: come può la mente di tante persone non prendere atto della verità dei fatti, ma soprattutto come può aver raggiunto un livello di disumanizzazione tale da non inorridire e indignarsi davanti a tanta ingiustizia e tanta sofferenza? Indifferenza, apatia, egoismo, superficialità, amoralità, utilitarismo, irrazionalità sembrano le caratteristiche fondanti che delineano la personalità dell’uomo del terzo millennio.

Questi eventi sono sufficienti per comprendere gli effetti devastanti di poteri globali atlantisti e guerrafondai che hanno il palese scopo di sottomettere i propri popoli perseguendo ostinatamente un controllo unipolare del mondo. Gli strumenti che hanno a disposizione sono potentissimi e fortemente invasivi e hanno come fine ultimo l’alienazione delle masse. I risultati sono evidenti a tutti gli osservatori più attenti: stiamo assistendo ad una atomizzazione della società dove vengono sistematicamente disgregati tutti i principali punti di riferimento, etici, sociali e politici, che sono il fondamento di una comunità sociale civile e cooperativa.

Un globalismo unilaterale, plasmato da poteri finanziari sovranazionali che utilizzano il braccio armato statunitense e il dogma della competizione neoliberale, sta azzerando il potere sovrano degli stati, eliminando qualsiasi valore che non sia funzionale al libero-scambismo dei Mercati, e dissolvendo qualsiasi principio etico e perfino religioso. Tutto questo provoca un fenomeno antropologico che toglie alla mente delle persone la capacità di un pensiero critico autonomo, toglie il libero arbitrio, toglie l’anima.

In che modo possiamo reagire a questo processo involutivo? Solo in un modo: prendere atto del problema e cominciare a ricostruire le nostre relazioni, a tessere di nuovo i legami sociali e comunitari che superino le divisioni, le tifoserie politiche, le barriere religiose, gli interessi di parte e cominciare a dialogare. Dobbiamo finalmente diventare una grande immensa comunità planetaria immune dal delirio di onnipotenza di alcuni pazzi paranoici; un mondo infinitamente migliore è possibile, ma: o ci salviamo tutti o non si salva nessuno.

L’Umanità si trova oggi nel momento più difficile della sua esistenza, si trova a un bivio decisivo: trovare una dimensione etica che dia valore alla persona in quanto tale, quindi al ripristino di quei valori universali e spirituali imprescindibili per una vita di senso, o precipitare in un vortice senza controllo del nichilismo materialista che raggiungerà la sua apoteosi attraverso lo scientismo, il capitalismo del controllo e il sempre più debordante transumanesimo. A noi sta la scelta.

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lunedì 29 luglio 2024

I nuovi Potlach: il vicolo cieco dell’Occidente

 

L’Occidente a guida americana ha un interesse, inconfessabile ma imperativo, a creare in modo crescente ferite sistemiche, in modo che le forze produttive siano chiamate a lavorare a pieno ritmo e i margini di profitto si vitalizzino.

La parabola dell’Occidente e i nuovi Potlatch

Nel quadro politico internazionale che caratterizza questa fase storica c’è un fattore che trovo estremamente preoccupante. Si tratta della combinazione, nel mondo Occidentale, di un fattore strutturale e un fattore culturale. Provo a tratteggiarne in modo volutamente schematico gli aspetti di fondo.

Il retroterra strutturale

L’Occidente ha notoriamente acquisito una posizione globalmente egemonica negli ultimi tre secoli. Lo ha fatto in grazia di alcune innovazioni (europee) che gli hanno permesso di incrementare in modo decisivo la produzione industriale e la tecnologia militare.

Nel corso dell’800 l’Occidente ha imposto le proprie leggi, o i propri contratti, sostanzialmente a tutto il mondo. Alcune parti del mondo come il Nord-America e l’Oceania hanno cambiato radicalmente configurazione etnica, divenendo insediamenti stabili di popolazioni di origine europea.

Imperi asiatici millenari si sono trovato in condizione di protettorato, colonia o comunque di sottomissione. L’Africa è diventata un cespite cui attingere liberamente forza lavoro e materie prime.

Tutto ciò è avvenuto alla luce di un modello economico che aveva strutturalmente bisogno di crescere costantemente per mantenere la propria funzionalità, inclusa la pace interna. La dinamicità espansiva occidentale è stata spinta in modo decisivo dal fatto che il sistema aveva bisogno di margini costanti di profitto e le imprese estere garantivano cospicui ritorni (rendendole perciò robustamente finanziabili).

Questo processo è continuato tra alti e bassi fino all’inizio del XXI secolo. Più o meno con la crisi subprime (2007-2008) si segnala una difficoltà rilevante nel mantenere il dominio su un sistema-mondo demograficamente, politicamente, culturalmente troppo vasto.

Il sistema di sviluppo occidentale, ampiamente basato sulla libera iniziativa decentrata, nella sua ricerca di margini di profitto ha commesso alcuni errori imperdonabili per un potere imperiale, quale ne frattempo era divenuto (prima come impero britannico, poi come impero americano).

Siccome la sfera finanziaria presenta maggiori margini di profitto rispetto alla sfera industriale si è assistito in Occidente ad uno spostamento costante delle manifatture in paesi remoti con salari bassi. Mentre quest’operazione è riuscita in alcuni paesi con un’organizzazione interna fragile, che sono stati e rimangono dei semplici produttori sussidiari, politicamente subordinati a potenze occidentali, questo non è riuscito in alcuni paesi che offrivano per ragioni culturali maggiore resistenza, Cina in testa.

L’emergere di alcuni contropoteri nel mondo è oramai un dato storico incontrovertibile e inemendabile. Un Occidente che ha giocato per anni tutte le sue carte sul predominio finanziario e tecnologico si ritrova sfidato da contropoteri capaci di opporre efficace resistenza sia sul piano economico che militare.

In questo senso la guerra russo-ucraina, con gli errori fatali commessi dall’Occidente, rappresenta un momento di passaggio storico: aver spinto Russia e Cina ad un’alleanza obbligata ha creato l’unico polo mondiale realmente invincibile anche per l’Occidente unificato.

Gli USA erano così preoccupati di interrompere una possibile proficua collaborazione tra Europa (Germania in particolare) e Russia che hanno trascurato una collaborazione molto più potente e decisiva, quella tra Russia e Cina appunto.

Ma cosa accade nel momento in cui un Occidente a guida americana si trova di fronte ad un contropotere insuperabile? Molto semplicemente il modello – sperimentato nell’ultima fase sotto il nome di “globalizzazione” – basato sull’aspettativa di un’espansione incontrastata e di margini continuamente dilatabili di profitto si arresta bruscamente.

Le catene di fornitura appaiono sovraestese e incontrollabili, nel momento in cui gli USA non sono più l’unico pistolero del paese. Si profila l’incubo sistemico del modello liberal-capitalistico: la perdita di un orizzonte di espansione. Senza prospettive di espansione l’intero sistema, a partire dalla sfera finanziaria, entra in una crisi senza sbocchi.

Il retroterra culturale

Ed è qui che subentra il secondo protagonista dello scenario corrente, ovvero il fattore culturale. La cultura elaborata negli ultimi tre secoli in Occidente è qualcosa di assai caratteristico. Si tratta di un approccio culturale universalistico, astorico, naturalistico, che – anche grazie ai successi ottenuti sul piano tecnoscientifico – ha finito per autointerpretarsi come Ultima Verità, sul piano epistemico, politico ed esistenziale.

La cultura occidentale, che ha conquistato il mondo non per le capacità persuasive delle proprie virtù morali, ma per quelle dei propri obici, ha però immaginato che una cultura capace di costruire obici così efficienti non poteva che essere intrinsecamente Vera.

L’universalismo naturalistico ci ha disabituato a valutare le differenze storiche e culturali, assumendone il carattere contingente, di mero pregiudizio che verrà superato.

Quest’impostazione culturale ha creato un danno devastante, che ha coinciso in Europa con la galoppante americanizzazione delle proprie grandi tradizioni: l’Occidente, divenuto il sistema di vassallaggio del potere americano, appare oggi culturalmente del tutto incapace di comprendere il proprio carattere di determinazione storica, non serenamente universalizzabile.

L’Occidente, pensandosi come incarnazione del Vero (la Liberaldemocrazia, i Diritti Umani, la Scienza) non ha dunque gli strumenti culturali per pensare che un altro mondo (e anzi più d’uno) sia possibile.

 Il vicolo cieco della storia occidentale

Ecco, se ora uniamo i due fattori, strutturale e culturale, che abbiamo menzionato ci ritroviamo con il seguente quadro: l’Occidente a guida americana non può mantenere il proprio statuto di potere, garantito dalla prospettiva dell’espansione illimitata, e d’altro canto non può neppure immaginare alcun modello alternativo, in quanto si concepisce come l’Ultima Verità. Quest’aporia produce uno scenario epocale tragico.

L’Occidente a guida americana non è in grado di riconoscere alcun “Piano B”, e d’altro canto comprende che il “Piano A” è reso fisicamente impercorribile dall’esistenza di contropoteri innegabili. Questa situazione produce un’unica pervicace tendenza, quella a lavorare affinché quei contropoteri internazionali vengano meno.

Detto in termini semplificati: gli USA non hanno alcuna prospettiva diversa in campo da quella di ricondurre in una condizione subordinata – come fu in passato – i contropoteri euroasiatici (Russia, Cina, Iran-Persia; l’India è già sostanzialmente sotto controllo). Ma questa sottomissione oggi non può che passare attraverso un conflitto, o una guerra aperta o una sommatoria di guerre ibride volte a destabilizzare il “nemico”.

Ma, a questo punto, la situazione è resa particolarmente drammatica da un altro fattore strutturale. Per quanto gli USA sappiano di non poter affrontare una guerra aperta senza esclusione di colpi (nucleare), hanno un fortissimo incentivo a che la guerra non si mantenga sul piano ibrido “a basso voltaggio”.

Questo per la ragione strutturale vista in precedenza: c’è bisogno di una prospettiva di incremento produttivo.

Ma come si può garantire una prospettiva di incremento produttivo in una condizione in cui l’espansione fisica non è più possibile (o è troppo incerta)? La riposta purtroppo è semplice: una prospettiva di incremento produttivo sotto queste condizioni può essere garantita solo se simultaneamente vengono create delle fornaci dove poter bruciare costantemente quanto prodotto.

C’è la necessità sistemica di inventarsi dei colossali, e sanguinosi, Potlatch, che diversamente dai Potlatch dei nativi americani, non devono distruggere solo oggetti materiali, ma anche esseri umani.

In altri termini, l’Occidente a guida americana ha un interesse, inconfessabile ma imperativo, a creare in modo crescente ferite sistemiche da cui far defluire il sangue, in modo che le forze produttive siano chiamate a lavorare a pieno ritmo e i margini di profitto si vitalizzino.

E quali forme possono prendere queste ferite che distruggono ciclicamente, e in modo poderoso, le risorse? Di primo acchito direi che ne vengono in mente due: guerre e pandemie.

Solo un nuovo orizzonte di sacrifici umani può consentire alla Verità Ultima dell’Occidente di rimanere in piedi, di continuare ad essere creduta e venerata.

E se nulla cambia nella consapevolezza diffusa delle popolazioni europee – i principali perdenti di questo gioco – credo che queste due carte distruttive saranno giocate senza scrupoli, reiteratamente.

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mercoledì 8 marzo 2023

Trattato sulle pandemie: quella bozza zero scritta con la penna di Schwab - Gavino Piga

  

Tutto è pronto per trasformare l’OMS in un pezzo del nuovo governo mondiale. Nella bozza zero del nuovo Trattato Internazionale sulle Pandemie, combinata alle proposte di revisione del Regolamento Sanitario Internazionale del 2005, c’è tutto: il nuovo ruolo dell’organizzazione più controversa e fallimentare del momento, nuove misure contro la “disinformazione”, una rete logistica permanente per la distribuzione di vaccini, la condivisione con il privato della sfera decisionale pubblica. E c’è l’idea che la fase in cui viviamo è solo un momento inter-pandemico: il definitivo affermarsi del criterio tecnosanitario per misurare la storia. Così, alla scuola di Davos, l’OMS si avvia a diventare un presidio del futuro regime globale.

* * * *

In settimana cominceranno i negoziati sulla “bozza zero” del Trattato sulle Pandemie: lo ha annunciato Tedros Ghebreyesus in data 22 febbraio, ma i media per ora non spingono troppo sul pedale: l’importante è che tutto vada secondo i piani, almeno per quanto concerne la lunga marcia digital-sanitaria verso il “new normal”, che in questa fase procede più spedita se in modalità silenziosa.

Del resto, che la cupola finanziaria (quella che ogni anno bivacca a Davos) non avesse intenzione di deflettere dalla propria agenda era cosa nota. Lo spettacolino svizzero dello scorso gennaio – fra finti scoop, first ladies, palchi scintillanti, manipoli di gretini in fervorosa protesta e resilienze varie – qualche messaggio lo aveva fatto filtrare.

Ad esempio Tony Blair, ormai in veste di attivista per i diritti umani, aveva tenuto un illuminante discorsetto nella sessione intitolata “100 giorni per affrontare la prossima pandemia”. Un titolo che non a caso riproduceva esattamente lo slogan dell’ultrafinanziata CEPI, fiore all’occhiello della galassia “filantropica” gatesiana, la cui attività dal 2020 ruota intorno a domande come: «Che cosa sarebbe accaduto se la revisione degli studi da parte degli enti regolatori fosse avvenuta con 7 mesi di anticipo? Che cosa sarebbe successo, cioè, se anziché avviare le iniezioni l’8 dicembre 2020 – quando erano stati confermati 67 milioni di casi di contagio – la campagna vaccinale fosse partita l’8 maggio 2020, quando erano stati registrati meno di 3,8 milioni di casi?». Domande che, man mano che la finestra di Overton si spalanca, suonano grossomodo così: possiamo davvero continuare a farci imbrigliare da una burocrazia lenta e inutile anziché lasciare libera la Scienza di salvare il mondo? E soprattutto, perché aspettare che un virus si diffonda quando si potrebbe agire prima ancora che compaia, ad esempio vaccinando preventivamente?

D’altronde, dopo la guerra preventiva o la dottrina del nucleare preventivo, nulla impedisce che un aggettivo transiti serenamente da una trincea all’altra. E comunque, che questo sia il nodo vero lo ha dimostrato appunto l’ex premier britannico – sotto gli sguardi compiaciuti di Albert Bourla – di fronte agli applauditori scelti di Davos. Blair ha ricordato che le sfide pandemiche prossime venture dovranno trovarci pronti, ossia già dotati di un’infrastruttura industriale e digitale per la produzione veloce di vaccini mRNA con richiamo ciclico, l’altrettanto veloce somministrazione massiva e l’immancabile verifica dell’avvenuto inoculo via QR Code. Una catena di montaggio permanente e pronta a partire in ogni momento, non solo al palesarsi della minaccia, ma addirittura prima, qualora la Scienza – cioè, fuor di metafora, gli stessi produttori di vaccini – ritenga anche solo probabile il ricomparire all’orizzonte di un virus. Cioè praticamente sempre: lo straordinario può finalmente diventare ordinario, strutturale, normale. Sarà un caso, ma quando Charles Michel e Tedros Ghebreyesus formalizzarono, nel 2021, l’idea di un nuovo Trattato sulle Pandemie, lo fecero con un documento che recitava: «Ci saranno altre pandemie e altre gravi emergenze sanitarie. La domanda non è se, ma quando. Insieme, dobbiamo essere meglio preparati a prevedere, prevenire, individuare, valutare e rispondere efficacemente alle pandemie in modo altamente coordinato».

Tutto si tiene, insomma: dalla partnership ormai collaudata fra Microsoft e Accenture (quest’ultima impegnata già nel progetto Good Health Pass Collaborative e ora anche nella costruzione del meta-villaggio davosiano, subdolo candidato a sostituire i Parlamenti), al progetto di vaccino universale targato Bill & Melinda Gates, annunciato già a margine del WEF 2022. E alla settimana che si apre.

 

La vita in tempi interpandemici

La bozza zero «concettuale» del WHO CA+ (Who convention, agreement or other international instrument on pandemic prevention, preparedness and response), presentata lo scorso novembre, parlava già piuttosto chiaro. Talmente chiaro che perfino una testata come Il Manifesto, ben lontana dall’avversare la narrazione ufficiale sul Covid, si permetteva un certo sgomento sul “soluzionismo farmaceutico” che permeava il documento: «Nella macedonia di proposte c’è di tutto sulla sola declinazione di salute che l’Oms e la comunità sanitaria internazionale sanno interpretare da decenni a questa parte: quella della sua medicalizzazione. Una agenda tecnologica occidentale decisamente egemonica, che piace alle case farmaceutiche perché conferisce loro sconfinato potere» scriveva Nicoletta Dentico. E nulla è cambiato nella bozza successiva, licenziata il 1° febbraio, cioè quella su cui si apriranno ora i negoziati. Circa questo punto, e non solo.

Tanto per cominciare, il documento chiarisce ancora una volta – se mai fossero rimasti dubbi – che ci troviamo a vivere in una fase non “post-pandemica” bensì “inter-pandemica”, adottando un criterio di periodizzazione della storia umana che non lascia spazio alle speranze. Ma questo era nelle premesse. Il punto è ora un altro: assodato che dopo una pandemia l’unica cosa da fare è prepararsi alla successiva, resta da definire il come. E qui – oltre alla costruzione della rete permanente in stile blairiano – emerge il concetto-chiave, a cui si dedica un intero articolo: la necessità di una stabile partnership pubblico-privato. L’articolo 1 di ogni strategia globalista – che tende a destrutturare i processi decisionali democratici dislocandoli in tavoli compositi o ambienti virtuali in stile Agile Nations – viene alleggerito rispetto alla precedente stesura, ma resta a chiare lettere: se prima si chiedeva in maniera perfino ridondante di «collaborare, anche con gli attori non statali, il settore privato e la società civile, attraverso un approccio onnicomprensivo, multigovernativo, multistakeholder, multidisciplinare e multilivello», ora, più discretamente, si invita a «promuovere la collaborazione con attori non statali, il settore privato e la società civile». Questa la formula ultrainclusiva attraverso cui passa, dietro un paravento partecipativo, l’espropriazione mondiale della salute. Del resto Tedros non fa che mettere a partito le indicazioni recentemente fornite proprio dal WEF, nel paper Public-Private Partnerships for Health Access: Best Practices, dove si sottolinea come in ambito sanitario il settore pubblico (reso inefficiente da risorse limitate, dipendenza da istanze politiche e da criteri burocratico-assistenziali) debba imparare a «condividere la propria autorità decisionale» col privato, ove gli investimenti in healthcare sono immaginabili solo dentro un modello di business sostenibile e se producono ritorni economici positivi. Per trovarne un esempio non si dovrà cercare troppo lontano: nel paper rincontriamo infatti il CEPI, l’«inspiring example» felicemente dominato dai soliti “filantropi” ai cui miliardi si assommano i grati tributi dei fedeli governi nazionali. Sappiamo bene com’è andata per doverci dilungare oltre.

 

Politica agile e scomparsa del cittadino

Ma non sarà inutile, per capirci meglio, tornare un attimo all’ultima edizione del WEF, inaugurata da Schwab sotto lo slogan «Cooperazione in un mondo frammentato», dove la lamentata frammentazione non era tanto un riferimento alle tensioni geopolitiche in corso: piuttosto si chiedeva di sanare la pericolosa “dispersione di poteri” – politico, economico etc. – interna al fronte occidentale, ossia virare verso un modello decisionale ancor più centripeto e totale. “Collaborativo”, come è di moda dire in quegli ambienti. E qualcuno ricorderà quanto lo stesso Schwab scriveva nel 2017: «Nella Quarta Rivoluzione Industriale, le politiche devono tenere conto dei sistemi industriali globali, regionali e intersettoriali che stanno plasmando il nostro mondo, e tutte le parti interessate – siano esse espressioni del governo, degli affari o della società civile – non hanno altra scelta che agire insieme, attraverso inedite forme innovative di collaborazione». Già allora questo era il preludio per una riforma della politica in senso “agile”. O, meglio, per la fondazione di una politica «tecnica e creativa» che emulasse le start-up e si ricreasse sulla lezione del settore tecnologico. Ecco: la declinazione di tali princìpi in termini sanitari è esattamente ciò di cui si discuterà (o si fingerà di discutere) nei prossimi giorni.

Per inciso, se mai qualcuno si chiedesse dove stia, in tutto questo, il popolo, sappia che ovviamente non c’è (o al limite è dall’altra parte della barriera algoritmica). Anzi, a detta nientemeno che di Antonio Guterres, segretario generale ONU (sempre al WEF di gennaio), la lezione del Covid è stata proprio questa: «I politici devono capire che a volte ci troviamo di fronte a questo tipo di sfide. È meglio prendere oggi decisioni che alla fine non saranno popolari ma sono essenziali, in grado di plasmare la stessa opinione pubblica». Tanto per fugare ogni ombra da questo folgorante brillare di collaborazioni e d’inclusioni.

Infatti, nella bozza del Trattato, la tanto decantata collaboratività si traduce in quel che, come dicevamo, esattamente è nel pensiero di Schwab e dei suoi apostoli: concentrazione di poteri a fini “agili”. All’art. 15 del documento si legge: «Le parti dovranno permettere all’Oms un rapido accesso alle aree colpite da pandemie con dispiegamento conseguente di team di esperti”. E ancora “dovranno riconoscere il ruolo centrale dell’Oms nel dirigere e coordinare il lavoro sanitario internazionale. Il direttore generale dell’Oms sarà colui che potrà dichiarare lo scoppio di pandemie». Non che i governi nazionali restino senza lavoro, per carità: a loro (art. 5) spetterà il compito di «accelerare il processo di approvazione di prodotti legati alla pandemia per utilizzo d’emergenza» (riducendo definitivamente gli Enti preposti a certificatori d’ufficio) e di «legiferare contro prodotti legati alla pandemia che non siano conformi» (ricordate lo Sputnik?). In maniera del tutto autonoma, è da immaginare.

 

I dibattiti fanno male alla salute (dell’industria farmaceutica)

Altro punto che gli estensori della Bozza Zero non potevano trascurare è quello dell’informazione, che del resto assilla lorsignori fin dai tempi di Atlantic Storm. Le proposte non sono particolarmente originali: «gestire le infodemie attraverso canali efficaci, compresi i social media; condurre regolari analisi per identificare la prevalenza e i profili della disinformazione; promuovere e facilitare lo sviluppo e l’attuazione di programmi educativi e di sensibilizzazione del pubblico sulle pandemie e i loro effetti». E poi addirittura «contribuire alla ricerca sui fattori [nella versione precedente: barriere comportamentali] che ostacolano l’adesione alle misure sociali e sanitarie pubbliche, l’adozione dei vaccini, l’uso di terapie appropriate, la fiducia nella scienza e nelle istituzioni governative». In breve, a parte la morality pill, il repertorio è integrale: dalle catechesi nelle scuole e sui media alla censura in stile Twitter Files fino sostanzialmente alla profilazione psicologica dei renitenti. Di nuovo sembra di poter dire che gli estensori della bozza avessero ancora nelle orecchie le melodie dell’ultimo festival davosiano, dove Stephan Bancel, CEO di Moderna, elogiava i «i Paesi in cui tutti i partiti dicevano: questi vaccini sono stati approvati dalle autorità di regolamentazione, gli studi clinici sono stati fatti, dovreste farli» rispetto a quelli in cui invece si sono avuti «dibattiti scientifici, dibattiti politici e [dibattiti sui] social media», tre cose che hanno rovinosamente reso «il tasso di vaccinazione molto, molto basso». Gli aveva fatto eco anche il carissimo nemico Albert Bourla (che, inseguito da due eroici attivisti, se l’era filata quasi gli dovessero consegnare una convocazione al Parlamento Europeo) lagnandosi dell’eccessiva “politicizzazione” dei vaccini, stizzito per aver dovuto costantemente fronteggiare domande sulla loro efficacia (visti gli esiti, del resto, erano davvero interrogativi oziosi). Senza dimenticare la preoccupazione espressa da Erik Brynjolfsson, dello Stanford Institute for Human-Centered AI, per il flusso delle cosiddette “informazioni polarizzanti“: troppo libero, a suo dire, in una società in cui è importante “comunicare la verità alle persone giuste”. Per classificare le quali, distinguendole da quelle sbagliate, speriamo possa presto avvalersi dei profili comportamentali previsti dalla bozza di Trattato sulle Pandemie. Così sarà sicuro di non sbagliare.

 

Tecnosalutismo green

Infine, i temi più cari ai vaccinisti di sinistra. L’ala progressista delle moderne borghesie vaccinali non può certo ottenere molto sul nodo dei brevetti e dell’accesso universale ai sieri (la foglia di fico egualitaria con cui s’era tentato di coprire un sostanziale conformismo), dopo i compromessi tentati a luglio in sede WTO e già ampiamente criticati da Ong e analoghi: la bozza resta giocoforza ancorata lì, all’idea della sospensione temporanea dei brevetti – oltretutto con forme assai timide, che improvvisamente passano dal “dovrà/dovranno” a “incoraggia” o “richiederà se del caso” – e agli angusti spazi di flessibilità del contestatissimo TRIPS, sia pure nel formato post-Doha. Più soddisfatti, invece, potranno dirsi sul fronte dell’approccio One Health, che del resto è ormai nel codice genetico della finanza green. Sì, perché dopo l’avvilente sequenza di certezze scientifiche e cicliche smentite circa l’origine del Covid, oggi i futuri firmatari del Trattato sono chiamati a riconoscere che «e la maggior parte delle malattie infettive e delle pandemie emergenti è causata da agenti patogeni zoonotici», come premessa essenziale perché la futurologia epidemica, combinata ai dogmi di Ultima Generazione, possa mantenersi in piedi. La miscela esplosiva di salutismo per decreto e radicalismo verde viene fuori infatti, in tutto il suo splendore, al comma 3 dell’art. 18: «Le parti identificheranno e integreranno nei pertinenti piani di prevenzione e preparazione alle pandemie interventi che affrontino i fattori che determinano l’insorgenza e la ricomparsa di malattie all’interfaccia uomo-animale, inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, il cambiamento climatico, il cambiamento dell’uso del suolo, il commercio di fauna selvatica, la desertificazione e la resistenza antimicrobica».

Altro inciso: che la salute sia connessa anche alle condizioni ambientali in cui un individuo vive è la scoperta dell’acqua calda. C’era chi provava a evidenziarlo già quarant’anni fa, per non dire dei movimenti sviluppatisi negli anni contro i termovalorizzatori, i ripetitori a due passi dai centri abitati, i poligoni militari e via dicendo: tutti zittiti, ovviamente, con studi indiscutibili in nome della Scienza. La quale ora pare svegliarsi d’un tratto: il perché lo immaginiamo, e dove s’andrà a finire lo sappiamo. Ma se qualcuno ha bisogno di ulteriori didascalie, torni ancora una volta a Davos e ascolti le illuminanti considerazioni di Frédéric Thomas (CNRS) al meeting del 2022, circa l’urgenza di «creare sinergie fra salute pubblica e protezione naturale». Integrandole magari con le risultanze del Global Risk Report 2023 – sempre a cura del WEF – sulla priorità assoluta del clima nello spettro policritico gentilmente messo a punto dall’élite della filantropia globale. E con i picchi di fanatismo green di casa a Bruxelles.

 

E ora?

All’inizio di questa vicenda c’era ancora chi si domandava a cosa servisse un Trattato sulle Pandemie, essendo già esistenti e sempre perfettibili i Regolamenti Sanitari Internazionali del 2005, la cui inefficacia nella vicenda Covid è parsa, ad esser buoni, un pretesto piuttosto opaco. Ora si spera che la questione sia per tutti più chiara. E mentre quei Regolamenti vengono revisionati ad hoc (ossia adattati a farsi compatibili con il nuovo strumento e con la nuova prospettiva agil-verticistica: qui un’analisi puntuale delle proposte di revisione) comincia una partita negoziale che è essenzialmente geopolitica, ma in cui i rapporti di forza si annunciano già gravemente sbilanciati. L’obiettivo europeo e britannico (oltre che degli USA post-Trump, con buona pace del pur battagliero Ron Johnson) è ritrovare nell’OMS – ormai succedaneo del WEF – l’indiscusso centro di gravità permanente del potere sanitario mondiale. E pochi sono i dubbi che il ristretto ma solerte Intergovernmental Negotiating Body, messo in piedi per l’occasione, si spenderà per portare a casa risultati concreti.

Né vi sono dubbi che da qui si dovrà aprire una nuova, vigorosa stagione di lotte dal basso.

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domenica 22 gennaio 2023

Come Stanford ha fallito l'Academic Freedom Test - Jay Bhattacharya

Viviamo in un'epoca in cui un alto burocrate della sanità pubblica può, senza ironia, annunciare al mondo che se lo critichi, non stai semplicemente criticando un uomo. Stai criticando "la scienza" stessa. L'ironia di questa idea di "scienza" come insieme di dottrine e credenze sacre è che proprio l'Età dell'Illuminismo, che ci ha dato le nostre moderne definizioni di metodologia scientifica, fu una reazione contro un clero religioso che rivendicava per sé soltanto la capacità di distinguere la verità dalla non verità. La pandemia di COVID-19, a quanto pare, ci ha riportato al punto di partenza, con un clero della sanità pubblica che ha sostituito il vecchio clero religioso come unica inattaccabile fonte di verità.

Purtroppo l'analogia non si ferma qui. Gli stessi sacerdoti della sanità pubblica, che hanno l'autorità di distinguere l'eresia dall'ortodossia, hanno anche scacciato gli eretici, proprio come fece la Chiesa cattolica medievale. Le migliori università, come Stanford, dove ho studiato e insegnato sin dal 1986, dovrebbero fare da baluardo contro tali ortodossie, creando uno spazio sicuro in cui gli scienziati possano pensare e sottoporre a verifica le loro idee. Purtroppo, Stanford ha fallito in questo aspetto fondamentale della sua missione, come posso attestare per esperienza personale.

Ci tengo a precisare che le mie radici a Stanford risalgono a molto tempo fa. Qui ho conseguito due lauree in economia nel 1990. Negli anni '90 ho conseguito un dottorato in medicina e un dottorato di ricerca in economia. Sono stato professore a pieno titolo presso la rinomata scuola di medicina di Stanford per quasi 15 anni, tranquillamente insegnando e facendo ricerca su molti argomenti, tra cui epidemiologia delle malattie infettive e politica sanitaria. Se nel marzo 2020 qualcuno mi avesse chiesto se a Stanford ci fosse un problema di libertà accademica in medicina o in altro ambito scientifico, avrei trovato ridicola quest'idea. Il motto di Stanford (in tedesco) è "soffiano i venti della libertà", e all'epoca avrei detto che Stanford era all'altezza di quel motto. Allora ero ingenuo, ora non più.

La libertà accademica diventa rilevante nei casi limite in cui un membro della facoltà o uno studente persegue un'idea che altri all'università trovano scomoda o discutibile. Se Stanford non riesce a tutelare la libertà accademica in questi casi, allora significa che non tutela affatto la libertà accademica.

Per giustificare questa deprimente affermazione, vorrei raccontare la storia della mia esperienza durante la pandemia riguardo a un'importante proposta politica di cui sono coautore, chiamata Dichiarazione di Great Barrington (GBD). Potrei raccontare molti altri incidenti che illustrano lo straordinario fallimento di Stanford nel tutelare la libertà accademica, ma questo esempio è sufficiente per chiarire la mia tesi.

Il 4 ottobre 2020, insieme ad altri due eminenti epidemiologi, Sunetra Gupta dell'Università di Oxford e Martin Kulldorff dell'Università di Harvard, ho scritto la GBD. La dichiarazione è un documento di una pagina che proponeva un modo molto diverso di gestire la pandemia di COVID-19 rispetto a quello utilizzato fino a quella data. La strategia incentrata sul lockdown seguita da gran parte del mondo ha imitato l'approccio adottato dalle autorità cinesi nel gennaio 2020. Gli estesi lockdown - cioè le politiche pubbliche progettate per mantenere le persone fisicamente separate l'una dall'altra al fine di evitare la diffusione del virus SARS-CoV-2 - erano una netta deviazione dalla gestione occidentale delle precedenti pandemie di virus respiratori. I vecchi piani pandemici davano la priorità a minimizzare le interruzioni del normale funzionamento sociale, alla protezione dei gruppi di persone vulnerabili e allo sviluppo rapido di terapie e vaccini.

Già nell'ottobre 2020, era chiaro che i lockdown ispirati dalla Cina avevano arrecato enormi danni al benessere fisico e psicologico di ampie fette della popolazione, in particolare bambini, poveri e classe operaia. Le scuole chiuse ci hanno consegnato una generazione di bambini in tutto il mondo destinati a vivere vite più brevi e meno sane. Nel luglio 2020, i Centers for Disease Control hanno pubblicato una stima secondo cui un giovane adulto su quattro negli Stati Uniti aveva preso seriamente in considerazione il suicidio durante il mese precedente. Le Nazioni Unite hanno stimato che altri 130 milioni di persone sarebbero stati gettati in una terribile insicurezza alimentare - la fame – a causa della crisi economica causata dai lockdown. I principali beneficiari dei lockdown - ammesso che ci siano stati effettivamente dei beneficiari di queste drastiche misure antisociali – possono essere identificati in una ristretta classe di persone benestanti che potevano lavorare da casa tramite Zoom senza rischiare di perdere il lavoro.

Nell'ottobre 2020 era ormai ampiamente chiaro che la politica dei lockdown adottata da molti governi occidentali, con l'eccezione di alcune sacche di resistenza come la Svezia, non era riuscita a fermare la diffusione del COVID. Era infatti troppo tardi per adottare un obiettivo politico di eradicazione del virus. Non avevamo i mezzi tecnologici per raggiungere questo obiettivo, né allora né adesso. Entro l'autunno del 2020, era abbondantemente chiaro che il COVID-19 era qui per restare e che si sarebbero verificate molte ondate successive.

I governi avevano imposto i lockdown basandosi sulla premessa che vi fosse un consenso scientifico quasi unanime a loro sostegno. Eppure una politica straordinaria come un lockdown richiede, o dovrebbe richiedere, una giustificazione scientifica straordinaria. Ci vorrebbe almeno una quasi unanimità tra gli scienziati, sostenuta da solidi dati empirici.

Come i miei colleghi Gupta e Kulldorf, sapevo che tale unanimità non esisteva. Molti scienziati in tutto il mondo ci avevano contattato per parlarci dei loro scrupoli con i lockdown, il loro impatto distruttivo e le scarse prove della loro efficacia. Molti epidemiologi e studiosi di politica sanitaria erano favorevoli a un approccio alternativo, anche se molti avevano paura a dirlo. A noi tre sembrava chiaro che con la comparsa della prossima inevitabile ondata, c'era il rischio che i lockdown potessero tornare e che le prove scientifiche contro tali misure sarebbero state ignorate e soffocate, con un enorme costo sociale.

Abbiamo scritto la GBD per dire al pubblico che non c'era unanimità scientifica sui lockdown. Invece, la GBD proponeva una strategia mirata a proteggere gli anziani e le altre persone vulnerabili. C'è una differenza di oltre mille volte nel rischio di mortalità per infezione da COVID-19 tra anziani e giovani, con i bambini sani soggetti a un rischio trascurabile. La cosa più umana da fare era dedicare risorse e ingegno alla protezione dei più vulnerabili. La GBD e le FAQ che la accompagnano hanno fornito molti suggerimenti su come agire e hanno invitato le comunità sanitarie pubbliche locali, che conoscono meglio le condizioni di vita dei più vulnerabili nel territorio, a ideare soluzioni adeguate a livello locale. Allo stesso tempo, la GBD sosteneva la revoca dei lockdown e l'apertura delle scuole per alleviare i danni ai bambini. Abbiamo messo la GBD su Internet e invitato altri membri del pubblico a firmarla.

La GBD è stata pubblicata il 4 ottobre 2020. Quasi immediatamente, decine di migliaia di scienziati, epidemiologi e medici hanno firmato il documento, inclusi molti appartenenti alle migliori università. Allo stesso tempo, le persone hanno iniziato a inviarci traduzioni della GBD, che alla fine è stata tradotta in 40 lingue, e fino ad oggi quasi un milione di persone ha firmato, da quasi tutti i paesi della Terra.

La dichiarazione ha ricevuto l'attenzione della stampa americana, dapprima un’attenzione curiosa e leale, ma subito dopo più ostile e tendenziosa. Ho iniziato a ricevere telefonate da giornalisti, inclusi The New York Times e Washington Post, che mi chiedevano perché volevo "lasciare che il virus si diffondesse" nella popolazione, anche se era esattamente l'opposto di ciò che stavamo proponendo, e mettevano in discussione le mie credenziali e le mie motivazioni.

All'inizio è stato piuttosto sconcertante essere l'obiettivo di quella che si è rivelata una campagna di diffamazione e censura di argomenti e prove scientifiche ben organizzata e sponsorizzata dal governo. Non avevo preso soldi per scrivere la dichiarazione. Eppure i media in qualche modo hanno trasformato Gupta, Kulldorf e me in strumenti di un nefasto complotto con lo scopo di distruggere il mondo tramite la diffusione di una "disinformazione" che avrebbe causato morti di massa. Ho iniziato a ricevere minacce di morte e lettere di odio razzista.

Circa un anno più tardi, dopo che lo storico Phil Magness ha presentato una richiesta FOIA (Freedom of Information Act, sul diritto di accesso alle informazioni detenute dalle pubbliche amministrazioni, ndt), ho appreso una parte della storia di come è nata la campagna di propaganda sponsorizzata dal governo degli Stati Uniti contro la GBD. Quattro giorni dopo che avevamo scritto la GBD, Francis Collins, il genetista e scienziato di laboratorio che era allora a capo del National Institutes of Health degli Stati Uniti, ha scritto un'e-mail ad Anthony Fauci, l'immunologo e scienziato di laboratorio che è a capo del National Institute of Health Allergie and Infectious Diseases. Nell'e-mail, Collins definiva Martin, Sunetra e me come "epidemiologi marginali" e richiedeva una umiliazione pubblica devastante. Gli attacchi a noi tre, favoriti dalla cooperazione di piattaforme di social media presumibilmente private come Twitter, sono stati lanciati poco dopo l’invio di quell'e-mail da parte di Collins.

Ma questo non è un articolo sull'etica delle società di social media, i cui profitti dipendono in larga misura da rapporti amichevoli con le autorità di regolamentazione del governo e i cui dipendenti possono considerarsi attivisti politici di parte. Questa è una critica alle nostre migliori università, che dovrebbero essere dedicate alla ricerca della conoscenza, ma che nel loro comportamento egoistico e amorale si sono rivelate non diverse dai propagandisti del governo e dalle grandi società private.

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'Twitter Files': le case farmaceutiche hanno fatto pressioni per censurare le richieste di vaccini Covid generici

Novità riguardo la censura ordinata su Twitter rispetto a certe tematiche. Il giornalista Lee Fang ha pubblicato un nuovo articolo sui "Twitter Files", in cui rivela come l'industria farmaceutica abbia esercitato pressioni sul social network per censurare i contenuti che chiedevano l'utilizzo di vaccini generici contro il Covid-19.

Secondo il giornalista di Intercept, la campagna comprendeva pressioni dirette da parte dell'azienda tedesca BioNTech, che ha sviluppato il suo vaccino anti-Covid insieme a Pfizer. L'obiettivo era quello di censurare attivisti e medici che chiedevano la produzione di vaccini generici a basso costo.

Nel primo anno della pandemia, è stato lanciato un appello ad affrontare la crisi sanitaria in modo uniforme attraverso la cooperazione internazionale, scambiando nuove idee e tecnologie in questo settore.

Tuttavia, i giganti farmaceutici hanno visto questa crisi come un'opportunità per ottenere profitti senza precedenti e hanno cercato di fare in modo che i gruppi di pressione bloccassero qualsiasi tentativo di condividere i brevetti per nuovi preparati contro il coronavirus, che fossero terapie o vaccini, scrive Lee.

All'epoca, la Biotechnology Innovation Organization (BIO) - il gruppo di pressione che rappresenta le aziende biofarmaceutiche, tra cui Moderna e Pfizer - si appellò al neoeletto governo statunitense di Joe Biden, chiedendo che le autorità sanzionassero qualsiasi Paese che suggerisse di creare tali farmaci o vaccini.

Come misura separata, BIO ha contribuito con 1.275.000 dollari a una campagna speciale di moderazione - leggi censura - dei contenuti chiamata Stronger, progettata dall'appaltatore Public Good Projects, che ha aiutato Twitter a stabilire regole di moderazione dei contenuti in merito alla "disinformazione" sul Covid-19.

La campagna comprendeva e-mail con elenchi di tweet da cancellare e altri da verificare. Allo stesso tempo, Lee sottolinea che questa massiccia pressione per mettere a tacere le voci indesiderate non è mai stata applicata alle aziende farmaceutiche. Quando le aziende hanno esagerato i rischi della creazione di vaccini antivirali generici a basso costo, Stronger non ha reagito, applicando le nuove regole solo contro i critici del settore.

Fang ha infine evidenziato che gli è stato "concesso un certo accesso alle e-mail di Twitter", ma non ha firmato nulla né fatto promesse. 

"Twitter non ha avuto alcun ruolo in tutto ciò che ho fatto o scritto. Le ricerche sono state effettuate da un avvocato di Twitter, quindi ciò che ho visto potrebbe essere limitato", ha scritto in conclusione di un lungo thread. 

I precedenti Twitter Files hanno trattato un'ampia gamma di argomenti, tra cui l’occultamneto da parte dell'azienda della storia del laptop di Hunter Biden durante le elezioni presidenziali del 2020; le pressioni interne subite per bandire permanentemente l'ex presidente Donald Trump; gli sforzi della Casa Bianca e dei funzionari governativi per censurare determinati contenuti; e il tanto vociferato shadow-banning di molti account non in linea con le narrazioni dominanti. 

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