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domenica 8 gennaio 2017

notizie da prima pagina, anzi no

sembra che quando i siriani (di Assad) e i russi sono entrati ad Aleppo, a metà dicembre del 2016, in almeno un covo siano stati catturati 14 agenti Nato, secondo alcuni anche di più.
non doveva essere così importante se non se n'è parlato, o no? - franz



Selon le site 21st Century Wire, au moins 14 officiers de la coalition américaine ont été capturés par les forces spéciales syriennes dans le bunker d’Alep-Est. 
Fares Shehabi, un éminent parlementaire syrien et président de la Chambre de commerce d’Alep, a publié les noms des officiers de la coalition sur sa page Facebook le 15 décembre :
Mutaz Kanoğlu – Turquie
David Scott Winer – États-Unis
David Shlomo Aram – Israël
Muhamad Tamimi – Qatar
Muhamad Ahmad Assabian – Saoudien
Abd-el-Menham Fahd al Harij – Saoudien
Islam Salam Ezzahran Al Hajlan – Saoudien
Ahmed Ben Naoufel Al Darij – Saoudien
Muhamad Hassan Al Sabihi – Saoudien
Hamad Fahad Al Dousri – Saoudien
Amjad Qassem Al Tiraoui – Jordanie
Qassem Saad Al Shamry – Saoudien
Ayman Qassem Al Thahalbi – Saoudien
Mohamed Ech-Chafihi El Idrissi – Marocain

anche veteranstoday lo conferma.


ecco le considerazioni di bortocal:

l’altroieri  l’ambasciatore di Siria alle Nazioni Unite nella riunione del Consiglio di Sicurezza sulla catastrofe di Aleppo ha dichiarato che 12 ufficiali dei servizi segreti di sei paesi diversi sono stati fermati assieme a terroristi jihadisti in un covo dove erano rimasti circondati dall’avanzata delle forze di Assad:
sei sauditi, uno del Qatar, un americano, un israeliano, un turco, un marocchino, un giordano.
inviati dai loro rispettivi paesi a coordinare le operazioni dei jihadisti.
. . .
semplice propaganda? 
non sono state esibite prove, però  sono stati fatti i loro nomi.
e della loro sala operativa da dove dirigevano la resistenza dei loro tagliagole e` stato dato l’indirizzo esatto:
lo scantinato di un edificio nel Suq al-Luz, in via Al-Sharad di Aleppo Est.
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del resto non risulta che finora siano arrivate smentite.
non serve smentire le notizie, basta occultarle.
anche quando sono sconvolgenti, anzi soprattutto quando lo sono.
. . .
finora si sapeva soltanto che Obama riforniva di armi i ribelli jihadisti  e ha stabilito sul terreno della Siria l’alleanza con la locale Al Khaida, in funzione anti-russa.
un ritorno alle origini, all’alleanza con Bin Laden nell’Afganistan degli anni Ottanta, che aveva permesso di distruggere l’URSS.
oggi ristabilita, dopo l’11 settembre e l’uccisione di Bin Laden (vera? oppure simulata?) sempre in funzione anti-russa.
non si sapeva che anche consiglieri militari americani erano presenti nel teatro delle operazioni.
ma ancora più interessante è prendere atto della complessa rete di alleanze non dichiarate che questa scoperta descrive.
. . .
secondo l’ambasciatore siriano il rallentamento all’ONU nei giorni scorsi della risoluzione per una tregua umanitaria ad Aleppo era un espediente per provare a far fuggire gli agenti.
tutto purtroppo concorre a far considerare attendibile questa notizia.
a fine settembre sia il Telegraph che il Los Angeles Times avevano parlato vagamente della parziale distruzione in un attacco missilistico russo di un centro di comando occidentale dietro le linee dei terroristi di Al Qaeda.
. . .
questa ultima scoperta, assieme all’accertata origine americana dei lugubri filmati delle esecuzioni degli islamisti sul teatro siriano e libico, disegna il quadro di una propaganda giunta a punti di mistificazione inauditi.
gli americani si sono serviti in questi anni degli islamisti per giustificare le loro varie guerre di aggressione nel mondo islamico contro regimi certamente impresentabili e inaccettabili dal punto di vista dei diritti umani, ma comunque espressione del potere degli stati sovrani.
è Obama il protagonista di questa stagione, indegnamente fornito di un premio Nobel per la pace preventivo, allo scopo di predisporre favorevolmente l’opinione pubblica mondiale alle sue guerre di aggressione che hanno destabilizzato il mondo.
la sua stagione, fortunosamente e fortunatamente tramontata, comincia ad assumere un lugubre aspetto vagamente hitleriano.
. . .
siamo nel tramonto impazzito dell’impero americano:
diventa difficile la ricerca della verità
quando la menzogna sistematica si da` il nome di democrazia, che nome deve darsi la ricerca della verità

martedì 3 gennaio 2017

Non viviamo in un mondo di “post verità”, viviamo le bugie di altri - Robert Fisk


Non viviamo in un mondo di “post-verità” *, né in Medio Oriente né in Occidente e, peraltro,  neanche in Russia. Viviamo in un mondo di bugie. Abbiamo sempre vissuto in un mondo di bugie.
Date soltanto un’occhiata alla devastazione del Medio Oriente con la sua storia di repubbliche popolari e di odiosi dittatori. Si deliziano della disonestà, anche se tutti loro – tranne il defunto Muammar al-Gaddafi – chiedono elezioni regolari  per fingere  il loro ritorno al potere.
Ora, suppongo, siamo noi che abbiamo elezioni regolari basate su bugie e così, forse
Trump  e gli autocrati arabi andranno piuttosto d’accordo. A Trump già piace il Maresciallo/ Presidente al-Sissi dell’Egitto, e ha già un campo da golf a Dubai. Il fatto che Sissi “traffichi” in bugie, che falsifichi i fatti, dovrebbero far sentire Trump molto a suo agio in Medio Oriente. La misoginia, il bullismo, le minacce ai suoi oppositori politici, l’autoritarismo, la tirannia, la tortura, lo scherno nei riguardi delle minoranze, è parte integrante del mondo arabo.
E guardate Israele. Il futuro ambasciatore degli Stati Uniti che potrebbe essere anche l’ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, non può aspettare a spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme. Sembra provare maggior antagonismo verso la sinistra ebrea in America che verso i palestinesi che rivendicano Gerusalemme Est come capitale e per il cui stato non ha nessun interesse. Trump farà infuriare gli arabi? Oppure se la caverà con una piccola risistemazione domestica dell’ambasciata israeliana poiché gli Arabi del Golfo, per lo meno, sanno che l’anti-Sciismo contro la Siria, l’Iran ed Hezbollah – si adatta abbastanza bene ai potentati sunniti che hanno continuato a finanziare Isis e Jabhat al-Nusra e tutti gli altri allegri jihadisti?
Suppongo che “post-verità” abbia più a che fare con i media sociali che con le elezioni ingannevoli. L’uso dei media sociali nel raccontare la battaglia di Aleppo Est è stato straordinario, strano, pericoloso, perfino violento, quando non un solo giornalista occidentale ha potuto riferire di persona la guerra ad Aleppo Est. E’ stato fatto un grande danno proprio alla credibilità del giornalismo – e  ai politici – con l‘accettazione di una parte della storia soltanto quando non un/una solo/a giornalista può confermare con i propri occhi che cosa si sta riferendo.
Abbiamo consegnato il giornalismo ai media sociali; gli uomini armati che controllano le zone dalle quali sono arrivati questi rapporti, sanno che possono ricorrere di nuovo allo stesso strattagemma la prossima volta. Lo faranno, a Idlib. Questo problema nella regione è, però, molto molto più grosso di una provincia siriana. Si tratta ora della malleabilità dei fatti nell’intero Medio Oriente.
Le 250.000 persone “intrappolate” ad Aleppo Est, ora che 31.000 hanno scelto di andare ad Idlib, molti di più ad Aleppo Ovest – sembra siano state un po’meno di 90.000. E’ ora possibile che almeno 160.000 dei civili “intrappolati” ad Aleppo Est non esistessero realmente, ma nessuno lo dice. Quella fondamentale statistica di 250.000, proprio la punteggiatura di ogni rapporto sull’enclave assediata,  è ora dimenticato o ignorato (forse saggiamente) da coloro che la hanno citata.
E, inoltre, nessuno ci parla dei civili di Palmira ora che l’Isis è ritornata: E Mosul? Non stavamo per liberare un milione di civili intrappolati là dai jihadisti – certamente non meno meritevoli dei 250.000 o dei 100.000 odei 90.000 o meno, civili intrappolati ad Aleppo Est?
Gli americani ora dicono che le forze irachene si stanno “raggruppando e “posizionando di nuovo” intorno alla seconda città dell’Iraq; “raggrupparsi e “organizzarsi di nuovo” è quello che le Forze di Spedizione britanniche avevano fatto durante la loro ritirata verso Dunkirk.
Come possiamo lamentarci delle bugie di Trump di chi è favorevole alla Brixit, quando noi giornalisti stiamo sminuzzando i fatti del Medio Oriente? Noto, tuttavia, nei nostri giornali e alla televisione, che il muro di Israele è un “recinto di sicurezza”, che le sue colonie sono insediamenti” che sono “controversi”  invece che illegali.
Possiamo davvero scuotere la testa increduli di fronte alle bugie elettorali, quando abbiamo continuato per anni a mentire ai nostri lettori e telespettatori?
Il mio filosofo giornalistico preferito, Fintan O’Toole del giornale The Irish Times, lo ha capito bene questo mese quando ha scritto che la “falsità della politica nel 2016 è stata davvero incredibile sia per la sua sfrontatezza che per la sua efficacia. La dichiarazione della parte favorevole all’uscita,  nel referendum per la Brexit, che sarebbero state presi 350 milioni di sterline alla settimana dal contributo del Regno Unito al bilancio del Regno Unito per metterli nel Servizio Sanitario Nazionale, è stato rapidamente e globalmente demolito. Essere stati “beccati” a mentire  non contava…era una prova di uno strano genere di autenticità. Bugie palesi dimostravano che eri uno degli esperti che il massimo sostenitore della Brexit, Michael Gove invitava gli elettori del Regno Unito a disprezzare e ignorare…”
Raccontare bugie, secondo O’Toole, “fluttua liberamente senza nessuna pretesa di essere ancorato alle prove”. Da nessuna parte questo potrebbe essere rappresentato in maniera più spaventoso che negando l’Olocausto degli Ebrei (o l’Olocausto degli Armeni) quando i media sociali – O’Toole specificamente nomina Facebook e Google – “ora indirizzano gli utenti verso false notizie di cronaca e disgustosa propaganda neo-nazista con appena un’alzata di spalle. Le compagnie invocano, in loro difesa, un’idea della ‘diversità di prospettive’, un eufemismo orwelliano in cui la convinzione che l’Olocausto non era mai avvenuto è valido quanto la cognizione che era avvenuto.”
Non ho mai accettato la sciocchezza del nazismo e della destra americana. Trump non è Hitler, anche se c’è una specie di fascismo teatrale riguardo alla sua interpretazione. E’ più buffone che satanico, più Duce che Fuehrer. Cesare Rossi uno dei primi collaboratori di Mussolini, una volta descrisse il suo leader come una persona che si spostava rapidamente “dal cinismo all’idealismo, dall’impulsività alla prudenza, dalla generosità alla crudeltà…dalla moderazione all’intransigenza. Era come se non avesse mai conosciuto il suo ego genuino e stesse sempre impegnandosi   qualche imitazione falsa.” Poteva esserci una migliore descrizione di Trump? Come disse Giovanni Gentile, il filosofo del fascismo dell’epoca di Mussolini: “la risata è del diavolo e i veri credenti non sorridono tranne che per amaro sarcasmo.”
Quel cupo uso della parola “risata” è la chiave per comprendere questo. La Seconda Guerra mondiale è finita quando sono nato, ma ci sono abitudini angoscianti che coloro che appartengono alla destra della politica europea dimostrano, quando vogliono schernire i loro nemici, caratteristiche che trovo profondamente inquietanti.    E’ la politica della “ultima risata”, dell’umiliazione di coloro che pensavano di essere più giudiziosi  e che ora devono rimpiangere il giorno della loro ipotetica superiorità. Contate soltanto quanti titoli di prima pagina e quanti scrittori si sono riferiti alla “ultima risata di Trump”. E’ una cosa brutale e vendicativa.
La maggior parte di noi ricorda le parole vergognose e false  di Nigel Farage (politico britannico, capo del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito dal 2006 al 2009 e dal 2010 al 2016, n.d.t.) al Parlamento Europeo il 28 giugno, quando sostenne che la maggior parte dei suoi membri “non ha mai svolto un buon lavoro”. E’ stata, però, l’altra sua osservazione che è stata spaventosa: “Non è un buffo? Quando sono arrivato qui 17 anni fa e ho detto che volevo condurre una campagna per convincere la Gran Bretagna a lasciare l’Unione Europea, tutti avete riso di me – ebbene, devo dire,  che ora non state ridendo, vero?”
Quelle parole hanno rinfrescato la mia memoria. Dove avevo sentito prima questo scherno?
Poi, proprio per caso, eccomi in Polonia pochi giorni fa, a leggere il libro del defunto Martin Gilbert, intitolato Auschwitz and the Allies, che tratta del fallimento degli Stati Uniti e della Gran Bretagna di reagire militarmente alla notizia dei campi di sterminio nazisti. E lì lessi queste parole, pronunciate da Adolf Hitler il 30 settembre 1942:  “Anche in Germania gli ebrei una volta ridevano delle mie profezie. Non so se stiano ancora ridendo o se hanno perduto la loro propensione alla risata, ma posso assicurarvi che dovunque smetteranno di ridere.” Nel 1925, appena liberato dalla prigione, Hitler aveva scritto un lungo editoriale sul Volkischer Beobachter, attaccando gli ebrei, i marxisti e la Repubblica di Weimar. Accadeva 17 anni prima il suo discorso del 1942 del “non ridere”.
Il disprezzo è radicato nell’anticamera di un uomo arrabbiato. No, Farage non è un nazista e no lo è Trump. E non lo sono i politici europei da quattro soldi, della destra che ci spaventano con i loro discorsi razzisti. Quello che è terrificante – e profondamente simile al fascismo – è la nostra abilità di “pensare” come passare    dalla verità alle bugie.
Oggi non abbiamo bisogno di manifestazioni o di cinegiornali perché abbiamo internet e i media sociali, la dipendenza del nostro tempo. E’ una dipendenza da una droga che sotto la famigerata “diversità di prospettive” presenta la moralità e l’immoralità come parte di un panorama che si estende piatto all’orizzonte. Anche noi, umili giornalisti, sappiamo vedere che cosa accade. In una misura di cui non siamo stati mai testimoni prima, tante persone hanno cominciato a credere a cose che non sono vere. Ed accettabile farlo. E noi li aiutiamo.
Oggi non si può soltanto negare la storia – gli Olocausti armene ed ebrei, il diario di Anna Frank, le camere a gas di Auschwitz – potete anche raccontare frottole, grandi o piccole, su qualsiasi cosa che vi disturba. Il Medio Oriente, con il nostro aiuto giornalistico, affonda nello stesso mondo falso. Ogni dittatore sta ora combattendo il “terrorismo” insieme agli Stati Uniti, alla Nato, all’UE, alla Russia, a Hezbollah, all’Iran, a tutto il Golfo Arabo (meno lo Yemen, per motivi piuttosto imbarazzanti), la Cina, il Giappone, l’Australia e –chissà? – anche la Groenlandia.
La giustizia però, non fa parte del menu. E’ una parola che pochi politici, statisti, perfino giornalisti non usano più. Né Trump, né la Clinton, né  chi è favorevole alla Brexit, ha parlato della giustizia. Non parlo della giustizia per le vittime del “terrore” o dei britannici che pensano di essere stati imbrogliati dall’UE, ma della vera giustizia per intere nazioni, per i popoli,  per il Medio Oriente perfino – posso osare nominarli? – per i palestinesi. Non vivono in un mondo di “post-verità”. Hanno continuato a vivere per decenni tra le bugie di altra gente.
L’unico effetto dei terremoti politici dello scorso anno, è che ci sentiremo meno colpevoli quando ripeteremo tutte queste bugie. Sono ora diventate normali, come la guerra, una “diversità di prospettive”, parte di un noto mondo fraudolento in cui la falsità ha acquisito una “strana autenticità”.
Trump è Hitler. Trump è Gesù. Il suicidio nazionale è la reincarnazione, ma ci sono molti in Medio Oriente che ci comprenderanno. Forse saranno loro a ridere per ultimi.
https://it.wikipedia.org/wiki/Post-verit%C3%A0
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org


lunedì 19 dicembre 2016

Gli ipocriti piangono su Aleppo - Gideon Levy


I peggiori sono  gli ipocriti e  i benpensanti. Quelli che sono scioccati dalle scene  di Aleppo mentre guardano la televisione e  affermano  che il mondo deve fare qualcosa. Il mondo, ma  non il loro paese. Con urgenza, in questo momento, senza ritardi, ma non il loro paese. La loro coscienza  è così bella, così  superiore e  così morale ai  loro occhi. Sono dopo tutto  non indifferenti agli orrori di Aleppo; essi sono persone di coscienza e di giustizia.
E li fa soffrire così tanto  che non possono dormire la notte alla vista dei bambini morti, pensano alle loro  nonne e ai loro  nonni durante l' Olocausto quando il mondo non agì e come questo non deve accadere di nuovo . Mai più,ma  non nel loro paese.In un altro paese . Israele,dopo tutto, non può. Si tratta di un paese nemico e quindi non può interferire ,si tratta di un caso speciale e quindi non può prendere profughi, come fa  la Svezia, per esempio.
I peggiori sono gli ipocriti e i benpensanti. Le persone che gioiscono per le scene da Aleppo , ci sono anche quelli ,  sono preferibili. Almeno sono onesti.
Gli israeliani sono divisi sulla Siria..Arabi che uccidono arabi è sempre una buona notizia per loro. Non solo per il piacere che siano uccisi  arabi , ma perché questo dimostra il vero volto dei nostri nemici. Guarda mondo  con chi  abbiamo a che fare. Con quali animali. Questo è ciò che sarebbe accaduto a Israele se si fosse ritirato  dalle alture del Golan. Questo è ciò che sarebbe accaduto a Israele se si fosse ritirato dalla Cisgiordania. Questo  è ciò che accadrà se si ritira da Amona. Aleppo serve a sminuire gli orrori della occupazione.

Oltre gli ipocriti e i benpensanti vi sono gli indifferenti .  Israele non è coinvolto, quindi non ci interessa . In realtà,nulla li interessa  se non  il proprio mondo privato e la pianificazione delle loro vacanze di pace .  Ci sono anche le persone che  inorridiscono,ma  non vogliono nemmeno alzare un dito. Hanno un sacco di scuse, proprio come l'Europa li ha avuto nel 1930. Sono sconvolte  non solo dagli orrori ma anche dalla risposta del mondo. Che mondo di merda, essi postano  su Facebook.
Nessuno di loro vuole che il proprio bambino vada  a combattere per liberare la Siria:  solo soldati europei e americani lo devono fare . Chiunque non è disposto a offrire volontariamente i propri figli non ha il diritto di predicare la morale agli altri  Dovrebbero  tacere nella loro vergogna. Perché una madre dal Connecticut dovrebbe accettare ciò che una madre da Ramat Hasharon non vuole ? L'ultima volta che gli ebrei sono andati a combattere per qualcun altro è stato nella  guerra civile spagnola. Vale la pena ricordarlo.
Invece di intervenire militarmente Israele dovrebbe  almeno aprire le sue porte.ai rifugiati  Non a una manciata di persone ferite selezionate in base alla loro organizzazione , curate  davanti alle telecamere per la propaganda e poi inviate  nuovamente dentro l'inferno .. A decine di migliaia di siriani, a centinaia di migliaia di siriani Israele dovrebbe  offrire asilo .  Non è  facile.ma non è facile per gli altri vicini della Siria come la Turchia e la  Giordania. Non è facile per la Svezia 
  Israele è sempre un "caso speciale" ai  suoi occhi. E 'esente dall' obbligo verso gli  stranieri in difficoltà, eccetto per la costruzione di ospedali da campo in zone lontano dove sono avvenuti disastri e anche allora  per un momento e di fronte alle telecamere.Israele   dovrebbe fare qualcosa  a causa del suo passato  e perché condivide un confine con la Siria,ma non  sta facendo nulla. Non muove un dito esattamente come i paesi europei .
In queste circostanze  cerchiamo di non essere ipocriti Dobbiamo ammettere la verità: Il destino dei Siriani non ci tocca per nulla. In nessun modo  siamo un Paese morale.

qui l’articolo originale in inglese



domenica 18 dicembre 2016

racconta Anissa Naouai che ad Aleppo le cose che ci raccontano sono davvero strane, e lo dimostra

Una periodista reveló que las personas que se presentan como civiles que están en peligro tras la recuperación de Alepo por el Ejército son terroristas.
En su programa In The Now, difundido el jueves, Anissa Naouai publicó parte de los vídeos dejados en las redes sociales por algunos individuos que dicen ser civiles que temen que su vida corra peligro en manos de las fuerzas leales al presidente sirio, Bashar al-Asad, en la ciudad de Alepo (norte).
La periodista de la agencia rusa de noticias RT probó que esas personas no son civiles, sino que son terroristas pertenecientes al Frente Fath al-Sham (antiguo Frente Al-Nusra).
En una de estas grabaciones, una persona, que se presenta como Bilal, manifiesta estar preocupada por el destino que correrá su vida. Sin embargo, su historial en las redes sociales demuestra que él, con el nombre completo de Bilal Abdolkarim, es uno de los miembros de la mencionada banda extremista.
Otro terrorista llamado Al-Hamdu afirma en un vídeo que los residentes en Alepo están a punto de sufrir un “genocidio”. Eso ocurre mientras que en su cuenta de la red social Twitter él mismo asegura que está dispuesto a sacrificar su vida para derrocar al Gobierno de Al-Asad.

Naouai se mostró convencida de que estos terroristas ejecutan parte del complot de ciertos medios occidentales de comunicación, que buscan demostrar que las fuerzas sirias matan y violan a los civiles tras terminar con éxito su operación militar en el este de Alepo…

giovedì 15 dicembre 2016

La guerra di Aleppo non è solo come ve la raccontano – Fulvio Scaglione





La battaglia di Aleppo, con le stragi di questi giorni e gli anni terribili che le hanno precedute, ha segnato tra le altre cose il collasso del sistema informativo occidentale, ormai quasi incapace di distinguersi dalla propaganda di parte. 
Tutto, nel racconto occidentale su Aleppo, sa di truffa e inganno. Dalla pubblicazione senza filtri né verifiche dei dati forniti dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, fondato e animato da un oppositore di Bashar al-Assad e mantenuto dal governo inglese, alla parola “assedio”, usata senza risparmio per Aleppo ma solo negli ultimi mesi, e mai nei più di tre anni in cui la città era attaccata su tre lati da ribelli e jihadisti, arrivati anche a occupare il 60 per cento del territorio urbano.
Ma questi, se vogliamo, sono piccoli particolari. Il problema vero è il rifiuto di confrontarsi con una realtà che possiamo sintetizzare così: quanto è accaduto ad Aleppo in queste settimane non è per nulla eccezionale. Al contrario, è la norma della guerra contemporanea. Non ci credete? Allora cominciamo a guardarci intorno. Prendiamo Mosul, la grande città irachena che da due anni e mezzo è occupata dall’Isis. 
A metà ottobre è partita (finalmente) l’offensiva per liberarla dai jihadisti. Grandi fanfare, toni trionfalistici, esultanza per i civili che “venivano liberati” dai quartieri prima sotto il controllo dei miliziani (mentre i civili di Aleppo, che escono dai quartieri dominati da al-Nusra, non sono liberati ma “fuggono”). Adesso, due mesi dopo, tutto è fermo e di liberare Mosul non si parla più. Non solo: l’offensiva di americani, curdi e iracheni è così ferma che l’Isis ha distaccato 4-5 mila combattenti dal fronte iracheno e li ha mandati a riprendere Palmira in Siria. Perché?
La risposta è molto semplice. I due anni e mezzo di estenuante campagna di bombardamenti hanno dato all’Isis tutto il tempo per organizzare le difese in città. Le strade sono state minate o sbarrate o sostituite da gallerie note solo ai miliziani. Certi palazzi sono stati abbattuti per liberare le linee di tiro, in altri punti sono stati costruiti muri per chiudere la vista e il passaggio agli attaccanti. Migliaia di civili, infine, sono stati bloccati per essere usati come scudi umani.
Per essere “liberata” Mosul dovrà diventare un’altra Aleppo: con i bombardamenti, le vittime civili, i bambini straziati dai colpi e così via. L’alternativa c’è: la conquista casa per casa con centinaia e centinaia di morti tra gli iracheni e i curdi. Cosa che peraltro già succede, anche se le operazioni militari sono quasi ferme.
La missione delle Nazioni Unite per l’assistenza all’Iraq (Unami), diretta da Jan Kubis, ex ministro degli Esteri della Slovacchia (dal 2006 al 2009), ha reso noti i dati, allucinanti, sul numero dei morti iracheni, civili e non, degli ultimi mesi. In settembre, cioè prima dell’offensiva su Mosul, i civili iracheni uccisi erano stati 609 (con 951 feriti); in ottobre sono diventati 1.120 (con 1.005 feriti) e in novembre 926 (930 feriti).
Per quanto riguarda militari e combattenti vari, le cifre sono: in settembre, 394 uccisi (208 feriti), in ottobre 672 uccisi (353 feriti), in novembre 1.959 uccisi (e 450 feriti). Risultato? Tutto bloccato, quindi altre sofferenze per i civili prigionieri a Mosul e altro tempo regalato all’Isis per continuare a fortificarsi.
Certo, nouveaux philosophes e altri clown possono pigiare sul pedale delle atrocità e delle violazioni dei diritti umani ad Aleppo. Ma sono solo degli ipocriti. Nel 2004, l’esercito americano combattè due battaglie per “liberare” la città irachena di Fallujah, di fatto occupata dai miliziani di al-Qaeda, gli zii dei miliziani di al-Nusra, che tanta parte hanno avuto nella battaglia di Aleppo. 
Secondo l’Ong indipendente Iraq Body Count, nella prima battaglia (aprile 2004) morirono tra 572 e 616 civili; nella seconda (novembre 2004) ne morirono tra 581 e 670. Gli americani usarono armi al fosforo e, pare, all’uranio impoverito. Avete mai sentito un nuovo filosofo stracciarsi le vesti in proposito? Ricordate che il Corriere della Sera abbia usato, nei titoli, per Fallujah, il termine “mattatoio” come ha fatto per Aleppo?
E che dire di Gaza? Secondo i dati più prudenti, che sono quelli pubblicati dal Jerusalem Center for Public Affairs, solo il 45 per cento dei 2.100 palestinesi uccisi nella Striscia durante la guerra del 2014 erano veri civili e non combattenti. Il che fa pur sempre 945 persone inermi ammazzate in due mesi di scontri. 
Allora furono proprio i paesi che oggi gridano allo scandalo per le operazioni di Aleppo a bloccare, all’Onu, le proposte di censura contro Israele. E Gaza, d’altra parte, non è una perfetta copia dei quartieri est di Aleppo, quelli attaccati con le bombe dai russi e dai siriani di Assad?  
Ancora. L’Unicef ci ha fatto sapere che nei primi sei mesi del 2016 in Afghanistan si è avuto il numero record di vittime civili: 1.601 morti e 3.565 feriti. Il semestre peggiore dall’invasione anti talebani del 2001. Secondo le stime dell’Onu, il 60 per cento dei civili afghani cade sotto i colpi dei talebani e degli altri gruppi ribelli e criminali. 
Ma il 40 per cento di 1.601 morti fa pur sempre 640 morti, ossia 640 afghani innocenti ammazzati in sei mesi (più di 3 al giorno) dalle truppe arrivate dai nostri paesi, cioè da coloro che dovrebbero proteggerli e “liberarli”. Ma tutto tace, quei morti non meritano lo sdegno riservato ai morti di Aleppo est.
La guerra dei nostri tempi, insomma, è questa roba schifosa. Chi fa finta di credere che in Cecenia e ad Aleppo si siano fatte cose diverse da quelle accadute altrove, per esempio a Fallujah o a Gaza, molto semplicemente mente. Tutte le guerre di oggi si combattono sulla pelle dei civili. Tutte.
E in tutte le guerre gli uomini armati, portino o meno un’uniforme, sono al più le vittime collaterali. Cosa che politici, militari e terroristi sanno bene. Dunque la questione vera è evitare il più possibile le guerre, non far finta che ci siano guerre buone e guerre cattive.

Elegia aleppina - Gianluca Solera


Non c’è pace all’anima nostra, non c’è fossa in cui nascondere le salme. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia, non c’è stomaco per i nostri calici amari. Non c’è sazietà per i loro appetiti. Non c’è donna che non possa essere denudata davanti al marito. Non c’è donna denudata che non possa essere stuprata. Non c’è donna stuprata che non possa essere assassinata. Non c’è marito spettatore a cui risparmiare l’orgia e poi la pallottola in testa. Non c’è limite ai loro peni eretti e ai loro mitra puntati. Non c’è spazio per la sofferenza, solo una densa coltre di onnipotenza diabolica, tutelata dai velivoli dello Zar e dalle guardie dell’Ayatollah. Non c’è pianto di bambino che possa essere sopportato, non c’è fosforo abbastanza per soffocarlo. Non ci sono abbastanza case dove ammassare corpi pulsanti sudore freddo e lasciarli bruciare in roghi violacei. Non c’è più tempo per tutto questo, la sete di vendetta è troppo acuta. Se non c’è più, bastano le pallottole. A centinaia, a migliaia. Ne bastano poche per ciascuno, anche una sola.
Linee rosse, si disse, eravamo nel 2012. Linee rosse all’uso di armi chimiche, come se le pallottole non avessero già ammazzato. Poi arrivò Ghouta, un anno dopo, l’attacco chimico peggiore degli ultimi venticinque anni. Linee rosse, qualcuno forse ne aveva parlato. Furia chimica. La furia chimica non si è fermata, la furia chimica si è confusa con quella delle bombe-barile, di quelle a grappolo o di quelle a carica penetrante, ordinaria furia del terrore è diventata. Né rosse, né lineari sono le rughe dei nostri visi contraffatti, cerati, truccati, plastificati, per mostrare quello che non siamo, per illuminare quella decenza che non abbiamo. In un’immensa battaglia hollywoodiana, tentando di convincerci che non fosse vera, che fosse solo rappresentata, orchestrata, simulata. Battaglia vera è, di corpi putrefatti  a fianco delle macerie, trapassati da frammenti metallici, soffocati da gas velenosi, fucilati da mercenari senza scrupoli, spezzati da torturatori, cancellati alla vista da galere nascoste,  ignorati dalla propaganda. Propaganda, negazione della realtà. È un’arma straordinaria, che giunge sui nostri aggeggi telefonici, per dirci che la città è stata liberata dai banditi, dai terroristi, dagli uomini armati, dai ribelli. «Ribelli, facinorosi, destabilizzatori, agenti del disordine pubblico, meritate la morte». Un solo presidente vale, e sta seduto sul suo scranno ricevendo notizie sulla pulizia della città, mentre gli lucidano le scarpe di pelle da mille e settecento dollari. A Damasco, a Mosca, a New York, poco importa. I migliori scarpai sono disponibili dovunque esali il profumo asciutto della banconota stampata.

Sono stato recentemente a visitare il museo della Resistenza di Valibona, sui monti della Calvana, a pochi chilometri da Prato e Firenze. Quella casa venne assalita dalle forze dell’ordine del regime fascista e la banda di partigiani che operava nell’area debellata. Fu un agguato, che ebbe luogo il 3 gennaio 1944. I giornali dell’epoca sono esemplari: «Bande di ribelli annientate da reparti della Guardia repubblicana», «L’azione contro i banditi sulle pendici di Monte Morello», «Energica azione di polizia contro una banda di ribelli» sono alcuni dei titoli. Usando il termine ribelli facciamo quello che già i servili giornalisti dell’epoca facevano scrivendo sulla stampa quotidiana. Opporsi a fascismo e oppressione dà più fastidio che accomodarvisi. Il museo sta tra i boschi, una radura la circonda per tre quarti del suo perimetro, e l’aria fresca che scende dal passo ti penetra le narici, ti sveglia e calma allo stesso tempo. Quella non è l’aria che si respira nelle indomite città siriane.
L’aria di quelle città ti intontisce e ti angoscia, è come un anestetico che ti elettrizza i nervi, fino a farti divorare dall’ansia. «Meglio morire in un bombardamento che essere ferito. Meglio morire in un bombardamento che attendere l’arrivo delle milizie della morte» hanno scritto dai quartieri assediati pochi giorni fa. È un’eternità, è come se fosse già passata un’eternità. Ma ce ne ricorderemo? Ce ne vergogneremo? Onoreremo quella migliore gioventù morta perché voleva la libertà e la democrazia, ed aveva osato resistere all’uomo dalle scarpe di pelle da mille e settecento dollari? Lo faremo anche se erano musulmani, anche se erano arabi? Lo faremo anche se, per aver resistito, hanno innervosito famiglie reali, dinastie autoritarie e uomini soli al comando? Lo faremo anche se, per aver resistito, hanno dovuto accettare che amici, parenti o famigliari scappassero, provocando il peggior esodo di fuggiaschi e rifugiati dal Dopoguerra ad oggi? No, purtroppo, non lo faremo. Stiamo ancora litigando sui numeri dell’accoglienza. Stiamo interrogandoci su chi avesse ragione, stiamo maledicendo i «terroristi» senza interrogarci su chi e perché, stiamo sperando che anche quella migliore gioventù sia finalmente ridotta al silenzio. Per sempre. E che la calma fredda dell’oppressione umana regni tra noi. Stabilità. Fredda e oppressiva vacuità morale. Così sia. E i galli e i pappagalli della politica fatta di muscoli e pallottole riprenderanno a vomitare falsità e lodi all’ordine e alla nazione. I putiniani si ubriacheranno, i trumpisti si esalteranno, gli assadisti si camufferanno, gli anti-imperialisti giustificheranno, i pacifisti si distrarranno, i nazionalisti bestemmieranno, i cretini si moltiplicheranno, gli altri subiranno.

Non c’è pace all’anima nostra, non c’è fossa in cui nascondere le salme. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia, non c’è stomaco per i nostri calici amari. Opachi erano i colori di Aleppo, quando vi arrivai nel febbraio del 2013. Polverose le tende che nascondevano balconi silenziosi, scuri gli indumenti dei combattenti, annerite con la polvere al-Kohl le ciglia di alcuni di loro, neri gli occhi della gente. Neri paltò e velo delle donne, che camminavano da un negozio all’altro prima della caduta del sole; la pelle diafana del loro viso appariva ancora più luminosa in quella cornice.Centinaia di piccoli sacchetti di plastica nera o di sudicio aspetto emanavano un odore puzzolente e velenoso, quasi fosse una bile di rabbia, perché l’umido inverno li faceva morire di agonia, tra segnali di fumo che né fanno fiamme, né si estinguono, sotto il cavalcavia che nessuno prendeva più a causa degli snipers. Ricoperte di finta pelle nera erano le pareti imbottite dell’ufficio di un’attivista, che raccoglieva prove documentarie degli eccidi di regime. Tenebrosa era la notte, scura come dovrebbe essere, dove i soli frammenti di luce che incrociavi provenivano dalle torce, a meno che non ti volessi avventurare sulla linea del fronte, situata tra un isolato e l’altro; là, avresti visto la luce delle sigarette accese e quella dei colpi di arma da fuoco. E Black Eyes era il soprannome di uno dei ragazzi che avevo incontrato.
Aveva 21 anni e aveva aderito all’Esercito libero dopo che le autorità avevano perso la pazienza con ragazzi come lui, che continuavano a dimostrare per la libertà e la caduta del regime. «Allah, Siria, libertà e basta!» cantavano, parafrasando il monito delle brigate del partito Baʿth, «Allah, Siria, Bashār e basta!». Camminava per le vie del quartiere al-Mashhad con una pistola alla cintura. «Ho perso dieci tra i miei migliori amici, sei durante le manifestazioni pacifiche e quattro in battaglia», spiegava, mentre sedavamo sul bordo di un marciapiede grigio, di fronte a un edificio sventrato da un colpo di cannone. All’inizio della rivoluzione, si riunivano spostandosi improvvisamente di luogo per non essere pedinati.Cambiava il suo indirizzo email ogni mese. Usavano un cellulare il cui numero era registrato sotto il nome di qualcuno non sospetto, vicino al regime, per non essere messi sotto ascolto. Entrò nella brigata al-Khāl, «Lo zio materno», all’inizio del 2012, vi rimase fino a quando l’Esercitò libero entrò ad Aleppo, nel mese di agosto, e preferì uscire per dedicarsi all’informazione. Pochi avevano un’esperienza di giornalismo online e fotografia, mentre lui portava sempre con sé un’arma e una macchina fotografica. Black Eyes si definiva un poeta naturale, pubblicava i suoi versi rivoluzionari su Internet, scriveva gli slogan delle marce, ma era anche uno studente di ingegneria. Così va la vita. Portava i capelli come un giovane Elvis Presley, ma Elvis Presley non aveva gli occhi neri. Di lui, non ho più avuto notizie.

Non c’è pace all’anima nostra, non ci sarà pace all’anima nostra, per averli lasciati soli contro tutto e tutti. Contro il regime del loro Paese, contro i jihadisti venuti da terre straniere, contro la seconda armata più potente al mondo. Contro la nostra indifferenza, contro la nostra insofferenza, contro la nostra ingenuità. Non c’è anfratto cerebrale in cui resti memoria della Storia. Non c’è tempo per ricordare i lager, Srebrenica, Grozny, Kigali, non ci sono libri di storia che raccontino delle città bombardate nel ’45, di quelle rase al suolo dai Crociati, dai Barbari o dagli Ittiti. Non c’è spazio nelle chips dei nostri apparecchi elettronici per studiare e comprendere che la Storia è ritornata, e fa paura. È ritornata, con i suoi fantasmi fascisti, i suoi predicatori dell’odio, i suoi affaristi e mercanti di armi e propaganda, le sue menzogne.
Aleppo è caduta, ed io ho paura. Non vale la tristezza, non vale la rabbia, non vale la disperazione. Vale ora la paura, che Aleppo non sia l’ultima, e che arrivi un giorno il turno di coloro che hanno mantenuto il silenzio o creduto che la Storia non sarebbe tornata. Invece, eccola. Eccola alle nostre porte, con i missili puntati, i dittatori sempre più convinti della loro giustezza, i fili spinati e i bastoni  contro gli stranieri, il Consiglio di Sicurezza usato come strumento di guerra, le offensive in nome della Civiltà.
Non c’è stomaco per i nostri calici amari, non siamo pronti al peggio perché non abbiamo capito cosa si sta giocando in Siria. Non amiamo più l’Europa, non difendiamo più il diritto, non ci occupiamo del più debole, non crediamo più che la libertà abbia un prezzo, non siamo più disponibili a pagare un prezzo. Non siamo forse più i figli legittimi della Resistenza antifascista, né degli emigrati del Novecento. Non siamo forse più quello che pensavamo di essere, mentre i nemici della libertà e del diritto sono più determinati che mai. Tra noi, come oltre il mare e le montagne.
Aleppo è caduta. Ancora non hanno finito di trucidare gli ultimi abitanti dei quartieri orientali. Ancora non hanno saziato i loro appetiti. Ancora si beffano della nostra impotenza. Ancora non hanno finito il lavoro. Ancora noi facciamo finta di non capire.

giovedì 24 novembre 2016

Se le bombe in Yemen non fanno notizia - Fulvio Scaglione

 

Dal 2014, Medici senza Frontiere aiuta con forniture mediche, e non solo, otto ospedali nei quartieri Est di Aleppo, quelli tuttora sotto il controllo di ribelli e jihadisti. Sono i quartieri dove da mesi più acuto è lo scontro tra le forze leali a Bashar al-Assad e i miliziani e MsF non si stanca di denunciare i bombardamenti che colpiscono anche le strutture sanitarie. Denunce che sono puntualmente (e giustamente) riprese dalla stampa internazionale.
Immaginiamo quindi quale debba essere la frustrazione dell’organizzazione nel vedere quanto sia a senso unico, e quindi poco credibile, la pietà del giornali e delle televisioni. Gli stessi Medici senza Frontiere, infatti, hanno denunciato l’analogo andamento della guerra condotta nello Yemen dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita con l’assistenza logistica e di intelligence degli Stati Uniti. Ma in quel caso gli appelli, per quanto accorati, sono stati bellamente ignorati e non hanno avuto alcun riflesso sui media.
Ecco che cosa ha raccontato Djoen Besselink, capo della missione di MsF nello Yemen: “Da maggio 2015 MSF ha curato più di 10.000 feriti di guerra solamente nella città di Taiz. A ottobre, gli ospedali supportati da MSF a Taiz hanno ricevuto circa 500 pazienti con ferite dovute alla violenza, di cui il 23% erano donne e bambini. Molti dei feriti… erano a casa, al mercato o in cammino verso i loro campi quando sono stati colpiti da incursioni aeree, bombardamenti e spari da arma da fuoco”. Il 17 novembre, primo di due giorni di cessate il fuoco, i Medici senza Frontiere hanno dovuto ricoverare 76 feriti e seppellire 21 morti nella sola città di Taiz. Ne avete avuto notizia? Mi sa di no.
Così come difficilmente avrete saputo che l’Arabia Saudita ha violato 114 volte il cessate il fuoco di due soli giorni che peraltro era stato richiesto dall’ex presidente dello Yemen, Habd Rabbuh Mansur Hadi, e gentilmente concesso da re Salman dell’Arabia Saudita.
Dall’inizio della campagna saudita (marzo 2015), quasi 12 mila civili yemeniti sono stati uccisi. Gli sfollati sono più di 3 milioni (su 27 milioni di abitanti), metà della popolazione vive di aiuti umanitari e solo 1 bambino su 10 arriva all’età di cinque anni.
Gli occhi che lacrimano per Aleppo Est restano però asciutti per lo Yemen, dove a far morire adulti non combattenti e bambini sono i nostri alleati e clienti, quelli ai quali Usa, Francia e in parte anche l’Italia (sono prodotte in Italia, anche se da aziende straniere, le bombe per i caccia sauditi) forniscono gli strumenti per ucciderli. Il punto esatto in cui la pietà diventa ideologia e la compassione puro interesse economico.
da qui

martedì 16 febbraio 2016

Lettera da Aleppo

Caro Rabi,
mi chiedi di Aleppo. Lascia che ti racconti della città in cui siamo cresciuti insieme.
Non vediamo una buona giornata da anni. I bombardamenti non si fermano mai, neppure per un’ora o due. La vita è cambiata, tutti i luoghi di cui hai ricordi non ci sono più: dimenticali, è troppo doloroso. Le bombe sganciate dal regime sono indiscriminate, distruggono tutto ciò che incontrano sul cammino. Tutto è cambiato, distrutto o deserto, senza vita.
Perfino nei nostri sogni non sappiamo più cosa significhi “sicurezza”. Ogni volta che apri gli occhi, non sai se è l’ultima volta che vedrai i tuoi figli.
La gente che conoscevi non si trova più qui. Persone dalle città e dai villaggi circostanti si sono trasferiti qui negli anni scorsi, sperando di trovare sicurezza. Aleppo è sempre stata vista come un luogo sicuro.
Ma molti di loro hanno dovuto spostarsi ancora. La gente continua a cercare luoghi più sicuri, per questo continuano a venire qui e poi andarsene. Siamo felici di dare una mano, ma è dura e stancante.
Aleppo non è ancora tutta assediata. Ma muoversi nella nostra città è diventato molto difficile. Le persone vivono alla giornata: la loro speranza è morta insieme alla città e, non di rado, insieme ai loro cari.
Le cose più semplici della vita sono diventate molto dure. Per comprare del cibo, pane o acqua per la tua famiglia devi fare una lunga, lunga fila – e poi continuare ad aspettare.
Trascorri tutto il tempo a guardarti intorno, prestando attenzione a ogni rumore, come se potessi percepire se sarai tu il prossimo a essere colpito da un attacco.
Il resto del tempo pensi alla tua famiglia: saranno ancora vivi quando tornerai a casa? La tua casa sarà ancora lì?
Alla fine potresti ottenere ciò per cui sei venuto. Se sei fortunato arrivi a casa sano e salvo, senza essere ucciso da una bomba sganciata da un aereo.
Non si tratta solo del combattimento sulle linee del fronte. Non è solo il bombardamento continuo. Ci sono cecchini nascosti in ogni angolo sulla via che porta fuori dalla città.
Stiamo adattando costantemente le nostre vite. Le scuole abbiamo dovuto spostarle sottoterra, i centri medici devono farcela col poco che hanno. Abbiamo cercato di costruire nuove istituzioni democratiche: abbiamo eletto nuovi leader. È tutto un lottare.
Abbiamo provato ad andare a nord, in quartieri diversi, ma vi cadevano le bombe. Possiamo vedere gli aerei che volano sulle nostre teste: a volte hanno bandiere siriane, altre volte russe e altre ancora non lo sappiamo. Sembra ci inseguano dovunque andiamo.
Anche le comunità circostanti di Anadan, Mara, Tal Refat, Hretan, Bynun e Azaz stanno soffrendo. Sono città e villaggi che hanno avviato una rivoluzione pacifica. Sono stati dalla parte di Aleppo quando le forze del governo siriano hanno attaccato i civili nella città. Hanno accolto persone che scappavano dai bombardamenti.
Ma cos’è accaduto loro? Sono stati bombardati, ogni singolo giorno. Le persone non sanno quale sia l’obiettivo degli aerei e se saranno loro i prossimi a morire. Decine di attacchi aerei al giorno negli ultimi 120 giorni.
E ora è tempo di andarsene. Non mi sarei mai aspettato che venisse questo momento, ma devo arrendermi. Me ne vado verso un luogo che non sono neppure sicuro esista.
Molti miei amici stanno già aspettando lungo il confine turco. Uno spazio aperto, freddo, dove si affollano 70 mila persone e si congela.
Ma il mio cuore resterà sempre qui.
Aleppo resiste dinanzi a una grande macchina da guerra, armata solo di armi leggere. Non è solo un obiettivo geografico. Aleppo è karama, è dignità, è la rivoluzione contro l’ingiustizia.
Addio Aleppo, mia città natale, luogo in cui ho trascorso la mia infanzia, che serba tutti i miei ricordi.
Spero di vederti lì di nuovo un giorno, amico mio.
Il tuo compagno d’infanzia,
S.
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* Questa lettera è stata inviata a Rabi Bana che l’ha poi tradotta in inglese. Bana è un attivista per i diritti umani nato ad Aleppo nel 1984 che ha lasciato la Siria sul finire del 2012. Lavora a Beirut e in Turchia per una Ong internazionale che sostiene la società civile siriana. L’autore della lettera, S., è nato ad Aleppo nel 1980 e ha partecipato alle proteste pacifiche che chiedevano libertà e democrazia sin dall’inizio della rivolta nel 2011. Tra i fondatori dell’Aleppo Media Center, lavora nel campo dell’istruzione per l’amministrazione della città.
(The Syria Campaign*. Traduzione dall’inglese di Claudia Avolio).