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martedì 11 marzo 2025

Da tempo ci stanno togliendo l’ossigeno - Marco Sommariva

Giorni fa la Grecia si è fermata per chiedere giustizia per il disastro di Tebi che, la notte tra il 28 febbraio e il primo marzo del 2023, provocò la morte di cinquantasette persone in uno scontro frontale tra un treno passeggeri partito da Atene e diretto a Salonicco e un treno merci che viaggiava sullo stesso binario in direzione opposta; il quotidiano raccontava che era in atto uno sciopero generale che stava coinvolgendo l’intero Paese perché, a due anni di distanza, non era ancora stato avviato un procedimento penale; non solo, il governo era accusato di non aver fatto abbastanza per far emergere la verità su cosa avvenne quella notte.

Le manifestazioni, che hanno registrato pesanti scontri, sono state capaci di radunare centinaia di migliaia di persone, forse un milione, se si sommano quelle svoltesi nelle altre principali città greche a quella tenuta ad Atene.

Leggo esserci stati cortei in 361 località e che le immagini trasmesse dalle tv elleniche hanno mostrato fiumi di persone che protestavano; secondo il giornale di sinistra Efsyn, i raduni di quel giorno sono stati “i più grandi nella storia del Paese”, mentre l’emittente statale Ert ha riportato che raduni di sostegno alla protesta sono stati organizzati dai greci della diaspora nelle città di New York, Melbourne, Stoccolma e Copenaghen.

La giornata era iniziata con un Paese paralizzato: trasporti via terra e via mare fermi, aerei rimasti a terra e stragrande maggioranza di locali commerciali chiusi.

La mobilitazione di massa, alimentata dal risentimento dell’opinione pubblica contro l’inazione del governo conservatore che nega la propria responsabilità in una delle tragedie peggiori della storia della Grecia, ha raccolto studenti, lavoratori e famiglie con bambini al seguito, riempito strade e piazze, mostrato striscioni con slogan tipo “Il loro profitto, le nostre vite”, “Mai più Tebi” e, forse quello più usato, “Mi manca l’ossigeno”.

“Mi manca l’ossigeno” è la frase pronunciata da una ragazza poco prima di morire in uno dei vagoni del treno passeggeri, resa pubblica dai media locali a gennaio suggerendo, tra le altre cose, che decine di vittime potrebbero esser morte come la ragazza, a causa dell’incendio divampato subito dopo lo scontro frontale fra i due treni.

Detto che le cose da chiarire sono veramente tante, a iniziare da quanto riportato da swissinfo.ch , ossia che nel gennaio scorso una perizia indipendente commissionata dall’Associazione dei familiari delle vittime ha sostenuto che sul luogo dell’incidente è stata rinvenuta la presenza di alcuni solventi chimici, come lo xilene, e che la stessa perizia ha sollevato interrogativi sul treno merci e ha alimentato sui social media l’ipotesi secondo la quale il mezzo avrebbe trasportato un carico non dichiarato di materiale infiammabile di contrabbando che avrebbe causato il vasto incendio dopo lo scontro dei treni… dicevo… detto questo, ho sentito il bisogno di soffermarmi sulla frase pronunciata dalla povera ragazza, “Mi manca l’ossigeno”.

È una frase che mi ha riportato alla mente un bel po’ di cose.

Nel 1829 Victor Hugo scrisse L’ultimo giorno di un condannato a morte, libro che voleva spezzare una lancia a favore dell’abolizione della pena di morte, anticipando quei temi sociali che costituiranno gli elementi centrali delle opere dello scrittore francese. Racconta di un uomo di cui non conosciamo né il nome né la colpa, che sta aspettando il momento dell’esecuzione in una cella tetra e scura e, nell’inutile attesa di una grazia che non verrà, nel suo ultimo giorno di vita decide di ripercorrere la sua esistenza, raccontare il suo terrore, i suoi dolorosi ricordi: “Fino alla condanna a morte, m’ero sentito respirare, palpitare, vivere nello stesso spazio degli altri uomini; adesso distinguevo chiaramente una barriera tra me e il mondo. Niente m’appariva più sotto lo stesso aspetto di prima. Le ampie finestre luminose, il bel sole, il cielo puro, il fiorellino, tutto era bianco, pallido, del colore d’un lenzuolo. Mi pareva che gli uomini, le donne, i ragazzini che s’affollavano al mio passaggio, avessero l’aria di tanti fantasmi”.

E così ho conferma di qualcosa di facilmente immaginabile, che una volta condannati a morte viene a mancare il respiro.

Se qualche “spiritoso” suggerisse di attaccare a dei respiratori questi condannati a morte per aiutarli, sappia che è già stato pensato e realizzato, anche se non esattamente pensando a loro: “Vivo in un mondo in cui quattordici persone condannate a morte a Taiwan […] sono state uccise con un colpo di pistola mentre erano attaccate a dei respiratori così che i loro organi potessero essere raccolti integri e trapiantati in Giappone”.

Lo racconta Ivan Illich a David Cayley nel libro Conversazioni con Ivan Illich, edito per la prima volta nel 1922. Sono conversazioni, appunto, in cui Illich si fa interrogare e s’interroga sui passaggi cruciali della sua vita intellettuale, spaziando su tutti i temi di cui si è occupato con eretica lucidità, dall’educazione alla storia, dal linguaggio all’ambiente, alla medicina.

Altri condannati a morte ebbero a che fare con particolari respiratori, e furono i soldati tedeschi che nella Prima guerra mondiale fecero uso di maschere antigas: “[…] arrivò il gas a invadere le trincee. Facemmo in tempo a indossare le maschere, ma quella di Middendorf era guasta. Quando se ne accorse era troppo tardi, e prima che se la potesse strappare e ne trovasse un’altra aveva già inspirato troppo gas e vomitava sangue. Morì la mattina seguente, tutto nero e verde in viso. Aveva il collo dilaniato dai graffi nel tentativo di liberarsi per respirare”.

Ce lo racconta Erich Maria Remarque nei Tre camerati, un romanzo pubblicato per la prima volta in Germania nel 1936, capace d’immergerci nella tragedia dei sopravvissuti “perseguitati” nel quotidiano postbellico dall’immagine dei cadaveri dei loro compagni morti.

Si sa, respirare è vitale, ma da diverso tempo pare non essere un esercizio da persona seria, e persino respirare un fiore potrebbe risultare qualcosa di cui non essere particolarmente orgogliosi: “Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni. E tutto il giorno ripete […]: Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio! E si gonfia di orgoglio”.

Sono parole tratte da Il piccolo principe, un racconto pubblicato nel 1943, un’allegoria della società moderna e contemporanea – l’autore è Antoine de Saint-Exupéry, nato in una famiglia cattolica di nobili origini il quale, durante la Seconda guerra mondiale, s’arruolerà nell’aeronautica militare francese.

Vi chiederete cosa c’entra tutto questo con la tragedia greca.

Forse sbaglio, ma ripensando a chi, due secoli fa, ci faceva mancare il respiro perché ci aveva condannato a morte; a chi, un secolo fa, ci concedeva un po’ d’ossigeno unicamente per mantenere i nostri organi integri così da poter trapiantarli; a chi, poco meno di un secolo fa, ci ha fatto respirare gas velenosi in una guerra che non ci avrebbe portato in tasca nulla e che chi aveva deciso di combattere s’era guardato bene dal praticarla sui campi di battaglia; a chi, oltre ottant’anni fa, già provava a farci sentire persone poco serie se ci fermavamo a respirare un fiore e non a far addizioni magari per calcolare il capitale accumulato… bene, ripensando a tutto questo, ho come l’impressione che la morte della povera ragazza che dice “Mi manca l’ossigeno” e delle decine di altre persone coinvolte nel disastro di Tebi, siano tutte collegate a questi stralci di storia, di letteratura: la fretta di guadagnare quanto più possibile nel minor tempo possibile, il farlo sempre e comunque sulla pelle di chi non riceverà un centesimo di questi guadagni, la possibilità di decidere sui destini altrui senza che quest’ultimi possano muovere un dito anche fosse solo per deviare leggermente il proprio destino, mi sembrano un unico gigantesco comune denominatore delle tragedie che subiamo da secoli in nome del Capitale perché, ricordiamocelo, anche i criminali o presunti tali ai quali si somministra la pena capitale, sono frutto di come s’è deciso di strutturare, organizzare e mantenere la società: “[…] ogni società ha i criminali che si merita” – Riflessioni sulla pena di morte di Albert Camus.

Aggiungo un’ultima cosa: forse sbaglio anche stavolta, ma quando penso che, fra le tante cose che già ci hanno tolto o che pensano di toglierci, non mi sembra si sia mai ipotizzato di eliminare le ferie d’agosto, il Natale o la festività della domenica, non è perché si tema la discesa in piazza di centinaia di migliaia di persone, è solo per via del bisogno che ha il sistema di riprendersi i soldi dello stipendio che ci ha versato dopo averci sfruttato per un mese, facendoceli spendere in un modo o nell’altro; insomma, ci stanno tenendo in vita grazie al respiratore del consumismo, ma temo siano pochi a essersene resi conto.

da qui

venerdì 16 luglio 2021

Il Moloch scientifico - Giuseppe Giannini

 


L’evento Covid sta rimodellando la realtà. In senso soggettivo, per quanto riguarda le esperienze più o meno dirette, soprattutto in riferimento ai traumi psicologici, e alla capacità di approcciarsi e relazionarsi agli altri. E, in maniera generalizzata, per quanto riguarda la collettività, il corpo sociale. Un fenomeno sindemico attraverso il quale sono venute alla ribalta tutte le falle del sistema di governo mondiale.

Non sono bastate sofferenze e morti. I danni economici e sociali e la perdita di milioni di vite non hanno smosso le coscienze dei decisori ed esecutori politici. Invece di interrogarsi sulle cause, attrezzarsi per affrontare “il nemico”, potenziando le strutture sanitarie e garantendo una struttura pubblica efficiente e un indennizzo (reddito) a chi, come conseguenza del virus, ha perso la sicurezza economica, si è deciso di agire diversamente.

Le democrazie liberali hanno scelto i lockdown non mirati, i coprifuoco e i distanziamenti, scaricando sui comportamenti individuali “devianti” ogni responsabilità sistemica. Se c’era qualcuno da sacrificare (la popolazione mondiale) non potevano di certo essere i grossi interessi economico-finanziari. Si è scelta la strada della cura e non quella della prevenzione. Il vaccino come unica soluzione e, ad esempio, in Italia il protocollo ministeriale della “vigile attesa”, rifiutando la terapia domiciliare.

Vi è dunque un interesse alla cura e non un diritto alle cure. Altrimenti non si spiegherebbe come mai la proprietà intellettuale e i brevetti la fanno ancora da padrone. Il sapere (?) degli uomini di scienza a guida delle società presenti e future. In un’epoca contrassegnata dalla scomparsa dell’idea di un avvenire minimamente immaginabile, che ha fatto della retromania e dell’effetto nostalgia l’ancora a cui legarsi per superare i tempi bui, ci si rimette nelle mani di un’ideologia che procede attraverso sperimentazioni, alla continua ricerca di cavie, con il solo fine di apparire credibile di fronte alle masse acquiescenti.

Quali saranno le conseguenze per il vivente, così come l’abbiamo conosciuto e definito fino ad ora? Da quando la politica ha perso la sua supremazia, affidandosi alla capacità autoregolativa del’economia (e del mercato) essa versa in stato vegetativo. Dal capitalismo alla globalizzazione neoliberista, sino alla rinnovata supremazia della razionalità tecnico-scientifica.

“Il terrore e la civiltà sono inseparabili”(…) “L’odio-amore per il corpo tinge di sé tutta la civiltà moderna. Il corpo come ciò che è inferiore e asservito, viene ancora deriso e maltrattato, e insieme desiderato come ciò che è vietato, reificato, estraniato”.

(Max Horkheimer & Theodor Adorno –Dialettica dell’Illuminismo).

“Gli individui moderni sono destituiti dalla loro originalità e si trasformano in meri esemplari della forma-valore, in esseri umani confezionati” (…)” La promessa dell’universalismo giuridico occidentale attenta alla vita umana: è la promessa di rendere tutti gli uomini uguali, di riconoscerli in quanto resi omogenei alla forma-valore e di amputare loro, alla maniera di Procuste, tutti gli organi che non si integrano in questa forma”

(Robert Kurz-Ragione sanguinaria).

Ne conseguono: il riordinamento dei poteri, la supremazia delle economie delle élite e la medicalizzazione delle società. ”La medicina si è sviluppata alla fine del XVIII secolo per ragioni economiche. Non bisogna dimenticare che la prima epidemia studiata in Francia nel XVIII secolo, e che diede luogo ad una raccolta di dati, su scala nazionale, non era una vera epidemia, ma in realtà una epizootia”(…) Si era fatto ricorso alla medicina come a uno strumento di conservazione e rinnovamento della forza lavoro per il funzionamento della società moderna (…) Ma quel che appare all’inizio del XX secolo è che la medicina può essere pericolosa non a causa della sua ignoranza, ma per il suo sapere, proprio perché essa è una scienza”.

(Michel Foucault – La medicalizzazione indefinita).

“In un certo senso, più che l’uomo è stata l’industrializzazione a trarre profitto dai progressi della medicina: si è infatti riusciti a far lavorare la gente più regolarmente in condizioni più disumanizzanti“(…) E il medico si è trasformato in mago, unico essere in grado di compiere miracoli che esorcizzano la paura che nasce dal sopravvivere in un mondo divenuto minaccioso”

(Ivan Illich –Due soglie di mutazione).

La medicina è dunque diventata l’alleata perfetta del capitalismo. E, dopo decenni di smantellamento dei servizi sanitari nazionali e di fondi ai privati, l’assetto definitivo su strutture, ricerche e finanziamenti è stato suggerito dalle lobby farmaceutiche. Esse dettano le priorità e quali iter seguire. Con l’accesso ad una mole infinita di dati sono in grado di profilare il paziente-consumatore ideale. Nel capitalismo della sorveglianza è nata una nuova fede: il “Dataismo”. Il Dataismo si presenta come un nuovo illuminismo, ma essendo in grado di scrutare sin dentro la psiche conduce a un totalitarismo digitale

(Byung-Chul Han –Psicopolitica).

Ci troviamo immersi in una società distopica, isolati e ancorati ciecamente nella fede nel progresso senza valutare opzioni alternative. Chi ne pagherà le conseguenze?

da qui

sabato 2 gennaio 2021

Una fiamma nel buio. Conversazioni - Ivan Illich e David Cayley

 

Scrive Publio Terenzio Afro “Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me”.

Probabilmente già pensava a Ivan Illich, cittadino del mondo.

Quanto questo sia vero lo capirà chi legge Una fiamma nel buio, pubblicato alla fine del 2020 da elèuthera.

Il libro è un’intervista, meglio una serie di conversazioni, come giustamente dice il titolo.

La lettura di Una fiamma nel buio è una scoperta e un’avventura intellettuale per chi non conosce ancora Ivan Illich, ma anche per chi ha già letto le sue opere, 250 pagine che non potranno non lasciarti la curiosità di (ri)leggere almeno qualcuno dei suoi libri.

Si capisce che Ivan Illich spesso è stato un grillo parlante, denunciando sempre i poteri, con ragionamenti pieni di coraggio, di cultura, senza scorciatoie, senza paura.

Si spazia dalla scuola alla chiesa, dalla politica al femminismo, dai testi medioevali al colonialismo del volontariato, dai suoi libri agli incontri importanti della sua vita, da Michel Foucault a Ugo di San Vittore, tralasciando le migliaia di altri argomenti e citazioni.

Vogliatevi bene, leggete Una fiamma nel buio, nessuno se ne pentirà.

(QUI l’introduzione al libro, di Giacomo Borella, tratta da Gli asini, che nel numero 81 del 2020 della rivista dedica tanto spazio a Ivan Illich)




leggere alcune citazioni dalle sue opere è un invito a leggere i suoi libri, quanto mai di attualità.

 

La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com’è.

 

Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. Crisi, la parola greca che in tutte le lingue moderne ha voluto dire «scelta» o «punto di svolta», ora sta a significare: «Guidatore, dacci dentro!». […]
Ma «crisi» non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo. Può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero.

 

Noi dobbiamo e, grazie al progresso scientifico, possiamo edificare una società post-industriale in maniera che l’esercizio della creatività di una persona non imponga mai ad altri un lavoro, un sapere o un tipo di consumo obbligatori.

 

L’uomo arriva a diffidare della parola, pende da un sapere presunto. Il voto rimpiazza la discussione, la cabina elettorale il tavolino del caffè. Il cittadino si siede dinanzi allo schermo e tace.

 

Già nella scuola materna il bambino viene preso in carico da tutto un gruppo di specialisti: l’allergista, il foniatra, il pediatra, lo psicologo dell’infanzia, l’assistente sociale, l’esperto di educazione psicomotoria, la maestra. Costituendo questa équipe pedocratica, i numerosi e vari professionisti tentano di dividersi quel tempo che è diventato il principale limite all’attribuzione di ulteriori bisogni.

 

La prevenzione della malattia mediante l’intervento di terzi professionisti è diventata una moda. La sua domanda cresce. Donne incinte, bambini sani, operai, vecchi, tutti si sottopongono a periodici check-up e a esami diagnostici sempre più complessi. Per questa via, ci si rafforza nella convinzione di essere macchine la cui durata dipende da un piano sociale. Le risultanze d’un paio di dozzine di studi attestano che questi esami non hanno alcuna influenza sull’andamento della mortalità e della morbilità. In realtà essi trasformano persone sane in pazienti angosciati, e i rischi per la salute che si accompagnano a queste campagne di diagnosi automatizzata sopravanzano i benefici teorici. Per ironia della sorte, i disturbi asintomatici gravi che si possono scoprire soltanto con questo tipo d’indagine sono spesso malattie inguaribili, nelle quali una cura precoce aggrava la condizione patologica del paziente.

 

Recentemente ho visto un rapporto affidabile secondo il quale 350 persone guadagnano, da sole, quanto guadagna il 65% degli appartenenti ai ceti più deboli. Ora, non è questo che soprattutto mi preoccupa. Sono molto più preoccupato del fatto che il 65% degli appartenenti ai ceti più deboli, che guadagnano, tutti insieme, meno di quanto guadagnano le 350 persone più ricche del mondo, trent’anni fa sarebbero stati capaci di vivere senza far ricorso al denaro. Molte cose, allora, non erano ancora monetizzate. L’economia di sussistenza funzionava ancora. Oggi, invece, non possono spostarsi senza pagare il biglietto dell’autobus. Non possono accendere il fuoco in cucina raccogliendo la legna, ma debbono comprare elettricità. Come spiegare questo male straordinario che non si è visto in altre società, ma solo là dove è stata importata la società occidentale?


da qui





lunedì 28 dicembre 2020

Non esiste diritto alla salute - Ivan Illich

 

Ciò che viene definita «salute» è oggi fonte di confusione per molte persone. Gli esperti discettano sapientemente sui «sistemi sanitari». Alcune persone credono che senza accesso a trattamenti elaborati e costosi, le malattie dilagherebbero. Tutti si preoccupano per l'aumento della «spesa sanitaria». Si sente anche parlare di una «crisi delle cure sanitarie». Mi piacerebbe dare il mio parere su questi temi.

Prima di tutto, credo sia necessario riaffermare la verità della condizione umana: sto male. Soffro di alcuni disturbi. È certo che morirò. Alcuni sentono il dolore più intensamente, altri sono affetti da disturbi più debilitanti, ma tutti affronteremo ugualmente la morte.

Guardandomi attorno, constato che abbiamo una grande capacità di assisterci a vicenda, specialmente durante le nascite, gli incidenti e i decessi — e così è altrove nel tempo e nello spazio. A meno di restare disorientate dalle novità storiche, le nostre famiglie, in stretta collaborazione con la comunità circostante, sono state mirabilmente accoglienti, vale a dire, in generale, in grado di rispondere positivamente ai reali bisogni umani: vivere, festeggiare e morire.

In contrasto con questa esperienza, alcuni tra noi oggi sono giunti a credere che abbiamo un disperato bisogno di forniture mercantili standardizzate, tutte rientranti sotto l'etichetta «salute», progettate e fornite da un sistema di servizi professionali. Alcuni si sforzano di convincerci che il neonato viene al mondo non solo senza forze né capacità, bisognoso quindi delle amorevoli cure della famiglia — ma anche malato, bisognoso di un trattamento specifico somministrato da esperti autocertificati. Altri credono che gli adulti abbiano sempre bisogno di farmaci e di interventi per raggiungere la vecchiaia, mentre i morenti abbiano bisogno delle cosiddette cure mediche palliative.

 

L'asservimento al mito tecnico

Molte persone hanno dimenticato — o non sono più in grado di goderne — questi modi di vivere basati sul buon senso, che contribuiscono al benessere delle persone e alla loro capacità di guarire dalle malattie. Molti si sono lasciati asservire ad un mito tecnico che si auto-glorifica, e di cui tuttavia si lamentano perché, in modo impersonale, impoverisce la maggioranza e arricchisce una minoranza.

Noto con rammarico che molti di noi nutrono la singolare illusione che tutti abbiano «diritto» a qualcosa che viene definita «assistenza sanitaria». Si è quindi legittimati a ricevere il più recente assortimento di terapie tecniche, in base alla diagnosi di qualche professionista, al fine di sopravvivere più a lungo in condizioni spesso terribili, dolorose o semplicemente fastidiose.

Credo sia giunto il momento di mettere in chiaro che queste condizioni e queste situazioni specifiche sono fattori di morbosità, molto più di quanto lo siano le malattie stesse. I sintomi che la medicina moderna si sforza di trattare hanno poco a che fare con lo stato del nostro corpo; sono, assai più, i segni dei pregiudizi e dei disordini propri del moderno modo di lavorare, di divertirsi, di vivere.

Eppure molti di noi vengono affascinati dal clamore delle «soluzioni» high-tech. Crediamo pateticamente in rimedi miracolosi, crediamo falsamente che ogni dolore sia un male che bisogna sopprimere, vogliamo ritardare la morte a qualsiasi costo.

Mi appello all'esperienza personale di ognuno, alla sensibilità delle persone comuni, in contrapposizione alla diagnosi e alle decisioni dei professionisti. Mi appello alla memoria popolare, in contrapposizione alle illusioni del progresso. Prendiamo in considerazione le condizioni di vita nella nostra cerchia familiare e nella nostra comunità, e non la qualità dei «servizi sanitari»; la salute non è una merce che si distribuisce, e le cure non possono essere fornite da un sistema.

Sì, soffriamo, ci ammaliamo, moriamo, ma anche speriamo, ridiamo, festeggiamo; conosciamo le gioie di prendersi cura l'uno dell'altro; spesso ci siamo ristabiliti e siamo guariti in diverse maniere. Non dobbiamo seguire un percorso standardizzato e banalizzato del nostro vissuto.

Invito tutti a distogliere lo sguardo ed i propri pensieri dalla ricerca della salute, e a coltivare l'arte di vivere. E, altrettanto importante oggi, l'arte di soffrire, l'arte di morire.

 

I diritti e le libertà dei pazienti

Rivendico alcune libertà per coloro che preferiscono celebrare l'esistenza piuttosto che preservare la «vita»:

- la libertà di giudicare da solo se sono malato;

- la libertà di rifiutare in qualsiasi momento le cure mediche;

- la libertà di scegliere personalmente un rimedio o un trattamento;

- la libertà di essere accudito da una persona di mia scelta, ovvero da chiunque in una comunità si reputi capace di guarire, si tratti di un agopuntore, un omeopata, un neurochirurgo, un astrologo, uno stregone o qualsiasi altra persona;

- la libertà di morire senza diagnosi.

Non mi sembra necessario che gli Stati abbiano una politica «sanitaria» nazionale, quella cosa che concedono ai loro cittadini. Ciò di cui questi ultimi hanno bisogno è la coraggiosa facoltà di guardare in faccia certe verità:

- non elimineremo mai il dolore;

- non guariremo mai tutte le malattie;

- sicuramente moriremo.

Ecco perché, in quanto creature pensanti, dobbiamo renderci conto che la ricerca della salute può essere fonte di morbosità. Non ci sono soluzioni scientifiche o tecniche. C'è l'obbligo quotidiano di accettare la contingenza e la fragilità della condizione umana.

da qui

domenica 15 novembre 2020

All'inferno delle buone intenzioni - Ivan Illich

Il 20 aprile del 1968 Monsignor Ivan Illich è invitato a tenere un discorso alla Conference on International Student Projects (CIASP) a Cuernavaca. Il primo nucleo del CIASP fu probabilmente fondato nel 1962 o 1963 nel St. Michael’s College dell’Università di Toronto. Nacque con l’intento d’inviare giovani americani entusiasti in Messico per svolgere attività di volontariato presso la popolazione locale. Il servizio prevedeva, in appoggio a organizzazioni locali, la costruzione di strutture, la realizzazione di strade, la vita in piccole comunità di campesinos. L’intento era quello di contribuire allo “sviluppo” delle zone arretrate del Messico.

Gli anni dal 1964 fino al 1967, sono stati senza dubbio i punti più alti di coinvolgimento del CIASP. I tragici eventi del 2 ottobre 1968 nella Piazza delle tre culture a Tlatelolco a Città del Messico, dove persero la vita oltre trecento persone, segnarono un punto di non ritorno nella consapevolezza delle mutate condizioni di azione dei volontari americani in Messico. Il discorso di Ivan Illich che qui riportiamo in lingua italiana rappresentò un momento fondamentale per dare avvio a una riflessione matura sul valore delle azioni del CIASP in Messico.

In questo discorso ritroviamo tutti gli elementi essenziali del pensiero di Illich degli anni ’60. La critica al conformismo, al perbenismo e all’azione “umanitaria” degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina.

Un’azione che maschera un intento colonizzatore e livellante e che mira a estendere l’egemonia americana. Illich è duro, diretto, implacabile. Smonta pezzo per pezzo la presunta umanità dei volontari per dimostrare che si tratta unicamente di appagare il proprio egoismo. Tuttavia, egli parla da “fratello che parla a fratelli e sorelle” alla luce di una lucidità teologica molto più profonda rispetto a quella del suo uditorio di giovani studenti statunitensi. L’intento di Illich è quello d’indirizzare i giovani verso una vera esperienza spirituale orientata alla comprensione profonda anche dei fattori sociali, economici, culturali e linguistici.

È evidente come questo discorso, pronunciato oltre quarant’anni fa, sia oggi attualissimo e applicabile a ogni facile approccio sviluppistico che non tenga conto dello specifico culturale dei popoli che si presume essere “bisognosi” dell’intervento di volontari provenienti dai paesi più industrializzati (Pietro Piro).

 

 

All'inferno delle buone intenzioni - Ivan Illich


Nelle conversazioni che ho avuto oggi, sono rimasto impressionato da due aspetti e voglio farvene partecipi adesso, prima di gettarmi nel discorso che avevo preparato.

Sono rimasto impressionato dalla vostra intuizione sul fatto che la motivazione dei volontari statunitensi nasce all’estero per lo più da sentimenti molto alienati e da concetti astratti. Sono rimasto altrettanto colpito, da quello che io interpreto come un passo in avanti tra gli aspiranti volontari come voi: l’apertura all’idea che l’unica cosa che si può legittimamente aspirare dal volontariato in America Latina potrebbe essere l’impotenza volontaria, la presenza di volontari come creditori, in quanto tali, totalmente in debito d’amore o come adottati impossibilitati a restituire il dono che si riceve.

Allo stesso tempo, sono stato colpito dall’ipocrisia di molti di voi: per l’ipocrisia dell’atmosfera che si respira qui. Lo dico come un fratello che parla a fratelli e sorelle. Dico queste cose dovendo superare molte resistenze interiori ma credo che vada detto comunque. Le vostre intuizioni, le vostre aperture nel valutare i programmi del passato vi rendono ipocriti perché voi - o almeno la maggior parte di voi - avete deciso di trascorrere la prossima estate in Messico, e, pertanto, non siete disposti a spingervi troppo oltre nella rivalutazione del vostro programma. Chiudete gli occhi per andare avanti perché se non faceste così non riuscireste a perseverare nelle vostre intenzioni.

Credo sia impossibile che questa ipocrisia sia incosciente nella maggior parte di voi. Intellettualmente, siete pronti ad accettare il fatto che le motivazioni che legittimavano l’azione dei volontari nel 1963 non possono essere invocate per le stesse azioni del 1968. Le “Vacanze-Missioni” tra i poveri messicani erano “la cosa giusta” da fare per gli studenti benestanti statunitensi all’inizio di questo decennio: la preoccupazione sentimentale per la povertà scoperta di recente a sud del confine in combinazione con la totale cecità per la povertà di casa propria, giustificava queste benevole escursioni.

La riflessione intellettuale sulle difficoltà interne delle azioni dei volontari non ha risparmiato lo spirito dei Corpi di Pace Papali e Volontari fai da te. Oggi, l’esistenza di organizzazioni come la vostra è offensiva per il Messico.

Ho voluto fare questa premessa per spiegare il motivo per cui mi sento male su tutto e, al fine di rendere consapevoli che le buone intenzioni non hanno molto a che fare con ciò che stiamo discutendo qui. Al diavolo le buone intenzioni. Questa è una dichiarazione teologica. Non aiuterete nessuno con le vostre buone intenzioni. C’è un detto irlandese che dice che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni; questo detto riassume la stessa intuizione teologica.

La frustrazione che la partecipazione a programmi CIASP potrebbe significare per voi, potrebbe portare a una nuova consapevolezza: la consapevolezza che anche gli americani del Nord possono ricevere il dono dell'ospitalità in maniera del tutto gratuita; la consapevolezza che per alcuni doni non è possibile nemmeno dire “grazie”.

Leggerò adesso la mia dichiarazione.

Signore e signori:

Negli ultimi sei anni ho raggiunto una notevole fama per la mia crescente opposizione alla presenza di proprio tutti i nordamericani “aiutanti non richiesti” in America Latina. Sono certo del fatto che siete a conoscenza dei miei sforzi presenti per ottenere il ritiro volontario di tutti gli eserciti volontari nordamericani dell’America Latina - missionari, membri del Corpo di Pace e gruppi come il vostro, una “divisione”, organizzata per l’invasione silenziosa del Messico.

Eravate a conoscenza di queste cose quando mi avete invitato - tra tutti i possibili interlocutori - ad essere il relatore principale al vostro convegno annuale. È incredibile! Posso solo concludere che l’invito significa almeno una di queste tre cose:

Alcuni di voi potrebbero aver raggiunto la conclusione che il CIASP dovrebbe o sciogliersi del tutto, o farsi promotore di un aiuto volontario ai poveri del Messico fuori dalla sua finalità istituzionale. Pertanto si potrebbe ipotizzare che mi avete invitato per aiutare gli altri a raggiungere questa decisione.

Si potrebbe ipotizzare anche che sia stato invitato perché si vuole imparare come trattare con persone che la pensano come me, per imparare come contestarle con successo. È diventato abbastanza comune invitare membri del Black Power per affrontare membri del Lions Clubs. Una “colomba” deve sempre essere sempre inclusa in una controversia pubblica organizzata per aumentare la belligeranza degli Stati Uniti. E, infine, si potrebbe sperare che sia stato invitato perché siete d’accordo con la maggior parte di ciò che dico, e intendete andare avanti in buona fede e lavorare questa estate nei villaggi messicani. Quest’ultima possibilità è concessa solo a coloro che non ascoltano, o che non capiscono ciò che affermo.

Non sono venuto in questo luogo a discutere. Sono qui per dirvi, per convincervi, e, si spera, per fermarvi, nel vostro intento di imporre la vostra presenza ai messicani. Io ho profonda fede nell’enorme buona volontà del volontario degli Stati Uniti. Tuttavia, la sua buona fede di solito può essere spiegata solo da un’abissale mancanza di delicatezza intuitiva.

Per definizione, non puoi essere veramente d’aiuto come rappresentante della classe media dello stile di vita americano (American Way of life), dato che in realtà è l’unico modello culturale che conoscete. Un gruppo come questo non poteva svilupparsi privo del sostegno degli Stati Uniti – senza la convinzione che ogni vero americano deve condividere le benedizioni di Dio con i suoi poveri simili.

L’idea che ogni americano ha qualcosa da dare, e in ogni momento può e deve dare, spiega il motivo per cui si è sviluppata l’idea che gli studenti avrebbero potuto guidare lo “sviluppo” dei contadini messicani passando pochi mesi nei loro villaggi.

Naturalmente, questa sorprendente convinzione è sostenuta da membri di un ordine missionario, che non avrebbe ragione di esistere privo della stessa convinzione - ad eccezione di una molto più forte. Adesso è giunto il momento in cui dovete prendervi cura personalmente di questo aspetto.

Voi, come alfieri dei valori di cui siete portatori, siete il prodotto della società americana degli imprenditori e dei consumatori, con il suo sistema bipartitico, la sua istruzione universale e le sue scale per misurare la ricchezza. Siete, in ultima analisi, consciamente o inconsciamente – “venditori” di un deludente balletto basato su un’idea di democrazia, pari opportunità e libera impresa, per persone che non hanno nessuna possibilità di parteciparvi attivamente.

Dopo il denaro e le armi, l’idealista statunitense è il terzo strumento più esportato dagli Stati Uniti, che si trasforma in tutti i teatri del mondo: l’insegnante, il volontario, il missionario, l’organizzatore di comunità, lo sviluppatore economico e il buonista volontario fai da te. Idealmente, queste persone definiscono il loro ruolo servizio. In realtà, spesso finiscono per alleviare il danno fatto dal denaro e le armi, o per “sedurre” i “sottosviluppati” con i benefici del benessere e dell’autorealizzazione.

Forse è arrivato il momento di portare nelle case degli statunitensi la consapevolezza che il modello di vita che hanno scelto non è così universalmente valido da essere condiviso a tutti i costi.

Ormai, dovrebbe essere evidente a tutti gli americani che gli Stati Uniti sono impegnati in una tremenda lotta per la sopravvivenza. Gli Stati Uniti non possono sopravvivere senza convincere il resto del mondo del fatto che sia il Paradiso in Terra. La sopravvivenza degli Stati Uniti dipende dall’accettazione da parte di tutti i cosiddetti uomini “liberi” del fatto che la classe media degli Stati Uniti “ce l’ha fatta”. Lo stile di vita americano è diventato una religione che deve essere accettata da tutti coloro che non vogliono morire o sotto i colpi della spada o a causa del napalm.

In tutto il mondo gli Stati Uniti stanno combattendo per proteggere e sviluppare almeno una minoranza che consumi ciò che la maggioranza degli Stati Uniti può permettersi. È questo lo scopo dell’Alleanza per il Progresso delle classi medie, che gli Stati Uniti ha firmato con l’America latina alcuni anni fa.

Ma sempre più questa alleanza commerciale deve essere protetta dalle armi che permettono alla minoranza “di successo” di proteggere i propri interessi e i privilegi acquisiti [E R. Hunt, Pacification: the American struggle for Vietnam’s hearts and minds, Boulder, CO: West view Press, 1995.]

Ma le armi non sono sufficienti a garantire la durata del governo della minoranza. Le masse marginali diventano inquiete se non viene fornito loro un “Credo”, o convinzioni personali, che possano spiegare lo status quo.

Questo compito viene dato al volontario degli Stati Uniti - sia egli un membro del CIASP o di un lavoratore nei cosiddetti “Programmi di pacificazione” in Vietnam. Gli Stati Uniti sono attualmente impegnati in una lotta a tre per affermare i suoi ideali di “Democrazia” orientata al successo e al possesso materiale.

Dico “tre” fronti, perché tre grandi aree del mondo stanno sfidando la validità di un sistema politico e sociale che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più marginali a quel sistema.

In Asia, gli Stati Uniti sono minacciati da un potere costituito – la Cina. Gli Stati Uniti si oppongono alla Cina con tre armi: le piccole élite asiatiche che non potevano sperare di meglio se non un’alleanza con Stati Uniti; una macchina da guerra enorme per fermare il sistema di reclutamento generalmente in uso il quel paese, e, la rieducazione forzata di cosiddetti popoli “pacificati”.

Tutti e tre questi sforzi sembrano stare fallendo. A Chicago, i fondi per il contrasto della povertà, le forze di polizia e i predicatori sembrano non avere più successo nella loro attività di controllo della comunità dei neri e nel tentativo di convincerli ad attendere il giorno in cui gli sarà concessa la grazia di essere integrati nel sistema.

E, infine, in America Latina l’Alleanza per il Progresso è stata molto efficace per aumentare il numero di persone che non hanno potuto accedere a migliori condizioni di vita - le piccole élite borghesi - ed ha creato le condizioni ideali per le dittature militari.

 

I dittatori che sono stati in precedenza al servizio dei proprietari delle piantagioni, ora proteggono i nuovi complessi industriali. E, infine, si arriva ad aiutare i più deboli ad accettare il proprio destino all’interno di questo processo! Quello che puoi fare in un villaggio messicano è creare disordine. Nella migliore delle ipotesi, si può cercare di convincere le ragazze messicane a sposare un giovane uomo che si è fatto da sé, un ricco, un consumatore, irrispettoso della tradizione come uno di voi.

Nel peggiore dei casi, nello spirito del vostro “sviluppo di comunità” potete creare qualche grosso problema alla fine delle vostre vacanze e rifugiarvi di corsa nei vostri quartieri agiati della classe media in cui i vostri amici si divertono a sfottere ispanici e immigrati clandestini.

Date avvio alle vostre attività privi di un'adeguata formazione. I Peace Corps spendono addirittura diecimila dollari per ogni suo membro per aiutarlo ad adattarsi al nuovo ambiente e per riuscire a tutelarlo dallo shock culturale. Iniziate il vostro compito senza alcuna formazione. Ogni Peace Corps spende circa 10.000 dollari per ogni utente per aiutarlo ad adattarsi al suo nuovo ambiente e per metterlo in guardia contro lo shock culturale. Non è strano che nessuno abbia mai pensato di spendere dei soldi per educare messicani poveri, al fine di evitare lo shock culturale di incontrarvi?

In realtà, non c’è alcuna possibilità di un vero incontro con quella maggioranza che voi avete la pretesa di aiutare in America Latina, anche potendo parlare la loro lingua, la maggior parte di voi è esclusa da questo incontro. Voi potete dialogare solo con persone simili a voi – imitazioni della classe media statunitense. Non c’è veramente nessuna strada che potete percorrere per incontrare realmente i diseredati, vi manca un terreno comune.

Lasciatemi spiegare questa affermazione, e lasciatemi anche spiegare perché la maggior parte dei latino-americani con i quali si potrebbe comunicare non sarebbero d’accordo con me.

Supponiamo che quest’estate voi vi rechiate in un ghetto statunitense per cercare di aiutare i poveri a “risollevarsi”. In poco tempo sareste derisi e riempiti di sputi. Le persone si sentirebbero offese dai vostri intenti pretenziosi e vi assalirebbero. Riuscirebbero a capire le vostre cattive coscienze che vi spingono ad agire in quella direzione e vi deriderebbero. In poco tempo si renderebbero conto della vostra irrilevanza tra i poveri, del vostro status di studenti universitari della classe media impegnati in un compito per l’estate. Sareste sonoramente bocciati indipendentemente se la vostra pelle è bianca, come la maggior parte delle vostre facce qui presenti o marroni o nere, come un paio di eccezioni, che sono qui in questo momento.

Le vostre relazioni sul lavoro svolto in Messico, che avete avuto la gentilezza d’inviarmi, trasudano autocompiacimento. I rapporti sulle estati passate dimostrano che non si è neppure in grado di capire che la vostra ardente azione umanitaria in un villaggio messicano è ancora meno rilevante di quanto lo sarebbe in un ghetto americano.

Non solo vi è un abisso tra la vostra condizione materiale e la loro, che è molto più marcata di quella esistente tra voi e il povero nel proprio paese, ma c’è anche un abisso tra i vostri sentimenti e quelli che percepisce il popolo che è ancora più marcato. Questo divario è così grande che in un villaggio messicano voi, come bianchi americani (o americani bianchi culturali) potete vedervi come un predicatore bianco vedeva se stesso quando ha offerto la sua vita per predicare agli schiavi neri in una piantagione in Alabama. Il fatto che abbiate vissuto in capanne e mangiato tortillas per alcune settimane rende il vostro gruppo armato di buone intenzioni ancora più pittoresco.

Le uniche persone con cui potete comunicare sono i membri della classe media. E adesso potete ricordare quando ho detto “solo qualcuno” – intendo una minuscola élite in America Latina.

Provenite da un paese precocemente industrializzo che è riuscito a incorporare la maggior parte dei cittadini nella classe media. Laurearsi dopo due anni di college negli Stati Uniti non è un fattore di distinzione sociale. Eppure, molte persone raggiungono questo obiettivo. Chiunque non riesca a concludere gli studi liceali è considerato sfortunato. In America Latina la situazione è ben diversa: il 75% della popolazione abbandona la scuola prima di raggiungere il sesto grado. Così, le persone che hanno terminato il liceo sono membra di una piccola minoranza. Poi, una minoranza di quella minoranza va avanti nella formazione universitaria. È solo tra queste persone che troverete i vostri pari educativi.

Allo stesso tempo, la classe media rappresenta la maggioranza dei cittadini negli Stati Uniti. In Messico, si tratta di una piccola élite. Sette anni fa il vostro paese ha dato avvio e finanziato una cosiddetta “Alleanza per il Progresso”. Questo ha rappresentato un “alleanza” e un “progresso” delle élite della classe media.

Adesso è proprio tra i membri di questa classe che troverete le poche persone disposte a passare del tempo con voi, e saranno probabilmente quei “bravi ragazzi” che per lenire la loro coscienza turbata vorrebbero “fare qualcosa di bello per la promozione dei poveri indiani”.

 

Naturalmente, quando vi incontrate amabilmente con i vostri simili della classe media messicana, potrete dire di stare facendo qualcosa di prezioso, che vi state “sacrificando” per aiutare gli altri. Sarà proprio il prete straniero a confermare la vostra identità. Dopotutto, la sua vita e il suo scopo dipendono dalla ferma convinzione che la sua missione di un anno è della stessa natura della vostra vacanza estiva.

Si sostiene anche che esistono dei volontari che al loro rientro si sono resi conto del danno arrecato agli altri – e questo li ha resi persone più mature. Ma è meno frequente rispetto al tronfio orgoglio di quelli ridicolmente fieri dei loro “sacrifici estivi”. Forse c’è anche qualcuno che argomenta che i giovani uomini dovrebbero praticare la promiscuità per riuscire a comprendere che l’amore sessuale è più bello in una relazione monogama. Oppure che il modo migliore per smettere di utilizzare l’LSD è di provarlo – o che il modo migliore per capire che il vostro lavoro nel ghetto è inutile è farlo e poi ragionare sull’errore commesso. Non condivido affatto questo modo di argomentare. Il danno che i volontari fanno volenti o nolenti è un prezzo troppo alto da pagare per l’intuizione tardiva che non avrebbero dovuto essere volontari.

Se avete ancora del senso di responsabilità, rimante a casa a gozzovigliare. Questo è il lavoro da fare di fronte ai nuovi incarichi: sapere cosa state facendo, perché lo state facendo, come comunicare con le persone che incontrate. Rendere noti i vostri fallimenti. Se vi ostinate a lavorare con i poveri, se questa è proprio la vostra vocazione, lasciate che i poveri possano mandarvi all’inferno.

È incredibilmente ingiusto imporre voi stessi in un villaggio dove siete sordi e muti e dove le persone non capiscono cosa state facendo lì e dove non sapete cosa la gente pensa di voi. Ed è profondamente dannoso per voi definire le vostre azioni come “buone”, “sacrifici”, “aiuti”.

Sono qui per suggerire che si rinunci volontariamente all’esercizio del potere che essere un americano permette di avere. Sono qui per supplicarvi di rinunciare liberamente, consapevolmente e umilmente al diritto d’imporre la vostra benevolenza sul Messico. Sono qui per sfidarvi a riconoscere la vostra incapacità, la vostra impotenza e la vostra impossibilità di fare il “bene”, che si aveva intenzione di fare. Sono qui per supplicarvi di utilizzare il denaro, la vostra condizione e la vostra educazione per viaggiare in America Latina. Venite a guardare, venite a scalare le nostre montagne, a godere dei nostri fiori. Venite a studiare. Ma non venire per aiutare.

 

Traduzione e introduzione in lingua italiana di Pietro Piro

Fonte: Ivan Illich, “To Hell with Good Intentions,” Conference on Inter-American Student Projects, Cuernavaca, Mexico, 20 April 1968.

 

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venerdì 21 agosto 2020

Velocità? Che velocità? - tre storie di Ivan Illich, Matthias Rieger, Sebastian Trapp

 

(Traduzione di Enzo Ferrara)

 

Perché è molto difficile capire il paesaggio, quando tu ti muovi in treno, da qui a lì,

e lui ti osserva in silenzio mentre te ne vai

(Poemtrees, W.G. Sebald)

Riflettendo sulla insostenibilità delle tecnologie ad alta velocità, ci sono spesso tornati in mente alcuni saggi del 1996 scritti quando il filosofo e studioso di pedagogia austriaco Ivan Illich accettò di intervenire alla conferenza Doors of Perception che l’associazione olandese di arte contemporanea (Netherlands Design Institute) organizzava ad Amsterdam quell’anno sul tema della “velocità”. La conferenza si tenne l’8 novembre. Illich sorprese i suoi ospiti perché si presentò con il biologo naturalista Sebastian Trapp e con il musicologo Matthias Rieger, due suoi amici di Brema la città in cui abitava, che avevano riflettuto con lui su quel tema. Così Illich spiegò poi come era nata questa storia:

“Eravamo seduti nel grande salotto in casa di Barbara Duden a chiacchierare con davanti una tazza di thè, quando arrivò una lettera dall’Olanda. Era un invito a una conferenza del Netherlands Design Institute. Si poteva leggere che: ‘Il tema della quarta conferenza Doors of Perception è la velocità. Che ci sia un senso oppure no, viviamo in un mondo dominato dalla velocità – dai Tgv alla Cnn. La velocità definisce i nostri prodotti, i nostri luoghi, il nostro stile di vita e la nostra immaginazione’. Oppure no? Ci guardammo l’un l’altro. Da dove potevano trarre ispirazione sulla “velocità” un biologo naturalista, un musicologo e un filosofo? La nostra immaginazione incespicava sulla presunta dominanza del tema. Poteva essere così scontata come il programma suggeriva? Per trovare una risposta, siamo tornati indietro nella storia, per distanziare noi stessi dalle certezze moderne e per capire se da lì potevamo guardare alla velocità anche oltre la nostra visione sociale accelerata”.

Gli interventi originali furono trascritti poco dopo. Quello di Ivan Illich fu tradotto dalla rivista “Libertaria” (ottobre-dicembre 2001), gli altri due sono invece rimasti disponibili a lungo solo in inglese. Il testo di Sebastian Trapp uscì poi su “Medicina Democratica” (maggio/agosto 2017), quello di Matthias Rieger ci risulta proposto qui per la prima volta in italiano.

Sono passati più di vent’anni dalla loro stesura, ma le riflessioni di allora, raccolte in queste pagine oggi, restano coinvolgenti e utili e, benché leggere, efficaci per svelare l’assurdità dei modi di pensare il rapporto fra società e tecnologia in modo univoco. Non esistono tecnologie o caratteristiche sociali che abbiano valore in assoluto; occorre sempre considerare i costi in termini sociali e ambientali di qualunque scelta e decidere cosa è il meglio a seconda delle situazioni. Perfino le azioni di cura, sosteneva Illich, portate oltre certi limiti possono rivelarsi contro-produttive. Sembra questo un momento opportuno per rimettere questi tre testi insieme e coglierne il valore in profondità: se non si mettono l’uomo e la sua esigenza di relazione sociale e con la natura al centro del discorso, qualunque apporto tecnologico si rivela di dubbia utilità e le sue pretese doti superflue e risibili, se non dannose. (e.f.)

 

Federico II e la velocità del falco - Sebastian Trapp

La mattina presto del 18 febbraio 1248 i cittadini di Parma attaccarono il nemico che li stava assediando. Si riversarono fuori della proprie mura e distrussero Victoria, la città che l’esercito nemico aveva costruito e chiamato in modo così sprezzante. Sapevano che l’imperatore che li aveva aggrediti e i suoi uomini più fidati non erano lì.

Per diversi mesi gli assediati avevano osservato la vita quotidiana nel campo del loro odiato avversario e sapevano, perciò, che il momento giusto per contrattaccare sarebbe stato quello in cui l’imperatore lasciava il campo di battaglia per andare a caccia con i suoi falconi.

I parmigiani ebbero il sopravvento e non sconfissero soltanto il re nemico, ma lo spogliarono di quasi tutto. Gli presero la corona che sfoggiava nelle giornate di cerimonia, un capolavoro lavorato meravigliosamente, ornato di diamanti e “grande quanto una pentola” – come ricordava un suo contemporaneo. Inoltre, cadde nelle loro mani il sigillo del Regno di Sicilia, cosa che costrinse poi l’imperatore a emanare numerosi editti per evitare che i suoi oppositori ne facessero abuso. Il Carroccio di Cremona, un cocchio pomposamente decorato con bandiere, fu il trofeo più famoso. I nemici della città di Cremona che si era alleata con l’imperatore non poterono resistere alla tentazione di prendersi dei souvenir; pochissimo tempo dopo la vittoria, non ne era rimasto altro che le ruote.

Ma il solo e veramente unico bottino non rimpiazzabile di quel colpo di mano non è elencato nelle cronistorie. Si trattava di un manoscritto, preparato espressamente per il re, con una custodia in cuoio, ornato di oro e argento e con il testo impreziosito da disegni e miniature. Fu visto per l’ultima volta vent’anni dopo la battaglia di Victoria – lo si menziona in una lettera scritta nel 1265 – poi non fu mai più ritrovato.

È il libro De arte venandi cum avibus (Sull’arte della caccia con gli uccelli), scritto dall’assediante di Parma stesso – Federico II, Re di Sicilia e di Gerusalemme e Imperatore del Sacro Romano Impero. Grazie ad altre copie minori lo si trova ancora in stampa oggi.

Federico II fu un personaggio con grandi doti. A causa della sua amicizia con studiosi arabi e del suo pensiero privo di dogmi – come dimostrava il suo interesse per la filosofia e le scienze naturali – il clero gli fu decisamente ostile. Fu scomunicato da Papa Gregorio IX come personificazione dell’Anticristo. Il biografo di questo Papa scrisse che “egli (Federico) aveva trasformato il titolo di maestà in una carica relativa alla caccia, si circondava non d’arme e leggi bensì di cani e di uccelli vocianti, e ancor peggio, aveva dimenticato d’imporre la giusta vendetta sui suoi nemici, preferendo sguinzagliare le sue aquile trionfali nella caccia con gli uccelli”.

Solo in pochi poterono apprezzare quell’opera scritta da Federico sulla vita dei volatili da caccia, che per molti aspetti rimane di valore ancora oggi. È rimarchevole perché si basa non su testimonianze riportate o sulla narrazione, ma su un‘osservazione fatta da un esperto e su una descrizione dettagliata di quanto osservato.

Uno dei suoi contemporanei scrisse: “Grazie alla sua straordinaria capacità di elaborazione mentale, che si concentrava principalmente sulla cognizione della natura, l’imperatore compose un’opera sulla vita naturale e sull’allevamento degli uccelli con la quale dimostrò quanto fosse intimamente dedito ad analisi approfondite”.

Leggendo il libro è difficile non restare profondamente impressionati dall’ampiezza delle conoscenze che Federico II aveva raccolto, non soltanto sulla cura e l’allevamento dei falconi che usava per la caccia, ma anche sulla loro anatomia e sulle loro malattie. Tuttavia l’intenzione di questo grande libro è molto più ampia: non si occupa soltanto di uccelli da preda ma della vita di tutti i generi di uccelli, con osservazioni dettagliate dei loro cicli di vita, dei loro territori preferiti, delle loro abitudini incluse le migrazioni autunnali e invernali, e ancora molto, molto di più. Nel linguaggio moderno diremmo che diede una dettagliata descrizione dell’anatomia, del comportamento e dell’etologia degli uccelli con inclusa una tassonomia.

Nel quarto volume di questa sua opera Federico descrive le differenti modalità con le quali i falconi attaccano una gru a terra. Esprime la sua opinione sulle ragioni per queste differenti tattiche: “Di questi falconi uno si getta contro le gru sul terreno, alcuni volano in alto, altri in basso e altri ancora ad altezza media. (…) Quelli che volano alti, rapidi e diretti, lo fanno per arrivare più in fretta addosso alla gru che hanno scelto e per essere in grado di colpirla con maggiore impeto”.

“Quelli che volano compiendo un arco rapido, lo fanno per sfruttare meglio la direzione del vento, se non gli si gettano direttamente contro”.

“Quelli che volano compiendo un arco lento, lo fanno sia per sfruttare il vento, sia per fare alzare la gru in volo non osando attaccarla direttamente sul terreno”.

“I falconi che volano a mezza altezza e lentamente lo fanno per far alzare in volo la gru, quelli che volano ad altezza moderata ma rapidi, lo fanno per raggiungere la preda nel più breve tempo possibile, cioè prima che questa riesca a volare via e a sfuggirgli”.

Forse ora cominciate ad avere idea del perché io stia parlando di questo libro antico e quasi sconosciuto. Dopo tutto, questo è un incontro sulla velocità, non sui possibili libri antenati delle moderne scienze naturali, per quanto essi siano affascinanti. Ma Federico II può servire come punto di partenza per un ragionamento che vorrei fare con voi.

Per questo ragionamento è importante considerare che, per quanto sia vissuto molto tempo fa, Federico II era sotto molti aspetti un uomo moderno. Era moderno perché non credeva ingenuamente a ciò che non aveva visto di persona. Era moderno per la sua attenzione ai dettagli e per il suo tentativo di comprendere ciò che aveva osservato mettendolo in relazione con il contesto corretto: l’ambiente nel quale l’osservazione era stata fatta. Per altri versi, tuttavia, era davvero un uomo di vecchie maniere: non parlava mai di velocità.

La descrizione che ho citato, sui modi in cui i falconi si avvicinano alla preda, lo dimostra chiaramente. Per descrivere i movimenti dei falconi usa le parole “lento” e “rapido”, ma solo in questo senso e anche quando valuta i movimenti dei suoi falchi, parla sempre soltanto dei loro differenti modi di volare verso la preda: “il volo in alto è più lodevole e pregevole perché per questi falconi è la maniera più facile di piombare direttamente sulla preda (…) se anche la gru li intravede in distanza, i falconi che volano in alto possono comunque raggiungerla rapidamente proprio perché piombano da un’altezza elevata”.

Federico sta usando queste parole, ma non parla mai né pensa in termini di velocità come facciamo noi. E non confronta mai la velocità di un falcone con quella di un altro, né la velocità del falcone rispetto a quella della sua preda.

Oggi è più semplice. Nei libri di scuola si legge che il falco pellegrino raggiunge una velocità di 200 km all’ora, molto più veloce di tutti gli altri uccelli che attacca. Ma questa dote – essere più veloce di tutti gli altri – non è la vera ragione per la quale i falconi sono abili cacciatori. Federico, che dedicò gran parte della sua vita alla caccia con gli uccelli – molti diranno anche troppo tempo passato a cacciare – conosceva bene la vera ragione. Infatti non gli sarebbe mai passato per la mente che il successo dei suoi rapaci stesse nella loro straordinaria velocità.

Le ragioni sono di due ordini: la prima sta nella nostra cultura. Il concetto di “velocità” per come lo conosciamo noi è nato molto di recente, è un concetto decisamente moderno. I dizionari possono ricordarci significati più antichi del concetto di velocità, che potrebbero sembrarci strani e alieni: abbondanza, successo, fortuna, copiosità, sostegno, protezione.

Oggi, se qualcuno parlasse di “velocità” noi la intenderemmo come caratteristica di un processo, un movimento nella maggior parte dei casi, in funzione del tempo, che – almeno in principio – può essere misurato da uno strumento, da un dispositivo tecnico e perciò può essere comparato. Questa nozione del tempo – che si esprime in unità di misura come i km/h o i giri al minuto – connota un movimento uniforme, perché stiamo parlando della velocità meccanica.

La velocità meccanica è stata inventata insieme alle ferrovie. Prima di allora le persone viaggiavano con le carrozze. Non soltanto si rendevano conto di quanto fosse faticoso per i cavalli tirare la carrozza, ma essi stessi venivano sballottati su e giù, tanto che alla fine del viaggio erano esausti tanto gli animali quanto i passeggeri. Il movimento era davvero molto irregolare; a ogni curva, a ogni ostacolo, la carrozza rallentava, inoltre dopo poco tempo i cavalli si stancavano e si andava più piano.

Questa irregolarità del movimento divenne palese quando furono inventate le ferrovie. Nel 1826 un promotore delle reti ferroviarie descrisse il movimento del cavallo come zoppicante e irregolare e lo confrontò con quello della locomotiva che si muove “con una modalità uniforme e rapida sulle rotaie, affatto condizionata dalla velocità del movimento”. Non ci volle molto perché la percezione dei viaggiatori cambiasse e il movimento rapido e uniforme della locomotiva venisse avvertito come naturale, mentre la natura dei cavalli da tiro cominciava ad apparire pericolosamente incontrollata.

Perciò, non è sorprendente che già nel 1825 si scriveva che “presto anche l’uomo più ansioso quando troverà posto su un vagone tirato da una locomotiva si sentirà molto più sicuro di quanto non gli accadeva nel tempo in cui doveva viaggiare in una carrozza tirata da quattro cavalli, ognuno dei quali differiva in potenza e velocità, e poteva imbizzarrirsi, diventare incontrollabile oltre che soggetto a tutte le debolezze della carne”.

Per questo il tipo di velocità di cui parliamo oggi – quella di cui stiamo parlando in questa conferenza – è qualcosa che ha cominciato a esistere più di mezzo millennio dopo la morte di Federico. Lui non poteva parlare della velocità nel modo in cui ne parliamo noi.

La seconda ragione è perfino più importante secondo me. Sta nella natura del falcone, nella natura della sua preda e nella natura della natura. Parlare della velocità del falcone è un’astrazione, un presupposto che può assumere un significato solo per alcuni obiettivi. È tuttavia anche una distrazione.

Ci distrae dal modo in cui il falcone sta in realtà cacciando. Il confronto fra la velocità del falcone e la velocità della sua preda ci porta inevitabilmente a immaginare una gara, il cui esito finale è che il falcone raggiunga l’altro uccello e infine lo catturi.

L‘obiettivo del falcone non è però quello di poter – o voler – battere la sua preda in una gara. Federico – che vivendo nel Medioevo non poteva farsi ingannare dalla moderna nozione di velocità – lo vedeva chiaramente.

Lui sapeva che ci sono uccelli (e offre l’esempio del tarabuso) i quali, quando vengono incalzati da rapaci che li inseguono per cacciarli, gettano loro addosso i propri escrementi. Considerando quanto caustiche siano queste sostanze, si tratta di un rischio grave che qualunque predatore vorrebbe evitare.

Per questo Federico non ha mai immaginato la caccia con gli uccelli come una forma di gara. E le frasi che ho citato sono chiare a questo proposito: egli descrive sempre il comportamento del falcone – come si lancia dal pugno guantato, come si avvicina alla preda, che cosa ha in mente quando sceglie un certo percorso per arrivare alla gru. Prende in considerazione dove stanno le gru, quello che stanno facendo e quale metodo di attacco sarebbe il migliore per il falcone, il più “lodevole”, come egli sottolinea.

In tutto questo volare, curvare, e volteggiare, battere le ali per prender quota ed esitare prima di piombare giù, in tutto questo, non c’è spazio per la nostra nozione di velocità.

Quando io dico che “il falco pellegrino raggiunge una velocità di 200 km orari”, in realtà sto parlando di un momento brevissimo, poco più di un battito di ciglia, quello in cui il falcone si avvicina maggiormente a qualcosa che sia compatibile con la nostra idea di velocità – cioè la velocità meccanica – il momento in cui sfreccia verso l’altro uccello, con le ali compresse contro il proprio corpo, incapace di qualunque sterzata e perciò costretto a muoversi in linea retta.

Questo è l’unico momento in cui la nostra idea di velocità è davvero applicabile ed è solo in questo momento che possiamo riconoscerla in quel testo. Un secondo più tardi – quando gli artigli del falcone colpiscono l’altro uccello, quello cade e lui lo afferra cercando di riprender quota – “velocità” è di nuovo un concetto senza alcuna importanza pratica, nemmeno per l’osservatore umano. Questo vale anche per gli umani, almeno in principio. Ma la tecnologia ha prolungato enormemente i tempi in cui noi viviamo esperienze di velocità meccanica. Siamo abituati a stare seduti in treno, a prendere un aeroplano, a guidare in autostrada dentro un’auto. Ci siamo così tanto abituati all’esperienza uniforme della velocità meccanica che per noi ha senso parlare della “velocità” perfino di chi si muove a piedi, anche se in realtà si ferma tutti i momenti, parla con altre persone o guarda le vetrine di un negozio.

Per un oggetto che si muove in modo così irregolare come un pedone sul marciapiede, ce la caviamo parlando di “velocità media”. I primi passeggeri delle ferrovie restavano confusi e sorpresi dal movimento uniforme del treno, non erano abituati alle sensazioni della velocità dentro una macchina che irrideva i loro ritmi abituali. Ci volle un po’ di tempo prima che le persone cominciassero ad abituarsi a vedere i luoghi che conoscevano scorrere davanti ai loro occhi come paesaggi, impressioni che ormai ci sono così familiari che non le consideriamo nemmeno più. Noi – che siamo trasportati tutto il tempo – siamo così abituati a questo tipo di velocità prodotta dalle macchine che per noi “velocità” è un termine che ha un senso perfettamente compiuto.

Guardando un falcone alto nel cielo o un bambino che giocherella girovagando nella strada, io dubito profondamente che questa nozione di velocità, portata avanti dalle macchine che gli uomini hanno inventato, sia l’idea che dobbiamo avere in mente quando parliamo esattamente degli umani, di noi stessi. Non fa davvero nessuna differenza se noi vogliamo che la “velocità della società umana” sia accelerata o rallentata – finché guarderemo gli umani con in mente la “velocità”, non riusciremo a vederli umanamente.

 

Appunti sulla velocità dal punto di vista di un percussionista di danza del ventre - Matthias Rieger

Mentre stavo preparandomi per questa conferenza sulla velocità, a un certo punto mi è sembrato di non avere argomenti da proporre a persone che sarebbero arrivate da tutte le parti del mondo con automobili, treni o aeroplani. Questo evento – così avevo letto nel programma – dovrebbe dare agli scienziati, agli ingegneri e ai filosofi un’opportunità per chiarirsi le idee. Così, dopo un po’ ho pensato di chiedere aiuto al mio insegnante di percussioni, Muhammad. È un caro amico ed è anche un musicista esperto. Da due anni sta lavorando sodo per insegnarmi l’arte delle percussioni per la danza del ventre. Al termine di una lezione settimanale di musica gli ho detto che ero stato invitato dal Netherlands Design Institute per parlare della velocità nella musica e che stavo preparando un discorso sull’introduzione del concetto di velocità nella società. Volevo usare l’esempio del metronomo per spiegare in quale modo la velocità fosse entrata anche nel mondo della musica.

Questo strumento fu inventato nel 1812 dal tecnico olandese Nicolaus Winkler che viveva ad Amsterdam, forse proprio in un posto qui vicino. L’idea di quel piccolo marchingegno, progettato per dare il ritmo giusto alle sonate, gli fu rubata da un tecnico tedesco, Nepomuk Maelzel, che lo brevettò a Parigi e a Londra e lo mise in commercio nel 1816.

Il metronomo è un dispositivo tecnico che emette un suono periodico a una velocità che si può cambiare, dettando così al musicista il ritmo da seguire. Il suo funzionamento si basa sul principio del doppio pendolo, cioè sul movimento di una sbarra che oscilla, con un peso su entrambe le estremità. Il peso più in alto si può spostare lungo una scala graduata. Un meccanismo a molla alimenta il movimento della sbarra e fornisce quel ticchettio che ogni aspirante musicista conosce bene. Se si sposta il peso mobile lungo la sbarra, il ritmo del pendolo cambia e si può rallentare o accelerare il ticchettio. Sugli spartiti, per esempio, si può trovare l’indicazione che un certo brano dev’essere suonato a MM (Metronomo di Maelzel) = 80. Significa che il pendolo deve oscillare dall’uno all’altro lato (ed emettere un suono) ottanta volte al minuto e che le note intere (o semibrevi) corrispondenti devono essere suonate alla velocità di ottanta al minuto.

“Molto interessante – ha risposto Mohammed – Ma a cosa pensi possa servire discutere di velocità in musica? Di cosa vogliono sentir parlare quelle persone?”

“Guarda – ho detto – se ho compreso bene, vogliono capire se si può rallentare la velocità di una società con progetti e architetture per andare più lenti. Immagino significhi qualcosa come ridurre la velocità in autostrada da 120 a 90 chilometri all’ora, o la musica da 98 battiti al minuto a 60”.

Ho spiegato a Mohammed che avrei provato a commentare il senso della velocità prendendo come esempio la discussione che si fa in musicologia parlando della fedeltà alla “pratica artistica storica”. Questo dibattito cominciò all’inizio del ventesimo secolo, sulla musica rinascimentale, barocca e classica. Da allora, ci si è scontrati su come interpretare e usare le indicazioni sul metronomo fornite dal compositore. Da una parte di questa controversia ci sono quelli che pensano che suoniamo la musica classica troppo velocemente. Sostengono che questo accade a causa della generale accelerazione di tutti gli aspetti della vita moderna dopo l’invenzione delle ferrovie. Dicono che si dovrebbe ridurre della metà la velocità indicata sugli spartiti, da 120 a 60 battiti a minuto, per esempio. Lasciate che costoro io li chiami slobbies, usando un termine che gli economisti hanno creato per indicare persone che vanno piano ma con efficacia.

Dall’altra parte ci sono quelli che difendono le interpretazioni musicali eseguite seguendo esattamente il “tempo” indicato sullo spartito; questo è secondo loro l’unico modo per riprodurre la melodia originale.

“Ah – mi ha interrotto Mohammed – ho capito: guidatori di una Porsche o di un maggiolone che discutono di musica”.

Uno dei primi compositori che fornì indicazioni per il metronomo fu Ludwig van Beethoven. Era amico di Maelzel e favorì l’introduzione del metronomo in Germania. Ma Beethoven rimase sconcertato quando ascoltò le prime interpretazioni delle sue musiche fatte seguendo le frequenze di un metronomo. Le indicazioni Mm non andavano bene. Dovette così cambiarle più volte finché non arrivò a concludere che l’uso del tempo “misurato” non ha alcun senso in musica, e non fu l’unico compositore che la pensava così.

“Però – chiesi – non abbiamo anche noi due usato il metronomo per i nostri primi esercizi di danza del ventre? A me sembrava il modo migliore per tenere bene il ritmo della danzatrice”.

“In realtà, – disse Mohammed – allora non avevi quasi nessuna esperienza. Altrimenti non avresti mai accettato di seguire un dispositivo meccanico invece del tuo istinto per tenere il ritmo giusto, appropriato e armonioso. Questa certezza l’acquisisci solo grazie al confronto fra le sensazioni della danzatrice e le tue”.

Come potete immaginare, rimasi colpito dalle osservazioni di Mohammed. Decisi non solo di continuare le mie due ore di pratica musicale quotidiana ma volevo anche capire come hanno fatto i musicisti a trovare il tempo giusto per le loro esibizioni nella storia della musica occidentale.

Una settimana più tardi ho invitato Mohammed a prendere una tazza di tè per continuare la nostra conversazione. Era entusiasta e mi promise che sarebbe venuto con un’amica di nome Abla, una danzatrice del ventre che faceva spettacoli con Mohammed da molto tempo. Quando arrivarono preparai del buon tè, aggiunsi dei dolcetti e cominciammo a chiacchierare.

“Guarda Mohammed, mi hai veramente fatto riflettere con le tue osservazioni sul metronomo e la musica – dissi – Ho cercato informazioni sulla storia della musica occidentale perché volevo capire cosa pensavano i musicisti del passato sul tempo musicale. Puoi immaginare la mia sorpresa quando ho trovato che fino al diciannovesimo secolo il tempo della musica è sempre stato determinato dall’ambiente in cui doveva essere rappresentata: un evento speciale, un luogo, un posto di lavoro o di azione.

Per esempio, i canti del lavoro si adattavano al ritmo dell’attività svolta, il tempo di una musica da ballo dipendeva dall’acustica del teatro e, certamente, anche dall’umore dei ballerini e dei musicisti. L’esigenza di avere indicazioni sul tempo si cominciò a sentire solo all’inizio del diciottesimo secolo quando i compositori iniziarono a usare parole italiane per lo scorrere del tempo, come adagio, allegro, o presto. Tuttavia, questi termini legati al tempo non si riferivano a una sua misura che ne permettesse l’espressione in unità al minuto. Erano insieme indicazioni per l’umore e per lo spirito o il carattere a cui si ispirava il brano.

Carl Philipp Emanuel Bach a metà del diciottesimo secolo nel suo Studio sulla vera arte di suonare il vlavicembalo (Versuch, über die wahre Art das Clavier zu spielen) aveva scritto: “Il tempo di una pièce, che è usualmente indicato da una varietà di termini italiani familiari, dipende dal suo carattere generale e dalle note e i passaggi più veloci che include. L’attenzione appropriata a queste considerazioni eviterà di fare fretta a un Allegro o di trascinare un Adagio”.

Poi ho dato un’occhiata agli scritti sulle danze e, nuovamente, ho trovato che non ha senso confrontarne i tempi fra tipi differenti. Una sarabanda non è più veloce o più lenta di un minuetto o un valzer. È semplicemente una sarabanda e bisogna suonarla come deve essere suonata una sarabanda. Tutte le danze hanno un proprio carattere che non si può semplicemente ridurre a un tempo indicato meccanicamente.

La prima macchina per la misura del tempo musicale fu inventata nel 1698, molto dopo che il primo orologio a pendolo era stato costruito in Francia. Questo strumento, chiamato ‘cronometro’, fu ideato dal filosofo musicale francese Etienne Loulie ed era ancora famoso nel secolo successivo. Costava molto ed era alto quasi due metri. Fu usato più da teorici e scienziati della musica che da musicisti. Perfino dopo che Winkler ne aveva realizzato la versione molto più piccola e maneggevole, l’uso del metronomo fu di scarsa utilità per la maggior parte dei musicisti. Fu solo più tardi, con la commercializzazione del metronomo di Maelzel e il sostegno di compositori famosi come Beethoven, che quell’oggetto divenne lo strumento per la misura del tempo musicale.

Anche se l’uso del metronomo divenne comune solo dall’inizio del diciannovesimo secolo, altre modalità non tecnologiche venivano usate per tenere il tempo. Una era l’uso del battito cardiaco. Ho trovato questo metodo menzionato per la prima volta nel sedicesimo secolo da un monaco italiano chiamato Ludovico Zacconi, che fornì una breve descrizione pratica di come misurare il tempo con le pulsazioni nel suo trattato “Prattica di Musica”.

L’allora famoso flautista Johann Joachim Quantz scrisse nella sua opera Studio di un modo per suonare il flauto traverso (Versuch einer Anweisung die Flötetraverse zu spielen) questa bellissima frase: “Bisognerebbe assicurarsi di fare questo: prendere come base il polso di una persona allegra e sana con un carattere caloroso e spontaneo oppure, se è permesso dire così, di una persona di temperamento collerico, dopo cena, verso sera. Solo allora si potrà dire di avere scelto la pulsazione giusta. Se si prende come base una persona depressa, triste, insensibile o pigra il tempo del brano dev’essere un po’ più sostenuto del suo battito”.

Tutti questi metodi di misura del tempo, comunque, erano usati soprattutto dagli studenti di musica o dai dilettanti, persone con scarse esperienze, come i percussionisti principianti della danza del ventre oggi. Erano appigli per darsi un’idea del tempo appropriata. Quantz, che descrisse il metodo di misura delle pulsazioni, scrisse anche: “Se si fa pratica di questo per un po’ di tempo, allora gradualmente la mente familiarizza con i diversi tempi e non sarà più necessario affidarsi al polso”.

E Leopold Mozart, in quello stesso periodo, andò perfino più in là. Per lui, riconoscere il tempo appropriato in base all’esperienza, e non con l’uso di un dispositivo tecnico, era il segno distintivo di un vero musicista.

“Questo è molto interessante – disse Mohammed con un sorriso malizioso – Vieni, prendi il tuo tamburo e proviamo a riflettere sul concetto di velocità con l’aiuto di Abla. Tu suoni un ritmo semplice e lei proverà a danzare. Guarda però se riesci a tenere il tempo con l’aiuto del metronomo”.

Così ho aggiustato il ritmo del metronomo su 60 minime al minuto e ho iniziato a suonare. Mi sono accorto subito che qualcosa non funzionava. Abla danzava, ma non era a suo agio. Aveva difficoltà a seguire i miei tambureggiamenti. Il suono e la danzatrice non si armonizzavano.

“Stop – Mohammed gridava – Stai sbagliando”.

“Sì – gli risposi – lo so”. Avevo paura che Abla stesse cominciando a odiarmi. “Devo suonare più lento o più veloce?”

“No – disse Mohammed – non devi suonare più lentamente o più rapidamente, devi suonare bene. Lo so che seguire quell’attrezzo è il modo di suonare con precisione, ma è anche il modo per sbagliare sempre. Non può esserci accordo fra te e Abla finché ti rapporti con lei dal punto di vista del metronomo. Se ho compreso bene, Matthias, è proprio questo ciò che hanno in mente le persone della conferenza di Amsterdam quando ragionano sulla velocità della società. Prova di nuovo senza il metronomo e concentrati solo su Abla”.

Così ho di nuovo preso il mio tamburo e ho cominciato a suonare. Non è stato facile, ma dopo un po’ e con l’aiuto di Abla ho trovato il solco giusto e il tempo appropriato; funzionava.

“Penso di avercela fatta” – ho detto a Mohammed con un po’ di orgoglio nella voce.

“Sì – ha detto lui – se continui a fare esercizio impegnandoti per altri dieci o dodici anni, potresti farcela davvero”.

Si stava facendo tardi e Abla e Mohammed dovevano andarsene.

“Mohammed, – dissi – devo ancora capire cosa raccontare a quelle persone ad Amsterdam”.

“Bene – disse Mohammed – prova a parlare loro della velocità dal punto di vista di un percussionista di danza del ventre”.

 

Prigionieri della velocità - Ivan Illich

La storia della velocità è un argomento negletto. Quando il poeta inglese John Milton augurava “Che Iddio faccia veloci te e i tuoi cari!” (God speed thee and thy close!), “to speed” significava “prosperare” e non “andare veloce”. Oggi siamo imprigionati nell’era della velocità. Il nostro senso comune ci dice che una qualche idea dello “spazio nel tempo” e, più generalmente, del “processo correlato con il tempo” fa parte di tutte le culture. Mi accollo quindi il compito di scuotere il senso comune. Che l’idea della velocità fosse importante per Aristotele, Archimede o Alberto il Grande è soltanto un pregiudizio, una distorsione proiettata sul passato. Fino al diciassettesimo secolo, infatti, il commercio, la medicina o l’architettura prosperavano senza alcuna preoccupazione per la velocità. E così la musica, la caccia o la pesca. La velocità è un fenomeno specifico della nostra epoca.

Il concetto di velocità è sicuramente storico. La riflessione sul tema è iniziata soltanto nel tardo medioevo anche se poi, poco a poco, è arrivata a contribuire in maniera decisiva all’era delle macchine e dei motori. Tuttavia, oggi l’epoca storica della velocità è alle nostre spalle. In questo periodo l’homo technologicus è stato ossessionato dall’esperienza della velocità: dalla casa alla fabbrica, attraverso le scuole e i mestieri, dal lavoro alla vacanza, soffrendo sempre di mancanza di tempo con orari stretti scanditi dall’orologio. La differente fretta modella il nostro carattere.

Avere ancora fretta, oggi, è un marchio di privilegio, il segno che non siamo ancora stati costretti a passare dalla cultura della scarsità del tempo alla nuova era dell’elettronica e della disoccupazione. I battiti per minuto e la forza lavoro sono stati eclissati dai bit. Le trasformazioni del modo di produrre, che si è trasferito dagli impiegati ai computer, dall’aula a internet, dagli impiegati di banca alle carte di credito, non ci hanno preparato a questa nuova cultura, l’età del megahertz basata sulla velocità della luce. Nella nuova epoca, che è anche quella della “costante C”, quella della velocità della luce, i processi in tempo reale simulano l’onnipresenza globale e sul serio ci portano elettronicamente da qui a lì. Ma la pratica dell’intermediazione, quella che aveva nutrito la dipendenza da velocità dell’uomo moderno, è sparita.

Ecco la mia convinzione. Chiamatela intuizione o preconcetto, oppure prendetela come la semplice ipotesi di un estraneo: l’età della velocità ha avuto un inizio, ma ora ne parliamo come storia perché siamo testimoni della sua fine. Reso outsider da questa convinzione, parlo a un’assemblea di professionisti che cercano metodi per incorporare la velocità nelle dimensioni cruciali del design. In questo sontuoso teatro, assisto a una conversazione sulla velocità desiderabile per l’esistenza umana; a una profonda ricerca sulle richieste morali indirizzate ai designer da parte di autoproclamati slobbies (slow is better, lento è meglio), i quali invocano un progetto di decelerazione; pianificatori che discutono su velocità alta e bassa, rapida e lenta, sopportabile e distruttiva. Tutti professionisti autoimprigionati nella certezza che la velocità avvolga tutto, e che necessiti soltanto di essere controllata. È la velocità che conta per loro, che conta quanto la durata della pena per il carcerato.

Il messaggio del Gulag

Mentre ruminavo su questa fissazione, mi sono ricordato di una conferenza a Oslo l’anno scorso, organizzata dal criminologo Nils Christie (quello che scrive sui gulag di stile occidentale) alla Northern Academy of Science. In tutte le giurisdizioni politiche, oggi, il gulag cresce a un ritmo più veloce di altre istituzioni di welfare. A quell’incontro parteciparono i capi dei sistemi penitenziari di 14 paesi, dal generale che gestisce le carceri russe al Federal Commissioner of Corrections degli Stati Uniti. Tema: i freni che bisogna mettere a questa crescita. Ascoltai per tre giorni le relazioni da ciascun paese, e infine condussi la tavola rotonda finale.

Fui impressionato dall’unanimità fra questi guardiani capi. Ogni relazione sottolineava che le prigioni non realizzano alcuno dei loro scopi: non prevengono i reati, non correggono le tendenze o il comportamento, e neanche puniscono, per la soddisfazione delle vittime dei prigionieri. Tutti i capi delle prigioni erano d’accordo sull’inutilità delle stesse e ciononostante tutti chiedevano più fondi per migliorare il loro lavoro.

Il mio compito era riassumere. Christie voleva che collocassi questo enigma in un quadro storico. Per caso conosco i libri medievali sui doveri dei signori. Ai princìpi cristiani era proibito punire confinando i prigionieri nelle torri dei loro castelli: e allora le usavano per custodirli fino alla pubblica esecuzione, alla tortura o alla mutilazione. Ma come spiegare che tutte le società moderne effettuano costosi investimenti per prigioni la cui inefficacia è stata provata riguardo a tutti gli scopi a esse assegnate? Come spiegare la disponibilità di criminologi, politici e contribuenti a finanziare il costoso lavoro dei secondini? Come comprendere la ragione dell’irragionevole certezza che i gulag devono continuare a esistere?

Per rispondere a queste domande, bisogna prima determinare gli effetti del gulag. Il gulag è controproducente, se lo si giudica rispetto agli scopi ufficiali della prigionia. È evidente che quest’istituzione ha il risultato opposto rispetto a quello desiderato. Ma esaminiamo che cosa dice il gulag, considerandolo non come un mezzo ma come un segno: un segno più per quelli disposti a pagarne i costi, che per coloro i quali sono rinchiusi lì dentro: prigionieri e guardiani. Bisogna scoprire ciò che il gulag dice a quelli che lo finanziano, scoprire perché sono bloccati dal bisogno di perpetuarlo. Ogni notizia in arrivo dal gulag dice loro: siete liberi! Contrariamente a quelli che sono dentro per scontare una pena, voi siete fuori, e dovete assaporare la libertà! Siete liberi, anche se dovete alzarvi al suono della sveglia e combattere costantemente contro l’orologio. Stando fuori di prigione, potete usufruire di più ampie opportunità, potete scegliere fra molte offerte, ma solo se tramutate la sete in desiderio di una Coca Cola… o di una Pepsi. Dimenticatevi l’acqua, perché quella del rubinetto fa male. Insomma, si gode della scelta fra un assortimento di alternative molto più ampio di quello dei carcerati. Il gulag vi dice: “Scegli ciò che preferisci!”

A Oslo avevo di fronte fornitori di prigioni, al tempo stesso consci della controproduttività del gulag ma anche amministratori dedicati al suo sviluppo quantitativo e al miglioramento qualitativo. A quale tipo di assemblea potevo paragonarli? Li definii cardinali, ma in realtà pensavo a sciamani durante una danza della pioggia. Lo sciamano prepara la danza annuale che dev’essere celebrata nel villaggio, ma possiede anche l’autorità di spiegare perché la pioggia non arriva, nonostante la cerimonia. Non piove perché qualcuno non si è impegnato al massimo durante la danza.

I sociologi utilizzano la danza della pioggia come termine tecnico per un rito che crea il mito, un evento mitopoietico che genera una credenza e conferma un dogma sociale. Max Gluckman parla di queste cerimonie come di un modello sociale che acceca tutti i partecipanti (sia sacerdoti sia fedeli) nella contraddizione fra l’obiettivo asserito del rito e i suoi effetti. La liturgia dovrebbe produrre pioggia, ma in realtà produce soltanto il bisogno della danza.

Per anni ho esaminato le grandi istituzioni di servizio delle società moderne, non solo per ciò che fanno, ma anche per ciò che dicono; non come agenzie produttive, ma come riti produttori di miti. Sono ostile alla scuola obbligatoria, per esempio, perché la vedo come una danza della pioggia celebrata in nome dell’uguaglianza, ma che in realtà fornisce alla società soltanto la certezza che la scuola deve esistere. Analizzandone i risultati concreti, infatti, si individua soltanto la selezione di dodici livelli di bocciati, uno all’anno. Similarmente, i criminologi moderni sostengono le carceri, e perfino la pena capitale, sostengono la sovranità dello Stato basata sul bisogno di un’agenzia che definisca i crimini e punisca i criminali. Oggi desidero sottolineare la funzione rituale, di cerimonia creatrice di miti, del design.

I designer come sciamani

I designer sono un tipo assai speciale di sciamano. Non celebrano la liturgia: la disegnano. Non governano le enclave, ma consigliano coloro che le costituiscono. Non sono la progenie di calzolai e muratori, ma i discendenti di un frutto del genio rinascimentale: il disegno. Sono esperti nell’integrazione deliberata e riflessa di artefatti vari; sorgenti di una nuova composizione che distingue il barocco dal gotico.

Tuttavia, i designer non forniscono soltanto la forma dell’integrazione, ma inevitabilmente diffondono i princìpi guida ai quali devono sottomettersi gli elementi di un tutto. Sia la carrozzeria di un’automobile che l’umile maniglia di una porta impongono ergonomia: stuzzicano e attraggono il vostro sedere e la vostra mano. Per mezzo secolo l’ergonomia (oggetti disegnati per adattarsi al corpo) è stato un imperativo imposto dai designer. Ma il nuovo dato messo all’ordine del giorno, la velocità, ha il potere di liberare dal corpo: disincarna la percezione del falco esattamente come una sonata di Ludwig Van Beethoven.

Per decadi il design ha fatto propaganda alla velocità, il più delle volte in modo surrettizio e acritico. Più veloce sembrava meglio. Adesso volete inaugurare una nuova era con lo slogan che l’andatura lenta può essere bella, e quella appropriata ottima. Volete aprire un’epoca di profonda consapevolezza della velocità, e promuoverla per mezzo del design. Desiderate un design che inneggi agli slobbies postmoderni: persone slower but better working che proteggono puntigliosamente il loro ritmo tranquillo.

Nel ventesimo secolo la ricerca dell’alta velocità privilegia una minoranza e consuma il tempo della maggioranza. Il “Fly & Drive” non è certo alla portata di tutti, ma tutti devono affrontare le distanze create dai veicoli veloci. È dal 1970 che ci vendono modelli industriali di sedie o di caffettiere dalla forma aerodinamica. La suggestione delle velocità significava trovarsi al passo con i tempi, e l’alta velocità sembrava seducente quanto l’ultima moda femminile. Ma quel che ora proponete va perfino oltre: voi date per scontato che tutto trasudi velocità, la velocità che volete controllare. E ciò non può che confermare l’onnipresenza e l’onnipotenza di questa droga che assuefà.

Sì, è un nuovo tipo di droga, una chimera sconosciuta prima di Galileo Galilei, e alla quale era difficile credere anche un secolo dopo la sua morte: l’idea di s/t, spazio/tempo. Nessuno all’epoca afferrava questa fusione di spazio e tempo. Quella mozione del movimento non faceva parte del loro mondo: un mondo centrato su ogni singola persona e disteso di fronte a ciascuno, pronto a essere percorso passo dopo passo. Un mondo in cui gli alberghi erano collocati alla distanza di un giorno di viaggio l’uno dall’altro, in cui dodici ore dovevano trascorrere dalla mattina alla sera, in inverno come in estate, e in cui l’unità di misura era il piede. L’allargamento dell’esperienza non poteva stare in una frazione sopra il tempo vissuto.

I primi uomini che viaggiarono in treno furono terrorizzati dalla velocità. Capirono che il treno, accelerando nel mondo, aveva bisogno di una nuova parola: così adottarono il termine landscape (paesaggio) per definire i posti che vedevano scorrere dal finestrino dello scompartimento, senza posarci il piede. Gli orari dei treni hanno introdotto il minuto nella società, scandendo il tempo dei passeggeri con il rumore del motore. La velocità ha sostituito il ritmo con un rumore cadenzato. Voi ora volete attenuare questo trasferimento. Io invece esploro le zone di esperienza trascurate e senza velocità. Non cerchiamo una fuga dalla prigione dell’alta velocità verso un mondo di repressioni meno seccanti; domandiamo se e dove l’ombra della velocità può essere evitata del tutto.

Quando cantiamo o suoniamo musica dal vivo, la velocità si attenua. Non ci stringe nella sua presa, e noi non sentiamo il bisogno di controllarla. È il ritmo a prendere il sopravvento. Quando leggo gli esametri entro nella loro cadenza, perché so bene che il ritmo è stato imposto alla poesia antica soltanto dopo il 1630 da studiosi zelanti. La velocità è in conflitto con la vita.

Per gente come noi, la velocità è un crudo esempio di congerie storica gratuitamente attribuita alla natura. Viene fuori da una brama senza corpo che giace più in profondità rispetto alle principali fondamenta del mondo moderno: il bisogno di un adeguato trattamento istituzionale per il crimine, l’istruzione, la corsa alla ricchezza, le assicurazioni.

L’odierno Pantheon è abitato da questi dei, che governano il mondo moderno. Ma la velocità si trova in una zona oscura al di sotto di essi, dove i greci mettevano i titani, creature potenti che facevano nascere le divinità.

Per quanto riguarda la velocità, mi sento nichilista. Quando Galileo propose di studiare l’attrazione gravitazionale su un piano inclinato, e Keplero la applicò per calcolare il movimento delle sfere celesti su traiettorie ellittiche, rivoluzionarono la fisica. Meravigliarono i loro contemporanei proprio come è capitato ai fisici quantistici 300 anni più tardi. Dovevano liberare il ticchettio del tempo dal flusso della temporalità, e staccare lo spazio astratto dal qui e ora, mentre noi cerchiamo soltanto di goderci la vita con i nostri amici. Ho cercato di vivere come un pellegrino, facendo un passo dopo l’altro, entrando nel mio tempo, vivendo all’interno del mio orizzonte, che spero di raggiungere sempre con il passo, il sorprendente passo, che si compie per morire.

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