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sabato 17 gennaio 2026

Proud Prophet

Proud Prophet: non esistono armi nucleari “tattiche” - Massimo Mazzucco

In questi giorni si sente spesso parlare della possibilità dell’uso di armi nucleari “tattiche”, nello scenario di guerra dell’Ucraina.

Secondo la definizione corrente, queste sarebbero “piccole” armi nucleari, con un potenziale distruttivo ridotto. Il loro uso provocherebbe quindi un danno relativo, che sarebbe limitato ad obiettivi strategici o comunque militari. In altre parole, viene fatta passare l’idea che esista uno stadio intermedio fra le armi convenzionali e quelle nucleari vere e proprie, e che l’utilizzo di queste armi nucleari “tattiche” non debba portare necessariamente alla escalation irreversibile di una totale guerra atomica.

Questa ipotesi, tanto cara ai guerrafondai che sperano di vedere i fuochi d’artificio in Ucraina, è stata totalmente smentita circa quarant’anni fa, da una simulazione di guerra voluta da Ronald Reagan, chiamata Proud Prophet.

 

Eletto nel 1980, Reagan si ritrovò alla presidenza degli Stati Uniti in uno dei momenti più delicati di tutta la Guerra Fredda. L’unica dottrina che imperava allora era la cosiddetta MAD, che sta per “mutually assured destruction”, ovvero distruzione reciproca assicurata. In base a questa dottrina, l’unico deterrente che potesse fermare una guerra nucleare era la certezza che ambedue le nazioni sarebbero state completamente distrutte.

Ma fu a quel punto che qualcuno nel Pentagono introdusse un altro concetto. Si chiamava: “escalation to de-escalation”, ovvero una escalation militare, eseguita con bombe nucleari di bassa potenza, intesa proprio a convincere l’avversario a demordere, prima di arrivare al famoso punto di non ritorno.

Naturalmente, per chi non sia malato di militarismo, questo era un ragionamento che non stava in piedi. Ma ci volle una vera propria esercitazione a tavolino per dimostrarlo. Fu così che nacque Proud Prophet.

Una simulazione complicatissima, che durò due settimane, nella quale una parte dei militari rappresentavano la logica del Pentagono, e l’altra rappresentava la logica del Cremlino. In altre parole, ogni decisione presa durante la simulazione andava fatta mettendosi nei panni o dell’una o dell’altra parte.

Ciascuna delle due parti, ovviamente, non era al corrente dei piani dell’avversario, e doveva prendere decisioni in tempi molto ristretti, basandosi solo su quello che accadeva sul campo di battaglia.

E così, fu presto chiaro che l’utilizzo delle cosiddette armi nucleari tattiche avrebbe solamente rimandato la conclusione irreversibile, quella appunto di una guerra atomica totale. Non c’era scampo: una volta lanciata la prima, la sequenza di eventi avrebbe portato la scala della distruzione completamente fuori controllo.

Che oggi ci siano militari, dall’una e dall’altra sponda che amano giocare con queste ipotesi, è qualcosa di comprensibile: in fondo la guerra è fatta anche di dichiarazioni e di bluff, più o meno fondati e credibili. Quello che invece non è accettabile e che da noi ci siano giornalisti e “opinionisti” di ogni sorta, che continuano a parlare allegramente dell’uso di armi nucleari “tattiche”, come se non dovessero portare necessariamente ad una escalation irreversibile.

Le guerre si combattono con le armi, ma le guerre si possono combattere soltanto con il supporto dell’opinione pubblica di ciascun paese coinvolto. E l’opinione pubblica del nostro paese – che è comunque coinvolto, anche se in modo indiretto - è purtroppo nelle mani di giornalisti prezzolati, che pur di fare contenti i loro padroni della Nato non esitano ad introdurre nel pubblico discorso argomenti che invece dovrebbero esserne categoricamente esclusi, per motivi che non dovremmo nemmeno stare qui ad invocare.

da qui

  

NYT: la follia nucleare degli strateghi da salotto - Davide Malacaria

La guerra termo-nucleare, prima bandita dall’orizzonte delle possibilità, è ora entrata in tale orizzonte, con l’Occidente che ha sfidato più volte la Russia superando linee rosse un tempo giudicate invalicabili a motivo della Mutua distruzione assicurata che aveva reso la deterrenza atomica fattore di stabilità globale e costretto le potenze nucleari alla ricerca di compromessi.

Su questo tema, un articolo di William Langewiesche sul New York Times, nel quale spiega come la comunicazione non equivocabile tra antagonisti sia cruciale e fondamentale per gestire la sfiducia reciproca, oggi giunta al parossismo. Le comunicazioni riservate sono “parte integrante dell’arte della de-escalation, un’arte che è stata trascurata e ora sta pericolosamente naufragando”, scrive il cronista.

Ad accrescere i rischi, l’enfasi sulle atomiche tattiche, che taluni sostengono che si possano usare nell’ambito di guerre convenzionali. Così la sfida cruciale “ora non è come scongiurare un attacco a sorpresa, ma come controllare un’escalation che si verifica in bella vista [Ucraina ndr.], ad esempio, un conflitto convenzionale che va storto, portando al tintinnio di sciabole nucleari, al primo utilizzo di piccole armi nucleari, che innescherebbe una replica con armi nucleari similari, trascinando gran parte del mondo a scivolare in maniera incontrollata verso l’estinzione”.

 

La guerra che non può essere vinta

In realtà, non è la prima volta che sul mondo incombe l’ecatombe nucleare. Infatti, negli anni della Guerra Fredda qualcuno si era azzardato a ipotizzarla come possibile, in particolare Langewiesche ricorda Herman Kahn – che ha ispirato Stanley Kubrick per il film Il Dottor Stranamore – che nel suo libro Sulla guerra termonucleare scrisse di “livelli tollerabili di vittime civili” e di devastazioni sopportabili, tanto da concludere che una guerra simile poteva essere “vinta”.

Non fu l’unico a ipotizzare tale follia, tanto che sotto Reagan la spinta in tal senso divenne fortissima, grazie anche alla nuova strategia posta in essere dagli Stati Uniti, quella di creare uno scudo spaziale che difendesse l’America dalle testate nucleari sovietiche, le cosiddette “guerre stellari”. L’Urss di Andropov percepì la minaccia insita in tale determinazione, temeva cioè che l’America si preparasse ad “acquisire una capacità nucleare di primo attacco che rendesse l’Unione Sovietica ‘incapace di sferrare un attacco di rappresaglia’”. Lo scudo spaziale era in pratica “un tentativo di disarmare l’Unione Sovietica di fronte alla minaccia nucleare degli Stati Uniti”.

In tale tensione, e per verificare se davvero una guerra nucleare potesse essere controllata e vinta, nel 1983 gli Stati Uniti realizzarono l’esercitazione segreta Proud Prophet, usando di tutte le loro risorse in giro per il mondo e nel modo più realistico possibile. Fu un disastro: nonostante le squadre contrapposte cercassero di limitare la portata del conflitto, che in effetti iniziò come controllato e limitato all’Europa, si innescò un’escalation incontrollata, sprofondando il mondo intero nell’abisso.

Fu uno shock, tanto che, successivamente, “il dibattito sul controllo dell’escalation nucleare cadde in disgrazia e l’amministrazione Reagan canalizzò i finanziamenti verso le armi convenzionali. In parallelo, si registrò una fase di distensione. “L’apparato della guerra nucleare rimase al suo posto, ma finì per occupare gli angoli più riposti del complesso militare”, chiosa Langewiesche.

Il miraggio della de-nuclearizzazione

[…] “La calma nucleare era così profonda che nell’aprile 2009 […] il neoeletto Barack Obama osò proporre l’eliminazione totale delle armi nucleari, un’iniziativa nota come Global Zero”. Ma non ebbe un grande successo, “forse perché vivere nel 21° secolo in un mondo privo di armi nucleari significava vivere sotto il giogo degli Stati Uniti, data la loro superiorità degli armamenti convenzionali”.

“Gli arsenali nucleari indipendenti garantiscono l’indipendenza. – prosegue Langewiesche – Questo era, infatti, uno dei motivi per cui alcuni paesi avevano sviluppato i propri arsenali atomici. Inoltre, non passò inosservato il fatto che gli Stati Uniti, i quali avevano acquisito un certo appetito per gli interventi armati, non avevano mai invaso uno Stato dotato di armi nucleari, non importa quanto odioso apparisse. La lezione che se ne trasse fu che […] un arsenale nucleare permanente può essere estremamente utile”.

Alcuni mesi dopo il discorso di Obama, “Thomas Schelling (padre dell’esercitazione Proud Prophet e premio Nobel) pubblicò un articolo sul trimestrale Daedalus nel quale metteva in guardia dal rincorrere un miraggio prima di considerare le possibili conseguenze. Annotò, per esempio, che in un mondo senza armi nucleari, le ‘ex’ potenze nucleari sarebbero rimaste comunque potenze nucleari ‘latenti’, con la capacità cioè di ricostituire rapidamente il proprio arsenale in caso di crisi. Nella competizione che ne sarebbe risultata, il Paese vincitore, godendo di un breve vantaggio in quanto unico possessore di armi nucleari al mondo nel corso di una crisi, sarebbe stato più che motivato a usarle”.

Riposto il miraggio nel cassetto, Obama si decise a neutralizzare il pericolo nucleare con la Russia attraverso il trattato New Start, ma tale distensione gli fu rinfacciata dai tanti bellicisti americani. Per farsi perdonare dovette cedere alle loro pressioni e il denaro riprese a fluire nel settore atomico, innescando una corsa al perfezionamento di tali armi. Il paradosso fu che, nonostante il numero di testate restasse limitato, la loro potenza distruttiva aumentava sempre più.

 

La giungla atomica

Mentre svaporava l’idea di un mondo senza l’atomica, altri Paesi iniziarono a investire nello sviluppo del nucleare, così nel 2012 Paul Bracken pubblicò un libro intitolato The Second Nuclear Age nel quale “descriveva l’avvento di un mondo nucleare multipolare, la giungla anarchica nella quale abitiamo ora […]. Ad aggiungere complessità al panorama, con possibilità inesplorate di confusione per quanto riguarda paesi come Corea del Nord, Pakistan e Iran, è l’enorme complicazione strategica dell’ascesa della Cina come grande potenza”, che gli Usa vedono come minaccia esistenziale globale.

Inoltre, le tante innovazioni tecnologiche, dagli attacchi hacker ai sistemi di invisibilità più sofisticati, rendono più incerte le capacità di vedere il pericolo e alimentano ancor più l’incertezza sulla possibilità di un primo attacco e, di conseguenza, la diffidenza reciproca e i possibili, tragici, equivoci.

Infatti, a scongiurare il pericolo è la capacità di deterrenza, cioè il fatto che il potenziale nemico sia conscio che un attacco nucleare non resterà senza replica. Ma perché ci sia deterrenza occorre lavorare a un apparato nucleare efficace. Un lavoro che però rischia di apparire a sua volta un preparativo per iniziare una guerra atomica, anche perché come tale viene inteso dagli “strateghi da poltrona che vivono in un universo parallelo e non nel mondo reale”. Purtroppo, tali “strateghi da poltrona occupano tanti uffici del Pentagono”, come annota sconsolato il cronista.

“[…] La storia – conclude Langewiesche – dimostra che la deterrenza spesso fallisce e che i paesi possono infilarsi in angoli nei quali non hanno altra scelta che iniziare guerre che non possono vincere, guerre in cui l’autodistruzione è sicura. Stiamo entrando in un’era in cui il controllo delle armi nucleari è una questione aperta, la non proliferazione è fallita, i conflitti convenzionali si stanno diffondendo, il nazionalismo spinto è in aumento, l’uso di piccole armi nucleari sembra di nuovo possibile, la deterrenza si sta indebolendo e tanti sciocchi sognano di gestire l’escalation nucleare nell’ambito di guerre convenzionali”.

“La guerra nucleare sembra più vicina che mai. Ci sono pochi segnali che si stiano perseguendo cambiamenti per ridurre il rischio. Non c’è motivo di farsi prendere dal panico, ma Katie, chiudi la porta!”.

da qui 


sabato 20 aprile 2024

MUOIA SANSONE?

 

Pepe Escobar – Canale Telegram – 20 aprile 2024 – ore 12.54

            

Sul suo canale Telegram Pepe Escobar, giornalista i cui articoli ospitiamo quasi quotidianamente e, di solito, sempre molto bene informato, lancia questa “bomba”. Ovviamente Pepe è vaghissimo sulle fonti e, se è vero quanto riporta (ed è difficile credere che un personaggio come lui parli a vanvera), è anche abbastanza ovvio perché.

Al momento non abbiamo alcun elemento ulteriore di giudizio se non la stima e la consapevolezza che non ha mai raccontato balle (o, perlomeno, non è mai stato svergognato da alcuno). Per questo motivo ve la proponiamo nuda e cruda come l’abbiamo letta, restando in attesa di conferme che però dubitiamo arriveranno mai.

 – * – * – * –

La vera storia della contro risposta israeliana

Da una fonte di intelligence di altissimo livello.

In Asia.

NON Russia-Cina.

Anche se la partnership strategica, ovviamente, prevede scambi al massimo livello 24 ore su 24.

Confermato e riconfermato.

Sarà bello sapere cosa Sy Hersh sentirà dalle sue fonti della Beltway (Wahington, N.d.T.).

Ecco qui.

Israele ha inizialmente scelto di rispondere con la forza estrema.

Un F-35 caricato con una bomba nucleare è stato inviato a est sopra la Giordania.

La missione: provocare una detonazione ad alta quota sopra l’Iran che avrebbe provocato un’impennata nelle linee elettriche ad alta capacità, paralizzando la rete elettrica iraniana e disabilitando tutti i dispositivi elettronici.

Un attacco EMP.

Tuttavia…

… mentre l’F-35 israeliano stava lasciando lo spazio aereo giordano, è stato abbattuto dall’aviazione russa.

Per questo la versione pubblicizzata della risposta israeliana è stata una farsa.

Alla fine tutte le parti hanno deciso di non rendere pubbliche le vere notizie, per smorzare una situazione che avrebbe potuto trasformarsi in una terza guerra mondiale.

 – * – * – * –

Questo è quanto, ma in queste poche e scarne righe, se vere, c’è un incubo dei peggiori…, se fosse così ciò significherebbe solo che la follia sionista è veramente quella di “muoia Sansone…”

https://comedonchisciotte.org/muoia-sansone/

giovedì 7 aprile 2022

Il coraggio della paura: UE e guerra nucleare - Giorgio Ferrari


L’Unione europea si predispone alla guerra nucleare. Non è un modo di dire, ma un dato di fatto. Ieri, 6 aprile 2022, a mezzo di un contorto comunicato stampa, la Commissione europea ha reso noto di aver attivato “riserve strategiche per 540,5 milioni di euro destinati a fronteggiare le minacce chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari (CBRN) che comprenderà attrezzature e medicine, vaccini e altri trattamenti che consentano di curare pazienti esposti ad agenti CBRN in emergenza, come pure una riserva di decontaminazione “rescEU” composta da attrezzature di decontaminazione ed équipe di risposta specializzate. Come primo passo immediato, l’UE ha mobilitato la sua riserva medica “rescEU” per l’approvvigionamento di compresse di ioduro di potassio che possono essere utilizzate per proteggere le persone dagli effetti nocivi delle radiazioni. Quasi 3 milioni di pillole allo iodio sono già state consegnate all’Ucraina attraverso il meccanismo di protezione civile dell’UE con l’aiuto di Francia e Spagna.”

Quasi a voler anticipare la domanda che sorge spontanea: di quali radiazioni nucleari stiamo parlando? il comunicato precisa quanto segue: “L’esposizione ad agenti CBRN può essere provocata da catastrofi involontarie (ad esempio una perdita in un impianto chimico, un incidente in una centrale nucleare, la diffusione di una malattia infettiva), oppure da atti intenzionali (ad esempio un attacco terroristico).

Trattasi, evidentemente, di palese menzogna dato che, da alcuni decenni, operano in Europa più di 120 reattori nucleari e non si è mai visto né previsto in sede europea di predisporre simili misure per un eventuale incidente in una centrale nucleare. Dunque è in previsione di una guerra nucleare che si approntano oggi, minaccia che implicitamente si addossa alla Russia dal momento che la riserva di decontaminazione per le radiazioni (personale e attrezzature), come spiega il comunicato “sarà sviluppata e ospitata da Croazia, Germania e Spagna” cioè in paesi che hanno poche o nulle centrali nucleari, ma che affacciano, esclusa la Spagna, sul fronte orientale dell’Europa dove è già in corso una guerra.

L’Europa, ancora una volta, si appresta a varcare la soglia dell’inferno lasciandone fuori ogni speranza per le genti che la abitano. E non c’è da farsi illusioni che chi sta in alto si volga indietro, per un momento, a ripensare agli anni bui in cui precipitò l’Europa per l’ignominia delle sue classi dirigenti che nel mentre facevano professione di pace, si preparavano alla guerra. Oggi neanche più di pace parlano, ma solo di riarmo, di economia di guerra e di sacrifici a cui dovremo andare incontro.

Il dooms-day clock (**) segna 100 secondi alla mezzanotte nucleare e il fatto che la Commissione europea, invece di adoperarsi per disinnescare la miccia Ukraina, si predisponga alla guerra atomica, ne sposta le lancette ancora più avanti.

Se non è la ragione, l’amore per la vita o la pietà per i nostri figli a smuoverci da questo soporifero benessere che crediamo di meritarci, che sia almeno il “coraggio della paura”, di cui tante volte ci parlava Dario Paccino, a farci scendere in piazza per scongiurare la prossima e forse definitiva guerra.

da qui

sabato 22 gennaio 2022

Tempi sospesi per l’umanità - Elena Camino

 

Tempi sospesi per l’umanità: problemi planetari, tragedie globali, guerre, cambiamento climatico e pandemia… e il nucleare?  

 

Problemi planetari

A fine novembre 2015, a Stoccolma, Gino Strada riceveva il Right Livelihood Award, il “premio Nobel alternativo”. Nel discorso di accettazione egli affermò che: “lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future”.  In ogni guerra, “la tragedia delle vittime è la sola verità”.  […] “Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità”.

Sono passati sette anni da quella premiazione e da quelle parole. Le guerre si sono moltiplicate, le vittime (dirette e indirette) sono aumentate a dismisura. Intanto nuovi incubi sono sopraggiunti, alimentando paure e sofferenze della gente comune, impegnando gli sforzi degli scienziati, stimolando le strategie dei potenti. Le pagine dei giornali e le informazioni su web sono zeppe di dati, commenti, misure, dichiarazioni, riflessioni sui due nuovi problemi – due nuove ‘guerre’ – che negli ultimi anni hanno colpito l’umanità: il cambiamento climatico e la pandemia da COVID 19.

 

Tragedie globali

Delle trasformazioni in atto che si stanno realizzando sul nostro pianeta si parla da decenni. Ci sono state tante avvisaglie, tanti indizi inquietanti a livello locale (da una insolita, intensa alluvione alla comparsa di una nuova malattia delle piante, dall’avvelenamento di un corso d’acqua a una anomala calura estiva); e ora stanno manifestandosi cambiamenti su scale sempre più ampie, ormai ingovernabili. Enormi distese di ghiaccio che fondono, correnti oceaniche che cambiano direzione, invasioni incontenibili di locuste migratorie. Poi – appena due anni fa – si diffonde un’epidemia che colpisce gli esseri umani: è un virus molto contagioso, che rapidamente dilaga in tutto il mondo. Intanto le guerre continuano: anzi, nuove aree geografiche diventano sedi di scontri armati. Popolazioni di cui non si sentiva parlare si scoprono ‘nemiche’ da combattere, oppure ‘amiche’ da aiutare. La produzione, il commercio, l’uso di armi si moltiplica.

Aumentano i conflitti violenti, nei quali le vittime civili superano sempre più quelle militari. In parallelo si moltiplica il numero di persone costrette a lasciare le loro case per la fame, la sete, i bombardamenti. Milioni di ‘migranti’ si spostano, cercando di fuggire a situazioni diventate invivibili.  Migranti economici che cercano lavoro; e migranti ambientali che hanno perso la terra su cui vivevano; migranti perseguitati come nemici da stranieri che neppure conoscono. Una percentuale crescente dell’umanità è in situazione di sofferenza e di pericolo.

 

La metafora del nemico

Molte persone, parlando del cambiamento climatico e della pandemia, utilizzano la parola ‘guerra’. Ma qual è il nemico? La CO2, forse, che prodotta dalle attività umane si accumula nell’atmosfera e negli oceani? Difficile sostenere che questa piccola molecola (tra l’altro essenziale per la vita) ci sia nemica.  O le varie forme con cui si esprime questo nuovo virus – di volta in volta più o meno contagioso, più o meno pericoloso – che ‘spunta’ da luoghi sempre diversi? Ugualmente arduo sarebbe credere che una struttura architettonica piccolissima, una pallina invisibile con la superficie decorata, ce l’abbia proprio con noi!

Dall’inizio della pandemia, nel dicembre del 2019, il numero ufficiale delle persone contagiate dal virus supera i 300 milioni, e si sono registrati più di 5,5 milioni di morti. Sono dati sicuramente inferiori al reale, perché moltissimi casi non sono stati registrati.

 Eppure… a proposito dell’infezione da SARS-CoV-2, leggete queste righe:

“Come nell’arte della guerra, per poter sconfiggere il nemico è fondamentale conoscere: com’è fatto il virus, qual è la sua forma? Come infetta le cellule umane? Come cresce, replica e si sviluppa nelle cellule ospite? Di che cosa ha bisogno per sopravvivere? Rispondere a tali domande fornisce le armi, le informazioni chiave a cui i laboratori di ricerca ambiscono per sviluppare vaccini e farmaci antivirali sicuri ed efficaci.”

E sulla CO2? Basta una sbirciatina a Google per fare una raccolta di titoli da bollettino di guerra:

Non è difficile, documentandoci, confrontandoci, riflettendoci insieme, arrivare a concordare che stiamo usando la solita, abusata metafora. L’aveva osservato fin dai primi mesi di pandemia un giornalista, Daniele Cassandro, in un articolo dal titolo Siamo in guerra! Il coronavirus e le sue metafore:

“Da giorni basta aprire un giornale, scorrere le notizie sul telefono, guardare un notiziario in tv per sentirci dire che siamo in guerra. L’emergenza Covid-19 è quasi ovunque trattata con un linguaggio bellico: si parla di trincea negli ospedali, di fronte del virus, di economia di guerra; ogni sera la Protezione civile dirama un bollettino con il numero dei morti e dei contagiati che aspettiamo col fiato sospeso”.

 

Contro il pianeta, una guerra perdente…

La letteratura, ormai sterminata, sulle possibili cause della diffusione del virus COVID-19 (e di altre pandemie prima) suggerisce che il nemico non sia il virus, ma un insieme di condizioni  dietro le quali si nascondono gravi responsabilità umane: dalla continua ‘invasione’ antropica di ambienti naturali, che ha favorito l’incontro e lo ‘spillover’[1] (il salto di specie) tra i viventi, all’allestimento di allevamenti intensivi (dalle galline ai maiali ai visoni), dove milioni di creature sono stipate in spazi piccolissimi, costrette – dalla nascita alla morte – a una vita di sofferenza e malattia (e di scambi virali). Inoltre l’esperienza di due anni di ‘convivenza’ con il virus COVID-19 ci ha fatto capire che fargli la guerra non è una strategia vincente. Anzi. Le sue capacità di adattamento e trasformazione sono ormai evidenti.

Occorre invece modificare profondamente, radicalmente tanti atteggiamenti e comportamenti aggressivi e violenti che – soprattutto nell’ultimo secolo – hanno caratterizzato la presenza umana sul pianeta.

Anche nel caso dell’altro ‘nemico’, la CO2 , da tempo sono state individuate gravissime responsabilità umane dietro all’aumento di temperatura dell’atmosfera, e alle profonde trasformazioni che ne sono derivate nell’ecosistema Terra. Si tratta di comportamenti umani violenti e irresponsabili, azioni distruttive nei confronti della nostra ‘casa comune’: i gas-serra che si stanno accumulando nell’aria e negli oceani provengono dalle attività cosiddette produttive delle moderne società industriali. Dallo scavo di enormi miniere all’accumulo di montagne di rifiuti, dall’imbrigliamento dei grandi fiumi all’avvelenamento dei suoli agricoli, fino alla preparazione delle guerre: sono questi i ‘nemici’ contro i quali bisogna combattere.

Come scriveva la studiosa indiana Vandana Shiva pochi mesi prima della diffusione della pandemia, occorre chiarire chi sia davvero il ‘nemico’: “Quando pensiamo alle guerre ai nostri tempi, volgiamo la mente all’Iraq e all’Afghanistan. Ma la guerra più grossa è quella contro il pianeta. È una guerra intrapresa contro le radici della vita da parte di un’economia che manca di rispettare i limiti ecologici ed etici – limiti all’ineguaglianza, all’ingiustizia, all’avidità e alla concentrazione economica”.

 

E le guerre tra umani?  

Mai come oggi soffiano venti di guerra tra comunità umane. Mentre il nostro pianeta vivente, Gaia, la nostra casa comune, moltiplica segni di insofferenza; mentre aree sempre più vaste e numerose del pianeta diventano inospitali; mentre studiosi di varie discipline delineano un futuro di inondazioni e siccità, di estinzioni e nuovi patogeni, noi che cosa facciamo? Ci facciamo guerra tra noi! Quella vera, non metaforica. Moltiplichiamo la produzione e il commercio di armi, potenziamo gli eserciti, organizziamo esercitazioni armate, e il risultato è che si contano attualmente 27 conflitti armati in corso nel mondo, alimentati materialmente e politicamente da vaste reti di sostenitori e avversari. E come nelle grandi guerre del passato, molti scontri avvengono lungo le trincee: linee di combattimento, ma anche difese di fortezze e privilegi.

Migliaia di km di muri di cemento e di filo spinato sono ormai eretti ai confini di tanti Paesi, per impedire il passaggio a migranti in fuga da condizioni insostenibili: nella sola Europa, da sei che erano nel 1989, oggi le barriere fisiche sono diventate 63.  Assistiamo – spesso inerti – a un’escalation di aggressività contro comunità umane e spazi di vita.

In una situazione globale come quella che stiamo vivendo, in cui tra le nostre priorità dovrebbero esserci la riduzione dei gas con effetto serra (tra cui il ‘nemico’ CO2) e la protezione dei sistemi naturali, per fornire adeguato spazio e opportunità di vita anche agli altri viventi (tra cui i ‘nemici’ virus), noi invece moltiplichiamo le attività militari.  Il carico ambientale prodotto nella fase di produzione e assemblaggio delle armi (e conseguente consumo di risorse, emissione di gas serra, accumulo di rifiuti, consumo di suolo ecc.) e i conflitti sociali che ne conseguono, innescano ulteriori danni e insicurezze (come documentato dall’Osservatorio su Conflitto e Ambiente, CEOBS). 

Più conflitti, più armi, più danni ambientali, maggiore instabilità degli ecosistemi, più migrazioni, più conflitti… un circolo vizioso che si espande a spirale…

Il nucleare, l’arma che non si può usare  

Soprattutto continuiamo a rinforzare gli arsenali nucleari per fare la guerra tra noi. Anche se numericamente gli arsenali nucleari si sono ridotti, in realtà la minaccia di una guerra atomica sta aumentando. Le potenze nucleari stanno realizzando estesi progetti di rinnovamento delle loro armi nucleari, per sostituire e modernizzare le testate nucleari, i sistemi di lancio di missili e aerei e gli impianti di produzione di armi nucleari.  Da anni alcuni Stati fanno scorta di armi di spaventosa potenza, che però dichiarano di non voler utilizzare. La strategia della ‘deterrenza’ – cioè quella basata sull’idea che far paura ai nemici sia il modo migliore per assicurare la pace nel mondo – non è solo molto rischiosa, ma è talmente stupida!

Sottrae risorse naturali e finanziarie che si dovrebbero impiegare per rimediare (per quel che si può) ai danni finora inferti alla nostra casa comune, e contribuisce materialmente all’ulteriore degrado ambientale. L’apparato militare (dalla produzione di armi alle esercitazioni dei soldati) è distruttivo per l’ambiente anche quando non si spara un colpo!  Come sottolinea il Bulletin of Atomic Scientists, “l’accelerazione dei programmi nucleari in più paesi ha spostato il mondo in un territorio meno stabile e gestibile. Lo sviluppo di veicoli ipersonici, difese missilistiche balistiche e sistemi di spostamento e consegna di armi che possono utilizzare in modo flessibile testate convenzionali o nucleari può aumentare la probabilità di errori di calcolo in tempi di tensione“.

Ancora pochi giorni fa, il 3 gennaio 2022, in un comunicato congiunto firmato da cinque potenze nucleari (Cina, Francia, Russia, UK, USA), è stato pubblicato il  Joint Statement of the Leaders of the Five Nuclear-Weapon States on Preventing Nuclear War and Avoiding Arms Races, in cui si legge:   

“Noi affermiamo che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta. Poiché l’uso nucleare avrebbe conseguenze di vasta portata, affermiamo anche che le armi nucleari, finché continuano ad esistere, dovrebbero servire a scopi difensivi, scoraggiare l’aggressione e prevenire la guerra. Crediamo fermamente che l’ulteriore diffusione di tali armi debba essere impedita”.  Persiste – di fatto – un’imposizione che pesa su tutto il mondo: le potenze nucleari si tengono le armi atomiche che già possiedono, e le perfezionano a scopo difensivo. E impediscono a tutti gli altri Stati non solo di sviluppare  programmi nucleari, ma anche di fare il contrario, cioè di promuoverne l’abolizione.

 

Il nucleare, l’arma che non deve esistere 

Infatti gli Stati nucleari non hanno finora aderito a un Trattato che dopo dieci anni di impegno diplomatico, politico e morale da parte della Campagna ICAN e di varie associazioni ha portato alla stesura di un Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, TPNW), che è stato approvato il 7 luglio 2017 da una speciale conferenza indetta dall’Assemblea generale dell’ONU con 122 voti a favore, uno contrario (l’Olanda) e un’astensione (Singapore).

Questo Trattato, sottoscritto attualmente da 86 firmatari e 59 Stati parti, è entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Da questa data le armi nucleari sono riconosciute come illegali. Il Trattato proibisce esplicitamente e inequivocabilmente l’uso, la minaccia dell’utilizzo, lo sviluppo, la produzione, la sperimentazione e lo stoccaggio di armi nucleari e obbliga tutti gli Stati aderenti a non assistere, incoraggiare o indurre nessuno in alcun modo a impegnarsi in qualsiasi attività vietata dal Trattato. L’obiettivo principale del TPNW è di delegittimare non solo l’impiego di armi nucleari ma lo stesso possesso di armi nucleari, che invece le potenze nucleari giustificano (a proprio favore) come necessario per una sicurezza mondiale basata sulla deterrenza, ossia sulla reciproca capacità di ritorsione a un possibile attacco nucleare.

 

Tra cambiamento climatico e pandemia… e il nucleare?  

Le difficoltà logistiche e organizzative causate dalla pandemia in corso hanno indotto gli organizzatori di importanti riunioni internazionali a rimandare gli incontri già in agenda. La decima Conferenza di revisione del Trattato di Non-proliferazione nucleare (NPT: Nuclear Non-Proliferation Treaty) già spostata due volte negli anni scorsi e prevista per gennaio 2022, è stata rimandata al mese di Agosto 2022. Secondo questo Trattato i maggiori possessori di armi nucleari avrebbero dovuto – negli anni –  impegnarsi per un progressivo disarmo, pur conservando il diritto a conservare i loro arsenali.

Si tratta dell’obbligo, sancito dall’Articolo VI dell’NPT, a impegnarsi in negoziati in buona fede per la completa eliminazione degli arsenali nucleari. Tuttavia le potenze nucleari hanno finora completamente disatteso questo impegno, come è stato sottolineato in un recente messaggio pubblicato il 4 gennaio dall’International Physicians for the Prevention of Nuclear War. L’ulteriore ritardo nella convocazione della Conferenza di revisione non fa ben sperare su iniziative serie e tempestive…

Anche la Prima Conferenza degli Stati Parti del Trattato di proibizione delle armi nucleari, che avrebbe dovuto svolgersi a Vienna all’inizio di gennaio 2022, è stata rimandata a marzo a causa dell’emergenza pandemia.

 

Gli Stati ‘nuclearisti’ o filo-nuclearisti (come l’Italia), che sono contrari all’abolizione completa e definitiva delle armi nucleari, continuano a considerare irrealistica la proposta di TPNW. Non solo. Come già accennato, è in atto un’escalation nella produzione e distribuzione geopolitica di nuovi modelli di bombe, tecnologicamente avanzate e con nuove capacità offensive.

L’Italia, che ufficialmente non fa parte degli stati nucleari ma ospita armi atomiche di proprietà USA, si trova in una posizione di rischiosa sottomissione. I nostri decisori continuano ad autorizzare la presenza di armi nucleari altrui sul suolo italiano e non hanno firmato il Trattato che ne dichiara l’illegalità; però non hanno alcun controllo sulle decisioni relative all’uso di queste bombe. Offrono agli USA e alla NATO gli aeroporti da cui sferrare eventuali attacchi, ma non hanno alcuna protezione da eventuali reazioni.  E neppure contribuiscono positivamente al problema, perché non hanno firmato il trattato che sancisce l’illegalità di questo orribile strumento di morte.    

La B61-12 è una nuova arma nucleare polivalente che sostituisce tre delle varianti dell’attuale B61 (3, 4 e 7). Ha una testata nucleare con quattro opzioni di potenza, selezionabili a seconda dell’obiettivo da distruggere. […] Le basi di Aviano e Ghedi sono state ristrutturate per accogliere i caccia F-35A armati delle nuove bombe nucleari. A Ghedi possono essere schierati 30 caccia italiani F-35A, pronti all’attacco sotto comando Usa con 60 bombe nucleari B61-12. (M. Dinucci. Green pass nucleare: esce a maggio la Bomba per l’Italia).

Viviamo in uno scenario globale completamente diverso da quello dei decenni passati. Le ‘faccende’ umane ora devono fare i conti con un pianeta in rapida e imprevedibile trasformazione, con prospettive sempre meno accoglienti per l’umanità.  I prossimi mesi saranno cruciali per far conoscere la situazione e coinvolgere la società civile – in tutti i paesi – a impegnarsi per raggiungere l’obiettivo indicato da Gino Strada

 

L’orologio dell’Apocalisse

Dal 1947, ogni anno un gruppo di studiosi e di esperti si pronuncia sul rischio di guerra nucleare, ponendo le lancette del “Doomsday Clock” (l ’orologio dell’Apocalisse) più o meno vicino alla mezzanotte.  Il 20 gennaio prossimo, sul sito del Bulletin of Atomic Scientists, sarà comunicata la previsione per l’anno 2022, e ci diranno quanto tempo ci resta per evitare che la più terribile e potente invenzione dell’uomo sfugga al controllo, e renda la Terra inabitabile all’umanità.

Abbiamo vissuto un anno difficile, con le lancette piazzate ad appena 100 secondi dalla mezzanotte: quale sarà la prognosi per il prossimo? Ma soprattutto, quale delle minacce che incombono sull’umanità sarà considerata più rilevante? Con la pandemia possiamo imparare a convivere; il cambiamento climatico forse ci concede qualche anno per rivedere le nostre priorità, cambiare stili di vita, avviarci verso una giustizia ecologica. Ma l’evolvere di questi processi globali, che si manifesta su scale temporali diverse dalla nostra, dipende sempre meno da noi, piccoli abitanti impotenti (earthlings, terrestri) di un mondo che ci contiene, ci sovrasta e forse ci sta eliminando.

Invece il rischio di una catastrofe nucleare è incombente, può verificarsi in qualunque momento, e dipende da noi fermarla. E’ una decisione sulla quale possiamo – finora – esercitare il controllo. Per eliminare tutte le armi nucleari e tutto quanto le riguarda bisogna imparare a mettersi d’accordo, a riconoscere il nostro comune destino sulla Terra, a rivedere il modo più consapevole e critico l’idea dell’altro, del diverso, del nemico…    

Rivedere il concetto di ‘nemico’?

Umberto Eco (nel suo libro ‘Costruire il nemico’) sosteneva che “Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”.

Ma quando si arriva a pensare di poter uccidere milioni dei propri simili, e si costruiscono ordigni come quelli che sono strategicamente disseminati per sterminare chiunque in qualunque luogo, conviene mettere in discussione l’affermazione di Eco, e rivedere il nostro sistema di valori. L’ostacolo rispetto al quale misurarci può diventare una sfida. Eliminare le bombe dalla ‘faccia’ della Terra (dalla superficie di Gaia?) e dedicare le nostre energie positive a curare le ferite fisiche e psichiche inferte ai viventi e alla vita.


[1] Spillover. L’evoluzione delle pandemie, di David Quammen (Adelphi 2020)

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domenica 16 gennaio 2022

Israele è “il dottor Stranamore” - Alberto Negri

 

Con una dichiarazione congiunta i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Cina, Stati Uniti, Francia e Russia si sono espressi a inizio anno, e in vista della conferenza sul Trattato di non proliferazione (Tnp), per un futuro senza armi nucleari, sempre ambiguamente, visto che le detengono e le ammodernano per la cosiddetta «deterrenza». Peccato che alcune potenze atomiche come Israele, India, Pakistan e Corea del Nord non aderiscano al trattato. Cose che in fondo riguardano pure l’Italia (80 testate), la Turchia (50), Germania e Olanda (20), tutte nazioni che aderiscono al programma Nato di nuclear sharing.

Israele poi non ammette neppure – a differenza di India, Pakistan e Corea Nord – di condurre test nucleari ma possiede circa 400 testate che può lanciare con missili, aerei e sottomarini e si oppone attraverso gli Usa a trattare seriamente un accordo nucleare con l’Iran. Dell’atomica presunta di Teheran si parla tutti i giorni, di Israele come unica potenza nucleare del Medio Oriente si tende a tacere. Soprattutto in questo momento dove gli stati arabi entrano nel Patto di Abramo con Tel Aviv firmando accordi economici, tecnologici (Emirati) e militari (Marocco) che stanno cambiando gli equilibri regionali.

Israele è il dottor Stranamore del Medio Oriente. E non a caso i tentativi iracheni (Osirak, 1981) e siriani (Deir ez Zhor, 2007) di entrare nel nucleare civile sono stati regolarmente bombardati da Israele che oggi con attacchi hacker e altri mezzi colpisce costantemente l’Iran, dal sabotaggio degli impianti all’assassinio degli scienziati iraniani. L’Iran, oltre alla Siria, è il vero poligono di tiro israeliano, quello che con cui invia alle potenze mediorientali il messaggio più diretto: siamo in grado di colpire ovunque e chiunque. Il bello è che nessuno dice una parola, neppure la Russia.

La potenza nucleare iraniana, insieme all’occupazione dei territori palestinesi, è l’emblema del doppio standard di cui gode lo Stato ebraico. Quella del nucleare israeliano è tra le questioni più ambigue che attraversano la storia recente della regione. L’introduzione dell’arma nucleare in Medio Oriente già alla fine degli anni Sessanta ha rappresentato un enorme “game-changer” strategico per i decenni a venire. Nel 1967, alla vigilia della guerra dei Sei Giorni, Israele aveva già la «sua» bomba grezza. Durante la Guerra dello Yom Kippur nel ‘73 vennero assemblate 13 atomiche, ognuna da 20 chilotoni.

Nonostante questo, e i numerosi conflitti in cui Israele è stato coinvolto negli ultimi decenni, la capacità nucleare israeliana non è quasi mai menzionata, né dai nemici né tanto meno dagli alleati. Ufficialmente non esiste alcun riconoscimento da parte del governo israeliano dell’esistenza di tale programma e ogni articolo della stampa israeliana che ne parla viene revisionato dalla censura della sicurezza nazionale.

 

Del resto Israele, pur di avere l’atomica, si è fatto beffe persino del suo più stretto alleato, gli Stati Uniti. All’inizio fu la Francia ad aiutare Israele a costruire il centro nucleare di Dimona (Beersheba), i legami erano così stretti che quando Parigi sperimenta negli anni Sessanta la sua atomica nel deserto algerino, gli israeliani sono gli unici stranieri presenti. Allora le divergenze tra Washington e Tel Aviv erano tali che gli israeliani dovettero accettare ispezioni americane ogni sei mesi. Le ispezioni durarono sette anni, dal ’62 al ‘69. Agli ispettori fu permesso di visitare soltanto il livello superiore del sito, mentre gli altri sei livelli sotterranei, ovvero quelli contenenti gli impianti di lavorazione e stoccaggio del plutonio per le armi, vennero occultati.

Il tabù nucleare venne messo a rischio dalle rivelazioni di Mordecai Vanunu, impiegato nel centro di Dimona che nel 1986 raccontò i segreti nucleari al Sunday Times. È interessante ricordare che gli israeliani, per non compromettere i rapporti con il Governo Thatcher, sequestrarono Vanunu a Roma dove si ritiene che l’operazione del Mossad sia stata insabbiata dalla procura, come ha scritto recentemente Michele Giorgio sul manifesto.

Vanunu è stata l’unica fonte interna sul programma atomico di Israele consentendo allora di valutare l’arsenale israeliano attorno alla cifra di 100-200 testate, di cui alcune anche termonucleari, indicando una potenza di 120-150 megawatt per ordigno, fra cui “boosted bombs” (ordigni a fissione potenziati), bombe al neutrone, testate trasportabili da F-16 e dai missili Jericho-II. Le boosted bombs evidenziarono un livello di sofisticazione il cui sviluppo avrebbe richiesto una serie di test nucleari che però non risultarono mai avvenuti.

Tutti sanno ma tutti tacciono. La Germania ha fornito a Israele i sottomarini di classe Dolphin con lanciatori per missili con testate nucleari. Questi sottomarini viaggiano ovunque, dal Mediterraneo, all’Oceano Indiano, al Golfo, tenendo sotto tiro i nemici ma adesso anche gli alleati arabi dello stato ebraico. Ecco un altro incentivo per entrare nel Patto di Abramo. Non è dato sapere a quanto ammontino oggi le testate possedute da Israele, tuttavia la comunità militare internazionale sostiene che il numero vada dalle 200 alle 400.

L’ex presidente americano Jimmy Carter in un’intervista al Time nel 2014 rispondendo alla domanda «Cosa pensa del nucleare dell’Iran?», disse: «I leader religiosi dell’Iran hanno giurato che non fabbricheranno armi nucleari. Se mentono, allora non lo vedo come una grande catastrofe perché avranno solo una o due armi atomiche. Israele probabilmente ne ha circa 300». Il Dottor Stranamore è servito. 

(L’articolo è stato pubblicato sul Manifesto del 6 gennaio 2022 col titolo Israele è “il dottor Stranamore”)

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venerdì 29 gennaio 2021

All'Italia non piace il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPAN)

per quanto tempo dovranno volare le palle di cannone

prima che vengano bandite per sempre?

la risposta, amico mio, se ne va nel vento,

la risposta se ne va nel vento (Bob Dylan)



L’Italia ha perso la grande occasione di dire addio alle armi nucleari USA sul proprio territorio - Ilaria Cagnacci

 

In Italia ci sono almeno 40 testate nucleari. Non sorprende quindi che non abbia firmato il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, appena entrato in vigore. Eppure l’opinione pubblica è contraria e altri Paesi, come il Canada, ci dicono che si può far parte della NATO pur essendo contrari al nucleare.

Lo scorso 22 gennaio è entrato in vigore il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), il primo trattato applicabile a livello globale che proibisce categoricamente l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari. L’ultimo paese a ratificare il trattato è stato l’Honduras il 24 ottobre 2020 con il quale è stata raggiunta la soglia di 50 Paesi firmatari necessaria per la sua entrata in vigore.

Nessuna delle potenze nucleari (Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord) ha firmato il trattato e soltanto sei stati europei lo hanno ratificato: Austria, Irlanda, Malta, San Marino, Liechtenstein, Città del Vaticano. 

L’Italia non ha né firmato né sottoscritto il trattato così come Germania, Belgio e Paesi Bassi che, come il nostro Paese, condividono accordi di ‘nuclear sharing’ con gli Stati Uniti.

Sul nostro territorio nazionale si stima la presenza di 40 testate nucleari di cui 20 presso la base di Ghedi (Brescia) e le restanti 20 nella base di Aviano (Pordenone) mentre negli altri Paesi europei se ne stimano circa 20 a testa. Non si può parlare di numeri certi in quanto in linea con la politica della NATO “né confermare né smentire” la presenza di ordigni nucleari l’Italia si avvale del vincolo di riservatezza e secondo il ministero della Difesa, più volte interpellato a rilasciare informazioni a riguardo, si tratterebbe di informazioni che i cittadini italiani non sono tenuti ad avere. Gli accordi bilaterali con gli USA non solo prevedono ‘la condivisione nucleare’ bensì anche una partecipazione attiva in caso di guerra, circostanza nella quale i nostri cacciabombardieri dovrebbero essere pronti a sganciare queste armi. Molti commentatori non esitano a dire che questa situazione va chiaramente in contrasto con quanto previsto dal Trattato di non proliferazione nucleare che l’Italia firmò e ratificò il 2 maggio 1975 e dove si impegnò alla via del disarmo, della distensione internazionale e della pace…

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Da oggi le armi nucleari sono illegali - Angelo Baracca

 

Oggi 22 gennaio 2021 il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN, in inglese TPNW) entra in vigore come norma del diritto internazionale. Ad oggi è stato firmato da 86 Stati (gli Stati aderenti all’ONU sono 194), e ratificato da 51. Molti sono i commenti pubblicati (https://www.pressenza.com/it/2020/10/la-proibizione-delle-armi-nucleari-diventa-norma-internazionale/; raccomando anche A. Pascolini, Un anno dal bando delle armi nucleari: un trattato peculiare, Il Bo-Live, 7 luglio 2018, https://ilbolive.unipd.it/it/blog-page/bando-armi-nucleari-trattato-tpnw-proibizione) e non è il caso di riprendere qui tutte le argomentazioni.

Rammentiamo come sintesi le disposizioni dell’art. 1 del trattato (il testo completo si trova per esempio in https://www.avvenire.it/c/mondo/Documents/trattato%20ITA.pdf). Il TPWN obbliga ogni Stato che vi aderisca a «non: (a) Sviluppare, testare, produrre, oppure acquisire, possedere o possedere riserve di armi nucleari o altri dispositivi esplosivi nucleari; (b) Trasferire a qualsiasi destinatario qualunque arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari o il controllo su tali armi o dispositivi esplosivi, direttamente o indirettamente; (c) Ricevere il trasferimento o il controllo delle armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari, direttamente o indirettamente; (d) Utilizzare o minacciare l’uso di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari; (e) Assistere, incoraggiare o indurre, in qualsiasi modo, qualcuno ad impegnarsi in una qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato; (f) Ricercare o ricevere assistenza, in qualsiasi modo, da chiunque per commettere qualsiasi attività che sia vietata a uno Stato Parte del presente Trattato; (g) Consentire qualsiasi dislocazione, installazione o diffusione di armi nucleari o di altri dispositivi esplosivi nucleari sul proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo».

Mi limiterò a richiamare l’origine, e il valore, del TPAN e del movimento della società civile che ha portato ad esso, e il corrispettivo di qualche limite che anche per questo sconta, aggiungendo qualche modesta considerazione sul futuro degli armamenti nucleari.

Come e perché si è giunti al TPAN?

In primo luogo vi è una differenza di fondo fra il Trattato di Non Proliferazione (TNP) del 1970 e il TPAN. Il TNP fu voluto e negoziato solo dalle 5 (allora) potenze nucleari (USA, URSS, Gran Bretagna, Francia, Cina: anche se Israele aveva già l’atomica, ma ancora oggi non lo ammette ufficialmente) preoccupate unicamente di sbarrare la strada della bomba ad altri paesi. Tant’è vero che “concessero” il famoso Art. VI con la “promessa di marinaio” di proseguire “trattative in buona fede” per arrivare a un accordo di disarmo completo. Ipocrisia che è stata confermata da 9 Conferenze quinquennali di Riesame (quella del 2020 è stata rinviata a causa della pandemia), nelle quali gli Stati non nucleari hanno inutilmente chiesto l’avvio effettivo del processo di disarmo. Proprio dalla constatazione della pervicace determinazione degli Stati nucleari a non rinunciare a queste armi, nacque 16 anni fa nella società civile la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN), la quale riuscì a presentare la questione all’ONU, che promosse il negoziato che il 7 luglio 2017 approvò il testo del TPAN. La partecipazione della società civile al negoziato ONU costituì una grande novità, ma anche la partecipazione di tutti gli Stati dell’ONU che lo volessero costituì una differenza abissale rispetto ai negoziati per il TNP.

Punti di forza del TPAN…

Anzi, la genesi del TPAN è stata letteralmente antitetica rispetto a quella del TNP, dal momento che gli Stati nucleari, come pure i “satelliti” della NATO, hanno sdegnosamente rifiutato di prendere parte al negoziato. Questo ha fatto sì che il negoziato si sia concluso in pochi mesi, mentre i negoziati per il TNP richiesero anni. Fra gli Stati che hanno ratificato il TPAN vi sono molti paesi minuscoli, che forse molti di noi non conoscevano neanche prima d’ora: come Antigua and Barbuda, Comoros, Fiji, Kiribati, Palau, Saint Kitts and Nevis, Tuvalu, Vanuatu. Ma qui sta anche la grossa novità: Stati che finalmente hanno avuto voce in capitolo a dispetto dell’arroganza delle potenze nucleari (1). Un fattore basilare di democrazia, come nell’Assemblea Generale dell’ONU, uno Stato un voto.

. . . e qualche punto debole

Ci sono comunque nel TPAN un paio di punti deboli non trascurabili. Il primo è che fra gli Stati che hanno partecipato al negoziato è prevalsa la posizione di consentire lo sviluppo della tecnologia nucleare per usi civili. Un secondo punto è stato molto più controverso, il riconoscimento della possibilità per gli Stati che aderiranno al TPAN di recedere da esso se sono a rischio «interessi supremi di un paese» (art. 17): si ammette così implicitamente che le armi nucleari possano essere indispensabili, contraddicendo così la loto proibizione ed eliminazione per sempre. Ma è stato chiaro nel corso del negoziato che senza questa clausola di recesso molti Stati non avrebbero approvato il TPAN. Giova ricordare che il TNP riconosce esplicitamente il diritto di recesso con tre mesi di preavviso senza nessuna condizione: è quanto fece la Corea del Nord, al colmo delle minacce degli Stati Uniti, realizzando così in tre anni la bomba.

I difficili rapporti con gli Stati nucleari per un processo di disarmo

Non vi è dubbio che qualora gli Stati nucleari avessero partecipato al negoziato le cose sarebbero state molto più complesse, lente e contrastate: nessuno dei paesi che hanno partecipato possedeva armi nucleari e doveva assumere impegni per eliminarle. In un articolo con Elio Pagani abbiamo cercato di affrontare la complessità di un processo di eliminazione totale delle armi nucleari: https://www.pressenza.com/it/2020/08/se-tutti-i-9-stati-nucleari-firmassero-il-tpan-come-avverrebbe-leliminazione-delle-armi-nucleari/. In estrema sintesi, è irrealistico pensare che una potenza nucleare decida unilateralmente di eliminare le proprie armi nucleari, se non altro perché verrebbe a trovarsi in condizioni di estrema vulnerabilità rispetto alle altre, in geopolitica non valgono la lealtà e la buonafede: sarà necessario un negoziato specifico ed estremamente complesso fra tutti gli Stati nucleari (che al più potranno accettare prevedibilmente “spettatori” senza diritto di voto), per stabilire un’eliminazione bilanciata con stretti sistemi di controllo. Del resto è quello che è avvenuto dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e del Blocco comunista, con laboriose trattative per i Trattati di Riduzione delle Armi Strategiche (START I, II, e Nuovo START), sebbene non si siano affatto posti l’obiettivo della totale eliminazione. A tale proposito, è particolarmente preoccupante un’osservazione piuttosto perentoria di Alessandro Pascolini nell’articolo su Bo-Live che ho citato, perché contrasta con la premessa del TPAN, «che porti alla loro totale eliminazione», e con la percezione comune del trattato: «Per i paesi con armi nucleari che intendano aderire al trattato sono previste delle condizioni che prevedono un trattamento punitivo e delle procedure che difficilmente potranno essere accettate anche dagli stati che intendano rinunciare ai propri armamenti nucleari, per cui il TPAN è praticamente privo di effetti reali come strumento per il disarmo nucleare, anche perché non mira a creare le precondizioni necessarie per un mondo privo di tali armi» (2).

Cruciali le decisioni dei paesi della NATO

Vista la feroce opposizione al TPAN da parte delle potenze che detengono un proprio arsenale nucleare, sarebbe cruciale per rompere il fronte stimolare l’adesione dei paesi europei che “ospitano” testate nucleari statunitensi, e in generale dei paesi che aderiscono all’Alleanza Atlantica. Anche se la NATO continua a ribadire l’affidamento dell’Alleanza sugli armamenti nucleari (di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna), non vi è nessun impedimento reale perché uno Stato che non detiene armi nucleari proprie firmi il TPAN: soprattutto Stati che non “ospitano” armi nucleari potrebbero ottemperare in modo relativamente facile alle norme del TPAN, ovviamente pur di avere la dignità di sottrarsi al “Washington consensus” che è il vero collante della NATO, poiché in realtà gli Stati aderenti litigano su tutto! Vi sono molte spinte in questo senso. Il 16 gennaio 2020 il Parlamento del Belgio (che “ospita” 20 testate nucleari statunitensi) votò su una Risoluzione presentata dalla Commissione Esteri del Parlamento che richiedeva l’eliminazione degli ordigni NATO dal territorio e l’ingresso del Belgio nel TPAN: la Risoluzione fu respinta per un margine strettissimo – 66 voti favorevoli e 74 contrari – 5 soli voti per ottenere la maggioranza (https://www.peacelink.it/disarmo/a/47222.html). Sulla lista di ICAN circolano vari messaggi sulle crescenti pressioni di varie forze politiche in vari paesi. Si ha l’impressione di una pentola che sta per scoppiare. E il baratro che segna la crisi irreversibile della politica e della società degli Stati Uniti (con la minaccia concreta che un Presidente possa innescare una guerra nucleare) dovrebbe consigliare proprio di dissociarsi dalla dipendenza da quel paese: perfino i topi fuggono da una nave che sta affondando!

I futuri passi degli Stati aderenti al TPAN

Il trattato contempla che gli Stati aderenti al TPAN tengano la prima riunione ad un anno dalla sua entrata in vigore, e questa è già programmata a Vienna per il gennaio 2022: auspicabilmente per quella data il numero di Stati aderenti avrà superato il numero di 51. Il Monitor del trattato contiene già una serie di proposte, ovviamente preliminari e non ufficiali, per un piano d’azione per l’implementazione del trattato (https://banmonitor.org/news/recommendations-for-the-first-meeting-of-states-parties-to-the-tpnw).

È interessante la prima di esse: il piano d’azione dovrebbe richiedere agli Stati nucleari di avviare negoziati, bilaterali o/e multilaterali, per porre fine alla corsa agli armamenti nucleari e avviare un processo generale di disarmo, sottolineando la partecipazione ai negoziati della società civile e delle organizzazioni internazionali.

La sfida che ci aspetta

Affido queste considerazioni alla riflessione collettiva. Il problema mi sembra che vada al di là del TPAN: da oggi la proibizione delle armi nucleari diventa norma del diritto internazionale. Questo è indubbiamente un fatto di grande rilevanza, tuttavia sappiamo bene che l’applicazione di una norma dipende dai rapporti di forza a livello della società, in questo caso a livello geopolitico. Ma si deve assolutamente rivendicare che il diritto è l’opposto della legge del più forte, e la democrazia, quella reale, si misura in primo luogo dai diritti che hanno le minoranze. Oggi, dopo 76 anni, il diritto di piccoli paesi, e piccoli popoli, diventa norma internazionale, a dispetto della volontà delle grandi e tronfie potenze. Dalla dichiarazione dei diritti alla loro conquista spesso il passo è molto grande, alcuni diritti fondamentali sono ancora lontani dall’essere realizzati, altri sono costantemente messi in discussione (basta pensare alla legge sull’aborto). A me viene spesso alla mente il famoso detto «Datemi un punto d’appoggio e solleverò in mondo»: ecco, oggi il punto d’appoggio lo abbiamo, sollevare il peso delle armi nucleari sarà un processo ancora lungo e difficile, dipenderà dalla consapevolezza e la determinazione dei popoli della Terra pretendere che un divieto diventi realtà! Assumiamo la data di oggi come un buon auspicio.

Note:

(1) A chi non lo conoscesse (senza dubbio i giovani) raccomanderei la visione di un capolavoro di satira del lontano 1959, il film Il ruggito del topo, in cui il grande Peter Sellers interpreta 4 o 5 personaggi diversi. Il tema è il minuscolo Ducato di Grand Fenwick la cui unica fonte di ricchezza è l’esportazione del famoso vino omonimo. Allorché questo viene fabbricato anche dagli Stati Uniti le finanze del Ducato subiscono un tracollo irreparabile. Viene allora adottato il piano di dichiarare guerra agli Stati Uniti, perderla, poi ottenere delle sovvenzioni finanziarie. La dichiarazione di guerra viene cestinata dal Dipartimento di Stato, mentre un gruppo di soldati armati di corazze, archi e frecce, s’imbarca su di un battello. Giunti a New York, trovano la città deserta poiché è in corso un’esercitazione antiatomica. I guerrieri girano per le ampie strade deserte e pensano che gli Stati Uniti siano in allarme per il loro sbarco, ma vagano in cerca di qualcuno che possa vincerli, perché questa è la loro missione. Così s’imbattono nel professor Kokinz, che incurante dell’allarme sta dando gli ultimi tocchi alla bomba Q, enormemente più potente della bomba H ma delle dimensioni di una palla da rugby. Hanno allora l’idea geniale di prendere prigionieri il professore e sua figlia, con la bomba, ed anche il generale Ship, che con quattro agenti stava cercando i guerrieri di Grand Fenwick, scambiati per marziani. Tutta la comitiva viene fatta salire sul battello, che la riporta in Europa. All’arrivo nel Ducato costernazione generale perché il compito era di perdere la guerra, ma quando si viene a sapere che il Ducato è in possesso della bomba Q, i maggiori Stati del mondo mandano i loro agenti a trattare l’acquisto, mentre gli Stati Uniti sono costretti a firmare la resa. Le finanze del Ducato rifioriscono. Ma qualcuno cerca di rubare la bomba, e si innesca una specie di partita a rugby, e la bomba ruzzola a terra: terrore generale, la bomba produce un certo rumore ma … salta fuori un topolino.

(2) L’art. 4 renderebbe molto difficile un complesso e necessario negoziato fra gli Stati nucleari per effettuare l’eliminazione controllata degli armamenti nucleari, come abbiamo delineato nell’articolo citato di Baracca e Pagani: come se uno Stato nucleare potesse decidere autonomamente l’eliminazione delle armi nucleari sottoponendosi a una rischiosissima vulnerabilità (si pensi ad esempio a India e Pakisan da sempre sull’orlo di un conflitto armato). Art. 4 comma 2: «Ciascuno Stato Parte che, in deroga all’articolo 1, lettera a), detiene, possiede o controlla qualsiasi arma nucleare o altri dispositivi esplosivi nucleari, deve immediatamente rimuoverli dallo stato operativo e distruggerli non appena possibile, ma non oltre un termine da determinare durante la prima Riunione degli Stati Parte, in conformità a un piano giuridicamente vincolante e con scadenza per l’eliminazione verificata e irreversibile del programma sulle armi nucleari di tale Stato Parte, compresa l’eliminazione o la conversione irreversibile di tutte le strutture connesse con le armi nucleari. Lo Stato Parte, entro 60 giorni dall’entrata in vigore del presente Trattato per tale Stato Parte, presenta il piano agli Stati Parte o ad un’autorità internazionale competente designata dagli Stati Parte. Tale piano sarà quindi negoziato con l’autorità internazionale competente che lo sottopone alla successiva riunione degli Stati Parte o alla Conferenza di riesame, a seconda di quale sia prevista per prima, per l’approvazione in conformità con le sue regole procedurali.»


da qui

 


Dalla “non proliferazione” alla proibizione delle armi nucleari - Elena Camino

 

Il Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari, risalente al 1968, non ha arginato in modo significativo il fenomeno. Oggi, 22 gennaio 2021, entra in vigore un nuovo trattato per la proibizione delle armi nucleari. Non farà miracoli ma potrà produrre alcuni effetti importanti per un effettivo processo di disarmo nucleare

 

Il “Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari”

Il 1º luglio 1968 USA, Regno Unito e Unione Sovietica sottoscrissero un “Trattato di non proliferazione degli armamenti nucleari” (Treaty on the Nonproliferation of Nuclear Weapons (NPT) che entrò in vigore il 5 marzo 1970. Francia e Cina vi aderirono nel 1992.  L’articolo IV del Trattato assicurava tuttavia a ciascuno degli Stati membri il diritto a usi pacifici della tecnologia nucleare:

«Tutti gli Stati membri hanno il diritto inalienabile a sviluppare ricerca, produzione e uso dell’energia nucleare per scopi pacifici, senza discriminazioni. […] Tutte le Parti del Trattato si impegnano a facilitare e hanno il diritto di partecipare al più completo scambio possibile di attrezzature, materiali e informazioni scientifiche e tecnologiche per gli usi pacifici dell’energia nucleare. Le Parti del Trattato in grado di farlo coopereranno anche per contribuire, da sole o insieme ad altri Stati o organizzazioni internazionali, all’ulteriore sviluppo delle applicazioni dell’energia nucleare per scopi pacifici, specialmente nei territori in cui sono presenti Stati che non possiedono armi nucleari, con la dovuta considerazione per le esigenze delle aree in via di sviluppo del mondo».

Così, dopo l’elaborazione e l’approvazione del trattato, la produzione ed emissione di radionuclidi non è cessata. Nonostante la complessità della filiera, gli enormi investimenti finanziari e i vincoli di sicurezza richiesti per la costruzione di una centrale nucleare, la produzione di energia da fonte nucleare si è diffusa in molte parti del mondo. Come segnala Stephen Herzog, l’Agenzia Internazionale per l’Energia atomica(International Atomic Energy Agency – IAEA) presenta una lista di 220 reattori attualmente impiegati per la ricerca nucleare in 53 Stati, e 440 reattori per la produzione di energia, presenti in 30 Paesi.

Con il moltiplicarsi delle trasformazioni climatiche causate dall’aumento della CO2 nell’atmosfera e negli oceani, si sta cercando di ridurre l’uso dei combustibili fossili per la produzione di energia, sostituendoli con altre fonti. Nel definire – all’interno dell’Unione Europea ? quali siano le fonti energetiche da finanziare prioritariamente per le loro ridotte emissioni di gas-serra, si assiste a una crescente pressione per far riconoscere l’energia nucleare come fonte “sostenibile”, giustificata dal fatto che durante il funzionamento degli impianti le emissioni di CO2  sono basse.

Il 28 marzo 2019 il Parlamento europeo ha votato sulla proposta di classificazione delle iniziative sostenibili, che avrebbe escluso il nucleare dal ricevere il timbro verde di approvazione sui mercati finanziari. Ma in questi due anni l’industria nucleare ha esercitato crescenti pressioni, anche grazie all’intervento della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE): così nel gruppo degli esperti del settore energetico sta prendendo forza una corrente di sostenitori dell’energia nucleare. Durante una riunione virtuale dei Ministri dell’Energia – nel settembre 2020 – il Gruppo dei Venti (G20) «ha riconosciuto il ruolo dell’energia nucleare nel fornire energia pulita e nell’aumentare la sicurezza energetica».

Numerosi incidenti hanno segnato la storia del nucleare civile. Quelli più noti, per la vicinanza temporale e per la gravità degli esiti, sono avvenuti in due centrali nucleari per la produzione di elettricità, a Chernobyl nel 1986 e a Fukushima nel 2011. Durante le ore e i giorni successivi agli incidenti sono stati rilasciati in atmosfera vari radionuclidi la cui presenza è stata poi rilevata a migliaia di km di distanza. Ed è risultata persistente per lunghi periodi di tempo. Sui danni provocati alle persone e ai sistemi viventi in seguito a tali incidenti non si è mai raggiunto un consenso: né sugli effetti a breve termine, né su quelli a lungo termine.

Ancora oggi, dopo decenni, non si è ancora trovato un accordo internazionale sulle effettive conseguenze, né sui rischi ancora presenti nelle aree colpite. La consapevolezza sugli effetti del rilascio di radionuclidi e la trasparenza nella comunicazione dei dati rilevati sono ancora molto scarsi. Un’analisi recente, pubblicata nel gennaio 2021, su campioni di grano e di legname raccolti tra il 2011 e il 2019 nel distretto di Ivankiv (Ukraine), in un’area 50 km a sud della centrale di Chernobyl, hanno confermato che livelli alti, radiologicamente significativi di contaminazione da stronzio (90S) persistono 34 anni dopo l’incidente. A Fukushima l’inizio dei lavori per la rimozione del combustibile nucleare fuso non sono ancora iniziati; nel frattempo il Governo sta prendendo in considerazione l’ipotesi di sversare nell’oceano l’acqua radioattiva, che in questi anni è stata stivata in grandi contenitori.

I sostenitori del “nucleare green”, oltre a non calcolare – come sarebbe corretto ? l’impatto complessivo della filiera delle centrali nucleari nella produzione di CO2 trascurano un elemento di grande rilevanza: le stesse procedure di arricchimento dell’uranio utilizzate per alimentare i reattori nucleari e generare elettricità, o produrre radioisotopi medici, possono anche produrre uranio altamente arricchito (HEU) per uso militare. Dal 1939 al 2012, 31 paesi hanno sviluppato tecniche per l’arricchimento dell’uranio o il ritrattamento del plutonio (ENR), presentando potenzialità di produzione di armi nucleari.

Questo problema non si limita al processo di arricchimento, poiché le tecnologie del ciclo del combustibile sono intrinsecamente a duplice uso e le normali operazioni dei reattori nucleari producono plutonio che potrebbe essere utilizzato anche nella produzione di armi dopo il ritrattamento. Inoltre, le informazioni tecniche per la costruzione di armi nucleari non sono più un segreto nell’era contemporanea; possono essere reperite nella letteratura open-source. All’inizio del 2019, le scorte globali di uranio altamente arricchito (HEU) erano stimate pari a circa 1335 tonnellate. La riserva globale di plutonio separato era di circa 530 tonnellate, di cui circa 310 tonnellate di plutonio civile.

Sono tuttora presenti, diffuse in numerose aree del mondo, diverse fonti di emissioni radioattive – alcune note, altre segrete o sconosciute – che costituiscono una minaccia per le popolazioni umane e l’ambiente, e contribuiscono ulteriormente a caratterizzare questo periodo geologico come “radioattivo”. Basta pensare all’intera filiera, di cui le centrali nucleari sono solo una tappa, per rendersi conto che tutto il percorso che dalle miniere porta ai depositi di scorie è caratterizzato da emissioni radioattive.

I reattori attualmente in funzione richiedono circa 67.500 tonnellate di uranio ogni anno, proveniente da miniere o da fonti secondarie (scorte commerciali, scorte di armi nucleari, plutonio e uranio riciclati dal ritrattamento di combustibili usati…). Dopo la fase di produzione di energia il combustibile nucleare resta pericolosamente radioattivo per tantissimo tempo. Il suo smaltimento è un problema ancora irrisolto. Spesso gli investimenti che richiederebbe questa fase finale non vengono contabilizzati dalle grandi imprese industriali e dai politici.

Ancora più grave è il problema dello smaltimento delle scorie nucleari prodotte dalle attività militari nel mondo, di cui non ci sono inventari disponibili su ubicazione e quantità. I costi delle operazioni necessarie per restituire le aree contaminate all’uso umano di materiale radioattivo sono enormi: alle spese immediate inoltre bisogna aggiungere il fatto che spesso i siti dovranno essere monitorati per lunghissimo tempo. Anche le competenze tecniche non sono sufficienti a trovare soluzioni definitive. Attualmente sono in costruzione vari siti, di cui almeno due – uno in Europa, l’altro negli Stati Uniti – dovrebbero ospitare le scorie radioattive più pericolose per decine di migliaia di anni.

Nelle profondità delle rocce che ricoprono l’isola di Olkiluoto, in Finlandia, è in fase di costruzione il deposito sotterraneo di Onkalo (che in finlandese vuol dire “grotta”, “luogo per nascondere”) che ospiterà le scorie radioattive delle tre centrali finlandesi per le prossime decine di migliaia di anni (su tale deposito è stato prodotto un film, Into Eternity, disponibile anche in italiano]. Il Waste Isolation Pilot Plant (impianto pilota per l’isolamento dei rifiuti) o WIPP, a sua volta, è un deposito geologico profondo situato nel Nuovo Messico, destinato a conservare per i prossimi 10.000 anni i  rifiuti radioattivi che provengono dalla ricerca e dalla produzione di armi nucleari degli Stati Uniti. Si stima che il progetto abbia un costo totale di 19 miliardi di dollari.

Il “Trattato per la proibizione delle armi nucleari”

Dal 22 gennaio 2021 sarà ufficialmente in vigore il “Trattato ONU per la proibizione delle armi nucleari” (Treaty of Prohibiting Nuclear Weapons – TPNW) che, in una certa misura, integra il “Trattato sulla non proliferazione di armi nucleari” (Treaty on Non-pro­liferation of Nuclear Weapons – TNP), in particolare vietando (articolo 1) l’uso, la fabbricazione, o l’acquisizione con altri mezzi di armi nucleari, o la minaccia di utilizzare armi nucleari. Esso, inoltre, introduce alcuni obblighi positivi con l’articolo 6 («Assistenza alle vittime e risanamento ambientale») e 7 («Cooperazione e assistenza internazionale»).

Secondo Maurizio Boni, esperto di questioni militari (difesa, sicurezza), ci sono alcune differenze che rendono improbabile, almeno per ora, l’adesione di molti dei membri del TNP al nuovo trattato: in particolare quella dell’obbligo di astenersi in ogni circostanza dall’assistere, incoraggiare o indurre chiunque (individui, società, organizzazioni internazionali, attori non governativi) a intraprendere ogni tipo di attività proibita dal trattato. 

Sempre secondo Boni, la clausola di non assistenza porta con sé implicazioni significative per i paesi alleati di Stati possessori di ordigni atomici, come quelli che gli Stati Uniti proteggono dall’ombrello nucleare. Per i paesi non detentori di armi nucleari che hanno accesso alla tecnologia e/o al materiale nucleare per usi pacifici, o che cercano di accedervi; per gli stessi nuclear- weapon –states, che hanno bisogno dell’assistenza di molti non-nuclear-weapon-states per mantenere e modernizzare i propri arsenali e per garantirne lo schieramento e l’operatività in diverse parti del mondo (forniture di materiale fissile per l’arricchimento, di software e di tecnologie missilistiche, disponibilità di basi per i bombardieri strategici).

È chiaro che, fino a quando coloro che possiedono armi nucleari non firmeranno il trattato, il processo di disarmo nucleare effettivo faticherà a decollare. Tuttavia il TPNW può favorire l’avvio di iniziative importanti. Per esempio, i Paesi che attualmente ospitano delle armi nucleari sul loro territorio (Germania, Belgio, Italia, Olanda, Turchia), se decideranno di aderire al TPNW, dovranno allontanarle. Questo potrebbe costituire un passo importante verso il disarmo totale. Gli articoli 6 e 7, poi, obbligano i Paesi firmatari a farsi carico delle patologie umane e dei danni ambientali ancora presenti in conseguenza all’uso di materiali radioattivi. Si pensi alle responsabilità della Francia in Algeria, degli Stati Uniti in Vietnam, dell’Unione Sovietica/ Russia in Kazakistan. Potrebbe essere un passo importante verso iniziative di giustizia riparativa.

Inoltre il TPNW per la prima volta – riconoscendo l’impatto a lungo termine delle armi nucleari – sottolinea la necessità di proteggere le generazioni future anche da un punto di vista legale. Infine, l’entrata in vigore di questo Trattato può richiamare l’attenzione pubblica e dei Governi sui problemi del dual-use e sull’attuale incapacità di gestire le scorie radioattive, contribuendo così a cancellare le centrali nucleari dalla lista delle fonti energetiche “sostenibili”.

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Alcune note e informazioni sul Trattato TPNW e sulla sua entrata in vigore

Punti chiave di questo risultato storico

  • Anche gli Stati che si sono rifiutati di aderire al TPNW saranno coinvolti dalla sua entrata in vigore.
  • I precedenti trattati di disarmo hanno portato a un cambiamento di comportamento anche nei Paesi che si sono rifiutati di aderire.
  • C’è una nuova realtà nel disarmo internazionale, ed è un mondo dove le armi nucleari sono vietate.
  • Decenni di attivismo hanno raggiunto quello che molti dicevano fosse impossibile: le armi nucleari sono vietate. La democrazia ha trionfato, la stragrande maggioranza delle persone nel mondo sostiene il TPNW.
  • Ora aderiranno altri Stati, come è successo con l’entrata in vigore di ogni altro Trattato di questo tipo

Cosa cambierà

Ci sono diversi modi in cui tutti gli Stati saranno interessati nei mesi ed eventualmente negli anni successivi all’entrata in vigore, non solo quelli che hanno ratificato il Trattato. L’attivismo è la chiave per far progredire questi impatti.

Cosa diventa illegale esattamente?

Il Trattato TPNW proibisce specificamente l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, il possesso, l’immagazzinamento, il trasferimento, la ricezione, la minaccia di usare, lo stazionamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari. Il Trattato rende illegale per i paesi che lo firmano permettere qualsiasi violazione nella loro giurisdizione o assistere, incoraggiare o indurre qualcuno ad impegnarsi in una di queste attività. Il Trattato raffrza la norma contro le armi nucleari come primo strumento legale per vietarle.

Per ulteriori informazioni sulle implicazioni legali, leggere il documento informativo di ICAN.

Impatto sulle alleanze militari

Gli Stati che non sono parte di alleanze militari con gli Stati firmatari possono essere interessati dall’entrata in vigore del TPNW se gli Stati firmatari sono tenuti a modificare la loro cooperazione con gli Stati dotati di armi nucleari e con quelli alleati a causa dei loro obblighi derivanti dal trattato. Ad esempio, mentre i membri della NATO possono aderire senza problemi al TPNW per essere in regola una volta entrato in vigore questi Stati dovranno rinunciare all’uso di armi nucleari per loro conto.

Impatto sulla produzione e sull’uso

Gli ultimi decenni insegnano che con l’entrata in vigore di altri Trattati di proibizione di armamenti la produzione di armi vietate tra gli Stati che ne fanno parte e gli Stati che non ne fanno parte è praticamente cessata. Ad esempio aziende statunitensi che producono munizioni a grappolo negli Stati Uniti hanno cessato la produzione da quando è entrato in vigore, nonostante gli Stati Uniti non ne siano parte.

Lo stesso avviene per quanto riguarda uso e trasferimento: dopo l’entrata in vigore del Trattato sulle mine anti-persona i circa 34 Stati che hanno esportato mine terrestri hanno cessato tutti i trasferimenti (nonostante non abbiano aderito al Trattato). Gli Stati Uniti hanno modificato la loro posizione sulle mine terrestri e sulle munizioni a grappolo dopo l’entrata in vigore di questi trattati.

L’entrata in vigore di precedenti divieti su specifiche armi (ad esempio per quanto riguarda le mine anti- persona o le munizioni a grappolo) ha portato a cambiamenti concreti ed evidente anche nella produzione, nelle politiche di utilizzo e nel trasferimento di queste armi anche nell’ambito di Stati non partecipanti a tali norme internazionali. Ciò avverrà anche per il TPNW inquinato alcune aziende hanno già iniziato ad adeguarsi a questo nuovo panorama giuridico.

Cosa significa questo per gli istituti finanziari?

Poiché l’assistenza è proibita dal Trattato, per molti Stati ciò significherà come in altri casi che il finanziamento o l’investimento nella produzione di armi nucleari venga considerato una violazione. Gli istituti finanziari spesso scelgono di non investire in “attività su armi controverse”, che sono tipicamente armi proibite dal diritto internazionale. L’entrata in vigore del TPNW colloca chiaramente le armi nucleari in questa categoria e probabilmente innescherà ulteriori disinvestimenti. Inoltre, gli Stati parte possono impartire direttive alle istituzioni finanziarie sotto la loro giurisdizione per la cessione da parte di società che producono l’arma proibita in Stati non parte. In previsione dell’entrata in vigore del TPNW, alcune istituzioni finanziarie, tra cui ABP, uno dei cinque maggiori fondi pensione del mondo, hanno già deciso di non investire più in produttori di armi nucleari.

Pressione internazionale

Gli Stati parte di questo Trattato TPNW avranno ora l’obbligo di sollecitare altri Stati ad aderire e dovranno lavorare per l’universalizzazione del Trattato. Ciò significa che non solo i cittadini, ma anche la pressione dei pari da parte di altri Governi aumenterà nel tempo, durante le visite di Stato, nelle discussioni bilaterali e multilaterali, in una vasta gamma di diversi organi delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali, in altri organi e incontri di Trattati, ecc.

Anche a causa di questa crescente pressione politica e normativa, i Paesi che si oppongono a un Trattato al momento della sua adozione hanno aderito a norme internazionali dopo la loro entrata in vigore. Dato il grande sostegno pubblico al TPNW in molti paesi che non vi hanno ancora aderito (79% degli australiani, 79% degli svedesi, 78% dei norvegesi, 75% dei giapponesi, 84% dei finlandesi, 70% degli italiani, 68% dei tedeschi, 67% dei francesi, 64% dei belgi e 64,7% degli americani) anche questi Paesi potrebbero seguirne l’esempio.

Senzatomica

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Lettera aperta ai pacifisti di tutti i gruppi e no

 

Con il 22 gennaio 2021 è stato raggiunto un grande risultato, con l'approvazione del Trattato di proibizione delle armi nucleari. All' italiana, chiamiamolo TPAN. Ogni gruppo ha festeggiato la data, compatibilmente con la situazione pandemica in cui ci troviamo, che riguarda, ricordiamolo per inciso, TUTTI, i Paesi e non solo il nostro. Con il Clima e la Pace che dovrebbero farci sentire abitanti del Pianeta, senza dimenticare lo Stato di nascita. Ebbene, dalla data di cui sopra non si potrebbero possedere, trasformare, trasferire, queste armi di distruzione di massa. Il nostro Paese non ha firmato e ratificato tale Trattato. Ricordiamo che queste armi, per la loro specificità, non coinvolgono solo gli Stati e soprattutto i cittadini che lo compongono, dello Stato o degli Stati in guerra, come è avvenuto fino ad oggi, ma TUTTI gli altri Stati e cittadini del mondo. Fatto che la nostra intelligenza umana dovrebbe rigettare, come pure dovrebbero fare i responsabili e i cittadini degli altri Stati nucleari " disposti" alla guerra, che se ne guardano bene dall' affrontare l'argomento, come pure le possibili "stragi" dei propri cittadini che fino ad oggi, diceva di "difendere".

L' occasione è, appunto, questo Trattato. Parlando della situazione italiana sarebbe possibile arrivare al traguardo della firma e ratifica dello stesso, nell' ordine "sparso" in cui sono i nostri gruppi organizzati? E' buon segno che ognuno abbia"festeggiato"come se la Pace appartenesse solo al proprio gruppo? "E' pacifista" questo comportamento? Non contiene un poco di trumpismo? Se la Pace è e dovrebbe essere l'aspetto preminente dell'agire, valgono le tesi personali, le antipatie magari reciproche (solo queste possono contare?). Se in Parlamento o in Senato ci sono rappresentanti sensibili alla Pace e qualche gruppo ha contatti con questi, perché non farli lavorare insieme per raggiungere l'obiettivo del maggior numero di firme per mozioni allo scopo? Un certo signor Gandhi, sembra pacifista, non proponeva la collaborazione tra gruppi, pur non rinunciando alla propria originalità, in nome della comune aspirazione ad essa?

Vogliamo cambiar strada e riflettere sulla situazione "terrestre" in cui siamo, le armi che possediamo e che saranno sostituite da altre armi più valide da un punto di vista militare cioè più morti e miglior utilizzo tecnico? Si può osservare che il signor Biden, che ha sostituito Trump alla guida dell'America, comunque sostiene, certo con altro stile, che prima dovranno essere vaccinati gli americani e poi gli altri se il vaccino avanza? E la Cina dovrà essere sempre "contenuta" e guardata con sospetto, considerato che al suo insediamento era presente un alto rappresentante di Formosa, isola che in base ad accordi precedenti doveva essere pienamente cinese, non certo inviato da Pechino? Certo, tutto in linea con quanto scritto in documenti ufficiali (è proprio il caso di dirlo) del Pentagono, che ha identificato come nemici degli Stati Uniti ad esempio Cina e Russia. E' notorio che la Russia ha più o meno il nostro Pil italiano? La fa diventare "potenza" il retaggio industrial-militare dell'URSS.

 Augurerei buon lavoro a tutti noi

Milano 24 gennaio 2021 Giuseppe Bruzzone (obiettore di coscienza 66/68)


In vigore il TPAN: che fare adesso?

Incontro su Internet svoltosi il 22 gennaio 2021: azione non celebrazione!

Il 22 gennaio 2021, dopo 90 giorni dalla 50esima ratifica dell'Honduras, è entrato in vigore il Trattato ONU di proibizione delle armi nucleari (TPAN), approvato da una Conferenza ONU il 7 luglio 2017.

I Disarmisti esigenti e WILPF Italia, membri ICAN, premio Nobel per la pace 2017,  hanno promosso nell'occasione una consultazione online, aperta ai firmatari delle nostre petizioni, in particolare "NO ARSENALI SI OSPEDALI" (https://www.petizioni.com/no_arsenali_si_ospedali), sulle iniziative da prendere:

1) per continuare a premere sulla ratifica del parlamento italiano che, al carro del veto NATO, fino ad oggi non c'è;

2) per opporsi al ritorno degli euromissili che include la risistemazione delle basi di Ghedi e Aviano (senza dimenticare il problema dei porti nucleari);

3) per dare corpo, anche ricorrendo ad intelligenti forme di obiezione di coscienza, all'obiettivo "NO ARSENALI SI OSPEDALI": convertire le spese militari in investimenti per la salute nella prospettiva di una conversione ecologica dell'economia.

 

L'incontro si è svolto  il giorno 22 gennaio 2021 con inizio alle ore 19.00 e  termine alle ore 21.30; è stato registrato per essere introdotto sul canale video "SIAMO TUTTI PREMI NOBEL PER LA PACE CON ICAN".

Alfonso Navarra (portavoce dei Disarmisti esigenti) e Antonia Sani (WILPF Italia) hanno introdotto.

Loredana De Petris senatrice di LEU ci ha inviato un messaggio (vedi testo sotto riportato) per l'impegno a presentare un DDL di ratifica italiana del TPAN.

Una lettera (vedi file allegato) è stata spedita ai 69 deputati e 2 senatori della XVIII Legislatura che hanno sottoscritto l'ICAN Pledge.

Sono intervenuti nella discussione:

Patrizia Sterpetti (WILPF Italia), Adriano Ciccioni (Ban the Bomb), Ennio La Malfa e Oliviero Sorbini (AK), Laura Tussi (Memoria e Futuro), Fabrizio Cracolici (Rete educazione alla terrestrità), Giuseppe Farinella (Il Sole di Parigi), Massimo Aliprandini (Lega obiettori di coscienza), Giovanni Sarubbi (il Dialogo), Francesco Lo Cascio (Rete Ambasciate di pace), Patrick Boylan (PeaceLink), Ennio Cabiddu (Sardegna Pulita), Tonino Drago (fisico nucleare), Marzia Manca (Movimento Nonviolento).

I temi affrontati: il mail bombing sui parlamentari per il DDL di ratifica italiana del TPAN (testo redatto da IALANA Italia); l'opposizione locale al dispiegamento delle nuove atomiche americane; l'azione in agosto sulle potenze nucleari a Roma da effettuare in concomitanza con la sessione di revisione del TNP a New York; il sondaggio mondiale antinucleare sulle piattaforme social; il coinvolgimento del mondo cattolico ed in particolare la pressione sui francescani perché recedano dal considerare l'industria bellica volano di sviluppo (vedi volo delle Frecce Tricolori su Assisi); la strategia per rilanciare la denuclearizazzione sia civile che militare (vedi deposito unico delle scorie radioattive); il rilancio dell'obiezione alle spese militari, finalizzata alla difesa nonviolenta, anche per perseguire gli obiettivi di NO ARSENALI SI OSPEDALI; il lavoro culturale sulla terrestrità con il progetto Memoria e Futuro e altre iniziative.

Luigi Mosca, di Armes Nucléaires STOP, si è fatto tramite con il webinar internazionale "ENTRY INTO FORCE DAY" organizzato dalla campagna ICAN, che è iniziato alle ore 21 e che è visibile al seguente link: https://www.icanw.org/studio_2221?utm_campaign=studio_21_22_announc&utm_medium=email&utm_source=ican

 

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Qui di seguto il

MESSAGGIO DI LOREDANA DE PETRIS ALL’INCONTRO DIGITALE DEL 22 GENNAIO 2021 DAL TITOLO: IL TPAN ENTRA IN VIGORE: CHE FARE? ORGANIZZATO DA DISARMISTI ESIGENTI E WILPF ITALIA

Care e cari amici,

Oggi celebrate la storica giornata dell’entrata in vigore del Trattato ONU di proibizione delle armi nucleari.

Condividendo la vostra gioia e la vostra speranza, saluto il vostro incontro, di riflessione e programmazione di strategie e di azioni per la sua effettiva implementazione.

Mi preme sottolineare il lungo cammino che abbiamo percorso fianco a fianco, con la collaborazione in varie iniziative parlamentari (mozioni etc.), che, nel corso degli anni, abbiamo anche presentato in conferenze stampa organizzate insieme al Senato.

Sono ben consapevole che i Paesi aderenti alla NATO non hanno partecipato ai negoziati per la definizione del Trattato per la proibizione delle armi nucleari; ed in conseguenza di ciò l’Italia, conformandosi a tale posizione, finora ha fatto mancare la sua adesione.

Continuo ad essere convinta che sussistono sia le ragioni di opportunità storica che di diritto internazionale affinché l’Italia aderisca al Trattato che stigmatizza lo stesso possesso delle armi nucleari.

Il trattato infatti vieta non solo l’uso delle armi nucleari, ma anche la minaccia, negando quindi la legittimità della deterrenza che ha consentito la crescita esponenziale degli arsenali nucleari durante la “Guerra fredda”, e la folle corsa agli armamenti oggi, purtroppo, ripresa.

E confermo che, sempre con il vostro aiuto di cittadini attivi e sensibili ai problemi della pace e della sopravvivenza dell’umanità, continuerò a darmi da fare per impegnare il governo:

1) a disporre gli atti necessari all’adesione dell’Italia al Trattato delle Nazioni Unite relativo al divieto delle armi nucleari, adottato a New York il 7 luglio 2017 e aperto alla firma il 20 settembre 2017;

2) a presentare conseguentemente alle Camere il disegno di legge per l’autorizzazione alla ratifica e per l’esecuzione del Trattato.

Auguri di buon lavoro e a rivederci e risentirci presto.

Loredana De Petris – senatrice LEU - Presidente del gruppo misto

INFO:

Alfonso Navarra - Disarmisti esigenti - alfiononuke@gmail.com - cell. 340-0736871

Antonia Sani - WILPF Italia - antonia.sani.baraldi@gmail.com - cell. 349-7865685