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lunedì 10 gennaio 2022

L’insostenibile fascino della repressione

 


Le parole sono importanti.


Ecco la definizione di repressione secondo il vocabolario: “attività e azione violenta o intimidatoria attuata dal governo e dai centri di potere contro forze e movimenti rivoluzionari e progressisti, o comunque di opposizione, di protesta e di contestazione” (qui)


 

Nel 1977 Marco Bechis, al rientro in Italia, scampato alle torture (e alla morte) degli assassini argentini, fu accolto da due carabinieri, e al racconto delle scosse elettriche un carabiniere disse: “Laggiù sì che fanno sul serio, mica come da noi…” (p.187, Marco Bechis, La solitudine del sovversivo, (qui la recensione del libro)

 

Nel 2001 a Genova è successo quello che tutti sanno, ma nessun torturatore e picchiatore, e sopratutto nessuno dei loro capi, ha pagato (lo ricorda Enrico Zucca), anzi sono stati promossi, con merito, e quindi tutti i componenti delle forze dell’ordine sanno che comportarsi in quel modo è buono e giusto.

Non è fuori luogo pensare che in tutte le scuole delle forze dell’ordine degli ultimi 20 anni avranno insegnato che tutto ciò che non è vietato è lecito.

 

Intanto i capi d’accusa per cui si deve sprecare la vita in tribunale sono simili in tutto il mondo, in Egitto è molto usato il reato di diffusione di notizie false (leggi qui), a migliaia lo provano sulla propria pelle, per esempio Patrick Zaki e Alaa Abdel Fattah.

 

Da noi si usa molto l’associazione a delinquere e l’eversione (leggi qui), ma anche eversione e associazione a delinquere (qui, per esempio).

 

Per Paolo Persichetti la repressione è per rivelazione di notizie di cui sia vietata la divulgazione (leggi qui), ed è inquietante il modus operandi scandaloso delle forze dell’ordine:

Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2, per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie, che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio, sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in ostaggio la storia, di sequestrare il passato.

 

Della repressione dei militanti no Tav sappiamo molto (qui l’ultimo caso, quello di Emilio Scalzo, qui e qui Angelo Tartaglia spiega l’assurdità di quel mostro della Tav in Val di Susa, ma solo chi è intellettualmente onesto può capire); sappiamo anche che se il potere militare, politico, giudiziario avesse dedicato solo la metà di quello sforzo repressivo verso le mafie e l’evasione fiscale dei milionari (in euro) e avesse scatenato l’unica guerra giusta, quella contro i paradisi fiscali, l’Italia sarebbe un paese migliore.


qui un interessante intervento di Livio Pepino, su democrazia e repressione

 

Interessante ascoltare qui Federico Petroni e Alfonso Desiderio, di Limes, il ruolo passivo del nostro paese nella straordinaria repressione a stelle e strisce, per ricordarci il compito dell’Italia, quello del servo (ecco perché si chiamano servitù militari).

 

Nella nostra Costituzione nata dalla Resistenza, ma anche in tante altre, si parla di libertà, di parola, di stampa, di opinione, di ricerca, di associazione, quando è stata scritta, dopo la seconda guerra mondiale, erano libertà da tutelare, negli anni, in maniera sempre più veloce, sono diventate libertà da reprimere.

Le libertà che si espandono sono quelle di produrre e vendere armi, sistemi di repressione e sorveglianza.


Gli stati uniti del mondo delle libertà, gli stati uniti del mondo della repressione, gli stati uniti del mondo dell’oppressione e gli stati uniti del mondo del colonialismo e del neo-colonialismo sono facce della stessa medaglia, sporca di sangue (qui si ricordano gli Stati Uniti d'America come il paese più terrorista del mondo).

Ogni paese ha mille strumenti per la repressione, le bombe, l’esercito, il carcere, la polizia, i tribunali, dipende dalla resistenza incontrata o dalle convenienze, dal sistema giudiziario o dalle leggi dei paesi interessati, o anche solo infischiandosene della volontà popolare.

 

Tanti, troppi, sono oggetto di repressione, dai curdi a Julian Assange, dalle donne afghane ai neri degli Usa (e non solo), dagli indigeni dal Canada fino alla Terra del Fuoco ai palestinesi, dai migranti agli stranieri, da Mimmo Lucano (qui un lucido commento di Marco Revelli) e tutti quei milioni che hanno votato, inascoltati, nel 2011 perché dell’acqua non si facesse profitto.

Molte centinaia di milioni (o qualche miliardo?) di persone in tutto il mondo sono umiliate e offese, unitevi, direbbe Karl Marx.


martedì 28 dicembre 2021

30 miliardi per ballare il cancan mezz’ora prima! - Angelo Tartaglia

  

Una grande notizia. Trenitalia con i suoi Frecciarossa 1000 ha inaugurato un collegamento con due corse al giorno di andata (e altrettante di ritorno) tra Milano e Parigi, passando per Torino. Il viaggio Torino Porta Susa – Parigi Gare de Lyon dura, al mattino, 6 ore e 11 minuti e, al pomeriggio, 5 ore e 44 minuti. Il treno, tra l’altro, raggiunge il centro di Lione nella stazione Lyon Part Dieu (non come il TGV che una sola volta al giorno, su tre, ferma a una ventina di chilometri dalla città, a Lyon Saint Exupéry) e lì, essendo veloce, sosta per una ventina di minuti (poco meno dura la sosta della corsa del mattino a Modane).

Evviva, Torino ha finalmente vinto il drammatico isolamento in cui era confinata rispetto al resto d’Europa! Ora ci sono ben cinque corse al giorno verso Parigi (e altrettante da Parigi), sempreché i servizi TGV di SNCF non sprofondino nel pesante stato di dissesto in cui sembra che si trovi la compagnia. Beh, anche se fosse, Trenitalia è pronta a subentrare e anzi, ora che ha varcato le Alpi, è pronta a dilagare attraverso le Gallie anche verso le province iberiche e sta facendo un pensierino pure all’impero germanico e alle Fiandre.

Un miracolo dovuto all’ardimento e alla somma perizia del personale che conduce il Frecciarossa 1000 che, intrepidamente, riesce ad avventurarsi col treno attraverso il “tunnel di Cavour” (così obsoleto e inviso alla premiata coppia Chiamparino&Virano e compagnia cantante) superando le ripide pendenze della “linea storica”! È vero che già lo facevano i francesi dei TGV, ma quelli sono notoriamente degli incoscienti.

L’amministratore delegato di Trenitalia, Corradi, en passant, non ha mancato di osservare che, quando ci sarà “la TAV”, il viaggio (Milano-Parigi) potrà durare un’ora in meno. Insomma val bene la pena di spendere una bazzecola di circa 30 miliardi (attualizzati, compreso l’ultimo incremento di 1,6 miliardi del costo del tunnel) per costruire una nuova linea, col megatunnel transfrontaliero più altri quattro in Francia e in Italia. Tutto denaro pubblico, s’intende: parte europeo, parte italiano, parte francese (in ogni caso tutto a debito per le future generazioni). Si sa però: il tempo è denaro. Certo, di quell’ora, mezza si recupererebbe agevolmente standardizzando ai quattro minuti canonici le soste nelle stazioni intermedie, ma, tant’è, l’ulteriore mezz’ora vale ben qualche miliardo.

Sempre l’amministratore delegato di Trenitalia ha sottolineato come il nuovo collegamento sia anche inteso a sottrarre passeggeri alla strada, in un’ottica di sostenibilità dei trasporti. Non possiamo che esserne lieti anche se negli ultimi vent’anni, nonostante le linee ad alta velocità della penisola, il numero di automobili in circolazione nel nostro Paese è cresciuto del 20% e, guardandoci intorno, tutti abbiamo il vizio di usarle con assiduità quelle automobili. Ad ogni buon conto per evitare il trauma di un troppo brusco calo delle emissioni di CO² è senz’altro il caso di avviare un cantiere che, secondo gli stessi proponenti, comporterebbe il rilascio di una decina di milioni di tonnellate di gas climalteranti fin’oltre il 2030! Per inciso, non avendo indicato TELT, attraverso il suo greenissimo sito internet, in base a quali ipotesi e con quali calcoli siano stati ottenuti quei 10 milioni di tonnellate, sono personalmente pronto a scommettere per una sottostima del volume delle emissioni di almeno un fattore 3 (se il proponente volesse darsi la pena di smentirmi dati alla mano ne prenderei atto).

Andiamo dunque tutti al Moulin Rouge ad applaudire il cancan, anche se non è più quello della belle époque, sognando impazienti il momento in cui potremo farlo risparmiando mezz’ora. Tutti in carrozza e buon viaggio. Torna alla mente il motto dei saggi latini Deus dementat quos vult perdere (“Dio toglie la ragione a quelli che vuol rovinare”).

da qui

venerdì 12 novembre 2021

Come è green quel treno! Il TAV ai tempi della COP26 - Angelo Tartaglia

Negli ultimi tempi abbiamo avuto, in diretta continuità, prima il G20 e poi la COP26 (ancora in corso nel momento in cui scrivo). Sia in un caso che nell’altro abbiamo sentito parole molto forti da parte di quelli che i giornalisti chiamano i grandi della terra: siamo in un’assoluta emergenza, non c’è più tempo, il tempo è scaduto, bisogna abbattere drasticamente e in tempi brevi le emissioni climalteranti. Peccato che ci siano quei testoni dei cinesi e degli indiani (nonché Putin) che fanno finta di niente e sono i maggiori emettitori. Si potrebbe ricordare che, guardando il rilascio di CO2 pro capite, la graduatoria mondiale vede ai primi posti (dopo paesi come Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e qualche altro piccolo Stato) l’Australia, gli Stati Uniti, il Canada, e poi, otto posti più in là la Russia, 29 posti più in là la Cina e 111 posti più in là l’India.

Comunque ‒ ripeto ‒ le affermazioni ascoltate sono state molto forti. E l’Italia? Anche Draghi ha dimostrato di avere ben presente la situazione e l’urgenza di agire e dunque il nostro Paese farà la sua parte. Il Parlamento ha calorosamente applaudito il premio Nobel Giorgio Parisi, che sottolineava la drammaticità della situazione, anche quando ha ricordato che continuando a perseguire la logica dell’aumento del PIL si sarebbe andati incontro a un disastro. Il ministro per la transizione ecologica Cingolani ha a sua volta ribadito l’impegno a centrare gli obiettivi di contenimento e riduzione delle emissioni, anche se ha sottolineato che è inevitabile operare con gradualità e si è mostrato alquanto infastidito dalla solita ragazzina impertinente e dai suoi compagni adolescenti che accusano i “grandi” di fare solo del blah blah: non si può solo denunciare, bisogna anche indicare le soluzioni (notoriamente questo è compito dei ragazzi, non dei governanti).

Bene, tanto per cominciare ci si potrebbe chiedere che cosa non fare. E qui arriviamo ancora e sempre al tema delle grandi opere in generale e della Torino-Lione in particolare. Quest’ultimo argomento per quelli che contano è una partita chiusa: ormai è deciso, bene o male che sia non c’è più niente da discutere; il Parlamento, quello stesso che ha applaudito Parisi e che rappresenta la nazione, si è espresso e ha stabilito che s’ha da fare; operativamente si estende l’occupazione militare a buona parte della bassa valle di Susa e via. Non è più tempo di ragionamenti (lo è mai stato?).

Eppure siamo in emergenza e bisogna con la massima urgenza ridurre del 55% le emissioni climalteranti entro il 2030 e Governo e Parlamento sono d’accordo (o no?). Non posso che richiamare cose dette e scritte più volte da parte di soggetti diversi in sedi diverse. Vediamo: la costruzione del doppio tunnel di base di 57,5 km comporta, a detta di TELT (soggetto proponente), una emissione di CO2 pari a 10 milioni di tonnellate; l’opera verrebbe completata dopo il 2030 e dunque la sua costruzione comporterebbe, entro la scadenza indicata dall’IPCC e accolta dall’Europa, un aumento delle emissioni climalteranti. D’altra parte, sempre a detta dei proponenti, nel 2035 sull’asse Torino-Lione ci sarebbe un flusso di merci pari a circa 5 volte quello attuale e circa il 55% andrebbe nel nuovo tunnel ferroviario invece che sulla strada (oggi poco più del 13% usa la ferrovia storica): se ne deduce che il traffico stradale a quella data sarebbe circa 2,8 volte quello attuale (sempre che fosse in funzione l’intera linea e non solo il tunnel, altrimenti la situazione sarebbe molto peggiore) e pertanto le emissioni di CO2 sarebbero altrettanto maggiori di quelle attuali. Le emissioni potrebbero essere inferiori a quelle di oggi se il traffico complessivo rimanesse quello attuale, ma se così fosse l’opera sarebbe un disastro economico: in ogni caso si lascerebbe sulle spalle dei compagni di Greta un insostenibile carico di debiti ambientali ed economici.

Dunque, sig. Presidente del Consiglio, come la mettiamo con gli obiettivi europei, la sostenibilità, il mutamento climatico etc.? Non ho usato delle matematiche superiori, ma solo dell’aritmetica elementare. Se ci fossero dei contro argomenti dovrebbe essere facile esporli, ma se ci sono deve trattarsi dei segreti meglio custoditi al mondo dal momento che nei discorsi a favore del cosiddetto TAV non trapelano mai.

Evidentemente non importa: Confindustria lo vuole, e dunque…; le madamine torinesi lo vogliono, e dunque…; ormai è andata così, e dunque…; il Parlamento (sempre quello che ha applaudito Parisi) si è espresso, e dunque…; bisogna far ripartire l’economia del giorno per giorno, e dunque…

Le decisioni concrete vanno tutte nella direzione di non ridurre affatto le emissioni di gas climalteranti, semmai di aumentarle, sperando in magiche quanto inesistenti soluzioni “tecnologiche” future che dovrebbero sovvertire le leggi fisiche entro le quali tutte le azioni umane sono confinate (economia compresa). Il collasso climatico con il riferimento al 2030 non è un modo di dire e dovranno subirlo i più giovani in conseguenza delle decisioni prese o non prese oggi da parte degli adulti o degli anziani che stanno mettendo il loro effimero presente davanti ad un futuro prossimo che ormai siamo in grado di delineare con un alto grado di attendibilità.

da qui

giovedì 22 aprile 2021

Un sentimento di indignazione - Angelo Tartaglia


 

La nuova ed ennesima occupazione militare della Valle di Susa dal 13 aprile 2021

 

In questo momento vorrei esprimere un sentimento di indignazione. L’indignazione non è razionale, ma qualche volta non è evitabile.

C’è una parte del nostro paese (non del Kosovo o dell’Afghanistan) che è soggetta ad occupazione militare da parte di forze armate dello Stato (il nostro). Non si tratta di un santuario della criminalità organizzata, ma di una vallata alpina con i suoi comuni, cellule fondamentali, dice la Costituzione, dello Stato.

Avrete capito che mi riferisco alla Valle di Susa. 

Tutto questo avviene in quanto, in assenza di argomentazioni di merito, lo Stato sostituisce agli argomenti la forza: un classico, se non fosse che il nostro si definisce “stato democratico”. Con gli armigeri (a parte le fanterie ci sono anche cingolati, filo spinato e simili bazzecole) si vuole imporre un’opera la cui diseconomicità è platealmente conclamata (se n’è accorta anche la corte dei conti europea) e che dal punto di vista climatico è un vero e proprio crimine: gli effetti globali vanno in direzione opposta agli obiettivi nominalmente perseguiti dall’UE (e dallo stato italiano!). Tutto questo è facilmente sostenibile dati e conti alla mano.

Ma dati e conti (direi la realtà) in questa vicenda (come in altre) sono marginali. La “politica” sostiene trasversalmente (inclusa un’ampia fetta del PD) lo scavo del supertunnel tra Italia e Francia o semplicemente schierandosi con l’interesse immediato delle grandi imprese che vorrebbero realizzarlo o a sostegno di un sistema ideologico che afferma e continuamente rilancia un’economia materialmente insostenibile e che produce ovunque (qui come altrove) disuguaglianze crescenti.

A uno stuolo di signore e signori che siedono nei consessi istituzionali (dal parlamento in giù) merito, argomenti e fatti non interessano più di tanto: ho avuto modo di verificarlo in un paio di audizioni svoltesi prima di Natale. In “politica” ciò che conta è da che parte stai: problemi e fatti, sono marginali. E’ il trionfo dell’arroganza ignorante. Parlo dell’ignoranza di chi pretende di non aver bisogno di porsi delle domande e pretende a priori di conoscere le risposte senza bisogno di critica e di confronto.

Allego un comunicato di uno dei Comuni di quella valle (San Didero 14 aprile 2021) e la foto di una ragazza colpita in faccia da un lacrimogeno sparato (ovviamente ad altezza d’uomo o di donna) dalle valorose truppe coloniali inviate a superare ogni obiezione in merito a sostenibilità economica e ambientale.

Quale fiducia si pensa possa esserci, in queste condizioni, ne “lo Stato”? e a cosa si è ridotta la credibilità de “la politica”?”


da qui